ai genitori, la p. si distingue dalla pura giustizia. Vengono in secondo luogo i consanguini, in misura della loro minore congiunzione di sangue e della comune origine prossima (e per ragioni evidenti i tutori e i genitori legali) e in terzo luogo gli altri parenti.
La p. ha pure per termine la patria; con l'aiuto di essa, concretata nello Stato, i genitori possono dare ai figli una vita sociale conveniente, un'educazione opportuna, un perfezionamento intellettuale e una difesa, impossibile altrimenti. Quindi, restando sempre questa relazione di principio dell'esistenza, la p. verso la patria resta obbligatoria anche in caso di emigrazione e di esilio.
La p. verso la patria include secondariamente l'ossequio da prestarsi ai propri concittadini e agli amici della patria, essendo riflesso nei singoli il favore da questi dato alla patria.
Termine della p. sono pure il coniuge per il coniuge (v., anche per i rapporti patrimoniali, coniugi) e i figli per i genitori (v. ProLE).
D'ordine simile, non identico, sono le relazioni verso i padri spirituali (c Ecclesiae praesides et pastores et sa-
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cerdotes patres dicuntur *: Catechismo romano, De IV proecep., n. 8, ed. Benedetti, Roma 1918, n. 320).
II. Limiti della p. e sue violazioni. - La p. nel suo esercizio trova limiti (oltre i quali diventa vizio) nei doveri superiori verso Dio e nei doveri verso le terze persone; cosi non si possono omettere i doveri verso Dio per una p. eccessiva o non fondata; non si devono conculcare i doveri verso i genitori per un amore esagerato verso la patria. Rientra qui la questione del dovere verso i propri parenti, quando alcuno si senta chiamato allo stato religioso (cf. in merito CIC, can. 542; Sum. Theol., $2^{2}-2^{20}$, q. 101, a. 4).
Verso la patria la p. viene lesa per eccesso con il nazionalismo esagerato (esclusione di parità giuridica delle altre nazioni, egoismo economico con scapito della collettivitá, con barriere doganali e immigratorie eccessive, deificazione della patria), per difetto con i tradimenti, le diffamazioni e con un cosmopolitismo che non riconosce i beni delle varie entità nazionali (cf. il detto pagano: "Ubi bene, ibi patria ").
Bim.: oltre i romuni trattati di teologia morale (de quarto de. coloai proecepte o de iustitia), cf. Gaetano da Bergamo, La quattro virtù cardinali con le virtù annesse e co' vizi apposti, Roma 1780 , p. 110 sgg.; C. R. Bihuet, Curios theologiae, II, Brescia 1838, p. 703 sgg.; P. F. Charmot, Esquisse d'une pédagogie familiare, Parigi s. s.; L. Leclercq, La famille, Namur 1933, passim; J. J. Wright, National patriotism in papal teaching, Boston 1942; Codice di morale internazionale, $1^{\circ}$ ed., Roma 1043, nn. 236-52. Sisinio da Romallo
PIETA (arte). - Sembra che il modello figurativo della P., concepito quale pianto della Madonna sul Corpo di Cristo morto, coronato di spine e adagiato sul suo grembo, si sia stabilito prima che altrove nell'arte gotica tedesca. Lo confermano alcune sculture lignee della Germania meridionale, di poco posteriori al 1300 . Tale conciso concetto di P., che fu ulteriormente usato con frequenza n ll'arte nordica nel sec. xiv, è raro nell'arte medievale italiana, dove le prime raffigurazioni del pianto sul Cristo morto appaiono in scene con molte figure, che rievocano il momento successivo alla Deposizione dalla Croce ed antecedente alla sepoltura di Nostro Signore e si vedono spesso inserite nel ciclo della Passione.
Cosi nell'affresco di Giotto della cappella degli Scrovegni (Padova) e nella cosiddetta $P$. di S. Remigio, anonimo capolavoro (Uffizi a Firenze) che fu attribuito dal Vasari all'immaginario Giottino.
Nell'arte italiana una primissima raffigurazione del pianto sul Cristo morto, concepita più come un soggetto di sacra meditazione, che quale immagine della Deposizione, si trova nel pannello datato del 1363 e firmato da Giovanni da Milano. Esso è già un raro esemplare italiano di una vera $P$. diversa nel concetto dalla scena di lamento sul corpo di Cristo deposto sotto la Croce. Nel Quattrocento le raffigurazioni italiane del pianto sul corpo di Cristo morto tendono a semplificarsi in un dramma sintetico, diminuendo sempre più il numero delle figure che assistono alla scena : cioè delle pie donne, dei diversi santi, dei discepoli e dei donatori spesso raffigurati nelle pitture trecentesche. Al punto finale di questo sviluppo iconografico oltre alla Madonna appaiono talvolta s. Giovanni Er. e la Maddalena, e di rado s. Nicodemo e gli angeli. Cosi solo nella seconda metà del Quattrocento si concreta il vero modello iconografico della P. Tale concisa scena di dolore è stata spesso trattata dai pittori padovano-ferraresi del Quattrocento, adattandosi essa in modo particolare allo spirito tardo-gotico della loro arte. Così si ricordano le numerose tragiche $P$. di Carlo Crivelli (Gallerie di Boston e di Detroit, Museo metropolitano di Nuova York, collezione di Brera a Milano, Pinacoteca Vaticana). Anche nella sua $P$. del Louvre, Cosimo Tura segue il concetto di Carlo Crivelli e cosi nel pannello del Museo Correr (Venezia) ove si presenta, per la prima volta in Italia, il mite lamento della sola Maria espresso nella forma che aveva nelle sculture tedesche del Tre-
cento. A tale schema si allacciano pure: la $P$. di Ercole de' Roberti (Galleria Walker, Liverpool) e quella di Francesco del Cossa (Museo Jacquemart André, Parigi), nella quale s. Francesco, più che prendere parte al lamento di Maria, considera il di lei pianto da lontano. In una forma assai tipica è presentata la $P$. del Mantegna, capolavoro di scorcio (Brera, Milano). Per illustrare il concetto della $P$., adottato nel medesimo periodo dell'arte dell'Italia centrale, può servire la pala del Perugino (Uffizi), come l'altra di Domenico Ghirlandaio al Museo di Berlino. Nei primissimi anni del Cinquecento, presentarono il dramma della P. in una sua propria forma pienamente distaccata dalla Deposizione sia Fr. Francia (Iunetta della Galleria nazionale, Londra), sia fra' Bartolomeo della Porta nella sua celebre tela (Palazzo Pitti, Firenze). In un tale clima iconografico è stata concepita la $P$. di Michelangelo (Basilica Vaticana) allogatagli il 27 ag. del 1497. Al soggetto di questo suo capolavoro giovanile tornava in seguito il Buonarroti, durante tutto il percorso della sua lunga vita, lasciandoci di esso tre altre sculture in marmo, tutte e tre diversamente ideate, cioè : la $P$. di Palestrina, che si ammette eseguita verso il 1540 , la $P$. del duomo fiorentino del 1550 e la $P$. Rondanini, opera trovata incompiuta nel 1564 nella casa dove mori il maestro. Fra le diverse $P$. ispirate da quelle di Michelangelo (Marcello Venusti, Baccio Bandinelli, ecc.), la più notevole è quella di Sebastiano del Piombo (Museo civico, Viterbo). Si allaccia ad esse anche quella del Sodoma (Galleria Borghese, Roma). Si deve una $P$. anche a Tiziano (Accademia, Venezia).
