ato dal cod. Vat. lat. 3193, trascritto parte da Giovanni Malpaghini, porte dal P. stesso. In questo stadio, che è quello riprodotto in tutte le edizioni moderne, la raccolta è divisa in due parti, e comprende 366 componimenti ( 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 modrigali), i più antichi del 1330 ca., i più recenti degli ultimi anni del poeta. Nelle raccolte pre-petrarchesche si usava ordinare le rime separando i sonetti dalle canzoni; il P. volle invece adottare un criterio-base cronologico, discostandosene, tuttavia, quando gli parve necessario per conservare quel carattere organico ch'egli volle impresso in ogni sua opera. b) Triumphi : è un poemetto, anch'esso in volgare, in sei parti (Triumphus Cupidinis, Pudicitie, Mortis, Fame, Temporis, Eternitatis), al quale il P. non poté dare l'assetto definitivo. I manoscritti conservano le tracce della complessa elaborazione dell'opera, testimoniando più redazioni, tra le quali è difficile orientarsi per costituire un testo che rifletta la volontà ultima del P. Il poemetto è in terzine in forma di visione, secondo uno schema che le collega alla "Commedia d dantesca. Non si sa ancora con certezza quando il P. ne abbia iniziata la composizione; ma si sa che vi lavorò per 20 e forse 30 anni, più volte modificando, e che ancora vi lavorava pochi mesi prima di morire. c) Non tutte le rime scritte dal P. trovarono posto,
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Petrarca, Francesco - La nota autografa del P. su Laura nel Virgilio detto del P. - Milano, Biblioteca Ambrosiana.
come è ben noto, nel "Canzoniere ". Ammiratori del poeta ne hanno conservate le cosiddette extravaganti. d) Africa: come i Trianfi, anche questo poema rimase incompiuto e venne pubblicato postumo da Pier Paolo Vergerio. Consta di nove libri, alcuni però assai lacunosi, in esametri, ed ha per argomento l'impresa di Scipione in Africa. Il poema, in latino, iniziato nel ' 38 o nel ' 39 , fu condotto molto innanzi prima della morte di Robertò d'Angiò (1345), al quale doveva essere dedicato. In seguito il P. vi lavorò a più riprese, con aggiunte e modificazioni, ma non lo terminò, nonostante le insistenze degli amici e la grande aspettazione. e) Epystole metrice: sin dal 'so il P. pensò ad una raccolta di carmi da dedicare a Marco Barbato da Sulmona; e molto vi lavorò con molteplici rimaneg. giamenti protratti per vari anni. Ma la raccolta non ebbe completo dal P. l'assetto definitivo. Comprende 66 epistole latine in esametri, in tre libri, secondo un ordine-base cronologico. Però con l'epistola III, 12, ogni regola cessa per le 22 epistole rimanenti, evidentemente unite alla rinfusa. Tolti i versi per la morte della madre, le epistole appartengono tutte al ventennio 1333-34. f) Bucolicum Carmen: sono 12 egloghe in latino, raccolte in trascrizione definitiva dal P. stesso (cod. Vat. lat. 3358). Tale genere di componimenti celava sempre, come voleva la tradizione, un significato allegorico; così anche per queste egloghe petrarchesche, ma oggi non si è sempre in grado di veder chiaro sotto la finzione pastorale. g) Poche poesie latine che non trovarono posto nelle raccolte iniziate o condotte a termine dal P. sono state conservate dai suoi ammiratori.
2. In prosa. - a) Secretum meum: il sottotitolo De secreto conflictu curarum mearum libri tres chiarisce il contenuto dell'opera che ha carattere autobiografico. E un'indagine introspettive con riferimento al problema morale e religioso, che il P. destinò unicamente a se stesso e non divulgò. L'opera, fu composta tra l'autunno del ' 22 e l'inverno del '43. b) De vita solitaria: è un trattato in due libri dedicato a Filippo di Cabassole, vescovo di Cavallian. Fu scritto nel 1346, ma ebbe ritocchi ed ampliamenti assai più tardi e la pubblicazione fu ritardata di un ventennio. Il primo libro è dedicato ad illustrare i vantaggi di una vita lontana dalle ansie e dai disagi di chi partecipa alle ambizioni ed alle contese mondane, il secondo reca esempi di illustri personaggi che sperimentarono la vita in solitudine. c) De otio religiosorum: è un trattato in due libri, composto nel 1347 e dedicato ai Certosini di Montrieux. Vi è ripreso il tema dell'opera precedente, ma con particolare riferimento al carattere della vita contemplativa dei religiosi. d) Psalmi puoitenitales: sette preghiere costituite di versetti in prosa. La composizione è certo anteriore al 1347. e) Itinerarium breve de Ionua usque ad Ierusalem et Terram Sanctam: breve guida dei paesi che avrebbe dovuto attraversare Giovanni di Mandello per recarsi in Terra Santa. E del 1358. f) De viris illustribus: grande opera storica rimasta incompiuta. Dalle ricerche di G. Martellotti (v. Linee di sviluppo dell'umanesimo petrarchesco, in Studi Petrarcheschi, 2 [1949], pp. 51-80) sembra accertato che il P. concepì l'opera come una serie di biografie da Romolo a Tito, e che in un secondo tempo ampliò molto il disegno rifacendosi da Adamo. Del primo disegno restano 23 biografie; del secondo 12. Francesco da Carrara, cui
l'opera era dedicata, chiese al P. un compendio, ma anche questo riunì soltanto le prime 14 biografie. Pure incompiuta e tarda è l'amplissima biografia di Cesare (De gestis Ceoavis), probabilmente non destinata ad entrare nel De viris. g) Rerum memorandarum libri: altra opera storica di vastissimo disegno; ed anche questa incompiuta. Il P. s'era proposto di raccogliere esempi di virtù cardinali, ma arrivò a preparare appena la bruna copia di una breve parte dell'opera: i primi quattro libri, che furono composti tra il dic. 1343 ed il febbr. 