volume-09

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licativa della congiunzione "waw": A. Vaccari traduce nello stesso senso: " Il Dio d'Israele eccitò l'animo di Ful, re di Assur, cioè di Telgat-Falnasar... "; altri pensano che sia una glossa.

BibL.: R. Lepsius, Uber den chronolog. Wert der assyrischen Eponymen, Bufino 1869, p. 56 (fu il primo a dimostrare l'identifcazione); E. Schrader, Die Kalluschriften und das Alte Testam., Lipsia 1872, pp. 124-34 (e nelle altre edizioni e opere); F. Vigouroux, La Bible et les découvertes modern., $6^{2}$ ed., Parigi 1896, pp. 497-509 (sunto della controversia); G. Hellmann, De chronol. Librernae Regum, Roma 1914, pp. 560-62; F. M. T. Böhl, 7nterberiche... ex serente Inv. 4 (1926), p. 264; A. Vaccari, La Sacra Bibbia..., III, Firenze 1948, p. 55; R. Thiele, The mysterious numbers of the Hebrew Kings, Chicago 1951, pp. 75-77.

Pietto Nober
PHYSIOLOGUS. - Nome di un'opera cristiana che dà una interpretazione allegorica dei fatti (o presunti fatti) della vita degli animali e dei minerali. L'interpretazione si riferisce all'opera di un "fisiologo ". Non è probabile che Taziano ne sia l'autore; può essere che l'interprete cristiano sia stato anche il raccoglitore delle notizie pseudo scientifiche. Il capitolo sull'elefante (cap. 43) suggerisce l'ipotesi della identità dell'interprete allegorista con il fisiologo stesso.

L'opera polemizza contro i Giudei e raccomanda una spiritualità ascetica, che non è quella della scuola Alessendrina, ma ha contatti con quella dell'encratismo. L'autore conosce gli Atti di Paolo e vive in tempi di persecuzione. Generalmente è usato per la citazione del Vecchio Testamento il testo dei Settanta, ma al cap. 26, nella citazione di Ez. 29, 3 è usata un'altra traduzione. Che l'autore abbia trasmesso idee gnostiche (eretiche), come si potrebbe desumere dalla condanna del libro nel cosiddetto Decretum Gelosianum, non è sicuro; si potrebbe forse solo parlare di una forma di pre-gnosi, come è caratteristica per l'encratismo. Però sarebbe da prendere in considerazione qualche rapporto con la setta dei Sethiani (v. Hippol. Refut., V, 21, 7 sg.). E difficile datare il $P$. La data di Wellmann, iv sec., sembra tardiva, quella proposta da Lauchert, e in parte anche accettata da Perry, i sec., è forse troppo avanzata. Il paese d'origine non è l'Egitto, ma più probabilmente la Palestina-Siria, o la Mesopotamia. Il libro era molto diffuso. Chiamarlo uno scritto popolare è forse troppo generico, dato che l'autore aveva conoscenza dell'arte retorica. Il grande numero dei manoscritti greci ha permesso di distinguere alcune recensioni differenti. Numerose anche le traduzioni in altre lingue (latina [sec. iv], lingue orientali). L'influenza sull'arte cristiana, per mezzo dei cosiddetti "bestieriis" è stata assai considerevole.

V. anche animalie, III. A. nel simbolismo cristiano; bestiari.

Bibl.: edizione critica del testo greco di F. Sbordone, Milano 1936 (v. la recensione di Mras in Gnomon, 1937, p. 393 sg.). Sul ms. della Pierpont Morgan Library, v. B. Perry, in American
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(Int. Enc. Cart.)
Phrysiologus - Caprea o bógnav, dalla vista acutissima, simbolo di Cristo. Miniatura dal sec. xiv, nel $P$. del cod. Vat. greco 695, f. 207 - Biblionva Vaticana.

Tourn. of Philal., LVIII, p. 492 sg. Della vasta letteratura v. F. Lauchert, Geschichte des Ph., 1889 e lo stesso in Theol. Revue, 1931, pp. 405-17; M. Goldstaub, Der Ph. und seine Weiterbildung, Lipsia 1900; M. Wellmann, Geschichte des Ph., Lipsia 1930; F. Sbordone, Ricerche sulle fonti e sulla composizione del Ph. greco, Napoli 1936; Perry, in Pauly-Wissowa, XX, 1, p. 1074 sg. Per l'influsso sull'arte cristiana, v. I. Strygowski, Der Bilderbreis des griechischen Ph., in Byzantine. Archite, fasc. II, Lipsia 1899; I. Sauer, Der illustrierte griechische Ph. der Arabronima, in Neugriechisch-Byzantinische Jahrbücher, II (Atene 1921), p. 428 sg. Sul $P$. in lingua araba, v. G. Graf, Geschichte der christlich-arabischen Literatur, I. Città del Vaticano 1945, p. 548: in lingua latina: A. Siegmund, Die Überlieferung der griechischchristl. Literatur in der lateinischen Kirche, Monaco 1939, p. 128 sg.

Eris Peterson
PIAGENTINO. - Giurista del sec. XII, n. a Piacenza, uno dei maggiori esponenti della scuola di Bologna. Non si ha notizia sicura della sua data di nascita. Si ritiene generalmente che abbia compiuto gli studi a Bologna.

P. insegnò dapprima a Mantova, dove compose l'opera De varietate actionum che in un secondo tempo chiamò Summa Mantuana. Si recò poi a Bologna, dove pare che non rimanesse molti anni: un'aspra rivalità con alcuni colleghi dello Studio bolognese lo spinse a recarsi esule in Francia, e quivi fondò a Montpellier una scuola di diritto. In questa città scrisse, tra le altre, la più considerevole delle sue opere, la Summa Codicis che, seppure concepita dapprima come appendice alla Summa di Rogerio rimasta incompiuta, si presentò invece nella sua definitiva compilazione come un trattato completo dei primi nove libri del Codice guastinieneo.

Per quanto manchino notizie precise sulle date, è certo che dopo vari anni P. tornò a Bologna, donde si trasferì successivamente a Piacenza, continuando, nell'una e nell'altra sede, la sua attività di maestro. Più tardi ritornò a Montpellier, dove morì il 12 febbr. 1192, come risulta dall'epitaffio che si legge sulla sua tomba.

Oltre che del De varietate actionum e della Summa Codicis (di quest'opera l'unica edizione è quella di Magonza del 1536), P. è autore di una Summa Institutionum, di una Summa Placuit relativa al sistema probatorio e delle Additiones alle Regulae Iuris di Bulgaro. Scrisse poi varie glosse a tutto il Corpus Iuris, glosse che l'apparato di Accursio conserva: esse portano la sigla P. e la dottrina è concorde nell'attribuirgliele.

