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 a resistere coraggiosamente agli eretici. Probabilmente anche la $I I P$. fu scritta da Roma.

Molte somiglianze si notano fra la $I I P$. e la lettera di Giuda (v.), non solo nell'argomento ma nell'ordine delle sezioni. Si può dire che la breve lettera di Giuda (prescindendo dalle discusse citazioni degli apocrifi libri di Enoch e Annazione di Mosè, proprie di Giuda) è contenuta integralmente in questo scritto di P., specie nei capp. 2 e 3. La maggioranza degli studiosi ritiene che P., vedendo penetrare nelle comunità etnico-cristiane dell'Asia Minore i falsi dottori, già combattuti da Giuda nelle Chiese giudoceristiane, abbia desunto da quella lettera gli argomenti e le espressioni più forti per confutarli. L'autore della $I I P$. lascia capire di avere utilizzato scritti altrui (loda le epistole di Paolo). T'ennendo conto della dipendenza dalla lettera di Giuda e della collaborazione di un altro segre-tario-redattore si spiegano facilmente certe dissonanze con la $I P$.
3. Dottrina. - Contro i falsi dottori, s. Pietro intende dimostrare che la parusia è certa, come pure sono certe le sanzioni che l'accompagneranno. E questo il punto centrale dell'insegnamento della $I I P$. Le altre verità sono insegnate o supposte come cornice di questa. La venuta del giudice è certa: lo affermano gli Apostoli, testimoni della Trasfigurazione (1, 16-18); è predetta dai profeti ( 1, 19-21); è voluta dalla giustizia di Dio, che punisce i peccatori e salva i giusti. Gli esempi addotti nel cap. 2 provano questo assunto. Il Signore non ritarda il compimento della sua promessa: usa pazienza perché non vuole che alcuno perisca: il suo giorno verrà come un ladro ( $3,9-10$ ).
BibL. A. Charue, Les Epltres catholiques (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 12), Parigi 1937, p. 378 sg.; P. De Ambroggi, Le Epistole cattoliche, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Torino 1949, pp. 4-8. Per la I. P.: U. Holzmeister, Commentarius in Epp. i, Petri et Indae, I. ; Ep. I P., Roma 1937 (ampia bibl. alle pp. 117-82). Per la $I I P$. J. Dillenseger, L'ouchenititié de la $I I P$. Beirut 1907: J. Chaine, Les Epltres catholiques, Parigi 1939 (bibl. alle pp. 12-21v). Tra i commenti scattolici si noti: J. B. Meyer, The epistle of st. Jude and the second of st. Peter, Londra 1907; C. A. Bigg, The epistles of st. Peter and st. Jude, Edimburgo 1910. Pietro De Ambroggi
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Illa Mèp.ut. Sarridagi, loc. IO.
Pietro, apostolo, santo - Dominus tegem dat. Particulare di sarcofago (sec. IV) - Roma, chiesa di S. Sebastiano.
VI. Liturgia. - 1. Venerazione. - Giovanni Crisostomo addita "chi vestito di porpora si appressa come un pellegrino ai sepolcri di P. e di Paolo e li bacia devotamente. Deposto lo splendore dei suoi abiti, si veste di umiltà e prega con fervore gli Apostoli santi perché siano i suoi intercessori presso il Signore. L'Imperatore prega sui sepolcri di un fabbricante di tende e di un pescatore " (PG 61, 582). Lo stesso concetto è ripetuto per due volte da s. Agostino il quale indica che l'Imperatore, giungendo a Roma, non sale subito alla reggia del Palatino, ma si affretta alla tomba del Pescatore (PL 33, 1028, 1830). Ca. il 393 Rufino, prefetto del pretorio, eresse presso Calcedonia una basilica in onore dei ss. apostoli P. e Paolo, ponendovi "brandea" portati da Roma (Callinico, Vita Hypatii, Lipsia 1895, p. 18). Dai confini del mondo romano, Teodoreto, vescovo di Ciro nella Siria, presso l'Eufrate, così scriveva al papa Leone Magno nel 449 : "Roma possiede i corpi di P. e Paolo, nostri comuni padri, nostri signori nella fede; le loro tombe illuminano le anime dei fedeli. Questa coppia beata, ispirata da Dio, è sorta dall'Oriente e ha penetrato con i suoi reggi dovunque: ma in Occidente ha trovato la morte e dall'Occidente illumina il mondo. Essi hanno dato alla tua cattedra una gloria incomparabile, ne costituiscono il tesoro più prezioso (PG 83, 1314). La venerazione per gli apostoli P. e Paolo si diffonde attraverso il mondo cristiano e "brandea" sono raccolti e portati nelle più lontane regioni per onorare i Principi degli Apostoli negli edifici sacri che sorgono in loro onore. Il vescovo Achilleo (v.), nel primo ventennio del sec. v, costruì a Spoleto, sulla Via Flaminia, una basilica in onore del Principe degli Apostoli, perché in P. è fondata la Chiesa per tutte le genti. P. sta quale arbitro in terra, "ianitor in superia" (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1871, p. 117). Nella basilica di S. Stefano di Ravenna, il vescovo Massimiano nel 530 pose merito (brandea) apostolorum Petri et Pauli. Sulla collina sacra alle divinità pagane, Clodoveo ad istanza di Genoveffa fa sorgere a Parigi la grande Basilica dalle preziose colonne in marmo di Oloron che dedica agli apostoli P. e Paolo, dove poi sarà deposta s. Genoveffa. Gregorio di Tours nella sua Historia Francorum ricorda una basilica di s. P. a Clermont e dei due Apostoli a Tours. In Spagna nell'antica Hilipula Halos, eggi Loja, furono rinvenuti gli avanzi di una basilica cristiana e un cippo con l'iscrizione dell'edificio ai ss. P. e Paolo (E. Hubner, Inscriptiones latinae Hispaniae christianae, suppl., Berlino 1900, pp. 5960, n. 374). Il benedettino B. Biscop dal 633 in poi fece per cinque volte il suo pellegrinaggio dall'Inghilterra alle tombe apostoliche; nel 674 fondò nel Northumberland un monastero a Wermouth in onore del Principe degli Apostoli e un altro a Iarrow nel 682 dedicato a s. Paolo. Nell'atrio della Basilica vaticana fu sepolto Cedwal, re del Weesex, battezzato dal papa Sergio I nel Sabato Santo del 689, e morto nella successiva domenica in Alba (G. B. De Rossi, Inscr. Chr., II, 1, p. 288). Il re Coinredo di Mercia e il principe Offa di Essex, giunti a Roma al

