iocesi di - Facciata della Cattedrale (sec. xiv) - Pesaro.
mann, I, Lipsia 1887-91, fasc. 1, p. 419); il card. Ascanio Sforza che fu amministratore della diocesi (1489-91); Giacomo Simonetta ( $1528-38$ ) canonista, creato cardinale di Paolo III, membro della commissione cardinalizia per la riforma della Curia ( 20 apr. 1537) e legato al Concilio che doveva aprirsi a Vicenza ( 20 marzo 1538); il nipote Ludovico (1538-61), presente alla prima convocazione del Concilio di Trento nella prima seduta del 21 giugno 1546; Giulio, infine, fratello di quest'ultimo ( $1561-76$ ), che fu presente all'ultima convocazione e sottoscrisse $143^{\circ}$ gli atti dell'ultima seduta. Celebrò sinodi a P. e fondò il Seminario. Alla pia istituzione attesero i successori con crescente zelo: Rocco M. Barsanti (1779-84), che iniziò la ricostruzione dell'edificio del Seminario, e G. M. Lavini che lo condusse a termine e lo inaugurò nel 1788: all'opera aveva contribuito, con il suo talento artistico, il poeta-pittore di P., il can. G. A. Lazzarini. La diocesi di P. è suffraganea di Urbino dal sec. xvı.
P. era una città della Pontapoli e fece parte dello Stato pontificio nel suo primo costituirsi ( $754-56$ ). Per le continue lotte tra gli imperatori di Occidente e d'Oriente e i papi, P. se ne distaccò dapprima sotto il dominio di un conte, poi con un governo comunale (secc. xI-xII). Fu sottoposta alla signoria dei Malatesta i quali l'ebbero come vicari della S. Sede. Sopravvennero gli Sforza: Alessandro ne ebbe l'investitura da Niccolò V e fu per lungo tempo signore della città (1447-73). Il nipote Giovanni sposò Lucrezia Borgia che fece solenne ingresso a P. l'8 giugno 1494. La città fu occupata dal duca Valentino ( 28 ott. 1500) che vi instaurò la signoria dei Borgia ( $1500-1503$ ) e poi trapassò a Fr. M. Della Rovere che con bolla 20 febbr. 1513 ne fu investito da Giulio II; tra guerre e devastazioni succedette la signoria dei Medici sotto Leone X (1513-21) e, di nuovo, dei Della Rovere con Fr. Maria che ne ottenne l'investitura con bolla del 25 marzo 1523.
Morto Fr. Maria II il 28 apr. 1631 la città con il principato tornarono alla S. Sede.
Monasteri. - Il più importante fu S. Tommaso in Foglia (iuxta Aposellam), benedettino, noto perché vi mori il 9 ott. 1047 il papa Clemente II. Della Badia di S. Tommaso, oggi Apsella (Montelabate), rimane ben poco: l'edificio, ridotto a colonia, conserva scarsi elementi monumentali della costruzione romanica, taluni forse del sec. IX (A. degli Abati-Olivieri, Memorie della Badia di S. Tommaso in Foglia, Pesaro 1778).
Monumenti. - Cattedrale: intitolata a S. Maria (privilegio di Celestino III, 12 maggio 1197 nell'Arch. capitolare) fu sotto la protezione della S. Sede. Un completo restauro fu fatto nel 1865 dal vescovo Clemente Fares: ampliata l'abside, rinnovato il tetto, costruita la cupola, eretta la nuova cappella di S. Terenzio (architetto Carducci) il tempio fu consacrato di nuovo da C. Bonaiuti nel 1903.
S. Decenzio: l'ipotesi di una basilica paleo-cristiana non ha sufficienti elementi risolutivi a suo favore. La costruzione è romanica, ma ha subito radicali restauri : l'opera, condotta con certa classica dignità, può riportarsi al sec. IX. Delle altre chiese, delle molte che contava P., le più importanti sono: S. Francesco (oggi dei Servi) costruita a spese di Pandolfo Malatesta; S. Giovanni, costruzione di linee grandiose, opera degli architetti Gerolamo e Bartolomeo Genga, iniziata nel 1543 per volere del duca Guidobaldo II; S. Ubaldo, costruita come adempimento di voto dal duca Fr. Maria II della Rovere, per la nascita del figlio Federico Ubaldo ( 16 maggio 1605). Altre chiese appartengono al periodo barocco: Nome di Dio, S. Maria Maddalena, originaria del sec. xili, rinnovata su disegno del Vanvitelli (1700-73), S. Rocco, S. Lucia ecc.
Nel Tesoro della Cattedrale è custodita una pisside di avorio con figurazioni scolpite in giro: resurrezione della figlia di Giairo, e il cieco risanato: si assegna al sec. vi. Nel vescovado si conserva il cosiddetto ninfeo cristiano, proveniente da Ginestrero, del sec. viI. Nel Museo civico che ha sede nel Palazzo del governo (Palazzo ducale sec. xv) è una ricca raccolta di tavole (gruppo primitivi ecc.), una pala di altare: Incoronazione di Mario di G. Bellini (1467), varie opere di pittori pesaresi: Simone Cantarini (1612-48), G. A. Lazzarini (1710-1801) ed una cospicua raccolta di ceramiche, con esemplari di produzione locale. Da segnalare anche il piccolo Museo Mosca, nel Palazzo omonimo, donato nel 1882 al Comune dalla marchesa Vittoria Toschi-Mosca. La Biblioteca, fondata da Annibale degli Abati Olivieri (1708-89), possiede una notevole quantità di memorie e compilazioni manoscritte che suppliscono in parte alla perdita del materiale archivistico; ha un annesso Museo. Il materiale archivistico della Curia è perito; nell'Archivio capitolare si conservano alcune pergamene dei secc. XI-xII.
Bibl.: Lanzoni, I, 500-501; F. P. Kehr, Italia Pontificia, Berlino 1903, IV, pp. 178 sgg.; Cappelletti, III, p. 339; Eubel, I, p. 395 ; II, p. 236; III, p. 292; IV, p. 281; L. Serra, Guida di P., Pesaro 1923; id., Le gallerie comunali delle Marche, Roma 1926; id., L'arte nelle Marche, Pesaro 1929; O. T. Lucchi, La provincia di P. e Urbino, Roma 1934.
Serafino Prete
PESCA e CACCIA (aucupium, venatio, piscatio). - Sono arti di conquista della selvaggina e degli animali acquatici che, vivendo nella nativa libertà e quindi senza padrone, possono costituire oggetto di occupazione (v.). P. e c. possono riguardarsi semplicemente come un divertimento sano ed emozionante, aperto a tutti, salvo speciali leggi restrittive, emanate nell'interesse del bene pubblico (sotto questo aspetto, v. divertimenti). Qui si considerano esclusivamente come mezzo attuante il diritto nativo da parte dell'uomo di occupare beni materiali e come tale interessante e la morale e il diritto.
