di cui Giovanni XXII condannò, nel 1329 , 17 proposizioni come eretiche e altre 11 come sospette. Sembra, invece, malgrado alcune affermazioni temerarie, non potersi accusare di p. Niccolò Cusano (v.), il quale mantiene la dualità tra Dio e le creature, rigetta il principio emanazionistico e accetta quello di creazione nel terzo cristiano. Il p. ebbe una fioritura nel pensiero del Rinascimento : tracce se ne trovano in Pico della Mirandola (v.), nel Cesalpino (v.), in Patrizzi ecc. ed una espressione inequivocabile in G. Bruno (v.), per il quale la Monade delle monadi, in cui i contrari coincidono, manifesta la sua essenza attiva nell'universo infinito ed eterno. Il Bruno mutua dal neoplatonismo l'immagine dell'albero (Della causa, principio et uno, II) e anche se distingue tra la "Mens super omnia " e la "Mens insita omnibus", la sua concezione della Natura come explicatio dell'unità divina, il rapporto necessario tra il mondo (natura naturata) e Dio (natura naturans) ed espressioni come questa : "tutte le cose sono un solo essere", non lasciano dubbi sul suo p. neoplatonizzante. Significativo il seguente passo dello Spaccio de la bestia trionfante (Dial. morali, ed. G. Gentile, Bari 1927, III, 179): "Quel Dio come absoluto, non ha che far con noi; ma per quanto si comunica alli effetti della natura, è più intimo a quelli che la natura istessa; di maniera che, se lui non è la natura stessa, certo è la natura della natura; ed è l'anima dell'anima del mondo, se non è l'anima stessa».
Il p., che in Bruno è più affusione lirica che elaborazione speculativa, trova la sua espressione filosoficamente più alta e ricca d'intensa religiosità nella filosofia dello Spinoza (v.), il cui sistema panteistico è tipico e, come tale, ha un significato universale nella storia del pensiero umano. In esso convergono influenze giudaiche (Avicebron, la Cabala, Chasdai Crescas), della filosofia del Rinascimento (Cusano, Bruno), della mistica tedesca protestante ecc., oltre quella del neoplatonismo antico e di Cartesio. Ma per intendere il p. spinoziano bisogna tenere anche conto di quello che può chiamarsi il "maternatismo" del pensiero moderno. Non è solo una questione di metodo (com'è noto, l'Ethica porta come sottotitolo geometrico more demonstrata) ma di sostanza : per Spinoza, infatti, il rapporto tra Dio e il mondo è d'inerenza logica, analogo a quello tra il triangolo e le sue proprietà; e, in analogia con le matematiche, dare il criterio quantitativo non comporta alcun giudizio di causa e di fine, lo Spinoza esclude ogni causa efficiente e finale nella spiegazione del mondo. Per sostanza egli intende "id quod in se est, et per se concipitur»; per attributo "id quod intellectus de substantia percipit tanquam eiusdem constituens"; per modo "substantiae affectiones, sive id, quod in alio est, per quod etiam concipitur"; per Dio "ens absolute infinitum, hoc est substantiam constantem infinitis attributis, quorum ununquodque aeternam et infinitam essentiam exprimit" (Etb., parte 1*, De Deo, ed. G. Gentile, Bari 1915, p. 3). Spinoza identifica Dio e Sostanza, che consta di infiniti attributi, ciascuno dei quali esprime la sua essenza eterna e infinita e dunque ciascuno è infinito. Ma come la Sostanza non esiste che nei suoi attributi, cosi gli attributi (pensiero ed estensione sono i due che
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noi conosciamo) non esistono che nei loro modi infiniti; percio Dio esiste solo nelle cose come essenza universale di esse e le cose sono in lui come modi della sua essenza. Dio è "natura naturans" in quanto essenza universale del mondo, è natura naturata in quanto totalità delle cose, in cui la sui essenza si realizza. Dio dunque non è diverso dai suoi effetti ed esiste solo nei suoi effetti. Ecco il p. nella sua forma più tipica e perfetta: non creazion: del mondo, ma derivazione necessaria di esso dall'essenza di Dio. La dipendenza del mondo da Dio è non di effetto da causa efficiente, ma di sequenza o di conseguenza, allo stesso modo che dalla definizione del triangolo segue che la somma degli angoli è uguale a due retti. In breve, il rapporto causale è concepito dallo Spinoza come rapporto logico-matematico di principio e conseguenza. Nulla può essere diverso da quello che è : non c'è posto né per il caso né per la libertà. Conoscere questa universale necessità è la beatitudine suprema dell'anima (amor Dei intellectualis).
Lo stesso intellettualismo logico-matematico non risparmia neppur Leibniz (v.), che tanto insiste nel pulemizzare contro lo Spinoza e nel distinguersi da lui, da tendenze panteistiche. L'accusa è tutt'altro che infondata : il determinismo del meglio (Dio non può non creare il migliore dei mondi possibili) e il carattere esclusivamente logico del mondo creato sono significativi. Anche la sua idea di creazione è molto discutibile : "Le sostanze create dipendono da Dio che le conserva e le produce continuamente attraverso un modo di emanazione, come noi produciamo i nostri pensieri" (Discorso di metaf., § 14). Il pensiero illuministico del sec. xviri è tutto intinto di p. che si mescola al deismo (Shaftesbury, Toland, Diderot, Herder, Rousseau; v.). Per Lessing (v.) il mondo è "figlio consustanziale" di Dio. Similmente la letteratura preromantica e romantica tedesca è pressoché tutta panteista, come lo è l'idealismo trascendentale nelle forme di Fichte e di Schelling (v.); ma solo con lo Hegel (v.) il p. trova una nuova espressione originale di grande momento: il p. intellettualistico dello Spinoza si trasforma in p. dialettico.