1345, quando il P. fuggì da Parma assediata. h) De resvedis virisnque fortune: vasto manuale scritto per chiunque volesse ben comportarsi in ogni caso di prospera od avversa fortuna. L'opera è dedicata ad Azzo da Correggio e divisa in due parti, rispettivamente di 122 e 132 dialoghi tra Ragione, Gaudio, Speranza e tra Ragione, Dolore, Timore. Questa enciclopedia morale offre per ogni circostanza della vita l'esempio di un grande uomo del passato, e perciò invita ad adeguare l'esistenza all'ideale classico. Si crede, in base ad una testimonianza del Boccaccio, che l'opera sia stata pubblicata alla fine del 1366. i) Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientia aut virtutis: questo il titolo esatto della breve opera, conosciuta per lungo tempo con il titolo erroneo di Invectiva contra quendam Gallum innominatum sed in dignitate positum. Il nemico personale contro il quale il P. violentemente si sfoga è il card. Giovanni di Caraman. L'invettiva fu composta nel periodo della dimora presso i Visconti, tra il 1354 e il 1359. I) Invectiva contra medicum: opera in quattro libri di violenta polemica contro un medico, non identificato, del papa Clemente VI. Più che per lo sfogo del personale risentimento l'opera interessa per la difesa della poesia contro la scienza e le attività pratiche. Il primo libro (in origine una lettera con la quale il P. rispose ad uno scritto del medico) fu composto nel ' 32 ; una replica del medico provocò un'altra lunga risposta del P. (libri II-IV) composta nel '53. m) De sui ipsius et multorum ignorantia: in questo opuscolo, dedicato a Donato degli Albancani, il P. ribadisce la sua avversione per ogni scienza che non aderisca strettamente al problema morale e reagisce contro l'ossequio cieco ed eccessivo ad Aristotele. Dettero occasione all'opuscolo quattro averroisti veneziani che avevano definito il P. buon uomo, ma ignorante. Compiuto nel 1367, il De ignorantia ebbe poi parecchi ritocchi testimoniati dai due autografi che si restano: Vat. lat. 3359 e Himill. 493. n) Epystola contra eum qui maledixit Italie: il P. sostenne, in una lettera ad Urbano V, l'opportunità di riportare la sede della Chiesa a Roma. Rispose il frate Giovanni di Hestlin interpretando il pensiero di coloro che ritenevano preferibile la residenza ad Avignone. Replicò il P. con questa lettera, composta nel 1373 ed indirizzata ad Uguscones da Timo, nella quale egli esalta Roma e la superiorità dei Latini. Sin dal ' 500 è stato attribuito alla lettera l'erroneo titolo di Apologia contra cuiusdem Galli calumnias. o) Rerum familiarium libri: raccolta di 350 lettere, scritte lungo un quarantennio. L'idea di tale raccolta sorse nel P. sin dal 1349, ma l'assetto definitivo si ebbe soltanto nel 1366. Il P. dedicò la raccolta all'amico Ludovico di Campinia. p) Rerum senilium libri: raccolta di lettere in 17 libri, dedicata a Francesco Nelli. Comprende ca. 125 epistole, scritte tra il 1361 e il 1374. La morte impedì al P. di dare
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alle Senili l'assetto definitivo che non mancò alle Familiari. g) Liber sine nomine: raccolta di 19 epistole di contenuto politico-religioso e di asperrima critica contro la curia avignonese. Rendendo pubbliche le lettere nelle quali si dicevano apertamente verità agradevoli per molti, il P. volle proteggere i destinatari togliendo i loro nomi. 1) Una semantina di lettere che non trovarono posto nelle raccolte preparate dal P. ci sono state conservate dai suoi ammiratori. Sono le cosiddette Varie. 1) Incompiuta è l'epistola Posteritati, nella quale il P. illustra la propria vita fino al 1351; probabilmente fu scritta nel 1371-72, ma c'è chi la ritiene anteriore di venti anni.
III. La personalita. - Le liriche del "Canzoniere" sono quasi tutte di soggetto amoroso; ma il P. esprime, sotto le parole della tristezza d'amore, quella più vasta tristezza che costituisce il segreto della sua personalità. Il che è in perfetto accordo con quella tradizione letteraria, particolarmente degli stilnovisti, che consigliava di ridurre all'amore e alla donna il significato d'ogni altra esperienza. Filosofo non fu; ed uno dei caratteri che più spiccatamente lo distinguono dagli stilnovisti è appunto l'assenza di quel teorizzare a sfondo scolastico che impregna le loro rimc. Ma fu psicologo; e qui, invece, i contatti tra il P. e gli stilnovisti sono evidenti : l'indagine psicologica sull'intera vicenda del proprio spirito costituisce appunto la materia del "Canzoniere». Il P. ammette nel Secretum d'aver coltivato le passioni terrene; due soprattutto: l'amore per Laura e il desiderio di gloria. Tuttavia in lui non era meno desto il senso morale e sentiva vivamente il problema del destino umano; tutto in pusta rispondenza con la sincera fede religiosa e con l'attitudine, anzi con il gusto, per la meditazione. Quel che in terra gli piace acquista pertanto, ai suoi occhi, il carattere di un vincolo peccaminoso e spontaneo germinano le angosciate domande ch'egli si pone, conscio che l'attaccamento per le cose terrene è inconciliabile con una piena dedizione a Dio. Vi giunse il fratello Gherardo; non lui: "Ho in odio i miei peccati, ma sono schiacciato dalla montagna delle miserie, e mi toglie il respiro. Più volte ho cercato di fuggire ed ho pensato di scuotere l'antico giogo; ma l'ho fitto nell'ossa". In realtà egli non ama il bene quanto sarebbe necessario per resistere alla suggestione di ciò che è peccaminoso. Che gli resta? Prostrarsi innanzi a Dio, implorare il suo aiuto e tenacemente cercare di liberarsi, procurando di spezzare ad uno ad uno i molti lacci che lo tengono avvinto alla terra. La speranza era di una completa liberazione, ma poiché questa non si verifich, il "Canzoniere" rimane a testimoniare il conflitto tra l'umano e il divino. Tale il carattere essenziale della tristezza petrarchesca; ma quella che nasce per il dissidio mai composto s'intreccia e si complica con altre vene di tristezza. Si badi, infatti: la posizione del P. non è di chi, pur deplorando la propria debolezza, gode appieno delle cose terrene; al contrario, egli è ben lontano dal trovarvi compiuto appagamento. Ad impedirlo c'è nel P., ossessionante, il senso della labilità della vita. In ogni opera di lui si possono cogliere gli accenni al tempo che vola, al nostro vivere ch'è un correre precipitoso verso la morte, al mondo che va anch'esso verso l'ineluttabile fine. Profondo e vario ciò che ne consegue : anzitutto uno smarrimento che ristrista l'intera vita, e poi una preoccupazione di utilizzare intensamente il poco tempo concesso, e per contrasto il timore di veder d'un tratto scomparire quello che è caro, e il protendersi disperato verso qualcosa che non sia caduco. Tutto ciò provoca uno stato ansioso che immensamente affatica il P.: stato di ansia al quale si legano un senso di stanchezza e un desiderio di pace riposante. Due sole strade possibili: quetarsi e nell'umano o nel divino (e lo si è visto irrealizzabile), oppure affidarsi alla morte. Ma nemmeno questo: nella morte il P. vede il male supremo della vita, il suggello della caducità che lo smarrisce, la rinuncia definitiva a quella felicità terrena che in lui è desiderio possente. Questa, nelle sue linee più appariscenti, la definizione della materia sentimentale della quale è tessuto il "Canzoniere", ma altre annotazioni sarà facile raccogliere quando si voglia precisare il carattere della poesia petrarchesca. E stata più volte