Nel suo linguaggio stilistico ben diverso, il barocco ha raffigurato spessissime volte il pianto di Cristo morto secondo il patetico concetto della P. Così si ricorda, prima di tutto, che della corrente caravaggesca si hanno a Roma tre $P$. di Orazio Borgianni (Galleria Spada, Museo del Palazzo Venezia e convento dei Crocigeri), ispirate dal modello formale del Mantegna. Una $P$. del Rubens si trova nella Galleria Borghese. Alla corrente classicistica del primo barocco si devono le diverse $P$. di Annibale Carracci (Roma Galleria Doria; Parigi, Louvre; Napoli, Museo nazionale), la Madonna della P. con i santi protettori di Bologna, capolavoro di Guido Reni (Bologna, Pinacoteca) e la $P$. di Bernardo Strozzi, di proprietà dell'Accademia Ligustica di Genova. Il barocco fiorito produce la $P$. di Antonio Montauti, notissima scultura in marmo, che adorna la cripta Corsini nella Basilica Lateranense a Roma; l'arte ottocentesca, quella di P. Tenerani nella cappella Turlonia della stessa basilica e quella del Dupré nel cimitero di Siena. Anche l'arte di questo secolo ha raffigurato la P. così nelle porte del duomo di Milano, fuse in bronzo da Ludovico Pogliaghi, così in numerose sculture marmoree, fra le quali quella di Ermenegildo Luppi, già nella Galleria d'arte moderna di Roma ed ora a Dublino, l'altra di L. Andreotti nel Sacrario di S. Croce a Firenze. - Vedi tavv. XC11-XC111.
Bim.: K. Künstle, Ibonographie der Christi. Kunst, I. Friburgo in Br. 1928, p. 486 sgg.; A. Venturi, La Madonna. Svolgimento artistico della rappresentazione della Vergine, Milano roso. Witold Wehr
PIETERSBURG, ABBazia NULLUS di. - Nell'Unione sudafricana; il territorio fu distaccato dal vicariato apost. del Transvaal ed eretto il 22 dic. 1901 in prefettura apost. del Transvaal settentrionale, la quale il 13 giugno 1939 fu elevata ad abbazia nullius con il nome di P. Con l'istituzione della gerarchia nell'Unione sudafricana fa parte della provincia ecclesiastica di Pretoria. E affidata ai Benedettini Cassinesi della primitiva osservanza.
Comprende i distretti civili di P., Waterberg, Potgieterstrust, Zoutpans Bergen e Letaba ed ha una superficie di ca. 75.000 kmq . con una popolazione di ca. $716.422 \mathrm{ab}$.
I cattolici sono: 12.594 indigeni, 992 esteri, 262 misti, 1832 catecumeni, protestanti ca. 175.000 , ebrei ca. 3000 , musulmani 3000 e il resto pagani. I Benedettini della Congregazione Cassinese sono 18 e un sacerdote secolare
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indigeno, fratelli 30 , suore 104. Catechisti 69, maestri 179. Stazioni primarie 10, secondarie 59, chiese 12, cappelle 55. Ospedali 2, dispensari 3, scuole elementari 40 , medie 5 , superiori 3 , professionali 2 , normali 1. Varie sono le associazioni pie e di Azione Cattolica.
Bib.: MC, 1950. pp. 172-73: Arch. di Prop. Fide, Relazione, pos. prot. n. $4316 / 50$ : The Catholic directory of South Africa 1571; Cittá del Capo 1951, pp. 310-16. Severis Devosti
PIETISMO. - Il nome di p. venne dato per derisione a un movimento di riforma determinatosi, nel sec. XVII, in seno al luteranesimo tedesco, e fu usato la prima volta, come sembra, nel 1675 a HesseDarmstadt.
1. STORIA. - Il sorgere del p. si spiega con le condizioni religiose della Germania, dopo la guerra dei trent'anni. Il luteranesimo era scosso da continue controversie, i teologi ponevano i libri simbolici sullo stesso piano della S. Scrittura e volentieri cavillavano sulle formule; la teologia era arida, le chiese erano ovunque assoggettate ai signori del luogo, la predicazione non presentava più nulla di vivo, infarcita com'era di mal digerita erudizione e di polemiche fuori posto; il clero, ben provvisto, era pigro e mondano. Il popolo nascondeva spesso gravi vizi sotto una farisaica devozione. Il p. fu una reazione contro questa condizione di cose. Si possono distinguere nella storia del p. tre periodi:
2. Prima di Spener. - La reazione contro il formalismo teologico si manifestò fin dal sec. XVI; ne furono rappresentanti V. Weigel (m. nel 1588) e Giacomo Böhme (v.). Le opere del Weigel non furono pubblicate che nel 1616 1618 e provocarono vivaci discussioni. Il precursore principale di Spener, però, fu Giovanni Arndt (v.). Nella sua opera Vom wahren Christentum (Brunswick 1606 sgg.), egli oppose la vita di Gesù Cristo alla vanità del sapere puramente formale; non si deve però dimenticare che questo p. ante litteram fece la sua comparsa nel quadro della Confessione di Augusta e presenta gli aspetti essenziali del luteranesimo.
