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Paolo (Ad Rom., IV, 3). Il vescovo Dionigi di Corinto, rivolgendosi tra il 165-70 al vescovo di Roma, Sotero, testimonia esplicitamente che Roma e Corinto hanno avuto come fondatori delle rispettive Chiese gli stessi apostoli P. e Paolo (Ad Rom., in Eusebio, Hist. eccl., II, 25, 8). La stessa testimonianza è data pochi anni dopo da s. Ireneo, vescovo di Lione (Contra hoeres., III, 3, 3) e più tardi da Tertulliano (Adcertus Marcionem, IV, 5, 2: CSEL, 47, 430). Egli inoltre chiama "beata" la Chiesa di Roma per la quale gli Apostoli profusero il loro sangue, dove P. si è adeguato alla Passione del Signore (De praescr., 38, 2). Commodiano attesta che Nerone "Petrum et Paulum prius punivit in urbe" (Carmen Apologet., 828: CSEL, 15, 169). Pietro Alessandrino ed Atanasio indicano Roma come luogo del martirio dei due principi degli Apostoli (Epist. canon., 9, 9: PG 18, 484; Apol. de fuga sua: PG 25, 668); lo stesso afferma due volte Gregorio Nisseno (In s. Stephanum, 2: PG 46, 729; Epist., 17: PG 46, 1261). S. Giovanni Crisostomo ripete più volte che s. P. mori in Roma (Contra Indaeos et Gentiles, 9: PG 48, 825; In s. Ignatiam, 4: PG 50, 593; In Psalm., 48, 6: PG 35, 232; In Rom., 32, 2 sg.: PG 60, 678). Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare a qualche espressione del contesto del carme, posto da Damaso (366-84) "in catacumbas ", è indiscusso che egli sivendica P. e Paolo quali cittadini romani per il loro martirio: "Roma suos potius meruit defendere cives" (A. Ferrua, Epigramm. Domusiana, Città del Vaticano 1942, pp. 139-44). Mentre non si può fissare con sicurezza l'anno della venuta di s. P. in Roma, si ha invece una serie di indubbie testimonianze, che egli a Roma subì il martirio e a Roma ebbe il suo sepolcro. Se più volte si è tentato di negare la venuta di s. P. a Roma, a cominciare dagli eretici del sec. xim, altrettante volte essa è stata confermata anche da dotti protestanti, quali A. Harnack e sopra tutti H. Lictzmann (Petrus und Paulus in Rom, 2 ed., BerlinoLipsia 1927; id., Gesch. der alten Kirche, I, ivi 1932, p. 201 e specialmente Petrus römische Martyrer, in Sitzungsbericht. der Preuss. Ahad. der Wissensch., Philolog. Hist. Klasse, 29 [1936], pp. 1-21) in cui confuta Daunenbauer (1932) e K. Heussi (1936).

III. Martirio. - 1. L'anno. - Le fonti e gli interpreti non sono d'accordo per quel che riguarda l'anno del martirio di P. Infatti nel Catalogo, detto Liberiano, si legge che l'apostolo P. "passus est autem cum Paulo die III Kalfendas) Iulias, consulibus suprascriptis", cioè il 29 giugno dell'anno in cui furono consoli Nerone e Vetus, cioè nel 55. Tale anno per la morte dell'Apostolo fu ritenuto da Th. Mommsen (Über den Chronographen des Jobres 354, in Abhandlungen der Königl. der Sächsisch. Geseltsch. der Wissensch., I [1850], pp. 634-37) e più tardi, poi, da H. Kellner (Jesus von Nezareth und seine Apostel, Ratisbona 1908, pp. 216-43). La morte di P. è assegnata all'anno 57 nei "Fasti Vindobonenses priores" e nei "Consularia Ravennatia", mentre i "Consularia Constantinopolitana" pongono il martirio all'anno 58 (cd. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquiss., IX, pp. 283, 194, 220). Non pochi autori pongono la morte di s. P. nell'anno 64, facendolo coincidere con quello dell'incendio di Roma, avvenuto nel mese di luglio. Tale è l'opinione, tra i protestanti, di C. Erbes (Die Todistage der Aposteln Petrus und Paulus, Berlino 1899, pp. 1-138); A. Harnack (Chronologie, I, Lipsia 1897, p. 242); T. Zahn (Grundriss der Gesch. des apostol. Zeitalters, 2* ed., ivi 1927, p. 68); e, tra i cattolici, di L. Duchesne (Hist. ancienne de l'Eglise, I, Parigi 1906, p. 84); P. Fraschi de' Cavalieri (in N. Bull. di arch. crist., 13 [1907], p. 113); M. Lagrange (Evang. selon st Luc, Parigi 1921, p. xxxi). Invece altri autori preferiscono l'anno seguente 65. Infatti il testo degli Annali di Tacito frappone un certo tempo tra l'incendio e la persecuzione, sopravvenuta quando "non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos" (XV, 44). Tale fu già l'opinione di D. Papebroch (Acta SS. Iunii [Parigi 1867], § 2, 17-25, pp. 367 B - 369 B) e lo spoca più recente di G. Marucchi (La crocifissione di s. P. in Vatic., in N. Bull. arch. crist., 11 [1905], pp. 137-53; A. Profumo (Le fonti ed i tempi dell'incendio
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(fot. Biblioteca Vaticana)
Pietro, apostolo, santo - I ss. P. e Paolo affondati e coronati. Vetro a fondo dorato (sec. IV) - Biblioteca Vaticana. Museo sacro.
neroniano, Roma 1906, pp. 306-15, 320-27). S. Epifanio pose la morte di s. P. e di s. Paolo al dodicesimo anno dell'Impero di Nerone (Hom., 27, 6, 6: PG 41, 373 B); tale opinione fu seguita da L. Tillemont (I, p. 179). Ma nella versione armena della Cronaca di Eusebio (v.), nel Chronicon Gallicum (ed. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquiss., IX, p. 639) e in Agapio (PO 7, 478) il martirio di P. è indicato al tredicesimo anno dell'Impero di Nerone che va dal 3 ott. 66 al 12 ott. 67 , a meno che non si debba contare tale anno dalla seconda volta che Nerone ottenne la potestà tribunicia, cioè dal 10 dic. 54 . Clemente romano pone il martirio di s. Paolo (I Cor. 5, 7) è $\pi i$ i $\sigma \tilde{v} \tilde{\eta} \boldsymbol{\eta} \boldsymbol{\eta} \boldsymbol{\varepsilon} \boldsymbol{\varepsilon} \boldsymbol{\omega}$, cioè nel 67 , quando Nerone, partito per la Grecia, lasciò il governo di Roma a Sabino, Tigellino e ad Elio Cesarino (Dione Cassio, 63, 12, 19); ma il termine "egumeni" può significare anche giudici ordinari, e non è sicura la contemporaneità del martirio di Paolo con quello di P. S. Girolamo pone l'anno della morte di s. P. all'ultimo anno di Nerone (P. «...Romae... cathedram sacerdotalem tenuit ad ultimum annum Neronis, id est decimum quartum- [De viris illustr., 1: PL 23, 638]) e la stessa data ripete per s. Paolo (De viris illustr., 5: PL 23, 647) come pure nella versione della Cronaca d'Eusebio (ed. R. Helm, in CB, XXIV, Lipsia 1913, p. 183). Girolamo inoltre scrisse che l'apostolo P. fu martirizzato due anni dopo la morte di Seneca, che avvenne nel 65 , e perciò nel 67 , data che fu scelta da C. Baronio (Annales, I, nn. i-4).
2. Genere. - Il primo scrittore cristiano, il quale atesta la crocifissione di P. è Tertulliano, sia riferendosi alla predizione fatta da Gesù Cristo stesso (Io. 21, 18-19) circa il martirio dell'Apostolo (Scorpiace, 15: CSEL, 20, p. 178), sia dichiarando che P. col suo martirio si è adeguato alla Passione del Signore (De praescr., 36, 2). Lattanzio distingue il genere di martirio inflitto da Nerone ai due Apostoli e indica che P. fu crocifisso (De mortibus persecutorum, II, 6: CSEL, 27, p. 175); come farà anche Eusebio (Hist. eccl., II, 25, 5). Pietro vescovo e martire d'Alessandria ( $300-11$ ) ricorda che P., primo degli Apostoli, fu più volte in prigione e da ultimo crocifisso in Roma. Crocifisso pure lo afferma ripetutamente s. Giovanni Crisostomo (In Gen., 66: PG 54, 697; In II Tim., 5, 2: PG 62, 626; In Pent. et initium Act., 8: PG 51, 109), mentre Girolamo indica che P. lo fu a capo all'ingiù, a sua richiesta, sentendosi indegno di essere martirizzato nella stessa maniera del suo Signore (De viris illustr., 1: PL 23, 639). Questo genere di martirio era proprio in uso al tempo di Nerone, perché il filosofo

