ansitoria e sono ridotti perciò a "momenti» negativi della ragione stessa (cf. il "male radicale» di Kant e la dottrina hegeliana del "male come il negativo" ch'è però necessario per lo sviluppo della dialettica della "storia universale»). Per Hegel il p. rappresenta uno stadio inferiore della coscienza: la "coscienza inbilica" (das unglückliche Bewusstsein) è la coscienza ancor divisa in se stessa in quanto non riesce alla perfetta unificazione dei momenti opposti dell'essere ma resta nella tensione di un "al di qua" (Diesseits) e di un "al di là" (Jenseits), che mai può essere raggiunto, dell'essere stesso (cf. Die Phänomenologie des Geistes, ed. J. Hoffmeister, Lipsia 1937, p. 163 sgg.).
Secondo Schopenhauer (v.), che ha elevato il p. a sistema, la differenza fondamentale di tutte le religioni non consiste, come di solito si crede, nel fatto se esse sono monoteiste, politeiste, pantreiste o ateiste: ma solo in ciò, se esse sono ottimiste o pessimiste, cioè se esse rappresentano l'esistenza di questo mondo come giustificata per se stessa e quindi la lodano e l'esaltano, o se invece la considerano come qualcosa che può essere compreso solo come una conseguenza della nostra colpa e quindi propriamente dovrebbe non essere" (Die Welt ecc., ed. Reclam, II, Lipsia s. d., p. 196 sg.; trad. it., II, Bari 1930, p. 206). A suo parere la vittoria del cristianesimo sul giudaismo e sul paganesimo greco-romano sta interamente e soltanto nel suo p.: ma Schopenhauer erra sia perché dimentica tutto l'aspetto positivo e costruttivo del cristianesimo anche per l'esistenza terrena in quanto deve preparare la vita eterna, sia perché l'abnegazione che il cristianesimo esige, suppone che l'esistenza immediata e la vita dei sensi diano effettivamente gioia e soddisfazione per una sfera della coscienza (cf. la critica di Kierkegaard a Schopenhauer, in Diario 1854; trad. it., III, Brescia 1951, p. 121 sgg., 132, 135 sgg.).
Il p. illuminista ha avuto nella poesia di G. Leopardi (v.) la sua più alta espressione lirica. Nell'esisterzialismo (v.) di sinistra, poiché l'essere è riportato al "nulla" come a suo fondamento fenomenologico-dialettico (Heidegger) oppure è proiettato verso un Tutto irraggiungibile (lo Umgreifende kantiano di Jaspers), la verità rimane senza esito. Il p. assoluto è poi inevitabile nel rigidodualismo (v.) ontico-fenomenologico di Pour-soi (soggetto) e En-soi (oggetto) di Sartre che dichiara perciò l'uomo e la sua aspirazione a elevarsi una "inutile passione" (L'ètre et le néant, Parigi 1943, p. 708).
La vittoria definitiva sul p. è nei capisaldi metafisici della libertà individuale, dell'immortalità personale e della divina Provvidenza che guida lo sviluppo della storia e infine ne farà il giudizio sia per il singolo come per l'umanità intera.
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Bibl.: per informazioni generali v. R. Eisler, Pessimismus, in Wörterbuch. d. philos. Begriffe, II, Berlino 1929, pp. 404-408; A. Taubert, Der Pessimismus und seine Gegner, Berliino 1873; Fr. Paulsen, System der Ethik, I. Stoccarda e Berlino 1906, p. 149 sg.; Th. Litt, Ethik der Neuzeit, Monaco e Berlino 1906, p. 141 sgg.; W. Windelband, Einleitung in die Philosophie, 2nd ed., Tubinga 1920, p. 426 sgg.; H. Diels, Der antike Pessimismus, I. Berlino 1921; A. Schweitzer, Kultur und Ethik, Monaco 1926, pp. 11-18; E. Lämmerzahl, Der Sündenfall in der Philosophie des deutschen Idealismus, Berlino 1934 (esposizione esauriente del problema del peccato nel pensiero moderno: Kant, Fichte, Schiller, Schelling, Goethe, Hegel e Schleiermacher); G. Marcel, P. et conscience eschatologique, in Dios cibunt, 10 (1948), pp. 119-27; V. anche la bibl. alle v. male e ottimismo. Cornelio Fabro
PESTALOZZI, Johann Heinrich. - Pedagogista e uno dei pionieri dell'educazione moderna, n. a Zurigo il 12 genn. 1746, da famiglia oriunda di Chiavenna, passata alla « riforma» ed emigrata in Svizzera nel sec. xVI, m. il 17 febbr. 1827 a Neuhof.
I. Vita. - Gli arrise da principio la vocazione di "pastore»; ma, arenatosi al primo sermone e d'altronde tutto acceso per le riforme sociali dalla lettura dell'Emilio e del Contratto sociale del Rousseau, passò alla s società elvetica dai patrioti s, a carattere rivoluzionario con scopi umanitari. Sciolta la società da parte dell'autorità e subentrata in lui una più meditata concezione del rinnovamento sociale, si trasferì con la moglie, sua fedele collaboratrice, a Neuhof (1769), vi comprò una fattoria e vi aprì una scuola per i fanciulli poveri e abbandonati, in cui questi imparassero non solo a leggere, scrivere e fare i conti più elementari, ma anche i lavori agricoli, i mestieri casalinghi e la filatura del cotone (1774). Chiusa la scuola per dissesti finanziari (1779), segui per il P. un periodo di raccoglimento, in cui scrisse Abendstunde eines Einstediers (1780), serie di 180 aforismi, in cui ritorna spesso il motivo fondamentale di tutta la sua vita : estendere l'istruzione e l'educazione a tutti, anche i più poveri e i più derelitti, derivarne il tipo dalla educazione della famiglia, mirare a rendere ciascuno felice dell'ambito di essa e sotto tutti gli aspetti. Anzi dalla famiglia deriva la sua concezione della stessa religione: «Dio, padre dell'umanità; l'uomo, figlio della divinità; ecco la pura sostanza della fede... Sentimento di padre, sentimento di figlio; questa benedizione della casa, o uomo, è la conseguenza della tua fede». Questi pensieri fondamentali prendono più chiaro sviluppo nel romanzo domestico: Lienhart und Gertrud (4 voll., 1781-87; nuova rielaborazione [2 voll., 1790-92]), che lo rese celebre e stimato, gli procurò mecenati e larghe ed alte conoscenze anche di principi e di sovrani. In esso il P. intende far vedere come un villaggio traviato può venire rigenerato dagli sforzi solidali e convergenti di un buon " pastore ", di un abile magistrato, di un maestro zelante e soprattutto dall'opera di Gertrude, sposa modello, madre di famiglia perfetta e anima di ogni impresa. Specialmente nel I. III, il P. stende come un manuale di pedagogia sociale sul tema: il fanciullo dev'essere educato, più che non istruito, preparato alla vita economica, più che non rimpinzato di vocaboli e di costruzioni grammaticali. A dare maggior rilievo ai suoi intenti pedagogici il P. aggiunse l'opera popolare: Das Volksbuch Christoph und Else (1781), in cui due sposi, leggendo Lienhart und Gertrud, commentano i vari capitoli rilevandone l'alto valore educativo; e, spinto dallo scoppio della Rivoluzione Francese, l'opera speculativa : Nachforschungen über den Gang der Natur in der Entwicklung des Menschengeschlechtes (1797), libro piuttosto oscuro, arido, talora contradditorio a cagione della scarsa mentalità speculativa e filosofica dell'autore, in cui si delinea il trapasso dell'umanità dallo stato innocente di natura allo stato legalistico della società e si mette in rilievo l'esigenza della natura umana a perfezionarsi per non essere impedita e pervertita da influssi esteriori, con lo sviluppare in sé la religione naturale, affidandosi al sentimento morale, che da essa sgorga naturalmente. Il libro Figuren zu meinem $A B C$-Buch (1797) ha lo scopo di esporre queste teorie in una serie di favole concise.