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(da Wilpert, Sarcofagi, tav. 123, 1)
Pietro, apostolo, santo - La cattura di s. P. Particolare del sarcofago detto dei due fratelli (sec. iv) - Roma, Museo Lateranense.
tempo del papa Costantino (708-15; Lib. pont., I, p. 391), mutano la porpora regale con l'abito benedettino per rimanere in uno dei quattro monasteri che assicuravano la laus perennis nella Basilica Vaticana. Lo stesso suo successore il re Ina morì nel 730 in Roma "ad limina apostolorum n. In Africa a El Kef (la romana Sicca Veneria) nella chiave di volta dell'abside della basilica bizantina di Dar-el-Kouse è inciso DMNS per "dominus" e sotto è una corona racchiudente una croce greca con una lettera in ciascuno dei quattro bracci formanti $\mathrm{P}(\mathrm{e}) \mathrm{TR}(\mathrm{u}) \mathrm{S}$ cioè bOSsNIS PETRIS (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne de l'Afrique, in Mémoires de l'Académie des Inscr. et belles lettres, 12, 1 [1907], p. 42 sgg., n. 247); una seconda chiave di volta appartenente al nartece ha incisa in un disco una croce equilatera con SCS (Sanctus) P(e)TR(u)S (ibid., p. 45 sgg.). A EnchirChigarnia, l'antica Uppenna, in un grande musaico pavimentale d'una basilica bizantina, con croce gemmata tra due pecore si legge una lunga iscrizione che comincia: "Hec sunt nomina martirum Petrus Paulus" (ibid., pp. 26-29, n. 238). A sud ovest di Tebessa, a HenchirMagroun, in un blocco arcuato di tabernacolo, al di sopra di due grandi monogrammi è l'iscrizione: "Memoria domni Petri et Pauli" (CIL, VIII, 10693). A Henchir-Taghfaght, non lontano da Khencela fu trovata una pietra sulla quale era incisa l'iscrizione: "Hic est domus Dei, hic memoriae Apostolorum...» evidentemente gli apostoli P. e Paolo (CIL, VIII, 17714). In una lastra di marmo rinvenuta presso Gualma (l'antica Calama) ora nel museo del Louvre è scritto: "Hic reliquiae beati Petri Apost(o)l(i)...»; tale lastra chiudeva un reliquiario marmoreo (ibid., pp. 64-65, n. 262). Fra le rovine d'una chiesa ad Ain Zirara tra Costantina e Tebessa, donde fu estratta la nota capsella argentea (G. B. De Rossi, La capsella argentea africana, Roma 1889), si raccolsero frammenti d'una pietra calcare con una lunga iscrizione: "Hic exauditio sanctorum Petri Pauli apostolorum», ecc. (CIL, VIII, 17746). A 15 km . a nord di Ain Beida in una pietra forse di pulvino è incisa l'epigrafe "Hic memori(a)e sancto(rum) Pauli Petri" (ibid., 18656). A Kherbet Oum-elAhdam a sud ovest di Setif, nelle rovine d'una chiesa si rinvenne una mensa in pietra con l'iscrizione datata delTanno 320 dell'èra mauretana, cioè 359 d. C., contenente una serie di reliquie, tra le quali quelle degli apostoli P. e

Paolo (CIL, VIII, 20600). Una pietra calcare appartenuta ad un tabernacolo situato in una cappella di Oppidum novum, oggi Duperre, conteneva una memoria sanctorum Petri et Pauli" (CIL, VIII, 21496), oggi a St-Cyprien des Attafs. A Castellum Tingitanum, l'odierna Orleanaville, in una lastra di marmo con la data dell'èra mauretana dell'anno 367 , cioè 406 d . C., è indicata l'iscrizione sepolcrale del figlio di un tribuno militare sepolto in un oratorio presso l'altare contenente reliquie degli apostoli P. e Paolo (CIL, VIII, 9715). Sempre a Orleansville, in una cappella si rinvenero due frammenti di mattone che hanno incisa un'epigrafe contenente la menzione d'una "memoria apostolorum Petri et Pauli" (CIL, VIII, 9714); un'altra tegola spezzata ricorda pure una memoria dei martiri P. e Paolo (CIL, VIII, 9716). Tutti questi frammenti sono ora al museo di Algeri. A Bir Hadad, presso Ain Melloul, cioè al sud di Setif, un reliquiario in pietra calcare era chiuso con un coperchio di cui era incisa un'epigrafe indicante le memorie deposte, tra le quali quelle di Paolo e di P. (CIL, VIII, 20490). A Tipasa nella Mauritania è tornata di recente in luce una basilica dedicata agli apostoli P. e Paolo.
2. Le date di venerazione. - Il 29 giugno. Nel catalogo liberiano si ha che P. "passus autem cum Paulo die III Kal. julias consulibus ss. (Nerone et Vero, 55) imperante Nerone" (MGH, Anct. antiquiss., IX, 1, p. 73); la stessa data ricorre nella Deposito martyrum, seguita dall'indicazione "Petri in catacumbas, Pauli Ostiense, Tusco et Basso consulibus" (a. 258). Si ha dunque un'unica data di commemorazione nel sec. iv per tutti e due gli Apostoli. Tutti i manoscritti dal Martir. geronimiano, sia quelli completi che i compendiati, registrano al 29 giugno la festa degli apostoli P. e Paolo che nell'inno attribuito a s. Ambrogio si dice celebrata a Roma "trinis viis", cioè sull'Appia, sull'Aurelia, sull'Ostiense. Positio di Nola chiama "solemnis consuetudo "il suo annuo pellegrinaggio a Roma per la festa degli apostoli P. e Paolo il 29 giugno (PI, 61, 235, 247, 382, 392). Nel Lib. pont. la data del "III Kal. julias" appare come giorno della sepoltura nella biografia dell'Apostolo (Lib. pont., I, p. 118) e come data della reposizione delle sue reliquie dell'Appia per opera del papa Cornelio (ibid., p. 150). Il codice di Berna del Martir. geronimiano dà "Romae Via Aurelia, natale sanctorum Apostolorum Petri et Pauli : Petri in Vaticano, Pauli vero in Via Ostiensi, utrumque in catacumbas, passi sub Nerone, Basso et Tusco consulibus $1 ;$ i nomi dei due consoli del 258 aggiunti in fondo sono evidentemente tratti dalla Deposito martyrum. H. Quentin tentò di provare che la data consolare non si riferiva agli Apostoli (Tusco et Basso cons., in Rendiconti della Pont. accad. rom. di archeol., 5 [1929], pp. 145-47); fu confutato da H. Delehaye (Tusco et Basso consi., in Mélanges Paul Thomas, Bruges 1930, pp. 201-207). Ma perché una tale stazione liturgica "in catacumbas?". Gli scavi ivi eseguiti nel 1892 e dal 1913 in poi hanno dimostrato che in quel luogo i cristiani si sono riuniti dalla metà del sec. it per compiervi il rito del refrigerium, come è attestato da centinaia di graffiti in greco e in latino invocanti i due Apostoli. Gli archeologi si sono divisi in tre gruppi : il primo riconosce "in catacumbas" un luogo dove i due Apostoli avrebbero dimorato per qualche tempo durante la loro vita (R. Oamurrini, G. Wilpert, R. Lanciani); un secondo gruppo pensa che si tratti di una dimora temporanea dei loro corpi o subito dopo il martirio o nel 258 (L. Duchesne, H. Lietzmann, A. Profumo); il terzo invece che la data del 29 giugno 258 "in catacumbas" non è che quella dell'istituzione liturgica di una festa in onore dei due Apostoli (H. Delehaye, P. Franchi de' Cavalieri). Sia lecito mettere in rilievo che il luogo "in catacumbas" è quello di un sepolcreto romano pubblico in uso ancor prima di Vespasiano, un servo del quale vi fu sepolto in uno dei colombari; che la parte a valle di tale sepoltura fu ricoperta di terra, dopo che era passato in proprietà di cristiani il mausoleo di Clodius Hermes, vi era stato graffito ITX@YC (v. Enc. Catt., IX, col 1270) nel mausoleo adiacente, e ivi presso erano stati sepolti fedeli che H. Lietzmann chiamò "criptocristiani ", che sul terreno rialzato fu costruita una triclia dove dal 258 all'ini-

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zio del sec. iv venne celebrato in onore dei due Apostoli il rito del refrigerium, rito eminentemente sepolcrale.