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(1st. Orsindist)
Pietro, apostolo, santo - Negazione di s. P. Bissorilievo dei maestri Campionesi (1170-1220) - Modena, cripta del Duomo.
contemporaneo Seneca afferma di aver veduto croci di varie fatture, alle quali alcuni schiavi erano sospesi con la testa in giù (Conval. ad Marc., 20). Origene scrive che s. P. fu crocifisso con la testa in giù, dietro sua espressa domanda al carnefice (Euseb., Hist. eccl., III, 1, 2). Inoltre sei sarcofagi cristiani (quattro romani e due delle Gallie), tutti del sec. iv, offrono la scena dell'apostolo P. condotto al martirio da un nolite preceduto dal carnefice che porta lo strumento del martirio : la croce (Wilpert, Sarcofagi, pp. 168-69; figg. 99 e 100; tavv. 121, 4; 146, 1; 145, 1; 16, 1-2).
3. Luogo. - Quanto al luogo del martirio esso è indicato nel Martyrium Petri dello pseudo Lino ad locum qui vocatur Naumachiae, iuxta obeliscum Neronis, in montem (in R. A. Lipsius, Acta Apostol., apost., Lipsia 1891, pp. 11-22). Nel più tardivo racconto dello pseudo Marcello è Nerone stesso il quale ordina che P. e Paolo siano messi a morte "nella naumachia». Il Lib. Pont. indica il luogo del martirio prossimo a quello del sepolcro che pone "in templum Apollonis iuxta locum ubi crucifixus est, iuxta palatium Neronianum in Vaticanum, in terrturium Triumphale Via Aurelia", così nella biografia di s. P. (I, p. 52); l'indicazione topografica viene ripetuta per la traslazione delle sue reliquie dal luogo "in catacumbas ", che viene attribuita al papa Cornelio, il quale le avrebbe deposte "iuxta locum ubi crucifixus est, inter corpora sanctorum episcoporum, in templum Apollinis in monte Aureum, in Vaticanum, palatii Neroniani, III Kal. Iul. " (I, p. 150 ).
IV. Sepolcro. - La più antica testimonianza circa il luogo della sepoltura dell'Apostolo è il noto passo del "vir ecclesiasticus Gajus" il quale, nel suo scritto polemico contro Proclo, capo della setta dei catafrigi (montanisti), scrisse "Se tu vai al Vaticano o sulla via di Ostia, io ti posso mostrare i trofei ( $\tau \rho \dot{\alpha} \pi \mathrm{si} a$ ) dei fondatori di questa chiesa ", in Eusebio, Hist. eccl., II, 25. Girolamo scrive che P. fu sepolto a Roma in Vaticano, presso la Via Trionfale, dove è venerato da tutto il mondo (De vir. ill., 1: PL 23, 639). Il luogo è indicato nella $2^{\mathrm{a}}$ red. del Lib. Pont. nella biografia di P. nel modo seguente : «P. sepultus est via Aurelia, in templum Apollinis, iuxta locum ubi crucifixus est, iuxta palatium Neronianum, in Vaticanum, iuxta terrturium Triumphalem III Kal. Iul." (I, 118). Nella biografia di Cornelio il Papa l'avrebbe riportato "de Catacumbas iuxta locum ubi crucifixus est, inter corpora sanctorum episcoporum, in templum Apollinis, in monte Aureum in Vaticanum, palatii Neroniani III Kal. Iul. " (ibid., p. 150). Secondo la biografia di Silvestro, Costantino fece la basilica di S. Pietro «in templum Apollinis, cuius loculum cum corpus sancti Petri ita recondit" (I, p. 176). Che la Basilica Costantiniana sia sorta "in templum Apollinis " è affermato come si è visto per tre volte nel Lib. Pont. Ma nei recenti scavi, in tutto l'ambito della confessione non sono state trovate altre vestigia che di sepolcri; nulla che autorizzi a ricercarvi il a templum Apollinis" sopra ricordato. Assai sommarie e contrastanti erano le notizie pubblicate sulla natura del sepolcro di s. P. In precedenza si può dire che gli scavi e le sco-
perte archeologiche erano state sempre occasionali e se ne conosceva quel tanto che era stato trasmesso da Pietro Mallio, da Maffeo Vegio, dai ritrovamenti del 1594 e del 1626, nell'ambito della Confessione. G. Settela, incaricato insieme con E. Sarti dell'Appendice all'opera di F. L. Dionisi sulle Grotte Vaticane, uscita nel 1846, compi alcune ricerche nella nicchia dei pallii. Risulta dal suo diario che egli rimise in evidenza il concello di Innocenzo III, rimosse la lastra metallica di Innocenzo X, riconoscendo che essa "posava sopra un muro che ha un buco quadrato, sotto il quale è un vano, come lo descrive il Borgia nella Vaticana Confessio (p. Lxix). Ma calato giù un lume, si è veduto che alla profondità di cinque palmi erano cementi e tra questi un osso di una costa ed un pezzo di legno " (R. Cugnoni, Giuseppe Settela e il suo diario, Roma 1888). In base alla Vita Silvestri nel Lib. Pont. gli archeologi ritennero che il sepolcro dell'Apostolo fosse sotterraneo e G. Wilpert ne tornò anche una ricostruzione, quantunque il Duchesne avesse ammonito non ritenere attendibili i dati forniti dal biografo del sec. vi (Lib. Pont., I, p. 194, n. 61; L. Duchesne, Notes sur la topographie de Rome en moyen âge, Vaticana, XII, in Mélanges d'arch. et d'hist., 35 [1915], p. 67).