Dal lato oggettivo p. e c. esprimono un diritto naturale dell'uomo, regolato ordinariamente nei vari diritti civili, e diretto all'acquisto della proprietà sugli animali, pesci o selvaggina, naturalmente liberi. Dal lato sogget-
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tivo p. e c. consistono nella facoltà di inseguire e catturare gli animali stessi, che, vivendo nella loro naturale libertà, sottratti al controllo dell'uomo, sono considerati come cosa di nessuno (res nullius). Questa facoltà, concessa dal diritto naturale, che pose le creature inferiori a servisio dell'uomo, costituì una delle prime forme di sussistenza per l'uomo, specie se nomade (Gen. 9, 3; 27, 3-4), e fu tra i temi di legislazione, quando, raccolto in forme di più alto vivere civile, l'uomo organizzò meglio anche giuridicamente la propria vita sociale. Per i concetti generali in materia, v. ocCUPAZIONE.
I. Leggi civilı in genere e legiSLAZIONE ITALIANA IN PARTICOLARE. - Le leggi civili ordinariamente restringono, disciplinandolo, il diritto di p. e c., in vista soprattutto dell'interesse che il patrimonio selvatico e acquatico ha per tutta la comunità. Tali restrizioni si hanno ordinariamente quanto al tempo e qualche volta anche al luogo, e quanto agli strumenti.
La legislazione italiana (Cod. civ., artt. 842, 924-26 e R. D. 5 giugno 1939, n. 1016, per la c.; R. D. 8 ott. 1931, n. 1604, e R. D. L. 11 apr. 1938, n. 1183, per la p.) si preoccupa tra l'altro di armonizzare p. e c. con i diritti di terzi, per evitare danni alla proprietà privata, come pure al patrimonio ittico e zoologico nazionale con catture e uccisioni devastatrici. Cosi : 1) viene distinta la selvaggina ctanziale protetta (detta prima nobile) dalla nociva, il pesce fregolo e novello dallo stagionato; 2) l'esercizio è subordinato alla concessione della licenza da parte delle competenti autorità; 3) sono esclusi mezzi o armi che possono portare a distruzioni piuttosto che a presa; come pure ristretto è l'uso dei cani e degli uccelli di richiamo; 4) viene posto il divieto di p. e di c. in determinate zone o riservate a chi ne abbia l'esclusiva (bandite e riserve) come pure a determinate specie di selvaggina (rondini); 5) ne è limitato l'esercizio a tempi in cui non si rechi danno alle colture agricole in corso o alla stessa selvaggina; 6) viene fissato il diritto di risarcimento dei danni a chi li abbia patiti. Tuttavia il padrone di un fondo non può impedire che altri vi entri a cacciare, se non civitando regolarmente il fondo o in tempo di colture soggette a danneggiamento; il padrone, invece, di acque private ha l'esclusività di diritto di p. nelle stesse acque (Cod. civ. art. 842). In terreno libero la selvaggina appartiene a chi la uccide o la cattura; peraltro essa appartiene al cacciatore che l'ha scovata, finché non ne abbandoni l'inseguimento, e quella ferita al feritore (R. D. 5 giugno 1939, art. 2).
Gli sciami di api che emigrano possono essere inseguiti anche in fondo altrui dal proprietario, purché risarcisca i danni arrecati al fondo; può prenderli e ritenerli il padrone del fondo, se il proprietario durante due giorni abbia cessato di inseguirli. Eguale diritto ha il padrone di animali mansuclatti fuggiti; solo se il padrone, entro venti giorni da quando ebbe conoscenza del luogo dove si trovano, non li reclama, appartengono a chi se n'è impossessato. Invece conigli, pesci, colombi non viaggiatori, i quali passano da una conigliera o pescheria o colombaia ad un'altra, purché non vi siano stati attirati con arte o con frode, passano immediatamente in proprietà al padrone della conigliera ecc., dove si sono rifugiati (Cod. civ., artt. 924-26). L'occultamento perché il proprietario non venga a conoscere il luogo dove si trovano, nuoce alla buona fede di chi se ne è impossessato. Annualmente l'autorità amministrativa fissa l'epoca e le modalità della c. per le varie specie di selvaggina (Calendario venatorio).
II. Valore etico delle legGi sulla p. e c. Oggetto di viva controversia è tra i moralisti la determinazione del valore etico delle disposizioni legali in

Pesaro, diocesi di - Rocca Costanza, costruita su disegno di L. Laurana (1474-83).
materia. E per tutti fuori di discussione che quando si sia verificato un intervento giudiziario a definire eventuali controversie, conformemente alla legge civile, sorge obbligo in coscienza di rispettare l'attribuzione di proprietà della selvaggina o della sua confisca, la determinazione dei danni da risarcire o le eventuali pene. Ciò per un principio di ordine generale, perché altrimenti sarebbe gravemente compromesso l'ordine pubblico.
Ma all'infuori di questa determinazione concreta è molto discussa la natura del valore vincolante in coscienza delle leggi sulla p. e c. In pratica, secondo la posizione più equanime :
1) obbligano in coscienza le leggi che tutelano direttamente la riproduzione e il mantenimento delle specie (per l'Italia cf. T. U. artt. 12, 38, 43), perché è nell'interesse di tutti che un patrimonio simile non sia estinto. 2) Obbligano pure in coscienza le leggi che vietano la caccia in quei luoghi dove il suo esercizio può arrecare danno reale alle colture o alla proprietà (per l'Italia cf. T. U. art. 30). 3) Le leggi che attribuiscono la proprietà della selvaggina al primo occupante e determinano il risarcimento dei danni, essendo specificazioni del diritto naturale, devono ritenersi vincolanti in coscienza. Tutte le altre che regolano soltanto l'esercizio (licenza, divieto di armi, concessione in privativa, tempo per rivendicare le api o gli animali non domestici fuggiti), in genere si ritengono soltanto penali. Però : a) la c. ad animali selvatici in fondi ristretti cintati; b) l'uso di frodi nell'attirare conigli, colombi, pesci nella propria conigliera ecc.; c) la resistenza alle guardie, il tentativo di corromperle ecc., si considerano regolati da leggi strettamente morali. 4) Nel caso di p. o di c. riservata, devesi considerare se si verifica una specie di monopolio o privilegio (in tale ipotesi la restrizione è solo penale) oppure un vero affitto (e allora il divieto obbliga in coscienza con l'onere della riparazione). Nella valutazione complessiva di tutte queste norme può avere il suo peso anche il giudizio che viene dato in loco, dalla opinione comune.
Nel campo del diritto canonico (can. 138) : ai chierici è strettamente vietata la c. cosiddetta clamorosa (cioè fatta in più persone con grande apparato di armi e di cani); la c. invece quieta (esercitata da solo o in pochi) non è vietata se non in ragione di eccessi o di altri inconvenienti nel proprio ministero. Intervenire una o due volte a c. clamorosa non è ritenuto, escluso lo scandalo, vietato sub grati; mentre il vescovo non può vietare la c. quieta, a meno che non passi la misura della discrezione o sia esercitata con scapito della cura delle anime. Per la
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Pesca miracolosa - La prima p. Arazzo su disegno di Raffaello (ca. 1517) Vaticano, Pinacoteca.
p. non si ha alcuna disposizione nel diritto comune; e il suo esercizio quindi è subordinato ai principi generali e alle leggi particolari eventualmente emanate da autorità locali.