3. Durante la vita di Spener. - La storia riconosce in Filippo Giacomo Spener il fondatore del p. propriamente detto. N. a Ribesuvillé (Alsazia) il 23 (25) genn. 1633, ricevette le prime impressioni del "vero cristianesimo" dal cappellano del castello del conte di Ribeaupierre, la cui consorte era sua madrina. Uno dei primi libri che lesse fu quello citato di Arndt, cui aggiunse gli autori puritani inglesi, particolarmente Richard Baxter (Saints' everlasting Rest [1670]). Compì i suoi studi nell'Università di Strasburgo, dove subì l'influsso di due valenti maestri, l'esegeta Sebastiano Schmidt e il teologo Dannhaurer, il quale gli ispirò una grande avversione al formalismo e gli diede il gusto della vita interiore. Dopo la laurea (1659), lo Spener tenne corsi a Basilea, poi a Ginevra, dove seguì con interesse i sermoni del "riformatore " calvinista Giovanni de Labadie (v.), poi a Strasburgo e a Tubinga, dove ebbe contatto con parecchi maestri dell'Università. Libero predicatore a Strasburgo, lo Spener divenne, nel 1666, primo pastore di Francoforte. La necessità della rigenerazione divenne per lui una specie di ritornello. Per una singolare coincidenza, quando Labadie, disgustato dell'indifferenza delle masse, istituì a Ginevra delle " riunioni di pietà ", Spener, che era allo oscuro di tale iniziativa, sentì lo stesso bisogno e invitò i suoi parrocchiani più fervorosi a sostituire ai giuochi domenicali pie riunioni con letture edificanti. Lanciò il suo primo appello nel sermone della 17* domenica dopo la festa della S.ma Trinità del 1669. Tale fu l'origine dei Collegia pietatis, istituiti nel 1670; da questo nome derivò il soprannome di p. o anche di " cristianesimo di conventicole", che fu dato al movimento. Le riunioni avevano luogo nella casa di Spener, due volte alla settimana: si ritornava sulla predicazione della domenica precedente, si leggeva e commentava la pagina del Vangelo relativa, e poi si leggevano opere devote e si facevano canti. A partire dal 1675 , la lettura e lo studio della Bibbia, fatti senz'alcuna preoccupazione di esegesi scientifica, divenne l'oggetto principale di tali riunioni, le quali furono trasferite nella sala delle istruzioni catechistiche. Gli assidui
alle "conventicole" concepirono un sincero orgoglio del loro "vero cristianesimo", e cominciarono a disprezzare apertamente o anche a denigrare tutti coloro che erano rimasti estranei al movimento. Spener si oppose con energia a questa specie di separatismo, ma non poté impedire che il p. degenerasse in un intollerante "bigottismo". Nel 1675 pubblicò i sermoni di Arndt, dimostrando così che egli si collegava direttamente a quel precursore. Vi aggiunse una lunga introduzione che fece un gran rumore e che fu poi pubblicata a parte nel 1678 con il titolo: Pia desideria. In quest'opera si deve cercare l'essenza del p. secondo lo Spener. Si apre con una impressionante descrizione della decadenza del luteranesimo e costituisce una documentazione storica di grande valore, anche se non sono da prendere alla lettera le asserzioni di un "riformatore", troppo incline a calcar le tinte. A rimedio suggerisce i seguenti mezzi di "rigenerazione": c) lettura quotidiana della Bibbia in famiglia o nelle riunioni di pietà; b) sacerdozio universale, cioè sforzo apostolico in tutti i cristiani; c) convinzione che il cristianesimo non è solo un patrimonio di idee, ma, prima di tutto, una vita; d) molta pazienza, carità, dolcezza verso i peccatori, cioè verso i dissidenti, coloro che non praticano il p.; e) riforma delle università nello spirito della "Teologia tedesca ", delle opere del Teutono e di Tommaso da Kempis, con uso frequente della Bibbia; $f$ ) riforma radicale della predicazione, che deve divenire più edificante (presenta come modello i sezmoni di Arndt).
Le idee di Spener furono discusse con passione in tutta la Germania. Si contano più di 500 pubblicazioni o opuscoli di controversia dal 1690 al 1699 . Il critico maggiore fu B. Mentzer, predicatore di Corte a Darmstadt; il Concistorio di Hesse proibì i Collegia pietatis nel 1678. Si lanciò a Spener l'accusa di simpatizzare per le devozioni cattoliche e, siccome si era in guerra con la Francia, di essere un cattivo tedesco. Si criticava, inoltre, lo spirito delle "conventicole", i cui assidui soci affettavano aria di santità. Nel 1686 Spener fu chiamato a Dresda, come predicatore della Corte di Sassonia. Il professore J. B. Carpzov, dell'Università di Lipsia, propose la creazione di Collegia philobiblica tra gli studiosi (una specie di circoli di studi biblici). I principali organizzatori di questo movimento furono due giovani professori, Augusto Ermanno Francke e Paolo Anton. Durante un'ispezione a Lipsia, Spener entrò in contatto con loro, nel 1687. Sotto la direzione di Francke, completamente guadagnato alle idee di Spener, i Collegia presero un andamento "pietista", che era in contrasto con le preoccupazioni scientifiche di prima. Scoppiarono le proteste; Carpzov, irritato, si dichiarò contro il p. e ne divenne uno dei più accesi avversari. Un'ordinanza dell'Elettore di Sassonia ( 10 marzo 1690), proibì lo "conventicole di pietà ". Spener, del resto, aveva perduto ogni credito sull'Elettore per certe osservazioni delicatamente mossegli sulla sua condotta privata. Accertò allora ( 1691 ) volentieri un posto a Berlino, dove morì nel 1705 .
3. Dopo Spener. - Le polemiche intorno al p. continuarono. L'Università di Wittemberg scoprì 283 errori negli scritti di Spener; uno dei libelli più violenti contro di lui fu quello del pastore Roth de Halle: Imago pietismi. Ma Spener aveva avuto la fortuna di ottenere dall'Elettore di Brandeburgo nel 1694 la creazione nell'Università di Halle di una facoltà di teologia, nella quale aveva potuto collocare, come professori, i suoi più fedeli sostenitori: Breithaupt, Francke, Paolo Anton, Michaelis, Lange, Hernachmied. Questa facoltà divenne, dopo Spener, una delle cittadelle del p. Un altro centro fu l'Università di Tubinga (Württemberg) con i professori Jäger, Pfaff, Hochstetter, Reuchlin. Ma, mentre la scuola pietista di Halle, sotto l'impulso di Francke, restò nello stretto campo della pietà, quella di Tubinga assunse un aspetto più scientifico e penetrò più profondamente nel clero e nel mondo intellettuale. Il principale avversario del p. nel sec. xviri fu Valentino Löscher, che nella sua opera Timotheus verinus (1711-22) contro il professore pietista Lange di Halle, diede le seguenti caratteristiche del p.: 1) indifferenziano dottrinale, mascherato di pietà; 2) disprezzo dei Sacramenti; 3) mancanza di rispetto verso il ministero sacro,
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reso schiavo delle forme di pietà; 4) confusione della fede con le opere nella giustificazione; 5) tendenza al millenarismo; 6) limitazione dell'efficacia della Grazia di Dio; 7) tendenza al misticismo; 8) moticolosità nella condanna degli adiophora; 9) distruzione dei subsidia religionis (Chiesa visibile, confessioni di fede, direttori liturgici); 10) indulgenza verso i settari illuministi; 11) "perfettismo» che identifica l'attività cristiana con la crescita della fede e richiede * il completo annientamento del vecchio Adamo"; 12) "riformismo" che limita la chiesa al mondo dei a rigenerati $* ; 13$ ) separatismo.
Combattuto contemporaneamente dall'Aufklärung (Wolff, Semler) e dal luteranesimo ortodosso, il p. perdette a poco a poco il suo prestigio. Si è conservato fino ai nostri giorni come spirito in seno al luteranesimo, ma tenendosi in disparte e restando in pace con la gerarchia e con l'ortodossia.
II. Dottriana e influsso. - Si può così riassumere la dottrina del p. : 1) un vero teologo deve essere rigenerato. La teologia dei non rigenerati non è che una filosofia inammissibile nelle cose divine; 2) mediante la rigenerazione, la volontà dell'uomo decaduto ridiventa capace di bene; l'illuminazione dell'intelligenza non è che un aspetto accessorio e si verifica sempre, quando avviene la trasformazione della volontà per opera dello Spirito Santo; 3) adiophora o azioni moralmente indifferenti non esistono. Tutto o è bene o è male. Tutto ciò che non tende all'onore di Dio e di Gesù Cristo è cattivo, soprattutto la danza, il gioco, il teatro; 4) ogni cristiano rigenerato è apostolo, deve lavorare e diffondere il Regno di Dio.
