nsacrazione di Timoteo Eluro (457). Tornò in Palestina ma, essendosi rifiutato di sottoscrivere l'Enotico (v.), si nascose in Fenicia.
Immenso fu il suo influsso sui monofisiti, come provano le Pleriforie di Giov. Rufo (PO, 8).
BibL.: R. Raabe, Petras der Iberer, Lipsia 1893; J. B. Chabot, Pierre l'Edricn, in Revue de l'Orient latin, 3 (1895), pp. 367-97; N. Marr, Vita di P. (in georg.), in Praxod. Palest. Shevnik, 16 (1896), pp. 1-119; J. Bidez - L. Parmentier, The accl. history of Evagrius, Londra 1898, pp. 62, 36, 132; W. Brooks, Historia ecel. Zacharias chatexi vulgo adscripta, versio. I, Lovania 1924, pp. 108-18, 160; II, pp. 2, 4; U. Manneret de Villard, Una chiesa di tipo georgiano nella necrapoli tebana, in Coptic studies in honor of W. E. Crum, Washington 1930, pp. 493-500.
Michele Tarchnifvili
PIETRO Igneo, beato. - Di origine fiorentina, n. ai primi del sec. xi.
Entrò nell'Ordine di Vallombrosa, vivente il santo fondatore. Ebbe il nome di Igneo perché per ordine del suo abate passò illeso attraverso le fiamme per dimostrare la reità di Pietro di Pavia, vescovo di Firenze, dedito alla simonia. Gregorio VII lo creò nel 1074 cardinale vescovo di Albano e si servì poi spesso di lui in legazioni in Italia, Francia e Germania. Lavorò molto per la restaurazione della disciplina ecclesiastica. Fu subito venerato nel monastero di Vallombrosa, ma il suo nome fu inserito nel Martirologio romano solo nel 1673. Festa l'8 febbr.
BibL.: Acta SS. Iunii, Anversa 1723, p. 458; A. Salvini, S. P. I., Alba 1929; Martyr. Romanum, p. 33. Alberto Ghinato
PIETRO LOMBARDO. - Teologo e vescovo, detto il Maestro delle Sentenze, n. a Novara alla fine del sec. xi, m. a Parigi il 21 (o 22) luglio 1160.
1. Vita. - La sua vita è poco nota. Di umili origini, fu raccomandato da s. Bernardo (Ep., 410: PL 182,619; vir venerabilis) ai canonici di S. Vittore di Parigi, dove giunse verso il $1135-36$, dopo un breve soggiorno a Reims. Qualche anno dopo (ca. 1142-43) è ricordato da Gerhoh di Reichersberg tra i più noti commentatori di s. Paolo (Libellus de ordine donorum Spiritus Sancti, in MGH, Libelli di lite, III, Hannover 1897, p. 275); è pertanto da ritenere che P. L. già occupasse una cattedra parigina, probabilmente presso Nôtre Dame. Il suo prestigio dovette crescere ben presto se nel 1148 fu annoverato tra i magistri scolares che, con il papa Eugenio III, giudicarono la dottrina teologica di Gilberto Porzetano al Concilio di Reims (Giovanni di Salisbury, Historia pontificalis, cap. 8; ed. Poole, Oxford 1927, p. 17). In un manoscritto di Bamberga una glossa, attribuita a Pietro di Poitiers (v.), accenna a un viaggio di P. L. a Roma, che avvenne con certezza nel 1131-52, poiché il 19 genn. del 1152 Eugenio III, in una lettera a Enrico vescovo di Beauvais, raccomanda il later praesentium, ossia - magister Petrus - (PL 180, 1488-89). Eletto vescovo di Parigi verso la fine di giugno del 1139, morì l'anno seguente. Un ignoto postillatore della cronaca di Roberto di Torigny fece del nuovo vescovo quest'elogio: "Magister Petrus Lombardus, vir magnae scientiae et super Parisiensium doctores admirabilis " (MGH, Scriptores, VI, p. 509).
II. OPERE MINORI. - In Psalmos davidicos commentarii (PL 191, 55-1296), chiamati anche Glossae continuae o Glossae Psalterii, scritti probabilmente prima del 1140 : spiegazione dei singoli versetti, racimolata dai Padri latini, con spinta tendenza all'allegorismo; Collectanea in omnes Divi Pauli epistolas (opera stampata sotto questo titolo da J. Bade [Parigi 1535] e riprodotta dal Migne [PL 191, 1297-1696; 192, 9-520]), ma comunemente detta Maiores glossae epistolarum o Magna Glossatura; redatta prima del 1142-43 (secondo il van den Eynde tra il 1138 e il '40), ebbe larga diffusione, sebbene non sia più originale della precedente; l'autore però vi introdusse un metodo nuovo: l'inserzione di quaestiones theologicae ai versetti che ne prestavano l'occasione: questo lavoro pertanto è da ritenere come l'immediata preparazione del libro delle Sentenze (cf. C. Spicq, Esquisse d'une histoire de l'exégèse latine, Parigi 1944, pp. 125-27); Sermones: secondo le ricerche di B. Haurcau (Notice sur
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les sermons attribués à Hildebert de Lavardin, in Notice et extraits des manuscrits de la Bibliothèque nationale, 32 b [1888], pp. 107-166) rono una trentina di discorsi festivi, sporsi tra quelli di Ildebetto di Lavardin e di Pietro Comastor (PL 171, 339-964); appartengono al genere dell'oratoria scolastica, con divisioni artificiali (sempre tripartite) e con allegorismo esagerato; per il resto rivelano la pietà e la dottrina dell'autore. Per altre opere dubbie o spurie cf. De Ghellinck, in DThC, XII, coll. 1974-78.
III. Il «Libro delle Sentenze». - Il vero titolo è Libri IV Sententiarum. L'opera, probabilmente iniziata verso il 1148 , fu condotta a termine nel 1151-52 (cf. F. Pelster, W an hat Petrus Lombardus die "Libri IV Sententiarum" vollendet?, in Gregorianum, 2 [1921], pp. 387-92) e alquanto rimaneggiata negli anni seguenti : si è ritenuto, forse a torto, che l'autore ne abbia preparata una seconda edizione.
Le Sentenze furono l'opera che ebbe più manoscritti ed edizioni dopo la Bibbia: si contano 20 incunaboli; stampata per la prima volta a Strasburgo (ca. 1471), dopo il 1500 ebbe altre numerose edizioni (p. es., PL 191, 521-962), fino a quella critica, curata dai Padri Minori (2 voll., Quaracchi 1916) con preziosi prolegomeni storici.
