per cui l'ioideale si oppone al non-io naturale e diventa la forma superiore e la sorgente della realtà psicologica. E. Mounier (v.) si fonda invece su una posizione realistica (cf. specialmente: Rivoluzione personalistica e rivoluzione comunitaria, trad. it., Milano 1949; Che cosa è il p., trad it., Torino 1948): la persona raggiunge la sua perfezione, opponendosi a ogni forma di individualismo
egoistico e totalitarismo asservitore della sua assoluta autonomia personale e diventando forza irradiatrice di amore nella concretezza della vita sociale. Solo da questa rivoluzione personalistica può sorgere quella rivoluzione comunitaria che trasformi la società basata sull'utilitarismo in una vera società di persone o comunità, basata sul mutuo amore e sull'amore di Dio. In Italia i maggiori rappresentanti sono L. Stefanini (Metodisica della persona, Padova 1950; P. sociale, Roma 1952), che dalla coscienza attuale psicologica della persona passa a stabilire il suo significato metafisico; G. Boccetti (Il valore della persona, in Filosofi it. contemporanei, di vari autori, $2^{2}$ ed., Milano 1946, p. 195 sgg.), che sviluppa il pensiero del Rosmini (v.); A. Agozi (Saggio sulla natura del fatto educativo in ordine alla filosofia della persona e dei valori, Brescia 1951). Si deve segnalare inoltre la formulazione del p. storicista contenuta nelle opere di L. Sturzo (La società, sua natura e sue leggi, Bergamo 1949; Del metodo sociologico, ivi 1950), che si può mettere in relazione al pensiero di G. B. Vico ([v.] cf. G. Marchello, Storicismo e spiritualismo, in Riv. intern. di scienze sociali, 22 [1950], pp. 61-67).
b) Il p. neoscolastico parte dal valore metafisico della persona, principio del suo interiore dinamismo verso la pienezza dei valori, per fondare su di essa tutto l'ordinamento morale e sociale. "E solo quando il nostro io non viene fenomenizzato e spersonalizzato, che si può attribuirgli il valore di fine" (F. Olgiati, I fondamenti della filosofia classica, Milano 1950, p. 269). La persona infatti è perfettamente in sé e per sé, realmente e intenzionalmente. "Sola intellectualis natura est propter se quaesita in universo, alia autem omnia propter ipsam" (C. Gent., III, cap. 112). La persona creata può realizzare pienamente il fine creativo di Dio solo realizzando il suo fine personale, che consiste nel possesso eterno del Bene in tutta la pienezza del suo valore entitativo, cioè nella visione e amore di Dio. E questa coincidenza tra il fine interno ultimo e il fine universale ultimo, questa capacità intenzionale della persona di portare nella sua unità la pienezza dell'essere, che fa della persona stessa un assoluto e un fine, che Dio stesso riconosce, non riducendola mai a strumento della sua azione governativa (cf. Sum. Theol., $1^{\text {a }}-2^{\text {an }}$, q. 1, a. 2).
La definizione del p. cristiano contemplava un terzo termine : umanesimo teocentrico comunitario. La persona infatti è un bene a sé e agli altri. Come bene a sé comporta individualità e unità, apertura all'appropriazione di tutti i valori; come bene agli altri importa comunicazione del proprio bene: "bonum est diffusivum sui». Poiché la persona non può mai ridursi a strumento utilitaristico di un'altra persona, il legame associativo delle persone non può essere che il vincolo dell'amore vicendevole: società, quindi, espressione di amicizia, cioè comunità. L'elevazione soprannaturale dà alla persona la possibilità della comunione dei Santi (v.), basata sulla carità. La persona umana, per la sua essenziale composizione di spirito e materia, comporta necessità associativa per il conseguimento progressivo dei beni utili, proporzionati al pluralismo oggettivo delle esigenze della sua natura : il singolo, quindi, dinamicamente esprime la sua vita personale nella famiglia, nella professione, nella comunità nazionale e internazionale, nello Stato e, sul piano soprannaturale, nella Chiesa. La legge dell'amore e della carità consente alla persona il sacrificio di interessi particolari e temporali in vista del bene comune, ma esclude la rinunzia ai suoi valori assoluti.
Il p. cristiano pone come primo elemento il dovere che ha ogni singola persona di riconoscere e attuare la sua propria vocazione, naturale, soprannaturale e infine individuale, in dipendenza della sua situazione corporea, storica, ambientale. Come secondo elemento, l'impegno della presenza attiva della persona nel pluralismo sociale, portandovi lo spirito comunitario di amicizia e carità. Come terzo elemento, il diritto della persona - che ve concretizzato dalla legislazione positiva - di esser resa capace con l'opportuna opera educativa e la necessaria collaborazione, al riconoscimento e all'attuazione della sua triplice vocazione. Su questi principi fondamentali
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(101. Pout. Comm. arch. sucta)
Personificazioni - P. dell'Estate. Affresco del sec. Iv in un cubicolo del cimitero Inter duas lauros: - Roma.
è fondato il movimento sociale cristiano contemporaneo, tendente all'attuazione di un ordinamento sociale conforme ai diritti naturali e soprannaturali della persona umana. Ne sono stati ispiratori, con le loro encicliche e direttive, i sommi pontefici, da Leone XIII a Pio XII. Vi hanno collaborato insigni studiosi, da Ketteler (v.) a Toniolo (v.) fino ai contemporanei, che con scritti, settimane di studio, istituti sociali e riviste hanno approfondito i principi del diritto naturale e le leggi psicofisiologiche e sto-rico-sociali condizionanti l'attività umana. Da questi studi prende ispirazione l'attività sociale dei cattolici sia attraverso l'opetoso apostolato dell'Azione Cattolica (v.) che nella diretta azione politica, professionale e educativa.
