na come quella di Simon Mago ed Elena la sua compagna, basandosi su un passo di Ireneo (Adv.
Haer., I, 23 : PG 7, 673; vedi anche Giustino, Apol., I, 26); ma tale scena non è altro che una rappresentazione di insegnamento. Lo stesso autore ha perfino ritenuto che l'incontro di s. P. con il cane di Simon Mago, che sarebbe stato sciolto dalla catena che lo teneva legato (Actus Petri cum Simone, 9), sarebbe stata rappresentata in tre copernhi di sarcofagi, il primo di Mantova, il secondo di Verona, il terzo di Nimes (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 30 e 150, 2; E. Le-Blant, Les Sarcophages chrétiens de la Gaule, Parigi 1886, p. 114). Nel museo Vaticano si trova una base con l'iscrizione dedicata a Semoni Sanes Sancto Deo Fidio, che ricorda quella che Giustino afferma aver veduto nell'isola Tiberina con l'iscrizione Semoni Sancto Deo Fidio. La base conservata nel Vaticano sostiene la statua di un giovane nudo e imberbe che il Wilpert ritiene non avere nulla a che fare con Simon Mago perché Ireneo attesta che questi veniva rappresentato sotto la figura di Giove e la sua compagna Elena sotto quella di Minerva (Adv. Haer., I, 23 : PG 7, 371); lo stesso Ireneo aggiunge che i seguaci di Simon Mago venivano chiamati "Simoniani" (C. L. Visconti, Di un simulacro di Somo Sancus, in Studi e documenti di storia e diritto, 1881, pp. 105-30; G. Wilpert, La statua di Simon Mago sull'isola Tiberina, in Riv. di arch. critt., 13 [1958], pp. 334339; id., La fede nella chiesa nascente, Città del Vaticano 1938, pp. 301-304).
7. S. P. in Vinculis o ad Vincula. - Basilica situata nella terza regione augustea a poca distanza dal "Porticus Tellurensis" e dalle "Terme di Tito e di Traiano". L'iscrizione metrica posta nell'interno della parete d'ingresso della Basilica attestava che Sisto III (432-40) aveva fatto rifare ("cede prius nomen, novitati cede vetustas ") la chiesa in onore degli apostoli P. e Paolo (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, i, Roma 1888, pp. 110 e 134). L'iscrizione fu copiata nel sec. vi in una basilica di Tebessa (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1878, p. 19). Nella biografia di Simmaco (498-514) si ricorda un "Dignissimus presbyter a vinculis sancti Petri" (Lib. Pont., I, p. 261). Nelle tre absidi erano tre distici; in uno si parla del voto di Teodosio II, Eudocia ed Eudossia; in un altro che "inlaesas olim servant haec tecta catenas vincla sacrata Petri ferrum pretiosius auro" (G. B. De Rossi, Inscr. christ., pp. 110, n. 66; 134 n. I e 2). Anche il vescovo Achilleo di Spoleto asserisce che nella basilica da lui eretta nella prima metà del sec. v sulla Via Flaminia in onore dell'apostolo P. si conservano "hic quoque vincla Petri" (G. B. De Rossi, loc. cit., p. 113). Nella Suggestio legatorum al papa Ormisda, nel 519 , si chiedono reliquie "de catenis sanctorum Apostolorum". Un Severo "presbyter a vinculis Sancti Petri" è ricordato nella sua iscrizione votiva degli anni 533-55 (Lib. Pont., I, p. 284, n. 1). Nel 544 Aratore recitò il suo "De actibus Apostolorum in ecclesia sancti Petri quae vocatur ad vincula" (PL 68, 55). Nell'appendice al Liber de laeis, della metà del sec. vi, si legge "basilica quae appellatur vincula Petri, ubi habetur catena qua Petrus ligatus est". Nella biografia di Adriano I si trova: "titulus Apostolorum, quae appellatur Eudoxiae ad vincula ", e "titulus Eudoxiae, videlicet beati Petri ad vincula" (Lib. Pont., I, p. 508 e 512). La dedicazione della Basilica (al $1^{\circ}$ ag. nel Martyr. Hieronymianum) "Romae dedicatio ecclesiae a b. Petro construcrae et sedificatae ", si legge nel Benense e con leggera variante nel Wissemburgense, mentre nell'Epternacense si ha semplicemente "Romae statio ad S. Petrum ad vincula " e "ad vincula Eudoxiae apostoli Petri esculanti populi catenas ". H. Grisar ritiene che l'ubicazione dell'oratorio, poi trasformato in basilica, sia stato ispirato dalla prossimità degli edifici della prefettura urbana dove veniva amministrata la giustizia (H. Grisar, Dell'insigne tradizione romana intorno alle catene di s. P. nella Basilica eudossiana, in Civ. Catt., 1898, III, pp. 203-21; J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen im Altertum, Paderbon 1918, pp. 45-52).
8. La leggenda della crocifissione al Gianicolo. - Cosi pure del tutto leggendaria è la tradizione del martirio di P. sul Gianicolo. Solo nel sec. xv si trova che Maffeo Vegio (1406-57) difende l'opinione, sorta forse poco tempo prima, che la crocifissione di s. P. sia avvenuta sul Gia-
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nicolo (De rebus antiquis memorab. basil. S. Petri, in Acta SS. Iunii, VI, 2, p. 70), nel luogo dove sorse poi il tempietto bramantesco presso S. P. in Montorio. La sua tesi fu combattuta da S. Borgia (Vaticana Confessio, Roma 1776), e da F. L. Dionisi (Cryptarum Vatican. monum. illustr., Roma 1838, p. 192 sgg.). L'opinione della crocifissione di P. sul Gianicolo fu ripresa da G. B. Lugari (Le fies du cruciflement de st Pierre, Tours 1898, e Il Gianicolo, luogo della crocifissione di s. P., Roma 1900), ma venne dimostrata insostenibile da H. Grisar (Le antiche testimonianze sul luogo della crocifissione di s. P., in Civ. Catt., 1905, pp. 719-25) e da O. Marucchi (Il luogo della crocifissione di s. P. nel Vaticano, in N. Bull. arch. crist., II [1905], pp. 135-79). In un catalogo delle chiese di Roma del tempo di Gregorio X (1272-76) appare sul Gianicolo una chiesa dedicata a s. P.; in un catalogo posteriore, quello detto di Torino, la chiesa è indicata come assistita da monaci dell'Ordine di Pietro de Morrono (Celestino V). In una compilazione scritta da un canonico vaticano, tra il 1410 e il 1415 , il martirio di s. P. è localizzato presso Castel S. Angelo. Come si è visto, il primo ad avere l'idea che s. P. fosse stato crocifisso sul Gianicolo, presso la detta chiesa, fu l'erudito Maffeo Vegio (14061457). Nel 1472 Stato IV concesse la chiesa e il convento, che era stato abbandonato, ai Francescani sotto il patronato dei Sovrani di Spagna. I Francescani divulgarono la leggenda e i sovrani di Spagna Isabella e Ferdinando fecero costruire da Bramante il famoso tempietto rotondo. Ma gli eruditi fin dal sec. xvi hanno dimostrato tutta l'infondatezza di questa leggenda della crocifissione dell'Apostolo sul Gianicolo, sconosciuta a tutte le fonti antiche.