La divisione in libri e capitula è originaria, le distinctiones invece furono introdotte posteriormente e con criteri non sempre costanti, per cui si notano diversità rilevanti nei singoli commentatori (cf., p. es., P. Philippe, Plan des Sentences de Pierre Lombard d'après st Thomas, Juvisy s. d.). La divisione quadripartita dell'opera è fondata sopra un passo di s. Agostino (De doctrina christiana, I, capp. 2 e 4: PL 34, 19-20) che tratta dalle rze e dei signa. Liber I: res quibus fruendum: Trinità e unità di Dio, distinctiones 48; Liber II : res quibus utendum: Creazione e Grazia, distinctiones 44; Liber III : res quae fruuntur et utuntur: Incarnazione, Redenzione, virtù teologili, comandamenti (soltanto a quest'ultima parte si può applicare la divisione, poiché fruuntur et utuntur gli uomini e gli Angeli), novissimi, distinctiones 40; Liber IV : signa, quae adhibentur in significando: Sacramenti della Vecchia e della Nuova Legge, distinctiones 50. Lo spunto agostiniano che affiora qua e là, non sfruttato in modo da costituire l'unità profonda dell'intero sistema teologico, impone all'immenso materiale una cornice puramente esterna; così nella schema fittizio non trovano posto né il De vara religione (i cui elementi erano largamente elaborati nella polemica antigiudaica) né il De Ecclesia (di cui avevano trattato specialmente i canonisti) e le questioni, molte volte non agganciandosi con reale articolazione, si susseguono artificiosamente. Ciò nonostante P. L. è superiore alle 4 scuole che lo precedettero (anselmiana, sbelardiana, vittorina, porretana) per l'ordine logico delle questioni e per la completezza del programma (specialmente per quanto concerne i Sacramenti e i Novissimi).
P. L. è un grande compilatore egregios sententiarum collector (Gerhoh di Reichersberg, Liber de gloria et honore Filii hominis, cap. 19: PL 194, 1143), che attinge largamente dai Padri, indirettamente (attraverso le catene) e direttamente (per s. Agostino, s. Giovanni Damasceno [si serve della traduzione fatta da Burgundione di Pisa nel 1150, per ordine di Eugenio III] e forse per s. Ilario) e dei suoi immediati predecessori (Anselmo di Laon, Abelardo, Summa Sententiarum, Ugo di S. Vittore, Decreto di Graziano e anche la Glossa di Walafrids Strabone); la sua scelta però è sapiente, obbedisce a un disegno chiaramente concepito; sceglie, anche nell'apparente indecisione, e avanza tra i dialettici senza freno (Abelardo) e i conservatori tenaci (Anselmo di Laon e Ugo di S. Vittore); respingendo i garruli ratiocinatores (detti anche scrutatores, dialectici, elationes) evita lo scoglio del razionalismo, ma si guarda anche da quella specie di fideismo, diffuso in vari settori, che era il necessario contrapposto delle audaci innovazioni dei dialectici; eclettico in filosofia (di cui si serve per quel tanto che lo status quaestionis richiede), informatissimo del movimento teologico del-
l'epoca, tiene presente tutte le opinioni (messe in scena con quello scarno quidam dicunt, quasri solet).
Così P. L., inferiore forse per ingegno si contemporanei, seppe superarli nel paziente lavoro sistematico, nella compiutezza della trattazione, nell'equilibrio dell'atteggiamento, nell'ortodossia della dottrina. Infatti il libro delle Sentenze, dopo violenti e prolungati attacchi (in tre momenti : 1163-77: Giovanni di Cornovaglia e Gerhoh di Reichersberg; 1179: Gualtiero di S. Vittore; 1215: i discepoli di Gilberto Porretano e di Gioacchino da Fiore) e dopo parziali condanne (1179), ottenne un verdetto di ortodossia da Innocenzo III nel Concilio Lateranense IV e con quello penetrò in tutte le scuole teologiche, fu commentato dai più grandi maestri (s. Alberto Magno, s. Bonaventura, s. Tommaso: cf. J. Stegmüller, Repertorium commentariorum in Sententias Petri Lombardi, Würzburg 1949) e presiedette all'elaborazione scientifica della teologia cattolica.
Bibl.: J. Schopp, Die Gnadenlehre des Petrus Lombardus, Friburgo in Br. 1032; J. De Ghellinck, v. v. in DThC, XII, coll. 1941-2019 (magistrale); id., L'essor de la littérature latine au XIIe siècle. I. Bruxelles-Parigi 1948, tomo Iv, indice); id., Le mouvement théologique du XIIe siécle. $2^{\circ}$ ed., BrugesParigi 1948: E. De Clatck, Droit du démon et nécessité de la Rétèmption. Les écoles d'Abélard et de Pierre Lombard, in Rech. de théol. anc. et médiéc., 14 (1947), pp. 31-64: D. van den Eynde, Précisions chronologiques sur quelques ouvrages théologiques du XIIe siécle, in Autoniamum, 26 (1951), pp. 230-33. Antonio Fialanti
PIETRO de Luna: v. benedetto xili, antipapa.
PIETRO di LUSSEMBurgo, beato. - Cardinale, n. a Ligny-en-Barrois (dipartimento Miosa) il 20 luglio 1369, m. a Villeneuve-les-Avignon il 2 luglio 1387.
Canonico di Parigi (1378), di Combrai (1382), arcidiacono di Dreux nella diocesi di Chartres e di Bruxelles (1381), fu da Clemente VII nominato successore di Thierry Beyer de Boppart alla sede vescovile

(pt. Biblioteca Vaticana)
Pietio Lombardo - Liber sententiarum, IV, dist. xxxix - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. Lat. 682, f. $149^{\mathrm{V}}$ (sec. xim).
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(fat. Altinari)
ARCA DI S. PIETRO MARTIRE. Al centro scena della sua canonizzazione fatta a Perugia da Innocenzo IV, il 24 marzo 1253, opera di Balduccio da Pisa (1399) - Milano, basilica di S. Eustorgio, cappella Portinari.
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(fat. Gatti)

(fat. Gatti)
In alto: VEDUTA GENERALE DELLA CITTÀ DI PINEROLO.
In basso: VEDUTA DELLA CHIESA DI S. MAURIZIO (sec. xiv-xv) - Pinerolo.
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di Meta, ambita dai partigiani di Urbano VI. Prese possesso della sua sede nell'apr. 1383 aiutato dall'intervento armato di Valcran, ma a motivo di difficoltà interne e di rivalità politiche non potè mantenerla. Creato cardinale diacono di S. Giorgio in Velabro ( 15 apr. 1384) fu chiamato alla corte di Avignone nell'estate del 1386. Per ragione di salute si trasferì a Villeneuve-lesAvignon dove mori. Si distinse per le austerità, la profonda umiltà e la carità per i poveri; fu anche sepolto, secondo la sua volontà, nel cimitero dei poveri di S. Michele d'Avignone, poi (1395) a S. Pietro Celestino. Clemente VII, il 9 giugno 1527, permise che P. venisse venerato come beato, finché non si giungesse alla sua canonizzazione (v., vol. III, coll. 587-88).
BibL.: Acta SS. Iulii, I, Venezia 1546, pp. 486-628; Gallia Christ., XIII, Parigi 1874, coll. 777-80; BHL, 6718-20; N. Valois, Finace et Grand Schisme, II, Parigi 1846, pp. 362-63; St. Balure-G. Mollet, Vitae Pap. Aven., II, ivi 1928, pp. 834-37. Masse ad vitas. Recentissimi studi biografici: H. François, Vie du b. P. de L., Nancy 1927; A. Diderrich, Un saint égaré dans la politique, in Ionghènech, 9 (1934-35), pp. 5-8, 61-65, 99-102, 120-22, 189-92; sulla sua produzione letteraria, opuscoli di gista e corrispondenze v. C. Wahlund, Sel. Peter of Lux., in Studien i Modern Sprahyetenshap utgivna at Nyflologiska Sälshapet i Stahhahn, 4 (1908), pp. 27-42. Clemente Schmitt
PIETRO di MAllio (Petrus Mallii o Manlii). E noto quale presbyter addetto all'ufficiatore della Basilica S. Petri in Vaticano nella seconda metà del sec. XII e quale autore di una completa raccolta di testi epigrafici, dedicatori e sepolcrali, allora esistenti in detta basilica.