Bibl.: C. F. Savigny, Storia del diritto romano nel medioero, trad. Bollati, II. 4, Torino 1837, p. 130 sgg.; E. Landsberg, Die Glosse des Accursius, Lipsia 1883, p. 202; M. Sarti, De claris Archigymnasti Rononiensis professoribus ecc., I, Bologna 1888-96, p. 77 sgg.; P. Tourtoulon, Placentia, I, La vie, les avoces, Parigi 1896, p. 63 sgg.; E. Besta, Fonti : legislazione e scienza giuridica dalla caduta dell'Impero romano al secolo desimosrco. I, parte 27, Milano 1925, p. 801 sg. M. Teresa de Simone Niquess

PIACENZA. - Città e diocesi, capoluogo della provincia omonima. Su una popolazione di 350.000 ab. conta 348.000 cattolici. La diocesi è divisa in 42 vicariati con 354 parrocchie, delle quali 14 in città, 12 nel suburbio e 78 nella provincia di Parma; ha 360 sacerdoti diocesani e 125 regolari, due seminari; 10 comunità religiose maschili e 103 femminili (1948).

L'origine della città di P. si fissa generalmente all'anno 214 a. C. Giace in una vasta e feconda pianura,

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prossima ai colli e sulla sinistra del Po; Strabone, Tacito, Plutarco ecc., la indicano come "una delle città più celebri dei contorni del Po"; "città illustre e florida al pari di qualsiasi altra d'Italia", "colonia per forza e ricchezza potentissima" e capo-regione, all'epoca di Ottaviano Augusto, di tutto il paese cispadano. Si afferma che i primi abitatori ne fossero i Liguri, almeno sulla destra del Po, e i Taurisci, e sulla sinistra gli Insubri. Liguri erano i Veliati, come si apprende dalla Tavola Alimentaria Traiana, ora nel Museo di Parma: vennero poi i Galli e forse gli Etruschi.

In seguito alla deduzione di una colonia latina, nel primo anno della seconda guerra punica, P. si trovò a far parte integrale della Repubblica Romana, quindi come municipio, che Cicerone chiamò "Municipio singolarmente di sé benemerito». Nel 536 si combatté tra Annibale e Sempronio presso il Trebbia. Nella divisione dell'Italia in province, P. fece parte di quella dell'Emilia. Durante il medioevo fece parte del Regno longobardo, poi di quello d'Italia, si resse a comune e vi ebbero signoria i Pallavicini ed i Landi-Scotti, finché passò sotto il dominio dei Visconti e degli Aforza; nel 1512 Giulio II rivendicò i diritti che alcuni dei suoi predecessori vi avevano esercitati. Paolo III ne trasmise il principato a Pier Luigi ( 1545 -47) per impedire che vi signoreggiassero gli Spagnoli; nel 1556 Ottavio Farnese vi ristabilì il dominio della sua casa, che durò sino al 1731 , quando vi sottentrarono i Borboni. Dopo la bultora napoleonica, con Parma nel 1816 fu assegnata a Maria Luigia, vedova di Napoleone.

Che il Vangelo fosse predicato in P. da s. Apollinare, o da s. Barnaba o da s. Nazario, o da s. Siro è supposizione non corroborata da attestazioni sicure; un martire s. Antonino è ricordato da Vittricio di Rouen alla fine del sec. Iv e poi dal Martirologio geronimiano ed andò confuso con l'Anonimo Piacentino (v.) del sec. vi. Il primo vescovo sicuro è quel Sabino che intervenne al Concilio di Aquileia del 38 i, venerato come santo e taumaturgo (Lanzoni, II, p. 814 sgg.). Nel 456 Recimero costrinse a diventare vescovo di P. quell'Avito che era stato gradito imperatore in Gallia. Dopoché Ravenna divenne sede metropolitana anche P. le fu soggetta almeno dal 580 . Uno dei suoi vescovi, Giovanni Filagato, dopo la cacciata di Gregorio V, fu per opera di Giovanni Crescenzio creato pontefice con il nome di Giovanni XVI (apr. 997-febbr. 998). Tolta P. alla soggezione di Ravenna da Pasquale II nel 1 ro6, fu poi da Gregorio XIII assoggettata a Bologna nel 1582; ma Sisto V la rimise nel suo privilegio. Quando nel 1805 Napoleone dichiarò Genova capolungo della 28* Divisione militare e vi sottopose il Ducato di P., Parma e Guastalla, ottenne nel 1806 da Pio VII che le dette diocesi fossero soggette alla Metropolitana di Genova; ma poi, ricostituito il Ducato permense, la duchessa Maria Luigia ottenne per bella di Pio VII, il 29 marzo 1818, che la diocesi di P. fosse sottomessa immediatamente alla S. Sede, come è tuttora.

CAUZIE E ABBAZIE. - Nel territorio si avevano le abbazie benedettine di Mezzano Scotti e di Val di Tolla, delle quali nulla sussiste; della seconda il titolo fu dal 1937 attribuito al vescovo pro tempore. La terza, quella di Chiaravalle della Colomba, eretta nel xivi sec. dai Cistercensi, con tempio e chiostro ammirevoli, nel 1937 fu rioccupata dai Cistercensi di Casamari.

Tra le chiese più importanti si ricordano: per antichità, S. Vittore ed Antonino, basilica sorta verso la fine del Iv sec., rifatta nel ix e ricostruita nel sec. xi. Era anticamente la prima Cattedrale, fuori delle mura della città, e tale rimase fino all'anno 859 , allorché fu compiuta la nuova entro le mura, che fu dedicata alla martire s. Giustina. Era a forma di croce greca modificata radicalmente ancora nel xvi sec.; nel 1350 maestro Pietro Vago vi aveva aggiunto il bellissimo atrio innanzi alla porta della Basilica. Un grande tiburio ottagonale si eleva $a b$ antiguo nel centro di essa, alto 40 m . con tre ordini di bifore; sotto di essa si radunarono il 20 apr. 1183 i delegati delle città lombarde per gettare le basi della pace che si conchiuse a Costanza : in essa si conservava il famoso Carroccio. Vi sono quadri del Molinaretto, di Giulio Cesare Procaccini, del Nuvoloni : la vòlta del Santuario
è dipinta da Camillo Gavasetti, e sulle pareti laterali grandi tele di Roberto da Longe di episodi del martirio di s. Antonino; nella cappella del Sacramento vi è una Cena di Bernardo Castelli, ed in altra un S. Opilio di Bernardo Ferrari piacentino. Importante è l'Archivio per carte e documenti relativi non solo alla Chiesa, ma anche alla storia piacentina: si notano alcuni corali miniati, tra cui due stupendi del sec. xv, opere di prete Giorgio di Muzano e di prete Taddeo.

Crollata per il terremoto del 1117 la vecchia Cattedrale, venne iniziata dal vescovo Aldo da Rivergaro nel 1122 la maestosa cattedrale odierna a croce latina e a tre navate, lunga m. 72, larga oltre m. 61, con una cupola alta m. 38 , e con campanile a guglia di m. 70. La cripta rimase dedicata a s. Giustina, mentre la chiesa superiore lo fu alla B. Vergine Assunta. Nel 1608 i pittori Procaccini e L. Carracci terminarono di dipingere il coro ed il Santuario : nel 1627 il Guercino da Cento terminò di dipingere la cupola, opera iniziata da Mazzuchelli detto il Morzazone: dalla loggia della cupola in giù fu compiuta dai pittori bolognesi Franceschini e Quaini. Sono del pittore Gaspare Landi la Deposizione di Maria ed il vipolcro trovato vuoto, grandi tele alle pareti del coro. Altri grandi dipinti del Carracci e del Procaccini, tolti per riaprire i matronei in occasione del restauro generale, promosso nel 1900 del vescovo mons. G. B. Scalabrini, troverono posto nel salone del Palazzo vescovile. La Cattedrale possiede codici antichi, pergamene in gran numero, diplomi, privilegi, concessioni di re e imperatori.

