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ro gli eretici e il frutto della sua predicazione gli attirarono l'odio dei ghibellini e dei catari, i quali lo fecero uccidere nei pressi di Farga sulla strada castruria, mentre si recava da Como a Milano, suggellando col sangue il suo credo. Fu canonizzato l'anno successivo ( 25 marzo 1253) da Innocenzo IV. Le reliquie del Santo sono conservate nella cappella Portivari in S. Eustorgio (Milano). Festa il 29 apr. - Vedi tav. XCIX.

BibL.: fonti : Acta SS. Aprilit, III, Parigi 1866, pp. 687-727: Gerardo de Frecheto, Vitae Praetum (Mon. Ord. Praed. Hist., 1), Roma 1896, passim, spec. pp. 236-48. Studi: P.-T. Campana, Storia di s. P. M. di Verona, Milano 1741; S. Orlandi, Il VII centenario della predicazione di s. P. M. a Firenze (1145-1945), in Memorie Domenicane, 63 (1946), pp. 26-41, 59-87 e 64 (1947), pp. 31-48, 109-36, 170-208; G. Meersseman, in Arch. Pr. Praed., 21 (1991), pp. 31-196; anon. Una vita per il credo, notizie biografiche storiche artistiche nel VII centenario del martirio di s. P. da V., Seveso 1952.

PIETRO ARSBUE, santo. - Martire spagnolo, n. a Epila (Aragona) nel 1442, m. a Saragozza il 15 sett. 1485.

Discendente di nobile famiglia, compì gli studi di diritto canonico e civile a Bologna. Ritornato in patria, divenne canonico regolare della cattedrale di Saragozza (1474), ove si distinse per austerità di vita, spirito di preghiera e carità per i poveri. Istituito da Ferdinando il Cattolico il tribunale dell'Inquisizione (1484), con il domenicano Gaspare Inglar fu nominato inquisitore per l'Aragona. L'energia dimostrata nel suo ufficio suscitò contro di lui le ire degli ambienti ebraici. Assalito e pugnalato nella Cattedrale da due emissari ebrei, mentre stava pregando nella notte del 14 sett. 1485 , morì il giorno seguente. Canonizzato il 29 giugno 1867. Festa il 17 sett.

BibL.: Acta SS. Septembris, V, Anversa 1753, pp. 728-34; D. Bartolini, Commentarium Actorum omnium Canonizationis SS. Josephi Kanoncia, Petri de Arbore... et Germanae Cousin, 2 voll., Roma 1868; V. De Fuente, Historia eclesiástica de España, IV, Madrid 1873, p. 452; A. Ballesteros, Historia de España, III, Barcellona 1922, pp. 799-801. Piero Sannazzaro.

PIETRO GANISIO, santo, dottore della Chiesa. - N. a Nimega (Olanda) l'8 maggio 1521, m. a Fri-
burgo il 21 dic. 1597. Figlio del borgomastro Jakob Kanis, P. fu inviato a 15 anni a Colonia a studiarvi diritto. Conseguito il grado di baccelliere in arti e di dottore in filosofia ( 1540 ), si diede alla teologia e nel 1543 entrò nella Compagnia di Gesù primo fra i tedeschi, dopo aver fatto gli esercizi spirituali sotto la guida del b. Fabro a Magonza. Nel 1546 fu ordinato sacerdote. Nel frattempo aveva pubblicato gli scritti di s. Cirillo d'Alessandria ( 1546 ) cui seguirono quelli di s. Leone Magno (1547). Dal 1547 al 1580 il C. tenne uffici, missioni, legazioni importanti e fruttuose per il rafforzamento della Chiesa cattolica attaccata dalla rivoluzione protestante. Intervenuto in qualità di teologo del vescovo di Augusta al Concilio di Trento nel 1547, vi restò fino alla sua sospensione e traslazione a Bologna, recandosi quindi a Roma, dove ebbe da s. Ignazio l'ultima formazione nello spirito.