Fu indetto a compilare tale silloge perché il diacono Giovanni aveva dedicato al pontefice Alessandro III (1159-81) uno scritto esaltante la supremazia della Basilica Lateranense sulle altre chiese; P. vi contrappose un suo scritto, dedicandolo allo stesso pontefice Alessandro III, per propugnare a sua volta il primato della Basilica Vaticana sulle altre basiliche e chiese di Roma e dall'Orbe perché fondata sul sepolcro del Principe degli Apostoli e racchiudente le tombe dei primi papi, nonché per il pregio artistico della sua costruzione e dei suoi monumenti. In qualche punto il libello sosteneva le argomentazioni quasi parafrasando quelle dell'avversato. Nel descrivere la Basilica Vaticana l'autore inserisce il testo degli epitaffi dei pontefici ivi sepolti e varie iscrizioni esistenti nei sacelli e nelle altre sue parti, per esaltare sempre più l'importanza dell'insigne edificio sacro. Il manoscritto è conservato nella Basilica Vaticana, il testo è riportato in un codice della Biblioteca Claromentana e edito dallo Ianning negli Acta Sanctorum (Iunii, VII, pp. 37-54). Il cod. Vat. 6757, del principio del sec. xili, ne contiene il testo recensito con aggiunte del presbyter romano, addetto alla stessa Basilica; fu edito da Paolo de Angelis nel 1646. Fu di nuovo pubblicato da G. B. De Rossi, desunto dal cod. Vat. 3627, del sec. xvi, derivante da un esemplare della fine del sec. xit.
Bibl.: G. B. De Rossi, Inscript. christ. urbis Romae, II, Roma 1888, pp. 193-221; A. Silvagni, ibid., nuova serie, I, Roma 1922, p. xxiI; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice tep. della città di Roma, III, Roma 1946, pp. 375-442. Gioacchino Mancini
PIETRO Monocolo, beato. - Cistercense, parente di Filippo II re di Francia, n. nel castello di Marlac presso Cluny, m. a Foigny il 29 ott. 1186.
Monaco di Igny, nel 1169 abate di Valroy, dove perse un occhio (onde monoculus) in seguito a infermità, più tardi abate di Igny, nel 1179 abate di Clairvaux. Fu zelante della disciplina monastica, operò vari miracoli. Sempre umile ed amabile, era molto stimato dai papi Alessandro III e Lucio III, dall'imperatore Federico Barbarossa e dal re di Francia Filippo II.
Si conservano ancora 16 lettere tra cui sono degne di nota quelle scritte ad Alessandro III, al cancelliere della S. Chiesa Romana, all'arcivescovo di Magonza ed al vescovo di Winchester, al re di Portogallo ed al cardinale vescovo di Albano e di Palestrina (PL xv1, 1393-1404). Fin dal sec. xili è venerato tra i beati nell'Ordine cistercense, il cui Menologio lo commemora il 18 maggio.
Bibl.: Vita in Acta SS. Octobris, XIII, Bruxelles-Parigi 1863, pp. 53-90 e in PL 209, 1007-36; PP. Maurini, Hist. litt. de la France, XIV, Parigi 1817, pp. 620-23; U. Chevalier, BioBibl., ivi 1907, col. 3728; Hurter, II, p. 213 a; Cistercienser Chronik, 1913, 14 sg.; 1927, 13; S. Lenssen, Hagiologium Cisterciense, I, Tilburg 1948, pp. 234-37. Colombano Spahr
PIETRO de Monte. - Canonista, n. a Venezia acl 1433, m. a Roma il 12 genn. 1437.
Fu allievo a Parigi del Collegio di Navarra e divenne magister artium: all'Università di Padova si laureò in utroque iure (1433). Subito si trovò al Concilio di Basilea, dove fu stranuo assertore dei diritti della S. Sede e fu incaricato di richiedere la liberazione del card. Condulmer, preso prigione dai romani. Eugenio IV l'inviò in Inghilterra come nunzio e collettore delle decime. Riuscito a staccare gli Inglesi dal Concilio di Basilea, ormai scismatico, rientrò in Roma, e fu nominato vescovo di Brescia. Prima di prendere possesso della diocesi, venne mandato legato a latere presso Carlo VII di Francia per indurlo a ritirare la *Prammatica Sanzione * di Bourges. Riusciti vani i suoi sforzi, si stabilì a Brescia (1445); nel 1451 veniva inviato legato a Perugia; dal 1454 rimase a Roma come referendario apostolico.
Opere principali : Repertorium utriusque iuris (Roma 1476); Troctatus de potentate Papas et concilii (Roma 1492); De monarchia o De Summi Pontificis et universalis concilii necnon de Imperatoriae majestatis origine (Lione 1512, Roma 1537); Responsio ad exhortationem seu invectivam N. archiepiscopi Panormitani ad Patres Concilii Basileensis (Bibl. Vaticana, cod. Barb. lat. 843 [già 116], B. 198-233); Contra impugnantes Sedis Apostolicas auctoritaten (ibid., ms. Vat. lat. 4415); Discorsi e lettere varie (Bibl. Vatic., ms. Vat. lat. 2694; Ott. lat. 350 e 675).
Bibl.: J. F. von Schulte, Die Gesch. der Quellen und Liter. des camm. Rechts, II, Stoccarda 1877, pp. 317-29; N. Valois, Hist. de la Pragmatique Sanction de Bourges, Parigi 1906, pp. cxxx-ct.; id., Le pape et le concile, ivi 1909, passim; A. Zanelli, P. del M., in Arch. iter. lond., 47 serie, 7 (1907), pp. 317-78; 8 (1908), pp. 46-113; Pastor, I, pp. 365-66; J. Haller, Piero da M., Roma 1941.
Augusto Moreschini
PIETRO di Morbone: v. celestino v. papa.
PIETRO di Olaf (Petrus Olai). - Confessore di s. Brigida, cistercense nel convento di Alvastra (v.) e perciò detto anche P. d'Alvastra, m. a Vadstena nel 1390 .
Fu accanto a Brigida a Roma intorno al 1351 e negli ultimi anni della vita di lei, assistendola nella definizione delle regole conventuali. Accompagnò in Svezia le spoglie della Santa e ritornò in Italia, preparandone (con la figlia di lei s. Caterina) la canonizzazione. Compilò una biografia di Brigida e una relazione delle sue rivelazioni, in collaborazione con un altro monaco dello stesso nome.
Bibl.: K. B. Westman, Brigittastudien, I, Stoccalma 1911, p. 13 seg.
PIETRO della Palude (Petrus a Palude). - Teologo domenicano, n. a Varambon (Ain) ca. il 1277, m. a Parigi il 31 genn. 1342. Religioso a Lione, studiò a Parigi e divenne maestro in teologia il 13 giugno 1314. Fece parte della commissione per l'esame del commento alle Sentenze di Durando di S. Porciano e con Giovanni di Napoli stese una lista di 93 errori e l'elenco di 235 articoli contrari al tomismo.
