volume-09

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 "Paschalis neapolitanus ", e di un "Maislus monachus peccator". Si rinvennero anche portalampade in piombo e lampade in vetro. Si tratta indubbiamente del sepolcro di un martire (P.?) che venne deposto in questo doppio cubicolo appositamente scavato. Nella parete destra furono scavate due cattedre, nel pavimento tutto occupato da formae, dinanzi alle due cattedre, si rinvenne una lastra di marmo con l'epigrafe seguente composta di lettere di porfido inserite: "In Deo patrem omnipotentem fecit Vitalio libertus una cum Quodvuldeus domino suo Taecelio et domine Pontianeti merentibus in refrigerium ". Nella galleria che metteva a questo cubicolo doppio fu praticata una nicchia absidata nella quale fu dipinta la Madonna con il Bambino e la scritta in lettere bianche - SCA DEI GENEYRIX intercede pro nobis, dello stesso tipo dell'immagine dipinta in una nicchia nel cimitero di S. Valentino (v.) sulla Flaminia. Al disopra si leggevano graffiti nomi di presbiteri: Gaido, Christophorus e Andreas, gli stessi che posero i loro nomi sulla immagine di s. Luca ( $668-8_{3}$ ) in Commodilla. Ma l'immagine in questo cimitero fu barbaramente sfregiata dagli operai scavatori nel febbr. 1920.

Durante le esplorazioni si rinvennero 64 monete imperiali romane, cioè 35 nel II piano, 8 nell'intermedio e i nel I piano; la più antica è un sesterzio di Traiano (98-117) trovato tra le terre.

In situ nel II piano le più tarde datazioni sono offerte da sette esemplari di un denaro di Aureliano e tre denari di Severina (270-75), trovati tutti e dieci fissati in uno stesso loculo; e da un Antoniniano di Probo (276-82); nel piano intermedio furono trovate le monete in situ di Massimiano Erculeo e di Galerio Cesare.

Bibl.: G. B. De Rossi, Una esplorazione sotterranea sulla Via Salaria vecchia, in Bull. arch. crist., 10 serie, 3 (1865), pp. 1-4; E. Josi, La scoperta del cimitero di P. sulla Via Salaria Vetere, in N. bull. arch. crist., 26 (1920), pp. 63-64; C. Respighi, Cosmeterium Pamphyti, in Riv. di arch. crist., I (1924), pp. 10-14; E. Josi, Il cimitero di P., ibid., pp. 15-119; 3 (1926), pp. 51 211; G. P. Kirsch, Le catacombe romane, Roma 1933, pp. 64-73; P. Styger, Die römischen Kattebonden, Berlino 1933, pp. 228244; C. Serafini, Saggio intorno alle monete e medagioni antichi ritrovati nelle catacombe di P. sulla Via Salaria Vetro in Roma, in Seritti in onore di Bartolomeo Nogara, Roma 1937, pp. 421 43 e tavv. 64-66.

Enrico Josi
"PANGE LINGUA, GLORIOSI". - Inno dei Vespri della festa del Corpus Domini, composto da
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Panfilo. cimitero di - Cinghiade infisso in un loculo come segno di riconoscimento - Roma, cimitero di Panfilo.

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s. Tommaso d'Aquino. Il metro è quello usato da Venanzio Fortunato nel P. L. della Passione.

Questo primo inno eucaristico invita a celebrare il gran mistero del glorioso Corpo e del prezioso Sangue di Cristo versato per la redenzione del mondo. Nella contemplazione di questo mistero d'amore, si ha davanti la scena dell'Ultima Cena in cui Gesù istituisce l'Eucaristia nascondendosi sotto le specie del pane e del vino per restare fra noi in pegno d'amore : celato agli occhi del corpo, ma visibile a quelli della fede. L'inno si chiude con un invito all'adorazione del mistero e con una dossologia che è l'eco dell'eterno cantico alla gloria di Dio. In questo, come negli altri inni dell'Ufficio, s. Tommaso sa unire mirabilmente la profonda lucidità del dogma ad una mirabile melodiosità. Il Tantum ergo e la strofa finale si cantano nella esposizione del S.mo Sacramento e l'intero inno nelle processioni eucaristiche.

BibL.: H. Daniel, Thesaurus hymnologicus, I, Lipsia 1841. p. 252 sgg.; W. Faber, Le St Sacrement, Parigi 1837, p. 2 sgg.; S. G. Pimont, Les hymnes du Bréviaire romain, II, ivi 1884. pp. 164-76; R. Louis, St Thomas liturgiste, in Revue des jeunes, 2 (1920), p. 192 sgg.; V. Angiletti, L'Eucaristia nella poesia, Milano 1939; Eucharistia, Encyclopédie populaire sur l'Eucharistie, Parigi 1947, pp. 310-20.

Silverio Mattei
"PANGE LINGUA GLORIOSI... LAUREAM». - Inno del Mattutino per il tempo di Passione e nelle feste della Croce, scritto da Venanzio Fortunato.

L'inno, fra i più belli del Breviario per solennità di canto trionfale e per armonioso movimento ritmico, esalta la vittoria della Croce, legno di vita, contro il legno della morte, l'albero cioè della tentazione di Adamo ed Eva nell'Eden. La lotta fra Cristo e Satana, iniziata nel Paradiso terrestre, si combatté durante la vita terrena di Gesù e si conchiuse con il trionfo solenne nel Calvario, dove la Croce cessò di essere obbrobrio dei condannati per assurgere a segno di Redenzione.

Bibl.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1836, p. 146; S. G. Pimont, Les hymnes du Bréviaire romain, III, Parigi 1884, pp. 47-76; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 161-63; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 109-11.

Silverio Mattei
PANGERMANESIMO. - Con tale espressione, impiegata fuori della Germania in senso essenzialmente polemico, si suole indicare un movimento, insieme dottrinale e politico, tendente a raccogliere in unità tutte le popolazioni di razza germanica dell'Europa. I Tedeschi usano, al riguardo, l'espressione Alldeutschtum: ma negano, generalmente, ch'essa abbia quel significato aggressivo che intendono spesso conferirle gl'interpreti stranieri.

Mentre le origini dottrinali del movimento risalgono alla metà dell'Ottocento, lo sviluppo politico del medesimo si ebbe durante l'Impero guglielmino, con ampie ramificazioni anche in Austria, culminando negli anni immediatamente antecedenti alla prima guerra mondiale; dopo l'esito sfortunato di questa, le correnti pangermaniste trovarono un'accogliente accettazione da parte del nazionalsocialismo (v.), che, sia pure per breve periodo di tempo, riuscì, infatti, a realizzare quasi integralmente quel Grossdeutscher Reich tanto vagheggiato dai pangermanisti dei precedenti decenni. Dopo la seconda guerra mondiale, il perdurante smembramento della Germania fra le opposte potenze occupanti e le sensibili mutilazioni territoriali subite dalla medesima, specie ad oriente, già hanno determinato, come naturale reazione, i primi sintomi d'una diffusa aspirazione (per il momento ancora non organizzata) alla ricostituzione di un rinnovato unico organismo statale diretto a raggruppare tutti i Tedeschi.