Hegel, com'è noto, rimprovera a Spinoza di far disparire il mondo e lo accusa di "acosmismo"; reale è soltanto l'unità di Dio-mondo, in cui Dio è la sostanza e il mondo l'accidente. Il torto di Spinoza non è di essere panteista, ma di non aver colto il "carattere positivo della negazione ", di dissolvere il finito nell'infinito, d'affermare l'unità a spese della molteplicità. Invece il dialettismo consente di riconoscere il carattere positivo del negativo, cioè di considerare i termini Dio-mondo nel loro rapporto dialettico, per cui non c'è mondo senza Dio, ma "senza mondo, Dio non è Dio" (Sämtliche Werke, ed. Lasson, XV, p. 184). Creazione del mondo ed espressione eterna del Verbo esprimono uno stesso movimento. "Dio è la verità, la sostanza dell'universo e non semplicemente un "altro" astratto. E dunque lo stesso contenuto; è il mondo divino intellettuale, la vita divina in sé stessa che si sviluppa. Ora, questo circolo - l'attività della sua vita - è la stessa cosa della vita del mondo, tuttavia questa è apparente, quella è eterna... Il Figlio è la verità del mondo finito" (ibid., XII, p. 168). Dio è lo Spirito assoluto, che è : a) l'idea eterna che si sviluppa nel mondo (Padre); b) l'idea giunta alla coscienza (Figlio : tra il mondo e il Figlio o Verbo, identico al Padre, c'è distinzione in quanto il mondo esprime la caduta dell'idea, il momento di ciò che è negato; ibid., XIV, p. 86); c) l'idea che nel mondo si realizza come spirito generale della comunità. E questa per Hegel la religione assoluta, trasformazione speculativa di quella cristiana. Anche lo Hegel si è invano difeso dall'accusa di p. e anche suoi autorevoli interpreti (ad es., Th. Haering, A. Lasson, J. H. Stirling, ecc.) hanno sostenuto infondatamente che la sua filosofia non è affatto panteista. Una simile interpretazione si può giustificare solo in questo senso: dato il dialettismo essenziale per cui l'antinomismo dialettico, essenza del pensiero e del reale, sostituisce i concetti di essere e di sostanza, non si può parlare di p., in quanto vien meno la identità ontologica degli esseri, che è pensabile solo come termine
dialettico (e in cui si nega) della molteplicità. In questo caso, il sistema dello Hegel si può chiamare indifferentemente cosmismo o acosmismo; nell'uno o nell'altro caso quella che egli chiama "vita divina" s'identifica con la storia degli uomini e Dio con lo Stato, in cui la storia trova il suo compimento.
Non occorre insistere su altre forme di p. (Schleiermacher, per il quale Dio non può esistere senza il mondo e il p. è la forma più elevata di religione, Schopenhauer, E. von Hartmann, ecc.) per le quali si rimanda alle voci corrispondenti, né si citerebbe Krause (v.) se il suo mediocre pensiero non avesse avuto influenza in Belgio e soprattutto in Spagna e se non avesse coniato il termine panenteismo, che poi non dice nulla di nuovo: non Dio, di cui abbiamo l'intitito, è nel mondo, ma il mondo in Dio: "tutto in Dio". Per conseguenza la filosofia è la scienza di Dio o dell'Essenza.
Per il p. il mondo s'identifica con Dio, da cui emana o procede; dunque l'essere del mondo è lo stesso essere di Dio. D'altra parte, però, il p. non nega il carattere materiale del mondo, cioè che il mondo sia anche materia o qualcosa che non è spirito, cioè ancora che non è della stessa natura spirituale di Dio. Conseguenza : se si mantiene il principio dell'identità del mondo con Dio, bisogna affermare l'identità dei contrari, che logicamente significa non affermare nulla.
E la difficoltà in cui sembra incorrere il p. dello Spinoza: l'estensione (materia) e il pensiero (spirito) sono due degli attributi dell'unica Sostanza o Dio o Natura. Ma la dualità è anche dentro la Sostanza? In tal caso non c'è un'unica realtà originaria (la Sostanza o Dio), ma due realtà irriducibili all'unità della Sostanza. Se la Sostanza è una, allora materia e spirito s'identificano in Dio e si afferma l'identità dei contrari, cioè si nega la realtà dell'uno e dell'altro. Nel p. non si sa bene dove cominci lo spirito e termini la materia o viceversa. A nulla vale la distinzione tra natura naturans e natura naturata, in quanto ripresenta tale e quale la stessa difficoltà. D'altra parte, Dio non si può concepire senza il mondo, sostiene ancora il p., in quanto senza il mondo sarebbe incosciente: la coscienza, infatti, importa alterità, cioè il distinguersi da qualcosa che è e le si oppone; dunque il mondo è necessario a Dio, il quale si fa, diviene, si rivela a se stesso attraverso il mondo, prende coscienza di sé. Questa tesi, che è tipica anche del p. greco e medievale ed è tipica dell'idealismo trascendentale tedesco, fa che il p. diventi senz'altro ateismo. Un Dio che si fa (il Gott im Werden dello Hegel), che è potenza che passa all'atto (v.), non è Dio, non è uno Spirito infinito, che è Atto puro. Evidentemente qui si nega Dio e si chiama col suo nome un'altra cosa. Infatti, quando il panteista dice che Dio senza il mondo sarebbe incosciente perché la coscienza, per cogliersi, ha bisogno dell'altro da sé, non parla della Coscienza assoluta o di Dio, ma della coscienza finita dell'uomo, che non è puro spirito come Dio, il quale, appunto perché puro spirito, è sempre coscienza in atto e perciò non ha bisogno necessariamente dell'altro per essere tale. Similmente egli è spirito perfetto senza bisogno di diventare tale, di farsi: se si dovesse fare, sarebbe sempre spirito in fieri e perciò mai perfetto. Un Dio che diviene non è mai Dio in nessun momento del suo divenire e dunque non esiste mai come Dio e mai sarà Dio. E come dire: Dio non è. Infine: non si parla di Dio ma di altro quando si argomenta che, se Dio è infinito, non può essere che impersonale: chi dice persona dice limite e finitezza, ma Dio è infinito e senza limiti; dunque Dio è impersonale. Si osserva : a) l'argomento non conclude che Dio sia impersonale; ma che Dio non esiste, in quanto un Dio impersonale non è Dio, ma è un'astruzione (o la natura o l'umanità, ecc.); b) che la promessa è esatta se s'intende la persona finita umana, ma il concetto di persona umana non è l'unico concetto possibile di persona: Dio è persona in maniera diversa da come è persona l'uomo, ma lo è in modo analogo (v. analogia). In altri termini, non si può sostenere in nessun caso,
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perché in contraddizione con il concetto di Dio, che il mondo "aggiunga" qualcosa a Dio stesso. Ma, anche ad assumere per un momento la tesi panteista che il mondo sia necessario a Dio, essa risulta contraddittoria in se stessa. Se il mondo è necessario a Dio, è assurdo dire che Dio esiste per un'apparenza, anzi è assurdo dire che esiste, in quanto, siccome il mondo gli è necessario per esistere, dato che il mondo è un'apparenza, anche Dio, che per esistere ha bisogno del mondo, risulta un'apparenza. Dunque il panteista deve concedere al mondo una sua realtà. Ma non una realtà diversa da quella di Dio, altrimenti vien meno il principio dell'unità dell'essere e con esso l'essenza del p. Dunque a Dio è necessaria per esistere la realtà del mondo, che è la sua stessa realtà : a Dio, dunque, è necessario... Dio stesso per esistere! Inoltre nei sistemi panteistici la libertà umana non si giustifica e non è possibile distinguere tra quel che Dio vuole e quel che permette : bene e male sono divini, Dio ha bisogno del male! Da ultimo il p. sopprime il soprannaturale e la religione (ogni religione vale un'altra e tutte sono espressioni simboliche e inadeguate di una verità inaccessibile) e giustifica come necessarie tutte le rivoluzioni, come tutte le tirannie politiche. Giustamente la Chiesa l'ha condannato in tutti i tempi, nel medioevo come nel secolo scorso. La cost. De fide catholica del 24 apr. 1879 (cap. 1: De Deo rerum omnium creatore) reca la dottrina sancita dalla Chiesa (Denz-U, nn. 1782-83) e sotto lo stesso titolo si legano i cann. 3, 4 e 5 (ibid., nn. 1803-1805), che anatematizzano, senza la più piccola concessione, il p. Anche l'encicl. Posceudi (1907) rileva che le dottrine moderniste sul simbolismo e l'immanenza portano al p .