Nel capitolo generale di Pamplona (1317) P. della P. fu nominato vicario generale dell'Ordine e l'anno seguente fu incaricato da Giovanni XXI di una delicata missione in Tlandra; al suo ritorno ad Avignone gli venne affidato, insieme ad altri sei teologi, l'esame delle opere dell'Olivi (v.) e di uno scritto sospetto redatto in lingua catalana (De statibus Ecclesiae sec. expositionem Apocalypsie). Ritornato a Parigi si consacrò alla predicazione e allo studio, sostenendo un'aspra polemica, sulle confessioni fatte ai religiosi, con Giovanni de Pouilly (v.). Nominato nel 1329 patriarca di Gerusalemme, partì subito per la Palestina, ma le critiche condizioni dell'Oriente lo indussero a ritornare in Europa e a farsi banditore di una nuova crociata; ma l'impresa fallì. Il 19 dic. 1333
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(fot. Alinari)
Pietro della Palude - Ritratto, Par-
ticolato della Crucifixione, Affresco
del Beato Angelico ( $1^{\circ}$ metà xv sec.).
Firenze, Convento di S. Marco.
tenze, iniziato nel 1310 , di cui rimasero inediti i primi due libri (Parigi, Bibl. naz., Mazar. 988, 899), furono invece abbastanza diffusi gli ultimi due (I. III, Parigi 1517; I. IV, Venezia 1493, Parigi 1518); l'autore ribatte con dottrina e calore le obiezioni mosse da Durando a s. Tommaso ed è pertanto ritenuto uno dei migliori interpreti e difensori del tomismo: molto apprezzata è la sua dottrina sui Sacramenti.
Gli sono attribuiti numerosi commenti biblici ancora inediti. Delle sue questioni Quodlibetales ne sono note due (Tolosa, n. 744; Monaco, lat. 46.309). Il De paupertate Christi et Apostolorum contro Michele da Cesena a lui attribuito è di Erveo di Nedellec (Hervaeus Natalii). Il noto trattato De causa immediata ecclesiasticae potestatis (Parigi 1506) edito sotto il suo nome è probabilmente del card. domenicano Pietro de Godin (v. GODIN), suo contemporaneo. Autentiche sono le quattro operette scritte contro Giovanni de Pouilly.
BibL.: Quétif-Echard, I, pp. 603-609; I. Koch, Durandus de S. Perciano. Forschungen zum Streit um Thomas von Aquin zu Beginn des 14. Jahrh., Münster 1927, pp. 203-208; 272-79; R. Martin, La controverse sur le péché originel au début du XVIc siècle, in Spic. Sacrum Locum., fasc. 10, Lovanio 1930, pp. 137144; 235-83 (estratti dalle Sentenze); R. Hedde-E. Amann, s. v. in DThC, XII, coll. 2033-36; M. Grabmann, Petri de Palude quaestio utrum Deus immediato agut in omni actione, in Acta Acad. Rom. S. Thomae, nuova serie, 6 (1940), pp. 41-48; C. Spicq, Esquisse d'une histoire de l'exégèse latine au moyen âge, Parigi 1944, p. 347 .
Antonio Pisiani
PIETRO degli Onesti (de Honestis), detto PeccaTORE. - Fondatore e primo priore dei Canonici regolari di S. Maria in Porto a Ravenna. Poche ma sicure notizie di P. si riscontrano nelle antiche pergamene conservate nella Biblioteca Classense di Ravenna. Il 30 luglio 1106 P. dimostò presso la chiesa, situata nell'Isola di Corizo del territorio lagunare tra Ravenna e il mare.
Negli anni seguenti è ricordato come rettore, che attendeva ai lavori di restauro della chiesa e di costruzione di un nuovo chiostro attiguo ad essa. Nel 1114 P. con alcuni compagni abitava in questo chiostro in perfetta vita comune canonicale. Un atto del notaio Ugo è firmato da P. in qualità di priore di S. Maria in Porto. E autore degli statuti, fissati d'accordo con i suoi canonici e approvati come Regola portuense da Pasquale II il 22 dic. 1116. Nella supplica per l'approvazione P. si chiama Peccatore. Forse per questo titolo che egli per umiltà si attribuiva fu confuso con Pier Damiano durante i secc. xiv-xvir e fu anche da loro chiamato "beato». M. tra il 10 sett. 1118 e il 6 apr. 1119.
BibL.: G. Pennotti, Generalis Sacri Ordinis clericorum Canonicorum Historia tripartita, Roma 1624, p. 451; M. Fantuzzi, Monumenti ravennati de' secoli di mezzo, II, Venezia 1804, pp. 98, n. 48, e 240, n. 4; F. P. Kehr, Italia Pontificia, V. Annulla, Berlino 1911, pp. 96-97; G. Mercati, Ricognizione del culto ab immemorabili del ven. Pietro Portuense, detto P. degli Onesti Peccatore, Roma 1911 (voto per la S. Congr. dei Rici).
Nicola Widloecher
PIETRO Pittore (Petrus Pictor). - Pocta e teologo, di cui mancano particolari dati biografici. Visse tra la fine del sec. xi e l'inizio del sec. xir e fu canonico di St-Omer.
Scrisse alcuni poemetti latini non privi di valore: Contra simonium (ed. H. Boehmer, in MGH, Libelli de lite, III, pp. 708-10) : violento attacco contro il clero romano; De vita Pilati; De illa quae impudenter filium suum adamavit: rievocazione del dcamma di Fedro e d'Ippolito; De laude Flandriae (Flandria dulce solum), con allusione ad avvenimenti contemporanei. Molto più importante è la composizione De sacra Eucharistia o De Sacramento altaris (diversa recensione: Busće in PL 207, 1135-54 [tra le opere di Pietro di Blois] preferibile: Bezugendre, ibid., 171, 1195-1212 [tra le opere di Ildeberto di Lavardin]) : esposizione della dottrina eucaristica, ispirata all'opera di Pascasio Radberto (v.).
BibL.: Manitius, III, pp. 877-85; E. Amman, Pierre le Peintre, in DThC, XII, n. coll. 2036-38; I. De Ghellinck, L'essor de la litt. lat. au XIIc siècle, II, Bruxelles-Parigi 1946, p. 231 . Antonio Pislani
PIETRO di Poitiers (Petrus Pictaviensis). - Teologo, n. nella prima metà del sec. xir, m. a Parigi nel 1205. Discepolo di Pietro Lombardo, nel 1169 successe a Pietro Comestore (v.) nell'insegnamento teologico di Notre-Dame, e nel 1193 a Ilduino come cancelliere (cancellarius Parisiensis): tenne tutti e due gli uffici fino alla morte. Assai stimato, ebbe delicati incarichi da Celestino III e Innocenzo III.