Ora per la prima volta negli annali della storia, dal 1939 al 1949, per iniziativa personale del Sommo Pontefice Pio XII, si sono potute compiere esplorazioni nell'ambito della Confessione della Basilica Vaticana, coronando così la sua personale aspirazione, formulata ancor prima della sua elevazione allo Cattedra di S. Pietro.

Nel 1939, dovendosi provvedere alla tomba di Pio XI nelle Grotte Vaticane, lo stesso papa Pio XII volle venisse abbassata la quota del pavimento di dette grotte e venisse data una più degna sistemazione alle tombe dei suoi predecessori, ivi esistenti. Quindi si iniziarono le esplorazioni nella Confessione. L'andamento degli scavi fu sempre condizionato alle esigenze statiche della Basilica, specialmente nelle due parti più delicate, quali l'ambito dei piloni della cupola, le fondazioni delle Confessioni medievale e di Clemente VIII, dell'altare maggiore dello stesso Papa e del baldacchino berniniano. La relazione degli scavi compiuti è stata edita da B. M. ApollonjGhetti, A. Perrua S.J., E. Josi, E. Kirschbaum S. J., Esplorazioni sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-49, con appendice numismatica diC. Serafini (2 voll., Città del Vaticano 1951). Se si discende oggi nella Confessione, dov'è la statua di Pio VI in preghiera (eseguita dal Canova), si ha dinanzi la splendente decorazione a marmi policromi di Paolo V, proprio sotto l'altare papale. Nel centro sta un ricco cancello in bronzo dorato; dietro questo s'è un altro cancello in alto, pure in bronzo dorato, sul quale è incisa una iscrizione metrica di Innocenzo III (1198-1216). Dietro tale grato è fissato una tavola di quercia, lunga ca. m. 2,35 e alta cm. 36,5 , su cui sono applicate due colonnette e un frammento di torre merlata a smalto di Limoges. La decorazione originaria si può ricostruire, come ha fatto lo Stuhlman, mediante gli esempi di antependii offerti alle cattedrali di Orense e di S. Domingo de Silos, tanto più che le statuine che vi apparteneero sono oggi nel Museo sacro della Biblioteca Vaticana.

Nel centro stava Gesù Cristo in trono tra i simboli dei quattro Evangelisti e i dodici Apostoli, distribuiti in due gruppi di sei, sotto gli archi delle mura della città turrita di Gerusalemme; in altri termini si tratta della stessa rappresentazione che ca. otto secoli prima vi aveva posto l'imperatore Valentiniano III al tempo di Sisto III (43240). Nel piano della nicchia è situato un cofano argenteo offerto da Benedetto XIV per contenere i sacri pallii che vengono benedetti dal papa ogni anno, le sera della vigilia di s. P. In fondo si apre una nicchia aboidata irregolare con a destra e a sinistra in musaico gli apostoli P. e Paolo, del tempo di Urbano VIII, ma restaurati sotto Pio IX. Nel fondo dell'abside spicca il musaico con l'immagine di Cristo, barbato, con lunghi capelli, con nimbo crucigero; con la destra egli fa il gesto oratorio, nella sinistra tiene il libro aperto sulle cui pagine si legge: "Ego sum via, veritas et vita, qui credit in me vivet ". Il musaico però ha subito molti e non sempre felici restauri

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che hanno assai alterato l'originale ed è perciò di difficile datazione; fu attribuito a Leone III, ma sembra più tardo. Al di sotto del cofanetto dei pallii si trova un pavimento decorato di marmi e di una lastra di bronzo posta da Innocenzo X (164453). Nel 1892 il p. H. Grisar aprì lo sportellino esistente sulla destra di detta lastra e rinvenne un'apertura quadrata di cm. $22 \times 17$ che immette ad un pozzetto che al Grisar sembrò rivestito di bronzo, mentre è di marmo; esso scende per una profondità di oltre 35 cm ., dove lo stesso Grisar constatò l'esistenza di una lastra di marmo bianco con un'apertura quadrata che immette in un piccolo vano a muratura irregolare. Tale è la descrizione data con molta diligenza dal Grisar (Le tombe apostoliche, in Studi e documenti di storia e diritto, 13 [1892], p. 321 sgg.; Analecta Romana, Roma 1899, p. 274 sgg. e tav. VIII). Le spoglie dell'Apostolo vennero deposte presso il luogo stesso del martirio nella zona acclive del colle vaticano, in una semplice fossa nella nuda terra, ricoperta da qualche crabroce, proprio uno di quei sepolcri che lo storico Tacito qualifica di "humili sepultura" (Hist., I, 49). Si sa dai quattro Evangelì che il corpo del Redentore era stato chiesto da Giuseppe d'Arimatea a quella stessa autorità romana che aveva emesso la sentenza di crocifissione e che Pilato "dedit corpus". Infatti la legge romana stabiliva che "corpora damnatorum quibuslibet petentibus ad sepulturam danda sunt ". Del resto questo "ius sepulchri " venne poi concesso a tutti gli altri martiri romani, perfino a Sisto II e ai suoi quattro diaconi commartiri "incontinenter animadversi ", perchè sorpresi il 6 ag. dell'anno 258 sull'area stessa del cimitero di Callisto. Per il corpo del discepolo P. avvenne come per il divino Maestro. La sua sepoltura ebbe luogo in un'area del colle vaticano dove sembra già fossero altre tombe, come quella $\gamma$, ancor più profonda, composta di un sarcofago di terracotta protetto da un muro contenente un tubo fittile per le libazioni, emergente dalla superfice del terreno, come si è riscontrato in altre tombe di Roma e altrove. Un'altra fossa più ad oriente, $\beta$, contenne un altro cadavere pure deposto nella nuda terra; essa fu coperta da embrici, uno dei quali col marchio di fabbrica di uno "Stat. Marcius Demetrius" (CIL, XV, 1273 a) che E. Dressel datò al tempo di Vespasiano (69-79); ma bollì della stessa officina furono trovati anche nelle navi di Nemi del tempo di Caligola (G. Gatti, in G. Ucelli, Le navi di Nemi, Roma 1938, p. 337 sgg.). E si deve mettere in rilievo che tanto $\gamma$ quanto $\vartheta$ hanno la stessa disposizione est-ovest, obliquando verso sud-ovest, allo stesso modo che fu disposta la tomba dell'Apostolo. A sud-est di questo campo $P$, dopo il 123 e non oltre la metà del sec. II, venne eretto il mausoleo dei Matucci, G. come attesta il "tivulus" ancora a posto nella facciata, dinanzi alla quale è un "ambitus" delimitato da un muro in opera reticolata che immette ad una scala costruita all'estremità occidentale del mausoleo stesso, di cui è contemporanea. Posteriormente al mausoleo Matucci e ad occidente di esso venne eretto il mausoleo S, danneggiato poi in gran parte nel 1626 dalle fondazioni del pilastro sud-est di posa del baldacchino di G. Lorenzo Bernini, sovrastante l'altare maggiore di Clemente VIII. A monte, delimitato da muri, fu il campo $Q$, tutto occupato da tombe a inumazione all'aperto, ricoperto da un pavimento a mussico in tessere di basalto; l'accesso a detta area fu da sud, mediante un "clivus" e una scala; al di sotto del "clivus" a m. 2,30 di profondità fu fatto passare un fognolo, che convogliò le acque piovane discendenti dal colle; il suo fondo è costituito di laterizi costruiti in serie; quattro di essi portano il marchio di fabbrica "Aurelii Caesaris et Faustinae Augustae ", offrendo la datazione tra il 147-161, datazione che è comune al grosso muro di protezione riconosciuto per un'altezza di almeno m. 2,50, per una lunghezza di m. 7 da nord a sud, spesso ca. m. 0,50 , rivestito di coccio pisto e di intonaco rosso e distinto perciò con la qualifica
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(14. Rtr. Fabbrica di S. Pietro)