Bibl.: oltre i comuni testi di teologia morale (de iustitia) cf. : L. Ferraris, Venutio, in Prompta bibliothera canosica, VII. Bologna 1746; H. Leclercq, in DACL. III, coll. 1079-92: E. Hosten, De modis acquirendi dominium in res cuterus, in Collationes Brugenius, 19 (1924), p. 112 sgg.; G. Kiselstein, De iure venandi, in Rev. eccles. de Liége, 17 (1925-26), p. 378 sgg.; L. Perla, C., in Enc. Ital., VIII, pp. 223-24; G. Venzic G. Balladore Pallieri, P., ibid., XXV, p. 138 sg.; R. Naz. Chasse, in DDC, III, col. 662 sg.; E. Escanciano, De occupatione bonorum in locis belli causa desertis, in Periodica de re morali, 23 (1938), pp. 281-94.
Sisinio da Romallo
PESCA MIRACOLOSA. - Il miracolo avvenne al lago di Genesareth dove il Signore, dopo aver ammaestrato le turbe da una delle due barche dei suoi discepoli, disse a Pietro di prendere il largo e di calare le reti per pescare; l'Apostolo rispose di aver pescato inutilmente tutta la notte, ma che, dietro la parola del Signore, avrebbe gettato la rete. Infatti presero tanta quantità di pesce che si rompeva la rete e furono costretti a chiamare in aiuto i compagni dell'altra barca (Lc. 5, 1-11). Giovanni (21, 1-14) descrive poi un'altra p. m. avvenuta dopo la Risurrezione di Cristo.
L'arte cristiana antica ha rappresentato il miracolo della prima p. m. in alcuni sarcofagi, specie nei frammenti di S. Sebastiano e del Museo di Cagliari (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 158 e tavv. 141, 2; 142, 1); si ha pure nei musaici, come nel battistero di Napoli (id., Mosaiken, tav. 30) e in S. Martino «in caelo aureo», ora S. Apollinare Nuovo in Ravenna (sec. vi).
Si ha più tardi, frammentario, in S. Saba sull'Aventino (sec. viII), quindi a S. Giovanni a Porta Latina, nel ciclo di Monreale, e nel ms. gr. 501 della Biblioteca nazionale di Parigi.
Enrico Josi
PESCATORE. - G. Cristo disse ai due p. Pietro ed Andrea: "Seguitemi ed io vi farò divenire p. di uomini" (Mt. 4, 19; Mc. 1, 17; Lc. 5, 10).
Tertulliano insegna che noi a pesciolini, simili al "pesce" IXOYC nostro Gesù
Cristo, nasciamo nell'acqua e ci salviamo solo restando in essa" (De Baptismo, 1). E evidente che, ponendo IXOYC in luogo di pesce, l'apologista intende l'acrostico "Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore». Negli affreschi cimiteriali il p. all'amo è rappresentato nella galleria detta "dell'ipogeo dei Flavi - in Domitilla (Wilpert, Pitture, p. 242 sg. e tav. 7, 1), in Callisto nei due cubicoli $A_{2} e A_{3}$; in questo il p. è vicino al miracolo della fonte, nell'altro vicino al Battesimo di Cristo e al paralitico guarito (ibid., p. 243 e tav. 27, 2 e 3). Il p. all'amo è rappresentato in musaico nella parete di fondo del piccolo mausoleo del sepolcreto vaticano, poi trasformato in cristiano (R. M. ApolloniGhetti, A. Ferrua, E. Josi, E. Kirschbaum, Esplorazioni sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano, I, Città del Vaticano 1951, pp. 41-42, e II, tav. XIIa). Il p. all'amo è scolpito in numerosi sarcofagi cristiani, come in tre lateranensi (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 17, tavv. 7, 1, 3 e 9, 3), in un frammento in S. Valentino (ibid. e tav. 10, 3), all'esterno dello studio Canova (ibid. e tav. 7, 4), nel Museo Capitolino (ibid. e tav. 10, 4-5), e nel sarcofago di La-Gayolle, ora nella chiesa parrocchiale di Brignole in Provenza.
Il p. alla rete. Il Signore nella parabola della rete disse che - il regno dei cieli è simile alla rete gettata in mare e che ha preso ogni sorta di pesci; quando fu piena i p. la tirarono fuori e sedutisi sulla spiaggia scelsero i buoni nci canostri e buttarono via i cattivi" (Mt. 13, 47 sg.). Nei sarcofagi cristiani la pesca alla rete fu rappresentata nel sarcofago di S. Maria Antiqua (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 17, tav. 3, 1) e in un coperchio di sarcofago nella Villa Doria-Pamphili di Roma (ibid., tav. 10, 1). S. Ambrogio dichiara che gli uomini sono pesci che sono pescati dal p. Pietro il quale con il suo amo non uccide, ma vivifica (Hexameron, V, 6, 7).
Il p. simboleggia il ministro che conferisce il Sacramento del Battesimo e il pesce il neofito, come viene dichiarato da a. Pecimo di Nola, il quale, scrivendo al vescovo Delfino che lo aveva battezzato, lo chiama Pietro e dice d'essere il pesce da lui tratto dai flutti profondi e amari di questo secolo (Ep., 20: PL 61, 249 sg.). Infatti il Signore disse a Pietro "non temere, de ora in poi tu sarai p. d'uomini" (Lc. 5, 11). Perciò G. Wilpert ha riconosciuto in Pietro p. all'amo nelle rappresentazioni dei seguenti sarcofagi cristiani : in quello di La Gayolle (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 156), in quello del Museo delle Terme (ibid., tav. 62) e il p. alla rete in quello frammentario di Porto Torres in Sardegna, ora nel Museo di Cagliari (ibid., pp. 17 e 158, tav. 141, 2) e nei due frammenti in S. Sebastiano (v. chiesa, tav. XC).
Enrico Josi
PESCATORE (Piscator, Fischer), Johann. Teologo calvinista, n. a Strasburgo il 27 marzo 1546, m. a Herborn il 27 luglio 1625.
Dopo gli studi umanistici nella città natale, fu a Tubinga allievo del luterano Andreae : la lettura dell'Intii-

(Int. Pont. Comm. arca. sarra)
Pescatore - Il p., che trae dall'acqua il pesciolino che ha abboccato all'amo della lenza, e il Battesimo di Cristo. Affresco dell'inizio del sec. III nel cubicolo A a dei Sacramenti - Roma, cimitero di S. Callisto.
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Pesce - Iscrizione sepolcrale di Licinia (fine seg. II - inisio sec. III) - Roma, Museo nazionale delle Terme.
tutio di Calvino lo fece passare al calvinismo, per cui dovette abbandonare Strasburgo e poi Heidelberg, non ancora passata al calvinismo; fu successivamente direttore di scuola a Siegen, professore di teologia al Casimirianum di Neustadt nel Palatinato e, dal 1584 , professore e rettore nell'Accademia di Herborn, di recente fondata dal conte di Nassau. Curò una nuova traduzione tedesca della Bibbia di tendenza calvinista (1597-1603), commentò tutti i libri sacri; polemizzò con luterani e con cattolici; contro il card. R. Bellarmino scrisse : Libri duo de iustificatione hominis coram Deo (Herborn 1590). Gli Aphorismi doctrinae christianne ( 1589 ) sono un manuale di teologia assai letto e più volte ristampato. Nell'ambiente protestante reazioni particolarmente vivaci suscitò la sua tesi teologica che solo l'obbedienza passiva del Cristo, e non l'attiva, avrebbe efficacia soddisfattoria.