notata nel "Canzoniere" l'assenza quasi assoluta di particolari realistici; vi manca, per dirla con il Mazzoni, "un più vivo accostarsi del poeta ad una realtà precisa». La spiegazione non è difficile. Il P. volle affidare al "Canzoniere" quei pensieri segreti che non sono legati alle varie vicende d'ogni giorno, ma costituiscono l'intima sostanza della vita spirituale; stanno latenti, ma affiorano nella meditazione quando l'individuo è a colloquio con la propria coscienza. Il fantasticare mette allora in evidenza non la vicenda della vita quotidiana, ma un'altra vicenda, quella che corrisponde alle linee maestre della nostra personalità. Ecco perché nel "Canzoniere" vediamo sempre identico ed evanescente il paesaggio: è quell'unico che il P. sognava e che solo perfettamente s'armonizzava col suo clima spirituale. Lo stesso può dirsi per l'immagine di Laura: gli atteggiamenti, le parole, l'aspetto non sono quelli della realtà, ma rappresentano una figurazione costantemente accarezzata dalla fantasia del P. Ed infatti il "Canzoniere" esprime il vagheggiamento di un amore profondo e lontano, il cui ricordo ed il cui rimpianto hanno finito con il personificare la più vasta tristezza che è nella natura medesima del poeta. Ciò che il P. contempla non esiste nella realtà, e vive solo, immutabile, nel suo spirito. Questa è la ragione per la quale non si avverte differenza alcuna tra le liriche della prima e della seconda parte del "Canzoniere", il quale, pertanto, non può essere considerato come storia di una vicenda amorosa; bensì come testimonianza che i desideri, le speranze, le angoscie, le tristezze del P. furono sempre le medesime, a trenta come a sessant'anni. Notazione importante perché rivela che il clima spirituale del P. non ebbe sviluppi, anche se l'ordinamento delle liriche nel "Canzoniere" vorrebbe mostrare un ascendere progressivo dall'umano al divino; il che è confermato dai Trionfi, che pure palesano l'intento di sottolineare come raggiunto quel "riposato porto" sempre agognato. La morte vi è finalmente accettata come sereno distacco delle cose terrene e calmo quetarsi nell'eterno riposo. Ma nel

Petrarca, Francesco - Autografo. Pagina del codice Hamiltoniano 493 - Berlino, Biblioteca di Stato.
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Trionfo dell'Eternitd, che è degli ultimi mesi e vorrebbe essere il trionfo del divino, cioè dell'immutabile, di fronte alla caducità delle cose terrene, il pensiero del P. si valge a Laura per immaginare un mondo ultraterreno in cui si rinnovi, purificata da ciò che è doloroso, contrastante, labile, la vicenda del suo amore. In tal modo il P. compia il supremo, vano tentativo di conciliare il cielo e la terra asciugando la fonte stessa della sua sofferenza.
D'altro lato, errerebbe chi dei problemi spirituali che affaticano il P. pretendesse trovare nel \& Canzoniere " l'immediatezza e l'angosciosa urgenza. E ben vero, invece, quel che da molti è stato notato: quando il P. analizza e giudica e s'impegna ad esprimere letterariamente il dissidio e l'inquietudine che ne deriva, egli guarda dall'alto e, per cosi dire, domina la sua sofferenza. Perciò le passioni che costituiscono la sostanza sentimentale del "Canzoniere" vengono filtrate attraverso una controllata confessione caratteristica di chi guarda in se stesso per rendersi razionalmente conto delle proprie vicende spirituali. Ed ha ragione chi osserva che l'elaborazione letteraria costituisce un aspetto di questo dominio della passione: unica, vera gioia concessa al P. Ben lo sapeva lui stesso che di un suo carme si fa dire da s. Agostino nel Secretum : "Io mi dilettava della sua dolcezza e stupiva come potesse prorompere un cosi dolce canto di fra le procelle dell'animo».
La dottrina del P., che nel mondo antico cercò rifugio, sembrandogli spregevole il tempo in cui visse, la simpatia con la quale si accostò a quel grande passato, fecero confluire nei suoi scritti un'enorme quantità di materiale derivante da fonti classiche. Si possono distinguere quattro gruppi : ci sono le citazioni di parole altrui con l'esplicita dichiarazione della fonte; poi le reminiscenze : incastonare nel periodo qualche espressione d'autore classico per ricerca d'eleganza; poi le derivazioni da pagine altrui sottoposte a profondo mutamento verbale; ci sono infine, e questo è il gruppo che interessa da vicino il poeta in volgare, gli elementi che del P. sono profondamente rivissuti e che, filtrando attraverso il gusto, la cultura ed il clima spirituale di lui, escono nei suoi scritti come cosa nuova ed affatto petrarchesca. Cosi egli procura di realizzare per la poesia in volgare quella nuova dignità che la ponesse a fianco del latino. Darle regolarità, compostezza; un andamento non aspro e contorto, ma piano e lucido; selezionare il lessico, e farlo scelto, armonioso; avvolgerlo in una musica nuova che avesse l'anima d'una melodiosa elegia. Cosi il P. consegnò ai secoli la lingua poetica italiana, accompagnata dal gusto per la espressione nobile e modulata, in un clima aristocratico ed alquanto prezioso.
L'aspirazione verso un mondo ideale, sottratto all'insufficienza della realtà concreta, è alla radice dell'umanesimo petrarchesco, studio dell'antico per odio del presente e ricerca di una perfezione spirituale che il P. non vede né in sé né intorno a sé.
In una lettera al Boccaccio il P. afferma con orgoglio : * Credo che ai tempi d'oggi nessuno abbia avuto più di me tanto interesse per ciò che è antico \%. Non però semplice interesse antiquario, ma amore vivo per un'epoca che egli cerca di comprendere nello spirito, restituendole, con il calore del proprio entusiasmo, plasticità ed immediatezza, precisandone i particolari in una ricerca che non è quella del collezionista o dell'erudito, ma di chi si sforza di ridare vita ad un mondo perduto. Perciò è visibile in lui il costante interesse per arrivare a possedere nella sua integrità quel mondo antico del quale è innamorato: lo sforzo di adeguare il proprio latino ai modelli antichi; la cura nel sottoporre a controllo critico le notizie che raccoglie sul mondo classico; la solerzia nel cercare di scoprire testi perduti. La sua attività filologica si condensa in queste tre direzioni: le tre che l'umanesimo condurrà a perfezione.