Pietro, apostolo, santo - Pienta della Memoria apostolica. Il trofeo di Caro, le tombe a inumazione adiacenti i mausolei e l'area a inumazione a nord.
di "muro rosso ". Tutto ciò venne eseguito quando il ripido "clivus" sud-nord venne sistemato mediante una scala praticata per accedere al campo Q e al solarium del mausoleo $\mathrm{R}^{\prime}$ che intanto era stato costruito. L'operaio che costrui il muro rosso passò sopra la parte occidentale del sepolcro dell'Apostolo, che aveva già ricevuto un muretto di protezione $m^{1}$, intonacato all'interno, che ne fa supporre un altro $m^{2}$; ma allora fu praticata nello stesso muro una rozza nicchia irregolare $\mathrm{N}^{1}$ della profondità di 21 cm . per cm . 72 di larghezza e m. 1,40 di altezza ca.; essa ebbe al di sopra una lastra di marmo spezzata, già adibita per un mausoleo, perchè contenente l'iscrizione d'un "Aelius Isidorus ". Al di sopra nel vivo del muro rosso fu praticata una seconda nicchia $\mathrm{N}^{2}$, larga m. 0,72 rivestita di lastrine di marmo grigio e coperta da una lastra di travertino sostenuta da due colonnine corinzie di marmo bianco alte m. 1,40; le loro basi, che mostrano l'incassatura per un cancello pure ad oriente, poggiavano sopra una soglia di travertino appartenente ad un quadrato battentato. La colonna di sud fu trovata ancora a posto, la base e un troncone del fusto della nord furono spostati in seguito. Al di sopra si apre una terza nicchia $\mathrm{N}^{2}$ larga m. 1,12, alta m. 0,92. Ma questo abbellimento del sepolcro attesta che esso era già allora frequentato e venerato dalla comunità cristiana di Roma; infatti Eusebio dichiara che vi affluivano "miriadi" di visitatori da ogni parte dell'Impero romano (Theophania Syriaca, IV, 7: ed. H. Gressmann, in CB. XI, 2, Lipsia 1904) e viene perfino confermato da Giuliano l'Apostata (Cirillo di Alessandria, Contra Iulianum : PG 76, 1004 sg.). L'esplorazione ha rimesso in luce proprio quanto, fin dal sec. II, era additato, venerato e riconosciuto come il trofeo di Pietro. Il vero sottostante alla nicchia $\mathrm{N}^{2}$, intravisto dal Settele e dal Grisar, fu ritrovato occupato da frantumi di muri e ossa umane di persona anziana; tra le terre fu raccolta una lamina d'oro su cui è rappresentata nel centro una croce gemmata tra due occhi, di fattura del sec. viI, evidentemente un ex-ente per una guarigione ottenuta. Le terre restituirono pure una preziosa documentazione di offerte di ignoti pellegrini di tutte le età e di tutti i paesi che lasciarono il loro obolo alla tomba (v. sotto). Intanto altri sepolcri, sempre unicamente a inumazione, si erano andati praticando tutto intorno; assai antica è anche la tomba $\tau$; mentre non molto posteriore è la tomba $\zeta$; invece il sepolcro i può essere venuto insieme col muro rosso, mentre quelli $\kappa$ e $\lambda$ sono posteriori; postcostantiniani poi sono $\alpha, \beta, \delta, \varepsilon$.

Altre opere di rinforzo furono in seguito necessarie dal lato nord, dove il muro rosso presenta una fenditura e perciò il monumento ebbe spostata la colonnina a nord e ricevette un muro di rinforzo di ca. 50 cm . di spessore, e ca. 90 di lunghezza, ricoperto a nord da uno strato d'intonaco decorato che subito ricevette le testimonianze di visitatori, i quali vi graffirono i loro nomi gli uni sugli

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altri. a Simplici vivite in 寅 Nicasi vibas in 寅; Victor cum suis Gaudentia vibatis in $\boldsymbol{X}$, ecc. Paulina vivas, Prima vivas; in 寅 Venerosa Vea; Verus, Bonifatia, Venerosa, Vea ", ecc. Ma in tale parete graffita venne però ad un certo momento praticata un'apertura per sistemare nell'interno del muro stesso una cassetta composta di lastre di marmo e destinata probabilmente a contenere reliquie. Il tutto venne rinchiuso mediante una mano di calce che si sovrappose ai graffiti. Ciò avvenne indubbiamente prima dei lavori costantiniani che occultarono definitivamente la parete stessa. Dopo la pubblicazione della relazione degli scavi, sul muro rosso, dietro la cassetta, il p. A. Perrus identificò un graffito a lettere greche invocante IIETP(G) e ne dette notizia in Cfr. Cott., 1952, I, pp. 15-29, fig. 3. Nessun luogo era meno adatto di questo del Vaticano per costruire una basilica a cinque navate in un terreno scosceso da sud a nord e da est a ovest; occupato a valle da un sepolcreto pubblico, non di semplici liberti, "de Caesaris domo", ma anche da molti mausolei di liberti di note famiglie romane, quali i Marci, i Matucci, i Popilli, i Tullii, i Valeri (dove si scoprirono graffiti e iscrizioni cristiani ora allo studio) ecc. Gli architetti di Costantino si contentarono di includere in un rivestimento marmoreo il trofeo additato da Gaio. Essi infatti circondarono a nord, ad ovest e a sud il monumento con lastre di paonazzetto posate su basi pure di paonazzetto, ritrovate "in situ" a nord e a sud, mentre nel lato ad oriente rimase visibile la nicchia. Nel centro del transetto si ebbe così un piccolo edificio, il quale, sempre secondo il Lib. Pont., sarebbe stato abbellito con colonne di porfido e con altre colonne vitinee provenienti dalla Grecia. Inoltre dinanzi al sepolcro Costantino avrebbe posto una corona di oro formante lampadario con 50 delfini, del peso di 25 libbre. Lo Gnirs pubblicò nel 1908 un prezioso cofanetto di avorio rinvenuto presso la confessione della chiesa di Samagher (Istria: v. tav. 99 del vol. VI). La decorazione della faccia posteriore rappresenta il presbiterio di una basilica con un architrave sostenuto da sei colonne vitinee e nel mezzo un tabernacolo o piccolo edificio sormontato da una corona. Le tipiche colonne vitinee fecero subito pensare allo Gnirs stesso e poi a M. Cerrafi, a G. Wilpert e a P. Toesca che si fosse riprodotto il presbiterio della basilica del Vaticano col monumento dell'Apostolo. Gli architetti costantiniani furono costretti a costituire una enorme piattaforma contro il colle che si ergeva a settentrione e ad occidente. La necropoli romana (v. vaticano) venne sepolta sotto tale piattaforma; le due forti pendenze est-ovest e sud-nord vennero annullate, non sole demolendo quanto poteva essere d'ostacolo alle fondazioni del nuovo edificio, ma anche quanto delle parti superiori dei mausolei stessi era al di sopra della quota di livello prescelta, a ca. cioè m . 1,30 dal sepolcro dell'Apostolo. Tutti i vuoti vennero riempiti con materiale di scarico, una vera "congestio terrarum", dopo avere immesso nell'interno numerosi sarcofagi che si erano riempiti di ossa dei sepolcri minori trovati nelle pendici del colle; lo stesso materiale di scarico venne imbrigliato per mezzo di murature.