Le idee pangermaniste (miranti alla formazione di un grande Impero tedesco, esteso dall'Adriatico al Mar Nero, e idoneo a dare stabile ricetto alle crescenti necessità demografiche deula Germania per parecchi se-
coli) erano già state propagandate, verso la metà dell'Ottocento, dagli economisti Federico List e Guglielmo Rasches. Costituitosi il Reich guglielmino, le stesse idee ripresero ad essere agitate con particolare successo verso la fine del secolo, quando, da un lato, in Austria, la preponderanza politica del gruppo etnico germanico sembrò esser posta in pericolo dalla direttiva asburgica di elevare sullo stesso piano anche le altre nazionalità, mentre, da un altro lato, il Trattato di Zanzibar del 1890 con l'Inghilterra (che otteneva una parte dell'Africa orientale tedesca in contraccambio della cessione dell'Isola di Helgoland) parve quasi significare un'aperta rinuncia dalla Germania ad un'ulteriore attività colonizzatrice d'ampio respiro.

Cosi, mentre in Austria si costituiva l'Alldestsche Vereinigung, che sotto la guida del deputato G. v. Schönerer condusse aspre battaglie in Parlamento contro la emancipazione politica delle altre nazionalità dell'Impero asburgico (senza molto successo, perché le sue tendenze anticattoliche ed antisemite erano in contrasto con le convinzioni dei ceti dirigenti), in Germanic l'Allgemeiner Deutscher Verband, costituito nel 1891 dall'esploratore Karl Peters e notevolmente sviluppatosi nel ventennio successivo sotto la guida di Ernst Hasse di Lipsia (anche attraverso la pubblicazione del settimanale Alldeutsche Blätter), contribuì in modo sensibile alla diffusione nel paese di quelle forti correnti espansionistiche (dirette a potenziare lo sviluppo economico del Reich con una decisa politica coloniale e navale; ad assorbire, sia pure inizialmente attraverso una mera unione doganale, le popolazioni finitime dell'Olanda, del Belgio e della Svizzera; ed a contrastare le crescenti autonomie ottenute dalle minoranze slave e francesi) che tanto contribuirono a determinare lo scoppio delle ostilità nel 1914.

Tutta la menzionata attività politica si alimentò, infine, di un ampio sostrato dottrinale, costituito dalle numerose pubblicazioni, spesso solo pseudo-scientifiche, che sostenevano la superiorità della razza germanica e la necessità che la medesima assumesse una funzione di guida e di direzione politica nei confronti delle meno dotate altre razze europee, specie slave e latine (v. razzismo).

Bibl.: oltre alla pubblicazione Zwanzig Jahre alldeutscher Arbeit und Kämpfe, Lipsia 1910, curata dalla direzione stessa del movimento, cf.: G. Schönerer, Find Reden, Vienna 1891; J. L. Reimer, Ein pangermanistisches Deutschland, Lipsia 1904; D. Liptay, L'hydre pangermanique, Parigi 1910; R. G. L'scher, Pangermanism, Londra 1914; O. Bothard, Geschichte des Alldeutschen Verbandes, Lipsia 1920; R. Bonnard, Le droit et l'état dans la doctrine nationale-socialiste, Parigi 1936.

Paolo Biscaretti di Ruffia
PANGKALPINANG, VICARIATO APOSTOLICO di. Con decreto dell's febbr. 1951 la prefettura apostolica di Banka e Billiton (v.) è stata elevata a vicariato apostolico di P., nome della città di residenza dell'Ordinario.

Edoardo Pecoraio
PANGAROLA, Francesco. - Oratore e controversista dell'Ordine dei Frati Minori osservanti, n. a Milano il 6 genn. 1548, m. ad Asti il 31 maggio 1594 .

Di famiglia facoltosa, studiò diritto a Pavia ed a Bologna; nel 1567 vestì a Firenze l'abito francescano; a Padova, a Pisa ed a Parigi passò agli studi filosofici e teologici. Nel 1573 iniziò un'intensa, celebratissima attività di predicatore in tutta Italia, che non gli impedì di attendere ai compiti di custode della provincia di Milano e di definitore generale del suo Ordine. S. Carlo Borromeo lo inviò nel 1583 in Rezia per combattervi il dilagare della riforma protestante; Sisto V lo nominò nel 1586 vescovo di Grisopolis e suffraganeo del vescovo di Ferrara, l'anno seguente gli affidò la diocesi di Asti e poco dopo lo inviò a Parigi ad assistere il card. legato Arrigo Gaetano nella sua opera di appoggio alla Lega contro Enrico IV, durata fino al 1590.

Tanta attività non impedì al P. di comporre numerose opere, oltre che di sacra eloquenza, di polemica teologica e filosofica, ed insieme alcune memorie storiche sugli avvenimenti ai quali ebbe occasione di assistere, ed un

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compendio del primo libro degli Annali ecclesiastici di Cesare Baronio (Roma 1590).

Biel.: la Vita composta dal P. stesso rimase inedita; un'altra ne pubblicò il suo confratello Bonagrazia da Varenna (Milano 1617). Un breve saggio su F.P., O.F.M. (1548-94) principe degli oratori sacri del Cinquecento, di L. Amato, si può trovare in Frate Francesco, 11 (1934), pp. 89-98; dello stesso, Il protestantesimo in Prenente e le prediche polemiche di Frate F. P., ibid., pp. 445-52.

Enzo Bottasso
PANIZZI, Domenico. - Pubblicista e poeta, n. a Reggio Emilia il 3 luglio 1839, m. ivi il 16 febbr. 1896. Lasciata nel 1869 la carriera militare nell'esercito austriaco, tornò in Italia e si dedicò al giornalismo cattolico.

Collaborò intensamente al Genio cattolico, al Veridico, al Leonardo da Vinci, al Diritto cattolico, al Foglietto di Vicenza, a Verona fedele, all'Operaio cattolico e tanti altri. Fu anche poeta fecondo e di piacevole vena. Pubblicò tra l'altro: Due fiori d'autunno... (Reggio Emilia 1869); L'armi e l'arpa (ivi 1871); La Gazzetta d'Italia e il Genio cattolico, a Pio IX pontefice e re (ivi 1871); Legnano (ivi 1876); Trent'anni di pontificato di Pio IX (ivi 1876); A Pio IX il bardo cattolico (Milano 1880); e traduzioni dal tedesco e francese (di Schiller, Goethe, Wieland, Bolanden, Hahn-Hahn, ecc.). Fu stimato ed amato da Pio IX per la sua fedeltà alla persona e alle direttive pontifice.