9. Leggendo che $P$. abbia battezzato nei cimiteri.
V. majus coemeterium; Priscilla.
Vedi tavv. XCIV- XCVII e tavv. A-D. Enrico Josi
PIETRO dell'Aquila (Scotellus, di Tonnaparte). - Teologo scotista, n. all'Aquila ca. il 1300, m. a Trivento nel nov. 1361. Studiò a Parigi e ottenne il grado di maestro in teologia e dai posteri il titolo onorifico di Doctor sufficiens. Ca. il 1334 provinciale dei Frati Minori in Toscana o uno dei cinque dotteri che in quell'anno esaminarono il commentario sulle Sentenze di Guglielmo Rubione; nel 1344 cappellano di Giovanna I, regina di Napoli e Sicilia, e nel 1346 inquisitore a Firenze. A causa di un conflitto con le autorità fiorentine fu accusato dinanzi al papa Clemente VI ma, riconosciuto innocente, fu elevato il 12 febbr. 1347 alla sede vescovile di S. Angelo dei Lombardi, donde il 30 maggio 1348 fu trasferito a quella di Trivento.
Gli furono attribuite diverse opere, ma finora era noto solo il suo commentario sui quattro libri delle Sentenze del Lombardo, che in sostanza è una abbreviazione dei commentari di Scoto; perciò furono chiamati Scotellus, prima l'opera, poi l'autore stesso. Sebbene P. in linea generale segua fedelmente Scoto, qualche volta attinge anche dagli altri autori francescani o aggiunge del suo. L'opera, che ebbe larga diffusione, fu poi stampata la prima volta a Spira (1480), l'ultima (1907-1909) a Rocco (voll. I-III) e a Levanto (vol. IV) a cura di C. Paolini. Il suo Compendium super librum Sententiarum fu scoperto recentemente da F. S. Schmitt, O.S.B.
BibL.: Wadding, Annales, VII, n. 306, p. 363; n. 329. p. 390 sgg.; A. Dragonetti, Le vite degli illustri aquilani, Aquila 1847, pp. 60-66; C. Eubel, Ballarium Franciscanum, VI, Roma 1902, m. 402, 461; Sbardea, II, p. 322 sgg.; D. Scaramuzzi, Il pensiero di G. Duns Scoto nel Mezzogiorno d'Italia, Roma 1927, pp. 76-80; M. Schmaus, Der Liber Propagnetarius, in Beiträge zur Geschichte der Philosophie und Theologie des Mittelalters, Münster 1930, parte 24, pp. 149 sgg., 240 sgg., 357 sgg.; 543 sgg.; A. Testaert, Scotellus di Tonnaparte, in DThC, XIV, coll. 1730-33; F. S. Schmitt, Des Petrus von Aquila Compendium super librum Sententiarum aufgefunden, in Recherches de Théol. anc. et méd., 17 (1930), pp. 267-82.
Gedenne Gil
PIETRO (Almadura) da Bergamo. - Teologo e scrittore domenicano, n. a Bergamo all'inizio del sec. xv, m. a Piacenza il is ott. 1482. Religioso a
Bergamo, insegnò teologia a Bologna, dove fu maestro degli studenti (1461), sentenziario (1466-67) e reggente degli studi (1471-76). M. in concetto di santità.
Appassionato studioso di s. Tommaso, redasse un accurato indice di tutte le opere dell'Aquinate, noto sotto il nome di Tabula aurea (Bologna 1473, Basilea 1478); scrisse pure : Etimologine idest Concordantiae conclusionum (Venezia 1476, Colonia 1480), in cui si prova la reale concordanza di proposizioni dell'Aquinate apparentemente discordanti; Tabula auctoritatum veteris ac novi Testamenti (Colonia 1473) : è un indice dei passi della S. Scrittura citati da s. Tommaso. Le tre opere furono riedite insieme con il titolo: Tabula in libros, opuscula et commentaria D. Thamae de Aquino (Venezia 1497, Roma 1570; con il titolo definitivo Tabula aurea, Venezia 1593, Anversa 1612 ecc.). Curò pure un'edizione del Commento di s. Tommaso alle Lettere di s. Paolo (Bologna 1481, Basilea 1495).
BibL.: Quattil-Echard, I, pp. 563-64; G. Munaron, Memorie storice-letterarie del con fr. P. M. du B., Venecia 1888; P. Mandonnet, Premiers travaux de polémique thomiste, in Revue de sciences théol. et phil., 7 (1913), pp. 258-60; A. D'Amato, Vievode dell'otorvanza regolare nella Congr. domenis, di Lombardin, in Archivum Fratrum Praed., 15 (1945), p. 93; id., Le reliquie di s. Domenero, Storia e Leggenda, Bologna 1946, p. 93.
Alfonso D'Amato
PIETRO Bernardino. - Seguace del Savonarola, n. a Firenze nel 1473, m. a Mirandola nel 1502.
Uomo di bassa condizione, senza cultura ma scaltro, nell'assiduità alle prediche del Savonarola e nella lettura de' suoi scritti, s'era resa famigliare la Bibbia; già al tempo di Savonarola predicava sulle piazze. Alla morte del Domenicano, fu eletto capo di una ventina di suoi seguaci popolani, stretti in lega segreta. Egli portò ad espressione erronea spunti dottrinali del maestro, affermando che la Chiesa doveva esser rinnovata con la spada e che dopo la morte del Savonarola non era rimasto più alcun giusto sulla terra. Per conto proprio pretendeva conferire l'unzione dello Spirito Santo. I suoi lo ritenevano profeta e papa della vera Chiesa; pregavano solo in spirito, non ascoltavano Messa, vestivano poveramente. Perseguitato dal Consiglio degli Otto, su denunzia dell'Inquisizione, con i suoi si trasferi a Bologna e poi a Mirandola, protetto dal conte Gian Francesco (nipote del celebre Giovanni Pico), in quel momento assediato dai fratelli. Vinto il conte, P. B. con i suoi settori cadde nelle mani dei vincitori : convinto di dottrine eretiche e di costumi corrotti, finì sul rogo con alcuni dei suoi.
BibL.: Pastor, III, pp. 188-89; v. la vivace relazione del cronista Cerretano, ibid., in appendice, pp. 1047-48.
Mario Bendiscioli
PIETRO di Blois (Petrus Blesensis). - Teologo e umanista, n. a Blois ca. il 1135, m. dopo il 1204. Studiò lettere a Chartres e a Tours, filosofia a Parigi, diritto a Bologna.
Ritornato a Parigi, segui i corsi teologici. Nel 1167 succedette come precettore di Guglielmo II di Sicilia al suo amico Gualtiero, nominato arcivescovo di Palermo, ma due anni dopo, rifiutato l'arcivescovato di Napoli e di Rossano, lasciò la corte sicula per divenire segretario di Enrico II, re d'Inghilterra e poi della sua vedova Eleonora di Guyonne (1191-95). Ordinato sacerdote ca. il 1190, fu nominato arcidiacono di Bath, poi di Londra, cancelliere di Riccardo, arcivescovo di Cantorbery, dal quale fu mandato tre volte a Roma (1175, 1178, 1187) per il disbrigo di affari importanti. Ottenne da ultimo il decanato di Chester, ma per la non esemplare condotta dei canonici vi rinunciò e chiuse la sua tormentata esistenza nulla povertà.