Altre chiese : S. Francesco, a lato della Piazza Cavalli, è un grandioso tempio di stile gotico con tre navate di cui le laterali vanno a congiungersi dietro il coro: vi è una cappella della Concezione frescata dal Malosso: la Moltiplicazione dei pani di Benedetto Marini; il quadro della Pietà di Bernardo Castelli. S. Savino, antico monastero dei Girolamini, è una chiesa a tre navate con cripta, quasi all'entrata della città, costruita nel 903 , rifatta nel xv sec.; fu recentemente restaurata. S. Sisto fu fondata nell'anno 874 dall'imperatrice Angilberga: a croce latina con 2 cupole; tra le pitture si ha la Strage degli Innocenti del Procaccini, il Martirio di s. Martino di Leandro da Ponte, il Martirio di s. Fabiano di Paolo Farinata, la S. Barbara di Jacopo Palma il Giovane, il Martirio di s. Sisto e s. Lorenzo di Paolo Cavagna: il quadro al centro del coro, che è un lavoro a tarsio reputatissimo nel suo genere, raffigura prospettive, castelli, villeite, ecc. Nella chiesa si ammira il magnifico mausoleo della duchessa Margherita d'Austria, moglie di Ottavio Farnese, erettovi nel 1617 : esiste ancora l'edificio monastico che fu tra i più illustri d'Italia, ora occupato dal Genio militare, ed ebbe uomini chiarissimi. La chiesa del S. Sepolcro risale al sec. x : poi, nel 1055, vi si unì un monastero di Benedettini con un ospedale eretto in commenda nel 1484 ; vi succedettero gli Olivetani che costruirono nel 1513 l'attuale tempio a forma di croce latina a tre navate attribuito a Alessio Tramello con graziose modanature del Bramante, a cui si devono anche un corridoio e due grandi bifore arcuate a tutto sesto sopra il porticato: vi sono quadri del Rubini, del cremonese Beduschi, di Luca Cattapane, del piacentino Ghittoni, e ad un altare un Crocifisso di Gabriele Gatti detto il Soiaro. Nel 1810 il monastero fu soppresso, e la chiesa fu restituita al culto nel 1903. S. Maria di Campagna è, pure su disegno del Tramello, a croce greca, fondata nel 1522. Vi si ammirano un S. Giorgio del Soiaro, l'Annunciato di Stern, un S. Francesco del Procaccini, un S. Agostino e una S. Caterina del Pordenone, ecc.: le porte di bronzo ad arabeschi e ricami di ottima esecuzione sono del milanese Eugenio Bellagio. Su quell'area il papa Urbano II convocò il gran Concilio del 10 marzo 1095. La chiesa di S. Agostino, iniziata il 1570 dai Canonici Regolari Lateranensi, con l'annesso convento fu soppressa nel 1798. Nella facciata tutta in granito stanno nicchie con colossali statue di vescovi, ed angeli al sommo del frontone: l'interno è a croce latina con cinque navate, la mediana sostenuta da 34 colonne doriche abbinate di granito. Il monastero è ridotto a caserma : per le incursioni aeree è stato completamente distrutto il grande affresco di Gian Paolo

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Lomazzo che era nel refettorio. Si ha inoltre la chiesa già dedicata a s. Maria di Betlem degli Umiliati (1180), concessa poi ai Serviti sino al 1788, dedicata a s. Anna, poi dei Carmelitani; ora è parrocchia.

La città conta magnifici edifici: il Palazzo gotico del Comune, opera del 128 I ; quello del governatore, il Farnese, e molti altri di famiglie nobili. Tre sono le piazze primarie, quella centrale denominata «dei Cavalli», per due colossali statue di bronzo rappresentanti i duchi Alessandro e Ranucrio I Farnese, opera di Francesco Mochi tra il 1620-24; la Piazza Cittadella, ove grandeggia il magnifico Palazzo Farnese, fondato da Margherita d'Austria, moglie di Ottavio Farnese, nel 1558; la Piazza del Duomo, dove si ammira la maestosa Cattedrale.

Ildestri macentini. - Si ricordano per la pittura : Bartolino da P. che fresco nel sec. xili nel Battistero di Parma; Giulio Mazzoni, pittore e plastico lodato dal Vasari; Pier Antonio Avanzini, Felice Boselli, Gian Paolo Pannini; Carlo Maria Viganoni (1788) e Giacinto Rivoni, discepoli di Giuseppe Ghirardi all'Istituto Gazzola, Gaspare Landi (1756). Scultori : Oberto e Pietro da P. per le porte gettate nel 1196 in S. Giovanni in Laterano di Roma; Angelo Casalino, incisore di monete per pontefici e principi, e il figlio Pompeo per la Zecca funesiana; Angelo Spinoso, cesellatore di gran merito del sec. xviri. Intagliatori: Antonio Burlengo, per la grandiosa tavola dittica della Cattedrale (1447), Guglielmo da Saliceto, meraviglia dei Medici (del sec. xili); Giulio Casserio, celebre anatomista (sec. xvi); Domenico Ferrari, medico. In diritto Gian Domenico Romagnosi, giureconsulto; nelle lettere Pietro Giordani, Pietro Gioia, giurista e letterato, e Melchiorre, filosofo e statista.

Per la politica dei loro tempi : il card. Pietro Diani e il card. Jacopo Pecoraria cistercense; il card. Vincenzo Maculani architetto militare e matematico di Urbano VIII e il card. Giulio Alberoni; l'oratore francescano Cornelio Musso. Più illustre fra tutti Tebaldo Visconti, papa Gregorio X, venerato come beato.

Tra gli storici : il Musso, ed i vari Ripalta, Pier Maria Campi, p. Stanislao Perdetti, il provosto Cristoforo Poggiali, il canonico Vincenzo Boselli, l'avv. Antonio Domenico Rossi, Giuseppe Dal Verme, Leopoldo Cerri, ecc. Vedi tav. LXXSIV.

Bibl.: P. M. Campi, Hist. eccl. piac., 3 voll., Piacenza 16311652; C. Poggiali, Mem. stor. piac., 12 voll., ivi 1757-68; V. Boselli, Mem. stor. piac., 3 voll., ivi 1792-1805; G. Dal Verme, Comp. stor. piac., ivi 1828; A. D. Rossi, Ristretto stor. piac., 5 voll., ivi 1829-33; L. Molossi, Voc. rap. piac., ivi 1821-34; P. Piacenza, Cron. Vesc. Piac., ivi 1900; Boll. Stor. Piac., ivi 1906-30; L. Cerri, Memmo. Piac., ivi 1908; Eubel, I, p. 401 ; II, p. 216; III, p. 293; IV, p. 281; F. Kehr, Italia pontificia, V. Berlino 1911, pp. 442-534. Cf. tra la bibl. recente E. Nassili Rocca, Studi civici nelle condizioni giuridiche del contado, con particolare riguardo alla regione piacentina e parmigiana, Piacenza 1941; A. Massari, L'opera del vescovo mons. Gregorio Cerati in $P$. durante la dominazione francese, Piacenza 1943; E. Nassili Rocca, Dalla scuola vescovile allo studio generale di P., in Boll. stor. piacentino, 39 (1944), pp. 19-28; S. Fermi, Intorno alla dominazione di Carlo I d'Angiò a P., in Boll. stor. piacentino, 40 (1945), pp. 3-19; E. Nassili Rocca, Antichi regolamenti dell'ospedale grande di P., in Castella, 2 (1946), p. 229 sgg.

