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e esprime la sua riconoscenza a Dio in 616 esametri, molto semplici, pieni di reminiscenze di Virgilio, Ausonio, Paolino di Nola, Mario Vittore; documento interessante di un'epoca movimentata, che permette di capire lo stato della società cristiana sul declinare dell'Impero d'Occidente.

BibL.: W. Brandes, in CSEL, 16, 1, pp. 263-334; id., Zu Paulinus von Pella, in Zeitschr. für d. österr. Gymm., 31 (1880), pp. 248-51; 32 (1881), pp. 321-30; G. Rocafort, De Paulini Pallavi vita et carmine, Bordeaux 1890; id., Un type gallo-romain, Paulin de Pella, Parigi 1896; Moricez, III, pp. 6877; P. Courcelle, Un nouveau poème de Paulin de Pella, in Vigiliae christianae, I (1947), p. 101 sgg.; id., Hist. litter. des grandes invasions germaniquer, Parigi 1948, p. 69 sgg. Ermanno Vogel

PAOLINO di Périgueux (Petricordia). - Scrisse verso il 470 , invitato dall'arcivescovo Perpetuo, una Vita di s. Martino in esametri.

I primi 3 libri si basano sulla Vita s. Martini di Sulpicio Severo, il IV e V I. dipendono dai due dialoghi dello stesso autore, mentre il VI l. versifica una collezione di miracoli di s. Martino, raccolta dall'arcivescovo Perpetuo di Tours. Per la nuova basilica del santo di Tours, costruita da Perpetuo, P. scrisse una iscrizione metrica. Inoltre i $\times$ Versus Paulini de visitatione nipotuli sui $x$ rac-
contano un nuovo miracolo di Martino. Stilisticamente P. è influenzato da Virgilio, Ovidio, Catullo (v. C. Weyman, Beiträge zur Geschichte der christlich-lateinischen Poesie, Monaco 1926, p. 140 sg.), Giovenco e Sedulio.

BibL.: ed. di M. Patschening in CSEL, 16, p. 1 sg., Studi : A. Huber, Die poetische Beschreibung der Vita s. Martini des Sulpicius Severus durch P. v. P., Kempten 1901; J. Chase, in Harv. Stud. for Class. Philol., 1932, p. 31 sg.; v. anche P. Courcelle, Histoire littéraire des grandes invasions germaniques, Parigi 1948, pp. 142 e 233 sg., nota.

Erik Petersen
PAOLINO di San Bartolomeo. - Al secolo Filippo Weszdin, carmelitano scalzo, missionario e orientalista, n. il 25 apr. 1748 in Hof an der Leitha (Austria inferiore), m. a Roma il 7 febbr. 1806. Nel 1776-89 lavorò nella missione del Malabar come missionario, poi come rettore del seminario per il clero indigeno, quindi come vicario generale del vescovo e visitatore apostolico, e si acquistò tanta conoscenza delle lingue, dei costumi e delle opinioni religione di quei popoli, che per le sue opere su queste materie, specialmente per la sua grammatica della lingua sanscrita (la prima pubblicata da un europeo) venne in fama di vero pioniere nel far conoscere l'India all'Europa. Richiamato a Roma (1790) per attendere alla stampa di libri malabarici, fu professore di lingue orientali nel Seminario delle missioni (1790), prefetto del Collegio urbano di Propaganda Fide, quindi rettore del suddetto Seminario (1803).

Le sue opere principali sono: Systema Brahmanicum liturgicum mythologicum civile (ivi 1791); Alphabetic Indica (ivi 1791); Centum adagio Malabarica cum tectu originali et versione latina (ivi 1791); Examen historico-criticum codicum Indicorum Bibliothecar S. Congr. de Prop. Fide (ivi 1792); Musei Borgiani Vellinis codices manuscripti Avenses, Peguani, Siamici, Malabarici.... (ivi 1793); Muntographia Musei Obiciomi (ivi 1799); Mommenti indici del Museo Naniano illustrati (ivi 1799); Vydcarana, seu locupletissima Samscridamicae linguae institutio (ivi 1804); Vitae synopsis Stephani Borgiae, S. R. E. cardinali:.... (ivi 1805).

BibL.: G. Barone, Vita, precursori e opere di p. Paolino, Napoli 1888; E. Terza, La vita del p. Paolino, Venezia 1888; L. Wetzl, Der österreichische Karmelit Paulinus a S. Bartholomäa, Vienna 1936; Ambrogio da S. Trevizi, Bio-Biblioge. missionaria O.C.D., Roma 1941, n. 665 sgg.; id., Nomenclator missionariorum C. D., ivi 1944, pp. 289-91.

Ambrogio di Santa Teresa
PAOLINO, vescovo di Treviri, santo. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 31 ag.

Successe a Massimino nella cattedra di Treviri nel 349. Partecipò al Concilio di Arles del 353, donde, per non aver voluto sottoscrivere la condanna di s. Atanasio, da Costanzo II fu relegato nella Frigia; ivi morì nel 358 in seguito ai maltrattamenti subiti da parte degli ariani. Il suo corpo fu portato a Treviri nel 390 , ed in suo onore fu edificata una chiesa. Tenace assertore della fede nicena, è ricordato con parole di elogio da s. Atanasio, s. Ilario e Sulpicio Severo. La biografia, scritta nel sec. x, in molti punti è alquanto favolosa.

BibL.: s. Ilario, Contra Constantium, XI : PL 10, p. 588; Tillemont, VI, p. 360 ; VII, pp. 695 sgg.; Acta SS. Augusti, VI, Parigi 1868, pp. 668-79; Martyr. Hierosymianum, p. 478 sgg.; Martyr. Romanum, p. 371. Agostino Amore
PAOLINO da Venezia. - Storico francescano, vescovo di Pozzuoli, n. a Venezia nel 1274 ca., m. a Pozzuoli nel giugno 1344. Alle cariche interne dell'ordine (lettore, custode, inquisitore) aggiunse presto un'attività diplomatica, conducendo brillantemente a termine nel 1315 un negoziato tra la Repubblica Veneta e Roberto di Napoli.

Nel 1321 entrava nella Curia pontificia come cappellano e penitenziere sotto Giovanni XXII, che dal 1322 al 1326 lo impiegò in numerose e importanti legazioni specialmente con la Repubblica di Venezia e nel

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Conversione di Saulo
Particolare dell'affresco di Michelangelo nella Cappella Paolina (1542-49) - Vaticano.

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1324 lo nominava vescovo di Pozzuoli. Dalla sua sede ebbe agio di frequentare la corte di Roberto che lo nominò suo consigliere, e fece parte anch'egli del circolo di letterati che circondavano il Re. Canobbe il Roccaccio che nelle Genealogiae (XIV, i) parla di lui. Ebbe anche relazioni epistolari con Marin Sanudo il Vecchio e altri importanti personaggi dell'epoca.