Bim.: J. Wahl, Les philosophies pluralistes d'Angleterre et d'Jmérique, Parigi 1920; G. Legrand, Les grands courants de la social, cath. d l'boure prćceste, ivi 1927; A. C. Knudson, Philosophy of personalism, Nuova York 1927; G. Gurvitch, Les tendances actuelles de la philos. allem., Parigi 1930; D. De Rauppmont, Politique de la personne, ivi 1934; J. Lenz, Die Persontebrde des Menschen bei Thomae von Aquin, in Philos. Jahrb., 49 (1936), p. 138 sgg.; R. Jollivet, Pour une éthique de la personne, in Arch. philos.. 14 (1936), p. 106 sgg.; vari autori, La persome humaine en péril, Clermont-Ferrand 1937; G. Gonella, La persona nella filos. del dir., Milano 1938; L. Janssens, Personae et sociééé, Lovanio 1939; J. E. Koehle, Personality, etc., Newton 1941; P. Brunner, La personne incarnée, Parigi 1941; aut. vari, La persona umana e gli odierni prob. sociali, Roma 1942; aut. vari, Per la comunità cristiana, ivi 1942; aut. vari, Le cathal. social face aux grands courants contemporains, Parigi 1947; G. La Pira, Il valore della persona umana, Milano 1947; Luc J. Lefèvre, Personnalisme et crise moderne, in La pensée cath., 7 (1946) p. 37 sgg.; J. Maritain, La persona e il bene comune, trad. it., Brescia 1948; aut. vari, Persona e società, Gallarate 1950; J. Lacroix, Marxisme, existentialisme, personnalisme, Parigi 1950; E. Mounier, Le personnalisme, ivi 1950; vari, L'activité phil. contemppr. en France et en Amérique, 2 voll., ivi 1950; M. Chasraing, L'existence d'autrui, ivi 1951; F. Valentini, Il concetto di persona nella Mos. franc. contemp., in Rassegna di filos., I (1952), pp. 39-48. Tullio Piacentini
PERSONALITÀ. - In senso metafisico la p. esprime la determinazione costitutiva della persona (v.), il fondamento da cui muovono le possibilità e capacità della sua attuazione. Si può quindi distinguere un doppio momento nella struttura reale della p. : il primo iniziale che è costituito dalla natura razionale, intelligente e libera dell'uomo; il secondo terminale, che riguarda ed esprime l'esercizio della libertà in atto come processo operante di mezzi per un fine e quindi come unificazione e coordinazione di valori.
In questo secondo senso, a cui si volge di preferenza il pensiero moderno, la p. indica la persona in atto ovvero la "persona che afferma i valori a cui il suo essere è indirizzato" (Th. Steinbüchel, Die philosophische Grundlegung der katholischen Sittenlehre, I, 1, Düsseldorf 1938, p. 350). La p. è perciò la sintesi dell'aspetto statico e dinamico dell'essere spirituale considerato nell'impegno del conseguimento del fine proprio; invero la spiritualità, che è l'indipendenza nell'essere, ha il suo dispiegamento nell'indipendenza dell'agire in vista della scelta del fine e dei mezzi che gli corrispondono. Quando Kant ha affermato che "l'uomo esiste come un fine in se stesso e non puramente come mezzo ", proponendo la sua formula dell'imperativo categorico "agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre e a un tempo come fine e mai puramente come mezzo" (Einleitung in die Metaphysik der Sitten, § 4, ed. Cassirer, VII, Berlino 1918, p. 21 sgg.), si è fermato al primo momento della costituzione della p. e ha posto la base di quell'assolutizzazione della natura umana che sarà consumata dell'idealismo (v.). Senza il riferimento a un primo principio (v.) dell'essere e all'ultimo fine (v.) dell'agire, la libertà umana, con essa la p., manca di contenuto e significato : la ragione umana elevata ad assoluto dall'idealismo non soddisfa all'esigenza, perché l'umanità è finita e contingente e non può fondare se stessa ma svolgere soltanto le possibilità che ha ricevuto (cf. W. E. Hocking, Types of philosophy, Nuova York 1929, specialmente p. 314 sgg.: critica a Kant e all'idealismo). Anche Max Scheler (v.), che vede giustamente nella p. il "centro dello spirito" e intende la p. come "una gerarchia (Anordnung) di atti", trascura d'indicare il fondamento assoluto limitandosi a definire la p. come il "centro attivo in cui lo spirito appare nella sfera dell'ente finito" (Die Stellung des Menschen im Kosmos, $2^{\text {a }}$ ed., Monaco 1947, p. 35).
Dal concetto metafisico di p. come indipendenza nell'essere e nell'agire si passa al concetto psicologico come "formazione, unità e indipendenza di carattere»: essa suppone un certo grado di sviluppo intellettuale e morale così che l'uomo possa essere indicato come soggetto di "responsabilità" (cf. J. Laird, Problems of self, Londra 1917, p. 82). Quando l'unità delle varie sfere della coscienza (emotiva e morale, individuale e sociale) non è più conservata, si ha la cosiddetta "dissociazione della p." sulle cui cause la psicologia non ha ancora proposto una teoria soddisfacente. La p. psicologica sorge dalle "disposizioni originarie "insite in ogni individuo e si costituisce mediante l'esercizio delle proprie capacità in conformità dei gusti, tendenze, inclinazioni di ciascuno e secondo il particolare comportamento ch'egli assume nel suo ambiente sociale (cf. A. Gemelli-G. Zunini, Introduzione alla psicologia, Milano 1947, p. 376 sgg.). In questo senso la p. s'incontra con il nuovo concetto di "esistenza" (v.) dominante nella filosofia contemporanea che accentua il fattore della libertà nel suo divenire storico.
Bim.: Fr. J. Woodbridge, What is personality?, in Nature and Mind, Nuova York 1937, pp. 209 sgg.; G. W. Allport, Personality, ivi 1937; id., The nature of personality, Cambridge (Mass.) 1950: W. V. Richmond, La p., trad. it., Milano 1927; T. V. Moore, Double and multiple personality, in Cognitive psychology, Chicago 1939, p. 34 sgg.: esposizione sostanziale della patologia della p.; C. Blondel, La personalità, in Nouveau traité de psychologie, VII, 5, Parigi 1948; E. Rothacker, Die Schichten der Persönlichkeit, $4^{2}$ ed., Bonn 1948; M. Reding, Personsein, in Metaphysik der sittlichen Werte, Düsseldorf 1940, p. 150 sgg.; R. B. Castelli, Personality. A systematic and factual study, Londra 1950; H. Y. Eysenck, Les dimensions de la personnalité, Parigi 1950.
Cornelio Fabro
PERSONE DIVINE: v. TRINITÀ S.MA.
PERSONE FISICHE E GIURIDICHE : v. SOGgetto del diritto.
PERSONIFICAZIONI. - L'arte cristiana primitiva ha continuato in genere a servirsi delle p. create dall'arte classica.
Ad es., le p. delle 4 stagioni quali si rinvennero nel sec. xvi in un soffitto d'una casa romana sul Celio (Wilpert, Pitture, p. 35, fig. 2), e in un colombario del sepolcreto dell'Isola Sacra (G. Calza, Il sepolcreto dell'Isola Sacra,
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Pertif arcidocesi di - Panoroma dal fiume Swan.