I suoi scritti (PL 207) comprendono: Epistolae (coll. I - 560); sono 183, dirette ai grandi personaggi dell'epoca e ricche d'informazioni storiche e di consigli morali; Sermones (coll. 559-776) : sono 65 sul proprium de tempore e sulle feste della Madonna e dei santi; Tractatus di varia genere di cui i principali sono: De transfiguratione Domini (coll. 777-92): notevoli cenni alle doti dei corpi gloriosi; De conversione s. Pauli (coll. 791-96); Compendium in Job (coll. 795-826) : esortazioni alla pazienza e in-
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vettiva contro i prelati riechi; Contra perfidiam Judaeneum (coll. 825-70): vien messo in opera, con abilità, l'argomento della profezia ed è tra i migliori saggi apologetici del sec. xir; De amicitia christiana (coll. 875-95) forma insieme con il De caritate (coll. 895-958) un dittico sull'amore cristiano, ispirato all'opera analoga di Aelredo di Rievaux; De confessione sacramentali (coll. 1077-92), completato dal De paenitentia a sacerdote iniungerale (coll. 1091-98); Invectiva in depravationem operum Petri Blessosis (coll. 1113-26): rispondendo a vari attacchi fa l'elenco delle sue opere e tocca la questione della Grazia e del libero arbitrio.
Inferiore al suo maestro Giovanni di Salisbury, P. di B. è tuttavia uno dei più distinti nomi della letteratura latina del sec. xir e con lo scintillio del suo stile è in forte contrasto con la negligenza della forma, comune a quasi tutti le scolastica.
Bibl.: Manitius, III, pp. 293-300; E. Bickel, Peter von Bliut und Pseudo-Cassiodorus - De amicitia... in Neue Archiv. 42 (1923), pp. 223-34; M. M. Davy, Un traité de l'amour du XIIr siecle: Pierre de Blois, Parigi 1932: A. Vansteenberghe, Deux thésoriens de l'amitié au XIIr siecle: Pierre de Blois et Aclivé de Riecaux, in Revue de sciences religieuses, 12 (1932), p. 272 sgg.; N. Jung, s. v. in DThC, XII, coll. 1184-89; R. W. Southern, Some new letters of Peter of Blois, in English hist. Revsess. 23 (1938), pp. 412-24; J. De Ghellinck, L'essor de la littérature latine au XIIr siecle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 132133, 226-28; Ph. Delhaye, Un témoignage frauduleux de Pierre de Bllus sur la pédagogie du XIIr siecle, in Rech. de théol. ane et nichée., 14 (1947), pp. 320-31; id., Deux adaptations du De amicitia de Civiron au XIIr siecle, ibid., 12 (1948), pp. 304-31.
Antonio Piolanti
PIETRO de Bosco: v. dubois, PIEERE.
PIETRO de Bruys: v. bruys, PIETRO di.
PIETRO Cantore. - Teologo e predicatore, n. nella prima metà del sec. xir, m. a Longpont il 22 sett. 1197. Maestro a Parigi dal 1171, cantore del Capitolo (cantor Parisiensis) dal 1184, eletto nel 1191 vescovo di Tournai, per l'opposizione del metropolita, Guglielmo di Champagne, arcivescovo di Reims, la sua nomina fu contestata come irregolare. Eletto vescovo di Parigi nel 1196 non accettò; accolse invece l'offerta del decanato di Reims fattagli da Guglielmo di Champagne e appunto nel viaggio a Reims si ammalò nell'abbazia di Longpont, dove morì dopo aver preso l'abito cistercense.
Scrisse opere importanti : Verbum abbreviatum, detto anche Viaticum tendentis in Jerusalem e Summa de vitiis et virtutibus (PL 205, 21-554) : una specie di esame di coscienza ad uso degli ecclesiastici, con un prezioso svolgimento della materia penitenziale e con un rapido cenno ai Novissimi; Summa de Sacramentis et animae consiliis (due redazioni: Parigi, Bibl. naz., lat. 9593 e 14.521 ; Bibl. di Troyes, 276) : l'opera, nella cedazione trecense, comprende due libri, di cui il primo è consacrato alla dottrina dogmatica e morale dei Sacramenti, l'altro alla casistica su vari argomenti (voti, simonia, Matrimonio, Battesimo, Eucaristia); Summa Abel (Parigi, Bibl. naz., lat. 455; 613 ecc.) ampio dizionario alfabetico, che comincia con la parola Abel (donde il nome), comprendente 1250 distinzione su argomenti teologici e liturgici; l'opera godette grande popolarità (alcuni passi sono sparsi, in forma di chiose, nella presunta Clavis Melitonis, ed. da G. B. Pitra, Spicilegium Solosmente, III, Parigi 1858, pp. 1-276); De tropis loquendi o De tropis theologicis (Parigi, Bibl. naz., lat. 14.455) è detto anche De contravietutibus Scripturas, perché costituisce un vero tentativo di soluzione delle antimonie bibliche; Glossae super unum ex quatuor: armonia dei quattro Vangeli; scrisse inoltre brevi glosse agli Atti, alle lettere paoline e nottoliche, all'Apocalisse e a diversi libri del Vecchio Testamento (quest'ultima di dubbia autenticità).
P. C. fu anche un eloquente predicatore, a cui s'ispirò il celebre Folco di Neuilly, ma dei suoi discorsi non rimane quasi nulla. Tutta la produzione ubbidisce a preoccupazioni pratiche e pertanto lo stile di P. C. è semplice, aderente alle necessità dell'uditorio, la sua erudizione
è ampia, ma usata con parsimonia, la sua esegesi è schiva di fronzoli e di questioni superflue.
Bibl.: F. S. Gutjahr, Petrus Cantor Paris. Sein Leben und seine Schriften, Grae 1898; Manitius, III, pp. 159-62; N. Jung, s. v. in DThC, XII, in, coll. 1901-1906; A. Landgraf, Werke aus der engeren Schule des Petrus Cantor, in Gregorianum, 21 (1940), pp. 34-74; C. Spicq, Esquisse d'une hist. de l'cudgèse lat. au moyen âge, Parigi 1944, pp. 134-35; E. Demoutet, La théologie de l'Euch. à la fin du XIIr siecle. Le témoignage de Pierre le Chantre d'après la Summa de Sacramentis, in Arch. d'hist. docrrin. et lett. au moyen âge, 14 (1944), pp. 181-162; J. De Ghellinck, L'essor de la litè̀r. lat. au XIIr siecle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 79-81; 225-26 e passim; P. Anciaux, La théologie du Sacr. de Pénitence au XIIr siecle, Lovanio-Gembloux 1940, v. indice; A. M. Landgraf, Der Paulinenhommentar und der Psalmkommentar des Petrus Cantor und die Glossa Magna des Petrus Lombardus, in Biblica, 31 (1950), pp. 379-89; D. van den Eynde, Précisions chronologiques sur quelques ouvrages théologiques du XIIr siecle, in Autoniamum, 26 (1921), pp. 234-39. Antonio Piolanti.
PIETRO di CAPUA. - Cardinale diacono di S. Maria in Via Lata nel 1192, poi prete di S. Marcello nel 1201. Nel 1192 fu incaricato di una missione in Polonia, Boemia e Slesia per promuovere l'opera della riforma e tenne un concilio a Lencraje per regolare il celibato del clero e promuovere presso i laici il concetto della santità del Matrimonio con la celebrazione in Chiesa (Hefele-Leclercq, V, 1178).