Ma intanto il suo metodo, la gioia delle scoperte, il rimpianto per ciò che ha perduto, il disprezzo, il fastidio, l'impazienza per ciò che intralcia e danneggia, sono nel P. gli stessi delle generazioni che raccolsero la sua eredità umanistica. Non solo : ma ovunque cerca chi
lo secondi. La fitta rete di amicizie gli consente di creare una scuola : egli, il maestro, molti ed entusiasti i discepoli; tra i quali il più grande : il Boccaccio. L'amicizia del P. con il Certaliese costituisce perciò qualcosa di fondamentale per la storia delle nostre lettere: nel loro lavoro si precisa un gusto ed un orientamento culturale che saranno per secoli l'anima stessa della civiltà letteraria. Ma l'umanesimo del P. spicca particolarmente nel criterio rigoroso con il quale seleziona i propri libri. Il P. ha fastidio per la dialettica, per i trattati scolastici, per la scienza che dimentica i problemi dell'uomo; ha in sospetto gli autori medievali che, privi di discernimento critico, non sanno distinguere il vero dal falso, e riferiscono notizie inesatte o fantastiche; ha in odio, finalmente, gli scrittori che offendono con la rozzezza del loro stile il suo ideale di un latino purificato dalle asprezze medievali attraverso lo studio dei modelli classici: Seneca e Cicerone, in particolare. Perciò, nonostante la vastità della sua cultura, il P. è uomo di pochi libri; pochi almeno quelli che cita: gli antichi, tutti quelli che può (ma quanti agogna che gli rimasero inaccessibili?), i Padri dalla Chiesa, e qualche opera medievale che costituiva un indispensabile strumento di studio.
Questo sforzo del P. verso l'antico non si manifesta soltanto nell'attività filologica; c'é un altro aspetto fondamentale del suo umanesimo: l'amore per l'antichità perduta gli traccia le linee maestre secondo le quali egli costruisce la sua vita. L'ordinamento del suo epistolario è modellato sull'esempio di Cicerone; con l' Africa intende rinnovare il genere epico già grandissimo in Roma; le opere polemiche gli offrono il destro di far vedere che riesce bene in ogni genere letterario, come certi suoi modelli antichi; nelle opere storiche e nelle morali realizza la conciliazione dell'intento etico e cristiano con la materia classica; nel De vixis vuol essere storico come Lirio e fare sfoggio di stile e di spirito critico. Costante, d'altra parte, è la cura con la quale il P. pone a confronto le vicende della propria vita con gli esempi che gli vengono forniti dal mondo antico: sia che si tratti di giustificare con un precedente illustre qualche aspetto di se stesso o qualche fatto ineluttabile, sia che ad agire in un determinato modo si induca per l'esempio classico che gli sia innanzi. Non per caso il P. è l'autore di quel libro fortunatissimo in tutto il Rinascimento, il De remediis utriusque fortune, che offre per ogni vicenda della vita un consiglio convalidato dall'esempio di un grande personaggio. E cosi che la letteratura serve alla vita; anzi è cosi che letteratura e vita finiscono col fondersi in quella sintesi che è tipica del movimento umanistico. D'altra parte nessun conflitto tra il suo umanesimo ed il suo cristianesimo. Gli antichi mancarono della vera fede, è vero; ma il vecchio ed il nuovo mondo non sono in conflitto quando si parla di virtù. Il problema morale è perciò il campo nel quale il P. sente di poter trovare una continuità tra classicismo e cristianesimo. La concezione umanistica della vita s'avverte particolarmente nel gusto per l'otium degli antichi. Il P. affidò l'elogio della solitudine a molte sue pagine : dal De vita solitaria al De otio religiosorum, dalle Inseetine contra medicum alle Seniles; e le lunghe dimore a Valchiusa, a Selvapiana, ad Arquà confermano sul piano pratico quel che le pagine dicono: la tendenza alla vita solitaria, nella quiere delle campagne, lungi dalle città affaccendate e rumorose. Amò dunque la solitudine; non però quella del misantropo che odia e fugge gli uomini, né quella dell'asceta che nell'eremo realizza il suo ideale contemplativo. Egli la desidera confortata dagli studi letterari, rallegrata dalla vista della bella natura, resa umana dalle frequenti visite degli amici. Nel complesso un ideale aristocratico ed umanistico che singolarmente s'accorda con certi motivi della personalità del P.: l'egoismo, anzitutto, che vuole assicurata ogni comodità, il gusto per ciò che è bello ed armonioso, il senso morale che ha in odio il forbido vizio e spregia ogni cupidigia, l'amore per la gloria, infine, dato che nell'otium lo scrittore realizza le condizioni ideali per la propria attività letteraria. Ed anche qui l'umanesimo quattrocentesco deve tutto al P.
Pure stretti i contatti tra l'umanesimo e l'atteggiamento del P. di fronte ai problemi politici. In clima romantico e risorgimentale sorse un giudizio molto severo:
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senza linea precisa il suo pensiero, contraddittoria la sua attività pratica, insincere le sue affermazioni di patriottismo. E poco si credeva agli accenti d'amore per l'Italia ed ai lamenti per le sue piaghe, giudicandoli frutto "d'ispirazione poco seria ed in gran parte letteraria ". Ancor oggi si ripete che il P., chiuso nell'egoismo del proprio ideale umanistico e cenoletico, tutto gli subordina e loda quel che può favorirlo, si sdegna con ciò che può turbarlo. Ma nelle numerose pagine d'argomento politico, che costituiscono parte non piccola della sua produzione latina, non è difficile trovare le prove di un chiaro pensiero e di un caldissimo sentimento. Più volte egli si proclama cittadino romano con orgoglio, e pone innanzi quella fede e quell'assequio che lo inducono a venerare ed amore Roma, sopra ogni altra città. A chi gli fa osservare come deperita sia la Roma dei suoi tempi in confronto all'antica, risponde: «Le mura e i palazzi sono andati in rovina, ma la gloria del suo nome resta immortale». Ed esalta Roma come "capitale del mondo, regina di tutte le città, sede dell'Impero, rocca della fede cattolica, sorgente d'ogni memorabile esempio». Al benessere dei popoli nella pace universale e nella saggezza d'un giusto governo può provvedere soltanto, secondo il P., il dominio di Roma, tornata signora del mondo con l'aiuto di tutte le forze italiane. Esecrabile, perciò, ai suoi occhi tutto ciò che ritarda od impedisce la restaurazione dell'antico Impero: le discordie tra i cittadini di Roma stessa, le lette tra le città italiane, frutto di locali ambizioni che non sanno tener conto dell'interesse generale, l'esilio della Chiesa, tenuta lontana da Roma per il prevalere del clero francese, il recalcitrare dei popoli «barbari" all'augusto dominio romano, la neghittosità e la sonnolenza degli Italiani. Lodevolissimo ed entusiasmante, per contro, gli parve ogni tentativo di restituire a Roma ed all'Italia dignità e potenza. Alla notizia del tentativo di Cola di Rienzo, che aveva rinnovato l'antica romana Repubblica, ne esaltò l'impresa e la rimpianse fino agli ultimi giorni della sua vita. Ricordava come "per consiglio e fatto soltanto di lui a tanta speranza non Roma sola, ma tutta sorgesse l'Italia, ed alto risonasse l'italico nome, e bella di nuova luce sfolgorasse la gloria di Roma». Così nel 1352; e più di vent'anni dopo egualmente: "Come subito si levò l'Italia tutta; come illustre e tremendo il nome romano giunse fino ai confini del mondo!». Il P. pensava che il primo passo verso la restaurazione dell'antico Impero, indispensabile per l'ordinata convivenza degli uomini, fosse il placarsi delle discordie in Roma stessa; e che alla città, classica e cristiana, dovesse restituire dignità e potenza la presenza della Chiesa non meno che dell'Impero.