Biel.: R. Della Casa, I nostri, Treviso 1903, passim. Augusto Moreschini
PANLOGISMO. - Dal gr. $\pi \tilde{\alpha} v$, tutto e $\lambda \delta$ yvc, ragione, è «la dottrina secondo cui tutto ciò che è reale è integralmente intelligibile e può essere costruito dallo spirito secondo le sue proprie leggi» (A. Lalande, Vocab. techn. et critique de la philos., $5^{\text {a }}$ ed., Parigi 1947, pp. 713-14); o anche, più esattamente, la dottrina che risolve tutta la realtà nello spirito come processo logico-razionale. In questo senso il termine, creato da J. E. Erdmann, fu da lui riferito (Versuch einer wissenschaftl. Darstellung d. Gesch. d. neuer. Philos., III, parte $2^{a}$, Lipsia 1853) al sistema hegeliano che pone la Ragione come suprema e unica vera realtà (v. hegel). Nell'uso oggi abbastanza frequente il termine è esteso agli indirizzi neohegeliani. Mentre il riferimento all'hegelismo appare giustificato, è invece, per molti aspetti, inesatta l'identificazione di p. con idealismo (v.).

Biel.: R. Eisler, s. v. in Wörterbuch der philos. Begriffe, II, $4^{2}$ ed., Berlino 1929, p. 371.

Ugo Viglino
PANNIER, Eugène. - Esegeta ed orientalista, n. ad Amiens nel 1854 , m. a Lilla il 13 genn. 1937. Professore supplente (1893) e titolare (1896) della cattedra di S. Scrittura alla Facoltà di teologia di Lilla, fu tre volte decano di questa Facoltà (19051908, 1914-19, 1922-25), e canonico di Cambrai (1903) e di Lilla (1914). Fu nominato membro della Commissione biblica il 28 dic. 1908. Insegnò fino alla sua morte.

La sua opera principale è il lavoro su Les Psaumes d'après l'hébreu (Lilla 1908), ripreso e profondamente ritoccato in Les Psaumes (La Ste Bible di L. Pirot, 5, Parigi 1937), volume pubblicato poco dopo la sua morte. Gli si deve pure Le nouveau Psautier du Bréviaire romain (ivi 1913).

Fra le sue altre pubblicazioni, sono da citare : Patrum ac theologorum Orientalis Ecclesiae theses selectae quinquapinta (1884); Genealogiae Biblicae cum monumentis Aegyptiorum et Chaldaeorum collatae (1886); Etudes bibliques ( 8 fascc., dal 1895 al 1904); numerosi articoli nella Revue de Lille (dal 1893 al 1897) e dei ragguagli nel DB. Al tempo della condanna di Loisy ( 16 dic. 1903) scrisse un articolo molto notato, Critique et exégèse, in Revue des sciences ecclésiastiques, 1904, pp. 3-36. Pubblicò numerose recensioni in Les questions ecclésiastiques, bollettino della Facoltà di teologia di Lilla. Luigi Soubigou

PANNYCHIS. - Questa parola può designare nel rito bizantino diversi Uffici liturgici.

1) Oggi presso i Greci la p. è l'Ufficio divino che dura tutta la notte e corrisponde quindi alle vigilie dei Latini. Tale Ufficio si fa nei monasteri, specialmente al Monte Athos, da 30 a 50 volte all'anno, nella notte precedente le grandi feste; cominciando verso le 8 o le 9 di sera con il Grande Vespro, vi si aggiunge l'orthros (= Mattutino e Lodi) con le ore di prima, terza, sesta, sicché verso le 9 o le 10 del mattino terminerà la liturgia eucaristica. Ma nelle parrocchie, generalmente, la p. si celebra la sera, ogni sabato, in una cerimonia abbreviata (Vespro, orthros e ora prima) in parte letta, non cantata.

2) Gli Slavi dànno all'Ufficio descritto il nome di vienoscnoe Bdienie ( $=$ vigilia di tutta la notte) e riservano quello di p. all'Ufficio dei defunti, il quale però segue sostanzialmente la struttura dell'orthros.
3) Anticamente, come si rileva dai manoscritti greci, esisteva un ufficio chiamato p. il quale era aggiunto al Vespro, o precedeva l'orthros, o entrava nella composizione dell'apodeipnon; comprendeva il salmo 50 , uno o diversi canoni e la grande Dossologia (cf. A. Dmitrievskij, Opisanie... I, Kiev 1895, pp. 604 e 607).

Biel.: P. de Meester, Voyage de deux Bénédictins aux monastères du Mont Athos, Parigi 1908, pp. 197-201. Alfonso Raes
PANPSICHISMO. - È la dottrina che attribuisce un'anima a tutte le cose anche della natura inorganica ( $\pi \tilde{\alpha} v$, tutto, $\psi o \rho^{\prime}$, anima), in quanto si constata che ogni essere presenta una struttura ben definita e mostra nel suo agire sul mondo circostante una precisa e costante finalità.

Rientrano in questa concezione la prima filosofia greca (ionici) e in parte anche la filosofia stoica con la teoria del $\pi \tilde{\alpha} \rho \pi \varepsilon \rho \pi \alpha \delta \nu$, principio motore di tutte le cose. Il p. ritorna nelle filosofie del Rinascimento (v.) con la ripresa della teoria della anima mundi ch'è l'atto di tutte le cose e si diversifica a sua volta nelle singole anime particolari delle diverse cose : essa è l'atto primo della materia prima, secondo Giordano Bruno (cf. De la causa, principio et Una, ed G. Gentile, Bari 1923, p. 213). Nel nostro tempo ha difeso il p. E. Haeckel (v.), per dare un fondamento alla sua tesi dell'evoluzionismo universale.

Biel.: informazioni generali in R. Eisler, Wörterbuch d. philos. Begriffe, II, 4 eed., Berlino 1929, pp. 372-74. Cornelio Fierro
PANSLAVISMO. - Il termine "p.", nell'accezione comune, ha sempre significato una pluralità di correnti e di tendenze che, più esattamente, dovrebbero figurare sotto altri esponenti. La politica estera della Russia zarista, negli attriti fra la Russia da un lato, la Germania, l'Austria-Ungheria e la Turchia dall'altro, ha spesso sottolineato il suo interesse per i popoli slavi, viventi entro le frontiere di quegli Imperi. La Russia zarista non ha, insomma, mai seguito una determinata dottrina ponslavista, ma le giungevano graditi quei movimenti di intellettuali e di uomini politici che si richiamavano a concetti di solidarismo slavo : la politica estera russa aveva così un'arma importante in mano nelle discussioni con Berlino, Vienna e Costantinopoli. In realtà, la Russia aveva una molteplicità vastissima di interessi (in Europa, come in Asia) e il problema slavo era soltanto uno di questi. Gl'intellettuali dei minori popoli slavi si sono spesso illusi sull'appoggio costante della politica estera russa, senza rendersi pienamente conto della prudenza con cui il governo di Pietroburgo procedeva sul terreno slavo.