Nel suo ritorno fu imprigionato presso Piacenza dal marchese Guglielmo Pallavicino, per cui la città fu inserdetta dal papa. Nel 1198 fu inviato in Francia per comporre le discordie suscitate dal re Filippo Augusto causa il divorzio di lui dalla moglie Ingeburga, sorella di Canuto III re di Danimarca (Hefele-Leclercq, V, 1219); contemporaneamente trattò anche gli affari della nuova Crociata, per cui nel Sinedo in Vernon del i 199 riuscì a concludere un armistizio fra il re Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone, re d'Inghilterra, che però non durò. Altri concili presiedette in Francia sino al 1201 per provvedere a questi affari (Hefele-Leclercq, V, 1126-28) ed alla disciplina ecclesiastica. Nel 1203 P. mise al corrente Innocenzo III del patto di Zara stretto dai Crociati per l'impresa di Costantinopoli; era a S. Giovanni d'Acri nel 1203; nel 1204 presiedeva un concilio ad Antiochia per le trattative con gli Armeni e nell'autunno si imbarcava con Goffredo Gaetani per Costantinopoli. Nel 1211 si trattò perché ne divenisse patriarca.
Bibl.: C. Puggiali, Memorie storiche di Piacenza, V, Piacenza 1738, p. 45 sgg.; Mansi, XXI, coll. 707-12; L. Bréhier, L'Eglise et l'Orient au moyen dgc. Les Croisades, Parigi 1907, pp. 142-84 e passim; L. Gavazzi, La diaconia di S. Maria in Via Lata, Roma 1908, p. 401; R. Grousset, Histoire des Croisades, III, Parigi 1936, pp. 170-251. Maria Morselletto
PIETRO di Casa (de Caesis, de Casis, DesMaisons). - Patriarca di Gerusalemme, n. a Limoges nella seconda metà del sec. xiri, m. a Entrechaux in Francia il 3 ag. 1348.
Frate carmelitano ottenne la laurea in teologia a Parigi. Provinciale di Aquitania (1324), indi priore generale (1330), intervenne alla solenne tornata di prelati e di dottori parigini, tenuta a Vincennes, dove si sostenne di comune accordo, contro l'opinione personale di Giovanni XXII, che le anime completamente purificate vengono subito ammesse alla visione beatifica, prima dell'ultimo giudizio. Il 17 dic. 1341 da Benedetto XII ebbe il vescovato di Vaison. Il 7 ott. 1342 Clemente VI lo nominò patriarca di Gerusalemme, con l'amministrazione in perpetuo della diocesi di Vaison. Morto in odore di santità, da molti scrittori dell'Ordine fu onorato con il titolo di beato; ma il suo culto non è stato finora riconosciuto ufficialmente. Il Capitolo generale del 1908 decise di promuoverne la causa presso la S. Congregazione dei Riti.
Il Trisse riferisce che P. scrisse un commento ai quattro libri delle Sentenze, oltre una raccolta di sermoni o Collectiones. J. Bale gli attribuisce inoltre un commentario in Politicum Aristotelis.
Bibl.: G. Trisse, Catalogus Priorum generalium, in Zimmerman, Monum. hist. Carmel., Lirino 1907, pp. 233-34; id., De Magistris Parisianibus, ibid., pp. 381-82; J. Bale, Catalogus
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Priarum generalium, ibid., p. 222; C. de Villiers, Bibliotheca Carmelitana, ed. G. Wessels, II, Roma 1927, coll. 561-63, 961-62; M. Ventimiglia, Historia chronologica Priarum generalium, ed. G. Wessels, Roma 1929, pp. 79-84; Antoine M. de la Présentation, Le Carmel en France, VII, Tolosa 1939, pp. 61-64.
Nilo di San Brocardo
PIETRO di Castelnau, beato: v. castelnau, PIERRE.
PIETRO delle Celle (Petrus Celiensis). - Benedettino, scrittore di spiritualità, n. nella Champagne nel 1115 ca., m. a Chartres il 20 febbr. 1183. Fu eletto, verso il 1145 , abate di Moûtier-la-Celle (diocesi di Troyes), nel 1162 ebbe il governo dell'abbazia di S. Remigio a Reims e nel 118 I fu nominato vescovo di Chartres. I suoi scritti, dallo stile facile e immaginoso, frutto d'esperienza, fanno del Cellese un testimone più che un trattatista della spiritualità benedettina.
Tra le sue 177 Epistolae (PL 202, 405-636) emergono quelle scritte agli amici, sparsi in tutta la cristianità. I Sermones (coll. 637-926) rispecchiano lo stato interiore della sua anima devota; i Tractatus sono una spiegazione allegorica di alcuni temi biblici : nel De panibus (coll. 9291046) tutte le allusioni della S. Scrittura al pane acquistano valore di segno, almeno implicito, dell'Eucaristia; nel De tabernaculo Maysi (coll. 1047-84; anche ed. Leclercq [v. bibl.], pp. 147-67) la Chiesa diventa il vestibolo del cielo nel Commentarius in Ruth (di cui il Leclercq, pp. 168-73, ha edito la conclusione), ampia esegesi mistica dei rapporti di Cristo con la Chiesa e la Vergine. Notevoli gli opuscoli monastici : il De puritate animae (ed. Leclercq, pp. 174-92), diretto ai novizi; il De coscientia (id., pp. 193230), scritto a richiesta di Alchero di Chiaravalle (v.), è un trattato sul processo d'interiorizzazione dell'anima nell'imitazione di Cristo. Scrisse inoltre: il De affliction et lectione (id., pp. 231-39) e il De claustrali disciplina (PL 200, coll. 1099-1146).
Bac.: E. Georges, Pierre de Celle. La vie et ses oeuvres, Troyes 1637; N. Jung, s. v. in DThC, XII, coll. 1896-1901; J. De Ghrillnck, L'essor de la littérature latine au XIIe siècle, I. Bruxelles - Parigi 1946, p. 194; I. Leclercq, La spiritualité de Pierre de Celle, Parigi 1946 (a pp. 147-239 ed. parziale di sicunc opere).
Antonio Piolanti
PIETRO COMESTORE. - Teologo, cosi chiamato forse dall'ardore con cui leggeva i libri, n. probabilmente a Troyes (Champagne) nella prima metà del sec. xir, m. a Parigi nel 1179. Decano del Capo, tolo di Troyes dal 1147, nel 1164 divenne cancelliere di Parigi e fino al 1169 insegnò teologia; negli ultimi anni si fece canonico regolare a S. Vittore, dove fu sepolto con il noto epitaffio da lui composto : «Petrus eram quem petra tegit dictusque Comestor nunc comedor. Vivus docui, nec cesso docere».
E celebre la sua Historia scholastica (PL 198, 10531722) scritta tra il 1169 e il 1173 : primo saggio di una storia sacra, che va dal Paradiso terrestre alla prigionia di s. Paolo a Roma, compilata in base a testi della Scrittura e dei Padri con riferimenti sincronistici alla storia profana dei più grandi popoli (Persiani, Greci, Romani); malgrado le sue lacune e i suoi difetti, fu per quel tempo un'opera originale, universalmente accolta come testo classico e P., noto anche come Magister historiarum, fu ricordato da Dante (Paradiso, XII, 134) vicino a Ugo di S. Vittore e Pietro Ispano. Notevoli le Sententiae de Sacramentis (ed. da R. Martin, in Spicilegium Sacrum Lovaniense, fasc. XVII, Lovanio 1937, in appendice, con preziosi prolegomeni) scritte tra il 1165 e il 1170 , in cui la materia è svolta sulla traccia di Pietro Lombardo ma con evidenti progressi (documentazione più ampia, terminologia più elaborata, soprattutto quanto all'Eucaristia), sebbene non tratti dell'Ordine e del Matrimonio. E autore anche di molti Sermones, di cui alcuni (editi tra quelli di Ildoberto di Locardin: PL 171, 339-964) risentono del tono cattedratico del teologo, altri invece (inediti), composti nella quiete di S. Vittore, più semplici e più aderenti alle esigenze dell'uditorio. I suoi commenti
a s. Paolo ancora inediti (Parigi, Bibl. nuz., lat. 15.269) sono brevi chiose teologiche alla glossa di Anselmo di Loon; la sua paternità sulle Allegurime in Vetus et Novum Testamentum (di cui la prima parte è edita in PL 177, 194-284) è affermata dal Martin e contestata dal Landgraf. Viene attribuito a P. anche il Liber qui dicitur Panceris (Bibl. di Avrances, 19; Troyes, 425 A) : raccolta di sententiae e di quesstiones desunte dai Padri e dai teologi coevi.