Tornando a Roma il Pontefice avrebbe restituito "a se stesso Roma, a Roma la pace, all'Italia e al mondo il decoro e la fine delle sventure». Per questo supplicò Benedetto XII e poi Clemente VI e finalmente Urbano V, unendo la sua voce a quelle di s. Caterina e s. Brigida nell'invocazione che implorava il ritorno del Pontefice là dove era morto Pietro, nella città santificata dal sangue di tanti martiri. Urbano aveva esaudito tanta aspettazione, ma per poco, ed al Pontefice, di nuovo imbarcatosi per l'esilio, il P. amarissimamente gridava: "Quo vadis, Domine?". Questa concezione di una Roma classica e cristiana, sede dell'Impero e della Chiesa, maestra di giustizia e di pietà al mondo, risolve per il P. anche il problema della libertà. Più volte egli dichiara, infatti, che vera libertà si gode solamente sotto il governo di un re mite e giusto. Ma purtroppo, osserva il P., tale governo nel mondo non esiste; e perciò «la tirannide è

Petracca, Francesco - Autografo. Pagina del Canzoniere, Dal 995. Var. lat. 3196 f. $43^{\circ}$ con i sonetti dal CCVI al CCXI - Biblioteca Vaticana. dovunque; se non ci sono tiranni, tiranneggiano i popoli ".
Quando si cerchi di cogliere panoramicamente l'influsso esercitato dal P. sulla determinazione della civiltà letteraria, si ha la sensazione d'essere innanzi ad una delle più notevoli correnti nella storia dello spirito umano. Al P. poeta ed umanista l'Italia rinascimentale deve tutto: la lingua poetica, il gusto, il modo di concepire la vita, il carattere della cultura. Nel nostro Ottocento si è voluto creare il mito di Dante trume tutelare di molta della nostra letteratura; è un errore: al petrarchismo si devono invece quelle risonanze che nella compagine dei secoli hanno costituito un profondo carattere unitario. - Vedi tav. LXXXIII.
Bibl.: opere: F. P. opera quae exstant omnia, a voll., Basilea 1354 ; dell'ed. nazionale, in corso di stampa, sono finora apparsi i 6 voll. sotto citati. In particolare: Rerum vulgarium fragmenta, ed. moderna a cura di G. Contini. Parigi 1949; Triumphi, ed. moderna a cura di E. Chiniboli, Rime sparse e i Trianfi, Bari 1930; Extravaganti, ed. di A. Solerti dal titolo Rime disperse, Firenze 1909; Africa, ed. critica di N. Festa, Firenze 1926 (vol. I dell'ed. naz.); Epistole metrice, in F. P. poemata minora, a cura di D. Rossetti, Milano 1831-34; Bucolicum carmen, ed. a cura di A. Avena, Padova 1906; Secretum meum, v. per il testo l'ed. del ' 200 , per trad. L. Carrara, Firenze 1943; De vita solitaria, ed. a cura di A. Altamura, Napoli 1943 (cf. G. Marzifotti, in Leonardo, ve [1943], pp. 65-66); De uito religiosorum, v. per il testo l'ed. del ' 200 , per trad. L. Volpicelli, Roma 1928; Padmi penitentiales, v. il testo, con trad. frate., in H. Cochin, P., Les Fraumes pénitentiaux..., Parigi 1929; Itinerarium breve de Ianua usque ad Ierusalem et Terram Sanctam, v. il testo in G. Lambrozo, Memorie italiane del buon tempo antico, Torino 1889, pp. 16-49; De viris illustribus, ed. a cura di L. Razzolini, a voll., Bologna 1874-79; Rerum memorandarum libri, ed. critica di G. Billanovich, Firenze 1945 (vol. XIV dell'ed. naz.); De remediis utriusque fortune, ediz. del ' 200 ; Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullus scientis aut virtutis, ed. a cura di P. G. Ricci, Firenze 1949; Invectiva contra medicum, ed. a cura di P. G. Ricci, Roma 1950; De sui ipsius
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et multorum ignorantia, ed. a cura di M. Cappelli, Parigi 1906; Epistola contra eum qui maledixit Italis, v. testo a cura di E. Cocchia, in Atti Reale Arc. Arch., Lett. e B. Arti di Napoli, nuova serie, 7 (1919), pp. 91-202; Rerum familiarium libri, testo critico a cura di V. Rossi e U. Bosco, Firenze 1933-42 (voll. X-XIII dell'ed. noz.); Rerum senilium libri, v. testo nell'ed. del ' 500 , trad. di G. Fracassetti, a voll., Firenze 1869-70; Liber sine nomine, v. testo critico in P. Pate, Petrarclux - Buch ohne Namen - und die päpstliche Kurie, Halle 1925: Epistolae de rebus familiaribus et voriae, ed. a cura di G. Fracassetti, Firenze 1863; Posteritati, v. testo e trad. di E. Carozo, in F. P., Lettere autobiografiche, Milano 1928. Per qualche altro scritto ef. A. Hortis, Scritti inediti di F. P., Trieste 1874 e M. Vattusio, I codici petrarcheschi della Bibl. Vaticana, Roma 1908, app. III. Repertori bibl.: A. Hortis, Catalogo delle opere a stampa di F. P. esistenti nella Petrarcheaes remettiana, Trieste 1874; F. Ferrazzi, Biblioge. petrarchesca, Bas. sano 1877; E. Calvi, Bibl. analitica petrarchesca (1877-1904), Roma 1904; L. Suttina, Bibl. delle opere a stampa intorno a F. P. esistenti nella Biblioteca resettiana, Trieste 1908; M. Fowler, Catalogue of the Petruach collection bequeated by W. Fishe to Cornell University Library, Oxford 1916; G. Prezziolini, Repertorio bibl. della storia e della critica della lett. it. dal 1901 al ' 21 , Roma 1937-39, pp. 763-80; id., Ital 1933 al '41, Nuova York 1946, pp. 108- 16; N. D. Evola, Bibl. degli studi sulla lett. ital. (1920-34), Milano 1941; P. G. Ricci, Studi sull'Umanesimo e sul Rinascimento ital. nel 1930, in Rinascimento, 2 (1931), pp. 385 447; importanti contributi bibl. nella riv. Studi petrarcheschi, diretta da C. Calcaterra, del quale v. anche il vol. Nella sclva del P., Bologna 1942. Studi: restiazioni d'insieme: E. Carrara, P., Roma 1937; N. Sapegno, Il Trecento, $3^{a}$ ed., Milano 1949, pp. 163-276; C. Calcaterra, Il P. e il petrarchismo, nel vol. Questioni e correnti di storia letteraria, ivi 1930, pp. 167-273; sulla biografia A. Foresti, Aueddati della vita di F. P., Brescia 1928; sulla dotazione delle lettere: E. H. Wilkins, The Prose Letters of Petruach: A Manual, Nuova York 1951; sul P. come poeta: F. De Sanctis, Saggio critico su P., nuova ed. a cura di B. Croce, Napoli 1907; B. Croce, La poesia del P., in Poesia popolare e poesia d'arte, Bari 1933, pp. 6580; sull'ordinamento interno del - Canzoniere e e sui suoi vari stadi: E. H. Wilkins, The Making of the - Canzoniere and other Petrarchan Studies, Roma 1951; sull'umanesimo del P.: P. de Nolhac, Pétrarque et l'humanisme, a voll., $2^{2}$ ed., Parigi 1907, integrato da U. Bosco, Il P. e l'umanesimo Biologico, in Giorn. stor. della letter. it., 120 (1943), p. 65 sgg.; G. Billanovich, La scrittola del P., Roma 1947; sulla politica del P.: R. De Mattei, Il sentimento politico del P., Firenze 1944; sul pensiero religioso e sui rapporti del P. con gli scrittori eriatiani : G. Gerosa, L'umanesimo religioso del P., Torino 1927; A. Carlini, Il pensiero filosofico-religioso di F. P., Jesi 1944; U. Mariani, Il P. e gli Agostiniani, Roma 1946; sulla fortuna del P., ef. il citato studio del Calcaterra, in Questioni e correnti di storia letteraria.