Bertuzzi Guglielmo
PIACERE. - In generale nell'uso classico indica la "gioia" dei sensi quando vengono soddisfatti e quindi anche il benessere fisico che ne deriva (cf. Aristotele, De partibus anim., II, 17, 660 b 9). In un senso più vasto significa il "sentimento" di soddisfazione che si diffonde dalla sfera sensoriale a quella psichica e quindi fino alla stessa sfera spirituale come risposta del soggetto al conseguimento di un bene desiderato. Di qui la definizione di s. Tommaso: "Delectatio nihil aliud est quam quietatio appetitus in bono" (Sum. Theol., $1^{0}-2^{20}$, q. 2, a. 6, ad 1).

Il p. quindi segue la scala degli oggetti : dai p. sensibili più materiali del gusto e del tatto, ordinati alla conservazione e propagazione della vita, fino ai sensi superiori della vista e dell'udito in cui si compie il gusto artistico, e alle compiacenze per le opere dell'ingegno e gli atti di virtù. E sempre il compiacimento di un oggetto
conveniente, mentre l'oggetto sconveniente causa dolore ( $\lambda$ úx $\eta$, $\pi \dot{v} v \varsigma$ : Aristotele, De An., III, 7, 431 a 9 sgg.; Eth. Nic., II, 4, 1105 b 23). Il p. negli esseri finiti comporta perciò un elemento conoscitivo ch'è l'apprensione di un certo bene, reale o apparente, da raggiungere o già raggiunto, e un elemento affettivo, cioè il sentimento di benessere, ch'è la compiacenza della sfera emozionale (Sum. Theol., $1^{0}-2^{20}$, q. 11, a. 1 ad 3). In Dio invece il p. è la felicità del pieno possesso di se stesso, sommo bene, come un'unica semplice e suprema gioia : $\delta i \delta$ ó $\delta v \delta \varsigma$ ózi $\mu i \varepsilon v$ xxi $\dot{\alpha} \pi \lambda \eta v$ $\pi \alpha i \rho \alpha \quad \eta \delta v \eta \eta$, perché il p. consiste nella quiete piuttosto che nel movimento (Aristotele, Eth. Nic., VII, 15, 1154 b 26).

In Socrate il p. è di solito il premio della virtù come armonia dell'anima a cui l'uomo deve tendere (Platone, Prot., 354 c, 357 a) operando secondo ragione ( $\pi \alpha \tau \dot{\alpha} \varphi \rho \dot{\sigma} v \eta$ $\sigma i v$ ), ma quando degenera in p. sensibile diventa passione ( $\tau \alpha \dot{\alpha} \delta \varsigma$ ) e rompe ogni regola senza freno o limite (Resp., 328 d). Aristotele pone non solo la distinzione di p. buoni e perversi ( $\varphi \alpha \cup \lambda \alpha i$ ó $\delta v \alpha i$ ), ma anche dei p. che nascono dalla virtù e dei p. che si godono con virtù (Eth. Nic., X, 5-7, 1175 a 18 sgg.). Ad Aristotele si oppongono i cirenaici, i cinici e gli epicurei che facevano consistere nel p. la essenza del bene e della virtù e lo tenevano perciò come la regola e il più alto scopo della vita (cf. Sesto Empirico, Adv. mathem., VII, 199. Sull'immagine ciceroniana del p. epicureo che siede in trono, servito da tutto il corteo delle abilità e virtù dell'animo, v. s. Agostino, De Civitate Dei, V, cap. 20. Sulla dottrina stoica e la sua confutazione, ibid., IX, capp. 4-5; XIV, cap. 9). La posizione aristotelica è stata combattuta anche dagli stossi i quali, portandosi all'eccesso contrario, ritenevano il p. irrazionale e sconveniente all'uomo virtuoso : per Cleante gli unici piaceri del l'uomo dovevano avere per oggetto il bello e il buono (cf. Epifanio, Adv. haer., III, 37; H. Diels, Dox. gr., $2^{0}$ ed., Berlino 1929, p. 592, 30).

Secondo la natura del bene a cui tende, il p. si divide in sensibile e spirituale; questo si compie nella sfera superiore della coscienza e abbraccia ogni forma di compiacimento per la verità, la bontà, la bellezza..., ovvero per ogni valore in generale considerato nella attenzione che genera nel soggetto, nel momento del desiderio, e nella gioia del possesso quando è conseguito; il p. sensitivo o corporale invece si compie nei sensi che sono soddisfatti delle loro brame. Perciò s. Tommaso chiama "p. carnale" (o del corpo) il p. sensitivo, perché si compie con il tatto ch'è il senso più materiale, e "p. animale" (cioè dell'anima) quello spirituale ("delectatio animalis... quae consummatur in sola apprehensione alicuius rei ad votum habitae; ... delectatio corporalis sive naturalis quae in ipso tactu corporali perficitur" (Sum. Theol., $1^{0}-2^{20}$, q. 72, a. 2). La moralità del p. dipende anzitutto dalla natura dell'oggetto, se cioè conviene o non alle norme della ragione rispetto al fine ultimo della persona umana (ibid., $2^{0}-2^{20}$, q. 118, a. 6). Contro quindi gli eccessi del rigorismo e del lassismo (v.), si deve ritenere che il p. appartiene e giova alla natura razionale; prima come stimolo per muoverla all'azione e poi come compimento e perfezione ultima dell'azione stessa, ma l'uso del p. dev'essere dalla ragione commensurato al fine. L'etica cristiana inoltre ammonisce la necessità della penitenza come espiazione e fuga del peccato.

Nella filosofia moderna è stato accentuato di preferenza il momento irrazionale del p.: p. es., in Kant che lo considera come un "sentimento legato alla rappresentazione senza tuttavia essere conoscenza" (cf. Kritik der Urtheilkraft, Einl., VII). Nella psicologia moderna si è cercato di precisare le varie classi di p. sensibili, il loro comportamento e anche gli elementi del sistema nervoso che ne sarebbero gli organi rispettivi; ma, come ha riconosciuto J. Ward (Psychological principles, Cambridge 1920, p. 24), i risultati sono rimasti molto incerti e non si è andati molto più in là della teoria aristotelica. V. anche edonismo; Utiuttarieno.

BibL.: H. Bonitz, 'Hōov $\dot{\eta}$, in Index aristotelicus, Berlino 1870, col. 314; L. Schütz, Delectatio, in Thomas-Lexikon, Paderborn 1895, p. 211 sgg.; A. Lafontaine, Le plaisir d'après Platon et Aristote, Parigi 1902; R. De Ferrari, s. v. in A lexikon of Tho-

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mas Aquinas, Washington 1948, p. 279 sgg.; A.-J. Festugière, Le plaisir, Parigi 1948; G. Stählin, 'Hčovŋ, in Theologisches Wörterb. z. N. Testament, II, Stoccarda 1920, pp. 911-28 (esposizione completa per il significato classico e biblico).