Una tale dottrina non poteva non avere un profondo influsso nella società luterana del tempo. Mediante il p. si diffusero le opere di carità; ne diede l'esempio soprattutto il Francke, che si occupò dei fanciulli poveri e abbandonati. Il p. ebbe una grande influenza sul movimento razionalista dell'Aufklärung che era, per se stesso, una reazione contro la teologia inaridita del vecchio luteranesimo. Ma mentre l'Aufklärung ne fu la reazione del cervello, il p. ne fu la reazione del cuore. La filosofia razionalista fu combattuta dal p., ma sul piano pratico e non su quello intellettuale. Il p., dividendo il campo luterano, favorì l'Aufklärung, proprio come il puritanesimo aveva favorito l'ingresso del libero pensiero in Inghilterra e il giansenismo l'avvento del filosofismo in Francia. Ciò nonostante, il p. guadagnò alla sua causa persino alcuni filosofi: Kant era sbuuanto pietista, almeno di formazione e di educazione, ma non aveva trovato affatto in tale formazione un preservativo contro l'agnosticismo. Occorre da ultimo ricordare l'influsso del p. sull'orientamento del conte Zinzendorf (v.) nella fondazione della setta dei Fratelli Moravi. L'opera dello Zinzendorf si può considerare come un prolungamento del p.
BibL., J. G. Walch, Histor. und theol. Einleitung in die Religionsstreitigkeiten der evang. lather. Kirche, 3 voll., Jena 17301739; A. Theilch, Der Geist der luth. Theologen Wittembergs in Verlaufe des XVII. 7ahrh., Amburgo e Gotha 1852; H. Schmidt, Die Gesch. des Pietismus, Nördlingen 1863; A. Ritschl, Gesch. des Pietismus, 3 voll., Bonn 1884-86; E. Sachssc, Ursprung und Wassen des Pietismus, Wiesbaden 1884; H. Ploijel, Der Schto. Pietismus in seinen Bezich, zu Deutschland, Lund 1935; L. Cristiani, Pitiisme, in DThC, XII, coll. 2084-93. La più recente bibl. in J. Körner, Bibliogr. Handbuch des deut. Schriftums, Derna 1949. pp. 199. 348. 321 .
PIETRA, CULTO della. - Il culto della p. è universale e lo si trova o in atto o allo stato di sopravvivenza sotto ogni latitudine.
Una p. può assumere per il primitivo un valore mistico, e quindi sacro, a seconda della forma e della qualità ed essere ritenuta come incorporazione di spiriti possenti, capaci di produrre, se abilmente provocati, gli effetti più mirabili. Le p. pertanto sono adoperate come mezzo magico di prim'ordine. Possono provocare la pioggia in tempo di siccità, se gettate nell'acqua, come fanno i Samoani, e se spruzzate di acqua, come facevano i Romani con il lapis manulis nella cerimonia dell'aquaelicium; ovvero possono procurare fertilità agli alberi, ai campi, alle persone. Le p. megalitiche sono ritenute un mezzo fertilizzante per le giovani coppie che si appressano ad esse
e vi si stropicciano perché ritengono chiuso in esse lo spirito degli antenati. Presso i Bhil dell'India centrale p. di tipo megalitico sono ritenute albergo provvisorio delle anime dei defunti e si trovano per solito a distanza dalla tomba; ma se il sepolto è ivi caduto per morte violenta, o di fulmine o per morso di animali, il megalito viene edificato proprio nel luogo della morte ed ha significato di fertilizzazione dei campi a causa del morto che ivi giace sepolto. La p. con il suo carattere di stabilità è simbolica garanzia del mantenimento delle promesse e dei patti; perciò su di essa si pronunciano i giuramenti. Così il novizio brahmano tenendo un piede su di una p. giura di mantenersi saldo nel suo proposito; e in Atene gli arconti dinanzi a una p. giuravano di salvaguardare le leggi della città. In Roma dal tempio di Giove Ferettio si prendeva la pietra sacra (lapis silex), che i feciali portavano con sé recandosi a stringere trattati, e per lucem lapidem si giurava. Sacre erano anche p. (termini) che segnavano il confine della proprietà : ad esse si rendeva culto nelle feste Terminali.
Il culto della p. è documentato fino dall'epoca preistorica, come dimostrano i monumenti megalitici. E noto il culto che i preistorici ebbero per l'ascia (e che si trova ampiamente documentato anche nella civiltà minnica), culto dimostrato anche dal folklore, nel quale le asce di pietra e le cuspidi di freccia sono considerate di provenienza celeste e chiamate "pietre di fulmine». Come metterriti vanno considerate la p. nera incassata nella testa del simulacro di Cibele e la p. adorata dagli Arabi pagani nella Ka'hah alla Mecca, il cui culto si è perpetuato nell'islamismo. Il culto della p., sia aniconica (a forma di cilindro o di cono o squadrata) sia rozzamente scolpita, si trova diffuso in tutto l'Oriente anche in epoca storica (v. mitico). Presso i Cananei era diffuso il culto dei "luoghi alti" su cui si ergevano pietre sacre (maizikhah) alle quali si diresse, nonostante la protesta dei profeti, il culto degli Ebrei. Il simulacro di Afrodite a Pafo era una p. conica e tale era la p. nera di Emesa. Una p. conica a punta ovoidale era anche l'omfalo di Delfi. P. sacre erano anche le erme che si ergevano in Grecia a protezione dei crocicchi; pietre che poi assumsero l'aspetto e il significato del dio Ermete. Sull'abbondanza dei simulacri di p. nei santuari di Grecia è testimonio Pausania.
BibL.: J. De Wisser, Die nichtmenschengestaltigen Götter der Griechen, Leida 1903; S. Reinach, Les monuments de pierre brute dans le langage et les croyances populaires, in Cultes, mythes, religions, III, Parigi 1908, p. 366 sgg.; Robertson Smith, The religion of the Semites, $3^{4}$ ed., Londra 1927; W. Kirfel, Vom Steinhalt in Indien, Leida 1933, pp. 163-72, nel volume onorario per P. Habler, A. Bertholet, Uber luditische Mutienseschiebung. in Sitz. Preuss. Acad. Wiss., 18 (1938), pp. 164-84; W. Koppers. Monuments in the dead of the Bhils, in Annali Lateranemi, 6 (1942), pp. 177-206; M. Eliade, Traité d'histoire des religions, Parigi 1949, pp. 191-210; G. R. Lavy, The gate of hore, Londra s. d., pp. 123-66.
Nicola Tzardo
PIETRA SACRA (petra sacra, tabula sacra; gestatorium, itinerarius, viaticum). - Lastra quadrata o rettangolare ( $25 \times 30 \mathrm{~cm}$.) consacrata dal vescovo e contenente un incavo per riporvi reliquie di santi martiri, serve come altare per celebrarevi la S. Messa, ovunque non vi sia un altare consacrato fisso.