Scrisse prima del 1175 i Libri quinque Sententiarum (PL 211, 789-1280, nuova ed. Ph. S. Moore-J. N. Garvin, M. Dulong, Sententiae Petri Pictaviensis [L I e II, Publicatione in Mediaeval Studies, 7 e 11], Notre Dame, Indiana 1943-50), in cui svolge, con divisione alquanto diversa, la stessa materia delle Sentenze di Pietro Lombardo (v.), di cui segue l'indirizzo e il metodo. Notevoli le precisazioni in tema s acramentario (p. es., Sacramentum, res Sacramenti, e proposito dell'Eucaristia) e la menzione della Metaphysica di Aristotele. Attaccato da Gualtiero di S. Vittore (v.) nel 1180 come uno dei "quattro labirinti della Francia", mantenne onorevolmente le posizioni della scuola di Pietro Lombardo. Inoltre scrisse: Genealogia et chronologia sanctorum Patrum ab Adamo ad Christum, detta anche Compendium historiae Veteris et Novi Testamenti (Basilea 1594): sommario arido e inesatto della storia sacra; Allegoriae super Tabernaculum Meysi (ed. Ph. S. Moore e J. A. Corbett, Indiana 1938): l'autore spigola dai versetti dell'Esodo quanto si presta a considerazioni allegoriche; altri commenti (glosse, allegorie, distinzioni) sulla Scrittura sono inediti.
BibL.: P. Glorieux, Répertoire des maîtres en ibéol. de Paris au XIIIe siècle, I, Parigi 1923, pp. 229-31; N. Jung, Pierre de P., in DThC, XII, II, coll. 2038-40; A. Teemert, Le Liber Psenitentialis de Pierre de Poitiers, Aus der Geisteswelt. des Mittelalters (Pestschrift

(lat. Alinari)
Pietro degli Onesti detto Peccatore. Particolare della Fola con la Madonna in trono tra s. Anna e s. Elisabetta, divino da E. de'Roberti ( 1480 -81) per la chiesa di S. Maria in Portofintr a Ravenna - Milano, Pinacoteca di Brera.
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Grabmann), 1, Münster 1935, pp. 310-31; Ph. S. Moore, The works of Peter von Poitiers, Washington 1936; J. De Ghellinck, L'essor de la litt. lat. au XIXr siècle, I, Bruxelles-Parigi 1946, p. 79 e passim; A. Landgraf, Einführung in die Gesch. der theolog. Liter. der Frühscholastik, Ratisbona 1948, pp. 104-107 (con bibl. dei manoscritti e opere recenti); I. N. Garvin, Peter of Poitiers and Simon Tournai on the Trinity, in Rech. de théol. ancienne et médiévale, 16 (1949), pp. 314-16. Antonio Piolanti
PIETRO di Rosenheim. - Riformatore monastico, predicatore e poeta benedettino, n. ca. il 1380 a Wiechs presso Rosenheim (perciò è detto anche Petrus Vís), m. il 7 genn. 1433 a Basilea. Intorno al 1400 è studente a Vienna; nel 1403 fa professione monastica a Subiaco; nel 1413 è a Mondragone presso Capua. Interviene nel 1416 al Concilio di Costanza; è oratore conciliare nell'affare degli hussiti. Dal 1418 al 1423 è priore del monastero riformato di Melk. Propaga l'osservanza di Subiaco e di Melk come convisitatore nei monasteri austriaci. Dal 1426 al 1428 riforma i monasteri della Baviera meridionale; nel 1430 è a Roma; nel 1431 è visitatore a Salisburgo. Nel 1432-33 è membro della deputazione per la riforma a Basilea. P. fu il primo propagatore dell'Umanesimo monastico italiano nella Germania meridionale.
Suo capolavoro è il diffusissimo Roseum memoriale divinarum eloquiarum: somma poetica e mnemotecnica per i predicatori su tutta la S. Scrittura, monumento letterario della mnemonica biblica in Germania tra il 1489 e il 1570 , composta sullo schema della Margaritba del domenicano Guido da Ferrara dietro incoraggiamento del cardinal legato a Vienna, Giulio Branda di Castiglione.
Numerosi manoscritti di P. (poesie, lettere, prediche) dai monasteri della Germania meridionale finirono nelle Staatsbibliothek di Monaco e nella Biblioteca di Melk. P. non è da confondersi con Petrus Rosenhaymer O. P. (attivo in Ratisbona, 1464).
Il Roseum fu stampato nelle tipografie umanistiche di Bologna (1489), Norimberga (1493), Lipsia (1505), Pforzheim (1510); poi, col titolo Mnemosymon i. e. bibliarum memoriale carmen, a Vienna 1524 e 1532, Strasburgo 1544, Stettino (1570); I versi sul Nuovo Testamento furono pubblicati anche nelle silografie dell' Ars memorandi prove niente dai monasteri bavaresi della riforma di Melk, e nella stampa umanistica antica (Pforzheim 1502 e 1504), col titolo Memorabiles evangelistarum figurae, o Rationarium Evangelistarum (ivi 1505, 1507, 1508, 1510, Hagemis 1522, Anversa 1532). Manoscritti del Roseum si trovano nella Bibl. Vaticana e a Piacenza, sede del card. Branda.
Bibl.: F. Thoma, Petrus von R. und die Melker bon. Reformbewegung, dissert., Friburgo in Br. 1927; id., Die Beziehungen des P. zu den Xylographa der Ars memorandi, in Zentralblätter d. Bibliothekmessen, 1929, pp. 333-46. Francesco Thoma
PIETRO (Cambiani) di Ruffia, beato. - Predicatore domenicano, n. a Ruffia (Cuneo), sull'inizio del sec. xiv, martirizzato a Susa il 2 febbr. 1365.
Datosi alla predicazione, converti molti eretici, ma altri ostinati nell'eresia lo trucidarono nel convento dei Frati Minori di Susa. Il suo corpo fu trasportato nella chiesa dei Domenicani di Torino. Pio IX ne approvò il culto e la sua festa venne fissata al 7 nov. e permessa alle diocesi di Torino, di Saluzzo e Susa.
Bibl.: J. de Rechac, SS. Frères-Préchouet, III, Parigi 1650p. 848; A. Novello, Biografie illustri, Savigliano 1840, pp. 1618; S. Rituum Congreg., Confirmationis cultus ab imm. tempore S. D. P. Cambiano de Ruffina, Roma 1856, foll. 15, 49, 4, 7: Anot. iuris pontif., 2 (1857), pp. 2722-26, 2730-31; Memor. cathol., 13 (1857), pp. 38, 1131-32. Felice da Mareto
PIETRO il Grande, zar di Russia. - N. il 30 maggio 1672. La sua educazione fu abbandonata al caso. Fin dalla prima gioventù, appassionato per gli esercizi militari, organizzò, un po' per giuoco, un po' con intendimenti seri, i primi nuclei di un esercito moderno. Vivace, sano, rude, dedito con
piacere a libagioni, affascinato dalla tecnica moderna, fece venire in Russia numerosi "specialisti " stranieri e viaggiò poi a lungo all'estero (Olanda, Inghilterra, ecc.) per imparare problemi tecnici d'ogni genere (visitò infatti cantieri navali, fabbriche di cannoni, ecc.). La repressione da lui successivamente fatta contro gli strel'gy (che si erano ribellati durante la sua assenza dalla Russia e che, ai suoi occhi, apparivano come una formazione di pretoriani legati a interessi conservatori) è rimasta famosa per la sua crudeltà (v. russia, Storia). Sotto P. il G. la Russia si afferma decisamente come potenza di primo piano. Attraverso lotte, svoltesi con alterne vicende, la potenza svedese venne abbattuta (decisiva, a questo riguardo, fu la battaglia di Pultava). Con la fondazione di Pietroburgo, divenuta capitale del modernizzato Impero, la Russia volle spalancare la "finestra sull'Europa ". La mèta dei sovrani moscoviti, a partire da Ivan il Terribile, era stata raggiunta. Nell'autunno del 1724, P. scorse alle foci della Neva una nave abattuta dalla tempesta. Si affrettò ad aiutare i naufraghi, restando a lungo immerso nell'acqua gelida e salvando una ventina di marinai e soldati: ma in seguito alle complicazioni di un catarro causato da questa avventura, lo zar morì il 28 genn. del 1725 .