Cornelio Fabro
PIAGGIO, Antonio. - Scolopio, n. a Genova 1'8 febbr. 1713, m. a Napoli nel 1797 o 1798. D'ingegno e pazienza ammirevoli nei lavori meccanici, e di estese cognizioni nelle scienze chimiche, fu dapprima impiegato nella Biblioteca Vaticana, occupandosi di trascrivere vecchie pergamene, e in altri lavori calligrafici in cui era versatissimo.

Richiesto da Carlo III re di Napoli, passò colà per esercitare la sua rara abilità intorno ai papiri scoperti allora negli scavi di Ercolano. Il P. riusci ad inventare (1753) una macchina per svolgerli, macchina descritta e lodata da Winckelmann, Bartelle ed altri, e con la quale consegui, sebbene con molta difficoltà, lo svolgimento di 300 e più papiri. Detta macchina è conservata nell' Officina dei papiri del Museo nazionale di Napoli, dove trovansi pure le sue lettere e memorie scientifiche. Hamilton, ministro inglese a Napoli, fece pubblicare in Londra un opuscolo del P. intorno ai fenomeni vesuviani.

Bra... G. B. Corretto, A. P., in Elagi di Liguri illustri; D. Bassi, Il p. A. P. e i primi tentativi per lo svolgimento dei papiri ercolanesi, Napoli 1907; D. Bassi, Altre lettere inedite del p. A. P. e spigolature dalle sue "Memorie", ivi 1908.

Leodegario Picanvol
PIAGHE DI EGITTO. - Portenti punitivi operati da Dio per mezzo di Mosè e Aronne in Egitto in seguito ai reiterati rifiuti del Faraone di lasciare in libertà il popolo d'Israele. Sono dieci e si succedettero nell'ordine descritto in Ex. 7, 14-12, 26. In Ps. 78, 44-52; 105, 27-36, l'ordine è un po' diverso e l'elenco incompleto; un commento ed amplificazione poetica, per gli scopi didattici del libro, è in Sap. 11, 14-20; 16, 1-18, 25, con più ampio riferimento alla nona e decima piaga.

Si possono, in qualche modo, classificare in 5 coppie : p. dell'acqua (fiume rosseggiante, rane: Ex. 7, 14-8, 15); p. dalla terra (zanzare, mosche: ibid. 8, 16-32); p. dal fuoco (?) (peste degli animali e contagio di ulceri : ibid. 9, 1-12); p. dall'aria e dal vento (grandine, cavallette : ibid. 9, 13-10, 20); p. dal cielo (tenebre, morte dei primogeniti : ibid. 10, 21-12, 36 ).

1) L'acqua del Nilo convertita in sangue (Ex. 7, 14-25). Aronne stese per comando di Dio la sua verga (id. ibid. 4, 2 sgg.; 7,8 sgg.) sulle acque del fiume, e queste "si cangiarono in sangue": ossia presero un colore sanguigno e diventarono mortifere per i pesci. Il flagello durò 7 giorni (v. 22 : i maghi del Faraone riuscirono ad imitare, sembra in poca quantita d'acqua, il prodigio). Può scorgersi un'analogia nel fenomeno del "Nilo rosso", quando il fiume in crescenza, verso la fine di giugno, assume un colore rosso-nereggiante (dovuto probabilmente ai sedimenti asportati dalla corrente), colore che peraltro è intenso soltanto nel corso superiore del fiume: ma anche in tal caso le acque non sono affatto nocive a uomini o animali, come invece è supposto nel racconto biblico, ove il fenomeno è presentato con una intensità e misura che oltrepassa ogni limite naturale.
2) Infestazione di rane (ibid. 7, 26-8, 11). Dopo sette giorni, Aronne stese nuovamente la sua mano sul fiume: e dalle acque balzò fuori un esercito di rane che invasero il paese e penetrarono nelle case e nei più segreti ripostigli degli Egiziani. I maghi riuscirono con i loro sortilegi a far venire le rane, ma non a farle sparire (ibid. 8, 3: in seguito si mostrarono impotenti ad imitare gli altri prodigi, e furono costretti a riconoscere "il dito di Dio") : esse morirono dopoché Mosè ebbe supplicato il Signore per la cessazione del flagello. E normale il moltiplicarsi delle rane (o delle zanzare e altri insetti) nelle paludi del Nilo, quando le acque dopo la piena si ritirano. Ma le circostanze fanno chiaramente risaltare (come negli analoghi casi che seguirono: cavallette, rafani, zanzare) il carattere prodigioso del racconto biblico: il fenomeno si verificò in
misura incudita, forse fuori stagione, sulla semplice parola di Mosè, come poi ad un tratto cessò per ordine del medesimo.
3) Le zanzare (ibid. 8, 12-15; ebr. bionim, il cui significato non è sicuro; Volg. sciniphes). Sembra trattarsi di minuti insetti simili a zanzare, assai molesti (frequentissimi nelle paludi attorno al Nilo quando il fiume rientra nel suo letto). L'invasione fu tale che la stessa polvere dell'Egitto sembrava cambiate in nugoli d'insetti (ibid. 8, 13).
4) I mosconi o rafani (ibid. 8, 16-28; ebr. 'drābh, d'incerto significato; Settanta kynomyia; Volg. coenomyia " mosca canina "). Preannunziati da Mosè, penetrarono a sciami nelle abitazioni private ed in ogni angolo del paese, ad eccezione della regione di Gessen, abitata dagli Ebrei, e recarono grave danno agli uomini e alle bestie. Anche questo flagello cessò d'improvviso per la preghiera di Mosè, ottenuta dal Faraone la promessa di rilasciare gli Israeliti.
5) Peste epizootica (ibid. 9, 1-7). Una grave epidemia colpì il bestiame, uccidendo un gran numero di cavalli, asini, buoi, pecore e cammeili, mentre il bestiame degli Israeliti fu risparmiato.
6) Contagio di ulceri (ibid. 9, 8-12). Questa p. è analoga alla precedente. Avendo Mosè ed Aronne per comando di Dio lanciato cenere verso il cielo, cominciò subito ad infierire uno spaventoso contagio di pustole o tumori (di natura non accertata: "ulceri" secondo Settanta e Volg.), che fece ulteriore strage di animali e anche di uomini.
7) La grandine (ibid. 9, 13-35). Fu preannunziata da Mosè un giorno prima per dare tempo di ritirare il bestiame dai campi. In Egitto il bestiame è ai pascoli da genn. ad apr.; e la p. della grandine avvenne appunto verso il mese di febbr., quando l'orzo aveva già messo le spighe ed il lino era in fiore : ibid. 9, 31. L'indomani Mosè stese il suo bastone verso il cielo : seguirono tuoni, fulmini ed uno scrosciare di grandine grossa ed impetuosa, quale non si era mai vista, che schianto gli alberi, distrusse l'erba e uccise le persone e le bestie che erano nei campi. La grandinata dovette apparire tanto più straordinaria, in quanto nell'Alto Egitto non cade mai pioggia, e nel Basso Egitto, ove avvennero questi fatti, le precipitazioni atmosferiche sono rare. Il flagello, mentre devastò per lungo tratto il territorio d'Egitto (almeno una gran parte del delta del Nilo), risparmiò completamente la regione di Gessen, ove erano gli Ebrei. Lo stesso Faraone ne resto duramente colpito. La settimana p. è poeticamente descritta in Sap. 16, 16-19, ove tra l'altro è detto che pioggia e grandine erano accompagnate da un fuoco che conservava, pur in mezzo all'acqua, la sua energia devastatrice e consumava i prodotti dei campi : anche nel racconto lineare di $E v .9,29$ si parla di un fuoco : lampi e fulmini.
8) Le cavallette (ibid. 10, 1-20). Persistendo il Faraone nella sua ostinazione, Mosè per ordine di Dio stese la sua verga sulla terra e tosto si levò dall'Oriente un impetuoso scirocco, che riversò sul paese uno sterminato numero di cavallette, le quali completarono la devastazione, distruggendo tutta l'erba e i frutti degli alberi che la grandine aveva risparmiati. Questo flagello è abbastanza noto nelle campagne orientali. Favorite dai venti caldi del sud e dell'est, le cavallette si spostano in sciami fittissimi per più lontani pascoli, e, dove piombano, è la desolazione. Ma il carattere prodigioso dell'ottava p. risulta dalle circostanze del racconto biblico.
9) Le tenebre (ibid. 10, 21-28). Continuando Faraone nel solito gioco di promesse non eseguite, Mosè per comando di Dio stese la sua mano verso il cielo, e una fitta tenebra avvolse il paese, a tal segno che nessuno poteva più scorgere le altre persone né muoversi dalla propria dimora; ma non mancò la luce nella zona abitata dagli Ebrei. Si può ravvisare un'analogia nel noto vento del sud, detto fumale, che non di rado, in primavera, si abbatte sull'Egitto, sollevando nell'aria un immenso nugolio di sabbia e polvere che alle volte ottenebra il cielo in pieno giorno. Ma le tenebre qui descritte furono di una intensità e durata incomparabilmente più grande. Il portento è ampiamente descritto in Sap. 17, 1-21, che offre un bel