Nel contempo scrisse varie opere, ancora inedite, di cui le principali sono l'Historiarum Epitome, la Satyrica Historie (sviluppo della precedente) e la Chronologia Magna e Compendium, tutte cronache dall'origine del mondo ai suoi tempi, di scarso valore. Tra gli opuscoli vanno ricordati un trattato De ludo scacorum, l'opuscolo in volgare veneto Il Rettore (ed. integralmente da A. Mussafia) e l'importantissimo Provinciale Ordinis Minorum (ed. a Quaracchi, 1892, dal p. C. Eubel).

Bibl.: A. Ghinato, Fra P. da V., O. F. M. vescovo di Pozzuoli (m. nel 1344), Roma 1931 (Studi e testi francescani, 1). con bibl.

Alberto Ghinato
PAOLINO, vescovo di YORK, santo. - Fu l'apostolo dell'eptarchia sassone; è incerto l'anno di nascita, m. a Rochester il io ott. 644. Dal monastero di S. Andrea sul Celio, dove dimorava, fu mandato dal papa s. Gregorio nel 60 r in Inghilterra a portare il pallio al monaco s. Agostino, primate di Canterbury.

Esercitò il suo apostolato nel Kent dal 615 al 625 , quando si recò alla corte di Northumbria per accompagnare Etelberga promessa sposa di quel re Edvino, che egli riusci a convertire al cristianesimo e battezzò il 12 apr. 627. Consacrato vescovo, stabili la sua sede a York svolgendo una feconda attività a Yeavering, Carrick Bridge, Dewsbury, Southwel. Dopo la disfatta di Edvino da parte del re Penda di Mercia (933), riaccompagnò la vedova Etelberga e i figli in salvo nel Kent. Nel 634 ricevette il pallio come arcivescovo di York, ma, data l'ostilità del re Penda, la sua attività si svolse specialmente a Rochester dove mori e fu sepolto, e dove la sua salma restò fino all'epoca della riforma protestante. Festa il io ott.

Bibl.: Beda, Hist. Ecel., II, 9. xir-xx; PL 94, 21-200; Alcuino, De pontificibus Ecel. Eburacensis; PL 101, 812; Acta SS. Octabris, V. Parigi 1868, pp. 108-14; BNL, I, 4, p. 951 ; F. Cabrol, L'Angleterre chrétienne avant les Normands, Parigi 1909.

Nicola Turchi
PAOLO (Iulius Paulus). - Giurista romano del sec. III d. C., del quale si ignorano il luogo d'origine e le date di nascita e di morte. Allievo probabilmente di Cervidio Scevola e assessore di Papiniano (v.) quando questi era praefectus praetorio, fu magister memoriae, membro del consilium principis ed infine praefectus praetorio sotto Alessandro Severo, probabilmente assieme ad Ulpiano (v.).

Di questo scrittore infaticabile, per quanto non dotato di grande originalità, si conoscono, o direttamente o per citazione, 317 libri. Fra questi vanno particolarmente ricordati 16 libri ad Sabinum (trattazione generale del ius civile condotta avendo per base, oltre a quelle di Sabino, le opere di altri giuristi, specialmente Pomponie), 78 libri ad edictum (larga esposizione del ius honorarium cui sono aggiunte le trattazioni relative alla dote, alla tutela, alle manomissioni, all'usucapione ed al possesso); 25 libri di quaestiones, 23 di responsa, io ad legem Iuliam et Pripiam, oltre ad un gran numero di piccole monografie o libri singulares ed a riassunti dalle opere di giuristi precedenti (Alfeno Varo, Labeone, ecc.).

A P. si attribuisce anche un'operetta in cinque libri, le Receptae sententiae (di cui la maggior parte è riprodotta nella lex Romana Wissgothorum, mentre altri brani sono contenuti nei Digesta, nella Collatio legum Mosaicarum et Romanarum, nei Fragmenta Vaticana); in realtà le Sententiae, raccolta di massime eseguita per servire alla pratica, furono, secondo l'opinione prevalente, estratte dalle opere di P. da uno studioso dell'epoca di Diocleziano. P. fu, assieme con Ulpiano, uno degli scrittori maggiormente sfruttati per la compilazione dei Digesta
giustinianei; ed è fra i cinque giuristi della cosiddetta "legge delle citazioni" (v.).

Bibl.: P. Krüger, Geschichte der Quellen und Literatur des röm. Rechts, Berlino 1925, p. 227 sgg.; P. de Francisci, Storia del diritto romano, II, i, Milano 1938, p. 311 sgg.; E. Levy, Pauli Sententiae; a Palingenesia of the opening titles, Nuova York 1945; V. Arangin-Ruiz, Storia del diritto romano, $6^{2}$ ed., Napoli 1950, p. 292 sg.

Rodolfo Danieli
PAOLO Afiarta. - Cubicolario, antagonista del primicerio Cristoforo (v.) nella lotta di costui per favorire la protezione di Carlomagno verso la S. Sede.

Mentre però Cristoforo all'ingresso di Desiderio in Roma (771) venne travolto dalla breve opposizione del re dei Longobardi ed ucciso assieme al proprio figlio Sergio, P., avido di dominio e di lucro non meno del suo antagonista, crebbe in considerazione presso Stefano III e specialmente presso il suo immediato successore Adriano I (772-95), che se ne servì nel 773 per inviarlo come suo messo di riconciliazione presso l'ormai cadente e spodestato padre di Desiderata, sposa ripudiata dal vincitore franco, Carlomagno.

Bibl.: Lib. Pont., nn. 204-96; O. Bertolini, La caduta del primicerio Cristoforo nelle versioni dei contemperanei e le correnti antilegophorde e filologophorde in Roma alla fine del pontificato di Stefano III (771-72), in Rivista di storia della Chiesa in Italia, I (1947), pp. 227-62. 349-78.

Carlo Callovini
PAOLO, Apostolo, santo. - Apostolo che diffuse il cristianesimo tra le Genti, n. a Tarso (v.) in Cilicia nella prima decade dell'èra volgare e martirizzato a Roma sotto Nerone, con ogni probabilità nel 67 d. C.

Sosimario: I. Vita. - II. Epistolario. - III. Dottrina. IV. Il "paolinismo". - V. Feste liturgiche. - VI. Archeologia. VII. Iconografia cristiana. - VIII. Apocalisse di P. - IX. Atti di P. - X. Predicazione di P.
I. Vita. - I. La giovinezza. - Per nascita P. ereditò il diritto di cittadinanza romana (Act. 16, 37; 22, 25-28) ed un profondo attaccamento alla Legge mosaica. Si gloria di essere "ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge fariseo" (Phil. 3, 5), altrove si definisce "fariseo figlio di farisei" (Act. 23, 6) e ricorda il suo zelo quasi fanatico "per le tradizioni paterne" (Gal. 1, 14). E possibile che nell'intellettuale Tarso, P. frequentasse le scuole greche, ma sono quanto mai tenui e discutibili le tracce di una educazione ellenistica (cf. Act. 17, 28; I Cor. 15, 33; Tit. 1, 12), mentre è innegabile la sua formazione rabbinica, per perfezionare la quale egli si recò giovanetto ( 14 -20 d. C.?) a Gerusalemme. Ivi studiò "ai piedi di Gamaliel" (Act. 22, 3), dottore abbastanza noto nelle tradizioni ebraiche e di spirito sereno ed equilibrato (cf. ibid. 5, 34 sgg.).