Vien detta altare portatile o gestatorio, perché trasportabile da un luogo all'altro, specialmente adatto per i viaggi (altare itinerarium, altare viaticum, lapis itinerarius); si dice anche superaltare, perché s'inserisce in un altare non consacrato mobile o fisso. Il CIC, can. 1197, 1, a prescrive che sia una sola pietra naturale intatta, così ampia da contenere l'Ostia e la maggior parte del calice. Incominciò ad usarsi dopo Costantino quando l'altare nella chiesa finora mobile divenne fisso e non fu più permesso di celebrare la S. Messa fuori d'un altare consacrato. Le prime notizie sicure nell'Occidente sono del sec. vi (da una lettera del 511 indirizzata a due sacerdoti inglesi che andavano missionari in Bretagna); ma forse era già in uso perché nella lettera è considerata come cosa ben conosciuta e necessaria per celebrare la S. Messa nei viaggi. Poi s. Beda racconta di due s. Ewaldi, missionari presso i Sassoni, che portarono con sé una
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tavola per far le veci d'un altare. Nel primo millennio si usavano tavole di pietra o di legno (p. es., la tavola di quercia rivestita di lamine d'argento trovata nel sepolcro di s. Cutberto a Durban, Irlanda); spesso la p. s. era inserita nella tavola di legno o inquadrata in una cornice o cassetta di legno; talvolta poi era molto piccola, di perfido, d'onice, di cristallo di rocca, o anche d'ardesia; le reliquie si mettevano tra la pietra e il legno circostante o nella cassetta di legno. Queste ultime oggi non sono più permesse (decr. aut. 3162 del 31 ag. 1867). Nel medioevo si preferiva la forma rettangolare, talvolta anche ovale o rotonda; poi dal sec. xv la forma quadrata. La dimensione varia da $48,5 \times 36,7$ e $12,5 \times 7,5 \mathrm{~cm}$. (la più piccola p. s. è del Portatile d'Egberto a Treviri e misura $2,4 \times 2,4 \mathrm{~cm}$.). S. Carlo Borromeo prescrive $36 \times 29 \mathrm{~cm}$.; il codice nota soltanto una misura sufficiente da contenere l'Ostia con la maggior parte del piede del calice. Nella consacrazione di un altare fisso non mancavano mai le reliquie da includersi nel sepolcretto; per i portatili, invece, nel medioevo fino al sec. xim. non c'erano disposizioni precise. Come segni della consacrazione s'immettevano piccole croci fin dal sec. xv.
Fuori della chiesa o di un oratorio, pubblico o semiquibilico, possono celebrare la S. Messa sull'altare portatile solo coloro che ne hanno il privilegio.
Bibl.: J. Braun, Der christl. Altar, I, Monaco 1924, pp. 419-517; M. Righetti, Mao, di st. liturg., $2^{2}$ ed., I, Milano 1950, pp. $428-30$.
Pietro Siffrin
PIETRASANTA, Jacopo da. - Architetto operante in Roma dal 1452 al 1490 . Fu dapprima, a quanto sembra, semplice tagliapietra e imprenditore di lavori, esecutore cioè di disegni di altri artisti.
Come tale lavorò alle fabbriche del Campidoglio (1452); nel Vaticano per la loggia della benedizione sotto Pio II (1463-64), e poi con Meo del Caprina e Giovannino de' Dolci nei grandi lavori compiuti sotto Sisto IV; e nel sacro convento di Assisi (1473). Nel 1483 è indicato come "magister architectorum" per la chiesa di S. Agostino, di cui la critica propende ad attribuirgli non solo la costruzione, ma lo stesso progetto, proprio per l'incoerenza della sua impostazione, in cui sono incertamente fusi elementi gotici e rinascimentali, e che si spiega ritenendola opera più di costruttore che di architetto.
Bibl.: P. Tomei, L'architettura a Roma nel Quattrocento, Roma 1942, passim.
Mario Zocca
PIETRASANTA, Silvestro. - Apologista ed erudito gesuita, n. a Roma nel 1590 , ivi m. l'8 maggio 1647. Fu successivamente professore di Lettere a Fermo, teologo di mons. Luigi Carafa, nunzio apostolico a Colonia, visitatore apostolico dell'Istituto delle Scuole Pie. A lui fu attribuita, senza fondamento, una parte rilevante nelle difficoltà interne, che turbarono gli Scolopi dopo la visita apostolica. Introdusse l'uso delle linee e punti indicativi dei colori negli stemmi gentilizi.
Tra i suoi numerosi scritti sono da ricordare: Racconto dell'elezione di mons. G. F. Greiffenclas in arciv. di Magonza (Liegi 1626); Iter fuldense (ivi 1627); Iter moguntinum (ivi 1629); Legatio apostolica A. Carafae obitu ad tractore Rheni (ivi 1634) : queste operette hanno particolare interesse per la storia religiosa della Germania; Notae in epistolam Petri Molinaei ad Balzacum (Anversa 1634); Calvinianus Verbero et in eum vindiciae vapulares (Loreto 1639); Breve esplicatione delle litanie della B. V.M. (Roma 1643); Thaumasia verae religionis contra perfidiam sectarum (2 voll., Roma 1655).
Bibl.: U. Toselli, Compendio storico della vita di s. Giuseppe Calasanzio, Firenze 1824, passim; P. Boero, Sentimenti e fatti del p. S. P. in difesa di s. Giuseppe Calasanzio, Roma 1847; Sommervogel, VI, coll. 727-38; L. Koch, s. v. in Tesutino-Lexikon, Paderborn 1934, col. 1428.
Goffredo Mariani
PIETRO, santo, martire : v. marcellino e pietro, santi, martiri.
PIETRO d'Abano. - Medico e filosofo, n. ad Abano (Padova) nel 1257, m. a Padova ca. il 1315.
Compiuti i primi studi a Padova, dopo molti viaggi fu a Parigi, dove insegnò in quella Università filosofia e medicina; tornato a Padova, insegnò per vari anni nell'Università, destando però le preoccupazioni delle autorità ecclesiastiche. Prosciolto, in vita, dall'accusa di cresia, dopo 40 anni dalla morte, sottoposti i suoi scritti a nuovo processo, venne condannato e le ceneri dissepolte e bruciate.
P. d'A. è considerato da alcuni (Ferrari, Pincherle Calogero) come l'introduttore in Italia dell'averroismo (v.) latino. In realtà egli ha condannato come erronea ed empia la tesi dell'unità e unicità dell'intelletto agente (Thorndike, Nardi). P. fu un astrologo credulo e conseguente, e, in quei tempi, averroismo, astrologia, eresia, incredulità erano divenuti termini quasi sinonimi.
Opere principali : Conciliator differentiarum philosophorum et praecipue medicarum (Venezia 1476); Liber compilationis physionomiae (ivi 1482); Expositio problematum Aristotelis (Padova 1482); fra le inedite va ricordato il Lucidator astronomiae (cf. P. M. Duhem, Le système du monde, IV, Parigi 1913).
Bibl.: S. Ferrari, Intorno ai tempi, alla vita, alle dottrine di P. d'A., Genova 1900; B. Nardi, La teoria dell'unimo secondo P. d'A., in Riv. di lito, noncol., 4 (1912), p. 723 sgg.; L. Thorndike, A history of magic and experimental science, Londra 1923, pp. 917-46; C. Giacon, P. d'd. e l'aweroismo padovano, in Atti XXVI Rionione della S.I.P.S., Roma 1938, pp. 334-39.