Il pavimento del presbiterio costantiniano è composto di spesse lastre marmoree; sussistono gli avanzi delle sue recinzioni a nord e a sud e ivi il piano di posa di due delle sei colonne vitinee. Altri danni ebbe il sottosuolo dalla costituzione d'un vero e proprio cimitero cristiano sotto il pavimento della Basilica Costantiniana, con "formae" e sarcofagi, come si rinvennero, nella basilica "Apostolorum in catacambas s, sarcofagi frequenti soprattutto nell'ambito dell'abside e del presbiterio. Gregorio di Tours riferisce quanto aveva appreso dal suo diacono Agiuffo che aveva visitato il Santuario apostolico nel 589 -90. Egli indica il "sepulchrum sub altari collocarum" e di non facile accesso "valde rarum habetur". Per appressarvisi occorreva venissero aperti i cancelli che lo circondavano "reseratis cancellis, quibus ille ambitur" e allora si giungeva sopra il sepolcro stesso "accedit super sepulchrum"; si doveva poi aprire una piccola finestrina "et sic fenestella parvula patefacta" si poteva introdurre il capo e implorare le grazie di cui si aveva necessità "immisso introrsum capite, quae necessitas promit
efflagitat" (De gloria martyrum, 27 : PL 71, 728). Due dunque erano le chiusure che proteggevano il sepolcro; un cancello esterno e una "fenestella parvula" che si poteva aprire. A queste due chiusure si riferiscono i legati imperiali nella loro petizione a papa Ormisdo. Essi, tra il 514 e il 523 , erano venuti a Roma inviati dall'imperatore Giustiniano, domandando al Papa di avere, quali reliquie, oggetti che fossero stati vicino ai sepolcri di s. P. e di s. Paolo, se fosse stato possibile "usque ad secundam cataractam"; per "cataracta" si è ritenuto finora doversi intendere un pozzetto verticale presso la tomba dove si sarebbero colati gli oggetti. Gregorio di Tours riferisce pure che molti pellegrini si facevano fare chiavi d'oro identiche a quelle che chiudevano i cancelli del sepolcro dell'Apostolo e le sostituivano per portarsele benedette come rimedio contro le malattie. La consuetudine di queste chiavi d'oro è confermata da una lettera di Gregorio Magno in cui egli scrive di inviare a Giovanni ex console, patrizio e questore, una chiave di quelle che servivano a chiudere i cancelli del sepolcro di s. P.; egli la chiama "sacratissima" perché contiene limature delle catene dell'apostolo; sembra che tali chiavi venissero anche portate al collo per devozione.

La decorazione musiva della nicchia dei pallii giunta a noi con ripetuti e non sempre felici restauri, come si è detto, non è certo anteriore a Leone IV (847-55). Molti sono i lavori compiuti da Leone IV "post de" predationem Saracenorum " nella Basilica Vaticana. Il biografo ricorda tre "imagines argenteas totasque exauratas" posto " in corpus beati Petri" (Lib. pont., II, p. 111); poco dopo però descrive l'angustia del Papa "cum cotidie beatissimi apostolorum principin Petri sacratissimum altare cerneret violatum": egli allora rivestì d'oro e di argento "non tantum confessionem sacram, verum etiam frontem sepedicti altaris" (ibid., p. 113); poco dopo si parla di un altare "quod supra sanctissimum beati Petri apostoli corpus consistit" (ibid., p. 133). Il Lib. Pont. indica che dai Saraceni le basiliche di S. P. e di S. Paolo "funditus depraedatae sunt" (II, p. 106). Gli Annales Bertiniani dichiarano che i Saraceni asportarono "cum ipso altari, quod tumbas memorati Apost. principis superpositum fuerat, omnibus ornamentis atque thesauris". Tracce evidenti delle depredazioni furono constatate sotto lo sportello di Innocenzo X, dove un triplice rivestimento di piombo è stato trovato spezzato, violentemente contorto nei suoi labbri, come anche la stessa sorte ebbe a soffrire una sottilissima lamina d'argento, unici avanzi metallici rinvenuti sul sepolcro stesso.

L'altare del presbiterio sopralevato era fatiscerte nel sec. XII e Callisto II lo racchiuse nel suo che consacrò il 25 marzo 1123; su di esso nel 1594 si eresse l'attuale altor maggiore di Clemente VIII. Delle tante tombe rinvenute, l'umile sepoltura dell'Apostolo è l'unica che presenta le indubbie testimonianze di abbellimento posteriori e di ininterrotta venerazione fin dal tempo del presbitero Gaio, cioè dallo scorcio del sec. II. Le 1900 monete, l'ex-voto in oro, il triplice rivestimento di piombo, la sottile lamina d'argento costituiscono le prove evidenti della sua venerazione, rimasto sempre localizzata dove sorse il sontuoso rivestimento costantiniano, dove gli altari si sovrapposero l'uno sull'altro; quello del presbiterio soprelevato, di Callisto II, di Clemente VIII, restando sempre nei secoli il centro della venerazione e del culto.

Infatti dal Liber Diurnus risulta che l'indiculum scritto da ogni nuovo vescovo langobardo eletto era indirizzata allo stesso apostolo P. e deposto sul corpo dell'Apostolo "supra sacratissimum corpus tuum beate Petre"; lo stesso nuovo papa, il giorno della sua elezione indirizzava all'Apostolo la sua "promissio fidei" che era presentata insieme con il giuramento alla Confessione dell'Apostolo, mentre il giorno della consacrazione, la "cautio" indirizzata alla Chiesa di Roma era offerta alla Confessione "conservata " in venerabile corpus tuum beate Petre apostole" (formula 76 : ed. Th. v. Sickel, Vienna 1889, pp. 80-81). Il biografo di Adriano I attesta che Carbonagno, il 6 apr. 774, depose il testo della sua donazione, firmata da lui e dai suoi dignitari, prima sull'altare dell'Apostolo, poi nella Confessione "intus super corpus beati Petri...