Frutto del suo attaccamento alla religione mosaica fu la partecipazione alla prima persecuzione contro la Chiesa nascente. P. compare la prima volta nella lapidazione di Stefano (v.). E difficile precisare la parte che vi ebbe. Il testo si limita a dire che durante la macabra azione i lapidatori, per essere più liberi, deposero le loro vesti "ai piedi di un giovanetto chiamato Saulo" (con tale nome egli è sempre ricordato fino al suo primo viaggio missionario). E certo, invece, che, súbito dopo, questo «giovane»assunse una parte molto attiva nella persecuzione (Act. 26, 9-11).
2. La conversione. - Mentre P. compiva con coscienza sicura (cf. I Tim. 1, 13) tale attività anticristiana, gli accadde un fatto imprevedibile, che rivoluzionò tutta la sua vita. Vicino a Damasco, ove era diretto come inviato del Sinedrio contro i cristiani, gli apparve Gesù risorto. Il fenomeno soprannaturale fu constatato dai compagni, che caddero storditi (Act. 9, 3-7; 22, 7-10; 26, 14-18); esso produsse,

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presbitero s; gli Armeni "corepiscopo s; i Romeni "protopapa s, ecc. La dignità viene conferita talvolta con una benedizione rituale propria (così presso i Copti e i Maroniti) ma talvolta anche con la semplice nomina.

Le attribuzioni del p. non sono le stesse in tutti i riti, perché oltre alla visita delle parrocchie per la vita disciplinare, morale, liturgica e amministrativa che costituisce il suo ufficio principale, è ordinariamente anche lui parroco o esercita qualche altra funzione. I p. sono esaminatori del clero (Calde), costituiscono la prima istanza nei giudizi (Romeni), consacrano battisteri, dedicano chiese e altari (Maroniti), fanno leggere nelle chiese avvisi al popolo. Le onorificenze del p. cambiano secondo il rito.

Bibs.: 11. Ledercq, s. v. in DACL, XIV, coll. 369-70. Antonio Wuyts

## PERIODICA DE RE MORALI CANONICA

LITURGICA. - Rivista trimestrale pubblicata da professori della Pontificia Università Gregoriana.

Ha origine da una pubblicazione periodica iniziata l'anno 1901 nel Belgio dal p. Arturo Vermeersch con il titolo De religiosis institutis et personis supplementa et monumenta periodica, destinata ai religiosi e missionari quali contesto aggiornamento del trattato De religiosi dello stesso p. Vermeersch. Attraverso varie trasformazioni, e trasferitane la sede a Roma, è divenuta nel 1927 l'attuale rivista di morale, diritto canonico e liturgia, che oltre a pubblicare articoli di carattere scientifico e pratico sulle varie questioni e fornire opportune indicazioni bibliografiche, fu costantemente riportato per intero i documenti più importanti emanati dalla S. Sede, corredandoli di precise note illustrative, e in riassunto il contenuto di tutti gli altri documenti pontifici di minore importanza, il che conferisce un particolare valore al complesso delle annate della rivista.

Paolo Dezsa
PERIPATETICA, SCUOLA. - I seguaci di Aristotele furono chiamati ol èx тoü лepıтátou in rapporto al viale (neplmzroc) del Liceo (sede della scuola), e repıcariyıuol (parola connessa con repımzrciv) in rapporto alla loro conquistadine (comune anche ad altre scuole) di disputare passeggiando. Questa, almeno, sembra pur sempre la soluzione più plausibile della nota questione etimologica sorta intorno al nome.

Nella storia della scuola stessa (che si chiamò anche semplicemente "Peripato") vanno distinti più periodi. Fra i peripatetici della prima generazione dopo la morte di Aristotele i principali furono Teofrasto di Ereso (v.), Eudemo di Rodi ( $2^{\mathrm{a}}$ metà del sec. Iv a. C.), Dicearco di Messina (versatile scrittore la cui $\dot{\alpha} \pi \mu \dot{\eta}$ si può porre verso il 310 al più tardi), Aristosseno di Taranto (n. fra il 375 -60, insigne teorico della musica), Clearco di Boli, Demetrio di Fierro (n. ca. il 350 a. C.), scolaro di Teofrasto. L'orientamento che essi dànno alla scuola è caratterizzato da ampie ricerche di scienza naturale, di storia letteraria, di erudizione varia, come pure da trattazioni di etica popolare, a scapito della metafisica. Della produzione peripatetica del tempo restano i Caratteri di Teofrasto, due scritti botanici e qualche altro trattatello scientifico di Teofrasto stesso, gli Elementi dell'armonica (Apuovixá $\pi \tau o \iota \chi \varepsilon i ́ a$ ), una porzione degli Elementi del ritmo ( ${ }^{\prime}$ P'ubıııxá $\sigma \tau o \iota \chi \varepsilon i ́ a$ ) di Aristosseno, e soltanto frammenti di altre opere. Tra gli scritti perduti di carattere filosofico, sono i dialoghi Kopıvסıxıós e Asojıxıós di Dicearco, in cui il Messinese negava la sostanzialità dell'anima. Lo stesso indirizzo della s. p. si conserva, anzi si accentua nella prima parte dell'età ellenistica. Gli aristotelici continuano a dedicarsi attivamente alle scienze della natura e ai diversi campi della storia. In fatto di filosofia, la personalità più notevole è quella di Stratone di Lampsaco, il a fisico s, successore di Teofrasto nello scolarcato (che tenne del 288-87 [o 287-86] fino alla morte avvenuta nel 270-89 [o 269-68]). Stratone deformò la dottrina dello Stagirita in senso prettamente naturalistico, identificando Dio con la necessità naturale, e avvicinandosi al pensiero di Democrito (v.). Scolaro
di Stratone fu Aristarco di Samo (m. dopo il 264 a. C.), l'astronomo precursore della concezione eliocentrica copernicana. Altri peripatetici di questo periodo furono Licone della Troade (ca. 300-223 a. C.), scolarca per molti anni, Aristone di Ceo (sec. III a. C.), Critolao di Faselide ( $1^{\circ}$ metà del sec. II a. C.), Diodoro di Tiro (fiorito nei primi decenni della $2^{\mathrm{a}}$ metà del sec. II a. C.). Di storia letteraria e di storia della filosofia si occuparono Ermippo (sec. III a. C.), Sozione (autore di una $\Delta$ ıa $\delta v \chi \eta$ тüv $\varphi \dot{\alpha} \sigma \sigma \dot{\eta} \rho \omega v$ scritta fra il 200 e il 170 a. C.), Sistiro (sec. III a. C.), Eraclide Lembo (sec. II a. C.) e altri. Molte delle notizie che si hanno sugli autori greci dell'età classica risalgono in ultima analisi ai lavori di costoro; e al Peripato è dovuta anche la formazione di quel particolare genere letterario che è la biografia. La s. p., però, sofferse, come istituto, a partire da Licone, una decadenza da cui non doveva risollevarsi se non nell'età di Andronico.