Bull. H. Schlosser, Piscator Bibel. Tubinga 1908; O. Ritschl, Dogmengeschichte des Protestantismus, III, Berlino 1926. pp. 311-14; F. L. Bos, 7. Piscator, Heidelberg 1932.
Mario Bendiscioli
PESCE. - E uno dei simboli cristiani più antichi. P. in greco è detto IX@YC e le lettere che lo compongono formano l'acrostico IBCOYC XPICTOC @EOY YIOC CIITHP, ossia Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore (Ottato, De schismate Donatistarum, 3, 2: $\mathrm{CSEL}_{1}$ 24, p. 68). S. Agostino avverte che il p. arrostito è simbolo della Passione di Cristo (In Johann. Tract., 123 : PL 35, 1966). Molte sono le iscrizioni cristiane con il simbolo del p.; G. B. De Rossi ne raccolse un gruppo fin dal 1855 (Epistola de christionis monumentis IX@YN exhibentibus, in Spicilegium Solesmense, 3 [1855], p. 573 sgg.).
I testi relativi al simbolo del p. furono raccolti in uno studio di H. Achelis (Das Symbol des Fisches und die Fischdeukmäler der römischen Katahemben, Marburgo 1888); ma l'opera più importante sull'argomento sia per quanto riguarda le fonti letterarie che l'analisi dei monumenti, è stata compiuta da F. J. Dölger (IX@YC Das Fischsymbol in frühchristlicher Zeit, I, Münster 1928, II e III, ivi 1922; IV, ivi 1927; V, ivi 1932-40).
Abercio ricorda il p. di fonte grandissimo e puro che la casta vergine prende e porge a mangiare agli amici ogni giorno. Nella prima parte del carme inserito nell'iscrizione di Pettoria, oltre l'acrostico IX@YC si ha: razza divina del celeste IX@YC che viene mangiato con avidità; e Pettorio si raccomanda a tutti i suoi cari che sono nella pace dell'IX@YC. La parola venne graffita sulla calce in un mausoleo rinvenuto sotto la basilica di S. Sebastiano, in-
troducendovi anche la lettera T (segno della Croce; G. Mancini, Scavi sotto la basilica di S. Sebastiano sull' Appia Antica, in Notizie degli Scavi, 1923, pp. 3-79). E detto in un'iscrizione proveniente dal Vaticano: IX@YC ZUNTIJN cioè p. dei viventi, che vivifica (G. Marchi, Monumenti delle parti primitive, Roma 1844, p. 70). L'intera parola ricorre pure nelle iscrizioni di Postumio Eutherion (Dölger, op. cit., I, fig. 11), di Eutichiano (loc. cit., I, fig. 13), di Colonus (loc. cit., tav. I, n. 103), di Cecilia Placidina (O. Marucchi, Monumenti del Museo cristiano Pio-Lateranense, Milano 1910, tav. 51, 13), di Modena dove è rappresentato anche il p. e scritta per intero la parola p. (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, II, Roma 1867, p. 333); di Callisto ecc. (rinvenuti in Priscilla, in Domitilla, in Pretestato, in Panfilo; G. Wilpert, La Croce nelle catacombe, in N. Bull. arch. crist., 8 [1902], p. 10 e tav. 6,3 ).
Tertulliano afferma che noi cristiani siamo pesciolini, nasciamo nell'acqua, secondo il grande p. nostro Gesù Cristo e solo restando nell'acqua (cioè nella grazia del Battesimo) siamo salvi. Questo spiega la frequenza di epitaffi cristiani antichi con p. affrontati verso i pani e più ancora verso l'àncora; con l'àncora e il Buon Pastore nell'epigrafe del sarcofago di Livia Primitiva (G. Wilpert, Principienfragen der christ. Archäologie, Friburgo in Br. 1889, tav. 1, 1). Un'iscrizione greca del cimitero di Priscilla, posta da Claudio Filota al dolcissimo fratello Teodoro, termina con l'augurio che noi possiamo vivere in Dio, e poi è rappresentato un p., cioè in Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore (G. B. De Rossi in Bull. Arch. crist., $5^{\text {a }}$ serie, 3 [1892], p. 14). Nel cimitero di Callisto in un cubicolo della fine del sec. it sono dipinti due p. che hanno davanti due cesti contenenti pani e un bicchiere con vino (Wilpert, Pitture, pp. 265-66 e tavv. 27, I e 28). Nello stesso cimitero nei cubicoli A3 e A sopra una mensa sono rappresentati il pane e il p. (loc. cit., tav. 41, 1). In A2 e A3 sono rappresentati sopra una mensa il pane e il p. (loc. cit., pp. $267-68$ e tavv. 38 e 41 , 1). La refezione delle turbe presso il lago di Tiberiade (Io. 21, I sgg.) con pani e p. è pure nello stesso cubicolo, dove davanti a sette uomini sono posti due piatti con due p. (loc. cit., p. 267 e tav. 41, 3); così pure nel cubicolo A2 (loc, cit., pp. 267-68, tav. 27, 2); e nei cubicoli A5 e A6 (loc. cit., pp. 268-69, tavv. 41, 4 e 15, 2). Clemente Alessandrino raccomanda ai fedeli di far incidere la figura allegorica del p. sugli anelli (Poedagog., 3, 11).
Enrico Josi
PESCH, Christian. - Gesuita, teologo, n. a Mühlheim (Colonia) il 25 maggio 1853, m. a Valkenburg (Olenda) il 26 apr. 1925.
Entrato nella Compagnia di Gesù il 30 sett. 1869, insegnò dal 1884 al 1895 teologia dogmatica ai suoi confratelli tedeschi esiliati a Ditton-Hall (Inghilterra) e dal 1895 al 1912 agli stessi, trasferitisi a Valkenburg; indi attese unicamente alla sua opera di scrittore.

(let. Paul. Comm. arch. sacre)
Pesce - La parola lę@ég graffita in un mausoleo di S. Sebastiano. Da notare il tau $=$ Croce posta tra le due prime lettere (sec. III). Roma.