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![img-30.jpeg](img-30.jpeg)

A sinistra: FONDAZIONI DELLA NAVATA CENTRALE (fato sud) della Basilica costantiniana - Basilica di S. Pietro, d destra: BRACCIO-ROD TILINEO DELLA CONFESSIONE SEMIANULARE. Nel fondo: rivestimento marmoreo costantiniano e altare di Callisto II. In basso: altare sàdi. Confessione (sec. viI).

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![img-31.jpeg](img-31.jpeg)
(1st. Mionet)
STATUA DI BRONZO.
Attribuita ad Arnolfo di Cambio (sec. xim-xiv) - Basilica di S. Pietro.
![img-32.jpeg](img-32.jpeg)
(per curtoria dell' aulure)
Opera dello scultore Domenico Ponto (1940). Particolare del modello in creta.

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![img-33.jpeg](img-33.jpeg)

A sinistra: LA NASSA DEL PESCATORE computa in alloro e mitro, posta nell'arto della Basilica Vaticana nella testività del 29 giugno. A destra: IL BACIO DEL PIEDE della statua di bronzo di s. Pietro nella Basilica Vaticana.

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![img-34.jpeg](img-34.jpeg)

A sinistra: FACCIATA DI S. MARIA DELLA PACE. Trasformazione dell'antico prospetto del sec. xv - Roma. A destra: AFFRESCO RAFFIGURANTE S. BIRIANA INVITATA DA RUFFINA A ADORARE UN IDOLO - Roma, chiesa di S. Bibiana.

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pro firmissima cautela et acterna nominis sui ac regni Francorum memoria" (Lib. pont., I, p. 498).

L. von Pastor ha messo in rilievo la fermezza di Giulio II nell'opporsi al progetto di D. Bramante il quale avrebbe voluto spostare il sepolcro dell'Apostolo. Il Papa decreto "nihil ex vetere templi situ inverti, nihil e primi pontificis tumulo attrectari se passurum dicit... se sacra prophania religionem splendori, pietatem ornamentis esse praepositurum" (Aegidius Viterbensis, Historia viginti saeculorum, cod. C. 8-19, f. 245 della Bibl. Angelica, in L. von Pastor, Storia dei Papi, $2^{2}$ ed., III, Roma 1942, pp. 899 900 e Documento n. 135, pp. 1121-22). Ancora oggi i pallii per gli arcivescovi sono conservati sul sepolcro veneratissimo, dove vengono benedetti ogni anno dal successore di P. la sera del 28 giugno, vigilia del natale dell'Apostolo. Le esplorazioni personalmente ideate e promosse dal regnante Pontelice hanno pienamente confermato la tradizione plurisecolare che ha ininterrottamente venerato sotto l'altare il sepolcro del Principe degli Apostoli.

Monete. - Le monete raccolte negli ultimi scavi, identificate e classificate dal compianto C. Serafini, si distinguono in : monete imperiali romane da Augusto all'imp. Giovanni (423-25); bizantine da Arcadio a GiustinianoAtalarico (527-34); monete pontificie da Stefano V (VI) (885-91) a Paolo V (1605-21); monete italiane di Milano, da Ludovico II (855-75) a G. Galcazzo Visconti (1395-1402); di Pavia, da Lotario (840-55) a Federico II di Svevia (1220-50); di Cremona (sec. xili); di Venezia, da Enrico IV o V di Franconia (1056-1125) a Giovanni Dandolo (12801289); di Verona, da Ottone I di Sassonia (962-73) a Federico III (1218-50); di Bologna, dal sec. xit al 1605 ; di Parma, del tempo di Federico II (1220-50); di arcivescovi di Ravenna dei secc. xili-xiv; di Rimini (1250-1385); della Repubblica di Firenze ca. il 1315; del Comune di Arezzo (secc. xili-xiv); di Lucca, da un tremisse d'oro di Carlomagno (riprodotto alla voce) alla Repubblica del sec. xiv; del Comune di Pisa (sec. xv); della Repubblica di Siena, dal sec. xi al xv); della Repubblica di Ancona (secc. xili-xv); del Comune di Ascoli (secc. xili-xiv); di Urbino, da Guidobaldo II (1538-74) a Francesco Maria II (1574-1624); di Perugia (sec. xv); di Castro (1545-47); di Napoli, da Carlo d'Angiò (1285-1309) a Ludovico e Giovanna (13521362); di Aquila (Giovanna II, 1414-35); dell'Oriente latino, cioè di Chiarenza (1318-33) e di Lepanto (1706-11).

Le monete estere sono: 190 della Francia, dal regno di Ludovico il Pio (814-40) a Carlo VII (1422-61); del Ducato di Dreux (sec. xi); dei duchi di Normandia del sec. xi; di Bretagna, da Conano II (1057-66) a Carlo di Blois (1341-64); di Anjou, dal conte Goffredo II (1040-60) a Folco IV o V (1060-1129); del conte Herbert I di Le Maine (1015-36); dell'abbazia di S. Martino di Tours (secc. xI-xII); dei conti di Chartres (secc. xi-xiI); dei visconti di Bourges (sec. xi); dei signori di Chateaubux (1012-1187); dei conti di Nevers (secc. x-xi); dei vescovi di Le Puy (secc. xi-xiit) e di Clermont (sec. xi); dei visconti di Limoges (secc. x-xit); dell'abbazia di S. Marziale di Limoges (secc. xi-xit); dei conti di Poitou (secc. xi-xit); dei conti di Angoulême (sec. xi-xiI); dei conti di Bordeaux (984-1010); dei conti di Tolosa (ro6o-88); dei conti di Carcassonne (sec. x); dei conti di Melgueil; degli arcivescovi di Lione, di Vienne e di Besançon; del vescovo di Valence; del ducato di Borgogna; dei conti di Auxerre e di Champagne, di Sens e di Provins; dei vescovi di Meaux, Laon, Metz, Strasburgo, Verdun.

Dalle Fiandre si hanno monete di Anversa, di Liegi, dei Paesi Bassi, di Maestricht, dei vescovi di Utrecht e di Groninga, di Vilvorde; della Germania di Aquisgrana, di Duisburg, degli arcivescovi di Colonia e di Magonza, dei vescovi di Osnabrück, Treviri, Bamberga, Costanza; di Ratisbona, di Deventer, di Magdeburgo. Della Svizzera: dei vescovi di Basilea, di Ginevra, delle città di Friburgo e di Zurigo. Della Germania, della Svizzera e dell'Austria si hanno in tutto 323 monete. L'Inghilterra è rappresentata da 25 monete che vanno dalle anglo-sassoni del sec. viI a quella di Edoardo III il Confessore (1327-77); una dell'Irlanda del sec. x; una di Lund del sec. xi e altre 3 scandinave della stessa età; tre dell'Ungheria del sec. xir; una di Croazia del sec. xir,
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(fol. itro. Fabbrica di S. P.)
Pietro, apostolo, santo - La nicclua dei Pallii; in alto, cancello di Innocenzo III; in fondo, monsico del Salvatore (sec. 72); ei lati, sc. P. e Paolo, in monsico fatti eseguire da Urbano VIII; In basso il cofano di Benedetto XIV per i Sacri Pallii e la lastra con la croce di Innocenzo X, situata sopra il sepolcro.
una di Boemia del sec. xiv; una di Livonia del sec. xv; una di Slavonia del sec. xili; 5 della Spagna dei secc. xi e xil; una del Portogallo del sec. xir; complessivamente sono state identificate 812 monete romane, 102 pontificie, 526 italiane e 460 estere per un totale di 1900 monete.