Roma 1939), ricorrono talvolta in monumenti funerari cristiani, cosi nel cubicolo detto a della cappella greca in Priscilla, dove resta il busto dell'Estate (J. Wilpert, Practio panis, Parigi 1896, tav. 2); più tardi nel cimitero "inter duas lauros" (Wilpert, Pitture, tav. 100; J. P. Kirsch, Un gruppo di cripte dipinte inedite del cimitero del SS. Pietro e Marcellino, in Riv. arch. crist., 7 [1930], pp. 231-34, figg. 18-21); nel cosiddetto Marco e Marcelliano (Wilpert, Pitture, tav. 245, 1). La sola Primavera appare in un cubicolo di Panfilo (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. di arch. christ., I [1924], p. 141, fig. 52); in Pretestato si trova: la Primavera sotto l'aspetto di fanciulle intreccianti ghirlande di fiori (Wilpert, Pitture, tav. 32, 1); l'Estate con putti mietitori (id., ibid., tav. 32, 2); l'Autunno con putti vendemmianti (id., ibid., tav. 33); l'Incerno con putti che raccolgono le olive (id., ibid., tav. 34); putti personificanti le stagioni si trovano pure in Domitilla nel cubicolo detto dei fornai (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, Prato 1876-81, tav. 21, 2) e in Ponziano (J. Wilpert, Die Katakombengemälde und ihre alte Kopien, Friburgo in Br. 1891, p. 69, tav. 28).
Nella pittura cimiteriale, ma a solo senso decorativo, si ha anche la p. di Oceano nel cimitero di Callisto (Wilpert, Pitture, pp. 30-31 e tav. 134, 1); mentre il fiume Tigri è rappresentato (barbato, nudo, giacente) presso Tobia che vi prende il pesce in un affresco del cimitero ritenuto di Trasone (id., ibid., p. 31 e tav. 212). Il sole sotto forma di testa umana da cui partono raggi verso Giona si ha in una pittura del cimitero di Domitilla (id., ibid., tav. 56). P. del mare e delle terre, come nel sarcofago di Annios Catos, già in Callisto ora nel Museo Cristiano Lateranense (Wilpert, Sarcofagi, pp. 183-328, tav. 193, 1), o del mare nel passaggio del Mar Rosso (id., ibid., p. 183, tav. 211, 2); del caelus (id., ibid., p. 176), della tempesta o del vento (id., ibid., pp. 15, 162, 184, 202); del fiume Giordano, in un sarcofago Vaticano, in uno del Louvre e nel Lateranense 119 (id., ibid., pp. 182, 268 e fig. 106), che si troverà in seguito nei musaici dei due battisteri ravennati e ancora nell's Hortus delicianum ( Wilpert, Mosaiken, p. 779, fig. 349). Più tardi ancora nel Salterio greco del sec. IX della Biblioteca nazionale di Parigi si trovano le p. della Melodia che ascolta, della Montagna di Betlemme, della ninfa Eco, della Notte, dell'Aurora, della Forza, della Potenza, dell'Umiltà, del Pentimento, della Montagna, del Deserto, della Notte, dell'Abisso, ecc. (L. Brehier, L'art byzantin, Parigi 1924, tavv. 22-25).
Nel sec. XI altre p. si trovano nel Salterio greco Vaticano 381; tra queste si ricordano David tra la Sapienza e la Profezia (P. Franchi de' Cavalieri, Miniature del Cod. Vat. Reg. gr. I e del Salterio del Cod. Vat. gr. 381, Milano 1905, tav. 7).
Il Signore con la sua potenza, appare in genere, sem-
plicemente rappresentato con la mano divina sporgente tra le nubi che arresta il braccio ad Abramo pronto ad immolare Isacco o consegna la Legge a Mosè, o corona i Martiri di Cristo, o in busto in alto tra le nubi, come nei musaici di S. Maria Maggiore (ad es., nel sacrificio di Melchisedec, o quando parla a Mosè (Wilpert, Mosaiken, tavv. 8 e 19, 1 ).
P. del "Sol Salutis sotto il noto aspetto di Elios su biga o quadriga si ha in Domitilla, "inter duas lauros (Wilpert, Pitture, tav. 160, 1) e, in musaico, nella vòlta d'un mausoleo cristiano in Vaticano (B. M. Apollon)Ghetti, A. Ferrua, E. Josi, E. Kirschbaum, Esplorazioni sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano, I, Città del Vaticano 1951, p. 123, tav. D). Nei sarcofagi cristiani continuano talvolta le note p. del Sole radiato, della Luna crescente, come nel Sarcofago di Manosque (Wilpert, Sarcofagi, p. 328, tav. 192, 6). La p. della Chiesa Romana era nel musaico absidale della Basilica Vaticana, restaurato da Innocenzo III (Wilpert, Mosaiken, p. 362, fig. 114); nell'Exultet di Montecassino (cod. Barb. lat. 592, sec. xi) essa è rappresentata orante con la scritta Mater Ecclesia (Euc. Catt., III, coll. 1517-18). Di carattere assolutamente cristiano sono le due figure femminili personificanti la Carità e la Pace (Agape e Irene), in affreschi del cimitero "inter duas lauros" (Wilpert, Pitture, pp. 31, 433 sgg.; tavv. 133, 2; 157; 184). P. di Roma, di Costantinopoli, di Alessandria e di Treviri erano riprodotte nel codice contenente il Cronografo del 354, note attraverso i disegni del Peirese pubbl. da J. Streygowski ( Die Kalenderbilder des Chronographen vom 7. 354, Berlino 1888, tavv. 4-7); una capsella trovata in Creazia rappresenta nel centro Roma, avente a destra Costantinopoli e Cartagine e a sinistra Nicomedia e Siscia (CIL, III, 3969); la p. di Roma si ha pure in un affresco d'un edificio rinvenuto presso il Laterano nel 1655 (Wilpert, Mosaiken, p. 127 sgg. e tav. 1); essa è regina, come l'aveva chiamata Prudenzio (Contra Symmachum, I, 464: PL 60, 157).
Enrico Josi
PERTH, ARCIDIOCESI di. - Si trova nell'Australia occidentale e la città di P. è la capitale dello Stato. Nel 1842 i cattolici di P. chiesero all'arcivescovo mons. Polding Giovanni Beda (1794-1877) un sacerdote, e fu inviato il p. Giovanni Brady che, accompagnato dal p. Giovanni Joostens e dal catechista irlandese Patrízio O' Reilly, giunse a P. il 13 dic. 1843. Il 16 genn. 1844 si ebbe la prima chiesa cattolica.
Il territorio fu cretto in diocesi di P. il 6 maggio 1845 , come suffraganea dell'arcidiocesi di Sydney, dalla quale vennero pure distaccati e dichiarati interinalmente dipendenti dal vescovo di P. i vicariati apostolici di Essington
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e Sounde, soppressi il 25 giugno 1847, Il 12 marzo 1867 fu distaccato il territorio dell'abbazia nullius di Nuova Norcia. Nella stessa data furono modificati i confini della diocesi, che il 27 apr. 1903 codette una parte del territorio all'abbazia di Nuova Norcia. Il 30 genn. 1898 fu distaccato il territorio per formare la diocesi di Geraldton. Il progresso della nuova diocesi fu abbastanza rapido e il 28 ag. 1913 fu elevata ad arcidiocesi. I cattolici sono ca. 60.000 su 250.000 ab.