Nel sec. I a. C. comincia per l'appunto una terza fase, e un più vivo splendore della scuola stessa. Viene svolto un fecondo e imponente lavoro erudito intorno alle opere dello Stagirita, che Andronico di Rodi (v.; intorno al 70 a. C.), decimo o undecimo nell'ordine degli scolarchi, raccolse, ordinò, pubblicò in nuova edizione e commentò. L'età imperiale è contrassegnata da una notevole serie di commentatori di Aristotele, tra i quali eccelse il famoso Alessandro di Afrodisia (v.; sec. II d. C.), detto il "secondo Aristotele", le cui esegesi erano destinate ad avere anche nel medioevo un fortissimo influsso. Ad Aristotele dedicarono studi importanti anche Boeto di Sidone (forse vissuto nell'età augustea), autore di un Commentario alle Categorie, Aristone di Alessandria ( $1^{\circ}$ metà del sec. I d. C., egli pure commentatore delle Categorie), Senarco di Seleucia (età augustea) e il poligrafo Nicola Damasceno (n. ca. il 64 a. C.), Alessandro di Ege (sec. I d. C., maestro di Nerone), Tolomeo Chenno (filosofo e grammatico fiorito ca. il 100 d . C., autore di una opera sulla vita e gli scritti dello Stagirita), Aspasio ( $1^{\circ}$ metà del sec. II d. C.), Adrasto di Afrodisia (ca. $2^{\circ}$ metà del sec. II d. C.), Ermino (sec. II d. C.). E da rilevare che in questa età rifiorisce l'interesse per la metafisica e la logica aristotelica, a cui il Peripato ellenistico aveva dedicato poca attenzione. E proprio in questo tempo vien data all'aristotelismo quella configurazione di sistema organico con cui esso sarà tramandato al medioevo. Intanto, mentre la s. p. in genere resta abbastanza ortodossa e conservatrice rispetto al pensiero del maestro, vi sono anche rappresentanti di un aristotelismo ecletizcante, come l'autore dello scritto pseudo-aristotelico Пepi aómpou (in cui si cerca di conciliare Aristotele con la Stoa); come il famoso geografo e astronomo Claudio Tolomeo (sec. II d. C.); come il medico Galeno (v.).

Uno degli ultimi peripatetici antichi è Temistio (v.), autore di Parafrasi di vari scritti dello Stagirita.

Bim.: quanto si testi, cf. le varie edizioni di Teofrasto (v.), di Aristosseno (per gli 'A $\rho \mu o \mu \varepsilon \alpha$ ), P. Marquard, Berlino 1865; R. Westphal, Lipsia 1883-93; H. S. Macran, Oxford 1903), del П27/ x67pou. di Aspasio (App. in Eth. Nic. quae superc.... ed. G. Hevlbut, Berlino 1880), di Claudio Tolomeo, di Galeno, di Alessandro d'Afr., di Temistio, e le raccolte dei frammenti di Eudemo Rodio (Eud. Rh... fragm., ed. L. Spengel, Berlino 1866), di Dicearco (Dic. quae superc.... ed. M. Fuhr, Darmstadt 1841), di Jeronimo di Rodi (E. Hiller, 1880), di Ernstmo (A. Lozynski, Bonn 1832), di Andronico (presso F. Lintig, Andronikos v. Rhod., Erlangen 1804, 1805), di Ermino (presso H. Schmidt, De Hermine perip., Marburgo 1907). Molti framm. di peripatetici in K. Müller, Fragm. historicar, graec., Parigi 1841 sgg .) e nella nuova silloge di F. Jacoby (Fragmente der griechischen Historiker, I, Berlino 1923), e altresi in K. Müller, Geographi Graeci minores, Parigi 1825-61. - Manca sulla s. p. una studio speciale d'insieme. Cf. per una informazione generale E. Zeller, Philos. d. Gr., II b. p. 806 sgg.; III a. pp. 641 sgg., 804 sgg.; Uberweg, I. $\$ \$ 22.66,71,82$; K. O. Brink, s. v. Peripato, in PaulyVinonea, suppl., VII, coll. 899-940, e anche, per il Peripato più antico, C. A. Brandis, Handbuch der Gesch. d. griechisch-römisch. Philosophie, Berlino 1835-60. Per il resto, cf. la bibl. relativa ai singoli autori (mimeroe indicazioni in Uberweg e nell'Amée philologique di J. Marouzeau).

Raffaello Del Re
PERITO. - Il p. è stato definito un delegato del giudice a un accertamento e ad una valutazione dei fatti, che poi il giudice rifarà per conto suo.

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Quando la S. Rota estendeva la propria giurisdizione anche al fòro civile, si serviva degli arbitres nelle questioni pecuniarie; la loro soluzione era anche la soluzione della causa, e la lite, in tal modo, era considerata definita. Con il tempo gli arbitres divennero piuttosto "testi qualificati " eletti dal giudice, per illuminarlo in una determinata materia od arte, su cui essi erano specializzati. Quindi i p. divennero veri "assistenti" del giudice, da cui erano eletti e a cui dovevano render conto; al tempo stesso essi erano ben distinti dai testi ed assai superiori a questi, appunto perché scelti con il fine di esaminare il fatto asserito dal teste, per riferirne poi al giudice, emettendo, per il lato tecnico della questione, un vero giudizio motivato. Così, attraverso l'evoluzione della S. Rota, si è andata creando la figura attuale del p. che, pur non essendo ben definita, è accettata in quasi tutti i codici moderni.

Nel CIC questa si richiede solo quando non è a disposizione altro genere di prove. La perizia è considerata un mezzo straordinario, anche perché in genere assai dispendiosa. Il p. è prescritto, ex officio, nelle cause matrimoniali d'impotenza, d'inconsumazione (can. 1976) o di amestia (can. 1982) e nelle cause di beatificazione per l'esame dei miracoli (can. 2031; v. beatificazione, vob. II, coll. 1094-95). In molte altre questioni, come, ad es., per esaminare l'autenticità d'uno scritto (can. 1800), nelle controversie di uoci operis nunciatio, in quelle sui confini delle circoscrizioni ecclesiastiche, nelle cause criminali, per falso o per furto di oggetti preziosi, il giudice stesso può stimare necessaria l'opera del p., come parimenti questa può esser richiesta da una delle parti o da tutte e due. La nomina però spetta sempre al giudice, che si consulterà, secondo i casi, con il difensore del vincolo o con il promotore di giustizia. Nei processi civili, invece, alle parti si permette l'elezione del p. e questi agisce nell'interesse delle medesime. In determinate cause il CIC prescrive due p. (cf. cann. 1979, 2031 e 2118); in altre può esser nominato un solo p. (cf. can. 1793 § 3), secondo il prudente avviso del giudice. Quando si constaterà che la questione non sia stata esaurientemente delucidata, il giudice potrà eleggere un secondo e un terzo p. Se le conclusioni, poi, di due diversi p. che hanno agito l'uno indipendentemente dall'altro fossero discordi, il giudice potrebbe nominare un perizioso, il quale, dopo aver esaminato tutti gli atti precedenti, darà un nuovo giudizio (cf. can. 1803 § 1).