Enrico Josi
V. Lettere di s. P. - Due scritti epistolari appartenenti al gruppo delle 7 "lettere cattoliche" (v.) del Nuovo Testamento. La prima fu sempre riconosciuta come canonica (protocanonica), la seconda fu oggetto di dubbi in qualche Chiesa (deuterocanonica).

1. La prima epistola di P. - a) Argomento. L'autore, che si presenta come "P. apostolo di Gesù Cristo", augura abbondanza di grazia e di pace "agli eletti pellegrini (ossia ai cristiani che tendono alla patria celeste) viventi nella diaspora (dispersi tra i pagani) del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell'Asia e della Bitinia" (1, 1-2).

Nel corpo della lettera esorta alla vita santa per tre motivi principali: 1) per i grandi benefici concessi da Dio ( $1,3-2,10$ ); 2) per edificare e convertire i pagani ( 2 , $11-14,4$ ); 3) per il giudizio divino che sovrasta a tutti $(4,5 \cdot 5,11)$.
b) Genuinità e canonicità. - Furono sempre ammesse tra i cattolici. Nel prologo l'autore si presenta come P. apostolo. Dal contesto risulta che chi scrive era un discepolo immediato di Cristo, testimone dei patimenti del Salvatore ( $5,1 ; 2,21-24$ ). Si distingue da quelli che credono nel Cristo senza averlo visto (1, 8), chiama "figlio mio" quel Marco (v.) che, dagli Atti degli Apostoli (12, 13) e dalla tradizione, viene presentato come figlio spirituale e "interprete" di P. L'autore dell'epistola mostra i caratteri che i Vangeli attribuiscono a P.: semplicità, unita a una certa rudezza, entusiasmo, amore fervente, umiltà ( $5,5-6$ ), dolore dei peccati e grande fiducia nella misericordia divina (1, 3; 2, 22-25; 5, 10. 15).

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Le testimonianze dei primi tre secoli sono riassunte da Eusebio di Cesarea, che elenca questa lettera tra gli «usàoyo/azvo. (Hist. eccl., 3, 25: PG 20, 268).
Già prima del Concilio di Nices (325) accetrano esplicitamente la $I P$., Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Origene, Cipriano. Citazioni implicite si notano nella Lettere delle Chiese di Lione e di Vienne, negli Atti dei martiri scillitani e negli scritti di Clemente Romano, Policarpo, Giustino, Erma, nonché degli oretici basiliani e valentiniani. Si discute se il Canone muratoriano che cita un'Apocalisse di $P$. allude (linn. 71-73) alla $I P$. o ad un apocrifo. Solo le Chiese siriache tardarono alquanto ad accogliere le Epistole cattoliche. Tuttavia s. Efrem cita la $I P$. e nella versione Pèlititâ (ca. 400) si trovano le Giacomo, I P., I Giovanni. L'opposizione contro l'origine petrina della lettera sorse solo nel sec. sviti con i dubbi di I. S. Semler, e con le negazioni dei razionalisti moderni H. von Seiden, H. Gunkel, R. Knopf, A. Loisy, H. Windisch, F. Hauck. Non mancano tuttavia, anche nel campo acattolico, studiosi che ne difendono l'autenticità. Tra questi si notano B. Weiss, F. Sieffert, C. H. van Rhijin, K. Burger, J. C. K. v. Hofmann, E. Kühl, J. Monnier, Ch. Bigg, G. Wohlemberg (per i particolari cf. U. Hefemeister, cit. in bibl., p. 148 sg .). Le obbiezioni che si fondano sulla somiglianza di stile con le epistole di Paolo si spiegano tenendo conto dell'intervento del segretario-redattore Silvano, già discepolo di Paolo. Non vi sono poi accenni espliciti a persecuzioni di Domiziano o di Traiano. Gli accenni alle prove alle quali sottostanno i lettori si spiegano sufficientemente pensando al tempo di Nerone. Le circostanze di composizione dell'epistola offrono argomenti sufficienti per rispondere alle difficoltà degli oppositori.

L'autore dice che scrisse per mezzo di Silvano ( 5,12 ), - Sila (Act. 15, 22. 32) : si tratta non di un semplice amanuense, ma di un segretario-redattore, che rivesti con il suo stile i pensieri di P. Così si spiegano certe risonanze paoline ad alcune differenze fra questa lettera e la $I I P$., dovuta ad altro segretario-redattore.
c) Scopo. - Dal citato epilogo ( 5,12 ) risulta che P . scrisse per esortare i cristiani e per confermarli nella fede. Anche l'insegnamento dogmatico è in funzione dell'esortazione. Così si spiega la mancanza di uno stretto ordine logico nelle parti. I fedeli subivano prove di ogni genere (1, 6-7), calunnie (2, 12-15), minacce, interrogatori (3, $9-17$ ), insulti ( 4,4 ); erano come in un incendio di prove (4, 12-16). Per questo avevano bisogno di essere esortati e confortati. Non sembra tuttavia che fosse già iniziata la persecuzione di Nerone (v.), per l'incendio scoppiato nel luglio del 64, ma se ne profilava la minaccia all'orizzonte. Da questo e da altri indizi si può concludere che la lettera fu scritta nella primavera del 64. Nell'epilogo ( 5,15 ) l'autore invia i saluti della Chiesa che è «detta con voi in Babilonia" (v.). Con questo nome simbolico P. indica Roma, non la città dell'Eufrate distrutta da secoli e soppura l'omonimo piccolo presidio militare romano in Egitto. Gli storici della vita di P. sono ormai concordi su questo punto. Negli anni 63-64 Paolo, liberato dalla prigionia, doveva essere assente da Roma; così si spiega la mancanza dei saluti di Paolo a quelle Chiese dell'Asia Minore evangelizzate in parte da lui.
d) I destinatari. - Sono i cristiani del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell'Asia (proconsolare) e della Bitinia ( 1,1 ). Dovevano essere convertiti dal paganesimo : P. pensa che le loro donne "non erano figliole d'Abramo" (3, 6). A tutti dice: "Basta d'aver soddisfatto le voglie dei pagani" (4, 5). Siccome si trovano alcuni moniti per gli schiavi, senza quelli corrispondenti per i padroni, si può supporre che P. si rivolga specialmente alle classi sociali più basse. Scrivendo a quelle popolazioni dell'Asia Minore evangelizzate da Paolo e da altri, P. esercita la sua autorità primaziale.
e) Dottrina. - La $I P$. contiene le principali verità del Simbolo apostolico. Riconosce espressamente la divinità di Cristo, chiamandolo Signore (1, 3; 2, 13; 3, 15), preesistente ( 1,20 ), illuminatore dei profeti ( 1,11 ). Insiste particolarmente sull'opera salvificatrice di Dio e del

Messia che riscatto gli uomini con il suo sangue prezioso (1, 18-19). Su questo argomento v. P. De Ambroggi, Epistole cattoliche, $2^{\circ}$ ed., Torino 1949, pp. 93-98.
2. La seconda epistola di $P$.-a) Argomento. L'autore, che si presenta come "Simeone-P., servo ed apostolo di Gesù Cristo", augura ai lettori (non determinati) abbondanza di grazia e di pace ( $1,1-2$ ).