Il regno di P. s'identifica, in Russia, con l'affermazione dello Stato, della tecnica, della " vita " (intesa, in fondo, in un senso piuttosto materiale, che rivela una decisa volontà di contrapporsi al mondo tradizionale ed alle "astratte contemplazioni"). Lo Stato, con P. il G., intende ridurre la Chiesa ad una funzione strettamente concordante con i suoi fini. La civiltà europea che P. conosce, è, più che altro, quella che gli si è venuta manifestando attraverso il "quartiere degli stranieri " a Mosca: caporali prussiani, parrucchieri parigini, artigiani e tecnici inglesi ed olandesi. La " civiltà " viene da lui identificata più che altro con l'utilitarismo e la meccanica. Questo grande barbaro, appassionato dei progressi tecnici dell'Occidente, impone tutti i mestieri, senza disdegnarne nessuno. Sotto di lui, si sviluppa in Russia un'industria di Stato specialmente in funzione delle necessità belliche. Anche le città hanno un notevole incremento, pur assumendo il più delle volte l'aspetto di monotoni centri militari ed amministrativi. Particolare sviluppo venne dato alle scuole, da cui dovevano uscire i futuri costruttori di strade e di ponti, gli ufficiali, i tecnici, i medici, i funzionari. Lo stesso ceto studentesco nasce per volontà dello Zar, cominciando, fino dagli anni degli studi, a "prestar servizio" per lo Stato: sorgono così in modo davvero originale i primi embrioni dell'intellighenzia russa. P. il G., di fronte ai suoi stessi capricci di autocrate, fece quasi sempre prevalere il concetto dell'utilità pubblica. Le grandi riforme di P. recano tutte più o meno un carattere utilitaristico ed empirico. Il suo ideale del "progresso" (che precorre in modo sintomatico stati d'animo di future generazioni di razionalisti russi) è disgiunto da ideali umanitari (di tipo illuministico) e dall'aspirazione ad una qualche forma di libertà. Le riforme del grande Imperatore si rivelarono legate alla sua persona e non gli sopravvissero che parzialmente.
Bibl.: M. M. Bogoslavskij, Pietro I, Mosca 1926 (in russo); H. Duerries, Russlands Eindringen in Europa in der Epoche Peters des Grossen, Königsberg 1939; M. M. Bogoslavskij, Pietro I (materiali per la biografia), 3 voll., Mosca 1940-41; N. A. Voskresenskij, Gli atti giuridici di Pietro I, a cura di B. I. Syrenojemikov, Mosca 1945; P. il G., raccolto di articoli a cura di A. I. Andreev, Mosca 1947; B. H. Sumner, Peter the Great and the Ottoman Empire, Oxford 1949. Wolf Giusti
Riforma della Chiesa russa. - P. non ricevette l'educazione tradizionale degli zarevic russi, perché passò la sua giovinezza con la madre lontano dalla corte, nel villaggio Preobraženskoje presso Mosca. Là visse in familiarità con la gente semplice e con gli
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stranieri protestanti della vicina borgata «Nemeckaja sloboda». Perciò P., divenuto zar, non sentiva l'attaccamento alle tradizionali forme russe della vita politica, sociale e religiosa, e tra i suoi più intimi collaboratori ed amici aveva numerosi stranieri protestanti.
Nelle sue riforme, realizzate spesso con i metodi violenti, P. non volle tenere conto neppure dell'opinione della Chiesa, la quale fin allora costituiva in Russia la norma suprema anche per la vita culturale e sociale. Cosi il zo dic. 1699 sostituì l'èra bizantina che, incominciando l'anno il $1^{\circ}$ sett., contava gli anni "dalla creazione del mondo", con l'èra usata all'Occidente; i ntrodusse per l'uso civile un nuovo tipo di caratteri cirillici (v. cimillico, alfabetici differenti da quelli ecclesiastici, incominciò a fondare le scuole statali indipendenti dalla Chiesa, inviava i giovani a studiare alle università estere, imponeva ai cittadini nuovi costumi (vestirsi alla occidentale, radersi la barba, ecc.), fin allora praticati in Russia esclusivamente dagli stranieri protestanti o cattolici. Ciò suscitò l'opposizione alle sue riforme da parte del clero con i patriarchi Gioacchino (m. nel 1690) ed Adriano (v.) in testa. P. se ne vendicava facendosi beffa di essi grossolanamente. Vedendo che la crescente opposizione si concentrava intorno agli ecclesiastici noscoviti, specialmente monaci, P. favoriva il clero della Russia meridionale, il quale, avendo subito il dominio e l'influsso culturale della Polonia, non ci teneva tanto alle tradizioni culturali e sociali di Mosca. Tra essi emersero poi Stefano Javorskij, nominato metropolita di Rjazan, Teodosio Janovskij, fatto arcivescovo di Novgorod, e specialmente il protestanteggiante Teofane Prokopovič (v.), divenuto vescovo di Pskov e il più ascoltato consigliere di P. negli affari ecclesiastici. P., benché credente, considerava la religione utilitaristicamente, come un mezzo indispensabile per la formazione morale del popolo, senza preoccuparsi troppo del suo contenuto dogmatico. A causa del suo ideale dello Stato assoluto e poliziesco, ispirato alle dottrine di Puffendorf, Wolf, ecc., P. mal tollerava il prestigio e l'autorità di cui godevano i patriarchi di Mosca presso tutto il popolo. Quando nel 1700 morì il patriarca Adriano, P. non permise la elezione del successore, ma nominò soltanto un "esarca, amministratore e vicario del trono patriarcale" nella persona di Stefano Javorskij. Questo stato provvisorio terminò soltanto il 25 genn. 1721 con la pubblicazione del Regolamento spirituale, elaborato da Teofane Prokopovič. Il Regolamento sopprimeva la dignità patriarcale ed affidava il supremo potere legislativo, giudiziario e amministrativo ad un "Collegio spirituale", organizzato alla maniera degli altri dicasteri collegiali dello Stato istituiti allora da P. Il Collegio spirituale, che presto prese il nome del Santissimo Sinodo, doveva essere composto di 12 membri con voto uguale, 4 vescovi e 8 sacerdoti, nominati dallo zar, il quale rimaneva "supremo giudice" del S. Sinodo e come tale ratificava tutti gli atti importanti da esso emanati. Per esercitare più agevolmente questo controllo P. nominò nel 1722 un laico alto procuratore del S. Sinodo. Il Regolamento riordinò pure l'organizzazione dell'amministrazione diocesana, rinforzando in tutto il controllo dell'autorità statale. Un Supplemento al Regolamento, uscito nel 1722, riordinava analogamente la disciplina del clero parrocchiale e dei monaci, imponendo a questi ultimi onerose limitazioni quanto al numero di conventi e di novizi. Benché già prima di P. gli zar non di rado s'immischiassero negli affari ecclesiastici, P. fece del S. Sinodo un organo dell'amministrazione statale; i vescovi e sacerdoti divennero praticamente impiegati governativi con grave scapito della loro autorità sacra. Questi nuovi ordinamenti, emanati da P. per inserire l'amministrazione ecclesiastica nell'ingranaggio della burocrazia statale, ostacolavano poi gravemente il libero sviluppo dell'attività della Chiesa russa. Verso la Chiesa cattolica P. nutriva un'avversione diffidente, considerando il primato del papa incompatibile con l'assoluto dominio dei sovrani. Quando nel 1717 P. visitò Parigi, i teologi della Sorbona gli presentarono un memoriale relativo alla unione della Chiesa orientale
con quella romana. Nel 1720 per incarico di P. rispose loro Teofane Prokopovič affermando che ciò si potrebbe trattare solo d'accordo con tutti i patriarchi orientali.