Recentemente E. Griffe ha voluto vedere nella memoria "in catacumbas " un " sepulchrum honorarium " in onore dei due Apostoli, che avrebbe preceduto le sontuose basiliche del sec. iv del Vaticano e dell'Ostiense (La legende du transfert des corps de saint Pierre et de saint Paul ad catacumbas, in Bulletin de littér. eccles. public par l'Institut catholique de Toulouse, 1951, pp. 193209), ma la basilica di S. Paolo divenne sontuosa più tardi dello Vaticano, poiché "Theodosius coepit, perfecti Honorius aulam ". Da N.-M. Denis-Boulet si è voluto vedere un rapporto tra le due date del Cronografo del 25 dic. e del 29 giugno e immaginare che la Basilica Vaticana fosse stata consacrata il 25 dic. 335 e 336 (A propos des fouilles de St-Pierre. Questions historiques et liturgiques, in Recherches de sciences religieuses, 34 [1947], pp. 385-406). Ipotesi insostenibile, perché gli scavi fatti eseguire dal papa Pio XII hanno messo in luce l'imponenza delle opere compiute dagli architetti costantiniani per giungere alla costruzione della grandiosa basilica a cinque navate, con un complesso di lavori che impongono un certo lasso di tempo perché l'edificio fosse compiuto, come è stato posto in rilievo ad es., da W. Seston (Les récentes fouilles de St-Pierre de Rome et la date de la construction de la Basilique constantinienne, in Revue de l'hist. des relig., 130 [1945], pp. 186-88, e Hypothèse sur la date de la Basilique constantinienne de St-Pierre de Rome, in Cahiers archéolog., 2 [1947], pp. 153-59). Meglio E. Kirschbaum ha messo in rapporto la commemorazione del solo P. "in catacumbas ", del Cronografo degli anni $336-54$ con la costruzione della basilica di S. Pietro in Vaticano, certamente non ancora compiuta (Petri in catacumbas, in Miscellanea liturgica in honorem L. Cuulberti Mohlberg, Roma 1948, pp. 221-29). Che la data del "III Kalendas iulias" fosse ritenuta al sec. iv come una data di deposizione è dimostrato dalla seguente iscrizione scoperta nel cimitero "inter duas lauros": "III Kal(endas) iul(ias) deposo Donni Petri" (R. Kanzler, Relazione ufficiale degli scavi eseguiti dalla Commissione di Archeologia sacra nelle catacombe romane [19111912]. Scavi nel cimitero di SS. Marcellino e Pietro sulla via Labicana, in N. Bull. arch. crist., 20 [1914], p. 76, n. 46). Dunque il 29 giugno è stato celebrato dalla comunità cristiana di Roma fin dal 258 quale data di deposizione dei due Apostoli. Anche in Oriente sia i "Consularia Constantinopolitana" che i "Consularia Ravennatia" e lo Pseudo Crisostomo (in SS. Petrum et Paulum: PG 59, 496), segnano al 29 giugno la data del martirio dei due Apostoli. Soltanto il Martirologio siriaco, datato tra il 411-12, indica "al 20 giorno in primo Kanun, cioè al 28 dic., nella città di Roma, Paolo apostolo e Simone Cepha capo degli Apostoli di nostro Signore" (H. Lietzmann, Die Drei älteste Martyrologien, Bonn 1912, p. 9).

Il $1^{\circ}$ ag. in Roma si celebrò prima la festa della dedicazione della Basilica ricostruita da Sisto III in onore degli apostoli P. e Paolo, più tardi in quel giorno la devozione popolare si polarizzò alla catena di s. P. e alla sua liberazione miracolosa dal carcere in Gerusalemme, come indica il Sacramentario Gregoriano (Sacramentarium Gregorianum, ed. H. Lietzmann, Münster in V. 1924, p. 83, n. 136). Per le catene di s. P., v. catene di s. P. Per l'Oriente v.: J. H. Hanssens, La liturgie romanobycanthae de St-Pierre, in Orientalia Christiana periodica, 4 (1938), pp. 234-58; 5 (1939), pp. 103-50. Si noti che in Oriente la solennità della catena di s. P. si celebrava il 16 genn.; nell'emerologia di Costantinopoli si dice: "adorazione della veneranda catena del Santo e lodevole apostolo P. "; in un testo del rito siriaco: "adorazione della catena che cadde dai piedi del principe degli Apostoli "; nel calendario maronita: "Commemorazione di P. apostolo quando fu liberato dal carcere (Nilles, Calendarium manuale utriusque Ecclesiae orientalis et occidentalis, I, 2a ed., Innsbruck 1896, p. 71 sg., 468, 487).

Per la festa del 18 e 22 febbr. v. Cattedra di s. p. Per la festa del 25 genn. v. conversione di s. paOlo.
VII. Iconografia. - 1. Archeologia. - Come nei Vangeli P. è menzionato 195 volte, Giovanni 29 volte e gli altri Apostoli complessivamente 130 volte, cosi nell'ico-
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(da Catalogo d'ano celletiano di manacella a minuiturco des $13^{\circ}-33^{\circ}$ vestes. Amsterdam 1919, tasc. 68)
Pietro. Apostolo, santo - S. P. in carcere e sua liberazione. Miniatura di scuola bolognese (sec. 2iv) - Amsterdam, Collezione privata.
nografia antica cristiana P. è il più rappresentato e sorpassa con il numero delle scene tutti gli altri. G. Wilpert ha constatato che della sola scena del battesimo di Cornelio esistono oltre 120 rappresentazioni: sessanta della cattura, una settantina dell'annunzio della sua negazione. Del miracolo della fonte con l'indicazione di P., oltre la tazza di Podgoritza (v.) si hanno anche vetri dorati nei quali è rappresentato il miracolo della fonte e la scritta PETRCS (R. Garrucci, Storia dell'arte crist., III, Prato 1876, tav. 179,9) per indicare, come dice s. Agostino, che Mosè " figura fuit Petri" (Serm., 351, 4). P. è con barba e capelli folti, spessi e ricci, la barba corta, come nel cimitero "inter duas lauros" (Wilpert, Pitture, tavv. 93-94) o in Domitilla (id., ibid., tav. 193, 2); l'Apostolo figura imberbe in una sola pittura della negazione (Wilpert, Pitture, tav. 242, 1). Ma il tipo più caratteristico, di marinaio dalla fronte alta, dagli occhi espressivi, dalla barba che gli incornicia il volto è nell'affresco nell'ipogeo degli Aureli (v.) del viale Manzoni (Wilpert, Le pitture dell'ipogeo di Aurelio Felicissimo presso il Viale Manzoni in Roma, in Memorie della Pont. accad. rom. di archeol., $3^{a}$ serie, I [1924], tav. 6, 1). P. è l'apostolo a cui il Signore consegna la sua legge quale Mosè del Nuovo Testamento. La scena, solo una volta rappresentata nella pittura cimiteriale (Wilpert, Mosaiken, p. 269 e tav. 132), è invece frequente nei sarcofagi, dove P. la riceve sostenendo anche la croce strumento del martirio che lo uguaglierà al Signore (Wilpert, Sarcofagi, p. 115 sgg.). Ed è la scena che nei battisteri è preferita per l'iniziazione alla Ies Christi. A P. il Signore confida le chiavi del regno celeste (Mt. 16, 19) e per mezzo di P. alla sua Chiesa, dirà Tertulliano (Scorpiacr., 10); egli è lo "ianitor astereus" (Dracontius, Carmen de Deo, v. 222 : PL 60, 857). Nei sarcofagi la scena è rappresentata ben sedici volte a Roma e in Gallia; in pittura nel cimitero di Commodilla (Wilpert, Mosaiken, tavv. 148-49). A P. il Signore lava i piedi (v. latanda). S. P. salvato dai flutti è rappresentato per la prima volta nelle pareti della casa trasformata in chiesa a Dura Eúropos (v.); in Roma in un frammento rinvenuto nella tricora orientale in S. Callisto (G. Wilpert, La cripta dei Papi e la cappella di S. Cecilia nel cimitero di Callisto, Roma 1910, p. 96 e tav. 6, 1). La scena è incisa in una gemma pubblicata da Girolamo Aleandro (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1881, p. 118 e tav. 418, 13). La scena figurava nel ciclo basilicale in una basilica della Spagna, perché è attestato