Bibl.: per gli autori citati, v. alle singole voci; v. inoltre bibl. di REIEGIO; BIO; MONISSIO; ONTOLOGISSIO. Unile consultare le più importanti storie della filosofia e quelle che trattano particolarmente il problema della religione; e ancora i trattati di teodicea (v.) che contengono sovente ottime esposizioni del p. Cf. inoltre: G. Chr. B. Pünjer, Gesch. der christl. Religionsphilos., a voll., Brunowia 1880-83; H. Schwarz, Der Gottesgedanke in der Gesch. der Philos., Berlino 1913; J. Bernhart, Die philos. Mystik des Mittelalters, Monaco 1922; M. Ettlinger, Gesch. der Philos. eon der Romantik bis zur Gegenwart, Kempten 1924. - In particolare: F. Hoffmann, Theismus und Pantheismus, Würzburg 1861; G. M. Schuler, Der Pantheismus, Berlino 1884; C. Ranzoli, Il linguaggio dei filosofi, Padova 1911, pp. 153-74; H. Schwarz, Gott. Tenseits von Theismus u. Pantheismus, 1928; A. Velensin, s. v. in DFC, III, col. 1332 sgg.; F.-A. Schalck, s. v. in DThC, XI, n, coll. 1859-74; A. S. Guden, s. v. in J. Hastings, Encycl. of religion and ethics, IX, pp. 609-20; M. F. Sciacca, Ateismo, in Dio nella ricerca umana, Roma 1930, pp. 603-609. Altro indicazioni in R. Euler, s. v. in Wörterbuch der philos. Begriffe, II, $4^{a}$ ed., Berlino 1929, pp. 374-75. Michele Federico Sciacca
PANTENO. - Eusebio (Hist. eccl., V, 10) racconta che, al tempo di Commodo, P. sarebbe stato capo della scuola per gli studi biblici a Alessandria e che avrebbe preso il suo punto di partenza dalla filosofia stoica (secondo Filippo di Side dalla filosofia pitagorica). Con questa notizia contrasta l'altra che segue ( $10,2$ ): P. sarebbe stato ordinato missionario per i popoli dell'Oriente e mandato fino all'India. La sua missione come "evangelista " apostolico è narrata secondo il concetto generale di Eusebio riguardo agli "evangelisti" (v. Eusebio, op. cit., III, 37, 2). Il loro compito è fra l'altro di trasmettere un Vangelo scritto.
P. però doveva accorgersi che il Vangelo di Matteo, scritto in lettere ebraiche, era già stato diffuso da Bartolomeo in India (ro, 3; v. anche Efrem, Evangelior. concord., ed. Moesinger, Venezia 1876, p. 286). P. sarebbe morto, capo della scuola, dove insegnava oralmente, ma anche con gli scritti (ro, 4) : così si chiude il rapporto di Eusebio. Le tendenze contrastanti fra P. capo della scuola, filosofo ed autore di libri e P. evangelista, esegeta e maestro di un insegnamento orale, si spiegano forse cosi, che la prima rivela la tradizione posteriore alessandrina su P. Non è da sostenere che P. fosse stato capo della famosa scuola, che nei suoi tempi forse non esisteva ancora (cf. J.

(fot. Alivari)
Panvinio, Onofrio - Ritratto di O. P. di Tiziano - Roma, Galleria Colonna.
Munck, Untersuchungen über Klemens von Alexandrien, Stoccarda 1933, p. 185). Si dice generalmente - seguendo una indicazione di Eusebio, Hist. eccl., V, 11, 2, p. 452, 10 sg. ed. Schwartz - che sarebbe stato menzionato, ma senza nominarlo, da Clemente in Strom. I, 11, 2, e si identificherebbe con l'«ape siciliana», così che P. sarebbe stato siciliano di origine. Ma questa identificazione non è né sicura né verosimile. Se P. evangelista si recò in India (forse Arabia meridionale, v. Axum; v. A. Harnack, Mission und Ausbreitung des Christentums, Lipsia 1924, II, p. 698; M. Simon, Verus Israël, Parigi 1948, p. 311), dove trovò il vangelo degli Ebrei (Matteo ebraico), è più probabile che si debba identificare con l'Ebreo di Palestina, che Clemente menziona (Strom., I, 11, 2) fra i suoi maestri e che era probabilmente il veicolo di tradizioni apostoliche che venivano da Giacomo il Giusto (Strom., I, 11, 3); e così si può supporre che P. abbia trasmesso tradizioni locali palestinesi, forse anche con tendenza giudeo-gnostica, a Clemente. Le diverse ipotesi sulla parte che avrebbe avuto P. nell'opera di Clemente (W. Bousset, Jüdisch-christl. Schulbetrieb in Alexandria, Gottinga 1915, e Munck, loc. cit.) non si possono provare. Si può solamente supporre che Clemente abbia trasmesso molte tradizioni esegetiche di P. sotto una citazione dei "presbiteri» nei suoi (in massima parte perduti) Hypotyposis, mentre il nome di P. si trova una volta sola in Eclog. proph., 56, 2. P. è stato uno di questi antichi presbiteri, trasmettitori della tradizione orale apostolica: i «presbiteri» non scrivevano (Bif. proph., 27, 7). L'attribuzione di libri a P. da parte di Eusebio ed altri si spiega forse ammettendo che tradizioni di P., più o meno autentiche, furono pubblicate sotto forma di libri da scolari di P. o aderenti della scuola alessandrina.
Bibl.: Th. Zahn. Forschungen zur Geschichte des neutestam. Kamms, III. Erlangen 1884, p. 136 sg.: A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Literatur, I, Lipsia 1893, pp. 291-98.
Erik Peterson
PANVINIO, ONOFRIO. - Storico erudito, n. a Verona il 23 febbr. 1530, m. a Palermo il 27 aprile 1568. Entrò fra gli Eremitani di a. Agostino nel 1544 dove cambiò in Onofrio il nome di battesimo Giacomo. Il generale Seripando nel
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maggio 1545 lo prese con sé. Nel 1549-50 è a Roma dove scrive : Augustiniani Ordinis chronicon, da s. Agostino sino al 1550 . Qui egli contrasse amicizia con i più illustri studiosi nel campo erudito dell'età sua : con Antonio Agustin, Ottavio Pantagato, Pier Vettori, Achille Maffei, Gentile Delfino, Annibal Caro, Guglielmo Sirlato, Latino Latini e particolarmente col card. Marcello Cervini protettore dell'Ordine.