Pier Giorgio Ricci
PETREIUS (Peeters), Theodorus. - Certosino, n. a Kempen il 17 apr. 1560 , m. a Colonia il 24 apr. 1640. Studiò filosofia a Colonia, dove si fece religioso nel 1587. Priore della certosa di Dülmen (1612-19), prese parte due volte al Capitolo generale del suo Ordine.
Vasta, ma non sempre critica la sua produzione. Opere principali: Confessio Gregoriana (Colonia 1597, 1605); confutazione degli errori con le parole di s. Gregorio, Confessio Tertulliana et Cyprianiana, con l'aggiunta di Antidota pro eadem confessione adversus impias lutheranorum et calvinistarum crinimationes (Parigi 1603); Confessio b. Leonis Magni (Colonia 1604); Confessio Bernardina (ivi 1606; 1607); Harmonica quattuor Occidentalis Ecclesiae doctorum confessio (ivi 1610). Nel 1640 curò in 3 voll. l'edizione di tutte le opere di s. Brunone. Varie le opere minori riguardanti la storia e la disciplina del suo Ordine e la traduzione in latino di varie opere ascetico-apologetiche dei gesuiti F. Coster e di J. David.
BibL.: Hurter, III, coll. 727-28; S. Autore, s. v. in DThC, XII, coll. 1322-53.
Vito Zollini
PETRIANO, MUSEO. - Era uno speciale edificio ove per qualche tempo vennero sistemati convenientemente i principali monumenti sacri e profani, salvati dopo la demolizione dell'antica Basilica Costantiniana o venuti alla luce durante gli scavi, eseguiti per gettare le fondamenta della nuova basilica di S. Pietro e collocati successivamente nelle Grotte Vaticane. L'iniziativa fu presa da mons. G. De Bisogno, economo della Rev.da Fabbrica di S. Pietro. Approvati da Benedetto XV, i lavori di costruzione furono condotti a termine agli inizi del pontificato
di Pio XI, sicché nel 1925 il nuovo Museo era già pronto ad accogliere i primi visitatori.
Nelle 14 sale, in cui risultò distribuito, trovarono posto, oltre ai monumenti suddetti, anche vari cimeli relativi tanto alla vecchia che alla nuova Basilica, come disegni, piante e modelli, tra i quali notevoli il modello di legno, ideato da Antonio da Sangallo il Giovanni e fatto eseguire nel 1539 dal suo discepolo Antonio Labocco per ordine di Paolo III; il modello, anch'esso di legno, della cupola michelangiolesca, ordinata da Paolo IV (1556-59); e il modello di creta dal quale si poteva vedere come fosse l'antica Basilica, con gli edifici annessi prima del sec. xv. Un interesse di viva curiosità suscitavano anche i modelli dei cosiddetti ponti in aria, ideati da Niccolò Zabaglia (1674-1755), un geniale sampietrino illetterato, ed impiegati per i lavori di restauro nelle parti elevate della fabbrica.
Tra i vari monumenti artistici esposti nel M. F. facevosi soprattutto ammirare la tomba di Bisto IV, pregevole opera in bronzo di Antonio Pollaiolo, compiuta nel 1493 e firmata dal maestro; passata dalla vecchia nella nuova Basilica, era stata da ultimo collocata nella Cappella del Sacramento. Altri famosi artisti, presenti nel Museo, erano Mino da Fiesole, di cui si ammiravano i resti della tomba di Paolo II; Melozzo da Forlì, con un frammento di affresco raffigurante la testa di s. Pietro; Giotto, con un angelo, avanzo del celebre musaico della Navicella, esistente tuttora sopra l'ingresso mediano del portico; il Camuccini, con l'Incredulità di s. Tommaso, ecc. Notevole, infine, tra i monumenti più antichi, il sarcofago del console Sesto Petronio Probo ( 371 d. C.) e di sua moglie Anicia Faitonia Proba, che fino al 1649 era stato utilizzato come base del fonte battesimale; proveniva dal mausoleo degli Anicii fatto demolire nel 1450 da Niccolò V, allorché si pose mano ai lavori per la nuova Basilica.
Adibito durante il periodo bellico ad ufficio per la ricerca dei prigionieri di guerra, attualmente il M. P. non esiste più, essendovi rimasti solo pochi oggetti di tutto il prezioso materiale che per la maggior parte è stato nuovamente collocato nelle Grotte Vaticane.
BibL.: G. Cascioli, Guida illustrata al nuovo Museo di S.Pietro, Roma 1924.
Niccolò Del Re
PETRICCA, ANGELO. - Controversista, dei Francescani Conventuali, n. a Sonnino (Lazio), m. a Roma il 10 dic. 1673.