Nel 1798, il P. tornò, ma più agguerrito, alla sua missione di maestro e accetto di aprire una scuola di
orfani a Stanz, dove provare "col suo esperimento che l'educazione pubblica deve imitare l'educazione domestica n. E domesticamente il P. visse tra i suoi ottanta alunni, come un padre vigile ed amoroso tra i suoi figli. Ma dopo otto mesi la nuova invasione austro-russa converti l'orfanotrofio in ospedale militare e la scuola fu chiusa. Una nuova il P. ne aprì nel castello di Burgdorf, che però non doveva essere più soltanto un educandato, ma anche una scuola di magistero, nella quale i migliori avrebbero esercitato l'insegnamento sotto la guida del maestro e alla luce dei suoi principi. Là egli ebbe modo di cogliere le prime intuizioni della sua didattica ed elaborare compiutamente la sua dottrina metodologica, che volle esprimere in Die Methode (1800), Wie Gertrud ihre Kinder lehrt (1801), ABC der Anschauung (1803), Buch der Mutter (1803). La scuola, quantunque raccogliesse applausi e suscitasse meraviglie, si dovette chiudere, dopo tre anni, per discordia tra i maestri. Allora il P. eccetò di cooperare con E. Fellenberg alla scuola che questi aveva aperto a Münchenbuchsee, e vi condusse molti dei suoi scolari di Burgdorf; ma i caratteri dei due istituitori non erano fatti per comprendersi; perciò il P. si ritirò e accettò di aprire a Yverdun (Herten) una nuova scuola nel castello offertogli dalla Raggenza (1805). Yverdun diventò per un ventremio il migliore e più quotato istituto di educazione di Europa; i metodi pestalozziani e i principi nuovi vi furono interamente applicati, con sviluppi e frutti meravigliosi, che ne diffusero la fama: maestri valenti, vari generi di scuola, dalle elementari a quelle di tipo universitario, spirito di famiglia, vincolo dell'amore. Si ebbero visite di persone celebri (F. Fichte, J. F. Herbart, Fr. Fröbel, G. Cappon e) il governo prussiano vi mandò a studiare una schiera di giovani; altri governi incaricarono apposite commissioni per andarvi ad apprendere il nuovo metodo di insegnamento.
Tuttavia i germi della discordia minarono a poco a poco l'esistenza della istituzione e anche Yverdun fu chiusa (1815). Il P. allora si ritirò a vita solitaria a Neuhof e riprese a scrivere, sia per chiarire sempre meglio il suo pensiero, sia per difendersi dalle accuse e dalle calunnie degli avversari. Si hanno cosi due altre opere, che formano una specie di autobiografia: Schwanengesang (1826) e Meine Lebensschicksale (1826).
II. Idee fondamentali. - L'opera e la dottrina pestalozziana è assai complessa nel suo sviluppo, esistematica, non sempre chiara; tuttavia è ricca di preziose intuizioni. Il P. volle infatti scoprire le direttive costanti della natura psichica umana, per riuscire a "psicologizzare» l'istruzione e l'educazione, sostituendo al tradizionale pedantismo artificioso altre regole fondate sulla psicologia dell'educando. Fondamento quindi di tutta l'arte pedagogica è la natura umana, fornita di tre specie di forze : morali, intellettuali e fisiche, o, come si esprime il P., cuore, spirito, arte. Queste tre forze sono fin dal principio nell'uomo, allo stato di germi, o di disposizioni, che l'educatore dovrà quindi aiutare a svilupparsi e a progredire in perfetta armonia. L'educazione morale si effettua con vari mezzi : a) la formazione del sentimento morale mediante l'amore, la fiducia, la riconoscenza, l'obbedienza verso la madre, il maestro, Dio; b) gli esercizi o pratiche morali, perché l'esempio è lo stimolo migliore a far comprendere il bene; c) la formazione di idee morali, approfittando delle varie circostanze ambientali e degli avvenimenti che si svolgono sotto gli occhi dell'alunno. L'educazione intellettuale si deve fondare su questi principi : a) l'istotizione, mettendo il fanciullo di fronte alle cose, prendendo come punto di partenza quelle che più gli sono familiari e abituandolo a osservare e a cogliere le impressioni immediate; b) la trilogia: il nome, la forma e il numero, perché a conoscere un oggetto l'intelligenza si domanda: quanti sono gli oggetti che ho dinanzi? (numero) : come si presentano? (forma); come si chiamano? (parola o nome); di qui le regole pratiche intuitive per apprendere il calcolo, la geometria, il disegno, la calligrafia, la formazione e la varia combinazione delle parole. L'educazione fisica o arte (e il P. vi comprende anche l'elemento industriale) ha lo scopo di rendere il fanciullo e l'uomo capace di esporre esteriormente i pro-
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In alto a sinistra: ROTONDA DI S. ANGELO, costruita nel sec. vi con restauri del ecc. xiv. In alto a destra: PALAZZO COMUNALE O DEI PRIORI (compiuto nel 1297). In basso a sinistra: INTERNO DEL CHIOSTRO del convento di S. Giuliana (ca. 1320). In basso a destra: PORTA S. PIETRO. Opera di Agostino di Duccio (1475).
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(fol. Anderson)
In alto: CROCIFISSIONE. Ai piedi della Croce la Maddalena; a sinistra s. Bernardo e Maria Vergine; a destra, s. Benedetto e s. Giovanni l' Evangelista - Firenze, convento di S. Maria Maddalena de' Pazzi; Sala capitolare. In basso: CONSEGNA DELLE CHIAVI (parte centrale; ca 1483). Affresco nella Cappella
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dotti della propria intelligenza e attuare gli impulsi del cuore; capace, insomma, di super fare : quindi ricreazioni, ginnastica, nuoto e lavoro manuale, che dà anche il modo ai figli del popolo di scegliere un mestiere utile, redditizio e conforme alle propria inclinazione. Quanto all'educazione religiosa (ed è questo il punto più debole del sistema pescolozziano) il P. proclama, è vero, la religione e la fede quali fondamenti dell'educazione; ma si tratta di un vago deismo: Dio è, infatti, per lui, l'amore universale, che si manifesta nel sole che si leva, nel mormorio del rucedio, ecc. Parla di Gesù Cristo come redentore e mediatore, ma lo considera un semplice uomo, il migliore degli uomini, e si mantiene al di fuori della Rivelazione e dei dogmi cristiani; anzi ad Yverdun soppresse anche le preghiere. Quindi i suoi discepoli si divisero in due scuole : l'una razionalista (capeggiata da F. A. W. Diesterweg), l'altra cristiana, che adotrà i metodi del maestro, senza adottarne le idee religiose (p. es., B. Overberg).