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Oltre ad una copiosa collaborazione ai periodici di cultura Stimmen aus Maria Laach, Stimmen der Zeit e Zeitschr. für Kath. Theol., scrisse: Praelectiones dogmaticae ( 9 voll., Friburgo in Br. 1895-99; $4^{4}$ e $5^{5}$ ed. nel 1925); ridotta anche in compendio ad uso dei seminari ( 4 voll., ivi 1913-14). Studi su particolari argomenti : Zur neueren Literatur über Nestorius (ivi 1914); De inspiratione S. Scripturae (ivi 1916; $2^{2}$ ed., ivi 1925; suppl. ivi 1926), notevole specialmente per la parte positiva; Nestorius als Irrlehrer (Paderbona 1921); Die selige Jungfrau Maria, die Vermittlerin aller Guaden (Friburgo in Br. 1923). Inoltre dal 1900 al 1916 pubblicò una serie di 6 studi su questioni teologiche di attualità nella collezione da lui fondata: Theologische Zeitfragen; da ricordare il $4^{\circ}$ : Glaube, Dogmen und geschichtliche Tatsache (ivi 1908; vers. it., Roma 1909); e il $5^{\circ}$ : Glaubenspflicht und Glaubensschwierigkeiten (ivi 1908; vers. it.: Il dovere della fede, Roma 1911). Di indole ascetica: Die hl. Schutzengel (ivi 1917) e sul S. Cuore di Gesù : Unser bester Freund (ivi 1923).
Ricco di cultura patristica, storica ed esegetica, spirito mirabilmente equilibrato nella discussione, il suo valore sta soprattutto nell'aver assicurato i conguui risultati del metodo critico positivo alla struttura tradizionale della Scolastica, ispirandosi a s. Tommaso, al de Lugo e al Suárez. La Praelectiones dogmaticae restano sempre, oggi ancora, uno dei testi teologici moderni più completi. Nell'epoca del modernismo il P. contribuì in modo efficace e decisivo ad eliminarlo dalla Germania.
Biss.: necrologia in La scuola cati., $6^{a}$ serie, 6 (1925), pp. 316-17; H. Weisweiler, s. v. in DThC, XII, coll. 1305-1306. Celestino Testore
PESCH, Heindich. - Gesuita, scrittore di politica sociale e di economia nazionale, n. a Colonia il 17 sett. 1854, m. a Valkenburg il $1^{\circ}$ apr. 1926.
Entrato nella Compagnia di Gesù il 10 genn. 1876, dopo aver studiato alla Facoltà teologica di Bonn diritto e scienze sociali, ordinato sacerdote nel 1888, si consacrò interamente a scrivere intorno agli argomenti di economia nazionale. Gli servirono di preparazione le private istruzioni, nel castello di Türmitz, in Boemia (1889) del pubblicista R. Meyer, che tentò invano di attirarlo alle sue teorie del socialismo di Stato; le constatazioni personali raccolte in viaggi in Inghilterra e nel Belgio; l'attività di direttore spirituale nel Seminario di Magonza, dove fervevano gli studi sociali (1892-1901); i nuovi studi intrapresi, quasi quarantenne, sotto A. Wagner, all'Università di Berlino (1901-1903), confuso fra i giovani studenti. Da Berlino passò a Lussemburgo, collaboratore alle Stimmen aus Maria Laach e nel 1910 ritornò a Berlino, presso le Suore del Buon Pastore, a Marienfeld, dove poté finire la sua opera principale. Negli anni di Magonza aveva pubblicato: Liberalismus, Sozialismus und christliche Gesellschaftsordnung (2 voll., Friburgo in Br. 1893-1900; $2^{2}$ ed., ivi 1901), studio sistematico delle relazioni del pensiero sociale cattolico con le altre due correnti, allora dominanti; da Berlino uscì il suo capolavoro : Lehrbuch der Nationalökonomie ( 5 voll., ivi 19051923), che suscitò il massimo interesse, essendo il primo lavoro moderno di economia, ispirato al cattolicismo, indipendente dalle teorie in voga nelle scuole e pur fondato su tutte le esperienze scientifiche e pratiche, sfruttate dagli altri. In esso espone e difende il suo sistema sociale, da lui stesso chiamato "solidarismo cristiano"; il benessere sociale collettivo deve necessariamente fondarsi su di una concezione organica della società, cioè sulla interdipendenza e solidarietà dei vari gruppi sociali; non l'individuo, preso da solo, né la società, presa da sola, procureranno questo benessere; ma i due elementi accordati armonicamente insieme. L'individuo è anche per la società e la società è anche per l'individuo; sarà quindi necessario un ordinamento sociale, in cui la libera attività dei singoli sia armonizzata con il bene comune; gli interessi dei lavoratori con quelli dei datori di lavoro; in altri termini, occorre socializzare non gli strumenti del lavoro, ma gli uomini. Dopo la prima guerra mondiale altre occasioni si offrirono al P. di orientare gli spiriti in
mezzo alle nuove tendenze sociali, che insorgevano; percio pubblico, servendosi generalmente del materiale del Lehrbuch : Solidarizierung (ivi 1919); Christlicher Solidarismus und soziales Arbeitssystem (ivi 1924); Des wissenschaftlichen Sozialismus Irrgang und Ende (ivi 1924), ecc.
Biss.: aundiogo, in Volkswirtschaftslehre der Gegenwart, I (1924), pp. 191-208; Necrologio, in La scuola cati., $6^{2}$ serie, 7 (1926), pp. 308-99. Studi: W. Haarand, Der nationalökonom. System von H. P. in seinen Grundzügen dargestellt, Colonia 1922; H. Lechnape, Der christl. Solidarismus, $3^{2}$ ed., ivi 1922; G. Beyer, H. P., Ein Kapitel hatt. Sozialökonomik, in Die Gesellschaft, 1926, pp. 520-28; F. Reder, Die Grundlagen der Wirtschaftstheorie H. P., in Jahrbuch für Nationalökonomie und Statistik, $3^{2}$ serie, 74 (1928), pp. 747-60; H. Lechnape, s. v. in Staatsbuchen, IV, pp. 132-35; G. Briefs, s. v. in Encycl. of the social science, XII, pp. 91-92.
Celestino Testore
PESCH, Tillmann. - Gesuita, fratello del precedente, filosofo, n. a Colonia il $1^{\circ}$ febbr. 1836, m. a Valkenburg il 18 ott. 1899.
Entrato nella Compagnia di Gesù (1852) e ordinato sacerdote (1866), fu professore di filosofia ai suoi confratelli a Maria Laach (1867-69). Fin da allora si distinse per l'amore e la stima della filosofia aristotelico-scolastica, a quei tempi considerata ormai sorpassata nel contenuto e nel metodo; e pensò ad una restaurazione della filosofia cristiana in Germania mediante un'efficace difesa ed esposizione di quella medievale, arricchita e adattata alle conquiste delle scienza moderna. Infatti ebbe una gran parte nel rinnovamento, iniziato dal p. Kleutgen (v.), della filosofia cattolica, contribuendo, prima ancora della encicl. Amerai Patris (v.), al ritorno alle teorie fondamentali della Scolastica, secondo la volontà di Leone XIII. Dopo una breve parentesi dedicata al ministero sacerdotale ( 1870 1872) passò a Tervueren (Belgio) alla redazione del periodico Stimmen aus Maria Laach e vi diede inizio alla pubblicazione affiancatrice degli Ergänzungshefte. Dal 1876 al 1884, pur continuando la sua opere di scrittore, insegnò di nuovo filosofia a Blüenbek, Exaeten e Valkenburg.