Il giudice dovrà scegliere il p. tra le persone competenti in una determinata professione, o arte, e assolutamente degne di stima. Il nome del p. dovrà essere subito notificato alle parti interessate, per dar loro possibilità di promuovere eventuali eccezioni. Spetta sempre al giudice dichiarare, con decreto, se sia il caso di revocare o meno il mandato al p. e nominarne un altro (can. 1796). Le parti interessate possono assistere al giuramento del p. ed essere presenti mentre esplica il suo mandato, tranne che la convenienza, il pudore od altro non lo vieti (can. 1797).

Il p. giurerà, sia al momento in cui sta per accettare il mandato (iuramentum de munere fideliter explendo), sia dopo (iuramentum de munere fideliter impleto); talvolta si aggiunge il giuramento de secreto servando. Il p. può presentare la propria relazione motivata in scritto, o anche oralmente, in via eccezionale; in tal caso, però, la relazione dovrà esser subito verbalizzata e sottoscritta dal p. e dal notaio (can. 1801 § 1). Il p., dopo aver consegnato la relazione scritta, è invitato in tribunale per riconoscerla e confermarla sotto giuramento, e per dare, se del caso, ulteriori delucidazioni. Quando per una questione sono nominati contemporaneamente due p., questi, per norma, agiscono uno indipendentemente dall'altro, e ciascuno deve stendere la propria relazione. A questa prassi si può fare eccezione, nel caso di un processo per impotenza relativa, in cui sia necessaria la visita medica dell'uomo e della donna.

Dei due p. allora uno sottoporrà a visita l'uomo, l'altro la donna, secondo la propria specializzazione; poi insieme si consulteranno per confrontare i propri dati e redigere la perizia. Se il parere dei due non fosse concorde, ciò potrebbe esser rilevato nella stesura della perizia, senza che sia necessario specificare a quale dei due p. debba
attribuirsi ciascun parere. Le conclusioni del p. sono di grande valore ai fini della sentenza; tuttavia, per il principio del libero convincimento del giudice, questi non è vincolato alle conclusioni del p. e la sua sentenza è perfettamente originale e autonoma, tanto più che per la decisione definitiva egli dovrà tener conto di tutto il complesso di circostanze, ignorate a volte dal p. Ogni perizia dovrà rimanere in atti, come una parte del processo;
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(uer cartivion del p. U. Viglino) Perlo, Filippo - Rirratto.
in casi eccezionali, potrebbe non essere ammessa o venir annullata.

Non è raro il caso in cui un p. stenda una relazione scritta, non dietro mandato formale del giudice, ma soltanto per incarico avuto da una parte interessata o da un legale. Tale iniziativa, presa in genere al principio d'un processo, ha lo scopo di presentare sotto buona luce la causa stessa, per farla apparire fornita di valido fondamento e non di un semplice fumus boni iuris. La perizia, in tal caso, si dice estragiudiziale, e può considerarsi una difesa tecnica. Il p. in questi casi riveste la vera figura del teste e, come tale, viene citato in tribunale per riconoscere la propria relazione.

Particolari istruzioni per le perizie, sia nelle cause d'inconsumazione come in quelle di nullità, si trovano in due documenti emessi dalla S. Congr. dei Sacramenti : Regulae servandue in processibus super matrimonio ruto et non consummato del 7 maggio 1923, artt. 84-95; e Instructio servanda a tribunalibus diocesanis in pertractandis causis de nullitate matrimoniarum del 15 ag. 1936, artt. 139-54.

Il 12 giugno 1942, la Suprema Congregazione del S. Uffizio ha emesso un decreto De quibusdam cautelis adhibendis in causis matrimonialibus impoientiae et inconsummationis, con cui si rinnova il consiglio di far visitare le donne da dottoresse, e soltanto dietro richiesta esplicita, da p. dottori. Nessuna donna, inoltre, può esser obbligata a sottoporsi a visita medica, nemmeno quando una perizia potrebbe apparire strettamente necessaria per la risoluzione della causa.

Brec. F. Roberti, CIC Schemata, 1. IV, De Processibus, Città del Vaticano 1940, ff. 295-305; M. Lega-V. Bartoccetti, Commentarios in Iudicio Ecclosiasica, II, Roma 1939. pp. 744771; Warne-Vidal, VI, 1, pp. 429-42. Per le perizie nella cause di canonizzazione, v. il Codex pro Postulatoribus, $4^{a}$ ed., Roma 1929. pp. 58-59, 210, 227. Pietro Santini

PERLO, Filippo. - Vescovo missionario, n. a Caramagna (Piemonte) l'8 febbr. 1873, m. a Roma il 4 nov. 1948. Entrato nel Seminario di Fossano, passò poi a quello di Turino, dove fu ordinato sacerdote nel 1896. Nello stesso anno conseguì la laurea in teologia e in utroque iure.

Fondato dal canonico Allamano (v.) l'Istituto Missioni della Consolata (v.), egli fu tra i primi ad iscriversi (1901), e nel 1902 con il p. Tommaso Gays fece parte della prima spedizione di missionari al Kenya. Ricevuto dal capo degli Akikuyu, Karoli, che in seguito converti, stabilì la sua prima sede in Tuthu. Il paese, il popolo e la lingua erano ancora scarsamente conosciuti. Esplorò il Kikuyu, ne descrisse gli abitanti e curò la pubblicazione di grammatiche, lessici e libri. Fondò una ventina di stazioni di missione, il Seminario, il monastero per le suore indigene, laboratori e scuole d'arti e mestieri. Superiore di missione nel 1905, venne consacrato nel 1909 vescovo titolare di Maronea e nominato primo vicario apostolico del Kenya.

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Dal 1926 al 1929 successe al canonico Allamano nella direzione dell'Istituto Missioni della Consolata.

Nelle missioni del Kenya svolse pure la sua opera apostolica il fratello Gabriele (Fossano 1879 -Roma 1948), in seguito prefetto apostolico del Benadir e primo vicario apostolico di Mogadiscio, vescovo titolare di Amizone (1927).

Opere principali di F. : L'apostolato della suora missionaria (Torino [1924]); L'infanticidio nell' Africa Equatoriale (ivi [1924]); Karoli (ivi [1927]).

BibL.: ricca di informazioni la collezione Missioni Consolato, specialmente dal 1902 al 1923. Bibl. completa delle opere in Bollettino ufficiale dell'Istituto Missioni Consolata, 11, Torino 1949.

Giovanni Piovano
PERMOSER, Balthasar. - Scultore tedesco, n. a Kammer, presso Ötting im Chiemgau, nell'ag. del 1651, m. a Dresda il 20 febbr. 1732.

Fu in Italia nel 1675 ove, a Firenze, fu conosciuto come Baldassarre Fiammingo, Belmosel o Delmosel. Oltre che a Firenze fu probabilmente attivo anche in altre città italiane, ove si recò anche dopo essere divenuto, nel 1589 , scultore sulico di Giovanni Giorgio III di Sassonia. A Firenze ha lasciato alcune sculture nella facciata di S. Gaetano (ca. 1680), l'Assunzione di I. Andrea Corsini (1683) al Carmine, un Crocifisso a rilievo in S. Elisabetta delle Convertite.