Merito principale ed inconcusso del P. è, prima di tutto, la dedizione piena e assoluta all'infanzia e l'ardore entusiasta, oltre ogni contrarietà e insuccesso, con cui attese alla scuola. Non aspirò che ad essere maestro di scuola e non visse che per la scuola, gettando nel campo della pedagogia germi e idee che poi, meglio studiate e sistemate, p. es., da Herbart e da Fröbel, formarono la corrente moderna della scuola. Propugnò inoltre la popolarizzazione della scuola, mettendone in rilievo il valore umano e nazionale, specialmente rispetto alle classi più povere, formando gli schemi adatti per organizzare l'istruzione popolare elementare e l'educazione professionale. Infatti gli istituti pestalozziani servirono di modello a tutti gli Stati di Europa e formarono schiere di maestri oltremodo efficienti. Di più insistette nel dimostrare che la scuola potrà essere un mezzo efficace di rinnovamento sociale e spirituale solo quando saprà proseguire l'opera della famiglia che è la prima educatrice, coltivando i frutti della presenza materna, che sono l'amore, la comprensione, la fiducia e la benevolenza. Alcuni suoi scritti, poi, coopozarono validamente a trasformare la pedagogia in scienza. Resta soltanto da osservare che il P. ebbe una atima esagerata del metodo (il quale suscitò una vera schiera di "caesciato") di metodo (), credendo di averne trovato l'unico adatto al meccanicismo psicologico dell'uomo, e quindi efficiente da se stesso, qualunque possa essere la personalità particolare dell'educando e dell'educatore. Donde un meccanicismo che nella stessa Yverdun segnò l'inizio della decadenza.
BibL.: le opere complete furono pubblicate da G. Schmid, con la collaborazione dello stesso P., 15 voll., Stoccarda 1818 1926; migliore l'edizione Sämtliche Werke a cura di W. Seyffarth, 12 voll., Liegnitz 1899-1902; ed. critica di A. Buchenbau, E. Sprenger, H. Steribacher, 13 voll., Berlino 1927-35; e l'altra a cura di vari autori, 10 voll., Zurigo, dal 1946. Studi : ampia bibl. a cura di A. Israel: P.-Bibl., in Memon. Germanise Poodaeogica, XXV, XXIX, XXXI, Berlino 1903-1904, e quella di W. Seyffarth, nel vol. I delle opere del P., p. 28 sgg. Cf. inoltre G. Allievo, Delle dottrine pedagogiche del P., ecc., Torino 1884; Roger de Guimas, Hist. de P., de ses idées et de son oeuvre, Losanna 1888; W. Seyffarth, P., $8^{2}$ ed., Lipsia 1904; G. Yauro, P., Roma 1907; E. Brezna, La dottrina di P. e la sua diffusione particolarmente in Italia, ivi 1909; P. Natorp, P., sein Leben u. seine Ideen, Lipsia 1919; F. Delekat, 3. H. P.: der Mensch, der Philosoph und der Erziober, ivi 1926; verv. it., Firenze 1930; G. Sgansini, F. E. P., vita, opere, pensiero e significato presente della sua Seura spirituale, Bellinzona 1927; A. Banfi, P., Firenze 1928; A. Covott, P., 2 voll., Napoli 1930-40; E. Otto, P., Berlino 1948; M. Valeri, E. P., Milano 1951. Celestino Testore
PETAU (Petavius), Denys. - Gesuita, teologo e patrologo, n. a Orléans il 21 ag. 1583, m. a Parigi I'II dic. 1652. A 16 anni «Magister philosophiae» con una dissertazione in greco, passò subito allo studio della teologia alla Sorbona e, sotto la guida di Isacco Casaubono, vi si approfondì nelle ricerche patristiche. Nel 1603 fu professore e canonico a Bourges; nel 1605 tormà a Parigi, entrò nella Compagnia di Gesù, e, ordinato sacerdote nel 1610, ebbe dal 1611 al 1621 l'incarico della retorica nei collegi di Reims, La Flèche e Parigi; indi dal 1621 al 1644 quello
della teologia positiva al collegio di Clermont a Parigi; dal 1645 alla morte attese alla biblioteca e alle sue opere.
La fama della sua profonda e ampia erudizione fece sì che Filippo IV lo domandasse per il collegio imperiale di Madrid e Urbano VIII per Roma; ma vi si oppose fermamente Luigi XIII, il quale intervenne pure presso il Papa per stornare la nomina di P. a cardinale, perché il povero padre, avuta notizia della dignità che l'attendeva, ammalò gravemente e unico rimedio, come di fatto avvenne, era di lasciarlo nella sua umiltà.