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dai versi dichiarativi di Prudenzio nel suo Dyttochaeon (PL 60, 105) e nella basilica di S. Martino di Tours (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, I, Parigi 1886, p. 235); a Ravenna in una iscrizione mutila nel battistero di Neone (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, IV, Prato 1876, tav. 37); a Napoli in mussico nel battistero (Wilpert, Mosaiken, tav. 30 sgg.). A Gaza in una pittura ricordata da Coricio (ca. l'anno 550) nella chiesa di S. Sergio. Lo stesso episodio fu dipinto al principio del sec. in in S. Saba (G. Wilpert, Le pitture dell'oratorio di S. Silicia, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 26 [1906], pp. 224 sgg.). La scena della risurrezione di Tabita appare in un sarcofago intero di S. Massimino (Provenza) e in un altro frammentario. G. Wilpert ha identificato la rappresentazione dell'episodio della punizione di Anania e Saffira in un frammento del museo di Avignone (Sarcofagi, tav. 145, 3) e in un altro di S. Callisto (ibid., 145, 2), basandosi sulla scena scolpita nella cassetta eburnea di Brescia (v.); scena che nel medioevo venne dipinta al Laterano. In una basilica della Spagna (forse Saragozza, in cui il cielo biblico era illustrato da versi di Prudenzio) fu rappresentato anche l'episodio di P. che libera degli indemoniati (Etritocchaeon, 36), come pure era effigiato ai SS. Giovanni e Paolo in Roma (G. B. De Rossi, Inscriptiones Christianae, II, 1, Roma 1888, p. 150). Eusebio attesta che le immagini di Paolo e di P. erano conservate in tavole dipinte (Hist. ent., VII, 18, 4). Moltissimi sono i monumenti che li rappresentano insieme, P. col suo tipo, Paolo calvo con barba intera lunga a punta di color bruno; quantunque s. Agostino metta in dubbio l'esistenza d'un ritratto di Paolo (De Trinitate, 8, 5: PL 42, 912). I due Apostoli insieme figurano con i loro tipi individuali in affreschi cimiteriali romani (Wilpert, Pitture, tavv. 153 sgg.; 117, 1; 179; 182; 248; 251 sg. e 254). L'episodio di P. e Paolo condotti al martirio è un soggetto che si ritrova in sarcofagi romani come il più noto di Giunio Basso (v.) rinvenuto proprio nella confessione di S. P. e nel Lateranense 164. Figurano insieme nei sarcofagi, nell'unico affresco cimiteriale (ad decimum) e nei musaici in tutte le rappresentazioni della consegna della legge; figurano ancora in tutte le scene della troditio clavium; insieme acclamanti ancora nell'arco trionfale di S. Maria Maggiore presso il trono divino. Ma essi figurano insieme a Napoli più volte in S. Gennaro dei Poveri, dove presentano gli stessi caratteri individuali che a Roma; P. figura anche solo in S. Gaudioso nel sepolcro di Pascentius (H. Achelis, Die Katacomben von Neapel, Lipsia 1936, tav. 39). Insieme si ritrovano in un affresco nel cimitero di Albano (O. Marucchi, Le catacombe di Albano, in N. Bull. di arch. crist., 8 [1902], p. 89 sgg., tav. 5); insieme tornano acclamanti il «Signum Christi * nella Pannonia a Cinque Chiese (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 1874, tavv. 7-8); su lastre sepolcrali come in quella di «Asellus» nel Museo Lateranense, dove sono graffiti i loro busti secondo il noto tipo iconografico, contrassegnato dai loro nomi PETRVS PAVLVS; insieme ancora si ritrovano in una serie preziosa di vetri cimiteriali (R. Garrucci, Vetri cimiteriali in oro, Roma 1854, passim); in lampade fittili come in una di Akhmin, in cui sono nimbati e distinti P. con le chiavi, Paolo con la spada (R. Förrer, Die altchristliche Alterthümer aus dem Gräberfelde von Achmin Panopolis, Strasburgo 1893, p. 6, tav. 5, n. 2); in dittici come quello del «Sancta Sanctorum», ora nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana (H. Grisar, Die römische Kapelle der Sancta Sanctorum und ihre Schatz, Friburgo in Br. 1908, pp. 118-20 e tavv. 4-5, nn. 5-6); in iconi come quella Vaticana (W. F. Volbach, Die Ihone der Apostelfürsten in St. Peter zu Rom, in Orientalia Christiana Periodica, 7 [1951], pp. 480-97).

Una coppa vitrea forse del sec. Iv rinvenuta a Cartagine, offre due pescatori che l'iscrizione indica essere gli * Apostoli Petrus et Johannes * in cui P. non ha il suo tipo iconografico solito (G. Picard, Vase gravé de Carthage, in Fasti archaeologici, 4 [1949], p. 530, n. 5031). Due sono le statue dell'Apostolo che erano nell'antica Basilica; la prima è la celebre in bronzo. H. Wickhoff ritenne la statua del sec. xili (Zeitschrift für bild. Kunst, 1890, p. 108 sgg.). H. Grisar propose di datare la statua
alla fine del sec. v (Della statua di bronzo di s. P. apostolo nella Basilica Vatic., in Civ. Catt., 1898, II, pp. 459 sgg.; id., in Analecta romana, Roma 1899, pp. 627-57). A. Venturi la datò prima al sec. iv-v (Venturi, I, p. 414) quindi l'attribui ad Arnolfo di Cambio (ibid., IV, p. 113 sgg.). Per P. Toesca appartiene al sec. xili (Storia dell' Arte it., I, Torino 1927, pp. 287 e 1110). C. Cecchelli segui la datazione Grisar, ma per G. B. De Jerphauion la questione della data resta ancora aperta (Bulletin d'arch. chrét. et byzant., in Orientalia Christiana periodica, 4 [1938], p. 538). Nell'artio dell'antica Basilica era una statua marmorea assisa dell'Apostolo, che non è altro se non un adattamento della statua d'un retore romano al quale nel sec. xili ca. fu cambiata la testa e nel xvi l'avambraccio destro e la mano sinistra che stringe le chiavi. Ora è nelle S. Grotte.