Bibl.: N. Jung, Pierre Comestor, in DThC. XII, it, coll. 19181922; R. Martin, Notes sur l'oeuvre litt. de Pierre le Mangeur, in Rech. de théol. ancienne et médiév., 3 (1931), pp. 54-66; A. Landgraf, Rech. sur les écrits de Pierre le Mangeur, ibid., pp. 292-300, 341-72; E. Demoutet, La non-rétitration des Sacraments et le prebleme du moment précis de la Transubstantiation à propos du De Sacramentis de Pierre le Mangeur, ibid., 10 (1938), pp. 580583; C. Spicq, Esquisse d'une hist. de l'exégèse lat. au moyen âge, Parigi 1944, pp. 132-33; J. De Ghellinck, L'essor de la litt. lat. au XIIe siècle, I. Bruxelles-Parigi 1046, pp. 115. 124, 138, 228; A. Landgraf, Einführung in die Gesch. der theolog. Liter. der Frühscholarch. Ratschona 1948, pp. 102-103. Antonio Piolanti
PIETRO di Corbara: v. Rainallucci PIETRO DI CORVARO.
PIETRO di Corbeil (de Corbolio). - Canonico della chiesa di Parigi e maestro di teologia nel 1198; vescovo di Cambrai nel 1199, di Sens nel 1200.
Nel 1210 tenne a Parigi un sinodo della diocesi di Sens, celebre per la prima proibizione dei Libri Aristotelis de naturali philosophia nonché dei Commenta, delle dottrine di Amalrico di Bena e dei Quaternali di David di Dinant (v.).
Bibl.: Ethel, pp. 160-446; H. Denille - A. Chatclain, Chartul. Univ. Paris, I, pp. 12-14 e 70. Bruno Nardi
PIETRO da CORDOVA. - N. nel 1482 ca. a Cordova, studio a Salamanca, ove entrò nell'Ordine dei Domenicani. Con i primi del suo Ordine nel sett. del 1510 sbarcò in Espagnola (S. Domingo).
Ben presto essi presero a difendere i diritti degli Indiani e si giunse quasi al punto di rimandare i missionari in Spagna, allorché il p. P., chiamato dal Re per informazioni, riuscì a riscopiature il favore regio. Innanzi tutto ottenne che nessuno praticasse con gli Indiani nei luoghi, ove il p. P. prenderebbe residenza, senza il suo assenso, sotto pena di perdere la metà dei suoi beni (Cedula reale del 2 giugno 1513). Nell'autunno del 1513 il p. P. inviò tre domenicani nella provincia di Piritu sulla Costa di Cumana sulla terraferma. Ciò nonostante alcuni mercanti spagnoli di schiavi entrarono nel territorio missionario dei Domenicani : gl'indiani si ribellarono e due missionari furono trucidati. P. da C. mandò nel 1515 il p. Antonio de Montesino in Spagna, che incontrò in S. Domingo il licenciatò Bartolomeo de Las Casas (v. Las casas) e insieme partirono per reclamare contro il sistema delle Encomiendas (Commede). Prima della partenza per la Spagna del p. Antonio de Montesino, P. tentò una nuova missione sulla terraferma con i Domenicani spagnoli e i Francescani francesi. Nel sett.-ott. del 1515 P. da C. con i suoi missionari prese terra nella penisola di Araya. I Francescani scelsero come terreno di lavoro il villaggio indiano di Cumana, i Domenicani quello di Chirivichi. Anche in questo territorio entrarono i mercanti spagnoli di schiavi e l'impresa falli. Pare che P. abbia fatto un terzo tentativo missionario nell'isola Margarita. M. nel maggio del 1521 (altri il 28 giugno 1525) a S. Domingo.
Bac.: B. Las Casas, Historia general de las Indias, III, III, Madrid 1875; B. Biermann, Die ersten Dominikaner auf dem südomerikanischen Festland, in Festschrift - Diedinger' Aachen 1951, pp. 408-23.
Nicola Kowalsky
PIETRO da Cortona (Bebrettini P.). - N. a Cortona il $1^{\circ}$ nov. 1596, m. a Roma il 16 maggio 1669, fu pittore e architetto. Seguì i primi studi di pittura a Firenze e a Roma.
Grande importanza ha nella sua formazione la vicinanza del Domenichino, di Annibale Carracci, ma soprattutto quella del Poussin. Il primo soggiorno romano (1612-37) è ricco di opere : dal Trionfo di Bacco (Galleria
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Capitolina), agli affreschi e alla pala d'altare di S. Bibiana ( $1624-25$ ), agli affreschi di Castel Fusano e di Palazzo Mattei, al Sacrificio di Polissena, il Ratto delle Sabine e Dario cinto da Alessandro ( $1623-30$ ) della Capitolina, all' Adorazione dei Pastori di S. Salvatore in Lauro. Del 1631-36 è la pala in S. Maria della Concezione con S. Paolo e Anania; del 1632-33 gli affreschi dell'antica Cappella di Palazzo Barberini con storie del Nuovo Testamento e i finti stucchi di una stanza con figure della Pace, dell'Abbondanza e storie del Vecchio Testamento e le scene mitologiche del corridoio; un poco più tarda la grandiosa allegoria esaltante i Barberini con il Trianfo della Divina Provvidenza nella volta della grande galleria (1633-39), opera, quest'ultima, che più di ogni altra rivela la sua straordinaria bravura di grande prospettico, decoratore arioso di spazi, abilissimo negli scorci e nello "sfondare" pareti; si raggiungono per la prima volta effetti di prospettiva aerea su cieli aperti. Immensa la fortuna di questa sua maniera nuova chz influenzò tutta la pittura successiva e si propagò per tutta l'Europa. Degli stessi anni è l'affresco con gli Angeli e gli strumenti della Passione nella chiesa della Vallicella. Importante è nel ' 37 il viaggio nell'Italia settentrionale dove conosce il Correggio e i veneziani, prima ancora di terminare gli affreschi del Palazzo Barberini. Nel 1637 stesso aveva intanto già iniziato la decorazione del Palazzo Pitti (Sala della Stufa) con le Quattro Etii; nel 1641 e 1642 vi affresca il soffitto della Sala di Venere in collaborazione con Ciro Ferri, nel 1642-45 la Sala di Giove, nel 1646 quella di Marte, nel 1647 quella di Apollo, terminata quest'ultima su suoi cartoni da Ciro Ferri nel 1660. Nel 1647 si inizia il secondo soggiorno romano che si conclude con la morte dell'artista. Del 1651-54 sono gli affreschi con scene dell'Eneide del Palazzo Doria Pamphili in Piazza Navena, la cupola e i pennacchi di S. Maria della Vallicella con la Trinità in Gloria e quattro Profeti; e nella stessa Chiesa, di qualche anno più tardi, l'Assunta dell'abside e la Visione di s. Filippo Neri sulla volta della nave. Del decennio 1652-62 sono i musaici delle cupole delle navi della seconda e terza campata di S. Pietro commessigli da Innocenzo X; gli altri musaici furono compiuti da C. Ferri nel 1661.