L'opera sua, non abbastanza riconosciuta da principio, abbracciò tre campi : la cronologia, la patristica e la teologia con la storia dei dogmi. Se ne citano i lavori principali: nel campo della cronologia pubblicò : De doctrina Temporum (2 voll., Parigi 1627), che cacciò di nido la De emendatione temporum dello Scoligero, unica autorità riconosciuta ai suoi tempi, confutandola senza risparmio e gettando le basi di una cronologia universale. Vi sono disposti in 17 libri i fatti e gli avvenimenti fino al 533 d. C. (vi corregge, fra l'altro, 8000 inscattezze riscontrate negli Annali del Baronio). Nonostante il plauso con cui l'opera fu accolta, il P. non poteva certo, allora, dire l'ultima parola per ogni data e ogni fatto; rimane però un ardito pioniere in materia, che stimola ulteriori progressive ricerche. Un sommario dell'opera è il Ratiovarium temporum (ivi 1653), che ebbe molte ristampe e versioni. Il P. si occupò pure delle tavole cronologiche dei papi e degli imperatori (ivi 1628) e delle più celebri famiglie e città (ivi 1628; $4^{2}$ ed. 1637). Nel campo della patristica pubblicò le opere di Sinesio, vescovo di Cirene (ivi 1612, migliore ed. 1640); le orazioni di Temistio (La Flèche 1603) e di Giuliano imperatore (Parigi 1614); il Breviarium historicum di Niceloro (ivi 1616); le opere complete di s. Epifanio (2 voll., ivi 1622; appendice, ivi 1624); notevole anche la parafrasi in greco dei Salmi di Davide, compiuta per desiderio di Urbano VIII (ivi 1637). Nel campo teologico e della storia dei dogmi lasciò : Theologica dogmata (4 voll., Parigi 1644-50), rimasta incompiuta (vi tratta solo De Deo uno, De Deo trino, De Deo creonte, De Incarnatione) che ebbe numerose edizioni, tra cui quella del calvinista Jean le Clerc (Amsterdam 1700) e del p. F. A. Zaccaria ( 7 voll., Venezia 1757) ricca questa di note, di difese e di dissertazioni; una nuova ed. intrapresero i pp. C. Passaglia e C. Schauder, ma si fermarono al vol. I. Il merito e il valore vero di quest'opera è di aver aperta la via ad una teologia più sobria nella parte speculativa e più nutrita, invece, nella parte storica e positiva. Il P., che riprende il metodo di insegnamento inaugurato dal p. Maldonado, e seguito dal p. Fronton de Duc, non intende soppiantare la scolastica, che anzi, pur lamentandone le sottilità, il poco corretto latino, le dispute inutili e capziose, la rivendica dai sarcasmi e dalla disistima, venuta di moda dopo Erasmo; ma vuole dare allo studio della dogmatica quello che molti teologi scolastici ignoravano, cioè le fonti e i primi principi della dottrina, fondandola anzitutto sulla esegesi scritturistica e sullo studio della tradizione patristica; mezzo più sicuro per respingere gli attacchi degli avversari contro la dottrina attuale della Chiesa in nome della tradizione primitiva. Alcuni punti particolari sulla penitenza nei primi secoli, sulla dottrina trinitaria dei Padri anteniceni, sulla santificazione delle anime per opera dello Spirito Santo, prestarono il fianco a false interpretazioni o anche ad opinioni e posizioni più tardi abbandonate dai teologi (cf. Galtier, crt. cit. in bibl., coll. 1324-36), ma ammettono pure, quasi sempre, una valida difesa. Da notare anche che il P. usò talora versioni di Padri incorrette, manoscritti non ancora criticamente elaborati; resta però sempre colui, che fece fare il passo decisivo al programma di dare alla teologia positiva il posto che veramente le compereva. Tra le altre opere occorre ancora citare: De potestate consecrandi et sacrificandi sacerdotibus a Deo concessa, deque communione usurpanda (ivi 1639); De libero arbitrio (ivi 1643); De la pénitence publique et de la préparation à la communion (ivi 1644: contro l'operetta di A. Arnauld: De la fréquente commu-
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nion); Epistolarum libri tres (ivi 1652), pubblicati dopo la morte dell'autore, che dànno un'idea delle relazioni del P. con i più celebri personaggi del tempo, francesi e stranieri, e utili informazioni sulle sue opere e sul suo metodo.
BibL.: Sommervogel, VI, coll. 588-616; Hurter, III, coll. 965-78. Vite: Fr. Oudin, D. P., in J. P. Niceron, Mémoires pour servir d l'histoire des hommes illustres, XXXVII, Parigi 1777, pp. 81-234; J. C. Vital Chatelain, Le p. D. P. d'Octiens, fésuite, sa vie et ses sources, ivi 1884. Studi: F. Stamonik, D. P., Ein Beitrag zur Gelehrtengeschichte des XVII. Jahrh., Graz 1820; W. Kuhn, Ehrsurettung des D. P. und der hath. Aufassung der Dogmengeschiehre, in Tübinger theol. Quartalschrift, 32 (1830), p. 249 sgg.; P. Galtier, s. v. in DThC, XII, coll. 1313-37; J. de Ghellinck, s. v. in Cath. Ent., XI, pp. 743-44; P. Galtier, P. et la préface de son "De Trinitate", in Rech. sc. relig., 21 (1931), pp. 462-66. Celestino Testore
PETERBOROUGH, diocesi di. - Nella provincia di Ontario, Canada. Pio IX fondò il vicariato apostolico del Canada settentrionale il 3 febbr. 1874 con la bolla Arcano divinae Providentiae e Leone XIII lo elevò a diocesi l'ir luglio 1882 con la bolla Quod Venerabiles Fratres.
Il vicariato apostolico del Canada settentrionale deriva da uno smembramento della diocesi di Ottawa e la nuova diocesi fu fatta suffraganea di Kingston. Conta una popolazione cattolica di 27.000 anime; 51 preti diocesani e 4 religiosi (Redentoristi) hanno la cura delle anime. Vi sono 67 chiese, 2 ospedali, 2 orfanotrafi e 29 parrocchie. La diocesi copre una superfice di 10.047 miglia quadrate.
BibL.: Le Canada ecclésiastique, Montréal 1930, pp. 450-54; The Ontario year book and directory, Toronto 1950.
Gastone Carrière
PETERS, Gerlach. - Uno dei più notevoli autori della "Devotio moderna"; n. a Deventer nel 1378, entrò come canonico regolare di s. Agostino a Windesheim, dove m. nel 1411.
A parte due lettere in dialetto "thiois" che trattano della vita spirituale, P. scrisse due opuscoli in latino, il Breviioguium e il Soliloquium ignitum (ed. latina di J. Stange, Colonia 1849). Quest'ultimo soprattutto ebbe gran fama e venne tradotto in varie lingue europee. Se ne sprigiona una dottrina spirituale che su una solida base ascetica prende un alto volo mistico; vi si riconosce il discepolo di Ruysbroeck il quale tuttavia ha realmente vissuto ciò che ha scritto. P. morì in odore di santità dopo aver sopportato grandi sofferenze fisiche.
Bibl.: Vita in J. Busch, Chronicon Windeshemense, ed. K. Grube, Halle 1886, pp. 156-64; L. Reypens, Le sommet de la contemplation mystique chez G. P., in Revue d'ascétique et de mystique, 5 (1924), pp. 33-43. Bernardo Spaapen
PETERS, Norbert. - Esegeta, n. a Allendorf (Westfalia) il 5 ag. 1863, m. a Paderborn il 20 genn. 1938. Sacerdote nel 1887, in seguito a studi speciali di scienza biblica, di filologia classica ed orientale, divenne apprezzato professore di Vecchio Testamento nell'Istituto accademico filosofico-teologico di Pa derborn (1892-1934), sagace studioso e fecondo scrittore, particolarmente sulla "questione biblica". Fu anche confondatore e coeditore della collezione Biblische Studien (dal 1895) e della rivista Theologie und Glaube (dal 1909).
Fra le sue opere le più importanti sono: Die grundsätzliche Stellung der hath. Kirche zur Bibelforschung, Paderborn 1905; Bibel und Naturwissenschaft nach den Grundsätzen der hath. Theologie, ivi 1906; Glauben und Wissen in der Erklärung des ersten biblischen Schöpfungsberichtes, ivi 1907; Kirche und Bibellesen, ivi 1908; Die Religion des Alten Testamentes in ihrer Einzigartigkeit unter den Religionen des alten Orients, Kempten-Monaco 1911; Das Buch fesus Sirach oder Ehhlesiastikus, Münster 1913; Die Leidensfrage im Alten Testament, ivi 1923; Das Trostbuch Israels, Isaías, Paderborn 1923; Die Frau im Alten Testament, Düsseldorf 1926; Das Buch Job, Münster 1928;
Unsere Bibel, Paderborn 1929, $3^{\text {a }}$ ed. 1935; Die Psalmen, ivi 1930; Die soziale Fürsorge im Alten Testament, ivi 1936.