Bial.: C. Cecchelli, Iconografia dei Papi, 1, S. P., Roma 1937; G. Ladner, I ritratti dei papi nell'antichità e nel medioevo. 1. Città del Vaticano 1941.

Enrico Josi
2. Arte. - In età romanica ebbe pure largo sviluppo la rappresentazione di cicli della vita e del martirio dell'Apostolo. Purtroppo i più importanti di essi non ci sono pervenuti : così gli affreschi, opera del Cavallini, dell'antica Basilica Vaticana; o sono molto danneggiati, come quelli del coro della chiesa superiore di Assisi, opera di Cimabue. Una ripetizione del cielo perduto di S. P. in Vaticano si ritrova nella organica decorazione di S. Piero a Grado, presso Pisa, ascritta al pittore Deodato Orlandi, che mori a Lucca nel 1337. Avvenimenti isolati della vita del Santo vennero pure figurati in tavole, come nel polittico Stefaneschi dei Musei Vaticani, di Giotto ed allievi, ed in una tavola della Pinacoteca di Siena, bisantineggiante, con la rappresentazione del carcere e della crocifissione dell'Apostolo. Si devono ricordare anche vetrate, specialmente francesi, a Bourges (sec. xili) a Chartres, Lyon, Sens, Poitiers, Troyes, Tours. Il capolavoro rinascimentale della rappresentazione dei fatti di s. P. è nella cappella Brancacci al Carmine di Firenze, dove Masolino, Masaccio e Filippino Lippi seguirono passo passo, valendosi anche dei Vangeli apocrifi, la mirifica storia del Santo.

Innumerevoli si susseguono per tutto il Rinascimento, l'età barocca e la moderna, fino ad oggi, le immagini devote dedicate al solo s. P. o a sacre conversazioni cui egli partecipa. Moltissimi altari lo rappresentano in singoli scomparti, come le tavole di Francesco del Cossa a Brera. Basti notare che mentre in Italia il carattere del Santo quale appare nei dipinti anche molto vicino a noi rimane assai simile a quello delle originaric immagini, in Germania e in genere nell'Europa nordica si preferisce rappresentare il Santo nelle sue vesti pontificali, più che nell'aspetto di Apostolo, cosi anche in molti quadri rappresentanti la morte di Maria, ove pure compare.

La vastità del tema iconografico, svolto specialmente a Roma, nelle basiliche dedicate al Santo, in sculture, altari, arredi sacri, talora di elevato pregio artistico, non permette che di indicare brevemente alcuni particolari temi iconografici, d'altronde fortunatissimi. S. P. nella navicella, simbolica guida della Chiesa, appare già in un bronzo del Museo archeologico di Firenze (ca. il sec. iv) ed ha la sua massima apotesi nel celebre, e purtroppo sfigurato, musaico di Giotto per il Giubileo del 1300. La consegna delle chiavi a s. P. venne descritta dal Perugino in un affresco della Cappella Statina e in un arazzo da Raffaello, che nelle Stanze ne descrisse anche la liberazione dal carcere. S. P. come guardia del Paradiso compare già in un capitello istoriato del sec. xi al Museo civico di Torino, nel quale l'Apostolo introduce un devoto con la sua compagna nel Regno celeste, indicato simbolicamente dalla chiave. Analogamente in un reliquiario gotico da S. Galgano, nel Museo dell'Opera del duomo di Siena, alla fine del 1200.

D'altro canto durante tutto il medioevo e successivamente, il gallo, che ricorda la sua negazione, e le chiavi, simbolo del suo potere sono le caratteristiche iconografiche dell'Apostolo, la cui immagine ritorna di continuo in tutte le rappresentazioni degli eventi narrati dal Vangelo.

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BibL.: K. Künste, Ihonsqraphie der Heiligen, Friburgo 1926 (con bibl.).
Eugenio Battisti
VIII. Apocrifl. - 1. Apocalisse di P. - Apocrifo citato come autorevole da s. Clemente Alessandrino (presso Eusebio, Hist. eccl., 6, 14 : PG 20, 549), s. Metodio (Symposion, 9, I: PG 18, 180) e, forse, dal Frammento muratoriano (lin. 71 sg.), ove, tuttavia, alcuni, con Th. Zahn, vedono citata la I Pt. Da Sozomeno si apprende che l'Apocalisse di P. si leggeva ancora nel sec. v nelle chiese di Palestina nel giorno di Parasceve (Sozomeno, Hist. eccl., VII, 19: PG 67, 1477), ma era già stata esclusa dal canone da Eusebio (Hist. eccl., III, 2; XXV, 4: PG 20, 217. 269) e da s. Girolamo (De viris inlustr., I: PL 23, 609).

Secondo E. Amann l'Apocalisse di P. fu scritta in Egitto nella prima metà del sec. II d. C. Vi si alluderebbe alla persecuzione di Bar Kökhëbhá' contro i cristiani. Il testo che si credeva perduto fu ritrovato in parte in greco nel 1886 ad Aḥmim da U. Boursant (edito in Mémoires publiees par les membres de la Mission archéologique franf. du Cnive, 9 [1892], pp. 91-147) e integrato da un altro frammento papiroceo della Bodleiana (edito da F. Nau, Rev. de l'Orient chrét., 15 [1910], p. 441 sg.). Si ha pure un completo rifacimento etiopico edito da S. Grelbaut (Littérature dihispionne pseudo-clémentine, in Rev. de l'Orient chrét., 12 [1907], pp. 139-51, 285-93, 280-92; 13 [1908], pp. 166-80, 314-20). Gesù, alla domanda degli Apostoli che precede il discorso escatologico (Att. 24, 3), risponde mostrando la gloria dei giusti e i terribili supplizi dei dannati. Le idee escatologiche sembrano derivare da fonti giudiziche. L'autore ebbe presenti anche i testi di II Pt. 1, 16-18; 3, 6-17. Tra gli scritti gnostici recentemente scoperti in Egitto si segnala pure un'Apocalisse di P. Cl. Biblico, 31 (1950), p. 71.

BibL.: E. Amann, Apocrphes du Nouv. Test., in DBs. I. coll. 223-27 (con ampia bibl.): H. Höpfl - B. Gut, Introdusto gencralis in S. Seripturam, I, $4^{2}$ ed., Roma 1940, p. 224 sg.
2. Atti di P. - Apocrifo leggendario giunto in diverse recensioni.