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saggio di commento e amplificazione poetica di un episodio che la fonte storica (Ex. 10, 23) riferisce nei sobri tratti essenziali.

Io) La morte dei primogeniti (ibid. 11, 1-10; 12, 29-35). Dopo le precedenti nove p., che colpirono gli Egiziani nei loro beni e nel loro bestiame, in parte nelle persone, fu minacciato da Mosè e poi inflitto l'ultimo e più tremendo castigo: la morte dei primogeniti. In quella occasione furono date da Dio le prime disposizioni per il sacrificio dell'agnello, del cui sangue dovevano essere segnate le case degli Israeliti (ibid. 12; v. pasqua).

Il 14 giorno di visón (che poi in ricordo dell'avvenimento segnò il primo mese dell'anno religioso) l'angelo sterminatore colpì, nottetempo, tutti i primogeniti degli Egiziani, dal figlio del Faraone a quello dell'infima schiava, nonché i primi nati degli animali; ma non entrò nelle case degli Israeliti, le cui porte erano segnate con il sangue dell'agnello. Il Faraone, impressionato per la sorte toccata al suo primogenito e per il grave lutto del paese, concesse finalmente agli Israeliti il permesso di partirsene con le loro famiglie e con tutti i loro beni e averi.

Molti di questi portenti (l'infestazione delle rane, zanzare, cavaliere e altri insetti, come pure i fenomeni del fiume rosseggiante e della fitta tenebra) presentano indubbie analogie con fenomeni soliti a verificarsi, in determinate circostanze e stagioni, nell'Egitto inferiore. Dio, per punire gli Egiziani, poté servirsi degli elementi e forse della natura, ma in tali circostanze e con tanta gravita che divennero un vero flagello e si vide chiaramente «il dito di Dio» (Ex. 8, 15 : Hummelauer, Vigouroux, Mallon, Vaccari, ecc.). Volerli pertanto ridurre a semplici fatti naturali, sia pure di una certa intensità, ma studiosamente amplificati dall'autore per presentare in una cornice di prodigio la liberazione del suo popolo dalla servitù di Egitto, come vogliono molti razionalisti, dopo A. Du Boys (noto membro della spedizione scientifica in Egitto al tempo di Napoleone), è falsare il racconto biblico. E ovvio che nel sacro testo le dieci p. sono presentate come reali portenti, operati da Dio in prova e sostegno della missione di Mosè, e come tali riconosciuti dallo stesso Faraone. Ma se fossero stati semplici fatti naturali, di quelli che si ripresentano con una certa regolarità o periodicità, non avrebbero fatto alcuna impressione né su Faraone né sugli Israeliti, né Mosè avrebbe potuto appellarsi ai medesimi, per comprovare la sua missione, senza rendersi ridicolo (P. Heinisch [v. bibl.), p. 78). Il carattere prodigioso risalta all'evidenza dal fatto che questi portenti vengono preannunciati da Mosè e poi si compiono e cessano al cenno della sua parola o per la sua preghiera; essi sorpassino, per intensità ed estensione, qualunque analogo fenomeno; e mentre colpiscono per lungo tratto il paese, risparmiano la regione abitata dagli Israeliti.

Particolarmente miracolosa la decima p. Si è parlato della mortalità infantile, che nell'antichità era assai più frequente a causa della negligenza dei genitori : ma il racconto biblico precisa che non furono i bambini ad essere colpiti, ma i primogeniti, senza distinzione di età.

Alcuni esegeti, anche cattolici, per l'analogia degli accennati fenomeni naturali, hanno tentato di distribuire le dieci p. (del cui ciclo il racconto biblico non offre chiare indicazioni cronologiche) nello spazio di 9 o 10 mesi, dalla fine di giugno o principio di luglio ad apr. (le prime sei tra luglio e sett.; le altre tre dalla metà di nov. alla metà di marzo; l'ultima al 14 di nisán, verso la fine di marzo). Ma sono semplici congetture; il racconto biblico lascia facilmente supporre una più rapida successione degli eventi.

Bibl.: F. Vigouroux, La Bible et les découvertes modernes, II, 6 e ed., Parigi 1896, pp. 312-49; Fr. de Hummelauer, Comment. in Ex. et Lev., ivi 1897, pp. 83-126; A. Mallon, Les Hébreux en Egypte (Orientalia, 5), Roma 1921, pp. 156-47; A. Gemayel, L'bygiene et la médicine à travers la Bible, Parigi 1932, p. 27 sgg.; P. Heinisch, Das Buch Exodus, Bonn 1934, pp. 77-103; G. Rieciotti, Storia d'Iscuole, I, Torino 1934, pp. 212-17; H. Simon - I. Prado, Praclectiones Biblicae, Est. Test., I, 4* ed., Torino 1941, pp. 158-63; I. SchusterG. B. Holzammer, Manuale di storia biblica : il Vecchio Test., ivi 1942, pp. 367-79; H. I. Cladder, Plague, in M. Hagen, Lexicon Biblicum, III, coll. 627-33.