La superficie e di kmq. 210.051 con 73 parrocchie, 180 chiese, 122 sacerdoti secolari, 32 sacerdoti religiosi, 63 fratelli, 967 suore. Ospedali 6 con 600 letti, orfanotrofi 3 con 810 ragazzi, asili per vecchi 1 con 170 ricoverati. Scuole elementari 87 con 6820 ragazzi e 3300 ragazze, superiori 27 con 970 studenti e 1200 studentesse. Vi si stampa il periodico The Record con 16.000 copie. L'Azione Cattolica e la Legione di Maria sono bene sviluppate.
Bin.: Australasian Catholic Divestacy 1470, Sydney, pp. 211-25; MC, 1950, 423-24; Bullarsum S. C. de Propaganda Fide, Roma s. a., app. 3, pp. 48-49; anon., Centenary of the Catholic Church in Western Australia, 1240-1246, Sydney s. a.; P. Maron, History of the Catholic Church in Australasia, ivi s. a., pp. 333-41. Saverio Paventi
PERTICARI, Giulio. - Letterato, n. a Savignano (Rimini), il 15 ag. 1779, m. a S. Costanzo (Pesaro) il 26 giugno 1822. Gcnero e collaboratore del Monti, fu a lui vicino nella polemica dei classicisti contro i romantici, che il P. sviluppò nel Giornale arcadico di Roma, e in quella sulla lingua.
Le due più famose sue opere (Degli scrittori del Trecento e dei loro imitatori, 1818, e Dell'amor patrio di Dante, e del suo libro intorno il Volgare Eloqum, 1820) furono inserite nel 7 voll. della Proposta del Monti (v.). Il P. vi sosteneva una lingua composita non solo nello spazio, ma anche nel tempo, propugnando con un germinale senso storicistico la necessità di accogliere nella lingua italiana i vocaboli che vi fossero entrati nello svolgersi della sua secolare vita. La passione di erudito, che è caratteristica fondamentale del P., lo indusse poi, in contraddizione con il proclamato classatismo, a volger la mente a studi di lingua e letteratura provenzale, sulle orme del Raynouard, e alla raccolta di romanze spagnole curate dal Depping, oltre che a vari studi sulla lingua e letteratura italiana del Due e del Trecento.
L'atteggiamento verso il cattolicesimo non è problema dominante della sua vita spirituale, ma in quanto atteggiamento verso il papato appare connesso alle sue propensioni ideali di politico e anche di umanista. Egli infatti, dalla celebrazione del ritorno di Pio VII a Roma nella cantica di maniera montiana Il prigioniero apostolico, passò ad un "amor patrio" italiano nascente dalla delusione per la mancata attuazione degli ideali sognati. Questo sentimento nazionale, che alimenta con negativi o fecondi risultati le sue più famose opere di critica, si configura anche in senso anticuriale. Di questa tendenza sono stati veduti i riflessi, oltre che in esplicite dichiarazioni del P. e in testimonianze di contemporanei, in talune manifestazioni della sua produzione filologica, come sempre avveniva in lui, quali i volgarizzamenti di egloghe e di epistole del Petrarca ispirate a simili sentimenti, e una vita di Cola di Rienzo dedicata a Guglielmo Pepo.
Bin.: L. Bertuccioli, Memorie intorno alla vita del conte G. P., Pesaro 1822. Non esiste uno studio moderno sul P.: la tentazione più completa è quella di G. Mazzoni, in Ottocento, $4^{\circ}$ rist., Milano 1949, pp. 339-41 e pp. 398-401. Per il testo: G. P., Opere, Bologna 1838.
Marcello Aurigemma
PERTILE, Antonio. - Storico del diritto italiano, n. ad Agorda il io sett. 1830, m. a Padova il 4 marzo 1895. Studio nelle Università di Graz, Vienna e Padova ove si laureò nel 1855 e due anni dopo ebbe la cattedra di storia del diritto: da allora attese all'opera Storia del diritto italiano dalla caduta dell'Impero romano alla codificazione (6 voll., Padova 1873-87; $2^{\circ}$ ed. definitiva, 1892-1903).
Questa vasta esposizione, prima e fondamentale tappa della nuova disciplina, sembra ancora dipendere, nel me-
todo e nella partizione della materia, dalla storia del diritto tedesco di F. Walter. Oggetto di ampie lodi come di ingiustificate ostilità, essa non costituisce un modello perfetto di raccolta di documenti né una vera sintesi degli istituti, ma ne traccia l'evoluzione sulla base delle fonti ed entro limiti di luogo e di tempo non meglio definiti prima d'allora. Dei due intenti che il P. dichiarava di aver raggiunto con l'aiuto della Provvidenza: fornire il disegno e porre la base della storia del diritto italiano, il secondo rimane imperituro.
Bin.: P. Del Giudice, Storia del diritto it., II. Fonti : legislazione e scienza giuridica dal sec. decimessto ai giorni nostri, Milano 1923, p. 386 sg.; F. Patetta, Storia del dir. it., Iatrodus., Torino 1947, p. 187 sg.
Fulvio Cessara
PERTINAGIA. - In quanto è costanza in qualunque operazione o in quanto si manifesta in chi non si lascia smuovere dalle difficoltà, non è che la virtù della perseveranza (v.) esercitata in modo eminente; ma in senso specifico, nel senso di caparbietà ed ostinazione, viene concepita come vizio opposto alla perseveranza per eccesso, cioè, secondo s. Tommaso, Sum. Theol., $2^{0}-2^{00}$, q. 138, a. 2, come "il perseverare nel proprio parere più che non convenga .
Ciò avviene con il non voler consentire al parere altrui, anche se migliore, e questo per non apparire meno saggio. P. è anche l'insistenza nel fare il male, mentre la perseveranza è la costanza nel fare il bene. Generalmente la p. nasce dalla superbia, mentre la incostanza deriva dalla leggerezza, vizio contrario alla perseveranza per debolezza.
La p. nel negare una o più verità rivelate da Dio e proposte dalla Chiesa a credere, entra come elemento essenziale nel peccato e delitto di eresia (v.).
Bin.: v. abesta e i comuni trattati di teologia morale, dove trattano de fortitudine et de vitiis appositis. E inoltre: M. A. Janvier, Esposizione della morale cattolica, X: La virtù della fortezza, Torino-Roma 1938, pp. 198-99, 298. Fulvio Cessara
PERU̇. - I. Geografia. - E il più vasto ( 1,25 milioni di kmq.), ma non il più popolato ( 8,2 milioni di ab.; 7 a kmq.) degli Stati andini.