Secondo L. Vouaux ed E. Amann sarebbe stato composto in greco, non a Roma (come pensa C. Erbes) ma in Asia Minore verso il 200 da un autore ortodosso. H. Höpfl e B. Gut pensano ad un autore gnostico, perché vi si celebra l'Eucaristia con pane ed acqua (cap. 2 degli Atti di Vercelli). Ma nel frammento copto si parla solo di pane. Eusebio (Hist. eccl., III, 3:PG 20, 217) li esclude dal canone. Tema centrale degli Atti di P. sono le lotte sostenute da s. P. contro Simon Mago dapprima in Palestina, poi a Roma. Della prima parte, con le vicende palestinesi, rimane solo un frammento copto a un episodio (di Eubula) conservato nel cap. 17 della versione latina, nota sotto il nome di Atti di Vercelli. Gli ultimi dodici capitoli (30-41), detti anche Martirio di P., furono conservati anche nel testo originale greco. Qui si narra anche il celebre episodio del Quo vudis? (v. sotto). Gesù, apparso a P. che fuggiva da Roma, gli chiede: «Dove vai?». P. ritorna ed è crocifisso capovolto. Si ha pure una parafrasi latina, che pretende di essere scritta dal papa Lino (Pseudo-Lino) ed altri rifacimenti chiamati Pseudo-Egesippo e Pseudo-Ippolito. Si posseggono parziali versioni copte, slave, sira, armena, araba, etiopica. Gli Atti di P. dipendono certamente dagli Atti di Paolo (v.) e dagli Atti di Giovanni (v.). Si discute se dipendano anche dalla Predicazione di P. (v.). Le vicende di P. sono unite a quelle di altri apostoli negli Atti di P. e Paolo (v. sotto) e negli Atti di P. e Andrea, editi da C. Tischendorf in Apocal. apochr. (Lipsia 1866), pp. 161-67. Tra i papiri gnostici copti scoperti recentemente in Egitto vi sono pure degli Atti di P. (cf. B. Altaner, Theol. rev., 46 [1950], pp. 41-42).

BibL.: L. Vousux, Les Actes de Pierre. Introduction, textes, traduction et commentaires, Parigi 1922 (ampia bibl. e pp. 216-18): E. Amann, Apochryphes du Nouveau Testament, in DBs, I, coll. 496-501 (con bibl.): C. Erbes, Ursprung und Umfang der Petrusebten, in Zeiterhr. für Kirchengeschichte, 32 (1911), pp. 161182. 323-77. 497-530: H. Höpfl - B. Gut, Introduct., I. $4^{2}$ ed., Roma 1940, p. 217 sg.
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(fol. Mouri Vatiravis
Pietro, apostolo, santo - Paice oves meas. Aftresco nella vòlta della Galleria delle carte geografiche decorata sotto la direzione di G. Muziano (fine sec. xvi) - Palazzo Apostolico Vaticano.
3. Atti di P. e Paolo. - Apocrifo nato dalla fusione riveduta degli Atti di P. (v. sopra) e degli Atti di Paolo (v.).

Questi scritti, di origine asiatica, parlavano dei due Apostoli indipendentemente, non tenendo conto della tradizione romana, attestata anche dal decreto di Gelasio (v.), secondo il quale P. e Paolo soffrirono nello stesso giorno, checché ne dicano gli eretici. Il compilatore degli Atti di P. e Paolo eliminò certe espressioni teologicamente meno accettabili (non propriamente gnostiche, come pensano H. Höpfl e B. Gut [v. bibl.], n. 308) degli Atti di P., e procurò di mostrare che regnava un perfetto accordo tra i due Apostoli, i quali insieme avrebbero affrontato Simon Mago, insieme sarebbero stati condannati da Nerone, nello stesso giorno avrebbero subito il martirio: P. crocifisso, Paolo decapitato. Gli ultimi capitoli parlano della sepoltura di $P$. sotto il terebinto, presso la Naumachia, sul Vaticano s, e di un vano tentativo fatto dagli Orientali di soportare da Roma le reliquie dei due Apostoli, le quali, ricuperate, sarebbero state deposte provvisoriamente nelle catacombe, in attesa di essere poi collocate nei rispettivi monumenti: P. in Vaticano, Paolo sulla Via Ostiense. I vari strati dei rifacimenti si possono scaglionare dal sec. III al vi.

BibL.: la maggior parte dei testi è pubblicata da R. A. Lipsius - M. Bonnet, Acta Apostolorum apochrypha, II, 1. Lipsia 1896, pp. 191-216; cf. inoltre H. Höpfl - B. Gut, Introd., L.4* ed., Roma 1940, p. 219; E. Amann, Apochryphes du Nouv. Test., in DBs. I, coll. 498-501 (con bibl.).
4. Predicazione di P. - Apocrifo scritto originariamente in greco ( $\mathrm{K} \varepsilon \rho \nu \gamma \mu \alpha \pi \varepsilon \tau \rho \circ \nu$ ). Ne facevano uso Clemente Alessandrino ed Eracleone Valentiniano (cf. Origene, In Io., XIII, 17: PG 14, 424). E relegata tra gli apocrifi da Eusebio (Hist. eccl., III, 3, 2: PG 20, 217) e da s. Girolamo (De viris inlustr., 1: PL 23, 609).

Dai frammenti conservati da Clemente Alessandrino risulta che l'opera doveva contenere una specie di discorso programmatico di P., che ne riassumeva tutta la predicazione. Sembra che l'autore abbia preso lo spunto da $I I$ Pt. 1, 15, ove l'Apostolo scrive: «Mi studierò che abbiate a ricordarvi [dei miei moniti] dopo la mia dipartita». Tra i moniti riferiti dalla Predicazione di P. doveva esservi questo : c'è un solo Dio, che si deve onorare, non come i pagani, né come gli ebrei. I cristiani costituiscono come un tertium genus. Devono restare fedeli al nuovo patto già preannunciato dai profeti. L'opera fu scritta nei primi decenni del sec. II, a parere di E. Dobschütz in Egitto, a parere di A. Hilgenfeld in Grecia. Si discute

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se l'opera sia da identificare con la Didascalia di $P$, di cui parla s. Giovanni Damasceno (PG 95, 1157 B., 1461 D), ed alla quale (Doctrina Petri) sembra accennare Origene (De principiis: PG 2, 119 O). Tra i papiri gnostici copri scoperti recentemente in Egitto v'è pure una Orazione di P. Apostolo; cf. Biblica, 31 (1950), p. 71* (Elenchus bibl.).

Bial.: fonti: si trovano in Clemente Alessandrino, Strona, I, 29, 182; II, 15, 68; VI, 5, 39 e 42; VI, 6, 48; VI, 15, 128; Echec propb., 58 (CB. II, pp. 112, 149, 451, 453, 457, 496; III, p. 154). Studi: E. Amann, Apocheybter du Nouv. Tert., in DBs, I, col. 522 sg.; A. Hilgenfeld, Novum Testamentum extra cunnum reception, IV, Lipsia 1884, pp. 51-65; E. von Dobschütz, Das Korygma Petri kritisch untersucht (Texte und Unterneh., 11, 1), Lipsia 1893.

Pietro De Ambroggi
5. Vangelo di P. - Apocrifo, di cui si ha la prima notizia in una lettera di Serapione, vescovo di Antiochia, sulla fine del sec. II, ai fedeli di Rhossos, in Cilicia (Eusebio, Hist. eccl., VI, 12, 2 sgg.: PG 20, 545). Egli ne condanna la lettura.