In genere, la Russia zarista non era propensa a favorire movimenti rivoluzionari, nemmeno in nome del nazionalismo slavo. L'interesse degli uomini politici russi andava soprattutto agli slavi balcanici, geograficamente situati sulla via di Costantinopoli e, per di più, di confessione "ortodossa ". Minore è sempre stato l'interesse russo per gli Slavi cattolici.

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(da L'art medieval gengvelave [Art et style, III, Parigi 1858). Pantaleone, santo, martire - S. P. Affresco del sec. xir. Nerezi (Macedonia), chiesa di S. Pantaleone.

Gli «slavofili» (v.) svilupparono con accento tipicamente russo, nella prima metà del sec. XIX, tendenze romantiche di solidarismo slavo, riecheggiando stati d'animo diffusi, del resto, anche in Occidente, tendenti al "primato " nazionale e, nello stesso tempo, a nuovi mistici valori universali. Dalla scuola slavofila, influenzata vagamente da Herder, da Schelling e da Hegel, si sviluppò poi un p. meno filosofico e meno folkloristico, più decisamente reazionario e favorevole ad un primato russo entro il mondo slavo. Il Danilevskij, in un noto libro, La Russia e l'Europa, progettò intorno al 1870 una grande federazione slava (includente anche Greci, Romani e Magiari), con Costantinopoli per capitale.

Le tendenze al solidarismo slavo ebbero in Boemia ed in Slovacchia un carattere più letterario, pacifico e liberale. Kollár rievocò in un famoso poema gli antichi popoli slavi venutisi germanizzando nel corso dei secoli. Studiosi di varie tendenze si occupavano di archeologia slava e sognavano una più stretta fratellanza fra i popoli slavi. All'inizio del sec. xx, il Kramár sviluppò il cosiddetto austroslavismo, mirante ad imprimere all'Austria un carattere prevalentemente slavo, in funzione antitedesca, in stretta collaborazione con la Russia. Panslavisti russi e romantici cecoslavacchi (fautori del solidarismo slavo) trovarono in certi momenti notevole eco fra Serbi, Croati e Sloveni. Numerosi congressi slavi (famosi quelli del 1848 e del 1867 , nonché alcuni dell'incipiente sec. xx), diedero scarsi risultati pratici. Profondo era infatti il dissidio tra i principali popoli slavi : Russi e Polacchi. Invano alcuni esponenti dei minori popoli slavi tentarono a più riprese si attenuarlo. Gli Ucraini tendevano poi sempre più a emanciparsi dai Russi ed erano pure in conflitto con i Polacchi (in Galizia). Non meno profondi erano i conflitti fra Serbi e Bulgari e fra Serbi e Croati. Anche fra Polacchi e Céchi non mancavano contrasti, specie per la regione di Teschen.

I bolscevichi ravvisarono tradizionalmente in tutte le forme di p. e di solidarismo slavo un programma imperialistico o un ideale romantico e borghese. In seguito all'evoluzione dell'U.R.S.S. verso una maggiore valoriz-
zazione delle tradizioni nazionali russe, anche numerosi spunti di slavismo" sono stati inseriti entro la nuova politica sovietica. La Russia ha risolto secondo una sua visione i conflitti esistenti fra i minori popoli slavi: Königsberg è divenuta Kaliningrad; la Polonia ha raggiunto l'Oder (in cambio di territori polacchi passati alla Russia); sono stati allontanati milioni di Tedeschi dai Sudeti e, nel momento del Trattato di pace fra Alleati e Italia, interessi russi e occidentali in parte confluenti hanno favorito la spinta jugoslava verso il Friuli.

Bibl.: W. Giusti, Il p., Roma 1946. Wolf Giusti
PANTALEONE, santo, martire. - E ricordato nel Martirologio geronimiano il 28 luglio; in quello Romano e nei Sinassari greci il giorno precedente.

Veneratissimo nell'antichità e nel medioevo, in Oriente ed in Occidente, è considerato il patrono dei medici. Il culto è attestato da documenti certi, ma la Passio è abbastanza leggendaria: nato a Nicomedia e studiata medicina, sarebbe stato chiamato a corte dall'imperatore Massimiano. Convertitosi al cristianesimo e accusato dai colleghi, Massimiano lo avrebbe fatto sottoporre a terribili tormenti dai quali P. sarebbe uscito illeso, finché non fu decapitato.

Bibl.: Acta SS. Tulii, VI, Parigi 1868, pp. 397-420; C. Hulsen, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, pp. 410-12; Martyr. Hirronymianum, p. 400; A. Pazzini, I santi mella storia della medicina, Roma 1937, pp. 178-82; Martyr. Romanum, p. 308 . Agostino Amore

PANTALEONI, DiOMEDE. - Senatore, n. a Macerata il 21 marzo 1810, m. ivi il 3 maggio 1885. Medico di chiara fama, esplicò anche una notevole attività politica e nel 1848 fu deputato di Cingoli al Parlamento romano, dove sedette a destra, combattendo le intemperanze dell'estrema.

Caduta la Repubblica Romana, si adoperò perché la restaurazione pontificia continuasse sulla via delle riforme costituzionali. Condivise pertanto le idee del Minghetti e del Pasolini e, con essi, finì per aderire alla politica del conte di Cavour. Il quale, nel 1861 , lo incaricò di appoggiare la nota missione del p. Passaglia, intesa a ottenere da Pio IX la pacifica rinunzia al potere temporale. Il tentativo naturalmente non approdò ad alcun risultato e il P., invitato a lasciare Roma, si ritirò a Parigi, donde proseguì, specie mediante un intenso carteggio con gli esponenti del partito moderato, i suoi sforzi per una soluzione diplomatica della Questione romana: l'intero epistolario del P. è conservato, tuttora inedito, nella Biblioteca civica di Macerata. La sua pubblicazione permetterebbe di conoscere meglio l'azione che egli « esercitò con una certa ampiezza nel 1860 -81, e in modo più limitato negli anni successivi, durante i quali mantenne sempre notevole attività politica, e come privato e come membro del Senato, nel quale entrò il 6 nov. 1873 ". Un anno prima di morire diede alle stampe un volume su L'idea italiana nella soppressione del potere temporale dei papi (Torino 1884), che sollevò ampie discussioni.

Bibl.: M. Rosi, s. v. in Dizion. del Risorg., III, p. 776, con ulteriore bibl. Renzo U. Montini

PANTALEONI, Maffeo. - Economista italiano, n. a Frascati il 2 luglio 1857 , m. a Milano il 29 ott. 1924, professore di economia politica alle Università di Camerino, Macerata, Venezia, Bari, Napoli, Ginevra, Pavia, Roma; deputato e senatore, fu scienziato di notevole fama, per oltre un quarantennio animatore di studi economici in Italia.