Bibl.: autobiografia in E. Stange, Die Religionswissenschaft der Gegenwart in Selbstdarstellungen, III, Lipsia 1027, pp. 91126; F. Blomo, N. P., in Theologie u. Glaube, 30 (1938), pp. 119124; Th. Paffrath, Erinnerung an N. P., in Kirche und Knost, 21 (1938), pp. 108-10. Adalberto Metzinger
PETERSSON, LARS (Petri Laubentius). - Primo arcivescovo luterano della Svezia, n. a Örebro nel 1499, m. a Uppsala il 26 ott. 1573.
Studiò con il fratello maggiore Olaf a Wittenberg, alla scuola di Lutero, e al ritorno in patria nel 1527 collaborò attivamente con lui nella luteranizzazione della Chiesa di Svezia, prima come insegnante a Uppsala, poi dal 1531, quale arcivescovo di Uppsala e primate. Spostò una parente del re Gustavo Wasa. Con suo fratello curò la traduzione integrale della Bibbia in svedese e la pubblicò nel 1541; e la cosiddetta "Bibbia di G. Wasa", che per lo sviluppo della lingua svedese ebbe la stessa importanza che quella di Lutero per la lingua tedesca. Nella Dieta di Vesteräs promosse nuove leggi per eliminare usi cattolici; non fu estraneo agli articoli di Vadstena (1553), che costituirono il primo tentativo di organizzare la Chiesa in senso nettamente protestante. Nel 1561 redasse il progetto di ordinamento ecclesiastico, che fu approvato poi nel 1571 e che costituisce anche oggi la base dell'ordinamento della Chiesa svedese.
Con esso riusci a mantenere alla Chiesa il carattere luterano contro le penetrazioni calviniste favorite dal re Erik XIV. Oltre alle opere accennate, pubblicò il primo innario svedese, nel 1555 una postilla alla Bibbia e nel 1559 una cronaca svedese.
Bibl.: L. P. d'Ertkoordning, Med. hist. indlenduig av. E. Fürnström, Stoccolma 1932; J. Metzler, Petri Laurentius, in LThK, VIII, col. 127. Mario Bendiscioli
PETERSSON, Olaf (Petri Olaus). - Il principale instauratore della riforma luterana in Svezia, fratello del precedente, n. a Örebro nel 1493, m. a Stoccolma il 19 apr. 1552. Studiò alle Università di Lipsia e di Wittenberg nel 1516-18 ed ivi accettò le idee di Lutero. Ritornato in patria, a Strengnäs, quale diacono e rettore di quella scuola capitolare, si fece propagandista efficace delle nuove idee. Entrato in relazione con il nuovo re Gustavo Wasa, fu trasferito a Stoccolma quale segretario della città e nel 1531-33 divenne cancelliere e consigliere di Gustavo. Cercò di rendere una realtà interiormente sentita la "riforma", che era stata innanzi tutto il risultato d'un gioco di forze politico-nazionali.
A questo fine pubblicò nel 1526 una rielaborazione del "libretto di preghiere" di Lutero, che fu il primo scritto protestante della Svezia, come pure una traduzione svedese del Nuovo Testamento, e una raccolta di canti spirituali. Scrisse altre operette di edificazione, tutte ispirate al luteranesimo. Delineata nel Concilio di Oerebro (1529) la trasformazione della Chiesa, egli ne promosse l'attuazione dal punto di vista organizzativo e dottrinale con il Manuale ecclesiastico (1529), le Postille, il Catechismo (1530), il Rituale della Messa svedese, con il palese intento di evitare innovazioni che dessero al popolo la sensazione del distacco dagli usi antichi. In questo P. fu più conservatore di Lutero e contribuì assai a dare una impronta moderata alla "riforma" svedese, con la conservazione dell'episcopato e con il mantenere una certa continuità con la Chiesa medievale.
Per questa sua posizione cadde in disgrazia del re Gustavo quando questi, sotto l'influsso del pomerano Nordmann, volle introdurre forme radicalmente innovatrici. Nel 1539 P. s'era fatto ordinare in sacra ed era divenuto parroco della chiesa principale di Stoccolma. L'anno seguente venne condannato a morte per presunto alto tradimento; fu però graziato e nel 1543 contegrato nelle sue funzioni. Nel 1530 aveva redatto una cronaca della Svezia sulla base di fonti più antiche.
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BibL.: O. P. Samlado Shrifter, a cura di B. Hesselmann, Uppsala 1914-17; C. Bergendoff, O. P. and the ecclesiastical transformation in Sivede, Nuova York 1928. Mario Bendiscioli
PETILIANO. - Vescovo donatista di Cirta (Co* stantina); era catecumeno cattolico; ma è forse eccessivo interpretare l'abreptum (dalla Chiesa) di s. Agostino (C. litt. Pet., II, 104, 239) nel senso di «battezzato (donatista) contro la sua volontà».
Fu uno degli oratori della setta nella conferenza di Cartagine del 411 ; aveva indirizzato ai suoi presbiteri una lettera polemica contro la Chiesa cattolica, della quale s. Agostino redasse prima una breve confutazione, nel 400 ca., poi, avutone il testo intero, ne scrisse una seconda, riproducendo il testo di P. e ribattendo le sue osservazioni punto per punto; infine, avendo P. replicato, compose (ca. 402) il terzo dei libri Contra litteras Petiliani.
P. respinge l'accusa di «ribattezzare» in quanto, egli asserisce, quello dei cattolici non è Battesimo vero; essi non hanno Sacramenti validi, persino le loro preghiere sono vane, anzi non hanno neppure il diritto di chiamarsi cristiani, perché perseguitano i donatisti. A questi rimproveri, e agli altri motivi ormai tradizionali nella setta, e ch'egli riprende con grande virulenza, P. aggiunge accuse e insinuazioni personali contro s. Agostino, il quale rispose anche con il trattatello De unico baptismo ca. il 410 ad un altro scritto sul Battesimo, di P., in difesa del quale era nel frattempo intervenuto il grammatico Cresconio.
BibL.: P. Monceaux, Les ouvrages de P., in Revue de philologie, de litt. et d'hist. anciennes, 1906, pp. 218-43, 288-304; 1907, pp. 28-44; Bardenhewer, p. 512 sgg.; v. anche : agostino aurelio, sANTO: DONATISMO. Alberto Pincherie
PETIT, AdOLPHE. - Gesuita, n. a Gand il 22 maggio 1822, m. a Drongen (Tronchiennes) il 29 maggio 1914.