Il Vangelo di $P$. viene ricordato pure da Origene (In Mt., 10, 17 : PG 13, 876); riprovato da Eusebio stesso (op. cit., 3, 3 e 25 : PG 20, 217 e 269); relegato tra gli apocrifi da s. Girolamo (De vir. ill., I : PL 23, 639) e da Teodoreto (Hoer. fabul. comp., II, 2 : PG 83, 389). Oltre al nome, non se ne sapeva nulla finché nell'inverno 1886-87 la Mission archéologique française scoprì nella tomba di un monaco cristiano di Aḥmim, assieme ad altre, una vecchia pergamena, attribuita al sec. viII-ix e contenente parte del Vangelo di $P$. E uno scritto con tracce di docetismo (vv. 10, 19, 39-44), mutilo in principio e alla fine, contenente la narrazione della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Esso è un libero rifacimento del racconto evangelico, con timbro spiccatamente antigiudaico; tutta la colpevolezza della condanna e crocifissione del Salvatore ricade su Erode e sui Giudei, mentre Pilato figura da spettatore favorevole al condannato. La composizione, in lingua greca popolare, ebbe luogo, con ogni probabilità, ca. la metà del sec. II (130-60).

Bial.: U. Bourions, Fragments du texte grec du livre d'Enoch et de quelques écrits attribués à st Pierre, Parigi 1892; Th. Zahn, Das Evangelium des Petrus, Erlangen-Lipsia 1893; L. Vaganay, L'Evangile de Pierre, Parigi 1930; E. Klossermann, Reste des Petrusevangeliums, Berlino 1933. Buona traduzione italiana in G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I, Firenze 1948, pp. 16-29.

Fedelo Pasquero
IX. LegGende. - Anche riguardo ai fondatori della Chiesa romana non mancarono di sorgere leggende, che vengono riferite negli Atti apocrifi e nelle localizzazioni topografiche in diverse parti della città, tutte relative a vari episodi della loro vita romana.

1. La leggenda del carcere Mamertino. - In un itinerario di Roma della fine del sec. viII d. C., viene indicata subito dopo la porta Aurelia (l'attuale porta S. Pancrazio) una «Fonte di s. P.», dove sarebbe stato il suo carcere. Poiché d'un carcere di s. P. sul Gianicolo non si ha alcuna notizia antica (v. sotto), il Marucchi e il Duchesne ritennero che questa indicazione fosse fuori posto e si riferisse al carcere presso il Foro romano alle pendici del Campidoglio, di cui parla Tito Livio, che ne attribuisce la fondazione al re Anco Marzio. Il re Servio Tullo vi avrebbe aggiunto l'ambiente inferiore, dov'era una polla d'acqua, tullus, donde in realtà deriva il suo nome di Tullianum. All'esterno il carcere fu restaurato al tempo di Tiberio (14-37 d. C.) come dimostrano i nomi dei due consoli suffecti, incisi nei blocchi di travertino: Caius Vibius Rufinus e M. Cocceius Nerva. Dopo il sec. v d. C. fu dato erroneamente a questo carcere il nome di «Mamertinum» o di « Privata Mamertini», come si riscontra negli atti leggendari di molti martiri romani, ad es., dei papi Stefano (154-56) e Sisto II (258), di Caledopio, Abbundio e Abbundanzio, Crisante e Daria, e in modo speciale di Processo e Martiniano. Di questi due ultimi la leggenda ha fatto i due carcerieri di P. e Paolo in questa stessa prigione presso il Foro romano; ivi infatti si dice che, vedendo i prodigi compiuti da $P$, e Paolo nel carcere Mamertino, i due carcerieri Processo e Martiniano chiesero di essere battezzati insieme
con tutti i carcerati. P. allora avrebbe fatto un gesto di Croce sul Monte Tarpeo, le acque ne sarebbero sgorgate e Processo e Martiniano, battezzati, avrebbero pregato P. e Paolo di uscire liberamente dal carcere. Ma in quel luogo la sorgente d'acqua era antichissima; vicino ad essa nel medioevo fu costruito un altare. Si è voluto perfino individuare la colonna dove sarebbero stati legati P. e Paolo e un'impronta lasciata nel muro dalla testa di s. P. In realtà, quantunque la leggenda dei martiri Processo e Martiniano appartenga al sec. vi insitram, pure essa era ancora sconosciuta al papa Gregorio Magno, che è della fine del secolo (590-604) e presenta i due martiri quali due stranieri, senza alcuna allusione alla loro funzione di carcerieri degli Apostoli.
2. Il titolo de Fasciola». - Negli atti di Processo e Martiniano (Acta SS. Iulii, II, p. 304) si niera che s. P. fuggendo dal carcere avrebbe perduto sulla "Via Nova" una fascia, che aveva apposto al piede intorno alle ferite prodottegli dalle catene; tale fascia fu raccolta e conservata da una matrona, che aveva li presso la sua abitazione; trasformata questa in titulus, avrebbe avuto l'appellativo "de Fasciola", poi dei SS. Nereo e Achilleo. A parte che il documento è molto posteriore all'Apostolo, la «Via Nova» fu costruita da Carocalla all'epoca delle terme antoniniane. L'oratorio che sorgeva sulla Via Ostiense, detto della "separazione", fu cretto nel medioevo, in base ad una leggenda che sulla Via Ostiense i due apostoli P. e Paolo si sarebbero separati prima di essere condotti al martirio. L'origine della leggenda può derivare dall'episodio, contenuto negli apocrifi, del congedo di s. Paolo dalla matrona Plautilla (F. Martinelli, Roma ex ethnica sacra, Roma 1653, pp. 101, 301; G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1877, p. 137). L'oratorio, rimodernato in seguito, fu poi rimosso per l'allargamento della via.
3. L'oratorio del "Quo vadis». - Negli atti di Processo e Martiniano è pure la leggenda della fuga di s. P. da Roma e l'apparizione a lui, sulla Via Appia, del Redentore, il quale alla domanda dell'Apostolo: «Domine, quo vadis?» avrebbe risposto: «Romam redeo ut iterum crucifigar». Origene, citando un passo degli Acta Pauli, aggiunge che il Redentore avrebbe asserito che sarebbe stato di nuovo crocifisso; il che si credette riferito a P. (In Iohannem, 20, 12: PG 14, 600; anche in s. Ambrogio, Contra Auxentium, 13: PL 16, 1053). Nei ricordati atti leggendari di Processo e Martiniano non c'è ancora alcuna indicazione dell'esistenza di un oratorio sul luogo dell'apparizione. Alla fine del sec. viri l'Itinerario, detto di Einsiedeln, pone sulla Via Appia, oltre la porta e oltre il rivo dell'Almone, un oratorio di S. Maria, che solo nel sec. vi porta l'aggiunta «dove il Signore apparve». L'autore delle Mirabilia, nel sec. xit, indica senz'altro l'oratorio dove il Signore apparve a P.: «Domine, quo vadis?». Invece in altri documenti resta il nome primitivo di S. Maria, con l'aggiunta «delle piante». Infatti nella chiesa è conservata una pietra con le impronte di due piedi, che è copia d'un originale ivi esistente fino al 1620 e poi trasportato in S. Sebastiano. La leggenda ha veduto in queste impronte la miracolosa comparsa di Gesù a P.; in realtà esse vi furono portate, mentre in origine non furono che un monumento votivo in un qualsiasi santuario pagano e significare la strada percorsa da un pellegrino e il suo desiderio di eternare la sua presenza nel santuario stesso. Nel sec. xvi il card. Reginaldo Polo, vedendo che l'oratorio cadeva in rovina, ne costruì un altro rotondo, poco più oltre sulla Via Appia, al punto d'incontro col vicolo della Caffarella. Alla fine dello stesso secolo un dotto romano, Pompeo Ugonio, descrisse le antiche pitture ivi esistenti, tra le quali la scena della Pentecoste.