Nel 1553 ottenne di vivere fuori dell'Ordine e stette alla corte del card. Alessandro Farnese. Con lui nel giugno 1556 lasciò Roma, passò per Venezia e Verona e lo raggiunse a Parma nel sett. Nell'ag. 1559 per Mantova, Verona, Bressanone raggiunse l'imperatore Ferdinando ad Augusta. Saputa la morte di Paolo IV, per Verona ritornò a Roma ai primi di sett. ma non entrò in conclave come conclavista prima della vigilia di Natale. Nel 1568 segul il card. Farnese nel viaggio in Sicilia e mori a Palermo; un monumento nella chiesa di S. Agostino a Roma lo ricorda ai posteri.
Il P. è il vero tipo dell'erudito che intende rifarsi alla più sicura documentazione dell'antichità nel campo sacro e profano radunando materiali ed osservazioni vastissimi. Compilò una raccolta di 3000 iscrizioni, un elenco critico: Romani Pontifices et cardinales S. R. E. ecc. (Venezia 1557); Magistratuum aliquot populi Romani a Romulo rege ad Carolum V (ivi 1557 e 1558); In quinque Fastorum libros commentarii (ivi 1558); Reipublicae Romanorum libri tres (ivi 1558); Romanorum principum libri IIII (Basilea 1558); De comitita imperatoriis liber (ivi 1558). De antiquis Romanorum nominibus (Venezia 1558) dedicato al Caro. A Roma nel 1565 pubblicò Ornatissimi triumphi... uti imperatores Romani triumphaverunt, e nel 1568 uscirono a Colonia: De sacrorum cleri Ordinum libri e De ritu sepeliendi mortuos apud veteres christianos earumque coemeteriis. Restarono manoscritti: De varia Romani Pontificis creatione libri $X$ e numerosi appunti da lui presi studiando e visitando la basiliche e le chiese romane; di essi furono anche pubblicati quelli che riguardano gli edifici del Laterano (cf. Ph. Lauer, Le palais de Latran, Parigi 1911, pp. 410-90). Nel 1562 apparve la sua vita di Paolo IV e dal 1562 al 1568 quella di Pio IV in successive edizioni modificate da lui in relazione ai diversi stati d'animo. De creatione Pii IV papae con la vita del Pontefice si ha anche in Concilii Tridentini, Diariorum, ed. Seb. Merkle, parte II, Friburgo in Br. 1911, pp. 575-601. Sul valore storico di questa biografia cf. Pastor, VII, p. 652 sgg.
BibL.: D. A. Perini, O. P. e le sue opere, Roma 1899; id., Bibliografic augustiniana, III, Firenze 1933, pp. 33-65; G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, ivi 1942, pp. 91-99; G. De Libero, P. O., in Roma, 21 (1943), pp. 98-111; A. Mercati, Documenti dell'Archivio Segreto Vaticano, in Miscellanea Paschini, II, Roma 1949, p. 17 sgg. Pio Paschini
PANZIERA, Ugo. - Francescano, scrittore, n. a Prato, non si conosce l'anno, m. in Tartaria ca. il 1330. Già addottorato in teologia, entrò nell'Ordine dei minori, e, per umiltà, volle rimanere laico. Nel 1307 partì in missione per l'Oriente musulmano; nel 1312 mandò da Pera di Costantinopoli un'Epistola ai fratelli della Compagnia della Croce di Prato; dopo il 1319 scrisse un trattatello contro certi falsi mistici (forse i begardi).
Il P. ha lasciato 6 laudi, 4 pubblicate da C. Guasti (Prato 1861), due da F. Liuzzi, La lauda e i primordi della melodia ital. (Roma 1934, p. 164-72) e 13 operette spirituali (Firenze 1492; Genova 1555). Nelle laudi segue Jacopone per i motivi e per le forme, ma è un Jacopone toscano e trecentesco, dalla strofa rimondata. Nei trattati segue s. Bonaventura. La sua pietà è vigilata da un intelletto analitico e da un equilibrio interiore, che diffida dalle ascensioni come delle passività mistiche. S. Bernardino postillerà il suo Trattato delle spirazioni; altri citerà le sue Epistole combattendo il quietismo. La tornitura di alcune laudi avalla l'autenticità della prosa, nata in volgare, non tradotta dall'originale latino come fu detto:
introspettiva, senza concessioni a immagini o esempi, ma precisa, robusta, segretamente musicale.
BibL.: Wadding, Scriptores, p. 211 ; Sbaralco, I, pp. 383-84; M. da Civcoco, Saggio di bibl. franc., Prato 1879, p. 447; G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica di Terra Santa e dell'Oriente francesc., III, Quaracchi 1919, p. 110; A. Levasti, Mistici del Dve e del Trecento, Milano 1935, pp. 992-93, pp. 273-316.
Maria Stucco
PANZINI, Alfredo. - Scrittore, n. a Senigallia il 31 dic. 1863 , m. a Roma il 10 apr. 1939. Discepolo del Carducci e dell'Acri all'Università di Bologna, fu poi insegnante nelle scuole secondarie, con lunga residenza a Milano. La sua esperienza spirituale fondamentale fu la crisi della cultura umanistica: il vagheggiamento di un mondo esemplare di virtù serene e pacifiche, in contrasto con la realtà pratica dominata dal tornaconto economico e dalla ambizione egoistica: il suo sentimento sospira verso il primo elemento, la sua intelligenza accetta con rassegnazione il secondo, e cerca di dominarlo con sorridente umorismo. Anche verso la religione si rivolge talvolta il suo desiderio, ma senza fiducia in un suo valore trascendente.
Questa esperienza si concreta in una assidua scanzonata meditazione sui fatti della vita, in cui la disinvoltura è spesso ritegno a mostrarsi troppo credente in valori superiori all'esperienza immediata. Tale meditazione è affidata ad un analitico vocabolario (Diccionario moderno) e più spesso a prose narrative di trama esile, spesso piuttosto poetiche e sospese divagazioni che costruzioni vere e proprie di novelle o romanzo. Stilista perfetto di questo stato di sorridente e penosa contemplazione, egli l'esprime anche nella ricerca di una espressione aderente all'uso contemporaneo che tuttavia si rifugia spesso in riecheggiamenti di parole e di cadenas letterarie classiche. Questa ricerca espressiva fa corpo con il suo atteggiarsi di maestro rivolto a far sentire agli scolari l'eterna modernità dei fatti più antichi (Suntippe; Il bacio di Lesbin) : e dal tormento della perplessa vita egli cerca rifugio spesso nel vagheggiamento della passione d'amore sentita insieme come tremito di sogno e come impulso istintivo, invincibile, delle oscure radici della vita. Scrisse anche saggi critici e storici : meno felici questi ultimi. Delle sue opere narrative iniziò la raccolta definitiva e riveduta nel volume Sei romanzi fra due secoli, che fu seguito dopo la sua morte dagli altri due volumi non riveduti: Romanzi d'ambo i sessi; La cicuta, i gigli e le rose. Introduzione preziosa al suo fondamentale stato d'animo sono gli scritti giovanili raccolti poi col titolo: Per amore di Biancofiore (Firenze 1948).
BibL.: opere critiche d'insieme, con bibl.: G. Mormino, A. P. nella vita e nelle opere, $2^{\text {a }}$ ed., Milano 1937; G. Baldini, A. P., Brescia 1941.