Entrato nella Compagnia di Gesù (1842), ebbe nel 1855 la carica di istruttore di Terza Probazione a Drongen, fu rettore ( 1870 -75), quindi padre spirituale della medesima comunità fino alla morte. Di una operosità straordinaria, fondò l'opera dei Ritiri Operai e degli Esercizi Spirituali per laici; l'opera "Ouvroir du Sacré-Cueur" per soccorrere le Missioni del Congo; "Le Calvaire" pio sodalizio di vedove, che dovevano santificarsi attraverso la cura delle inferme povere, colpite di cancro e che non trovavano posto in altri ospedali; fu confondatore dell'Unione Sacerdotale per il clero.
Dotato di speciali doni di orazione e di unione con Dio, divenne il confessore e direttore spirituale delle più alte personalità ecclesiastiche, politiche e civili. Fra i suoi figli spirituali fu anche il card. Mercier (v.), arcivescovo di Malines. Nel 1931 furono iniziati i processi informativi sulla sua sottritá e nel 1937 quelli apostolici.
Tra le sue opere stampate, sono celebri le meditazioni ed istruzioni: Sacerdos rite institutus piis exercitationibus menstruae recollectionis, 5 voll. (Bruges 1888, che ebbe poi molte riedizioni); Templum spirituale (I, ivi 1902; II, ivi 1907); Mon Navire. Souvenir de mes retraites (per religione; ivi 1912; vers. it., Torino 1930).
BibL.: E. Lavaille, Un semeur de joie. A. P. (1822-1914), $2^{\text {a }}$ ed., Bruxelles 1949 (vers. it. Torino 1937); H. Davignon, La simple histoire du bon père P. S. 3., Parigi 1937; G. Guimon, Un charneur. Le père P., ivi 1930; S. Congregazione dei Riti, Positio super virtutibus, Roma 1948; Nova positio super virtutibus, ivi 1920 .
Arnoldo M. Lana
PETIT, Louis. - Assunzionista, arcivescovo di Atene, n. il 21 febbr. 1868 a Viuz-la Chiésaz (Savoia), m. il 5 nov. 1927 a Mentone. Sacerdote nel 1891, nel 1895 fu superiore del Seminario greco e della Casa di studi orientali, costituita a Kadi-Keuï, l'antica Calcedonia.
Dedicatosi allo studio della storia ecclesiastica bizantina, riuscì a mettere insieme una ricca biblioteca specializzata, ora consecvata nella Biblioteca Vaticana. La rivista Echos d'Orient, il cui primo numero apparve nell'ott. 1897 e che fu da lui diretta per più di dieci anni, rappresenta, solo in parte, la sua operosità scientifica. Frut-
to di ricerche, condotte con altri nel monastero del Monte Athos, furono il Recueil des inscriptions chrétiennes de l'Athos (Parigi 1904), Les chartes des monastères grecs ( 5 voll., ivi 1903-11). Passato a Roma nel 1908, la sua competenza convinse il card. Gotti, allora prefetto di Propaganda, a proporlo, nel 1912, quale arcivescovo di Atene e delegato apostolico per la Grecia, ed influi sulla fondazione della Congregazione Pro Ecclesia Orientali e del Pontificio Istituto Orientale nel 1917. Nel 1926 lasciò l'ufficio ed ebbe la sede titolare arcivescovile di Corinto. Curò la continuazione della Amplissima collectio conciliarum del Mansi: dal 1905 al 1906 preparò tutti i volumi relativi ai sinodi della Chiesa orientale, nonché i cinque sul Concilio Vaticano del 18691870. Notevole è pure la sua Bibliographie des acolouthies grecques, Bruxelles 1926.
BibL.: per una bibl. degli scritti del P. cf. Echos d'Orient, 27 (1928), pp. 137-44; R. Janin, P., in DThC, XII, i, col. 1343, con bibl.: J. Rodrigo, Necrologia : El exceso. y rno. p. Luis P., in Religión y cultura, I (1928), pp. 147-60. Silvio Turlani
PETITE-ÉGLISE. - Il nome designa lo scisma anticoncordatario del 1801, in Francia e nel Belgio. Il 18 ag. 1801, il papa Pio VII, in esecuzione all'art. 3 del Concordato, esigeva la rinunzia di tutti gli antichi vescovi di Francia; 46 diedero le dimissioni, la maggior parte dei quali a malincuore e con proteste, ma 38, di cui 2 soltanto nominati, rivolsero al Papa (6 apr. 1805) ricorsi canonici, però assai pieni di rispetto (v. Mémoire des évêques français, Traduction, Lione 1898, pubblicata dalla $P .-E$.).
Tali ricorsi furono approvati da alcuni sacerdoti e fedeli, in varie parti della Francia e del Belgio; i dissidenti presero diversi nomi secondo le diocesi: Bassièristes a Coutances, Enfarinés a Rodez, Clémentins a Rouen, Blanchardistes a Bayeux, Pors a Montpellier, Stévénistes a Namur, $P .-E$. a Lione. Quest'ultima nome prevalse. I vescovi dissidenti si sottomisero in parte, al tempo della restaurazione, nel 1815 . Altri morirono senza essersi sottomessi. I due più ostinati furono Alessandro de Themines, antico vescovo di Blois, chiamato «il venerabile» dai suoi, e Giovanni de Coucy, antico vescovo di La Rochelle. L'ultimo vescovo morì nel 1829, l'ultimo prete nel 1847. Dopo la morte dei loro vescovi e dei loro preti, i capi famiglia presero la direzione dello scisma, il quale dura tuttora, per quanto in proporzioni assai ridotte. Due delegati della $P .-E$. di Lione, J. Berliet e M. Duc, si recarono a patrocinare la loro causa al Concilio Vaticano, ma il Concilio fu interrotto prima di aver esaminato i loro memoriali. L'anno XIII, richiesto di una risposta, scrisse loro il 19 luglio 1893 : pur riconoscendo le loro virtù morali, li invitava a rientrare nell'ovile di Cristo. Soppresso il Concordato, l'arcivescovo di Lione li invitò di nuovo, non vigendo più ragione di scisma. Essi non risposero a tale appello, che fu ripetuto altre volte e da ultimo dal card. Gerlier ( 20 febbr. 1949).
Essi affermano : siamo cattolici, battezziamo e istruiamo i nostri figli nella fede cattolica; se non abbiamo né la Messa né alcun altro Sacramento, oltre il Battesimo, la colpa non è nostra; siamo vittime della nostra fedeltà per il bene della Chiesa cattolica; aspettiamo l'ora della provvidenza, la quale dimostrerà che abbiamo ragione; il Papa non ci ha mai condannato direttamente; avendoci,
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anzi, il papa Pio XII fatto dire che saremmo accolti senza abiura e senza professione di fede, egli riconosce che noi siamo nel nostro diritto e mostra di comprenderci; ma non possiamo senza spergiuro ritornare alla Chiesa prima che i "torti siano stati riparati».
Bibl.: C. Latreille, La P.-E. de Lyon, Lione 1911; Ch. Ledré, Le card. Cambacérès, Parigi 1943 (per i Clémentins).
Leone Cristiani
PETIZIONE. - Il «diritto di p. » alle supreme autorità dello Stato (rivolta al re, come nell's atto" inglese dei diritti, o alle Camere, come nelle costituzioni degli ultimi secoli, compreso lo statuto albertino), è stato annoverato tra le libertà o tra i diritti civici o tra le garanzie costituzionali.