PIAGHE DI GESÚ CRISTO, DEVOZIONE alle. Segni visibili dell'immensa carità di Dio umanato verso gli uomini, le piaghe sono quasi un pegno di salvezza per chi le presenta come interceditrici presso la Divina Giustizia. Cristo conservò anche dopo la Risurrezione tali cicatrici (Jo. 29, 25 sg.) sia per rinforzare la fede degli Apostoli, sia come segno di vittoria e memoriale della Passione redentrice.

I santi le hanno prese, specialmente quella del S. Costato, come mistico luogo di rifugio; è celebre la frase dell'Anima Christi: intra tua vulnera absconde me (H. Bremond, Histoire litt. du sent. rel., III, Parigi 1923, pp. 649-58; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, II, ivi 1923, pp. 132 e 497; III, ivi 1925, pp. 456-596). Le P. di G. C. vengono invocate come fonte di Grazia. Nel popolo fedele la devozione alle S.me P. di G. C. si accrebbe dopo che alcuni santi celebri furono stigmatizzati (s. Francesco d'Assisi, s. Caterina da Siena, s. Gemma Galgani ecc.).

Bibl.: F. de Ossuna, De quinque Plugis D. N. 7. C., Roma 1616; V. Caraffa, Fascetto di mirra, Roma 1655; S. Alfonso de' Liguori, L'amore delle anime, Napoli 1752; id., Riflessioni sulla Passione di Gesù, ivi 1773; s. Bonaventura, Vitis mystica, in Opera Omnia, Quaracchi 1902; K. Richstätter, Die Herz-fetu-Verehrung des deutschen Mittelalters, Ratisbona 1924; N. N. Sinner of the Visitation Convent, Harrow, Devotion to Christ's Sacred Wounds, Dublino 1937; F. Bardellini, Alle anime riparatrici, il S. Volto e SS. Piaghe, Vicenza 1950.

Arnaldo M. Lana
PIANA DEI GRECI (degli Albanesi), diocesi di. - Dal 1937 sede dell'eparchia o diocesi greca con giurisdizione sopra il territorio di Piana staccato da Monreale, e di S. Cristiana staccato da Palermo, e giurisdizione personale sopra le altre parrocchie, chiese, oratòri e case di rito bizantino greco in Sicilia. P. è il più grande tra i comuni italic-albanesi (v.): vi si parla il dialetto albanese toscos, si usa ancora il costume femminile tradizionale e vi fiorisce il rito greco, onde il nome P. dei G.

L'arcivescovo card. Giovanni Borgia concesse agli Albanesi due feudi, Merco e Aindingli in Val di Mazara (atto 30 ag. 1488 del notaio N. Altavilla di Palermo). Sorsero parecchie chiese e oratori rurali. Verso il 1590

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(da La Ministara del Sacramentario d'Ierea, e di altri Caduti Warmendiani, a cura di L. Mephani, Città del Vaticano 1831, Ipp. 3)
Pianeta - Vescovo con p. Miniatura del Sacramentario fatto eseguire dal vescovo d' Ierea Varmondo ( 165 1012) - Ierea, Biblioteca capitolare.
li e 6 parrocchie, quella di rito latino nella chiesa di S. Vita, ceduta a un cappellano di questo rito il 18 nov. 1590 (atto del notaio Pietro Vienna di Monreale). In P. primeggia il culto della patrona Madonna Odigitria e di s. Giorgio e s. Demetrio compatriovi. Istituzioni: il Seminario, sorto per lo zelo del p. G. Guzzetta (v.) nel 1734 e ora dotato di nuovi locali per le cure della S. Congregazione per la Chiesa orientale; Collegio di Maria; casa delle suore basiliane; Istituto universitario a Palermo; Istituto orfani dei contadini affidato ai Basiliani; asilo infantile; ospedale (1626); ricovero di mendicità.

Bres.: P. Rodotà, Dell'origine, progresso e stato presente det rito greco in Italia, III, Roma 1763; G. La Mantia, I capitoli delle colonie greco-albaveri di Sicilia, Palermo 1904; G. Millunzi, Dei pittori monrealesi Pietro Antonio Novelli e Pietro Novelli figlio, in Arch. stor. sicil., 1912, pp. 38-87; G. Schirò, Canti tradizionali ecc., Napoli 1923; G. Petrotta, Popola, lingua e letter. alb., Palermo 1931; C. Gatti-C. Korolevskij, I viti e le Chiese orientali, I, Genova 1942; anon., Incontro ai fratelli separati di Oriente, Roma 1945.

PIANCIANI, Giambattista. - Fisico e filosofo, n. a Spoleto il 17 ott. 1784, m. a Roma il 23 marzo 1862. Gesuita dal 2 giugno 1805 , dal 1824 professore di fisico-chimica nel Collegio Romano, si distinse specialmente nel campo dell'elettricità e del magnetismo. Passato all'estero per i moti rivoluzionari del 1848, fu negli anni 1849-50 professore di dogmatica nel Georgetown College a Washington. Di ritorno nel 1851, diventò collaboratore assiduo della Civiltà cattolica nascente.

Sebbene scopritore di particolari, la sua mente era più portata verso la sintesi, con dovizia di erudizione aperta ai progressi. Il principale studio di tutta la sua vita è un commento concordistico alla storia mosaica della creazione, opponendosi alla voga del razionalismo biblico e specialmente al "mitismo" di D. Strauss, impresa allora di grande merito. Benché facesse vedere «la concordia della rivelazione e della tradizione con la scienza» (A. Secchi), spiegando della creazione ale fasi del suo svolgimento con la scorta biblica e con la filosofia naturale $»$, oggi ogni concordismo (v.) è abbandonato.

Opere principali : Istituzioni fisico-chimiche (4 voll., Roma 1833-34); Elementi di fisico-chimica (2 voll., Napoli 1840-41); Saggi filosofici (Roma 1855); Nuovi saggi filosofici (ivi 1856). La più grande opera è In historiam creationis Mosaicam commentarius (Napoli 1851, ristampato da A. Crampon in Commentaria in Scripturam Sa-
cram... Cornelii a Lapide, I, Parigi 1861, pp. 54-135). La Cosmogonia naturale comparata col Genesi è una ristampa di articoli della Civiltà Cattolica apparsi negli anni 1858-62.

Bris.: Sommervogel, VI, coll. 685-91; L. Koch, c. v. in Jesuitenlex., Paderborn 1934, col. 1422 sgg. Necrologi; G. F [antoni], in Civ. Catt., 1862, II, pp. 102-107; J. J. Ryan, in Woodstock letters, 30 (1901), pp. 100-101; A. Secchi, Intorno alla vita e alle opere del p. G. P., diworsa letto all' Accad. Tiberina il 17-5166: Roma 1862 (con cluson annotato delle opere). Pietas Vidas

PIANETA (Planeta, casula, amphibolus). - Sovravveste sacra, propria dei sacerdoti nella celebrazione della Messa. Nell'uso attuale, da due o tre secoli, è formata da uno scapolare a due lembi (posteriore largo $65-75 \mathrm{~cm}$., lungo $1,05-1,15 \mathrm{~m}$., anteriore più breve).