Seguono le raccomandazioni paterne, che si possono sintetizzare in tre gruppi, corrispondenti al numero dei capitoli : a) perseverare nella fede: la divina potenza di Dio ha colmato gli uomini di doni, con la partecipazione alla natura divina. Praticbino le virtù, assicureranno la loro salvezza. P. sta per morire: accolgano i suoi monni supremi; l'insegnamento sulla parusia e confermato dalla voce divina e dalla parola profetica ispirata (1, 3-21). b) Stare in guardia dai falsi domori. Questi rinnegano il Padrone che he riscattato gli uomini. Saranno puniti come gli angeli ribelli, come gl'increduli al tempo di Noe, come Sodoma e Gomorra. Sono cmpi, procaci (2, 1-22). c) Ricordare l'insegnamento dei profeti e degli Apostoli sulla parusia. Non è vero che tutto rimane come al principio. Mille anni per il Signore sono come un giorno. Si prepurino convenientemente, come ha scritto il diletto fratello Paolo (3, 1-16). Segue un monito finale e una dossologia ( $3,17-18$ ).
b) Gemuinità e canonicità. - Il prologo e i criteri interni presentano la $I I P$. come opera di "SimeoneP., servo ed apostolo di Gesù Cristo ". L'autore si mostra animato da sincero, ardente zelo per la purezza della fede e dei costumi. Se gli avversari avessero sospettato in questa lettera una finzione, sia pure soltanto letteraria (psculoepigrafia), avrebbero colto l'occasione per svalutarla. Chi scrive attesta di essere stato con Gesù sul "Monte Santo" della Trasfigurazione ( $1,16-18$ ). Un ipotetico falsario avrebbe procurato di accordare meglio questo racconto con quello analogo dei Vangeli. Solo un Apostolo poteva chiamare Paolo "diletto fratello nostro" (3, 15).

L'autore dice esplicitamente: "Questa è già la seconda lettera che vi scrivo" (3, 1). Non v'è ragione per supporre che alluda ad una diversa dalla $I P$. I sentimenti espressi in questa seconda lettera corrispondono bene al carattere di P., quale risulta dai Vangeli e dalla $I P$. Con quest'ultima poi vi sono accordi notevoli di pensieri e di parole.

Entrambe dànno il numero dei salvati con Noè ( $I P t$. 3, 20; II Pt. 2, 5), parlano del diluvio come tipo ( $I P t$. 3, 20; II Pt. 2, 5), avvicinano i profeti agli annunziatori del Vangelo (I Pt. 1, 12; II Pt. 1, 16, 21; 3, 8), considerano il cristianesimo come realizzazione di antiche profezie (I Pt. 1, 10-12; II Pt. 1, 19-21). Molte concordanze verbali tra le due epistole sono indicate dallo stesso anglicano J. B. Mayor (v. bibl.), p. 128. Su questo argomento si veda pure U. Holzmeister, Vocabularium secundae epistolae s. Petri, erroreague quidam de eo divulgati, in Biblica, 30 (1949), pp. 339-55.

I criteri esterni favorevoli alla genuinità ed alla canonicità di questa epistola deuterocanonica sono relativamente numerosi. Le prime testimonianze esplicite risalgono ad Origene (In Lev., 4, 4: PG 12, 437; In Ios., 7, 1: PG 12, 857). Anche Firmiliano di Cesarea ammette due epistole di P. (Ad Cyp., 75, 6: PL 3, 1159). I dubbi ricordati da Eusebio, che elenca la seconda fra le opere disputate ( $\dot{\alpha} v \tau \iota \lambda \varepsilon \gamma^{\prime} \mu \varepsilon v a$ ), ma accettate dalla maggioranza (Hist. eccl., III, 25: PG 20, 269), e di s. Girolamo (De vir. ill., 1: PL 23, 638) sono fondati sulla "dissmanza di stile" fra le due epistole. Per conto suo s. Girolamo riteneva genuina la $I I P$. e ne spiegava le differenze pensando che P. si servì di un altro " interprete ", che si direbbe "segretario redattore" (Ad Hedibiam ep., 120, 11: PL 22, 1002). Dal sec. iv in poi si può dire che v'è l'accordo moralmente unanime nell'accogliere come genuina e canonica la $I I P$, soltanto nelle Chiese sire si ebbe qualche ritardo.

Le obbiezioni che i razionalisti e alcuni cattolici (tra i quali J. Chaine) adducono contro la genuinità della

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$I I P$. si possono risolvere sia citando e valorizzando la risposta gia data da s. Girolamo (redattore diverso), sia osservando che i pretesi indizi di data tardiva non sono decisivi. Tra questi indizi citano l'espressione "i vostri apostoli" (3, 2), per concludere: dunque l'autore non era un apostolo. Si può rispondere: l'autore, che nel prologo si dichiara apostolo, con l'espressione "i vostri apostoli" allude a quelli che portarono direttamente il Vangelo ai destinatari. Non vi sono motivi decisivi per supporre una pseudoepigrafia in questa lettera, che ha chiare impronte di sincerita. E vero che da 3, 4 risulta che "i padri" erano morti da qualche tempo, ma non è necessario scendere fino al decennio successivo alla morte di P. (70-80), come pensa J. Chaine, per spiegare quella espressione. La persecuzione di Nerone, scoppiata tra la $I$ e la $I I P$., con le conseguenti reazioni psicologiche nei fedeli che attendevano l'imminente castigo del tiranno, spiegano sufficientemente quella ed altre espressioni deluse dei negatori della parusia, che in quel frattempo si erano moltiplicati. Dal fatto che $I P$. parla di "tutte le epistole" di Paolo (3, 16) non segue che chi scrisse conoscesse il canone completo e che sia del sec. it. L'autore non indica chiaramente i destinatari di questa lettera, ma del fatto che egli stesso la chiama "seconda" si può supporre che siano gli stessi dell'Asia Minore, ai quali era stata diretta la prima. Erano convertiti dal paganesimo ( $2,18-\mathrm{20}$ ) erano in pericolo di perdere la fede per l'intervento di falsi maestri dediti ai vizi (descritti specialmente nel cap. 2). P., che aveva avuta da Cristo la rivelazione della vicinanza della sua morte (si è quindi verso il 67), ordina a un collaboratore di scrivere questo suo testamento per mettere in guardia i fedeli, per istruirli ed esortarli a resistere coraggiosamente agli eretici. Probabilmente anche la $I I P$. fu scritta da Roma.

Molte somiglianze si notano fra la $I I P$. e la lettera di Giuda (v.), non solo nell'argomento ma nell'ordine