PANZIROLI, Guido. - Giureconsulto, n. a Reggio Emilia il 17 apr. 1523, m. a Padova il 17 maggio 1599 .
Iniziato allo studio del diritto da suo padre Alberto, seguì all'Università di Ferrara le lezioni di Prospero Pasetti e di Ippolito Riminaldi; successivamente fu alla scuola dell'Alciati a Pavia, a Bologna e infine a Padova ove nel 1547 ebbe l'incarico della «seconda scuola straordinaria di Istituzioni». Nel 1554, conseguita la laurea, fu promosso alla prima cattedra ordinaria di istituzioni e due anni dopo alla «seconda ordinaria di diritto civile» che tenne fino al 1570 . Motto a Torino Simone Cravetta, il duca Emanuele Filiberto lo chiamò alla prima cattedra ordinaria di leggi civili; ammalatosi agli occhi, tornò a Padova ( 1582 ) ove tenne la prima cattedra di diritto civile ed ebbe come discepolo s. Francesco di Sales. Qui restò fino alla morte, avendo rifiutato l'invito di Gregorio XIV e di Clemente VIII di trasferirsi a Roma.
Fra le molte sue opere le principali sono: Notitia dignitatum utriusque imperii cum commentariis (Venezia 1593, Lione 1608, Ginevra 1623) e De claris legum in-
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terpretibus libri IV (Venezia 1637, Francoforte 1721) nelle quali sono contenute numerose notizie sui giureconsulti romani e sui civilisti e canonisti medievali.
Biel.: G. Tiraboschi, Biblioteca modenese, IV, Modena 1783, pp. 4-20; B. Brugi, s. v. in Enc. Ital., XXVI, pp. 174. Augusto Moreschini
PANZUTI, Biagio. - Teologo redentorista, n. ad Aicta (Cosenza) il 2: ott. 1773, m. a Napoli l'8 maggio 1846. Religioso nel 1792, insegnò con successo teologia agli alunni della sua Congregazione di cui divenne consultore e procuratore generale.
Il P., ricercato predicatore di esercizi spirituali, pubblicò alcuni scritti oratòri sulla Madonna, s. Alfonso e sul clero; si dedicò più intensamente agli studi della morale alfonsiana, divenendone efficace divulgatore. Oltre alle Sacrae theologicae speculativae institutiones ( 6 voll., Napoli 1828-31), l'opera sua classica, alla quale s'ispiravono altri trattatisti, è la Theologia marellis B. Alphonsi M. de Ligorio in institutiones redacta ad usum studiosae inventutis ipsius praesertium Congregationis (4 voll., ivi 1824) : questa prima sistemazione della dottrina alfonsiana rese il P. noto in Europa anche a causa delle polemiche sorte tra i teologi italiani. Nel 1825 il ministro degli Affari ecclesiastici esortava in una circolare i vescovi del Regno delle Due Sicilie ad adottare queste istituzioni nei seminari, mentre alcuni rigoristi le denunziavano al re come - lasse ed erronee -. Né cessarono le controversie dopo il parere favorevole dato il 13 febbr. 1826 da 4 revisori romani (Ventura, Zecchinelli, Orioli e Santini). Un mese dopo, su richesta del nunzio e del cardinale arcivescovo di Napoli, furono esaminate dalla S. Congregazione dell'Indice, che le dichiarò concordi con gli insegnamenti di s. Alfonso.
Nel 1842 pubblicò due notevoli volumi di casistica, secondo il pensiero di s. Alfonso.
Bibl.: Arch. provinc. napoletano (Pagani), Diario inedito del rev.ma p. C. Carle: 18:4-31; E. Lomonaco, Biografia del p.d. B. P. del S.ma Redentore, Messina 1846; Maroni, LVI, p. 706; LXXIV, p. 47; M. De Meulemeester, Biographie genérale des fericains rédemptoristes, II, Lovanio 1935, pp. 302; O. Gregorio, Dal diario inedito del rev.ma p. Carle, in S. Alfonso, in 940, p. 210 sg.
Oreste Gregorio
PAOKING, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Nella parte sud-occidentale della provincia civile del Hunan, nella Cina centrale.
Fu enctta in prefettura apostolica il 9 febbr. 1938 con 9 sottoprefetture civili smembrate dalla missione di Yungchow e affidata ai Frati Minori, che vi mandavano padri ungheresi della provincia regolare di S. Giovanni da Capestrano.
Ha una estensione di 60.000 kmq . Al 30 giugno 1948, su una popolazione totale di ca. 4.000 .000 ab., i cattolici erano 1581 e i catecumeni 676 . Vi lavoravano 6 padri e 3 fratelli laici francescani ungheresi. Il personale ausiliario contava 3 suore ungheresi, 7 catechisti, 1 maestro, 2 medici e 15 infermieri. Le stazioni missionarie primarie erano 3, le secondarie 21. Le opere consistevano in 3 ospedali, 3 dispensari e 2 orfanotrofi. Le scuole erano solamente 2 di grado elementare.
Gli inizi dell'evangelizzazione sono recenti : dal 1928 vi lavorarono alcuni padri francescani della provincia del S. Nome, negli Stati Uniti d'America, i quali nel 1930 passarono il territorio ai confratelli ungheresi. All'arrivo di questi ultimi esistevano due sole cristianità : una a P. con oltre 200 fedeli e l'altra a Sinwha con poco più di 100 .
Bibl.: AAS, 30 (1938), pp. 345-326; MC, 1950, p. 369: Archivio S. Congr. de Prop. Fide, Relazione P., 1948.
Adamo Pucci
PAOLA ROMANA, santa. - N. a Roma il 5 maggio 347 da famiglia patrizia cristiana. Intorno ai 15 anni sposò 'Tossozio, pagano, ma tollerante, da cui ebbe 5 figli : Blesilla, Paolina, Eustochio, Rufina, Tossozio. Sebbene di animo pio e misericordioso, P. indulgeva al lusso di una vita signorile. A 31 anni,
rimasta vedova, si sentì mossa ad aderire all'ideale ascetico di Marcella (v.). Eustochio seguì la madre e divenne affezionata discepola di Marcella.
La casa di P. così raccolse una famiglia di donne, amiche, serve e clienti di lei, legate dal proposito santo che, embrione di voti monacali, era considerato allora la sublimazione di quelli battesimali. S. Girolamo, ritornato a Roma nel 382 e rimastovi sino alla morte di papa Damaso, diviene come il padre spirituale e maestro di S. Scrittura del cenobio di Marcella. Alle mirabili lezioni di lui partecipava anche P., che a quella scuola, appreso l'ebraico, si distinse per i suoi progressi nella scienza biblica. La figlia di P., Blesilla, vedova dopo appena 7 mesi di matrimonio, dopo molte tergiversazioni ai converti all'ideale di sua madre, e l'intensità della sua vita penitente affrettò la sua morte (nov. 384), seguita poco dopo da quella del papa Damaso. Girolamo vede crescere contro di sé l'onda del malcontento popolare e del clero romano, che egli aveva criticato specialmente nella lettera XXI ad Eustochium, e nell'ag. 385 parte per l'Oriente.