Con un intervallo di quasi dieci anni inizia la carriera di architetto semplice e sobrio: dal progetto per il Palazzetto della villa del Pigneto, alla partecipazione al compimento del Palazzo Barberini, alla chiesa dei SS. Luca e Martino ( $1640-50$ ), alla Cappella della Concezione in S. Lorenzo in Damaso (1635), ai disegni architettonici per Palazzo Pitti, alla tribuna e cupola della Chiesa Nuova (1647-56), alle chiese di S. Maria della Pace e S. Maria in Via Lata, in tutte le opere è singolare equilibratore del barocco berniniano e borrominiano con i pacati modi toscani del Buontalenti e dell'Ammannati, sempre sobrio rispetto ai romani, ma ricco tuttavia di una sua vivissima sensibilità pittorica che raggiunge particolari effetti di movimento e di rilievo soprattutto nelle suggestive facciate della chiesa di S. Maria della Pace e S. Maria in Via Lata. Al B. si deve inoltre un Trattato dalla pittura e scultura, in collaborazione con il p. Ottonelli (Firenze, 1652). Vedi tav. XCVIII.
Bim.: O. Pollak, in Thieme-Becker, VII, Lipsia 1912, con bibl.: V. Monchini, Le architetture di P. da C., in L'arte. 24 (1921); A. Muñoz, P. da C., Roma 1921; M. Lenzi, P. da C. e la Galleria di Palazzo Pamphili, in Roma, 3 (1927), p. 495; D. Frey, Archiv. barocca, Milano 1928; In. Below, Von Beiträge zur Kenntnis P. da C., Lipsia 1932; O. Montenovesi, P. da C. e S. Martino, Roma 1932.
Luisa Mortari
PIETRO CrisaCOGO, santo. - Vescovo di Ravenna dal 425 al 45 I ca. Dottore della Chiesa.
I. Vita. - Agnello (Liber Pontif. Ecclesiae Ravennatis, col. 49, ed. Holder-Egger [MGH, Script. rer. Langobard., pp. 265-391], pp. 310-15; ed. A. Testi Rasponi [RIS, II, 1], pp. 70-76, 158-54), nell'830 ca., ne tesse la biografia, celebrandolo come scrittore e oratore, ne ricorda l'operosità edilizia a Ravenna e a Classe, i prodigi che ne determinarono, pur non ravennate, l'elezione a vescovo di Ravenna e la se-
poltura ad Imola, ricorrendo, come solito, a prodigi e confondendolo con un Pietro, coevo di Teodorico.
Fonti più sicure informano che P. C. ebbe gli Ordini sacri da un vescovo Cornelio, che non appare tra i vescovi di Ravenna (Serm., 163). Il Serm., 165 sembra escludere che sia nato ad Imola. Fu eletto vescovo di Ravenna dopo il 425 , sotto Valentiniano III e Galla Placidia (Serm., 130). Il Serm., 136, ad Adolfo di Aquileia (426-440), è anteriore al 431 , come lo è il 173 , nel quale si celebra l'elevazione di Ravenna a metropoli ecclesiastica della Emilia romana. Fu amico di s. Cormano d'Auserre (m. nel 448, a Ravenna), e dei papi Sisto III (m. nel 440) e Leone Magno (m. nel 461). A lui, come arcivescovo di Ravenna, ricorsero nel 431 Teodoreto di Ciro (PG 93, 1309) ed Eutiche nel 449, in occasione delle grandi controversie cristologiche; P. C. invitò Eutiche ad attenersi alle decisioni del Papa (PL 52, 24). Morì probabilmente il 31 luglio tra il 451 (il Serm., 97 è posteriore al Concilio di Calcedonia) ed il 458 , quando era già vescovo Nenne. Agnello lo ricorda la prima volta come santo con il titolo di Crisologo; Benedetto XIII nel 1729 lo dichiarò dottore della Chiesa. Festa il 4 dic.
II. Opere. - Già codici dei secc. vi-vii contengono opere di P. C., senza però il nome dell'autore. Nel sec. viII l'arcivescovo Felice ( $708-24$ ) ne compilò una raccolta, certo né completa né sicura, comprendente la lettera ad Eutiche e 176 sermoni, più alcune parole d'introduzione e di chiusa; di essa il codice più antico è il Vat. Lat. 4952, del sec. IX, di origine ravennate (A. Mercati, Codici latini Pico Grimani Pio [Studi e testi, 75], Roma 1938, p. 132 sgg. [PL 52 sull'ed. veneziana del 1750]). Manca un'edizione critica. Per altre opere di P. C., cf. H. Jannel, Commentationes philologicae in Zenonem Veronensem, Gaudentium Brisiensem, Petrum Chrysologum Racennatem, Rababona 1905-1906; F. Lanzoni, op. cit. in bibl.; J. H. Baxter, The homilies of st. Peter Chrysologus, in Jour. of theol. stud., 22 (1921), pp. 250-58; M. M. Wilkins, Word-order in selected sermons of the fifth and sixth Centuries, Washington 1940, p. 156 sg . Un'appendice di 7 sermoni fu aggiunta alla ed. del 1750 con poca fortuna; altri 9 ne pubblicò il Liverani (Spicilegium Liberianum, Firenze 1863, pp. 185-202), 9 pure ne riconobbe il De Bruyne nel 1928 (Nouveaux sermons de st Pierre Chrysologue, in fourn. of theol. stud., 29 [1927-28], pp. 362-68) e 3 l'Olivar nel 1949 (Deux sermons restitués à st Pierre Chrysologue, in Rec. bènéd., 59 [1949], pp. 117-20; S. Pedro Crisólogo y la solemnidad in medio Pentecostes, in Ephem. Liturg., 63 [1949], pp. 398-99). Frasi di sapore cristologhiano ritrovò il Cebrol nelle orazioni del "Rarolo Ravennate" (Autour de la liturgie de Ravenne. St Pierre Chrysologue et le Rotulus, in Rev. bénéd., 23 [1906], 489-500) e dal Lanzoni nella Benedicto fontis Romana (La Benedicto fontis e i sermoni di s. P. C., in Rass. gregor., 7 [1908], pp. 425-29). I sermoni raccolti nella Collezione feliciana sono disposti non in ordine cronologico, ma, per lo più, secondo l'argomento. Gruppi principali: sermm. 1-14 e 77-43 sulla Quaresima; 15-21 su Mt. 8; 22-27 su Lc. 13; 32-36 sui miracoli di Cristo; 44-46 sui Salmi; 47-49 su Mt. 13; 56-62 sul Simbolo; 63-66 su Lazzaro; 67-72 sul Pater; 73-84 sulla Pasqua; 86-92 su s. Giovanni Battista; 93-96 sulla Maddalena; 96-99, 121-26 e 161-72 su parabole; 108-20 su Lettere di s. Paolo; 127-58 su feste di santi; 140-60 su Avvento e tempo natalizio.