Fu a Messina per la fondazione di quella Università (1549) e ne fu richiamato per volere di Paolo III, il quale, annuendo al desiderio del duca Guglielmo IV di Baviera, aveva deciso che i Gesuiti assumessero l'insegnamento della teologia nell'Università di Ingolstadt. Il C. prima di partire fece a Roma la professione solenne religiosa ( 4 sett. 1549). All'Università di Bologna conseguì il dottorato in teologia. Giunto in Germania si trovò coinvolto nelle questioni più scontanti dell'epoca, svolgendo per più anni una multiforme attività di predicatore, catechista, scrittore, diplomatico, mediatore, delegato pontificio. Il 26 nov. 1549 cominciò le sue lezioni sui Sacramenti. Il 18 ott. 1550 fu eletto all'unanimità rettore dell'Università di Ingolstadt. Nel 1552 passò a Vienna. Le condizioni della Chiesa in Austria erano ancor più luttuose che in Baviera. Nel clero e nei chiostri la disciplina era scaduta, la nobiltà imponova alla popolazione pastori apostati. Presto il C., con i compagni, apportò un profondo cambiamento a questo stato di cose. Intanto, invitato a concorrere alla fondazione del Collegio Germanico, che s. Ignazio aveva ideato a Roma, il C. vi inviava i primi 22 giovani nell'apr. 1544. Nel 1556 il Santo passò in Boemia e fondò a Praga il collegio dei Gesuiti ed una casa per studenti poveri. Divenuto provinciale della Germania superiore negli anni seguenti, fondò collegi a Monaco (1559), Innsbruck (1562), Dillingen (1565), Würzburg (1567). Non meno instancabile fu nel ministero della parola. Nei quattro anni che dimorò a Vienna, oltre che dalla cattedra universitaria, insegnò anche dal pergamo. Più di 260 parrocchie della bassa Austria mancavano di pastore; il Santo cercava di supplire e nella Quaresima del 1553 pellegrino sul ghiaccio, predicando, dall'una all'altra chiesa. Nel 1558 fu ad Augusta, con immenso frutto di conversioni alla fede e molte vocazioni di giovani, ricevendo allora un breve laudativo di Pio IV. Nel 1563 vi ritornò, tenendo, in 21 mesi, ca. 240 prediche. Il 20 giugno 1571 fu esonerato, dopo 13 anni, dalla carica di provinciale e destinato ad Innsbruck, come stabile predicatore di corte. Si conservano manoscritte più di 100 prediche che egli vi tenne fino al 1573. L'apostolato del C. come oratore fu considerevole; percorse la Baviera, la Franco-
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(da W. Achamant, Das wahre Gesicht des Heiligen, Monaco 1553, p. 322) Pietro Caninin, santo, dottore della Chiesa - Incisione di D. Custos.

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nia, l'Alsazia, la Renania, la Vestfalia, la Boemia, l'Austria, la Svizzera, il Belgio, l'Olanda, l'Italia e vi tenne ca. 2000 prediche. Due volte si presentò a Carlo V per impedire che l'arcivescovo di Colonia, Ermanno di Wied, attirasse al protestantesimo i fedeli. Nel 1556 fu tra i teologi convocati dall'imperatore Ferdinande alla Dicta di Ratisbona per comporre le discordie religiose, nel 1557 e 1559 a Worms ed Augusta. Riapertosi nel 1562 il Concilio di Trento, vi fu richiamato dal card. Osio; nel 1566
si rendeva ad Augusta con il card. Commendone, legato di Pio V, e nel 1576, per ordine di Gregorio XIII, accompagnava il legato Morone alla Dieta di Ratisbona. Molto si dovette a lui, se l'esito di quelle trattative fu favorevole. Pio V lo scelse quale consigliere in rilevanti questioni e decise di crearlo cardinale. Ma la morte del Santo lo impedì. Il C. passò i suoi ultimi anni in Svizzera ( 1580 -97) e fondò il collegio di S. Michele a Friburgo. Colpito nel 1591 da un violento attacco che gli tolse il libero uso delle membra, visse sempre più ritirato. Pio XI lo canonizzò il 21 maggio 1925 proclamandolo anche dottore della Chiesa universale. Festa il 27 apr.

Delle 38 opere da lui scritte, la più diffusa è il Catechismo (1555) in latino, in tre stesure diverse: Summa doctrinee christianae (1535) per le persone colte. In 211 domande-riaposte (più tardi 222) espone tutta la dottrina cattolica, con esattezza e lucidità, dando rilievo alle verità e costumanze cattoliche più osteggiate e combattute. Nel 1566 l'imperatore Ferdinando lo impose a tutti i suoi domini, Filippo II fece altrettanto per i Paesi Bassi. Presto venne tradotto in tutte le lingue del mondo cattolico ed adottato in moltissime diocesi; Cathechismus parvus catholicorum (1558) per gli studenti, con 122 domanderisposte; Cathechismus minor (1556) per i fanciulli e il popolo in 59 domande-riaposte. Alla morte dell'autore le edizioni erano salite a più di 200 e le traduzioni fatte in 12 lingue. Nel 1571 uscì il primo volume delle sue confutazioni delle Centurie di Magdeburgo : Commentaria de verbi Dei corvopalis I. De Johannis Baptista (Dillingen 1571); quindi il II. De Maria virgine incomparabili (Ingolstadt 1577) in cinque libri, che riscosse il plauso dei dotti del tempo. Tra le opere minori vanno ricordati : Neiae in evangelicas lectiones, 2 voll., 1591-93, il suo libro di preghiere per studenti, e la prima stampa delle Litanie Lauretane (Dillingen 1558).