Oltre ai numerosi articoli su Stimmen in difesa della filosofia medievale, compose per la serie degli Ergänzungshefte, contro le teorie di Kant : Die moderne Wissenschaft betrachtet in ihrer Grundfeste (Friburgo in Br. 1876); Hattlosigkeit der modernen Wissenschaft, eine Kritik der Kant'schen Vermutthritik (ivi 1879); Das Weltphänomen. Eine erkenntnisteheoretische Studie (ivi 1881). Maturò intanto il disegno di un corso completo di filosofia, dal titolo Philosophia lacensis e apal la serie con le Institutiones philosophiae naturalis (Cosmogonio ( 2 voll., ivi 1880 ; $2^{2}$ ed., ivi 1887]) che gli valse la nomina a membro dell'Accademia di. S. Tommaso di Bologna. Seguirono: Institutiones logicoles ( 3 voll., ivi 1888-90; nuova ed. a cura del p. C. Frick, Institutiones logicae et ontologiae, 2 voll., ivi 1914-19); Institutiones psychologiae ( 3 voll., ivi 1896-98). Altre notevole pubblicazione è Die grossen Welträtsel. Philosophie der Natur allen Naturfreunden dargeboten ( 2 voll., ivi $1883-84 ; 3^{2}$ ed., ivi 1907) in cui confuta, con l'aiuto di tutte le scienze, le multiformi aberrazioni, allora assai vive, del materialismo, dell'ateismo e del monismo. Contro il luteranesimo, in occasione delle feste centenarie di Lutero del 1883, lanciò un'agile opera di apologetica, sotto lo pseudonimo di « Gottlieb » : Briefe aus Hamburg ( 2 voll., ivi 1883-89; $3^{2}$ ed., ivi 1903), difesa della Chiesa controle asserzioni di sette noti avversari della divinità di Gesù Cristo; che formò poi il I vol. dell'opera Christ oder Antichrist, alla quale aggiunse come vol. II Der Krach von Wittenberg (ivi 1890 ; $2^{2}$ ed. 1894). Nel campo ascetico scrisse Das religiöse Leben (ivi 1878; $23^{2}$ ed., ivi 1922), libretto di preghiere e di consigli per gli uomini colti, e Christliche Lebensphilosophie (ivi 1895, 224 ed. 1923). Fondò inoltre la collezione apologetica Flugschriften zur Lehr und Wehr, diffusa in più di un milione di esemplari.
Biss.: necrologia, in Stimmen aus Maria Laach, 57 (1899), pp. 461-75; Hurter, V, coll. 1873-74; C. Frick, in Instit. logicae et ontologiae (op. cit.), I, Praefatio. Celestino Testore
PESCIA, DIOCEST di. - Diocesi e città in provincia di Pistoia in Toscana. Ha una superfice di ca. 143 kmq . con una popolazione di 87.441 ab . dei
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Pescia, diocesi di - Palazzo comunale (sece. xiv-xv).
quali $87.4: 8$ cattolici, distribuiti in 43 parrocchie, servite da 82 sacerdoti diocesani e 31 religiosi; ha 7 comunità religiose maschili e 23 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 316 ).
Il cristianesimo vi fu introdotto da Lucca, alla quale diocesi fino al 1519 la Valdinievole e la Valleriana rimasero soggette. In un documento del 901 Gherardo vescovo di Lucca ricorda P. come "pleba baptismalis" titolo ripetuto in documenti successivi; si dà per certo che la consacrazione ne avvenisse il 7 luglio 1062. Ebbe fin da principio importanza e privilegi, finchè con la bolla del 15 apr. 1519 Leone X, assecondando le premure del suo datario mons. Baldassarre Turini, pesciotino, elevò la pieve al grado di collegiata insigne e propositura, con circoscrizione e giurisdizione autonomi, immediatamente soggetta alla S. Sede, staccandola da Lucca. Nel 1726 papa Benedetto XIII con bolla del 14 sett. elevò la propositura a vescovato, conservando la nuova diocesi sotto la immediata soggezione alla S. Sede. L'ultimo preposto Paolo Antonio Pesenti fu nominato primo vescovo. Ma per le difficoltà interposte la bolla pontificia ebbe piena esecuzione solo il 26 genn. 1729. Dal 3 ott. 1855 la diocesi è suffraganza della metropolitana di Pisa.
In città sono degni di nota il tempietto detto di "pie" di piazza "di Andrea Cavalcanti, con un pregevole affresco della venerata Madonna delle Grazie; il magnifico S. Francesco con la tavola del Santo di Bonaventura Berlinghieri, e la cappella Cardini pure di Andrea Cavalcanti, oltre a numerose tele, tavole ed affreschi di pregio; la chiesetta di S. Antonio abate, ricca anch'essa di pregevoli affreschi. Qualche buona pittura possiede anche la Collegiata dei SS. Stefano e Nicolao, che oltre al bel campanile in pietra conserva all'esterno assai larghi saggi dell'antica architettura.
In diocesi sono da segnalarsi la grandiosa pieve di Castelvecchio di Valleriana, la chiesa degli Ospitalieri
di Altopascio con il monumentale campanile, la pieve di S. Pietro in Campo ed altri. Celebri in città il santuario di S. Maria Maddalena, dove si conserva il veneratissimo Crocifisso donato dalla contessa Matilde di Canossa, ed a Monsummano Terme, il santuario di Maria S.ma della Fonte nuova, dotato di affreschi, intagli e sculture di squisita fattura. Castelli ricchi di arte e storia religiosa e civile sono pure Montecarlo, Monsummano Alto, Montecatini Val di Nievole, Massa Cozzile, Buggiano, anticamente abbazia benedettina, Uzzano ed altri minori.
Dell'antica pieve di P. rovinata nel sec. xvir restano pochi avanzi e il campanile. La Cattedrale attuale, seria nel suo barocco, contiene buone tavole e tele, sul presbiterio si può ammirare un pregevolissimo ambone in pietra con i simboli dei 4 Evangelisti: nella esgrestia sono sistemati banchi quattrocenteschi; nelle sale capitolari esiste una biblioteca ricca di numerose opere rare e incunaboli.
Bibl.: G. Ansaldi, La Valdinievole illustrata, Pescia 1879; G. Calamari, A. Cavalcanti e la sua opera in P., ivi 1923; E. Nucci, Le Pievi millenarie di Valdinievole, ivi 1925; A. Molendi, Secondo centro, del cesczo, di P., ivi 1926; P. Guidi, Rationes decimarum Italiae, Tuncia, I. La decima degli anni 1274-70 (Studi e testi 38), Città del Vaticano 1932, pp. xir. xiv, 204, 205, 264; II (ibid., 98), ivi 1942, pp. 269, 286-87. Interessanti anche due manoscritti, uno di F. Galeotti conservato nella Bibl. capitolare, e uno di N. Poschi nella Curia arcivescovile della città.
Arturo Romani
PESELLINO, Francesco di Stefano detto il. - Pittore, n. in Firenze ca. il 1422, m. ivi nel 1457. La mancanza di opere sicure non consente di valutare quanto il P. debba all'insegnamento e all'influsso di Giuliano d'Arrigo (Pesello : donde il soprannome), che lo avviò all'arte della pittura. Alla bottega di Giuliano Pesello si trova l'artista, tranne interruzioni, dal 1427 al 1433.