Non ha mai avuto un'importanza molto grande e la sua efficacia è andata sminuendo con il progressivo affermarsi di altri mezzi di manifestazione della volontà e dei desideri popolari (stampa, comizi, partiti politici ecc.). Tuttavia l'istituto è stato conservato anche nelle carte più recenti, compresa quella italiana, ritenendosi che in alcune circostanze possa avere qualche utile impiego. E diritto spettante a tutti i cittadini (in passato, secondo una discussa opinione, anche agli stranieri), soltanto per "chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità (art. 30). La p. può essere quindi, oltre che collettiva, anche individuale, mai però per interessi di singoli, dovendosi per questi adire i competenti organi amministrativi o giurisdizionali. L'esame di essa è disciplinato dai regolamenti interni delle Camere. Così, secondo il recentissimo regolamento del Senato, il presidente passa le p. alle commissioni permanenti, le quali hanno facoltà di accertarne, preliminarmente, l'autenticità, riferiscono mensilmente sul contenuto di esse ed il Senato delibera poi sull'ulteriore corso dell'esame. Riferendosi a disegni di jegge già presentati sono esaminate con i disegni stessi.
Bibl.: P. Virga, Tutela dei diritti fondamentali e p. collettive, in Foro padano, 1949, iv, p. 145; E. Favara, Osservazioni sul diritto di p. nella nuova costituzione italiana, ibid., 1951, iv, p. 151 .
Ferruccio Pergolesi
PETIZIONE DI PRINCIPIO. - Sofisma (v.) che consiste nell'assumere, esplicitamente o implicitamente, a base della prova, ciò stesso che si deve dimostrare, ad es. : ogni cosa data nel pensiero è soltanto pensiero, quindi è impossibile conoscere una realtà esterna al pensiero.
Aristotele parla della p. di p. in Anal. pr., II, 18 (16): "quando aliquis, quod ex seipso notum non est, per seipsum demonstrare conetur, tunc petit quod a principio erat quaesitum " ( $707^{\prime}$ al $\tau \in \Gamma \tau \alpha 176 \hat{\epsilon} \xi$ ápx $\hat{\eta} \xi$; cf. s. Tommaso, De fallaciis, cap. 13). " 'Apxh" non significa, qui e nel testo parallelo (op. cit., I, cap. 22 [23]), "principio " come premessa del sillogismo (v.), benel ha senso temporale : "ciò che da principio è stato proposto (per la dimostrazione) : " 76 mpoxeíuevov" (op. cit., II, cap. 18 [16]).
Bibl.: A. Lalande, Vocab. techn. et crit. de la philosophie, $5^{\circ}$ ed., Parigi 1947, p. 745. V. logica.
Ugo Viglino
PETRA. - Città della Transgiordania, caratteristicamente costruita su rocce a picco, chiamata perciò Sela ("roccia"), in greco P. Era abitata dagli Edomiti già nel primo periodo del ferro, i cui resti son ritornati alla luce sull'altura Umm el-Bijārah; al dire di Girolamo di Candia (312) era allora senza mura, ma difesa naturalmente. Fu occupata dal re di Giuda Amasia (797-779 a. C.) ed i prigionieri furono gettati dagli alti picchi (II Par. 25, 12). Fu rioccupata dagli Edomiti sotto il re di Siria Rasin. P. è ricordata da Is. 42, 11; Ier. 49, 16 e da $A b d .3$, che menziona le alte abitazioni come nidi di aquile.
Occupata dai Nabatei, sotto Ciro, divenne capitale del Regno, acquistando grande importanza. Da allora si iniziò il movimento edilizio, con la costruzione nella roccia
di grandi ed ornati edifici, che non cessò anche sotto la conquista romana (ro6 d. C.). Nella deserta città, divisa in due dal Wādī Mūsē, si notano ancora moltissimi edifici : templi, ninfes, teatro, tombe, case, ecc., ricavati nella roccia dagli indigeni, che tentarono di imitare i motivi greco-romani. Le decorazioni si restringono in gran parte ad elementi architettonici. A P. vanno notati pure i luoghi alti di culto su el-Habis e su el-Gubach. Nel periodo cristiano alcuni edifici furono cambiati in chiesa, p. es., la tomba detta delle urne, divenuta cattedrale nel 447 sotto il vescovo Giasone; altre in abitazioni di eremiti come a ed-Dejr. Con l'occupazione araba (sec. viI) la città divenne deserto, restando tale fino ad ora; tant'è vero che i Crociati, che vi costruirono un castello su el-Habis, pare non ne conoscessero l'antico nome.
Bibl.: G. Arconti Visconti, Diario di viagge in Arabia Petrea (1863), Torino 1872; R. E. Brünnow - A. Von Domeszewski, Die Provincia Arabia, I, Strasburgo 1904; A. Musil, Arabia Petraea, II, Edom. Vienna 1907; G. Dalman, P. und seine Fehlseligzlauer, Lipsia 1908; id., Neue P.-Forschungen, ivi 1912; N. Glueck, in Annual of American Schools of oriental research, 13 (1934-35), p. 82; G. And - A. Horsfield, Sela-P., the rock of Edom and Nabatean, in Quart. of Depart. of antiquities in Palestine, 7 (1936), pp. 1-42 (con bibl. e topografia); 8 (1939), pp. 87-115 (scavi e stratificazione); 9 (1942), pp. 104-204 (piccoli oggetti); F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. $407-408$.
Bellarmino Bagatti
PETRARCA, Francesco. - I. La Vita. - Nacque in Arezzo il 20 luglio 1304 da ser Petraccolo di ser Parenzo ed Eletta Canigiani. Vecchia famiglia fiorentina la sua, con salde tradizioni di cultura: notari il padre, il nonno, il bisavolo; ma ridotta in condizioni disagiate dall'esilio di ser Petraccolo, che i Neri vittoriosi cacciarono da Firenze il 20 ott. 1302, nove mesi dopo la condanna di Dante.
Insieme con il fratello minore Gherardo, il P. studiò in Provenza, dove il padre s'era trasferito: prima a Carpentras, poi a Montpellier; venne però a perfezionarsi a Bologna, dove continuò lo studio delle leggi in cesequio alla volontà del padre. Nel 1326, richiamati ad Avignone dalla morte di ser Petraccolo, i due fratelli sono liberi di disporre delle loro vita. Il P. abbandona gli studi giuridici per quelli letterari; abbraccia lo stato

(da Quarterly of Depart. of Antiquities in Palestine, 7 [1938], taz. 38) PETRA - Tombe reali.