Dottore in teologia (1631), fu inviato dalla S. Sede in missione speciale presso lo Scià di Persia per la tutela delle comunità eratiane d'Oriente; ma non avendo potuto raggiungere a tempo la Persia, Propaganda lo inviò alle missioni di Moldavia e Valacchia, ove funse nel 1652 da viceprefetto e commissario apostolico in Moldavia. Ministro provinciale d'Ungheria (1633), presiedette nel 1636 il Capitolo provinciale di Pettau in Stiria e tornò in Italia. Fu quindi ministro provinciale d'Oriente, vicario patriarcale di Costantinopoli e prefetto apostolico di Moldavia e Valacchia dal 30 genn. 1638. Ottenne la conversione della città di Campalung; combatté decisamente l'unione tra Greci e calvinisti promossa dal patriarca scismatico Cirillo Lucari, e riusci a condurre all'unione con Roma il successore di questi, Cirillo Veris (1638). Tornato a Roma, dopo l'elezione di Innocenzo X, fu professore di teologia morale ai SS. Apostoli, consultore di Propaganda (con l'incarico speciale della revisione dell'Eucologio o Rituale della Chiesa greca), ministro provinciale della provincia romana dal 1661, procuratore generale dell'Ordine ( $1665-68$ ).
Scritti principali: Turris David seu de militante ac triumphante Ecclesia (Roma 1647); De appellationibus omnium ecclesiorum ad S. Petri Cathedram (ivi 1649); Disputationes adversus haereses et aliquorum Graecorum errores (ivi 1650); De potestate Apostolorum (ivi 1656); De Regno Christi (ivi 1671); De triplici philosophis Aristotelis, rationali, naturali et divina ad mentem Doctoris Scoti (ivi 1672).
BibL.: Wadding, Scriptores, p. 21; Sbaralea, I, 46; G. Franchini, Bibliomfia di scrittori O.F.M. Conv., Modena 1693, pp. 43-52; A. M. Belin, Hist. de la latinité de Constantinople,
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Parigi 1894, pp. 351-52; B. Morariu, Series praefectorum Moldaviae et Valachiae, in Commentarium O.F.M. Conv., 37 (1940), p. 183 .
Giovanni Odourdi
PETRILLI, Savina. - Fondatrice delle Sorelle dei poveri di S. Caterina da Siena, n. a Siena il 29 ag. 1852, m. ivi il 18 apr. 1923.
Alunna presso le Figlie della Carità, poi donnina di casa per le faccende domestiche e l'educazione dei frastellini, si dedicò con passione all'insegnamento del catechismo nelle parrocchie, specialmente alla preparazione dei neocomunicandi. Raccolte in casa alcune compagne a lavorarvi per i poveri e le chiese, tutte, il 15 ag. 1873 , fecero nella cappellina domestica i voti religiosi e il 7 sett. 1874 la novella Congregazione si trasportò in una nuova casa con le poche fanciulle povere già ospitate ed educate nella casa paterna. Da quel giorno, sotto il governo della P. le fondazioni non si fecero attendere in Italia, né in Brasile e Argentina, e poiché lo scopo era di soccorrere ogni miseria morale e materiale della classe povera ed operaia, ai brefotrofi, asili, scuole, ricreatori, ecc., all'assistenza ospitaliera negli ospedali, manicomi, ecc., ai aggiunsero tipografie, legatorie, opere agrarie, belle arti, ecc. La P. vide il suo Istituto approvato dalla S. Sede il 15 giugno 1906. Nel 1941 si iniziò il processo informativo per la sua beatificazione.
Bim... anon. [una sorella dei Poveri], La Madre S. P. fondatrice dello Congr. delle Sorelle dei Poveri di S. Caterina da Siena, Roma 1936; A. Martina, Madre S. P., fascicolo commemorativo del 75 della fondazione, Roma 1948. Celestino Testore
PETROLINA, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Pernambuco in Brasile.
Ha una popolazione di 160.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 13 parrocchie servite da 11 sacerdoti diocesani e 3 regolari, un seminario, una comunità religiosa maschile e una femminile (Ann. Pont., 1932, p. 317).
La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la bolla Dominici gregis del 20 nov. 1923, per smembramento dalla diocesi di Pesqueira, elevando in pari tempo al grado e dignità di cattedrale la chiesa parrocchiale dedicata alla B. Vergine Assunta in cielo esistente in P. La diocesi è suffraganca di Olinda e Recife. Primo vescovo fu mons. A. Malan.
Bim.: AAS, 16 (1924), pp. 216-18; G. B. Lehmann, $O$ Brasil Católico 1947. Juiz de Fora 1947, pp. 285-87.
Virgínio Battezzati
PETRONACE di Montecassino. - M. a Montecassino il 6 maggio 750 . Fu, per incarico di Gregorio II, abate del medesimo monastero, a cui peregrinò dalla natia Brescia e che ricostruì e riorganizzò, con l'aiuto di alcuni confratelli benedettini di Roma ed altri di S. Vincenzo al Volturno, nel 718.
Fra i più illustri suoi discepoli ebbe il re franco Carlomanno ( 748 ) ed il re longobardo Rachis (749). Lo stesso fondatore dell'abbazia di Fulda, s. Stazio di Baviera, volle passare un anno di perfezionamento presso $P$., che ebbe pure la consolazione di vedere fra i suoi devoti lo stesso successore dell'antico distruttore del monastero, Gisulto II, duca di Benevento, venuto all'ormai celebre abbazia per riparare il male fatto dal suo antenato Zotone, nel 589 .
Bim.: Acta SS. Maii, II, pp. 119-21; C. Bonini, P. restauratore e abate di Montecassino, Brescia 1915; Chronicon Casinense, I, 4, in MGH, Script., III, pp. 222-30; L. Fabiani, La terra di s. Benedetto, Montecassino 1950, pp. 18-25. Carlo Callovini
PETRONE, Igino. - Filosofo e giurista, n. a Limosano (Campobasso) il 21 sett. 1870, m. a S. Giorgio a Cremano il 26 luglio 1913. Dal 1897 insegnò filosofia del diritto nell'Università di Modena e dal 1900 filosofia morale a Napoli.
Il P. è il primo pensatore italiano che reagisce al positivismo (v.), al sociologismo e allo storicismo e riporta la filosofia del diritto ai principi metafisici (La fase recentissima della fiba, del diritto in Germania, Pisa 1895). Nell'opera sua maggiore Il diritto nel mondo dello spirito (Milano 1910) si sente l'influenza del Fichte e soprattutto dello Hegel. Più eclettica la sua filosofia morale,
che cerca di conciliare attraverso influssi vari (Rosmini, indeterminismo francese ecc.) l'oggettivismo (v.) aristotelico e il soggettivismo (v.) kantiano. Significativi a questo proposito gli scritti : I limiti del determinismo scientifico (Modena 1910); Etica (postuma, a cura di G. Mancini, Palermo 1917); Ascetica (postuma, ivi 1918). Il volume Problemi del mondo morale meditati da un idealista raccoglie saggi e discorsi. Lezioni e saggi sono stati editi recentemente a cura di G. Del Vecchio, Filos. del diritto e saggi di etica, diritto, sociologia, Milano 1950.