La sua figura si inserisce fra quelle di Walras e di Pareto. Quando egli si presentò all'agone scientifico era già compiuta la costruzione walrassiana, in cui l'equilibrio economico è rappresentato da un sistema di equazioni algebriche che legano fra loro prezzi e quantità. Non era sorta ancora l'architettura paretiana, la quale doveva conferire all'edificio quella forma elegante, in cui l'equilibrio economico è presentato come il risultato del contrasto fra gusti ed ostacoli (v. Pareto).

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La concezione di P. precorre quella di Pareto nell'intento di eliminare le sovrastrutture monetarie. Considerando la produttivita come una utilità indiretta egli estende al settore della produzione la concezione che J. Jevons aveva già ideato per il settore del consumo e riesce cosi a determinare la configurazione di equilibrio in regime di concorrenza come quella in cui i rapporti dei gradi finali di utilità, considerati due a due, restano gli stessi per tutti i soggetti presenti sul mercato. Ne viene come conseguenza che, finché sussiste un divario fra i gradi finali di utilità anche di due soli soggetti, il sistema non è in equilibrio. Il che significa che le risorse della collettivita non sono impiegate nel modo che per la collettivita stessa è il più conveniente. Se il divario si riferisce a beni diretti, sorge allora la convenienza di una operazione di scambio; se si riferisce a beni strumentali, sorge la convenienza di una diversa combinazione dei fattori di produzione nella stessa industria o di una nuova distribuzione dei fattori stessi fra le diverse industrie. In regime di concorrenza tutto il movimento economico, nei campi, come nelle officine, nel mercato interno, come in quello internazionale, non è che il risultato dello sforzo, attraverso cui milioni e milioni di uomini, unicamente mossi dal criterio della loro convenienza personale, tendono a provocare la migliore utilizzazione delle riserve collettive. E questa si realizza appunto in una configurazione di equilibrio, in cui tutti i rapporti di tutti i gradi di utilità sono livellati per tutti i soggetti, presenti sul mercato. L'equilibrio rappresenta cosi una meta ideale, che continuamente si sposta in dipendenza delle continue mutazioni che avvengono nelle condizioni che la determinano. L'arte della politica economica consiste nel creare quelle condizioni di ambiente, che consentano al processo di assestamento di svolgersi naturalmente con un minimo di attrito.

Su questo fondamento si erge il sistema dell'individualismo pantaleoniano, che costituisce il motivo dominante di tutta la sua produzione scientifica. E l'esaltazione della libertà economica, fondamento del progresso civile, presidio della libertà morale e politica. Lo Stato è incapace di sostituirsi agli individui nella valutazione dei rapporti dei gradi finali di utilità ed ancora più nell'azione diretta a raggiungere il loro livellamento. Sua funzione pertanto non è di sostituirsi in tutto od in parte ai singoli, ma di creare l'ambiente entro cui i singoli possano liberamente procedere alle operazioni di scambio, di produzione, di investimento. Quando lo Stato non deflette da questa politica, l'economia prospera, il mondo industriale viene a consigliare ad un mare in ebollizione, nel quale si elevano montagne di lava, in flussi e deflussi, che appaiono e scompaiono sotto l'azione della concorrenza, una forza potente quanto la legge dei gravi. Il quadro opposto è quello del paternalismo, del dirigismo, del socialismo, del collettivismo, in tutte le sue forme : è la putrida palude e costituisce il trionfo dell'incompetenza, dell'incapacità, dell'errivismo, dell'eredità, senza freni e senza misura. Finisce nel parassitismo, nella rovina, nella miseria universale.

Nessuno, meglio di P., ha avuto la mano felice nel tracciare la diagnosi di questo processo. Ad esso è diretta la sua attività scientifica nell'ultimo periodo della sua vita, nelle vicende del fortunoso primo dopo guerra. La sua prosa secca, nervosa, agile ha costruito saggi che costituiscono un'opera d'arte. Il quadro qui brevemente tracciato non dà una misura completa dell'uomo, acuto interprete dei fatti, del creatore della sensiotica economica, del profondo statista, dello storico geniale, che in pagine immortali ricostrui vive e palpitanti vicende di istituti economici. Nulla dice sopratutto dell'uomo, del fascino che emanava dalla persona, del grande cuore. Ebbe l'onore di suscitare lo stimolo della ricerca economica in uomini come Vilfredo Pareto ed Enrico Barone. Quasi tutti quanti coltivarono gli studi economici in Italia, nel periodo che ve dal 1890 alla data della sua morte nel 1924 , rivendicarono come tuttora rivendicano l'onore di professarsi suoi discepoli.

Scritti principali : Teoria della traslazione dei tributi (Roma 1882); Dell'ammontare probabile della ricchezza in Italia (ivi 1884); Principi di Economia pura (Firenze 1889,

Milano 1931; trad. inglese, Londra 1898; trad. spagnola, Madrid 1918); Lo scandalo bancario di Torino (in collaborazione con G. Poli, Torino 1902); Nuove riflessioni e nuovi documenti (ivi 1903); Scritti vari di economia, 3 voll. (Palermo 1909-10); Tra le incognite (Bari 1917); Note in margine della guerra (ivi 1917); Politica : criteri ed eventi (ivi 1918); La fine provvisoria di un'epopea, (ivi 1919); Bolsoevismo italiano (ivi 1922); Temi, tesi, problemi e quesiti di economia politica tecnica ed applicata (in collaborazione con Broglio d'Azano [ivi 1923]); Erotemi di Economia (ivi 1925); La crisi del 1903-1907, a cura di Annali di Economia, I, n. 2, Milano 1925; Il sindacalismo e la realtà storica (Collana degli Economisti, V, Torino 1932); Studi storici di economia, raccolti a cura di A. de' Stefani e di A. Del Buttero (Bologna 1938); Studi di finanza e di statistica, raccolti a cura di A. de' Stefani e di A. Del Buttero (Bologna 1938).