Carlo Giacon
PIETRO d'AHLY: v. aHLY, PIERBE d'.
PIETRO d'Alcantara, santo. - Francescano, promotore di una riforma nell'Ordine.
I. Vita. - N. ad Alcantara (Estremadura) nel 1499, m. ad Arenas (diocesi di Avila) il 19 ott. 1562. Studió all'Università di Salamanca (1513-15), indi entrò tra i Francescani a Los Majaretes. Poco dopo il 1519 , ancor prima di essere ordinato sacerdote, fu inviato come superiore a fondare il convento di Badajoz. Ricevuta l'Ordinazione (1524), passò superiore a Robredillo, indica Placencia, e nuovamente a Badajoz, finché nel 1532 ottenne di raccogliersi a vita più ritirata nel convento di S. Onofrio de La Lapa. Nel 1538 fu eletto provinciale della provincia scalza di S. Gabriele.
II. Gli inizi della riforma alcantarina. - Giá durante questa carica aveva redatto per i suoi religiosi Statuti molto severi, approvati nel Capitolo di Plasencia nel 1540. Ma l'inizio della sua riforma lo si ebbe nel 1544, quando, con il consenso di Giulio III, si ritirò nella piccola chiesa di S. Croce di Cobollas, presse Coira, ponendosi sotto l'obbedienza dei Conventuali, per le difficoltà incontrate presso gli Osservanti che vedevano nel suo tentativo il pericolo di una nuova divisione interna dell'Ordine. Nel 1555 costruì il celebre convento de Pedroso, seguito da altri. Nel 1556 il Commissario generale dei Conventuali eleggeva P. d'A. a Commissario generale dei conventi dei Riformati di Spagna. Da questo momento la custodia prosperò largamente, ottenendo l'approvazione di Paolo IV con il breve Cum a nobis ( 8 mag. gia 1559), che ne permettéva la diffusione anche all'estero. La custodia fu eretta a provincia nel 1561. L'Osservanza fece di tutto perché la nuova Provincia ritornasse sotto la sua obbedienza e finalmente gli alcantarini dovettero cedere, e il passaggio all'Osservanza fu sancito da Pio IV con la bolla In suprema (25 genn. 1562), eseguita solo l'anno seguente. Ma nel frattempo s. P. d'A. moriva. Fu beatificato da Gregorio XV il 18 apr. 1622 e canonizzato da Clemente IX il 28 apr. 1669; Clemente X nel 1670 ne estendeva il culto a tutta la Chiesa. Patrono della diocesi di Coira in Spagna e del Brasile.
III. Lo spinto di s. P. d'A. - Domina la vita di s. P. d'A. un forte spirito di penitenza e mortificazione, da cui procedette anche l'amore intensissimo alla povertà imposta alla sua riforma in maniera strettissima, così da rinnovare gli esempi delle "origini francescane". Attraverso tanto austera ascesi il Santo pervenne ad un altissimo
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(1st. Ene. Cati.)
Pietro D'Abano - Frontespizio dell' Expositio problematun Aristolrìs, Padova 1482 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
grado di orazione e contemplazione, favorito anche di doni mistici e del potere di operare miracoli. La sua santità si irradió non solo mediante il suo apostolato e la sua riforma, ma anche con le relazioni con santi personaggi dell'epoca, quali s. Francesco Borgia e soprattutto con s. 'Teresa d'Avila, che parla di lui più volte nei suoi scritti e che l'obbe per direttore di coscienza e lo trovò sostegno ed aiuto nella riforma del Carmelo.
IV. Gli scritti. - Degli scritti di s. P. d'A. non resta molto: gli Statuti della Provincia di S. Giuseppe, le lettere indirizzate a s. Teresa e a s. Francesco Borgia, e soprattutto il famoso opuscolo Tratado de la oración y meditación sulla cui autenticità tanto si è discusso, senza ancora giungere a una soluzione definitiva e accettata da tutti. La controversia verte sul fatto della grande somiglianza, spesso anche verbale, fra il trattato attribuito al nostro e un trattato simile del celebre domenicano fra' Luigi da Granata, molto più sviluppato. Comunque sembra non doversi dubitare dell'autenticità alcantarina dell'opuscolo cosi come ci è pervenuto. Esso presenta due parti : nella prima viene esposto ed analizzato un metodo di meditazione con due serie di meditazioni svolte sui novissimi e sulla Passione di N. S.; nella seconda si parla più in generale della vita devota. L'opuscolo presenta abbastanza chiari i caratteri della spiritualità francescana, nell'affettività, nella concretezza plastica dei quadri e nella praticità dell'insegnamento. L'opuscolo ebbe larga fortuna, con numerosissime edizioni e versioni in tutte le lingue (in italiano recentissima l'ed. di P. Valugani, Quaderni francescani di spiritualità, 3, Roma 1952).
Bibs., Sbaralea, II, p. 320; A. de s. Bernardo, Vida del glorioso s. Pedro de A., Napoli 1710; Acta SS. Octabris, III, Parigi 1866, pp. 623-809; Leone de Claria, Aureola serafica, IV, Quaracchi 1809, pp. 45-86; René de Nantes, St Pierre d'A. et Ste Thérée, in Etud. Frouclie., 10 (1903), pp. 162-68, 384-94; L. Perez, La provincia de S. Yosí fundada por s. Pedro de A., in Arch. Ibero-Amer., 17 (1922), pp. 145-75; L. Wadding. Annales, voll. xv, xvili, xix, Quaracchi 1933, passim; Martyr. Romanum, p. 461 sg. Riguardo alla controversia sul Tratado: G. Cuervo,
Biografia de Fr. Luis de Granada, Madrid 1896; U. d'Alençon, Louis de Granada et Pierre d'A., in Etud. Franciso., 35 (1923), pp. 198-231; P. Michel Ange, Le "Traité" de st Pierre d'A., ibid., 36 (1924), pp. 63-83, 141-66; id., Editions connues du "Traité de l'oraïson" de st Pierre d'A., in Orient, 14 (1930); 16 (1936) in 7 puntate: id., Les sources d'une vie de st Pierre d'A., in Etud. Francis., 49 (1937), pp. 92-105. 186-212. Alberto Ghinato.
PIETRO d'Alessandria, martire. - Preside della scuola catechetica d'Alessandria, divenne nel 300 vescovo di questa città. La sua fuga durante la persecuzione di Diocleziano causò lo scisma di Melezio. P. mori martire nel 311 .
Dei suoi scritti esistono solo frammenti, dei quali i più importanti sono i 14 canoni penitenziali. Gli Atti sul suo martirio sono leggendari.