BibL.: Duchovnyj Reglament. Pietroburgo 1721; C. Tondini, Reglament ecclesiautique de Pierre le Grand, Parigi 1878, testo russo con la versione franc. e latino; Polanje sobranie postanovdenij i razporjačenij po svobnatcu pretzolamnego izjescobnaja rossijshaj imperii, I-IV. Pietroburgo 1872-79; W. Palmer, The Patriarch and the Tsar, VI, Londra 1876; St. Bunkerik, Učvečobanie i povamodol'noje ostrojetno rezistrǐluge pravitel'stonijskogo sinoda (1711-13), Pietroburgo 1900; P. Pierling, La Russie et le St-Siage, IV, Parigi 1907; P. Verchovskij, Učvečobanie duchovonyi bollegii i duchovnyj reglament, Rostov sul Don 1916; H. Koch, Die russische Orthodoxie im petrinischen Zeitalter, Breslavia 1920; R. Stupperich, Staatsgedanke und Religionspolitik Peters des Grossen, Berlino 1936.
Giuseppe Olè
PIETRO di San Geminiano: v. marocco.
PIETRO, vescovo di Sebaste, santo. - Fratello di s. Basilio Magno e di s. Gregorio nisseno, n. prima del 349 .
Educato dalla sorella Macrina ad una rigida vita cristiana, si rinchiuse, fatto grande, nel monastero fondato da Basilio, dove divenne abate e si distinse specialmente per la sua insigne carità. Nel 370 fu ordinato sacerdote dallo stesso s. Basilio che lo inviò anche in varie missioni, e nel 380 lo consacrò vescovo di Sebaste nella Piccola Armenia; come tale partecipò al Concilio di Costantinopoli del 381. Il fratello s. Gregorio gli dedicò parecchi scritti. Morì verso il 392. Nel Martirologio geronimiano è commemorato il 26 marzo e nel Romano il 9 genn.
BibL.: Tillemont, IN, pp. 272-76, 737-39; Acta SS. Isonarii, I, Parigi 1863, pp. 388-90; Martyr. Hieronymianum, p. 163; Martyr. Romanum, p. 13.
Agostino Amore
PIETRO Sireliotes (Siculo). - Gli viene attribuito una storia dei manichei o paulician (PG 104, 1240-1349); è una persona molto discussa; nemmeno la sua esistenza è accertata (Krumbacher, 78).
Karapet-Ter-Mkrttsian pensa che l'opera sopradíetta fosse redatta soltanto sotto l'Impero di Alessio Comneno (1081-1118), ma questa opinione dev'esser rigettata, poiché la prima parte del libro $\Delta \dot{\eta} \gamma \eta \sigma \iota \varsigma$ nspi $\tau \tilde{\eta} \varsigma$ Maviyakov $\delta \nu \alpha \beta \lambda \varepsilon \sigma \tau \eta \sigma \varepsilon \omega \varsigma$ attribuito a Fozio (PG 102, 16 A-264 A) coincide quasi verbalmente con una parte del libro soprad detto e la base dei manoscritti del libro "Foziano" risale al sec. x (cod. Vat. Pal. gr. 216). Poiché anche presso altri autori, cioè Georgios Monachos e Hegumenos Petros, si trovano i nn. 1-15 del primo libro della supposta opera di Fozio, il problema intorno alla storia dei manichei attribuita a P. S. resta molto complicato e finora insolubile. Però Aristarchos adduce ragioni probabili, per attribuire piuttosto a Fozio l'opera discussa.
BibL.: Krumbacher, p. 78; B. Janin, Pierre de Guile, in DThC, XII, coll. 2042-43; E. Amann, Photios, in DThC. XII, coll. 1241-42; Karapet-Ter-Mkrttsian, Die Paulicianer im byzantinischen Kaiserreich, Lipsia 1893, pp. 13-16; S. Aristarchos, Bovizov kóvni vol byckian, I, Costantinopoli 1901, pp. 333-34; J. Scharf, Zur Echtheitsfrage der Manichderbicher des Photios, in Byz. Zeitschr., 44 (1921), pp. 487-94. Giorgio Hofmann
PIETRO, Arcivescovo di Tarantasia, santo. Fu uno dei santi del sec. xir più illustri per i suoi miracoli e il suo influsso sociale, n. nel 1102 a St-Maurice-de-l'Exil in diocesi di Vienne (oggi Grenoble), m. nel monastero di Bellevaux (Bellavallis) il 6 maggio 1174 .
Educato piamente da genitori di condizione modesta, a 20 anni entrò nel monastero cistercense di Bonnevaux (Bonavallis) presso Vienne. Nel 1132 fu inviato come abate per fondare a Tamid (Stamedium) in Tarantasia (Savois) un monastero destinato ad ospitare i viaggiatori. Vi si fece ammirare per l'austerità e l'eroica carità. Eletto arcivescovo di Tarantasia nel 1141, dopo la deposizione dell'indagno Iudract, accettò per ubbidire al Capitolo generale di Cîteaux e a s. Bernardo. Riorganizzò la diocesi, in cui visitò le parrocchie, avesse ospizi, regolò la beneficenza verso i poveri e gli ammalati. Per sottrarsi alla venerazione procuratagli dai miracoli, si nascose nel monastero di Lucella presso Basilea; ma fu ritrovato e
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(ist. Enc. Catt.)
Pietro, anch'escovo di Tarantasia, santo-Mandatos sedis apostolicae de scribenda vita et miraculis bosti Petri Tarantasienii del 9 dic. 1183 - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. Isi. 340 pars II, f. 157.
tornò in diocesi. Fu spesso mediatore tra ecclesiastici, tra vescovi e principi. Durante la lotta tra sacerdozio e Impero riallacciò col suo influsso al papa Alessandro III una parte della cristianità che propendeva allo scisma. P. ebbe in proposito due colloqui con l'imperatore Federico I Barbarossa ( 1158 e 1170). Si recò a Roma, chiamatovi dal Papa, che nel 1173 lo incaricò di riconciliare Enrico II d'Inghilterra con Ludovico VII di Francia. Durante il viaggio intrapreso a questo scopo morì a Bellevaux. Fu canonizzato il io maggio 1191. Il suo capo e reliquie si venerano a Tamié. Festa il io maggio.