Bisc.: P. Sraffa, A. Loris, s. v. in Economic fournal, 34 (1924), pp. 648-94; G. Del Vecchio-A. De Viti De Marco, s. v. in Giornale degli economisti, 63 (1925), pp. 103-236; M. L. Moore, P.'s Problems in the Quillation of Prizes, in Quarterly Journal of Economics, 40 (1925-26), pp. 586-97; G. Firno, M. P. et la théorie économique, in Revue d'économie politique, 46 (1926), pp. 1144-65; G. Stefani, Un breve carteggio di M. P., in Riv. intern. di scienze soc., 56 (1947), pp. 343-46. Luigi Amoroso

PANTEISMO. - Dottrina antichissima, ma l'introduzione e l'uso del termine sono relativamente recenti. Come ha notato R. Eucken (v.), J. Toland (v.) usò per primo nel 1705 la parola pantheist; il Fay nel 1709 introdusse il termine pantheism (A. Lalande, Vocab. techn. et crit. de la philos., II, $4^{a}$ ed., Parigi 1938, p. 554). Sia il p. che il monismo (v.) - che sotto certi aspetti è da tener distinto dal primo - nascono da una comune esigenza fondamentale : ridurre tutti gli esseri all'identità assoluta non solo logica, ma anche ontologica. Oppure : riportare la molteplicità degli enti all'unità ontologica, che è come dire che l'essere del mondo è identico all'essere di Dio. L'esigenza legittima di unificare il molteplice in un unico principio (v.), spinta oltre i limiti della constatazione dell'ordine delle cose (per cui la molteplicità forma un $e$ cosmo $n$ ), conchiude all'unità sostanziale delle cose stesse e del loro principio, confondendo (o non distinguendo) analogia e identità.

L'asserto panteistico - $\pi \bar{a} v$, $\partial x \dot{c}$, tutto è Dio e Dio e il mondo fanno uno - si può intendere in due sensi fondamentali, a cui si possono riportare le molteplici e varie forme di p. : a) riduzione del mondo a Dio, il solo reale e di cui il mondo è un insieme di manifestazioni o di emanazioni senza realtà permanente e mancanti di una loro sostanza distinta da quella divina; b) riduzione di Dio al mondo, il solo reale : Dio è l'unità di ciò che esiste, la somma delle parti. I termini acosmismo (Hegel) e pancosmismo (Grote) possono usarsi per indicare rispettivamente le due posizioni. Di esse, solo la prima caratterizza il p. vero e proprio; la seconda, con la quale si indica il cosiddetto p. naturalistico (ad es., d'Holbach) o il p. materialistico (ad es., Haeckel [v.]), è meglio considerarla una forma (da fondamentale) di monismo, che, pur vicino al p., è da tener distinta da esso. Qui si parlerà del monismo quanto basta per dimostrare quel che abbia in comune con il p. e come in effetto non sia, per contraddizione interna, neppur p. ma ateismo (v.); e dei panteisti veri e propri limitatamente a quanto è necessario a caratterizzare il p. nel suo sviluppo storico.

Anche il monismo ubbidisce all'istanza (dogma metafisico che ha in comune con il p.) dell'unità e dell'identità ontologica del reale, ma la sua tendenza a ridurre Dio al mondo lo spinge necessariamente verso il naturalismo (v.) o il materialismo (v.). Nell'antichità greca, non può dirsi

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propriamente monistica la filosofia di Eraclito (v.) quantunque l's Oscuro * di Efeso sembri identificare il Tutto con la trasformazione eterna e ciclica del Fuoco, unico universale e divino. Uno sviluppo della metafisica eraclites è quello dello stoicismo (v.), sistemazione tipica del p . naturalistico e percio con forti tendenze al monismo: il cosmo risulta di una materia, finita e piena, penetrata dalla Ragione (v.), di natura ignea, forza immanente, Dio, che è insieme l'ordine che tiene unite le parti e la somma delle parti stesse. Secondo Zenone, infatti, al'universo ha due principí: uno passivo, la sostanza informe, la materia; l'altro attivo, la mente, Dio. Quest'ultimo penetra nella materia, produce i quattro elementi ed è artefice di tutte le cose (Diog. Laer., VII, 134; I frammenti degli stoici antichi, a cura di N. Festa, I, Bari 1932, p. 82). Zenone non identifica "lo spirito che muove" con la natura, ma con l'anima razionale, "che dà vita al mondo sensibile e fa che esso sia bello ", "animato e divino" (Calcidio, In Tim., c. 292; I frammenti, cit., p. 82); ma l'Anima è identificata con il "Mondo", di cui egli distingue tre significati. Il Mondo è: «1) lo stesso essere divino che ha la sua peculiare proprietà dalla sostanza universale; 2) il prodotto dell'attività divina nella composizione e distribuzione degli elementi, nei corpi celesti e nei fenomeni naturali; 3) il complesso dell'essere divino e delle cose create" (Diogene Laerzio, 135-37 sg.; I frammenti, cit., pp. 82-83). Nel primo e anche nel terzo senso "il mondo è uno, e si chiama Dio, mente, fato, Giove" (ibid.). Dunque p. naturalistico: identificazione di Dio con il mondo naturale e concezione materiale di quella che si chiama Anima o Ragione o Fuoco.

Nei tempi moderni la teoria dell'evoluzione ha dato un nuovo impulso al monismo naturalista di alcune forme di positivismo (De Bois Reymond, Spencer [v.], Ardigo [v.]) e al monismo materialista e biologico (Moleschott, Huxley, Büchner ecc.). In fondo qui si è fuori del p., in quanto non si parla più di Dio immanente, ma solo di mondo o di natura o di universo: il termine "Dio" non significa più nulla. Dio non c'è, c'è solo il mondo, nascente da una materia originaria, dotata di energia vitale, che evolve da $s c$ stessa e per leggi proprie. L'essere originario e ontologicamente uno, specie di embrione del mondo o materia-madre, chiamato "omogeneo" (Spencer), o "indistinto" (Ardigò) o "sostanza primitiva" (Haeckel), evolve progressivamente in forme diverse. Simili affermazioni non hanno alcun fondamento scientifico né filosofico e non spiegano come dall'essere materiale primitivo nasca lo spirito (v.) ed entri il pensiero (v.) nel mondo, come emergano per evoluzione le sostanze intelligenti, fondamentalmente irriducibili, per cui il pluralismo degli enti non è solo fenomenico, ma sostanziale. In fondo il monismo materialista (p. es., quello dello Haeckel) è una contaminazione superficiale del materialismo evoluzionista e dello spinozismo. Ma quando l'evoluzionismo s'incontra (sinistra hegeliana: Feuerbach, Marx ecc., ed altre correnti posteriori) con il dialettismo hegeliano, i concetti di monismo o di p. materialista subiscono una trasformazione profonda al punto da non potersi più parlare né di monismo né di p. Infatti, il materialismo dialettico nega che si sia comunque un'essenza dell'uomo o di altro, un ordine immutabile, una materia nel senso del materialismo tradizionale. Ogni legge e ogni ente sono il risultato di situazioni storiche, rispondono a un grado del divenire dialettico; e tutto nel futuro potrà essere diverso, non solo negli accidenti, ma nella sostanza. Ora, è esigenza del p., come si è detto, l'unificazione del molteplice, e suo punto di partenza l'ordine delle cose e, in comune con il monismo, la loro unità sostanziale. Pertanto, negata la realtà di un ordine e la sostanzialità, l'evoluzionismo dialettico e materialistico, perduto il concetto di ente, non può dirsi né monista né panteista. Il monismo e il p., spinti a questo punto, si autodistruggono : il materialismo dialettico è l'autocritica del loro punto di partenza, le negazione dell'esigenza che dovrebbe giustificarli e perciò il suo esito ultimo è la distruzione delle premesse.