Il territorio comprende una regione costiera lunga ca. 2000 km ., con clima secco e a sud aspetto addirittura desertico; la Sierra, che è la parte più importante del paese, costituita da allineamenti di elevati rilievi ( 6765 m . nel Nevado de Huascarán), separati da altopiani e valli profonde, e la Montaña, declinante al bassopiano amazonico, rivestita dalla impenetrabile foresta equatoriale. Il $70 \%$ della popolazione vive nella Sierra, dove i centri maggiori si trovano ad altezze varianti dai 2300 ai 3360 m . (Cerrò de Pasco, a 4300 m ., è uno dei più alti del globo), il $25 \%$ sulla costa, vivificata dal crescente sviluppo della irrigazione; il resto nella Montaña. Di questa popolazione ca. metà sono Amerindi, il resto meticci, creoli, negri e mulatti. Numerosi, relativamente, gli asiatici ( 23 mila giapponesi e 7 mila cinesi); gli Italiani sono ca. 15 mila.
Il P. è paese di larghe possibilità agricole e minerarie, ma soffre da tempo per difetto di capitali, di braccia e di stabilità politica, sebbene di recente avviato verso una certa ripresa economica, alla quale gli Italiani hanno contribuito e contribuiscono in misura cospicua. L'agricoltura dà prodotti svariati (cotone, canna da zucchero, riso, caffè, agrumi, vite, frutta, ecc.), ma i cereali non bastano al consumo interno. Il caucciù è in decadenza; notevole la coltura della coca (da cui si estrae la cocsina). Dalla foresta si ricava ancora poco (difficoltà delle comunicazioni); discreto l'allevamento (ovino soprattutto, llama ed alpaca); in continuo sviluppo la pesca sulle coste, ricche di plankton e perciò di pesce (recente impianto di stabilimenti per il prodotto scatolato). Dal sottosuolo si estrae petrolio ( 2 milioni di tonn. nel 1949), rame, argento, piombo, ferro, carbone, vanadio, bismuto, ecc.; lungo la costa sono i celebri depositi di guano. Le industrie hanno ancora proporzioni del tutto inadeguate alle prospettive; e così è anche del commercio.
La capitale Lima ( 750 mila ab.) è l'unico centro con popolazione superiore ai 100 mila ab.; Callao ( 90 mila),
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PerG - 1) Confine di Stato; 2) confine di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovia.
Talara ( 15 mila) e Mollendo ( 14 mila) i porti principali. Il P. è una repubblica unitaria, con governo rappresentativo a rappresentanza bicamerale; il presidente è eletto ogni 6 anni. Il paese è diviso in 24 dipartimenti. Religione di Stato la cattolica; numerosi ancora, nell'interno, i pagani.
BibL.: O. Burger, P.: ein Führer durch das Land, Lipsia 1923: G. Cumin, P. Condizioni naturali ed economiche, Roma 1926; E. Romero, Geografia economica del P., Lima 1940.
Giuseppe Caraci
II. Religione. - I conquistatori Incas subirono nella religione l'influsso dei paesi conquistati e assimilarono buona parte della loro cultura. Si ebbe, perciò, come naturale conseguenza della fusione con le varie civiltà preincaiche, una specie di sincretismo religioso.
La religione ufficiale dell'Impero peruviano consisteva principalmente in un culto solare. Il Sole, la divinità del clan degli Incas, era rappresentato sulla terra dall'Imperatore. Al sole venivano tributati i principali onori con un solenne cerimoniale che si svolgeva, soprattutto, ai solstizi e agli equinozi.
Del culto solare facevano parte alcune divinità che impersonavano i corpi celesti. Le più importanti erano la Luna, moglie e sorella del sole; Pitua, il figlio maggiore del sole, il quale rappresentava il pianeta Giove, ritenuto soggiorno dei beati; Chasca, corrispondente al pianeta Venere, raffigurato come un giovane dalla lunga chionia ricciuta, in qualità di paggio del sole che ora precedeva, ora seguiva nel cielo. Le Pleiadi, ritenute regolatrici dell'umidità, erano venenste particolarmente in dicembre: a loro era rivolta la preghiera di far cadere piogge sui seminati. Il dio del fulmine, Catequil, riforme per i suoi tre aspetti di lampo, tuono e folgore, era rappresentato come un serpe, con o senza penne, ed era uno dei ministri del sole. Questo dio apparteneva ad uno strato
molto antico della religione peruviana; probabilmente il suo culto aveva richiesto nei tempi più lontani sacrifici umani.
Ad un'epoca molto antica, certamente preincaica, risale l'origine del culto di due divinità, Viracocha e Pachacamac, culto cosi profondamente sentito dagli indigeni che gli Incas conquistatori non solo li ammisero a far parte della religione ufficiale, ma riconobbero agli dèi stessi grande importanza. Un mito narrava che dal sole e dalla luna erano nati tre figli, Viracocha, Pachacamac, e Manco Capac: i primi due ottennero dal padre il dominio celeste, il terzo ed i suoi discendenti ebbero l'impero del mondo. Secondo la critica, Pachacamac in origine sarebbe stato l'Essere Supremo dei Chimu, una popolazione che si stabili in epoca molto remota nella regione peruviana. Al dio non veniva tributato culto : era l'indellinibile o, semplicemente, "Colui che è ". Il suo nome si poteva pronunziare solo a bassa voce, chinando la testa
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Perù - Cintura peruviana in piume donata al S. Padre.
ed eseguendo gesti particolari. Le cose umane erano da lui regolate con leggi eterne, cui nessuno poteva sottrarsi. Nei tempi antichi aveva distrutto l'umanità; ne aveva poi creata una migliore. Altre divinità di origine molto remota erano: Mamapacha, la madre terra; Waku, l'acqua; Nina, il fuoco; Uayra, il vento. Erano anche veterate le grandi montagne, i grandi fiumi e varie piante ed animali. Oltre alle divinità di ordine superiore gli Incas veneravano alcune cose, oggetti, località, chiamati genericamente huacas (o anche huilicas). Vi erano huacas immobili e mobili. Le prime comprendevano templi, tombe di antenati, luoghi cui si collegavano ricordi di personaggi mitologici o di imperatori Incas morti, campi di battaglia, colline, caverne, palazzi, prigioni, case, luoghi di incontro, ponti, cave; le huacas più comuni erano le sorgenti e le rocce. Un tipo speciale di huaca era l'Apacita, un cumulo di pietre che indicava qualche punto critico lungo le strade (ad es., i passi) e innanzi al quale i viaggiatori si soffermavano per fare offerte e pregare. Tra le huacas mobili v'erano immagini ed amuleti adibiti a differenti scopi: alcuni rappresentavano esseri umani, altre animali. Erano huacas anche i cadaveri e le cose insolite ed eccezionali, come spighe di mais speciale, pietre di formo o colore insolito, cristalli, ecc.; i gemelli, le persone con sei dita e quelle nate per i piedi. Ogni imperatore Incas aveva un guardiano personale, che chiamava fratello : questi era considerato generalmente una huaca mobile. Forse anche gli altri uomini potevano avere guardiani personali. Non è del tutto chiaro se gli Indiani credessero nell'esistenza di esseri soprannaturali distinti dall'oggetto nel quale risiedevano o se considerassero l'oggetto stesso un essere soprannaturale. Questa seconda ipotesi è, però, la più probabile.