Bibs.: la biografia di P. fu scritta da Goffridus abate di Altacomba: Acta SS. Mati, II, Anversa 1880, 320-42; A. Pidoux, Sainte de Franche-Comté, I, Lons-le-Saunier 1908, pp. 310-40; J. Garin, Histoire de l'abbaye de Tamié, Chambéry 1927, pp. 19-60. Un meme de Tamié [A. Dimier], St Pierre de Tarantasie, Ligugé 1935.
Giovanni Roux
PIETRO di Tarantasia, beato: v. innovcenzo v. PAPA.
PIETRO di Thury. - Cardinale, n. in Borgogna nella seconda metà del sec. xiv, m. probabilmente verso il 9 dic. 1410. Dottore in utroque. Era custode della chiesa di Lione e referendario alla corte di Carlo VI quando fu nominato vescovo di Maillezais il 2 maggio 1382.
Legato alla corte di Francia nel genn. 1389; in qualità di legato e di consigliere, accompagnò nel Regno di Napoli nel luglio 1350 Luigi II d'Angiò. Rientrato in Avignone nel giugno 1392, partecipò il 28 sett. 1394 all'elezione di Pietro di Luna (Benedetto XIII), ma gli si dichiarò contro quando questi fu esautorato, nel luglio 1398. Prese parte al Concilio di Pisa nel 1409. Alessandro V, eletto in quel Concilio, lo nominò nel nov. 1409 vicario generale
e legato d'Avignone e del contado Venassino. Le sue lettere e le sue memorie, dirette specialmente alla corte di Francia e all'Università di Parigi, rivelano la parte da lui sostenuta per circoscrivere lo scisma d'Occidente.
Bibs.: N. Valois, La France et le grand Schisme, II, p. 211; IV, p. 603, Parigi 1896-1902; P. Pansier, La livrée de Thury à Avignon aux XIV et XV e siècles, in Annales d'Avignon, 3 (19141915), pp. 123-44; P. Baluze-G. Mollat, Vitae paparum Acenomenstum, notae ad vitae, II, Parigi 1928, pp. 862-66; G. H. Albanès-U. Chavalier, in Gallia Christiana novissima, 7 (1920), pp. 478-82; Eubel, pp. 27, 338.
Clemente Schmitt
PIETRO il VENERabile. - Abate di Cluny e teologo, n. nell'Alvernia ca. il ro94, m. a Cluny il 25 dic. 1156. Monaco a Sauxilanges (1109) "scolastico" e priore dell'abbazia di Vézelay (1110-20); priore di Domène presso Grenoble, fu eletto abate di Cluny il 22 ag. 1122.
Il suo lungo governo, tutto orientato alla restaurazione della disciplina, se non riusci a impedire lo sfaldamento della vasta organizzazione cluniacense, fu caratterizzato da una serie di atti che fanno di P. il V. uno dei più distinti personaggi del sec. xit: assunse come aiuto nel governo Matteo, priore di St-Martin-des-Champs (il futuro cardinale di Albano), difese nel 1130 (mocenzo II contro Pietro di Leone (sebbene questi fosse un antico monaco cluniacense), nel 1132 celebrò un Capitolo generale. Difese con moderazione e fermezza le tradizioni di Cluny anche contro le critiche di s. Bernardo, favorì gli studi, accolse Abelardo; si recò a Roma sei volte per importanti missioni, visitò i monasteri di Inghilterra e di Spagna; qui fece tradurre in latino il Corano a scopo di apostolato tra i maomettani. Gli ultimi anni, passati generalmente a Marcigny, furono amareggiati da dissesti finanziari e dalla tendenza separatista dei monasteri d'Italia e d'Inghilterra.
L'equilibrio, di cui la sua vita diede continue prove, si riflette nelle opere che, concepite fuori dell'ambito della nascente scolastica e redatte in uno stile limpido e concettoso, costituiscono un rilevante saggio di teologia "monastica": Tractatus adv. Petrobrusianos (PL 189, 719850) : scritto verso il 1138 , combatte gli errori dei seguaci di Pietro di Bruys (v.); Adversus iudacorum incetoratum duritiem (coll. 507-650) : composto ca. il 1140 , è un originale abbozzo del trattato De Christo legato divino; Adversus nefandam sectam Saracenorum (coll. 663-719) : redatto dopo il suo ritorno dalla Spagna (1143), è un tentativo non completamente riuscito (si arresta al l. II mentre ne doveva comprendere 4) di confutare l'islamismo, attingendo alle fonti dirette (si fonda sulla traduzione del Corano); De miraculis (coll. 851-954) : notevole per le notizie biografiche sul card. Matteo di Albano, sull'efficacia dell'acqua benedetta, sul valore della confessione; Sermones (coll. 933-1006); Officium de Transfigurazione (v. bibl.); Carmina (coll. 1005-24). Tra le sue Epistolae, che lo mostrano in rapporto con i più grandi personaggi dell'epoca (coll. 61-508), ve ne sono alcune d'importanza teologica (psicologia di Cristo, coll. 175-82; aumento della Grazia dopo la Maternità divina e scienza della Vergine, coll. 283-93; reiterazione dell'Estrema Unzione, coll. 392-93; divinità di Gesù Cristo, coll. 487-508).
Bibs.: D. Pignot, Hist. de l'Ordre de Cluny, III, Autun-Parigi 1861, pp. 49-609 (fondamentale); G. Dusey, Peter the Vener. of Cluny, Minnesota 1929; Manitius, III, pp. 136-44; P. Séjourné, Pierre le vén., in DThC, XII, II, coll. 2063-81; W. Williams, Peter the Vener., in Downiide Review, 54 (1936), pp. 1-17; A. Wilmart, Le poéme apolog. de Pierre le Vénér. et les connexes, in Rec. bénéd., 21 (1939), pp. 119-44; J. De Ghellinck, L'exier de la littér. lat, au XIIe siècle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 190-93; J. Leclercq, Pierre le Vénér., Abbaye Saint Wandrille 1946 pp. 379-90.
Antonio Piolanti
PIETRO da Verona, santo. - Martire domenicano, n. a Verona al principio del sec. xvir, m. nella boscaglia di Farga (Seveso, Milano) il 6 apr. 1252.
Di famiglia eretica, a Bologna, ove era stato mandato per frequentare l'Università, entrò nell'Ordine domenicano (ca. 1221-22). Dal 1232 fu inviato pontificio a Milano e vi fondò le «Società della Fede» e «della Vergine» per la difesa della religione contro gli eretici. Verso il
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(fol. Aliwari)
Pietro da Verona, santo - Affresco del B. Angelico nel convento di S. Marco (sec. XV) - Firenze.
1240 è priore ad Asti; nel 1241 a Piacenza. Nel biennio 1244-45 predicò a Firenze e ivi conobbe, appoggiò e difese i ss. Fondatori dell'Ordine dei Serviti. Predicò anche a Roma, nelle Marche e nella Romagna : nel 1249 fu paciere a Rimini. Nel 1251 inviato pontificio a Cremona, e nello stesso anno priore a Como e inquisitore pontificio a Como e a Milano. La tenacia nell'esigere l'applicazione dei decreti pontifici contro gli eretici e il frutto della sua predicazione gli attirarono l'odio dei ghibellini e dei catari, i quali lo fecero uccidere nei pressi di Farga sulla strada castruria, mentre si recava da Como a Milano, suggellando col sangue il suo credo. Fu canonizzato l'anno successivo ( 25 marzo 1253) da Innocenzo IV. Le reliq