Nelle molte opere ascrittegli conservate in Germania si rileva artista importante, specialmente per quanto riguarda lo sviluppo del barocco italiano in quel paese.

BibL.: E. Hempel, s. v. in Thieme-Becker, XXVI, pp. 420-23; H. Tietze, s.v. in Enc. Ital., XXVI, p. 782.

Gilberto Ronci
PERMUTA BENEFICIARIA. - E un negozio giuridico bilaterale che interviene tra i due beneficiati interessati, con l'autorizzazione dell'Ordinario del luogo o, se uno almeno dei benefici è riservato, della S. Sede (cann. 1487-88).

E un istituto molto simile al trasferimento, ma sui generis; se da una parte, infatti, non si può confondere con il contratto di p. vera e propria, perché l'oggetto di esso sono direttamente le persone e gli uffici, indirettamente i benefici, dall'altra si discosta molto dalla nozione che, prima del CIC, ne davano comunemente gli autori che di essa largamente trattarono; per i quali la p. b. era una rinunzia scambievole sotto condizione che l'uno ottenesse il beneficio dell'altro e viceversa.

Secondo il nuovo concetto non c'è vacanza di beneficio, ma è il primo trasferimento che, dal momento del consenso dell'Ordinario (can. 1487 § 2), perdura nell'altra persona. La distinzione della p. b. in triangolare e quadrangolare è un ricordo storico; il CIC, infatti, ammette soltanto quella bilaterale (can. 1488 § 2). L'istituto della p. b. rimonta certamente ad epoca non troppo remota, quando i benefici furono congiunti agli uffici ecclesiastici. All'inizio essa ebbe luogo tra i privati. Attesi però gli abusi che si ebbero a lamentare, i pontefici Alessandro III (can. i Conc. Turonense; cap. 8, X, III, 5), Urbano III (ibid., cap. 8), Innocenzo III (7 X, III 19) proibirono le p. b. private e richiesero, per la validità di esse, una giusta causa riconosciuta dal vescovo; mentre si ebbero altre leggi contro i permutanti simoniaci e fraudolenti. Clemente V dichiarò nullo ogni conferimento di benefici fatto a persone diverse dai permutanti (Clem. III, tit. V). Gregorio XIII, con la cost. Humano del 3 genn. 1584, ordinò che la p. b. venisse pubblicata a norma di diritto. Tale legge veniva confermata da Benedetto XIV con la cost. Ecclesiastica del 25 giugno 1746. Il CIC si ispira quasi interamente (manca l'obbligo della pubblicazione) all'antica disciplina. Per la validità della p. b. si richiede :

1) una causa giusta, che dev'essere l'utilità o necessità della Chiesa a giudizio dell'Ordinario o una causa diversa (quindi anche l'utilità dei permutanti, purché ridondi sempre, almeno indirettamente, al bene della Chiesa: can. 1487 § 1); 2) che la p. b. non si effettui a danno degli interessati e si faccia con il consenso del patrono, se si tratta di un beneficio di diritto di patronato (can. 1487 § 1); 3) che si faccia con l'intervento del legittimo Supe-
riore che sarà : la S. Sede se il beneficio è riservato (can. 1487 § 3), l'Ordinario (non però il vicario generale o capitolare senza mandato speciale) se il beneficio non è riservato (can. 1487 § 1). Il consenso dev'essere dato, a norma del can. 186, o in documento scritto da conservarsi in Curia, o innanzi a due testimoni, che possono però servirsi di un procuratore, purché sia debitamente autorizzato. 4) Perché non ci sia pericolo di simonia, che nel caso sarebbe di diritto ecclesiastico, la p. b. deve farsi senza imposizione di onere alcuno, senza alcuna riserva di frutti, nemmeno nel caso che i benefici siano di valore ineguale (can. 1488 § 1). La p. b., anche se prima ne trattarono gli interessati, ripete il suo valore dal momento dell'approvazione dell'Ordinario (can. 1487 § 2). Solo allora i permutanti acquistano, secondo alcuni ius in rem rispetto al nuovo beneficio, secondo altri ius in re.

BibL.: N. Garcia, Tractatus de beneficiis, Magonza 1613; S. D'Angelo, La p. b., in Monitore ecclesiastico, 32 (1920), p. 214 sge.; M. Pistocchi, De re beneficiali iuxta canones, Torino 1928, p. 489 sgg.; G. Mollat, Bénéfices ecclésiastiques, in DDC, II, p. 433 sgg.; A. Vermeersch - I. Creusen, Epistome iuris canonici, II, Malines-Roma 1940, p. 359 sgg.; Werra-Vidal, II, p. 399 sgg.; G. Stacchiero, Il beneficio ecclesiastico in provisione, Vicenza 1946, p. 37 sgg. Innocenzo Parisella

PERNET, Etienne. - Assunzionista, fondatore delle Piccole Suore dell'Assunzione, n. a Velleson (dioc. di Besançon) il 23 luglio 1824, m. a Parigi il 3 apr. 1899.

Entrato nella carriera ecclesiastica, quando giunse il tempo della ordinazione sacerdotale, atterrito dalla dignità così alta del sacerdozio, fuggì dal Seminario, né i superiori, che lo stimavano, riuscirono a vincerne la riluttanza. La lotta durò più di due anni, dopo i quali entrò fra gli Assunzionisti (1850). Allora il fondatore p. d'Alzon gli impose di farsi ordinare sacerdote (3 apr. 1857). Nel 1865 Antonio la Fage, da lui diretto, gli comunicò il disegno di fondare una nuova congregazione di religione, chiamata Piccole Suore dell'Assunzione, che si dedicassero alla cura dei malati a domicilio. Il P. ne stese le costituzioni, che il card.nal: di Parigi approvò, ed ebbero il decreto di lode nel 1879 . Il P. fondò inoltre tre associazioni di persone laiche: le "Dame serve dei poveri", per aiutare le suore nell'assistenza dei poveri e dei malati; la Fraternità di Nostra Signora dell'Assunzione, formata di padri di famiglia operai, per preservare dal male e dirigere al bene i loro compagni di lavoro; la "Fraternità di s. Monica", formata da donne, per l'apostolato tra le loro colleghe. La causa di beatificazione fu introdotta il 30 marzo 1931.

BibL.: AAS, 23 (1931), pp. 341-44. Celestino Testore
PEROTINUS (Magnus). - Maestro di cappella della cattedrale di Parigi, successore di Leoninus, e, con lui, uno dei principali esponenti dell' $A$ rz antiqua (v.), la cui attività si svolse tra il 1183 e il 1236.

Egli ampliò il repertorio scritto dal suo predecessore (Magnus Liber Organi), portando il numero delle parti da 2 a 3 e 4 (organa tripla e quadrupla), aggiungendo: i molte clausulae, brevi composizioni a 2 parti; conferi pure un movimento ritmico, ben definito, che, secondo gli schemi dello stretto metro modale, si inquadra in un mensuratlismo più preciso. E anzi proprio questo il carattere peculiare che distingue l'epoca di P. da quella precedente: alla libertà ritmica derivata a Leoninus dalla scuola di s. Merziale subentra la rigida metrica modale di P., dando luogo anche a sensibili differenze semiografiche, che si concretano in due generi di scrittura: la notazione di duplum (per il periodo leoniniano) e la notazione modale (per quello perotiniano).