Il Vasari ricorda che il P. esegui la predella ( 3 pannelli agli Uffizi; 2 pannelli al Louvre) della Madonna con

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Pescia, diocesi di - Duomo ricostruito nel 1693. Campanile del 1306 .
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Pesellino, Francesco di Stefano detto il - La S.ma Trinità, Londra, Galleria nazionale
il Bambino tra i ss. Francesco, Damiano, Cosimo e Antonio, opera di Frs. Filippo Lippi (Firenze, Uffizi; ca. 1438); secondo il Cavalcazelle ancora in questa parte centrale sarebbe da riconoscere la collaborazione del P. Al 1455 risale inoltre la pala d'altare che il P. esegul per la Compagnia della S.ma Trinità a Pistoia, compiuta poi da Filippo Lippi. In tale dipinto - ora nella Galleria nazionale di Londra - le parti dovute al P. sono agevolmente isolabili; ed in base a queste due opere accertate è possibile ricostruire la sua attività, non però senza discordanze nelle attribuzioni, come, ad es., nel caso dei SS. Girolamo e Francesco nel Museo Lindenau di Altenburg (attribuito anche a Filippo Lippi), la Madonna con il Bambino fra i ss. Pietro, Antonio e Angeli, nel Museo Condé, a Chantilly, ecc. Certamente, il più forte influsso il P. lo deve a Filippo Lippi, di cui fu spesso aiuto, ispirandosi segnatamente alla maniera masaccesca, ma ancora all'ultima maniera "castagnesco-squarcionesca ", del frate. Rivelò tuttavia altre impressioni : dal Castagno, dal Paolo Uccello, dal Beato Angelico, dimostrandosi narratore piacevole, decorativo. Tra le opere più angelichiane del P. sono certamente Il Trionfo della Fama e Il Trionfo del Tempo nel Museo Gardner di Boston; mentre si ispirano al Castagno e a Paolo Uccello i cassoni con Storie del re David della collezione Thomas Lloyd a Londra. Del P. sono da ricordare infine le Storie di Griselda (Bergamo, Accademia); la Crocifissione (Galleria di Esztergom).
BibL.: B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, Milano 1930; P. Toesca, F. P. miniatore, in Dedalo, 1932, p. 85 sg.; G. Gronso, s. v. in Thieme-Becker, XXVI, p. 463 (con ampia bibl.); A. Scharf, Zur Kuust des F. P., in Pantheon, 1934, p. 211 sgg.; R. van Marle, The Developement of the It. Schools of Paint., X, p. 469; P. Toesca, s. v. in Enc. Ital., XXVI, p. 970; M. Pittaluga, Filippo Lippi, Firenze 1949, passim. Luigi Grassi
PESHITTA, VERSIONE BIBLICA: v. SIRIACHE, VERSIONI DELLA BIBBIA.
PÉSÏQTHÀ ${ }^{1}$. - Titolo di opere midhrāsiche (v. MIDHRASS) a carattere omiletico. La $P$. dé-rablı Kahanä', prima nota solo da citazioni frammentarie, è stata edita da S. Buber, Lyck 1868 (trad. tedesca di Wünsche, Lipsia 1885). E una raccolta di omelie per varie feste e sabati. Ne è discussa sia la data d'origine sia l'ordine di successione dei capitoli.
Simile per contenuto, ma con diversa successione dei capitoli, è la raccolta $P$. rabbuthi ("P. grande"), ed. Friedmann, Vienna 1880.
Bibl.: H. L. Strack, Einleitung in Talmud und Midrai, $5^{\circ}$ ed., Monaco 1921, pp. 202 sg., 205 sg. Eugenio Zolli
PESQUEIRA, diOCESI di. - Città e diocesi nello Stato di Pernambuco in Brasile.
Ha una superfice di 35.000 kmq . con una popolazione di 392.887 ab. dei quali 392.000 cattolici. Conta 25 parrocchie servite da 32 sacerdoti diocesani e 10 regolari, un seminario, 2 comunità religiose maschili e 4 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 316).
La diocesi fu creata dal b. papa Pio X il 5 apr. 1910 per smembramento da Olinda e Recife con sede in Floresta. Benedetto XV con decreto del 2 ag. 1918 trasferì la sede a P. La diocesi è suffraganea di Olinda e Recife. Primo vescovo fu mons. A. Alvaro da Silva poi arcivescovo di Bahia. Il papa Pio XI con lo cost. ap. ${ }^{\circ}$ o. Dominici gregis del 20 nov. 1923 dismembrò dalla diocesi di P. una parte del territorio per creare la nuova diocesi di Petrolina (AAS, 16 [1924], pp. 216-18).
Bibl.: G. B. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 280-83. Virginio Battezzati
PESSIMISMO. - E la cencezione che contrasta l'ottimismo (v.) in quanto afferma il predominio del male (v.) sul bene (v.): quindi né l'ottimismo nega del tutto l'esistenza del male, né il p. esclude assolutamente la presenza del bene, ma la loro opposizione è nella preferenza o eccedenza ontologica che il bene ottiene sul male o il male sul bene e perciò sul significato di segno positivo o di segno negativo che viene attribuito all'essere. Pertanto se è stato possibile prospettare un ottimismo assoluto della piena positività dell'essere, non si vede come si potrebbe pensare un "p. assoluto" in quanto con esso svanirebbe anche la possibilità stessa della coscienza che lo pensa: il p., come ogni situazione negativa, presuppone il momento positivo ch'esso si propone di limitare fino al punto di soverchiarlo, mai però di annientarlo. Nel p. il positivo rappresenta lo stadio dell'apparenza, dell'immediatezza, che occorre superare con la riflessione e l'ascesi per raggiungere, al di là delle fallaci apparenze e degli illusori piaceri, la verità segreta della negazione.