Tra le fondazioni ed opere sorte in onore del Santo, sono importanti il Canisianum di Innsbruck (v.); ed il Canisiuswerk, società austriaca per la formazione culturale dei sacerdoti e le vocazioni, fondato nel 1918 da Joseph Moser, con centrale in Vienna e propria rivista "Volkseele».

Bib.: Sommervogel, II, 617-88; VIII, 1974-83; G. Braunsberger, in Gregorianum, 7 (1926), pp. 244-50. Fonti e studi: G. Braunsberger, B. Petri Canisii epistulae et acta, Friburgo 1896-1923; G. Boero, Vita del b. P. C. detto l'Apostolo della Germania, Roma 1864; V. Ahr, Le b. P. C., Parigi 1865; anon., IVe centenaire de la naissance du b. P. C., Friburgo 1921; O. Hof, Der hl. P. C. und die Liturgie, Gladbach 1923; R. AlIendesslazar, S. P. C., Sevilla 1923; J. Keller, Die Ungedrdechte Lebensbeschreibung des hl. P. C., in Arch. hist. S. 7., 8 (1939), pp. 237-314; K. Him. Der hl. P. C. und die Priesterreform, Roma 1940. Bibl. completa nell'opera fondamentale di J. Brodrick, Peter Canisius, Londra 1935.

Arnaldo M. Lanz

PIETRO CLAVER, santo. - Gesuita, missionario, chiamato l'« Apostolo dei negri», n. a Verdú (Cartagena) nel giugno del 1580, m. a Cartagena (Colombia) l'8 sett. 1654. Entrato nell'Ordine a Tarragona (1602), durante gli studi di filosofia a Maiorca s'incontrò con il fratello coadiutore s. Alfonso Rodriguez, di cui si fece umile discepolo nelle vie della perfezione, e da cui fu acceso di vivo desiderio di consacrarsi alla conversione degli Indi e dei Negri nell'America.

Parti, infatti, per la Colombia nel 1610, compì a S. Fé di Bogotá gli studi e fu ordinato sacerdote a Cartagena il 19 marzo 1616. La città era il centro del commercio degli schiavi e migliaia di negri, catturati a viva forza nel Congo e nell'Angola, vi sbarcavano ogni anno, miserevole gregge umano, in attesa di essere venduti ai coloni americani per le miniere o le fattorie. Ad essi si consacrò con voto speciale il C. con 40 anni di lavoro massacrante; li attendeva allo sbarco, li raccoglieva in capannoni, li assisteva nel loro duro lavoro, li visitava negli ospedali, li provvedeva di cibo, di vestiti e di denaro, soprattutto li istruiva nella religione fino a condurli al Battesimo. Secondo la sua stessa confessione più di 300.000 furono i negri da lui battezzati. Il resto del tempo le impiegava per il bene dei cittadini, tanto da meritarsi anche il titolo di «Apostolo di Cartagena». Quella sua vita impossibile, tanto che a giudizio comune fu interpretata come un miracolo, era alimentata di preghiere e di penitenza straordinaria, che gli fruttarono le più consolanti conversioni anche tra i masmettani e gli eretici, con cui veniva a contatto. Beatificato nel 1651 , fu canonizzato da Leone XIII nel 1888 e nel 1896 dichiarato patrono delle missioni africane. Festa il 9 sett.

Dal suo nome è intitolata la Congregazione indigena dei Fratelli di s. P. C., nel Congo francese, e il Sodalizio di s. P. C., fondato dalla contessa M. Teresa Ladochiwska in favore e aiuto dei missionari d'Africa.