P. a quella partenza sentì crescere l'aspirazione di trascorrere il rimanente della sua vita nella Terra Santa e fondarvi un cenobio. Con molto dolore lasciò i suoi (Paolina era sposata con Pammachio, Rufina era prossima a nozze, Tossozio, piccolo ancora, fu affidato a Paolina) e con Eustochio salpò (autunno 385) per Salamina, dove fu ospite di Epifanio. Di là passò ad Antiochia, ospite di Paolino. Da Antiochia, sebbene d'inverno, parte con Girolamo per Gerusalemme, visita la Palestina. Nella primavera successiva si recano nell'Egitto, dove, ad Alessandria, prendono parte alle lezioni di Didimo il Cieco. Si prosegue il viaggio per il deserto della Nitria e di Arsenoe per avere contatti ed esperienze con il grande monachismo. Ritornata in Terra Santa, P. nell'estate fissa stabile dimora a Betlemme. Là sorgono a sue spese tre edifizi : uno come ospizio per i pellegrini, l'altro il cenobio per s. Girolamo e compagni, il terzo per P. stessa e le sue religiose. Era quest'ultimo dedicato a s. Caterina di Alessandria, protetto da un muro di cinta e da una torre.
Le religiose, secondo il sistema pacomiano, erano divise in tre gruppi secondo il ceto sociale - nobili, schiave, condizione media - con proprie case e superiore; si ritrovavano insieme nella comune cappella. Le loro occupazioni erano la confezione delle vesti personali e per i poveri, la preghiera liturgica (mattutino, terza, sesta, nona, vespero) e lo studio della S. Scrittura.
La vita nel cenobio di P. era severa : non mai carne né vino, se non alle ammalate; a tutte lo stesso abito di lana; di lino solo gli asciugamani. P. sapendo temperare romanamente severità e dolcezza attraoe a sé religiose da ogni parte dell'Impero. Preceduta dalla morte di tutti i suoi figli, tranne Eustochio, avvenne la sua : il 26 genn. 404. Aveva allora 56 anni. Fu sepolta accanto alla S. Grotta della Natività. Le successero nell'amministrazione del monastero Eustochio e poi la nipote Paola, figlia di Tossozio e di Leta. La sua festa è il 26 genn.
Bial.: Acta SS. Ianuarii, III, Parigi 1863, pp. 326-37: F. Cavallera, St Jérôme, Lovanio 1925, passim; F. Lagrange, Histoire de ste Paole, Parigi 1931; G. Del Ton, S. P. R. Milano 1950.
Giuseppe Del Ton
PAOLI, Angelo, venerabile. - Carmelitano, n. in Argigliano nel 1642, m. a Roma nel 1720. A 18 anni vestì l'abito a Fivizzano e compì gli studi nei conventi di Siena, Pisa e Firenze. Disimpegnò lodevolmente il ministero sacerdotale in diversi conventi della provincia di Toscana (dove fu anche maestro dei novizi) finché, nel 1687, fu dal generale Paolo di S. Ignazio assegnato al convento di S. Martino ai Monti a Roma, dove rimase fino alla morte. Fama di santità lo circondò in vita, particolarmente per lo
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(fol. Allinori)
Paoli, Pasquale - Ritratto, dipinto di R. Cosway. Firenze, Galleria degli Uffizi.
spirito d'orazione e di penitenza, per le visite agli ospedali e l'elargizione di elemosine; perciò dopo la morte fu introdotto il processo di beatificazione. Nel 1781 le sue virtù furono dichiarate eroiche da Pio VI.
Frutto della sua carità fu la fondazione di un ospedale per convalescenti bisognosi presso S. Giovanni in Laterano. Fece chiudere il Colosseo per sottrarlo alle profanazioni di cui era oggetto.
Bibl: P. T. Cacciari, Della vita, viriù e doni soprannaturali del... p. A. P., Roma 1756.
Bartolomeo M. Xiberta
PAOLI, Pasquale. - Patriota còrso, n. a La Stretta di Morosaglia il 26 apr. 1725, m. a Londra il 5 febbr. 1807. A quattordici anni, domata la rivolta isolana contro la Repubblica di Genova, seguì il padre, Giacinto, in esilio a Napoli, ove frequentò le scuole dei più rinomati maestri. Nel 1741 entrò nell'esercito borbonico nel reggimento "Corsica", formato quasi tutto da Còrsi. Si mantenne sempre in contatto con i maggiorenti còrsi, finché, eletto capo supremo della nazione, ritornò nell'Isola e riprese la lotta contro il governo genovese, togliendogli a poco a poco tutte le regioni interne sino a ridurlo ai punti fortificati della costa. Poi fece approvare dalla Consulta nazionale tutto un corpo di leggi degne di un popolo libero, promosse l'agricoltura, fondò l'Università di Corte, chiamando ad insegnarvi maestri, tutti còrsi, di provato valore, appartenenti ad Ordini religiosi.
Nel 1760, continuando la guerra con la Repubblica genovese e perdurando i disordini nella disciplina ecclesiastica, il P. domandò a Clemente XIII un visitatore apostolico; e questi venne inviato nella persona di mora. Crescenzio De Angelis, vescovo di Segni. Il governo ge-
novese pose una taglia sulla persona dell'inviato pontificio, ma senza risultato. Nel 1767 il P. accordò larga ospitalità, nell'Isola, ai Gesuiti espulsi dalla Spagna e dall'America.
L'anno successivo Genova cedeva il possesso della Corsica alla Francia; il P. protestò e per un anno ca. tenne testa al più potente nemico; ma dopo la rotta di Ponte Nuovo (io maggio 1769) dovette arrendersi e rifugiarsi a Londra. Nel 1790, all'inizio della Rivoluzione Francese, poté rientrare in patria e fu nominato presidente dell'amministrazione dipartimentale. Nei primi due anni seguì le dirertive del governo di Parigi; ma poi non potendo, in coscienza, consentire agli eccessi del Partito giacobino e della Convenzione nazionale, fu sospeso dalle sue funzioni e invitato a discolparsi dinanzi l'Assemblea. Organizzò invece un nuovo governo locale e chiese aiuto e protezione al governo britannico, offrendo a re Giorgio la sovranità dell'Isola. Non avendo ottenuto per sé la carica sperata di viceré, deluso, parli, per l'ultimo esilio a Londra, ove visse da tutti stimato ed onorato.
Bibl.: F. Cambiagi, Istoria del Regno di Corsica, IV, Firenze 1772; A. Arrighi, Histoire de P. P., ou la dernicre guerre de l'indépendance (1735-1807), 2 voll., Parigi 1843; L. Campi, P. P. défenseur de l'indépendance corse, ivi 1875; L. Ravenna, P. P., Firenze 1927; I. Riniori, I vescovi della Corsica, Livorno 1934 (particolarmente i capp. 12-13: Politica e religione a tempo del generale P. P.); E. Rota, P. P., Torino 1941. Per più ampie notizie, cf.: C. Starace, Bibliografia della Corsica, Milano 1943, nn. 3663-5512 e passim.