Si distinguono 4 tipi di p.: a) romano: cucitura dei due lembi sul petto; apertura, per il capo, in forma di trapezio; ornamento posteriore : una striscia verticale "colonna": quello anteriore a forma di T (croce commissa) b) tedesca: cucitura sulle spalle; apertura rotonda; ornamento posteriore una croce, quello anteriore una semplice "colonna»; c) francese: cucitura sulle spalle; apertura come quella romana, meno profonda; ornamento simile a quello tedesco; d) spagnola: cucitura sulle spalle; ornamento anteriore e posteriore solo a "colonna»; la larghezza aumenta verso il basso. Dalla metà del sec. xix si ripristino una forma simile a quella dei secc. xiv e xv. detta poco esattamente p. gotica, di s. Bernardo o di s. Carlo Borromeo.

La p. deriva dall'antica paenula, usata in tutto il mondo greco-romano. Il nome p. (l'etimologia di s. Isi-
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(da M. Dreger, Der pöser Ornat im K. K. Ostert. Museum, Vienna 1866, p. 7)
Pianeta - P. ricamata in seta con Cristo in trono, simboli degli Evangelisti e angeli. Opera della badessa benedettina di Gipsa (Stiria), Cunegonda II (1239-69) - Vienna, Museo storico industriale.

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doro [Etym., XIX, 247] dal greco $\pi \lambda \pi v \tilde{\alpha} \circ \vartheta \pi$ ı non è chiara), invece della voce paenula, occorre nel sec. v ed è nell'uso liturgico già nello stesso secolo; in Spagna prima del IV Sinodo di Toledo del 633 (can. 28). Si portava fuori di Roma soltanto dai vescovi e sacerdoti, a Roma da tutti i chierici (anche dai diaconi, suddiaconi e dagli accoliti). Dal sec. xir è una veste propria dei sacerdoti nella celebrazione della Messa; nelle altre funzioni si usava il piviale.

La forma ampia e lunga fin quasi ai piedi dell'antica paenula si conservò fino al sec. xiri, senza cappuccio, sollevata ai lati sopra le braccia per muovere liberamente le mani, cosiddetta "a campana", assai ampia ed egualmente pendente, interamente chiusa. Poi (sec. xili-xv), per maggior comodità ed anche per economia, si raccordò tagliando i lembi laterali, lasciando solo quello anteriore e posteriore, tagliati anche essi a semicerchio o a punta, finché si è arrivati nel sec. xviri alla forma attuale. Il ritorno all'uso della p. medievale non si può fare di proprio arbitrio, ma occorre uno speciale indulto apostolico (S. Rit. Congr., 11 febbr. 1863 e 9 dic. 1927).

In antico le paenulae profane erano ornate da due clavi purpurei verticali. Come decorazione della p. liturgica si vede sui monumenti un semplice fregio gallonato intorno all'apertura del collo. A partire dal sec. xi venne in uso una fascia verticale divisa all'altezza delle spalle in due braccia oblique (in forma di Y; talvolta la verticale si prolungava fino al collo) per unirsi sul petto e scendere sino all'orlo inferiore; tutta con ricami di ornato o figurazioni di santi. Questo motivo puramente or- namentale venne poi interpretato come una croce; infatti dal sec. xili in Inghilterra, Francia e Germania si mise sulla parte posteriore la croce a braccia orizzontali (nel lembo anteriore una semplice "colonna"). Oggi i tipi ornamentali variano, ispirati talvolta a temi o simboli dell'anno ecclesiastico.

Soltanto dall'ultimo secolo data la prescrizione, ma per fissare un uso secolare, di usare la seta per la p.; le stoffe di mezza-ecta non sono più permesse. Sono conservate nei musei e nelle sagrestie delle cattedrali p. fatte di lana, di tela, di cotone, e durante la guerra dei Trenr'anni quelle di cuoio, o tessute di paglia. Ma di regola furono usate stoffe preziose, talvolta provenienti dall'Oriente (nell'antichità rinomate le fabbriche d'Alessandria, Damasco, Bisanzio; nel medioevo le fabbriche dei Saraceni in Sicilia e in Spagna; presiosi damaschi, broccati e velluti provenienti da Genova, Lucca, Milano e Venezia). Fino al sec. xir prevalsero stoffe di unico colore o disegno, in seguito furono usate di preferenza stoffe con qualche disegno geometrico o floreale, specialmente il melograno (forse in riferimento a $E z .28,33$ ) o con figure di animali veri o fantastici. Questi disegni non erano specificamente cristiani, ma provenivano dall'Oriente.

La p., perché si mette sulle spalle, viene considerata come simbolo del giogo del Signore, e nell'indossarla il sacerdote dice: "Domine, qui dixisti iugum meum suave est... ".
P. piegata (Planeta plicata). - Nei giorni di lutto e di penitenza i ministri sacri, invece della dalmatica o della tunicella, usano la p. piegata; cioè la parte anteriore della p. vien avvolta davanti al petto, o addirittura tagliata poco prima della metà. Il suddiacono, prima della lettura, depone la p. piegata, per riassumerla dopo; il diacono, invece, dal Vangelo alla Comunione, deposta la p., indossa il cosiddetto stolone, per esser più libero nel servire all'altare.

Biss.: J. Braun, Die liturgische Gervandung im Oecident und Orient, Friburgo in Br. 1907; id.. Handbuch der Paramentik, ivi 1912, pp. 119-40; (ed. it., I paramenti sacri, Torino 1914. pp. 93-109); J. Roudin, Vêtements liturg., Parigi 1932; G. Destefani, La S. Messa nella liturgia romana, Torino 1932. pp. 209-21; C. Callewaert, Liturg. Institut., III, 1, Bruges 1937, pp. 66-69. 73; M. Righetti, Man. di stor. liturg., I, Milano 1930. 2* ed., pp. 499-507. Pietro Siffrin
Arte. - Musaici e affreschi dei secc. v, vi e viI (cappella di S. Satiro in S. Ambrogio a Milano, S. Apollinare in Classe a Ravenna, S. Agnese fuori le Mura
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Pianeta - P. con motivi ornamentali indiani. Opera delle Suore Francescane Missionarie di Maria - Roma, Mostra d'arte missionaria 1951 (India).
a Roma, catacombe di S. Ponziano, ecc.) già documentano l'esistenza della p. come parte essenziale dei vestimenti liturgici. Di p. a campana se ne conservano una ventina in Germania, fra cui a Magonza, Monaco, Erfurt, Iburg, Würzburg, Niederaltaich, Deutz, Xanten, Brauweiler e in Italia a Castel S. Elia. Il processo di accorciamento si può seguire nella raccolta di p. del Tesoro del duomo di Halberstadt, mentre Castel S. Elia, nella campagna romana, offre una serie completa di p. nelle diverse fasi di sviluppo.

Tra le p. medioevali, le più antiche, appartenenti al sec. xI, sono due nel Tesoro del duomo di Bamberga e quella famosa di S. Stefano del Tesoro della Corona di Ungheria a Presburgo, tutte e tre lavorate in oro su fondo di seta. Altre notevoli p. dei secc. xir-xiir sono quelle di S. Paolo in Carinzia; del duomo di Erfurt; del duomo di Fermo (riten