Dai Sermoni si ricavano elementi preziosi su tutta la vita cristiana della metà del sec. V a Ravenna, ed in particolare sull'anno liturgico e l'ordine in cui vi erano lette le pericopi evangeliche (G. Lucchesi, Nuove note agiografiche ravennati, Faenza 1943, pp. 109-11), la preparazione battesimale dei Catecumani, la Traditio e Redditio Symboli, lo svolgimento generale dell'adunanza liturgica e l'anafora eucaristica. L'esegesi delle pericopi scritturali è per lo più di ordine morale: i pochi sermoni dotati nali trattano per lo più dell'Incarnazione. Non di rado lo stile alquanto enfatico ne rende oscura l'interpretazione.
Bim.: oltre le opere già citate: Pl. v. Stablewski, Der heil. Kirchenvater Petrus von Ravenna Chrysologus nach den neuesten Quellen dargestellt, Posen 1871; J. Looshorn, Der heil. Petrus
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Chrysologus und seine Schriften, in Zeitschr. für Kath. Theol., 3 (1879), pp. 238-65; C. Weyman, Zu Petrus Chrysolegus, in Philologus, 55 (1896), pp. 464-71; F. Lanzoni, I Sermoni 107 e 130 di s. P. C., Favia 1910; ${ }^{\text {e }}$ Fr. J. Peters, Petrus Chrysolegus als Homilet, ein Beitrag zur Gesch. der Predigt im Abendland, Colonia 1918; G. Böhmer, Petrus Chrysolegus, Erchischuf von Ravenna, als Prediger; ein Beitrag zur Gesch. der altrhe. Predigt, Paderborn 1919; L. Baldissarri, S. P. Ch. arcto. di Ravenna, Imola 1920; G. Bardy, s. v. in Pauly-Wissowa, XIX, coll. 1361 1373; E. Dekkers, Clavis Patrum latinorum, Steenbrugge 1951, p. 227 sq.
Ginvanm Lucchesi
PIETRO, Diacono, santo. - Diacono romano al tempo di s. Gregorio Magno, m. nel 606. Ancora giovane, dopo aver distribuito ai poveri tutto il patrimonio, si ritirò nel monastero di S. Andrea al Celio in Roma, dove visse insieme con s. Gregorio.
Fu amministratore dei beni della Chiesa prima in Sicilia e quindi in Campania, come si rileva da numerose lettere a lui dirette in quelle località da s. Gregorio stesso. In seguito fu creato cardinale diacono e visse alla corte, divenendo il confidente del Papa, che lo pone anche ad interlocutore dei suoi Dialoghi. La sua fedeltà a s. Gregorio si svelò soprattutto alla morte del grande Papa, che egli difese da ingiusti attacchi; ma è leggendario il racconto che della vicenda fa Giovanni Diacono nella Vita di Gregorio. Il suo culto data da tempo immemorabile. Qualche studioso non lo identifica con l'economo dei beni papali, e lo considera chierico e non monaco.
Bibl.: Gregorio Magno, Registrum epistolarum: PL 77. 442 sgg. passim; id., Dialoghi, ed. U. Moricca (Fonti per la storia d'Italia), Roma 1924; Giovanni Diacono, Vita 1. Gregorii, II, cap. 11 : PL 73. 352 sgg.; J. Mabillon, Acta Sanctorum O.S.B., I. Parigi 1667, p. 497.
Ambrogio Mancone
PIETRO, Diacono. - Bibliotecario e archivista della badia di Montecassino, n. ca. il 1107, m. nel 1159. Sotto la guida del monaco Guido, P. acquistò una solida erudizione nelle scienze sacre e nella storia. Forse per il suo spirito irrequieto fu lontano da Montecassino per qualche tempo; ma tornato nella sua abbazia, per incarico dell'abate Senioretto, e più ancora per intima passione letteraria, si diede a comporre con alacrità sorprendente varie opere di carattere agiografico e storico, non senza alterare a volte la tradizione, orale e documentata, per piegarla ai suoi fini.
Tra queste si ricorda la continuazione del Chronicon Casinense di Leone Ostiense, nella quale utilizzò anche il lavoro del suo maestro Guido e nello stesso tempo apportò modificazioni non sempre felici anche all'opera di Leone. Altre sue opere edite sono: Liber illustrium virorum archisterii Casinensis; De ortu et obitu iustorum Casinensium; Liber de laeis sanctis: PL 173. Ivi pure è la parte da lui scritta del ricordato Chronicon Casinense, riportato dall'ed. del Wattenbach in MGH, Script., VII, p. 551. Altri scritti sono ancora inediti nei codici cassinesi; fra essi degno di menzione è il Registrum, in cui P. raccolse copioso materiale archivistico per rivendicare i diritti patrimoniali del suo monastero. Egli stesso narra la difesa di tali diritti alla presenza dell'imperatore Lotario, che decise la controversia a favore di Montecassino.
Bibl.: E. Caspar, Petrus Diaconus und die Monte Cassineser Fälichungen, Berlino 1909; W. Smidt, Uber den Verfasser der drei letzen Redaktionen der Chronik Leos von Monte Cassino, in Papstum und Kaisertum (Festschrift P. Kolv), Monaco 1926, pp. 263-86; id., Guide Monte Cassino und die -Fortsetzung der Chronik Leos durch Petrus Diaconus, in Festschrift A. Brachmann, Weimar 1931, pp. 293-323; H.-W. Kiewitz, Petrus Diaconus und die Montecassineser Klosterchronik des Leo von Ostia, in Arch. f. Urhundenforschung., 14 (1936), pp. 414-53.
Ambrogio Mancone
PIETRO da Eboli. - Poeta della seconda metà del sec. xir.
E autore di una trilogia in versi sugli esempi di Virgilio e di Ovidio, nella quale è propugnata una concezione politico-religiosa sull'Impero (unus augustus..., unus sol, unus pastor, una fides), che avrà più ampio sviluppo nel De monarchia di Dante. Nel poema Liber ad honorem
Augusti (1195), detto anche De rebus Siculis cornuen (a cura di E. Rota, in RIS, XXXI, p. 1 sgg.), denuncia la politica normanna ed esalta quella sveva, in particolare le imprese di Enrico VI e la figura di Costanza imperatrice; in un secondo poema andato perduto, Gesta Federici, celebrava il Barbarossa; nel De balneis Puteolunis, in epigrammi di sei distici ciascuno (l'opera è nota anche in vari volgarizzamenti: v. E. Percopu, Napoli 1887 e M. Pelace, in Studi romanzi, 19 [1928], pp. 47-134), loda i benefici delle 35 fonti di Pozzuoli.
Bibl.: G. Bignol, Une fonte per la storia del Regno di Sicilia: il racconto di P. da E., Genova 1901; A. De Stefano, La cultura allo curte di Federico II imperat., Palermo 1938, pp. 197-98 e passim; A. Viscardi, Le origini, Milano 1939, pp. 147-49.
Giovanni Fallani
PIETRO l'Eremita. - N. ca. il 1050 nella diocesi di Amiens, m. a Neufmoûtier (diocesi di Liegi) l'8 luglio 1115. E il più conosciuto tra i predicatori popolari della I Crociata; ma la leggenda s'è impadronita del suo nome e ha accresciuto fuor di misura la parte avuta da lui nell'impress. Egli non è stato l'iniziatore della Crociata, e non fu neanche il solo a guidare le masse popolari che si precipitarono verso l'Oriente. Bisogno pertanto ridurre a giusta proporzione l'importanza, che gli attribuiscono le relazioni contemporanee; quelle, p. es., di Guiberto di Nogent e di Alberto di Aquisgrana.