La più alta autorità nel campo religioso era il sovrano (chiamato Inca), dio vivente e capo dei sacerdoti. Nelle sue funzioni religiose, egli era coadiuvato dal vilac Humu, scelto tra i suoi parenti più stretti (in genere fratelli o zii). Gli altri sacerdoti si dividevano, secondo le loro mansioni, in sacrificatori, indovini, eremiti, medium, ecc. Non erano riuniti in collegi. Solo alcune donne, le Busta o vergini del sole, erano raccolte in una particolare organizzazione. Venivano scelte fra le fanciulle nobili e tra quelle del popolo di particolare bellezza. All'età di otto anni erano rinchiuse in conventi dove rimanevano tutta la vita. Un voto, solennemente pronunciato, le obbligava alla castità e a non vedere uomini eccetto i figli del sole; chi infrangeva il voto, caso che non si verificava quasi mai, era soggetta alla pena di morte, pena estensibile all'amante e ai parenti. Le Busta si occupavano del servizio del tempio di Cuzco e, in particolare, alimentavano il fuoco sacro, che doveva ardere perennemente; tessevano le stoffe per l'Imperatore, impastavano il pane sacro e preparavano la sora per le cerimonie di culto. Tra le Busta l'Imperatore poteva scegliere qualche concubina. Le pratiche religiose, oltre che nei prescritti rituali, consistevano in preghiere, singole o collettive, in digiuni e pellegrinaggi, e nella confessione dei peccati. Molto sentita era la fede in una vita ultraterrena. In rapporto a tale credenza, si deponevano nella tomba, accanto al defunto. oggetti, spesso anche di valore, che avrebbero servito a lui nella vita futura. Nel regno dei morti, nobili e popole avevano sedi distinte. Molti templi, tra cui famoso quello di Cuzco, si ergevano in tutto l'Impero.
Bint.: A. Oliva, Hitt. de la Comp. de Jesús en el Perú. I, Lima 1892; R. E. Latcham, Creancias religiosas de las antiguas Personas, Santiago del Chile 1949; J. Imbelloni, L'antico P., in B. Biasutti, Razze e popoli della terra. III, Torino 1941; Handbook of South American Indians. II, Washington 1946 (v. in particolare il cap. di J. H. Rowe, Inca Culture at Time of Spanish Conquest); P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, I, $3^{2}$ ed., Torino 1940, pp. 139-77.
III. Storia. - Carlo V nel 1529 concedeva a F. Pizarro (v.) di esplorare, occupare, popolare nuove terre a sud del Panamá, oltre il rio Birù (o Pirù), poco più a sud della baia di S. Miguel ( $7^{\circ} 34 \mathrm{~N}$.), lasciando al conquistatore la più ampia libertà di movimento in quelle zone inesplorate.
La storia del P. prima dell'arrivo di Pizarro e dei suoi sfugge a qualsiasi indagine, causa la mancanza delle fonti, le distruzioni operate dagli occupanti e la parzialità dei primi cronisti spagnoli che si accompagnarono con il Pizarro, o che gli furono immediatamente successori. Fra questi, unica eccezione, non però superiore del tutto ad una rigorosa critica, la cronaca di Girolamo Benzoni, milanese, pervenuto in quelle terre verso il 1541 . Gli Spagnoli vennero così in contatto con l'Impero degli Incas il cui nome, nella lingua locale, era quello di Tahuantinsuyu ossia delle "Quattro Regioni»: l'occidentale (Cuntisuyu), la settentrionale (Chinchaysuyu), la meridionale (Collassyu), l'orientale (Antinsyu) abbraccianti un'estensione molto superiore a quella presente del P .
Capitale di questo Stato, su cui dominava il Sapa Inca, cioè a dire il "solo signore", era Cuzco, costruita, secondo la leggenda indigena, da Marco Capac.
Da Cuzco, attraverso vicissitudini diverse, l'Impero si spinse fino al Pacifico e poi, a mano a mano, fino all'attuale Pasto (nella Columbia) ed al mezzodi nell'Argentina, all'epoca dell'Inca Huayna Capac. Questa la tradizione, ma la critica odierna opina che la fondazione di Cuzco e la preminenza alla quale giunse l'Impero degli Incas si debba ascrivere alla coesione di alcuni membri della casta privilegiata, dai quali si sarebbe sviluppato il movimento espansionista della intera nazione. I motivi poi del disfacimento dell'Impero incaico, oltre che all'attività guerriera dei conquistatori, sono dovuti alla guerra di successione fra i due ultimi Incas, Huascar ed Atahualpa, figli di Huayna Capac, lotta che diede buon gioco agli Spagnoli sopraggiunti. Da Cuzco i Sapa Incas estesero la loro dominazione sulle tribù circostanti vincendole e trasferendo le varie popolazioni soggette in località differenti da quelle originarie, facendo affluire in queste tribù di differenti regioni. In tal modo fu possibile agli Incas (cioè allo ayllu che darà i capi, civili e militari, all'Impero) pervenire da un lato all'ampliamento del territorio controllato, dall'altro al potenziamento del ceppo imperiale, dal quale il potere passò più tardi al ramo di Haman-Coczo, in conseguenza di una rivoluzione di palazzo. Si può ritenere che la durata dell'Impero incaico sia stata di due secoli e mezzo ca., Pizarro avendogli posto fine, con l'uccisione di Atahualpa, nel 1533.
I maggiori ritrovamenti archeologici del P. vanno dalla zona compresa fra il $4^{\circ}$ ed il $17^{\circ}$ parallelo sud, dal bacino del Marañon (nord) al corso del rio Desaguadeso
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(per cortain del pied ti, l'olio
Perd - Chiostri del collegio dei pp. Gesuiti. Arte ispanoindipena (1738) - Lima.
(sud), dal che si può concludere che l'espansione territoriale s'era verificata in tutte le direzioni. Se pure non si può stabilire come si sia giunti al livello culturale e sociale dell'intero complesso imperiale incaico, certo è che la civiltà rinvenuta nella zona centrale risulto assai superiore a quella delle popolazioni circostanti : e prova se ne ha nel sistema delle strade che si irradiava da Cuzco nelle varie direzioni; nella successione dei posti di tappa; nell'organizzazione dei messaggeri; nei ponti fatti di corde sui quali era possibile varcare burroni spaventosi e corsi d'acqua rapidissimi; nelle costruzioni di pietre lavorate a secco o con malta; nell'organizzazione dell'esercito; nel culto dei trapassati; nella venerazione del Sole, al quale erano stati eretti templi di incomparabile ricchezza e sontuosita; nelle costumanze agricole del Sapa Inca; nell'obbligo, per tutti, di lavorare i campi e nella ripartizione dei raccolti; nella ceramica e nella tessitura. Esistevano però vere e proprie zone grigie di rilevante importanza: la mancanza di animali da trasporto più forti dei llama; la non conoscenza di carri e ruote; l'assenza del ferro e, quello che più importa, della scrittura non sostituita dal quipu, sistema mnemonico di registrazione mediante nodi su corde all'uopo preparate.