Bisc.: raccolta dei frammenti in PG 18, 467 sg. ed. Schwartz, Cod. Vat. gr. 1431, Monaco 1927, p. 98, nn. 4 e s. Frammenti copti in Le Muséon, 45 (1932), pp. 50 sg., 68 sg. ibid., 46 (1933), p. 31. Frammenti nella Catena di Giovanni diacono: Pitra, Spicilegium Solemnesie, t. I, p. 278 sg.; G. Graf, Geschichte der christlich-arabischen Literatur, vol. I (Studie Testi. 118). Città del Vaticano 1941, p. 309. Erik Peterson
PIETRO d'Alfonso. - Medico ebreo (Mosè Sephardī), n. a Huesca (Aragona) nel 1062, convertitosi a 44 anni, m. ca. il 1110 . Profondo conoscitore della Bibbia e dei pensatori arabi, fu battezzato da Stefano, vescovo di Huesca, il 29 giugno 1106 e prese il "cognome" da Alfonso VI re di Castiglia e di León che gli fu padrino e lo tenne per suo medico (P. lo chiama suo «padre spirituale»).
Per rivendicare i fondamenti biblici della sua conversione contro le calunnie dei suoi antichi correligionari, ne espose le circostanze (nel Prologus) e le ragioni nei 18 dialoghi Petri cognomento Alphansi ex iudaeo christiani et Moysi iudaei (l'autore prima della conversione) : «Mosè» propone le difficoltà e "Alfonso" le risolve. L'opera, in stile attraente, è erudita, metodica, interessantissima per la conoscenza delle concezioni anticristiane (specie i primi 4 dialoghi) e del formalismo degli israeliti del sec. xit; ebbe parte cospicua nell'apologetico del tempo. La lodano R. Martini (Pugio fidei, III, 3,4), Vincenzo di Beauvais (Spec. hist., XXV, 118), Matteo Palmieri (Cronaca, a. 1068). Forse gli scritti anticristiani di R. Jacob ben Ruben (Milhamōth "Adhōnaj, 1170) e di R. Sthentōbh ben Jisbāq di Tudela ('Ebhen bōhen) vollero rispondere a P. Fu stampata a Colonia (1536), poi in PL 157, 535672. P. compose anche l'opera didascalico-morale Dieciphina clericalis, in un prologo e 30 favole, tradotto da autori arabi, inserito in un dialogo tra un arabo morente e il figlio; vari novellieri del ' 300 ne dipendono; fu pubblicata (a voll., Parigi 1824) da J. Laboudetre, vicario generale d'Avignone, che vi aggiunse due antichi volgarizzamenti francesi, uno in prosa (sec. xv), l'altro, più antico, in versi; il testo di P. è riprodotto in PL 157, $671-706$.
Bibs.: N. Antonio-J. Labouderie, Naititia historica et litteraria: PL 157, 527-36: P. Fournier, Alphons Pierre, in DHG. II (1914), col. 743 sg. Antonino Romieu
PIETRO d'Alvernia. - Discepolo di s. Tommaso a Parigi, fu dapprima maestro nella Facoltà delle arti, poi studiò teologia sotto Enrico di Gand (v.) e Goffredo di Fontaines. Maestro in teologia verso il 1296, a questa data o non molto dopo disputò i suoi Quadlibeta. Vescovo di Clermont dal 1302, mori nel 1304.
Di s. Tommaso completò il commento al De coelo, alla Politica e, parzialmente, alle Metrore. Ma sulla Politica scrisse anche, da maestro delle arti, un proprio commento. Fu autore inoltre di Quaestiones in Metaphysicam e sui Parva naturalia. In questo primo periodo del suo insegnamento, egli è sotto l'influenza diretta dell'aristotelismo (v.) tomistico. In un secondo periodo l'influenza tomistica è neutralizzata in parte da quella dei suoi maestri di teologia e specialmente di Goffredo, p. es., a proposito del principio d'individuazione (v.), della distinzione tra essenza ed esistenza, del rapporto tra intelligenza e volontà (v.).
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D'accordo con altri pensatori della corrente avicennianoagostiniana, pone nell'uomo un duplice intelletto agente: uno intrinseco all'anima e molteplice, e un altro separato e unico. Non è un pensatore originale, ma portato ad approfondire le opinioni altrui e conciliarle.
Bibl.: M. Grabmann, Mittelal., Geistesleben, 1. Monach 1926, pp. 35, 116, 223, 241, 288, 398, 400, 425, 529; E. Hocedex, La théologie de P. d'A., in Gregorianum, 11 (1930), pp. 526-52; id., Les Quaestiones in Metaphys., in Archives de philos., 9 (1932), pp. 179-234; id., La vie et les ancres de P. d'A., in Gregorianum, 14 (1933), pp. 3-96; id., Une quest. inid. de P. d'A. sur l'individuation, in Rev. néoccl., 36 (1934), pp. 355-86; id., Les Quodl., de P. d'A., in Beitr. zur Gesch. d. Philos. u. Theol. d. Mitt., supplem. III, 1935, pp. 778-91; F. Segarra, Un précurseur de Durando: Pedro d'A., in Estudios ecclesiasticos, 12 (1933), pp. 114-24. Bruno Nardi
PIETRO di Anagni, santo. - Dei principi di Salerno, m. il 3 ag. 1105. Fattosi monaco nella sua città, venne chiamato alla Corte papale, per vari incarichi che, espletati felicemente, gli meritarono la promozione a vescovo di Anagni, ove nel 1062 venne consacrato dallo stesso Alessandro II.
Nel 1071 P. venne inviato a Costantinopoli come apocrisario papale presso Michele VII, che guari prodigiosamente da una ferita mortale ricevendone ricchi doni in cambio. Reduce nella sua diocesi, con questi poté rifabbricare la sua Cattedrale. Stanco però e disgustato dalle difficoltà frapposte al suo apostolato, P. nel 1097 abbandonò la sua diocesi per portarsi con i Crociati normanni, guidati da Boemondo di Taranto, alla liberazione del sepolcro di Cristo. Rimasto in Palestina anche dopo la fondazione del Regno latino, rimpatriò solo nel 1102, ripassando per Costantinopoli, per Palermo ed infine per la sua antica città natale ove mori e fu sepolto nella Cattedrale. Il 4 giugno 1109 Pasquale II concedeva ai vescovi della Campania di celebrare la festa il 3 ag.
Bibl.: A. De Magistris, Storia della città e della basilica cattedrale di Anagni, Roma 1749, pp. 78 e 127; R. Ambrosi De Magistris, Storia di Anagni, Anagni 1889, I, pp. 339-372; JaffaWattenbach, 6232; BHL, 6699; Acta SS. Augusti, Anversa 1773, pp. 233-40; Martyr. Romanum, p. 321. Carlo Callovini
PIETRO d'Ancarano. - Canonista glossatore, n. tra il 1330 e il 1333 ad Ancarano, m. a Bologna il 13 maggio 1416. Discepolo di Baldo degli Ubaldi, era professore a Bologna nel 1384 ; insegnò successivamente a Siena ( 1387 -90), Padova, Ferrara e di nuovo a Bologna, rappresentando questa Università nel Concilio di Pisa.
Compose commenti alle Decretali di Gregorio IX (Lione 1518-31), al Sesto di Bonifacio VIII (Venezia 1575), alle Clementine (ivi 1483, Lione 1511 ed altre); l'edizione complessiva dei vari commenti fu pubblicata in 5 voll. a Bologna nel 1581. A lui si devono anche dei Consilio molto apprezzati (Venezia 1569, 1576).