Ersilio Michel
PAOLINO, patriarca d'Aquileia, santo. - N. nel Ducato longobardo del Friuli nella prima metà del sec. viII, m. a Cividale l'i i genn. 802. Quale artis grammaticae magister, conoscitore di Virgilio e di Ovidio, di Sedulio e Boezio, fu da Carlomagno, dopo il 774, chiamato alla Scuola palatina in Francia e si legò in amicizia con Aleuino e gli altri di quel gruppo. Da Ivrea Carlo il 17 giugno 776 gli fece donazione di beni confiscati a Longobardi ribelli, e lo nominò nel 787 patriarca d'Aquileia; P. ebbe gran parte negli avvenimenti di quegli anni, anzitutto nella lotta contro gli errori adozianisti di Elipando di Toledo e di Felice di Urgel.
Partecipò infatti al Concilio di Ratisbona (792) ed a quello più solenne di Francoforte del 794, per il quale scrisse il Libellus sacrayllobus contra Elipandum; ad invito di Carlo scrisse nel 799-800 i Libri III contra Felicem (di essi presentò un nuovo ordine dom A. Wilmart nel suo L'ordre des parties dans le traité de Paulin d'Aquilée contre Felix d'Urgel, in The Journal of theological studies, 39 [1938], n. 153, pp. 22-37). Un Liber exhortatorius di impronta ascetica indirizzò all'amico Erico duca del Friuli. Quale conclusione delle guerre di Carlo contro gli Avari degli anni 791-98, P. partecipò con Arnone (v.), arcivescovo di Salisburgo, alla Conferenza sul Danubio per provvedere alla conversione di quelle genti. Poi nell'autunno 796 tenne a Cividale un concilio provinciale in cui propose una spiegazione del Simbolo, trattò della questione del Filioque ed emanò 14 importanti canoni di riforma. P. sfoggia volentieri gli artifici retorici delle scuole d'allora con lingua affettata, immagini e frasi magniloquenti; conobbe la metrica classica e ne usò, sia pure con frequenti licenze. Verso il 798 compilò una

(da C. Cucchilli, I monumenti del Friuli dal sec. IV all'21. I. Milano 1933, inv. 204) Paolino, patriarca d'Aquileia, santo - Trammento dell'iscrizione sepolcrale di P. - Cividale, Duomo.
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(per cortesia della Soprintendencia ai Mammonii). Paolino, patriarca d'Aquileia, santo - S. P. (a destra), Particalare della pala d'argento dorato, donata dal patriarca Pellegrino II (1193-1204) - Cividale, Duomo.
Regula fidei in 151 esametri ed Alcuino fa cenno di opere poetiche da lui inviategli; sono noti i due ritmi sulle rovine di Aquileia ed in morte di Erico. Walafrido Strabone (m. nell'849) riferisce che P. "spesso e soprattutto nelle Messe private, al momento dell'immolazione dei Sacramenti abbia fatto cantare inni composti da lui o da altri" (PL 114, 954) e lo stesso P. ne fa cenno nel can. VI del Concilio forsgiuliense; ma quanto viene a lui attribuito in questo campo è ancora controverso; più sicuri sono l'inno sul Natale ed i versi su Lazzaro; di alto valore poetico l'inno sulla Risurrezione, lodato dal Carducci.
Opere: PL 114, 100. Per i versi cf. E. Dummler, in MGH, Poétue lut. aevi Carol., I, pp. 123 sgg.; K. Strecker, ibid., IV, p. 462; A. Wilmart, L'hymue de Paulin sur Lazzare dans un manuscrit d'Autun, in Rev. bénédictine, 34 (1922), pp. 27-45, che gli attribuisce anche i verosi de Jacob et Joseph; K. Strecker, Der Lazarus rythmus des P. v. A., in Neues Archiv ecc., 47 (1927), pp. 143-58.
Bibl.: C. Giannoni, Paulinus II. patriarch von Aquileia, Vienna 1896; G. Eilero, S. P. d'A., Cividale 1901. Miscellanea di studi storici e ricerche critiche, ricorrendo l'XI centenario della morte di P., Milano 1905; P. Paschini, S. P. patriarca e la Chiesa Aquileiese alla fine del sec. VIII, Udine 1906; Manitius, I, pp. $368-70$.
PaoLINO, vescovo di Béziers. - Occupò la sede di questa città nel primo quarto del sec. v (cf. L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1907, p. 309); è probabilmente l'autore di un epigramma in 1 ro esametri, abbastanza regolari e di ispirazione personale, scritti verso il 408 , nel tempo che la Gallia meridionale veniva invasa dai Vandali e dagli Alani.
Bibl.: C. Schenkl, Poêtac christ. minores. in CSEL, io, I. Vienna 1888, pp. 499-508; Hurter, I, col. 440; Merieca, III, pp. 38-40; P. Courcelle, Hist. littée, des grandes invasions germaniques, Parigi 1948, p. 65 sgg.
Cirillo Vogel
PAOLINO, vescovo di Nola, santo. - Meropio Ponzio P., n. a Bordeaux da illustre famiglia romana
c cristiana nel 352 , m. a Nola il 22 giugno 431. Compì gli studi di retorica a Bordeaux sotto insigni maestri, tra i quali il poeta Ausonio, a cui rimase legato da affettuosa amicizia. Per le sue doti di ingegno, le grandi ricchezze e le numerose protezioni, percorse con fortuna la carriera politica: fu console nel 378 e governatore della Campania nel 379.
Ma P. era tratto, come Prudenzio, piuttosto alla vita contemplativa e a dare al suo cuore un conforto per il senso vivo che ebbe della fugacità della vita e della inutilità delle cose terrene. Egli perciò distribuì il suo vasto patrimonio ai poveri e visse nella preghiera e nella penitenza, in casta unione con la moglie Terasia, dapprima in Spagna e poi a Nola, presso la tomba del suo protettore s. Felice, a cui fece innalzare, con il resto del suo patrimonio, una basilica. Abbandonò anche, con vivo disappunto di Ausonio che aveva riposto nel giovane discepolo molte speranze, ogni profana attività letteraria per rivolgere la sua musa all'unico scopo della sua vita: la celebrazione del cristianesimo. Vescovo nel 409, esplicò con sommo zelo il suo apostolato fino alla morte.
P. occupa un posto di notevole importanza nella storia della poesia cristiana antica, perché contribuì all'assimilazione della letteratura classica, portata a compimento nel sec. v. anche per opera di quei poeti che, come P., vedevano in essa solo un nemico da combattere.
Avverso ormai all'arte dei retori e alle finzioni dei poeti, che "riempiono il cuore di cose vane e bugiarde", volle dare come contenuto alla poesia "la verità ", cioè la ricerca di Dio, e come scopo si prefiose di "ammastrate i cuori degli uomini con la dolcezza ", armonizzando la propria arte con la parola di Dio "unico arbitro e modellatore di ogni armonia ".