Il termine "tutto è Dio" non ha più senso quando si ammette l'esistenza soltanto di esseri fisici o di un essere (embrionale o no, indistinto od omogeneo originario che
sia) puramente materiale. Il p., proprio per il significato essenziale del termine, importa si l'unità dell'essere o l'essere uno, ma concepisce questo essere come spirito o ragione, anche se privo di coscienza e impersonale, tanto è vero che fa poi del pensiero e della coscienza (v.) la rivelazione dell'essere a se stesso. Si deve aggiungere che l'Assoluto del p. suscita un sentimento religioso, ammirazione ed amore, sia pure soltanto "intellettuale ", infatti il panteista prova entusiasmo per l'Essere al quale si sente unito, della cui essenza partecipa : il p. è ebrezza del divino immanente (Spinoza). Tutto ciò manca nel monismo naturalistico o materialista, che non può chiamare in alcun modo Dio l'essere puramente materiale (come che sia concepita la materia) anche se attivo e principio di vita, né nutrire per esso un sentimento religioso o amore intellettuale. Pertanto il p. materialistico è un'espressione verbale e senza senso; il "tutto è Dio", proprio del p., non è riducibile, se non perdendo il suo sostanziale significato, all'espressione "tutto è materia ". Oggi, dopo il molto rumore della seconda metà del sec. xix e i primi anni del xx e la larga diffusione che ebbe attraverso la stampa divulgativa atea e pseudoscientifica, il monismo materialista non sembra avere più alcun titolo di serietà anche presso scienziati e filosofi senza interessi religiosi. Tuttavia, oggi più di prima, è molto diffuso tra le masse, attraverso le dottrine marxiste e comuniste, non perché abbia riacquistata una benché minima forza speculativa o consistenza scientifica, ma in quanto si aggancia a problemi pratici di ordine economico-politico-sociale. Certamente è molto più serio e meno grossolanamente acritico il p. vero e proprio, di cui si indicano qui le forme storiche più significative.

Vi è una forma antichissima di p. sempre ricorrente e presente in tutte le epoche e presso tutti i popoli; quel p. prefilosofico, primitivo, proprio di popoli solo agli inizi della speculazione o di nature poetiche e mistiche che si abbandonano al fascino dell'immediato e alla suggestione delle forze vitali ed attive della natura senza mediazione razionale, riflessione concettuale ed elaborazione critica. La Grecia prefilosofica è in questo senso panteista: le forze della natura sono divinizzate, fatte oggetto di culto. Nel politeismo già evoluto di Eschilo, di Sofocle, di Pindaro ecc. la distinzione tra le varie divinità, identificate con le forze naturali, si affievolisce; la molteplicità è gerarchizzata e unificata in un dio supremo (Zeus "testa del mondo "). L'orfismo, con i suoi culti, le sue credenze sull'oltretomba e della metempsicosi, è anch'esso una forma di p. primitivo e tende a cancellare, riducendola ad apparenza, la individualità sostanziale delle persone umane. L'invasato dalla divinità, attraverso l'ispirazione e il rito, si sente così posseduto dal dio da immedesimarsi con lui. L'unità ontologica del tutto, vissuta immediatamente e come sentimento spontaneo, è ancora nella fase dell'intuizione poetica o dell'abbandono mistico. Il senso profondo della natura e della immedesimazione dell'uomo con le sue forze è ebrezza del divino, sentimento vitale di comunione dell'uomo con la divinità e della divinità con l'uomo. Questa forma di p., che non è pensiero riflesso ma esperienza vissuta, trova le sue espressioni più spontanee e turgide o nel primitivismo di popoli non ancora intellettualmente evoluti o in quello di forti temperamenti mistici e poetici, che hanno esuberante il senso della natura e il culto della vita; i mistici tedeschi non cattolici, da un lato, Goethe e quasi tutta la poesia del romanticismo (v.) tedesco dall'altro, alcuni scrittori contemporanei, soprattutto nordamericani, ecc. vibrano di potenti accenti panteistici. E quello che si può chiamare il p. estetico o mistico : culto della "gran madre natura ", che è "bella" anche quando è "orrida ", che è il Dio vivente in tutta la potenza delle sue forze attive, ora perturbatore terrifico (la tempesta, il terremoto ecc.), ora maestoso rasserenatore in una pace infinita e quasi immobile (il cielo stellato, l'orizzonte immenso e limpido da una vetta alpina, ecc.).

La prima matura elaborazione filosofica e dottrinale di questo p., insieme estetico, mistico e profondamente religioso, è l'emunazionismo neoplatonico, una delle forme di p. vero e proprio e precisamente di quello che riconduce la natura a Dio. Esso non parte dal mondo o dai

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In alto a sinistra: VILLA DETTA *LA ROTONDA* ( 1552 ) - Vicenza. In alto a destra: PALAZZO CHIERICATI (1566), ora Museo civico - Vicenza. In basso a sinistra: INTERNO DELLA CHIESA DEL REDENTORE (1577) - Venezia. In basso a destra: INTERNO DEL TEATRO OLIMPICO, proseguito da V. Scamozzi ( 1580 ) - Vicenza.

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In alto a sinistra: PONTE INDIGENO che unisce le isole di Nargana e Cuora di Gesù. In fondo si vede l'isola di Nargana con la cappella e la casa delle
Terziarie francescane della Penitenza - Darien, vicariato apostolico. In alto a destra: UN'ORCHESTRA NELLA MISSIONE DI NARGANA (vicariato apostolico di Darien), istituita dalle Terziarie francescane della Penitenza. In basso a sinistra: PESCA GROSSA A OTOQUE - Darien, vicariato apostolico. In basso a destra: «I BUONI DIAVOLI» che danzano in processione per onorare la Madonna - Darien, vicariato apostolico.

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

A sinistra: UNA PAGINA DEL CODICE BOMBICINO PENTAGLOTTO del sec. xiv, proveniente dall'Egitto: Epistole di a. Paolo in Ida destra a sinistra) etiopico, siriaco, copto-bohairico, arabo, armeno - Milano, Biblioteca Ambrosiana, B 20 inf. A destra: EFISTOLA DI S. PAOLO AI TESSALO. NICESI. Pagina miniata della Bibbia di Borso d'Este (1453-61) opera di Taddeo Crivelli e collaboratori - Modena, Biblioteca Estense.

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![img-13.jpeg](img-13.jpeg)

A sinistra: STATUA LIGNEA DEL SEC. XIII, attribuita alla scuola di Nicola Pisano - Roma, basilica di S. Paolo.
A destra: MARTIRIO DI S. PAOLO. Particolare di destra del Polittico Stefaneschi. Scuola di Giotto (sec. xiv) - Pinacoteca Vaticana.