Bim.: L'omaggio della dottrina e della cultura italiana alla memoria di I. P. ecc., Campobasso 1917 (con bibl.); M. F. Sciacca, L'idealismo critico di I. P., in Logos, 20 (1937), pp. 48-60 (bibl.).
Michele Federico Sciacca
PETRONI, Riccardo (Richardus de Senis). Cardinale, giureconsulto, n. a Siena nel 1250 da illustre e nobile famiglia, m. a Genova il 10 (o 26) febbr. 1314.
Compiuti gli studi di diritto a Bologna, fu chiamato a insegnare diritto romano a Napoli verso il 1270 . Bonifacio VIII lo nominò vice-cancelliere di S. Romana Chiesa e lo incaricò, insieme a Guglielmo Mandagozzo e Berengario Fredoli, di una nuova compilazione delle Decretali e della redazione del Liber Sectus, dopo la promulgazione del quale fu creato cardinale del titolo diaconale di S. Eustachio (4 dic. 1298). Il Ciacconio e altri l'accusarono di aver favorito il conterraneo Musciatto e gli altri coopiratori contro Bonifacio nella questione con Filippo il Bello e nell'attentato di Anagni. L'Oldoino nega l'addebito o pensa che il P. si sia pentito, perché nel Concilio di Vienne difese la memoria del Papa. Il Digard prova la colpevolezza del P. (relazione con il Musciatto, tentativo di fuga da Anagni dopo la reazione popolare e suo rifugio in convento) e accenna al suo cambiamento (mancata adesione all'invito di Filippo di convocare a Lione un Concilio per la condanna di Bonifacio). Clemente V lo inviò legato apostolico a Genova, ove morì. E sepolto nel duomo di Siena nel celebre sarcofago a narrazioni continue di Tito da Camaino. Fu mecenate e benefattore; fece costruire monasteri, ospedali e chiese nel territorio senese. Dei suoi studi giuridici rimangono ventisei glosse ai codd. Vart. Iatt. 1413 (Digard) e 1428 (Codice), pubblicate dal Meyers, e il Casus libri Sexti. Fu anche inquisitore contro la setta dei Dulcinisti.
Bim.: D. M. Meyers, Iuris interpretet suos. XIII, Napoli 1925, p. 217; Hefele-Leclercq. VI, p. 661; G. Digard, Philippe le Bell et le St-Siège de 1283 à 1304, II, Parigi 1936 (indice dei nomi); S. Kuttner, s. v. in Nuovo Digesto Italiano, IX, 1117; A. Van Hove, Prolegomena, Malines 1945, pp. 363-64.
Augusto Moreschini
PETRONILLA, santa, martire. - Commemorata nel Martirologio romano il 31 maggio. Martire certamente autentica e romana, se ne ignora tuttavia ogni notizia biografica ed in quale persecuzione sia perita.
La rassomiglianza del nome la fece credere arbitrariamente figlia dell'apostolo Pietro; della sua fine fa cenno la Passio ss. Nerei et Achillei, scritto leggendario ed in contrasto con fonti molto più attendibili. Il suo sepolcro, ricordato dagli Itinerari del sec. viI, si trovava nel cimitero di Domitilla sulla Via Ardeatina, dove, durante il pontificato di papa Siricio ( $384-99$ ), fu costruita una basilica in suo onore. Un affresco del sec. Iv dello stesso cimitero la ritrae mentre introduce nel cielo l'anima di una devota, e porta l'iscrizione: Petronella martyr. P. è speciale patrona della Francia. Festa il 31 maggio.
Bim.: Acta SS. Maii, VII, Parizi 1867, pp. 413-15; G. B. De Rossi, Scoperta della basilica di S. P., in Bull. arch. crist., 2 (1875), pp. 5-19, 28-33; P. Danglefort, Ste P., patronne de France, Avignone 1911; H. Delehaye, Sanctus, Bruxelles 1927, pp. 118-20; Maryr. Hieronymianum, pp. 280, 282 sg.; Martyr. Romanum, p. 216; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, II, Roma 1941, p. 63 sg. Agostino Amore
Iconografia. - S. P. viene di solito raffigurata come una fanciulla con una palma ed un libro tra le mani. Cosi da Daniele da Volterra in una statua della cattedrale di Lucca. Una grandissima pala d'altare che rappresenta il funerale della Santa ed il suo ingresso nella gloria celeste è stata dipinta nel 1623 dal Guercino per adornare
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(fol. Pont. lit. Arch. Crieliana)
Petronilla, santa - La defunta Veneranda con la martire s. P. Pittura della $2^{a}$ metà del sec. Iv - Roma, cimitero di Domitilla.
l'altare con la tomba della Santa, che si trova nella Basilica Vaticana. La detta pala è stata sostituita nel Settecento con una copia eseguita in mosaico; l'originale del dipinto del Guercino si conserva ora a Roma nella Pinacoteca Capitolina.
Bibl.: K. Künstle, Ihonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 492-93. Witold Wehr
PETRONIO, santo. - Incerte ed oscure sono le notizie che lo riguardano. Nel Martirologio romano è commemorato il 4 ott.
Dai pochi accenni che ne dà Gennadio si ricava che era vescovo di Bologna, avrebbe scritto una serie di Vitae Patrona e sarebbe morto prima del 450 . Una biografia di P. fu scritta verso la fine del sec. xir, su tradizioni orali ed infarcita di favole. Secondo essa P. nacque a Costantinopoli da illustre famiglia discendente da Costantino Magno; giovinetto studiò in patria facendo grandi progressi nella scienza e nella pietà; si ascrisse tra il clero e dal cognato, imperatore Teodosio II, ebbe parecchi uffici a corte. Mandato a Roma per riferire a papa Celestino su alcuni eretici, fu eletto vescovo di Bologna. Qui si adoperò a costruire chiese riproducendo i luoghi sacri di Gerusalemme, e dopo morte fu sepolto nella chiesa di S. Stefano da lui edificata.
Bibl.: Gennadio, De viris illustribus, 41: Acta SS. Octobris, II, Parigi 1868, pp. 422-70; F. Lanzoni, S. P., Roma 1907; Martyr. Romanum, p. 434. Agostino Amore
PETRONIO MASSIMO (Petronius Maximus), IMPERATORE D'OCCIDENTE. - Imperatore per pochi mesi, n. nel 396 da nobile famiglia; salì presto agli alti gradi della gerarchia civile: prefetto di Roma nel 420 e console nel 433 , nel 439 era prefetto del pretonio in Italia. Alla morte di Valentiniano III (marzo 455), alla quale non fu estraneo, P. fu acclamato imperatore dai soldati.
Per dare una parvenza di legalità al suo governo, costrinse Eudossia, moglie di Valentiniano, ancora in lutto per la morte del marito, a sposarlo, e diede al proprio figlio Palladio la di lei figlia Eudocia. Gens