Fra le opere di P. l'Anonimo IV (Coussemaker, I, p. 342) ricorda due organa quadrupla: "Viderunt" e "Sederunt" (di quest'ultimo v. la trascrizione moderna di R. Ficker: Vienna 1936), due organa tripla: Alleluia, Posui adjutorium e Alleluia Nativitas gloriose (v. la trascr. in Y. Rokseth, Polyphonies du XIIIe siècle, II, Parigi 1921, pp. 16-23, 31-37); tra i triplices conductus: Salvatoris hodie; tra i duplices: Dum sigillum summi Patris e tra i simplices: Beata viscera e Justitia.

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Perpetua, Felicita e compagni, santi, martiri - P. e F. Musino, del sec. vi - Ravenna, Oratorio dell'arcivescovado.

Bin.: F. Ludwig, Repertorium organorum recentioris et notatorum verusissimi stili, I, Halle 1910: id., P. Magnus, in Architc für Musikwissenschaft., 5 (1923), p. 10 sgg.: id., Uber die Enstehungvorte der grossen - Notre-Dame - Handschriften, in Festschrift für G. Adlers 75. Geburtstag, Vienna-Lipsia 1930, pp. 43-49; J. Handschin, Was brachte die Notre-Dame-Schule Neues?, in Zeitschrift für Musikwisswisch., 6 (1923-24), pp. 245-58; id., Zur - Crucifixum in carne -, ibid., 7 (1924-25), pp. 586 389; id., Zur Geschichte der Lehre vom Orguenm. ibid., 8 (1926), pp. 331-41; id., Zur Geschichte vom Notre-Dame, in Actu musicologico, 13 (1932), pp. 5-17, 49-55, 104-105.

Luisa Cervelli
PEROZZI, Silvio. - Giurista, n. a Vicenza il 2 dic. 1857, m. a Bologna il 4 genn. 1931. Compigli studi nell'Università di Padova, nella quale si laureò in giurisprudenza nel 1879 e in lettere nel 1880. Fu professore di diritto romano dapprima a Perugia e, come ordinario, a Macerata (dal 1885), a Messina (dal 1889), a Parma (dal 1891) ed infine a Bologna (dal 1902). Nel 1928 fu nominato socio nazionale dell'Accademia dei Lincei.

Rappresentante dell'indirizzo dogmatico, fu studioso dei più originali; fra i suoi lavori, quasi tutti di carattere critico, va particolarmente ricordata la prolusione belo gnese del 1903, Le obbligazioni romane, che segnò un'epoca nello studio di questo fondamentale istituto. Classiche, soprattutto per il numero enorme di osservazioni e per la problematica sollevata, sono le sue Istituzioni di diritto romano ( 2 voll., Firenze 1906; $2^{\text {a }}$ ed., Roma 1927). I suoi numerosi contributi, sparsi in riviste ed atti accademici, sono stati recentemente raccolti sotto il titolo Scritti giuridici ( 3 voll., Milano 1948).

BinL.: P. Bonfante, S. P., in Bullettino dell'Istituto di diritto romano, 38 (1930), p. 285 sgg.; E. Levy, S. P., in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichtw. Boman. Abt., 51 (1931), p. 608 sgg.; E. Albertario, S. P., in Archivio giuridico, 107 (1932), p. 88 sgg.

Rodolfo Daniell
PERPETUA, FELICITA e COMPAGNI, santi, martiri. - La Passio Perpetuae et Felicitatis racconta il martirio dei tre catecumeni : Saturu, Saturnino e Revocato, di P., una giovane donna di
alta famiglia, e della sua schiava $F$., avvenuto nell'arena di Cartagine il 7 marzo 202.

Durante la persecuzione di Settimio Severo, mentre reggeva la provincia proconsolare d'Africa il procuratore Ilariano per le morte del proconsole Monacio Timiniano, a Thuburbo minuz furono arrestati Vibia P., nobilionna di 22 anni, già sposata e con un bambino lattante, F., schiava, in stato di avanzata gravidanza, Revocato, Saturnino, Secundulo, tutti e cinque catecumeni, qualche giorno dopo fu associato loro anche Saturu, assente al momento dell'arresto, e catechista dei precedenti. Mentre erano ancora nella custodia privata, i cinque catecumeni ricevettero il Battesimo e P. dovette subire il primo assalto affettuoso del padre che, unico pagano di tutta la sua famiglia, cercava di farla apostatare. Trasferiti al carcere, P. vi ebbe una visione in cui le apparve una scala custodita da un gran dragone e cosparsa di ogni specie di armi che ne impedivano ed ostacolavano l'ascesa; P. calcando il dragone riusci a salire e si trovò in un bellissimo posto: capi che avrebbero subito il martirio. Ancora una volta il padre di P. ripeté il tentativo di convincerlo, e lo rinnovò per la terza volta durante l'interrogatorio svoltosi nel foro al cospetto del popolo nonostante il suo immenso amore per il padre ed il dolore per la sua costernazione, rimase però sempre forte nella fede. Il giudizio si conchiuse con la condanna alle fiere da eseguirsi negli spettacoli per celebrare l'anniversario del Cesare Geta; in attesa furono percio ricondotti in carcere. P. ebbe allora altre visioni che le rivelarono che il piccolo fratello Dinuccate, morto a sette anni di un cancro alla faccia, era felice in cielo. Pochi giorni prima dello spettacolo i martiri furono trasferiti nel carcere castrense dove P. ebbe l'ultima visione che la conformò nella prossima vittoria finale, mentre a Saturu la prossima beatitudine eterna apparve in figura di un edificio lucidissimo e profumato in mezzo a un bellissimo giardino. Avvicinandosi il giorno dello spettacolo, pur godendo della prossima vittoria, i martiri crano tristi perché non avrebbero potuto avere con loro F., essendo vietato dalle legge esprime donne nel suo stato; tutti insieme allora pregarono per lei la quale tre giorni prima dell'esecuzione, pur essendo all'ottavo mese di gravidanza, diede alla luce una bimba e mentre si lamentava per i naturali dolori, ad un custode che la motteggiava rispose: « Modo ego patior quod patior; illic autem alius erit in me qui patietur pro me, quia et ego pro illo passara sum». Condotti finalmente nell'arditeatro i cinque (Secundulo era già morto in carcere), dopo essere stati flagellati, P. e F. furono caposte ad una vacca inferocita, Saturu, Revocato e Saturnino ai morsi di un leopardo e di un orso; tutti poi furono iugulati al cospetto della folla. Nella Passio sono ancora ricordati altri quattro martiri : Giocondo, Saturnino, Artasio e Quinto già periti precedentemente nella stessa persecuzione, del che si è talvolta erroneamente affermato che i martiri fossero dieci.