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suoi elementi primitivi materiali, ma dall'Uno o Assoluto o Sostanza o Io ecc. che identifica con Dio, da cui fa scaturire il mondo o per emanazione (Plotino) o per deduzione necessaria (Spinoza) e per posizione (Fichte), o per movimento dialettico (Hegel) ecc. In tutte queste dottrine il mondo è dissolto in Dio; realmente esiste solo Dio, di cui il mondo è una manifestazione necessaria. Queste varie forme di p. hanno in comune due tesi generali: a) riduzione della molteplicità degli esseri all'unità ontologica di un unico e identico essere, per cui l'essere del mondo, emanante o procedente da Dio, è lo stesso essere di Dio; b) Dio è dunque "incatenato " al mondo, a questo mondo, il solo possibile, che da lui emana eternamente e necessariamente e in lui ritorna per identificarvisi, come le gocce d'acqua che, lasciate temporaneamente sulla spiaggia dal flusso dell'onda, vengono riassorbite da quella successiva. Molto nota ed espressiva l'immagine dell'albero : radici, fusto, rami, foglie, tutto trae vita dallo stesso seme e dalla stessa linfa, che si rinnova perennemente nelle sue manifestazioni ed è sempre identica a se stessa nell'unità della sostanza dal seme ai frutti. Tale immagine è frequente nelle Euneadi (ha avuto grande fortuna nella poesia romantica : Schlegel, Schiller, Novalis, Hölderlin ecc.) : "s'immagini la vita di un albero grandissimo; trascorre (Elduibtes) in esso, pur rimanendo il suo principio immobile senza disperdersi per tutto l'albero, poiché risiede nelle radici" (Eun., III, 8, 10). Per ogni cosa c'è un'unità a cui bisogna risalire : "ogni essere si riconduce all'unità che è prima di esso, finché si arrivi all'Uno assoluto ( $\tau \dot{\varepsilon} \dot{\alpha} \pi \lambda \dot{\varepsilon} \varepsilon \varepsilon$ ? ) che non rimanda ad altro" (ibid.). Evidentemente le affermazioni panteistiche, secondo il grado di identificazione Dio-Mondo, hanno diverse sfumature e maggiore o minore rigidità. Ma la parabola del p. è quasi fatale, richiesta dalla coerenza interna dei suoi presupposti : si parli di emanazione del mondo da Dio o di unione ipostatica di esso con Dio stesso (il mondo sussiste nella personalità divina) o di atto immanente, il mondo è ridotto in fondo a una parvenza o a un'illusione.

Per Plotino (v.) tutto procede per soprabbondanza dall'Uno (che e s semplice e di cui nulla si può predicare: né l'essere, né il pensiero, né la volontà ecc.) in una generazione emanativa (Intelletto, Anima, le cose, la materia o non essere) necessaria ed eterna : "l'Uno è tutte le cose e non alcuna di esse; infatti il principio di tutte le cose non è tutte le cose, ma tutte da lui derivano e a lui ritorneranno" (Eun., V, 21). Pertanto "tutte le cose sono come una vita che si estende in linea retta intera e continua: ognuno dei suoi punti successivi è differente, ma la linea interna è continua; ogni punto è diverso dagli altri, ma l'anteriore non si perde nel punto che segue" (ibid., V, 2, 2). Com'è noto, il neoplatonismo (v.) ha fortemente influenzato il medioevo occidentale, dapprima attraverso c. Agostino (v.) e poi più ancora lo pseudo-Dionigi e il suo commentatore Massimo il confessore (v.) e da ultimo attraverso i pensatori musulmani e giudei (soprattutto Avicebron; v.). L'antichità cristiana (e in special modo Agostino) non ignorò affatto le differenze fondamentali tra cristianesimo (creazione, caduta, redenzione, fine del mondo) e neoplatonismo (emanazione, il nostro è il migliore dei mondi, ritorno delle cose all'Assoluto), né l'ignorarono i neoplatonici cristiani posteriori di retta intenzione ma di dottrina eterodossa, come Scoto Eriugena (v.), che riproduce, attraverso lo pseudo-Dionigi, il pensiero di Proclo (v.) nei termini della dottrina cristiana. In Dio, la a natura quae creat et non creatur", ragione suprema di ogni essere finito che non ha in sé la sua ragione di essere, esiste ogni creatura e perciò, afferma Scoto, Creatore e creatura fanno uno: "Quid si creaturam Creatori adiuaxeris, ita ut nil aliud in ea intelligas, nisi ipsum qui solus vere est, nil enim extra vere essentiale dicitur, quia omnia quae absunt nil aliud sunt in quantum sunt, nisi participatio ipsius, qui a seipso solus per seipsum subsistit: num negabis Creatorem et creaturem unum esse?": De diri. naturae, II, II, f. 528 A-B). Pertanto tutto è in Dio e tutto il reale ha in Dio la sua ragione: "in ipso enim immutabiliter et essentialiter sunt omnia, et ipse est divisio et collectio universalis creaturae, et genus, et species, et totum, et pars, sed haec omnia ex ipso et in ipso et ad
ipsum sunt" (ibid., III, 1, p. 62 I C-D). Scoto dall'affermazione Deus omnia facere (ibid., I, 7a, f. 518 A-B) non esita a passare all'altra: "Deus itaque omnia est, et omnia Deus" (ibid., III, 10, f. 650, C-D), cioè ad affermare che Dio è l'essenza di tutto ciò che crea. E vero che Scoto si sforza (ibid., III, 7, f. 673 C) di distinguere, dentro Dio stesso, come due realtà di Dio, quella che trascende ogni essenza e l'altra che coincide con l'essenza di tutte le cose, ma né questa né altre distinzioni lo salvano dal p., malgrado studiosi cattolici autorevoli siano di diverso parere (M. Cappuyns, E. Gilson). Al massimo si può accedere al giudizio del De Wulf (Storia della filos. mediev., trad. it., I, Firenze 1944, p. 135 sgg.): nel De divisione vi sono testi (numerosissimi) che "hanno un sapore monista accentuato" e altri che stabiliscono non meno nettamente una distinzione tra Dio e il creato".

Altre manifestazioni di p., oltre che nel mondo musulmano e giudaico, si trovano in tutto il medioevo occidentale da David di Dinant e Almarico di Bena ad Eccardo (v.), di cui Giovanni XXII condannò, nel 1329 , 17 proposizioni come eretiche e altre 11 come sospette. Sembra, invece, malgrado alcune affermazioni temerarie, non potersi accusare di p. Niccolò Cusano (v.), il quale mantiene la dualità tra Dio e le creature, rigetta il principio emanazionistico e accetta quello di creazione nel terzo cristiano