La popolazione era organizzata in una specie di collettivismo agricolo per cui, dagli appartenenti alla casta dominante fino all'ultimo dei sudditi, tutti lavoravano la terra, fattore primo della ricchezza nazionale, e poi si dedicavano alle arti, ai mestieri, o servivano nell'esercito. Il grande merito della organizzazione agricola incaica fu di aver ideato e costruito sistemi di terrazze digradanti, per sfruttare al massimo ogni zolla di terreno. La vita privata o politica della vasta organizzazione incaica si fondava sull'organizzazione dello ayllu costituito da un complesso di famiglie dirigenti, poste sotto lo stesso comando ed aventi un totem comune ed una determinata estensione di terreno da coltivare. L'unione dei diversi ayllus, a causa dell'aumento del territorio coltivabile e lo sviluppo dei lavori agricoli, porterà alla tribù, che, unita ad altre, darà vita al distretto, governato da un capo; la sottomissione di questi ultimi all'Inca porterà, necessariamente, alla confederazione delle quattro regioni rette ognuna da un legato dell'Inca di sangue reale e dipendente
direttamente dal Sapa Inca. Annualmente si regolava la distribuzione della terra agli ayllus, e al momento del raccolto, questo veniva ripartito fra le famiglie dopo che erano state tolte le parti spettanti ai templi del Sole, all'Inca, allo Stato; mentre prati e boschi appartenevano agli ayllus, gli armenti e le miniere erano di pertinenza dell'Inca; i lavori di pubblica utilità venivano compiuti in comune da tutti gli ayllus della regione.
L'organizzazione militare era simile alla civile; il Sapa Inca, od un suo strettissimo parente, era il comandante generale dell'esercito che, per il tramite di ufficiali via via degradanti, trasmetteva gli ordini alle truppe; le armi adoperate, tutte di legno con estremità di metallo, erano fionde, frecce, lance, clave, spade, mazze ferrate. Le maggiori cure vennero dedicate alle truppe: se il bottino era severamente vietato, una sapiente dislocazione di magazzini era stata predisposta fino ai limiti estremi del territorio, mentre, oltre alle vie, ai ponti ordinati, erano stati approntati e venivano sempre tenuti in perfetta transitabilita strade e ponti militari.
Il 24 sett. 1332 terminn l'epoca incalca e ha inizio la storia peruviana propriamente detta, ad opera di Pizarro (v.). A un primo periodo, caratterizzato dai conquistatori avventurieri, subentro quello dell'organizzazione ispano-coloniale. Essa riconobbe come minuscole città le sedi di distaccamenti militari, divise il territorio in repartimientos e, dopo la conferma agli eredi del primo possessore spagnolo, in encaminados. Per queste si fece costantemente ricorso a masse di indigeni per i lavori agricoli di pubblica utilità, con grave loro danno. Carlo V, anche per interessamento ecclesiastico, emanò nel 1542 le Nuesas Leyes, che, applicate arbitrariamente, ebbero una notevole portata dopo la scoperta di importanti giacimenti di oro, argento e mercurio ( $1544-54$ ).
Lo sviluppo rapidissimo delle industrie, oltre a dar vita a nuove citrà, come Potosi e Huancavelica, aumentò la richiesta di mano d'opera indigena la quale, nonostante le rimostranze di alcuni viceré e di molti autorevoli elementi del luogo, fu sfruttata in modo barboro fino al 1742, quando soppressi i corregidores (sorta di impiegati amministrativi) si ripartì il P. in otto intendenze, ponendo a capo di ognuna di esse funzionari spagnoli dipendenti direttamente dal viceré. Il commercio fu esercitato monopolisticamente dalla Universidad de mercatores di Lima, mentre in Spagna gli unici ad essere autorizzati ai traffici con il P. furono prima i Castigliani e dal 1775 tutti gli Spagnoli : solo nel 1808 si avrà la piena libertà di commercio fra la madre patria ed il P.

(per cortain di mons. A. P. Fruta:j
Perd - Contadino con lama.
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Il movimento ideologico derivante dal sorgere degli Stati Uniti e della Rivoluzione Francese influendo sulle classi liberali e colte dell'America latina provocava intanto quella serie di moti che porteranno al distacco delle varie colonie ispaniche. Ma nel chiuso e pressocché inaccessibile P. le ideologie novatriciattecchirono solo dopo che una colonna di Argentino - Cileni, agli ordini del Liberando generale San Martin, sbarch sule costc della regione e si impadronl di Lima (1822) dando luogo alla proclamazione della indipendenza ( 28 luglio).
Nominato San Martin "dittatore supremo " il 3 ag. 1822, questi nel mese seguente demandò i suoi poteri al Congresso, che si affrettava ad eleggere José de la Riva Aguero primo presidente della nuova Repubblica. La reazione degli Spagnoli contrastò lo sviluppo degli avvenimenti peruviani tanto che soltanto con le battaglie di Ayaclinuco (vinta dal generale Sucre, luogotenente del Bolivar, il 9 dic. 1824 contro le truppe del viceré La Serna) e del Callao ( 22 genn. 1826) essa verrà definitivamente infranta; Madrid si piegherà ai fatti compiuti solo più tardi. Caduto il desiderio di portare i confini della nuova Repubblica alla sua antica unità storicogeografica comprendendo anche l'alto P. boliviano, nonché l'aspirazione di Bolivar di costituire una confederazione fra P., Bolivia e Columbia con unica capitale, si ebbero nella regione anni confusi e drammatici per ripetuti disordini e sopraffazioni, che si protrassero fino al 1845, quando la nuova Repubblica poté procedere decisamente sulla via del progresso economico e civile: si inaugurarono i primi tronchi ferroviari, si organizzò il servizio telegrafico, venne dato notevole impulso ai lavori di pubblica utilità, si consolidò il debito interno. Il 10 nov. 1860 fu emanata la nuova Costituzione con la quale si distinsero nettamente i poteri economico, legislativo, giudiziario, si abolì la pena di morte, si soppressero decime e fueras ecclesiastici e militari.
La prosperità ed il progresso del P. furono interrotti in parte da una guerra contro la Spagna, cui partecipò anche il Cile ( 1866 ) e poi dalla più grave "guerra del Pacifico " combattuta dal P. insieme con la Bolivia contro il Cile dal 1879 al 1884 e conclusa solo il 30 aprr. 1895. Dopo questi fatti la vita nazionale riprese quel ritmo ininterrotto con il quale raggiunse i tempi nostri.