La chiesa venne riedificata nel 1620 e nel 1637 il card. Francesco Barberini vi aggiunse l'attuale facciata. Forse la localizzazione della leggenda del "Quo vadis?" sulla Via Appia è dovuta al fatto che questa regina delle vie romane, la quale da Roma portava a Brindisi, era percorsa da coloro che venivano dall'Oriente o vi si recavano.
4. La pretesa abitazione di s. P. in casa di Pudente. Pure soltanto da documenti apocrifi dipende la leggenda che $P$. abbia dimorato nella casa d'un senatore "Pudens»

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![img-40.jpeg](img-40.jpeg)
(fot. Rev. Fabbrica di S. P.)

PIANTA DI S. PIETRO
con la planimetria degli scavi in rapporto con la Basilica attuale.

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![img-41.jpeg](img-41.jpeg)
(let. Biv. Fabbrica di s. P.)
sul muro a nord della "Memoria Apostolica", anteriori alla costruzione della Basilica Costantiniana - S. Pietro.
![img-42.jpeg](img-42.jpeg)
(let. Pont. comm. arch. sacra)
ISCRIZIONE IN MARMO DEL SEC. IV
con il dies depositionis di s. P. (29 giugno) - Roma, Cimitero inter duas lauros.

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![img-43.jpeg](img-43.jpeg)
![img-44.jpeg](img-44.jpeg)

LA COLONNA SUD DELLA «MEMORIA APOSTOLICA»
S. Pietro.

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![img-45.jpeg](img-45.jpeg)

MARTIRIO DI S. PIETRO
del Caravaggio (ca. 1601) - Roma, S. Maria del Popolo.

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al "vicus Patricius" (oggi, Via Urbana), dove è la chiesa di S. Pudenziana; come pure non ha alcun valore storico la leggenda che nell'altare della cappella Gaetani sia conservato il legno della tavola sulla quale l'Apostolo avrebbe celebrato la Messa. Le esplorazioni eseguite nella chiesa dimostrano che essa fu costruita alla fine del sec. iv al tempo di papa Siriolo (383-98), nel luogo dove esisteva un edificio termale che la leggenda chiama di Novato. Le terme erano state orette al di sopra d'un edificio anteriore, nel quale si sono trovati mattoni con il marchio di fabbrica d'un Servilius Pudens e le date dagli anni 128 e 129. Una parte di questo sotterraneo fu accessibile nel sec. ix, perché vi è una pittura con s. Paolo tra le ss. Priesede e Pudenziana, che la leggenda indica come figlie del senatore Pudente (v.).
5. La pretesa dimora e il battistero di P. sull'Aventino. Si è voluto identificare l'attuale chiesa di S. Prisca con il luogo della casa di Aquila e Prisca, ricordati nelle lettere di s. Paolo. Gli atti leggendari di s. Prisca, forse del sec. viII, ne fanno una martire del tempo di Claudio II il Gorico (268-70), sepolta prima sulla Via Ostiense e poi, da papa Eutichiano, sull'Aventino nella casa di Aquila e Prisca, gli amici di s. Paolo, dove P. avrebbe predicato e battezzato. In un capitello fuori posto, nel sotterraneo della chiesa venne incisa in caratteri del sec. xili l'iscrizione in latino: "Battesimo di s. P. "Ora è assurdo immaginare che l'Apostolo abbia potuto battezzare dentro l'incava d'un capitello molto posteriore al suo tempo, in un luogo dove nessun documento autentico autorizza ad identificare la presenza di P., e precisamente dove gli scavi recenti hanno dimostrato trattarsi dell'atrio di un mitreo, già esistente nel 203, nel sotterraneo d'un edificio romano. Certo il titolo (o parrocchia) è conosciuto già nel sec. v; ma non era dove è la chiesa attuale, costruita sopra il suddetto mitreo. Probabilmente l'edificio cristiano antico dovrebbe ricercarsi piuttosto nelle vicinanze, dove nel 1776 apparvero gli avanzi d'un antico oratorio, con pitture sacre.
6. La leggenda di P. e Simon Mago. - Negli Atti degli Apostoli si legge che quando il diacono Filippo giunse in Samaria, trovò che questa città era stata già sedotta da Simon Mago, il quale, conosciuto Filippo, si fece da lui battezzare e poi andò da P. e da Giovanni con la pretesa di comparare da loro il potere di conferire lo Spirito Santo. P. lo rimproverò e Simone sembrò pentito (Act. 8, 9-24). Il preteso incontro di P. con Simon Mago al principio dell'impero di Claudio, quindi verso il 42 , è riferito solo dagli Acta Petri e dagli Atti di P. e di Paolo. Eusebio scrive nella sua storia che la predicazione di P. mise fine al successo di Simon Mago. Una redazione posteriore, nota sotto il nome di "Pseudo-Marcellus", fa avvenire l'ascensione di Simone sul Campo Marzio, dove è posta la torre di legno, dalla quale Simone prenderà il volo. Ivi si trova Nerone, con P. e Paolo. Sulla "Via Sacra", Simone precipita e muore spezzandosi in quattro parti. In seguito, sulla stessa via si mostravano nelle pietre due piccole cavità ritenute come le tracce lasciate dai due Apostoli in preghiera. Nel sec. viII il papa Paolo I (757767) fece costruire un oratorio nel luogo che era detto "in silice", dove cadde Simon Mago, vicino al tempio di Romolo. Nel sec. xili questa memoria fu trasferito nella vicina chiesa di S. Maria Nova, costruita da Leone IV dopo il terremoto che aveva sepolto sotto le rovine la chiesa di S. Maria Antiqua nel Foro romano. Anche in questa chiesa si mostra un antico frammento di basalto della Via Sacra con incavi, che la leggenda attribuisce alle impronte delle ginocchia di s. P. (P. Lugano, Le memorie leggendarie di Simon Mago e della sua valuta, in Nuovo Bull. di arch. critt., 6 [1900], p. 29 sgg.; F. Savio, S. Giustino martire e l'apoteosi di Simon Mago in Roma, in Civ. Catt., 1910, iv, pp. 532-48; 673-88). G. Wilpert prese in esame un sarcofago trovato sulla Tiburtina presso Portonascio, nel cui campo centrale è rappresentato un filosofo che stringe con la sinistra un volume, mentre con la destra fa il gesto oratorio volgendosi alla donna in piedi che le sta dinanzi (Wilpert, Sarcofagi, 252, 31; egli interpretò tale scena come quella di Simon Mago ed Elena la sua compagna, basandosi su un passo di Ireneo (Adv.

Haer., I, 23 : PG 7, 673; vedi anche Giustino, Apol., I, 26); ma tale scena non è altro che una rappresentazione di insegnamento. Lo stesso autore ha perfino