Il monaco P. era già noto nella regione dove si trovava, per la sua austerità, quando, in seguito al Concilio di Clermont, si mise a predicare la riconciliazione dei cristiani e a percorrere le campagne della Francia fin nella regione del Berry, promettendo la salvezza ai liberatori del S. Sepolcro. Persino le donne, i fanciulli e i vecchi vollero aggregarsi alla turba di coloro che, senza approvvigionamenti né armi, presero a seguire P. l'erenuta. Il quale si vide raggiunto anche da una truppa di tedeschi, guidati da Gualtieri Senza-avere. Ma P. non poté impedire che accadessero eccessi : massacri di ebrei nelle città tedesche, devastazioni in Ungheria. Quando P. l'erenita arrivò il $1^{\circ}$ ag. 1096 a Costantinopoli, molti dei suoi seguaci erano morti di fame o di miseria; la Crociata ufficiale dei baroni non aveva ancora lasciato l'Occidente. L'imperatore Alessio I Comneno ricevette P. e, per liberarsi da una folla sospetta, lo rifornì delle navi necessarie per il passaggio del Bosforo. Giunto in Asia, P. l'E. riuscì meno ancora di prima a dominare i suoi, che, ignoranti del tutto, pensavano già d'essere vicini al termine del viaggio. Si smarrirono, invece, in mezzo ad un paese sconosciuto, infestato dai Turchi, i quali ne massacrarono un gran numero; altri portrono a causa del clima. P. dovette implorare dall'Imperatore il soccorso di un contingente di Greci, perché altrimenti sarebbero tutti periti. Quelli che riuscirono a tornare a Costantinopoli, aspettarono l'arrivo dei baroni e si unirono alle loro truppe. P. ebbe la fortuna di sfuggire ai pericoli e tornare in Occidente e ritirarsi a Neufmoûtier fino alla morte. Da allora egli restò nello spirito del popolo il simbolo della mistica della Crociata.
Bibl.: P. d'Outreman, La vie da vóo. Pierre l'Ermite, Mora 1612; 2* ed., Clermont 1895; H. Hagenmeyer, Peter der Eremite, Lipsia 1879 (vers. franc. di F. Raynaud sotto il titolo: Le vrai et le faux cor. Pierre l'Ermite, Parigi 1883); H. 1. Sybel, Gesch. der ersten Kreuzzuges, 2* ed., Düsseldorf 1881; G. Kurth, Pierre l'Ermite, Liegi 1892; B. Röricht, Geschichte der ersten Kreuzzuges, Innsbruck 1901; L. Bréhier, L'Eglise et l'Orient au moyen âge. Les Croisades, 5* ed., Parigi 1946; Y. Le Febvre, Pierre l'Ermite, Amiens 1946; A. Gicyratos, The rise of the Crusades, in Medievalia et humanistica, 5 (1948), 6 (1949).
Guglielmo Mollat
PIETRO di GAND. - Missionario, n. ca. il 1480 presso Gand, m. a Messico il 20 apr. 1572. Della famiglia van der Mûre, era imparentato con Carlo V (forse suo fratello naturale). Studiò probabilmente a Lovanio e visse qualche tempo a corte, indi passò all'Ordine francescano e non volle mai essere ordinato sacerdote.
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(160. Minari)
Pietro Ionen, beato - Il Beato passa incolume tra le fiamme. Scultura di Benedetto da Rovizzano (sec. xv) - Firenze, Museo nazionale.
Con Giovanni de Tecto partecipò nel 1324 alla spedizione del Cortez nell'Honduras e tornò poi alla città di Messico ove consumò tutta la sua vita soprattutto nell'educazione dei giovani, istituendo scuole e insegnando, oltre alla dottrina cristiana, le arti, la musica, il lavoro, per raggiungere la conversione dei loro parenti e per distruggere i resti d'idolatria. Il Mendieta, storico di poco posteriore, dice che costrui oltre 100 chiese o cappelle, tra cui il tempio di S. Francesca in Messico. Proteggeva validamente gli Indi presso Carlo V, onde ebbe varie difficoltà o ostilità da parte degli Spagnoli. Sotto una falsa accusa, verso la fine della sua vita fu mandato in esilio a Tlascala, di dove ritornò presto, accolto trionfalmente dagli Indi. Morì fra il compianto degli Indi dopo 50 anni di apostolato. Di lui restano cinque lettere.
BibL.: M. Cuevas, Hist. de la Iglesia en Mexico, I, Tlalpan 1921, pp. 158-83; II, ivi 1922, pp. 200-2; Wadding, Annales M., XVI, pp. 166, 312 sg.; A. Exonuiel Chavez, El primero de los grandes educadines de la America: fray Pears de Gante, Messico 1933; L. Campos, Fray Pedro de Gente, fundador de la zedagogia en Americo, in El clero y las misiones, 10 (1939), pp. 226-35; A. Pliche - V. Martin, Hist. de l'Eglise, XVII, Parigi 1947, p. 464 sec.
Alberto Ghizain.
PIETRO d'IbERNIA. - Maestro di s. Tommaso nella Facoltà delle arti dello Studio generale di Napoli (1239).
Il cod. Vist. lat. 5988 contiene di lui un commento all'Jungage di Porfirio, al Perikermeneias e al De longit. et brevit. vitae d'Aristotele, importante per la storia del metodo, perché l'esposizione letterale è intramezzata da quaestiones, come nel commento di Michele Scoto (v.) alla Sphaera di Giovanni de Sacrobosco. Il Baeumker (v). ha ritrovato e pubblicato una quaestio che maestro P. disputò verso il 1260 innanzi a re Manfredi: "Utrum membra essent facta propter operationes, vel operationes essent factae propter membra ".
BibL.: C. Baeumker, P. de Hib. der Jugendlehrer des Thom. v. As. und v. Disput. vor Künig Manfred, in Sitzungsber. d. bayer. Abad. d. Wissenschaften (Philos.-philol. u. hist. Klasse, 8 Abhandl.), Monaco 1920; M. Grabmann, Mittelait. Geistesleben, I, ivi 1926, pp. 242, 249-63.
Bruno Nardi
PIETRO IBERo. - Vescovo monofisita di Maiuma, n. in Georgia nel 409, m. a Jamnia il $1^{\circ}$ dic. 448.
Nel 421-22 P. si trova già alla corte bizantina. Secondo il parere dei biografi, era figlio del re Basmario e fu mandato a Costantinopoli come ostaggio; ma l'una e l'altra notizia son dubbie. Fuggì a Gerusalemme dove fu ricevuto da s. Melania (m. nel 439) che lo fece monaco (ca. il 430). Ivi fondò un monastero nelle vicinanze della torre di David, chiamato più tardi monastero degli Iberi. Perseguitato come tenace monofisita, si rifugiò vicino a Gaza, e, dopo l'ordinazione sacerdotale (446) e la consa-
crazione a vescovo di Maiuma (453), passò in Egitto dove prese parte alla consacrazione di Timoteo Eluro (457). Tornò in Palestina ma, essendosi rifiutato di sottoscrivere l'Enotico (v.), si nascose in Fenicia.
Immenso fu il suo influsso sui monofisiti, come provano le Pleriforie di Giov. Rufo (PO, 8).
BibL.: R. Raabe, Petr