I capp. 7-10 sono scritti da P. stessa, 11-13 sono della mano di Satura. I primi e gli ultimi capitol, cioè l'edizione della Passio, sono con grande probabilità da attribuire a Tertulliano. Pare che il testo latino sia l'originale, il testo greco una traduzione, che non è sicuro sia opera di Tertulliano. La Passio è famosa per il racconto delle visioni (scala del paradiso; il buon pastore ecc.) ed è importante anche per le idee del cristianesimo antico sul martirio. La Passio era conosciuta nella Chiesa africana. Ne fanno accenno Tertulliano (De anima, 55, 4); Agostino (Sermanzs, 280, 281-82; De natura et origine anissue, 1-10, 12, 10...; Exurrationes in psalm., 47, 13); Ps. Agostino (Sermo, 394); Quodvultdeus (Sermo de tempore barbarico; Sermo de IV feria; Tractatus de natalis sanctarum P. et Felicitatis); Ps. Fulgenzio (Sermo 70).

Bin.: I. A. Robinson, The Passion of st. Perpetua (Tears and Studies, 1, 11), Cambridge 1891; P. Franchi de Cavalieri, La Passio st. Perpetuae et Felicitatis (Röm. Quartalschr. Suppl., 5), l'riburgo in Br. 1898; C.I.M.I. van Beek, Passio st. P. et Felicitatis, I (unico), Nimega 1936, ed. per uso scolastico nel Florilegium patrist., n. 43, Bonn 1938 : trad. it. con testo e note di G. Sola, Roma 1921; A. d'Alén, L'auteur de la Passio Perpetuae, in Rev. d'hist. ecclés., 8 (1907), p. 1 sg.; P. de Labriolle, Tertullien, autrar

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de proloque et de la conclusion de la Passion de P., in Bull. anc. litt. arch. chrét., 3 (1913), p. 126 sg .; id., La crise montaniste, Parigi 1913, p. 338 sg .; A. H. Salomus, Passio I. P., Helsingfors 1921; H. Dolebayc, Les passions des martyrs et les genres littic., Bruxelles 1921, p. 63 sg .; G. Solis, La passione delle ss. P. e F., Roma 1921; F. J. Dölger, Gladiatorenblut und Martyrerblut, Lipsia 1923-24; W. H. Shewring, Prose Rhythos in the Passio Perpetuae, in Journ. Theol. Stud., 30 (1929), p. 56 sg .; F. J. Dölger, Antike Paralleles zum leidenden Diocesates in der Passio P., in Antike und Christentum, II, Münster 1930, p. 1 sg .; id., Der Kampf mit dem Argyptor in der P. Vision, ibid., III, Münster 1932, p. 177 sg.; I. Quasten, A Coptic Counterpart of a Vision in the Arts of P., in Hovanition, 12 (1940-41), p. 1 sg .; id., A Roman law of Eyyption Oriein in the Passio P., in The Yurist, 1 (1941), p. 193 sg .; E. Ruppercht, Bemerkungen zur Passio in Perpetuae et Felicitatis, in Rheinisches Muscum, 90 (1941), p. 177 sg. (contro Tertulliano come editore o traduttore della Passio); M. L. von Franz, Die Passio Perpetuae, in C. G. Jung, Atem. Psychologische Abhandlungen, VIII, Zurigo 1951. Erik Peterson-Agostino Amore

Culto. - Il gruppo fu assai venerato nell'antichità, specie a Cartagine dove fu il loro sepolcro sul quale venne eretta la "basilica Maiorum", come attesta Vittore di Vita (De Persecutione Vandalica, 1, 3); il luogo fu identificato dal p. Delattre, il quale nel 1907 vi rinvenne l'iscrizione "hic sunt martyres Saturus Saturninus Robocatus Secundulus Felicitas Perpetua, Bas..., Maiulus" (Comptes-rendus de l'Académie des Inser. et Belles Lettres, 1907, pp. 176, 193-93) e nel 1929 la "confessio" della Basilica stessa (La confessio della Basilica Majorum, in Riv. di arch. crist., 7 [1930], p. 303). S. Agostino tenne molte omelie in detta Basilica (Sermones, 34, 165, 238, 294); contro l'abuso della lettura della loro Passio nelle adunanze liturgiche egli ammonì che essa non era un libro liturgico (De anima et eius origine; PL 44, 481). Le due martiri P. e F. sono ricordate in Roma nella metà del sec. Iv nella "depositio martyrum" al 7 marzo e i loro nomi vennero inseriti nel canone (V. L. Kennedy, The Saints of the Canon of the Mass, Roma 1938, pp. 162164). Esse vennero rappresentate in Ravenna nella cappella di S. Andrea, oggi detta arcivescovile, e tra le martiri in S. Martino "in caelo aureo" oggi S. Apollinare nuovo; inoltre nella basilica di Parenzo.

Enrico Jon
PERPIGNANO, oiocesi di. - Città e diocesi, sede di prefettura del dipartimento dei Pirenei orientali, situata nella pianura del Roussillon, sulla riva destra del fiume Têt. I confini della diocesi sono gli stessi del dipartimento dei Pirenei orientali, cioè ca. 4143 kmq . con una popolazione di 228.776 ab. dei quali 200.000 cattolici. E divisa in 4 arcipreture e 22 decanati. Conta 223 parrocchie servite da 176 sacerdoti diocesani e 25 regolari; ha grande e piccolo seminario, 5 comunità religiose maschili e 19 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 315).

Dove la Via Domiziana incontrava la Têt era stato una volta un piccolo centro gallo; i Romani vi eressero una piccola città detta Ruscino, poi Rouisseillio (oggi Castel Roussillon) che venne rovinata durante le grandi invasioni. La prima menzione della "Villa Perpiniani" o "Papiniani" non appare prima del sec. x, quando vi si installarono i conti di Roussillon, l'ultimo dei quali, nel 1172, lasciò la sua contea al re d'Aragona, donde passò al reame di Maiorca nel 1278; essa fu ripresa da Pietro IV d'Aragona e dotata di una Università nel 1349 (soppressa nel 1793) e di un consolato del mare nel 1388. Fu conquistata da Luigi XI nel 1475, ma Carlo VIII la restituì all'Aragona nel 1498. Nel 1597 fu ripresa da Luigi XII, ciò che venne riconosciuto nel Trattato dei Pirenei.

Nel 1602 il papa Clemente VIII trasferì a P. la sede vescovile di Elne (v.) che ritenne però la denominazione primitiva e rimase suffraganea di Tarragona fino al 1678 in cui divenne suffraganea di Narbona. Con la bolla Qui Christi Domine, del 3 dic. 1801, il papa Pio VII estinse l'antica diocesi di Elne; ma poi con la bolla Comunitas divinitus del 6 ag. 1817 la ristabili, fissandone la sede a P. e conservando l'antico titolo della diocesi per designare in latino la nuova. I vescovi, dal 1817 in poi, hanno risieduto sia ad Elne che a P. Patroni della diocesi sono s. Giovanni Battista, s. Eulalia e s. Giulia.

La cattedrale di S. Giovanni Battista offre uno dei migliori esempi del gotico meridionale ad unica ampia navata del sec. xiv-xv. La facciata è composta di strati di pietre e mattoni tagliati con