Nonostante gli errori teorici, dovuti soprattutto all'antico pregiudizio che separava la forma dal contenuto, P. occupa un posto assai notevole quale poeta cristiano: la sua nativa, semplice religiosità, la sua incantata fede nel soprannaturale, i suoi trepidi abbandoni a Cristo nella paura dell'oltretomba, il suo alto spirito di amore e di carità, dànno ai suoi versi una fluida e limpida intimità, che manca perfino al più grande dei poeti dell'antica latinità cristiana.
Le cinquanta lettere, unica documentazione dell'attività di P. prosatore, destano vivo interesse storico, inviate come sono per lo più ad insigni personaggi "uali Agostino, Martino di Tours, Sulpicio Severo, ecc., e ricche di notizie sulla vita religiosa e liturgica del tempo, ma non reggono al confronto della prosa cristiana che, con Girolamo ed Agostino, dava così luminosi esempi.
La conversione, nonostante le preoccupazioni teoriche, ha reso più coerente e più caldo il mondo di P.: di questo i Carmina natalicia, che il poeta compose a partire dal 395 per celebrare il 14 genn., anniversario della morte di s. Felice, sono opere di fresca e fluida poesia. Furono scritti uno ogni anno, e dovettero quindi essere di più dei 14 che si posseggono (l'ultimo di essi, secondo il Fabre, risale al 409), poiché P. continuò fino alla morte, avvenuta nel 431 , a celebrare ogni anno la vita e i prodigi del Santo, lo splendore della Basilica da lui stesso innalzata, il grande concorso di popolo festante.
Opera varia, ricca di motivi complessi, riporta l'eco di vicende tristi e liete che si svolsero in Italia alla fine del sec. Iv e all'inizio del sec. v. Giunge in essa fra l'altro l'eco paurosa dell'avvicinarsi del Goti e di Alarico, e la fiducia grande che il vescovo ripose nel suo Santo, che avrebbe certamente salvato l'Italia dagli invasori, e che avrebbe ottenuto da Dio, cosi com'era narrato nell'Antico Testamento, "di fermare il sole e la luna" per dar modo ai Romani di compiere la propria vittoria.
Quanto agii altri Carmina, bontà e dolcezza dominano nel X e XI, rivolti nel 410 al maestro Ausonio, occorato per l'abbandono del discepolo. Cristo - scrive P. - non rompe gli affetti, ma li rende più sacri, poiché tutti i valori umani acquistano in Cristo una profondità ignota
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al mondo pagano. Si pone fra i migliori carmi il Propempticon (carme 17), rivolto al vescovo di Remesiana, che era venuto sulla tomba di s. Felice dalla remota Serbia: le strofe saffiche si piegano a cantare con composta fluidità, raramente offuscata da impacci, l'intima dolcezza dei sentimenti di P.
Anche nell'epitalamio per le nozze di Giuliano e Tizia (carma 15), P. riesce a cristianizzare, senza far sentire il peso degli artifici, l'antico genere pagano, sostituendo, con naturale spontaneità, agli antichi dèi protettori delle nozze, a Cupido, a Giunone ed a Venere, Cristo, che ha trasformato il vincolo coniugale in una pudica fonte di pietà e di consolante pace spirituale.
BibL.: opere: PL. 61, 153-710; CSEL, 29-30, ed. G. de Hartel. Biografie: Acta SS. Junii, V. Parigi 1867, 167-204; A. Buse, Paulin, Bischof von Nola und seine Zeit (350-450), 2 voll., Ratisbona 1856; F. Lagrange, Histoire de st Paulin de Nole, $2^{\mathrm{a}}$ ed., 2 voll., ivi 1882; A. Baudrillart, St Paulin, évêque de Nole (353-431), Parigi 1905. Studi: A. Puech, De Paulini Nolani Ausonitque epistolarum commercio et communibus studiis, ivi 1887; W. Hartel, Patristiche Studien, VI: Zu den gedichten des hl. Paulinus v. Nola, Vienna 1895; Fr. Leo, Zum Briefwechsel des Ausonius und Paulinus, in Nachrichten v. d. königl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, 1896, pp. 233-64; W. Hartel, Zum Briefwechsel des Ausonius und Paulinus, Vienna 1897; L. Villani, Osservazioni intorno alle epistole scambiate tra Ausonio e P. Nolana durante la dimora di questo in Ispagna, Vervelli 1902; M. Philipp, Zum Sprachgebrauch des Paulinus von Nola, Erlangen 1904; P. De Labriolle, Un épisode de la fin du paganisme. La correspondance d'Ausone et de Paulin de Nole, Parigi 1910; F. Jacqcr, Das antike Propempticon und das 17. Gedicht des Paulinus von Nola, Monaco 1913; P. L. Kraus, Das poetische Sprache des Paulinus Nolanns, Augusta 1918; C. Weymann, Paulinus Nolanus und Ambrosius, in Münchner Museum, 3 (1923-24), p. 167 sgg.; id., Paulinus Nolanus und Cyprion, ibid., pp. 284-86; L. Villani, Sur l'ordre des lettres échangées par Ausone et Paulin de Nole, in Rev. des études anciennes, 29 (1927), pp. 25-44; V. Iodice, Profilo storico ed estetico di s. P., Roma 1931; A. H. Chase, The metrical lives of st. Martin of Tours by Paulinus and Fortunatus, in Harvard studies of classical philology, 1932, pp. 31-76; A. Huemer, De Poulii Menopii Paulini Nolani re metrica, in Eranos, 1934, pp. 98-130; A. P. Muss, De Briefwisseling van Paulinus v. Nola en Augustinus, Hilversum 1941; P. Courcelle, Paulin de Nole et st Yérôme, in Revue des études latines, 25 (1947), pp. 250-80; id., in Vigiliae Chr., I (1947), p. 183 sg. (19 versi del carme 4 sono di Paulino di Pella); P. Fabre, Essai sur la chronologie de l'oeuvre de st Paulin de Nole, Parigi 1948.
Emanuele Rapisarda
PAOLINO di Pella. - Poeta cristiano, nipote probabilmente del poeta Ausonio, n. nel 376 a Pella in Macedonia, m. poco dopo il 460 nella Francia meridionale.
Dall'età di tre anni visse a Bordeaux. Dopo aver subito grandi rovesci di fortuna in seguito all'invasione del 406 e al saccheggio della sua città da parte dei Goti nel 412 , si convertì nel 421 . Compose a 83 anni ( 459 ) un poema autobiografico: Eucharisticos Deo sub ephemeridis meae textu, nel quale esprime la sua riconoscenza a Dio in 616 esametri, molto semplici, pieni di reminiscenze di Virgilio, Ausonio, Paolino di Nola, Mario Vittore; documento interessante di un'epoca movimentata, che permette di capire lo stato della società cristiana sul declinare dell'Impero d'Occidente.
BibL.: W. Brandes, in CSEL, 16, 1, pp. 263-334; id., Zu Paulinus von Pella, in Zeitschr. für d.