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ecclesiastico, limitandosi peraltro a ricevere gli Ordini minori, che lo pose$r 0$, attraverso il godimento di qualche beneficio, al riparo delle angustie economiche; si fa notare ad Avignone per l'ingegno, la cultura, la vita elegante e raffinata. Tra i personaggi cospicui che lo desideravano come familiare preferi il card. Giovanni Colonna, presso il quale rimase a lungo "non come sotto un padrone, ma piuttosto come sotto un padre, o meglio ancora un fratello affezionatissimo». Stringeva intanto quelle numerose amicizie che gli permiseva d'essere maestro ad una

(per cortesia del dott. B. Drouckert) Petrarca, Francesco - Ritratto. Miniatura del sec. xv, dal cod. Vat. lat. 3198. f. $1^{\circ}$, contenente nella prima parte opera del P., con la vita scritta da Leonardo Bruni arctico Biblioteca Vaticana.
vasta scuola d'ingegni legati dalla comunanza d'interessi culturali. Decisivo questo periodo provenzale per la definitiva formazione del P. Anzi tutto per l'esperienza amorosa: il 6 apr. 1327 incontrò Laura nella chiesa di S. Chiara ad Avignone e s'accese di quell'amore che doveva rimanere l'unico della sua vita. L'onestà della donna ne illanguidi presto gli ardori, ed a poco a poco quell'amore si spense; ma vivissimo n'ebbe sempre il ricordo ed il rimpianto; anzi, in esso fini col riflettere, per il lungo vagheggiamento, l'intera sua vita spirituale. Allora il P. poté aver care altre donne; non amarle, però. Non meno importanti le esperienze culturali ed artistiche: rende vasta la propria cultura, sia con lo studio infaticabile sui libri che gli forniva abbondanti l'ambiente avignonese, sia con frequenti viaggi. Tra parecchi minori, due importanti, l'uno e l'altro di istruzione: il primo lo porta nel ' 33 a Parigi, nelle Fiandre, nella Germania meridionale; il secondo, nel '37, in Italia. Ed alla cultura, di continuo accresciuta e perfezionata, s'accompagna un'attività letteraria, in volgare ed in latino, attraverso la quale conquista, a poco a poco, quella maturità artistica che può considerarsi raggiunta dopo i trent'anni, come testimoniano gli scritti della seconda metà della sua vita, i soli, fatte poche eccezioni, ch'egli lasciò giungere fino a noi. Anno di gran peso il 1337: la visita a Roma, fondamentale per il P. umanista, la nascita del figlio Giovanni, la residenza nella dolcissima solitudine di Valchiusa. Il 1344 inaugura un terzo periodo della vita del P.; quello delle residenze alternate in Italia ed in Provenza. Dette occasione alla prima residenza in Italia il viaggio intrapreso dal P. per ricevere in Roma, sul Campidoglio, la corona di alloro, meritatagli dalla sua fama di poeta e di letterato dottissimo ( 8 apr. 1341). Per quasi un anno accettò l'ospitalità di Azzo da Correggio, signore di Parma, e qui conobbe e predilesse l'appartata dimora di Selvapiana, il suo Elicona cisalpino. Poi di nuovo in Provenza, in un biennio densissimo ed importante: la nascita di Francesca, seconda figlia naturale, l'ingresso fra i Certosini del fratello Gherardo, i segni di una crisi spirituale che induce il P. a meditare sulla vanità delle passioni alle quali da lunghi anni obbediva. Senza, tuttavia, che nella sua vita possa riconoscersi un orientamento decisamente nuovo. Varcò di nuovo le Alpi nel sett. 1343 come ambasciatore del Pontefice alla corte di Napoli; e di nuovo ed a lungo stette a Parma. Ma per l'assedio posto dai Visconti, il P. l'abbandonò nel febbr. ' 45 con una fuga drammatica e perigliosa. Sul
finire dello stesso anno torna nella diletta Valchiusa, e vi rimane tranquillo ed operoso per quasi due anni. Nel ' 47 saluta con entusiasmo la nuova che il popolo romano era inserito contro i nobili ed aveva eletto tribuno Cola di Rienzo, e presto coglie l'occasione di tornare in Italia; ma da Roma gli giungono informazioni che dipingono Cola diverso da quello ch'egli aveva sperato. Si reca allora a Parma, dove possedeva un beneficio, e dal ' 48 tiene l'ufficio di arcidiacono; ma spesso viaggia: a Verona, a Mantova, a Roma, a Padova, dove ebbe un canonicato. Nel ' 48 , a Parma, la notizia della morte di Laura, avvenuta il 6 apr., è nuovo invito a meditare sulla vanità delle cose mondane. Nel ' 51 volle rivedere Valchiusa, alla quale lo legavano i più dolci ricordi, ma non vi stette a lungo. Nel ' 53 , lasciata definitivamente la Provenza, il P. accetta l'invito del card. Giovanni Visconti e si stabilisce a Milano, prima in una casetta vicino a S. Ambrogio, poi nel monastero di S. Simpliciano fuori delle mura. Da Giovanni e poi da Bernabò e Galeazzo il P. ebbe più volte incarichi solenni come segretario e come oratore : trattò con Genova, con Venezia, con i Novaresi, con l'imperatore Carlo IV, con il ribelle Iacopo Bussolari, col Re di Francia; mai però volle accettare un ufficio ben determinato, geloso com'era della propria libertà. A Milano il P. rimase ben nove anni; l'abbandonò nel '61 per fuggire una pestilenza, e, su invito di Francesco da Carrara, si rifugiò a Padova, dove ebbe quasi subito la notizia della morte del figlio Giovanni. Il dilagare della pestilenza lo costrinse a muoversi presto. Andò allora a Venezia e vi rimase cinque anni, onorato dal governo della Repubblica, confortato dalla presenza della figlia Francesca, che aveva sposato Francescicolo da Brossano. Dopo brevi residenze a Pavia e Padova, scelse come dimora per gli ultimi suoi anni una piccola villetta ad Arquà, sui colli Euganei. Anche qui, come un tempo a Valchiusa e a Selvapiana, poté vivere come preferiva: " pienamente tranquillo di animo, lungi dai tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo continuamente e scrivendo ". Ma la sua salute era molto scossa : dal ' 69 le febbri terzane, nel '70 una sincope gravissima dalla quale non poté del tutto rimettersi. La mattina del 19 luglio 1374 i familiari lo trovarono morto.
II. Le opere. - 1. In versi. - a) Rerum Vulgarium Fragmenta. Questo il titolo voluto dal P.; ma la raccolta è comunemente designata con il titolo di "Canzoniere" o con quello di "Rime Sparse", desunto dal primo verso ("Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono "). Sin dal 1336 il P. cominciò a lavorare intorno a una raccolta di sue rime scelte; e continuò a lavorarvi saltuariamente per tutta la vita, sempre accrescendo il numero dei componimenti e modificando l'ordinamento generale della raccolta. Complessivamente è possibile riconoscere nove stadi differenti, l'ultimo dei quali è stato conservato dal cod. Vat. lat. 3193, trascritto parte da Giovanni Malpaghini, porte dal P. stesso. In questo stadio, che è quello riprodotto in tutte le edizioni moderne, la raccolta è divisa in due parti, e comprende 366 componimenti ( 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 modrigali), i più antichi del 1330 ca., i più recenti degli