Bra, W. H. Prescott, Histoire de la conquête du Pérou, Parigi 1863; P. De Cieza de León, Chronica del Perú, Siviglia 1880; S. Ruge, Storia dell'epoca delle scoperte, Milano 1886; Cobo Bernabco, Historia del Nuevo Mundo, Siviglia 1890; Garcilaso de la Vega el Inca, Los comentarios reales de los Incas (1805), Lima 1918; C. Wicose, Historia del P. colonial, ivi 1923; R. Bianco Fombona, Il conquistatore spagmolo del sec. XVI, Milano 1926; G. Perrone, Il P.: memorie di una antica civiltà, Roma 1926; G. Bezzocchi, Vecchio P., Bologna 1933; V. M. Bertiga, Los mercedarios en el P. en el siglo XVI, Roma 1933; C. Pereyra, P. Pizarro y el tesoro de Atubualpa, Madrid s. d.: id., L'osserv de l'Espagne en Amérique, Parigi s. d.: R. Vargas Ugarte, Las jesuitas del P., Lima 1941; B. Biermann, Die Anfduge der Dominizhuserrabighest in Neu-Spanica und Perú, in Arch. Pr. Prandicatorum, 13 (1943), pp. 5-58; F. Mateos, Historia general de la compañia de Jesús en la Provincia del P., 2 voll., Madrid 1944.
Nardo Naldoni
IV. Evangelizzazione. - Alla prima ricognizione militare del P. nel 1524 partecipò, insieme con Pizarro e Almagro, il sacerdote secolare Fernando de Luque; nel 1527 Pizarro esplorò il paese insieme con
il francescano Marco da Nizza e con il chierico Alfonso di Molina. Nella sua campagna del 1523 per la conquista del territorio, egli condusse con sé dalla Spagna, sotto la guida di Reginaldo di Pedrazza (v. panama), 6 domenicani, fra cui il p. Vincenzo Vaverlde, il quale, nominato vescovo di Cuzco ( 1536 ), fu consacrato in Spagna e nel ritorno portò con sé altri domenicani. Carlo V lo nominò "protettore degli Indi . Nel 154: fu massacrato dagli Indi nell'isola di Puna (Ecuador). I Domenicani nel 1554 fondarono a Cuzco il loro primo convento nel tempio del sole, loro regalato da Pizarro dopo la conquista della città. Nel 1553 fu eretta la provincia domenicana di Lima, con 18 conventi : nel 1565 si contavano in P. più di 100 domenicani.
Ugualmente operosi i 12 francescani, che con il superiore Marco da Nizza, compagno di Pizarro nel 1527, si recarono in quella terra. Fra i missionari francescani si distinsero il fratello laico Matteo di Xumilla e s. Francesco Solano. Nel 1535 fu eretta la custodia francescana del P., che nel 1550 ebbe 15 case. Nel 1553 fu trasformata in provincia, contando 18 case. Il loro lavoro si svolgeva fra colonizzatori e indiani. I Mercedari sostengono che i loro confratelli, verso il 1534 , in numero di 24 siano stati i primi ad evangelizzare il P. Dopo aver dato alla Chiesa del P. alcuni buoni vescovi, cessò nel paese la loro attività. Anche gli Agostiniani predicarono il Vangelo ai Peruviani dal 1550 . Fra questi si distinsero i pp. Garcia e Ortiz, i quali dall'ultimo principe degli Incas ottennero il permesso di predicare, erigere cappelle, aprire scuole, ed ebbero affine la gioia di battezzarlo con il nome di Filippo. Dopo Cuzco, anche Lima fu eretta in diocesi nel 1541 ed il 20 genn. 1543 in arcidiocesi, che il 12 marzo 1546 fu trasformata in sede metropolitana, e nel 1572 in primaziale. Primo vescovo, poi arcivescovo, fu il domenicano Girolamo da Loaysa. Tra i suoi successori va segnalato specialmente s. Toribio da Mogrovejo (1579-1606), per l'attività sia pastorale, sia missionaria, che gli procurò il titolo di apostolo del P. Tenne 10 sinodi diocesani e 3 concili provinciali; tre volte visitò la sua diocesi, inoltrandosi fino nelle foreste delle Ande; fondò una tipografia e pubblicò un catechismo.
Nel 1551 fu fondata l'Università di Lima, la prima sul continente americano. Il P., con s. Rosa da Lima, ha dato alla Chiesa la prima santa americana. I Gesuiti si aggiunsero agli altri missionari nel 1568 , fondando subito chiese e scuole in quasi tutte le città, e nel 1577 un seminario per le missioni a Juli, sulle sponde del lago di Titicaca. Nel 1582 la provincia del P. già contava 1333 Gesuiti. Nel 1572 i Gesuiti accettarono la missione fra gli Indi. I pp. Samaniego e Martinez eressero la famosa missione di S. Cruz de la Sierra, dove in breve tempo più di 10.000 furono i battezzati. Nel 1580, dopo soli 3 anni dall'inizio delle missioni, 30 gesuiti predicarono nelle lingue indiane, mentre ordinariamente nelle altre missioni dell'epoca si predicava spesso per mezzo di interpreti. I Gesuiti, molte volte con pericolo della loro vita, cercavano di attirare gli Indi dalle foreste nei centri cristiani. Nel 1690 e 1710 riuscirono ad ottenere dai viceré il divieto del mercato degli Indi. Con la missione fra i Moxi, i quali furono riuniti in 6 riduzioni, portarono il cristianesimo sino ai confini del paese. Verso la fine del sec. xviri si trovavano nel P. i gesuiti Arlet e Borin, i quali evangelizzarono i Caniciani. Dopo l'espulsione dei Gesuiti (1767), le loro missioni passarono al clero secolare, ma andarono sempre più decadendo. La lotta per l'indipendenza contro la Spagna prima, le guerre intestine poi e il dominio della massoneria nel sec. xix furono nefasti per la Chiesa e le missioni. Nel 1849 i Francescani poterono richiamare a nuova vita la loro missione di Utopa. Ma solo nel 1900, dopo l'invito di Leone XIII nel 1895 , su domanda dei vescovi della regione e di pieno accordo con il governo, Propaganda creò 3 nuove preferenze apostoliche per gli Indi delle regioni montagnose dell'interno: cioè quella di Ucayali, lasciata ai Francescani, quella di Urubamba, affidata ai Domenicani, e quella di S. Leone delle Amazzoni, agli Agostiniani.
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(do Póo Kátempa, Mod. Americam Art, Nuovo Tark 12(6, 100, 28)
Perù - Stele figurata - Casma, Costa Nord.
1943), con le suffraganee: Cajamarca ( 5 apr. 1908); Chachapoyas (già Maynas 1805 ; nome odierno 4 luglio 1943); Piura (zo febbr. 1940) e prelatura nullius: Moyobamba ( 7 marzo 1948).
2. Vicariati apostolici: Iquitos (1