Bibl.: J. E. Schulte, Gesch. der Quellen und Literatur des Kan. Rechts. II, Stoccarda 1877, p. 278 sgg.; A. van Hove, Prolegomena, $2^{2}$ ed., Malines-Roma 1945, pp. 496, 501, 506, 507. Rodolfo Danieli
PIETRO III, patriarca di Antiochia. - N. il 982 ca. ad Antiochia, m. ivi nel sett. 1056; fece i suoi studi a Costantinopoli dal roog in poi ed abbracciò la carriera civile, diventando giudice superiore e presidente amministrativo. Sotto l'imperatore Costantino Monomaco chiese ed ottenne il congedo dalle mansioni secolari per diventare chierico.
Dall'ufficio di procuratore della chiesa degli Apostoli e di scekofilace di S. Sofia ascese nella primavera del 1052 al patriarcato di Antiochia, nell'età di 70 anni.
Si distinse per il suo zelo e la sua moderazione. All'inizio del suo patriarcato P. scrisse una lettera detta - intronistica * al papa Leone IX con la professione di fede. Al suo passionale collega, il patriarca Michele Cerulario, egli raccomandò mitigazione, rammentandogli di aver visto a Costantinopoli 40 anni addietro il nome del Papa inserito nei dittici (commemorazione liturgica).
Bibl.: A. Michel, Humbert und Kcrollarios, II, Paderborn 1930, pp. 416-72; V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, I. fasc. III. Bucarest 1947, pp. 866, 870, pp. 5-7. 8-9 (dus lettere di Cerulario a Pietro III).
Giorgio Hofmann
PIETRO, APOSTOLO, santo. - Primo degli Apostoli, costituito da Gesù capo della sua Chiesa.
Sommario: I. Vita. - II. S. P. a Roma. - III. Martirio. IV. Sepolcro. - V. Lettere. - VI. Liturgia. - VII. Iconografia. - VIII. Apocrifi. - IX. Leggende.
I. Vita - Il suo nome ricorre nel Nuovo Testamento in quattro forme: Sogasior (Simene, da Sim' $\delta n$, forma semitica: Act. 15, 14; II Pt. 1, 1), Supsio (Simone, forma più comune, abbreviazione grecizzata della precedente), K $\gamma \rho \delta \zeta$ (lat. Cephas, trascrizione dell'aramaico Kêphâ', che significa "roccia "), Ilê $\tau \rho \circ \zeta$ (lat. Petrus, traduzione del precedente soprannome aramaico, imposto a Simone da Gesù (Io. 1, 42). Suo padre si chiamava Giovanni ('I $\omega \hat{\alpha} \alpha^{\prime} v^{\prime} \eta \zeta$; Io. 1, 42; 21, 15-17) o Giona. In Mt. 16, 17 Simone vien detto figlio di Giona (Bapusyā; v. bar iona), ma può darsi che il nome Iona, attribuito al padre di P. (dalla Volgata anche in Io. 1, 42), sia un'abbreviazione di Ioannes (forse dovuta ad una svista del traduttore greco di Mt. 16, 17: U. Holzmeister [v. bibl.], p. 6!).
P. era nato a Bethsaida (v.) presso il lago di Genezareth, ove esercitava la pesca con il fratello Andrea (v.), chiamato pure all'apostolato, e con i figli di Zebedeo (v.), Giacomo il Maggiore (v.) e Giovanni (v.), divenuti poi anch'essi apostoli.
Dal fatto che P. aveva a Cafarnao la suocera, guarita da Gesù (Mt. 8, 14; Mc. 1,30 sg.; Le. 4, 38), risulta che P. era sposato; non si conosce con certezza il nome della moglie, chiamata Giovanni dagli Orientali e Perpetua dagli Occidentali; non si sa neppure se la moglie era ancora in vita al tempo della vocazione di P. Alcuni esegeti hanno voluto identificare la moglie di P. nella "donnasorella" che Cephas conduceva seco nelle peregrinazioni apostoliche (I Cor. 9,5), ma la cosa è lungi dall'essere provata. Si trattava, probabilmente, di una donna cristiana (domestica o diaconessa) che seguiva P. e gli altri missionari ivi elencati, sulla tradizione che attribuisce a P. una figlia Petronilla (v.).
P. e Giovanni sono chiamati "illetterati e ignoranti" dai sinedriti (Act. 4, 13) : segno che non avevano frequentato le dotte scuole rabbiniche. Avevano però seguito le istruzioni di Giovanni Battista (v.). Questo è certo per i figli di Zebedeo e per Andrea: probabile per Simon-P. La vocazione di P. all'apostolato avvenne per gradi. Quando fu presentato dal fratello Andrea a Gesù con le parole: "Abbiamo trovato il Messia ", ne ebbe il soprannome di Cephas (Io. 1, 42). Fu presente al miracolo di Cana (ibid. 2, 2-11), si stabili poi con Gesù a Cafarnao (ibid. 2, 12). Fu chiamato definitivamente all'apostolato dopo la prima pesca miracolosa (Le. 5, 11; Mc. 1, 18; Mt. 4, 22), divenendo così "pescatore di uomini».
Bibl.: U. Holzmeister, Vita s. Petri Apostoli, premessa al Commentarius in primum Epistolam s. Petri, Parigi 1937 (con abbondante bibl.); E. Florit, Il primato di s. P. negli Atti, Roma 1942; G. Glez, Pierre (St), in DThC, XIII, coll. 247-344; V. MacNabb, Testimonianze del Nuovo Test. a s. Pietro (trad. it. di M. De Luca, Brescia 1943); P. De Ambroggi, S. P. Apostolo, Milano 1944; id., Le epistole cattoliche, Torino 1949, pp. 88-91; G. Hopfner, Gli Apostoli, trad. it. di G. Sontolon, Torino 1950, pp. 41-76; Fliche-Martin-Frutaz, I, $2^{2}$ ed., Torino 1942.
Pietro De Ambroggi
II. S. P. a Roma. - Il papa Clemente nella sua Lettera ai Corinti, scritta tra il 18 sett. 96 e il 25 genn. 98 (A. Casamassa, I Padri Apostolici, Roma 1938, p. 49), ricordato il martirio dei santi fondatori P. e Paolo, attesta che a questi uomini di santa vita si aggiunse una moltitudine di eletti che in mezzo a tanti supplizi costituirono fra noi un magnifico esempio (I ad Cor.: PG 1, 217-21). Ignazio di Antiochia, martirizzato a Roma sotto Traiano, scrivendo in viaggio ai fedeli dell'Urbe, li supplica perché egli non può dare loro ordini, come P. e
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Paolo (Ad Rom., IV, 3). Il vescovo Dionigi di Corinto, rivolgendosi tra il 165-70 al vescovo di Roma, Sotero, testimonia esplicitamente che Roma e Corinto hanno avuto come fondatori delle rispettive Chiese gli stessi apostoli P. e Paolo (Ad Rom., in Eusebio,