Il p. più radicale viene attribuito alla dottrina dei Vedanta la quale come gli altri sistemi indiani insegna che tutta l'esistenza individuale è sofferenza, e spinge l'uomo all'assoluta indifferenza verso tutte le cose mediante il Nirvana (P. Deussen, Allgemeine Gesch. der Philos., I, III, $3^{\circ}$ ed., Lipsia 1920, p. 609 sg.). La situazione nel pensiero greco sembra più complicata. Non c'è dubbio che la graduale scoperta del $\lambda$ ó $y$; ch'essa prosegue afferma la preminenza del positivo sul negativo, di cui è un segno del tutto esplicito l'identità socratica fra conoscenza e virtù, contestata però energicamente da Aristotele (Ethic. Nic., VII, 3, 1145; 622 sgg.). Più continuo ed esplicito è il p. nei lirici e nei tragici greci : Sofocle è persuaso del nulla ch'è la vita umana; per lui gli uomini sono immagini umbratili così che meglio sarebbe non esser mai nati e, quando si è nati, di uscire al più presto da questo mondo (cf. Edipo a Colono, v. 1225 sgg.). Anche Euripide insiste sulla insicurezza della vita umana, sull'alternarsi in essa di felicità e infelicità, alla stregua delle mutazioni metereologiche del mondo fisico. Tutte le cose umane si
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riducono ad ombre e nessuno dev'essere lodato prima della morte; e anch'egli ripete il proverbio ch'è meglio non esser nati (cf. Oreste, v. 1604 ; fr. 330; Medea, v. 1224 ; Andromaca, v. 100 sgg.). Il fondamento di questo p. tragico, dove è rotta l'armonia esteriore o spollinea che dominò per tanti secoli l'interpretazione della classicità greca fino a Nietzsche (v.), che introdusse l'elemento dionisiaco, è il dogma fondamentale del fato (v.) o destino ( $\tau \dot{\alpha} \gamma \gamma, \rho \dot{\alpha} \gamma \alpha, \varepsilon \dot{\alpha} \alpha \alpha \rho \dot{\alpha} \alpha \eta$ ), immutabile per gli stessi dèi (M. P. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, in Handbuch der Altertumswissenschaft, I, Monaco 1941, pp. 712 e 732). Questa dottrina può essere fatta risalire fino ad Omero con la constatazione della continua decadenza dell'umanità (cf. Odissea, II, 276 sg .) ed è diffusa nel sec. vi a. C., come risulta dai frammenti di Mimmermo, Archiloco, Simonide di Amorgo, Alceo, e specialmente Teognide a cui è attribuito il proverbio surriferito del desiderio di "non esser nati» ( $\mu \dot{\eta} \varsigma \dot{\alpha} \alpha \alpha$ ).
Un elemento nuovo di un p., ancor più profondo, è stato individuato nel discusso frammento di Anassimandro (B I): "Ciò da cui le cose hanno inizio è anche il termine nel quale esse sprofondano secondo la necessità ( $\varepsilon \alpha \tau \dot{\alpha} \tau \dot{\alpha} \gamma \dot{\alpha} \alpha \dot{\alpha} \alpha$ ); poiché esse devono espiare ed essere condannate per la loro ingiustizia secondo l'ordine del tempo" (II. Dicla, Die Fragmente der Vorsobratiker, I, 5 a 60 ; a cura di W. Kranz, Berlino 1934, p. 89). E stai: infatti rilevata la derivazione orfica: Anassimandro concepisce l'essere indeterminato ( $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \iota \varepsilon \alpha \nu$ ) e quindi pone le anime immortali destinate a perfezionarsi con nuove reincarnazioni perché esse sono affette, secondo le credenze orfiche, da un peccato di origine da tutta l'eternità e il corpo viene considerato la "tomba dell'anima" ( $\varepsilon \dot{\alpha} \mu \alpha$ $\alpha$ $\alpha \dot{\eta} \mu \alpha$ ). Da questa concezione negativa della natura si è concluso che non soltanto la filosofia naturalistica dei filosofi ionici ma tutta la scienza greca si è perduta per piste errate e non è riuscita a creare una fisica scientifica (cf. E. Howald, Ethih des Altertums, in Handbuch der Philos., Monaco e Berlino 1926, p. 13). Una visione di p. pervade l'intera opera di Erodoto, lo storico dell'instabilità di tutte le cose umane : l'eredità di p. del più antico pensiero greco è stata raccolta nella scuola cirenaica da Egesia, che descrrese, contro l'epicureismo, i malanni della vita, con tanta efficacia da spingere alcuni suoi uditori a darsi la morte. Il p. dei circnaici (v.) nasceva proprio dal materialismo da essi professato, in quanto il piacere è risolto in una serie di momenti singoli fuggenti e il p. è inevitabile in ogni concezione che limita l'uomo nel finito e nel tempo (ottima esposizione in W. Ch. Greene, Moira, fato, good and evil, Cambridge Mass. 1944, p. 182; v. anche E. Schwarz, Ethih der Griechen, Stoccarda 1951, p. 182). La causa profonda del p. greco è nella convinzione dell'invincibilità del male, in quanto il cosmo è retto dalla ferrea legge del fato, da cui il disinteresse che la divinità mostra per gli individui e gli eventi di questa vita, e ultima la negatività ontologica della materia e la sua coesistenza all'essere divino, che può esser considerato il vero principio metafisico del p. greco.
Nella religione rivelata la storia umana presenta un doppio volto: vista sotto l'angolo visuale della libertà umana, la storia sembra la sequela del peccato, tutta intessuta di delitti e di miserie di cui sono vittime i giusti e più di tutti lo stesso Figlio di Dio; ma, dal punto di vista di Dio, l'esito positivo della storia, ovvero il compimento del «piano salvifico» della divina Provvidenza (v.) è assolutamente certo. Nella religiosità ebraica il p. sembra abbia il sopravvento, in questo senso, soprattutto nei libri sapienzali (cf. lo sconsolato Ecclesiaste; anche Eccli. 40); tuttavia alla fine è Dio che giudica, punisce e premia (cf. Sap. 15, 1 sgg.). Il cristianesimo risolve definitivamente l'ambiguità del rapporto ottimismo e p. Nel pensiero greco la positività ontologica delle essenze universali contrastava con la profonda miseria in cui veniva a trovarsi il singolo in balia del fato e delle forze cieche della natura. Il cristianesimo risolve il problema in tre momenti :
1) le essenze come tali sono positive e soprattutto la natura umana nella sua parte spirituale porta l'immagine stessa di Dio (Ps. 4, 7).
2) Ma l'uomo è caduto con il peccato dalla sua perfe-
zione originaria e si trova esposto alle sofferenze fisiche e alla morte quanto al corpo, alle passioni che l'allontanano da Dio quanto allo spirito.
3) Tuttavia l'intelligenza e la volontà hanno conservata intagra fondamentalmente la capacità di conoscere il vero e di volere il bene, e Dio, mediante l'Incarnazione del Verbo, ha offerto all'uomo la possibilità della eterna salvezza. Dal punto di vista quindi della struttura ontologica, nella concezione cristiana l'intimismo prevale sul p. Tuttavia, considerato nella sua situazione esistenziale, l'uomo si mostra più propenso al male che al bene perché più proclive a seguire i sensi che non la retta ragione: "In homine est duplex natura, scilicet rationalis et sensitiva. Et quia per operationem sensus homo pervenit ad actus rationis, ideo plures sequuntur inclinationes naturae sensitivae quam ordinem rationis" (Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 71, a. 2 ad 3). Soltanto nel cristianesimo si ha perciò la chiarificazione ontologica del rapporto fra ottimismo e p., in quanto in esso la dialettica della libertà ottiene il suo completo dispiegamento per il suo fondamento in Dio e per la sua posizione e attuazione nella responsabilità individuale.
Nel pensiero moderno il rapporto ottimismo e p. si capovolge in senso inverso dal pensiero classico: il p. autentico scompare perché la verità è identificata con la Ragione assoluta universale così che il male e l'errore (v.) sono relegati nell'ambito dell'apparenza e dell'individualità empirica transitoria e sono ridotti perciò a "momenti» negativi della ragione stessa (cf. il "male radicale» di Kant e la dottrina hegeliana del "male come il negativo" ch'è però necessario per lo sviluppo della dialettica della "storia universale»). Per Hegel il p. rappresenta uno stadio inferiore della coscienza: la "c