Bibs.: J. Fernandez-J. M. Joli, Pedro C., Barcellona 1888; A. Astrain, Hist. de la Compañia de Jesús en la asistencia d: España, V, Madrid 1916, pp. 479-95; A. Lunn, A saint in the slave trade, Londra 1933; L. Giannirelli, A cinquant'anni dalla canoniza, di s. P. C., in Illust. Vaticana, 9 (1938), pp. 259-61; M. Ferrer Maluquier, S. Pedro C., missionero jesuita, Barcelona 1944.

Celestino Testore
PIETRO FOURIER, santo. - Canonico regolare, parroco, fondatore delle Canonichesse regolari di Nostra Signora, riformatore della vita canonicale, n. a Mirecourt nel Ducato di Lorena il 30 nov. 1565 .

A due riprese compì gli studi classici ed ecclesiastici presso i Gesuiti di Pont-à-Mousson. Nel 1586 professò nell'abbazia di Chamoussey, fu ordinato sacerdote il 25 febbr. 1589. L'esemplare osservanza religiosa di F. suscitò invidia nei confratelli rilassati e l'abate lo destinò al ministero parrocchiale. Fra tre parrocchie di libera scelta F. optò per Mattaincourt, dove la fede e i buoni costumi erano quasi scomparsi; essi rifiorirono in breve tempo e durante un quarantennio $F$. promosse instancabilmente il benessere religioso e sociale della borgata. Nel 1598 Alix le Clerc, beata, con altre quattro giovani di Mattaincourt aspiravano alla vita religiosa con lo scopo dell'educazione cristiana e dell'atruzione gratuita per le fanciulle povere. F. secondo la loro santa iniziativa, ma incontrò molte e gravi difficoltà. La vita di stretta clausura era ancora ritenuta incompatibile con l'insegnamento ad alunne esterne. Sin dal 1617 F. aveva tracciato le norme di vita alla sue ferventi figlie, approvate da Urbano VIII nel 1628. Lo stesso anno anche le Costituzioni di F. per la riforma della vita canonicale ebbero la loro sanzione pontificia e furono accettate da varie abhazie che, riunite insieme, costituirono la nuova Congregazione di Nostro Salvatore. La guerra per l'annessione della Lorena alla Francia, la peste e la fame desolarono il Ducato. F. continuò la sua caritatevole opera sinché, per restare fedele alla casa regnante, fu costretto all'esilio. Si rifugio a Gray (Haute-Saone), dove m. il 9 dic. 1640. Fu uno dei più

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(1st. Avderson)
Pietro Nolasco, santo - Dipinto del Murillo - Siviglia, Museo provinciale.
grandi campioni della Riforma ecclesiastica post-tridentina. Leone XIII lo dichiarò santo il 27 maggio 1897. Festa il 7 luglio.

BibL.: J. Rogic, Histoire du bienheureux P. F., Verdun 1887; F. Bonnard, Lettres choisies, Parigi 1918; E. Renard, La Mère Alix Le Conc. ivi 1933, passim. Nicola Widloecker

PIETRO FULLONE, patriarca monofisita di AnTIOCHIA. - La data e il luogo della sua nascita sono sconosciuti, m. ad Antiochia nel 490 . Diventato sacerdote, diresse un santuario a Calcedonia e di li nel 464 andò col futuro imperatore Zenone ad Antiochia, dove, durante l'assenza del patriarca Martirio e con l'appoggio di Zenone, diventò patriarca : il primo patriarca monofisita.

Poco dopo fu deposto ma tornò per breve tempo per essere nuovamente deposto e rinchiuso in un monastero a Costantinopoli ( 467 ?). Ritornò nel 475 sotto l'usurpatore Basilisco, favorevole ai monofisiti. Ma quando questi nel 476 fu deposto da Zenone anche P. F. dovette andare in esilio. Tuttavia Zenone cambiò la sua politica religiosa proclamando nel 482 la formola dell'Enoticon. P. F. nel 483 fu di nuovo installato nella sede di Antiochia e vi rimase fino alla morte.

Con P. F. il monofisismo trionfò nel patriarcato di Antiochia. Egli aggiunse al trisagio la formola "qui crucifixus es pro nobis n. P. F. fu quattro volte patriarca di Antiochia: $460-65(?) ; 466(?)-467(?) ; 475-76 ; 483-90$.

Bibl.: Theodorus Lector, Ecclesiasticas historiae liber I: PG 86, 176 sgg.; R. Devreesse, Le patriarcat d'Antioche depuis la paix de l'Eglise jusqu'à la conquête arabe, Parigi 1943, pp. 65 sgg., 118 .

Guglielmo de Vries
PIETRO GEREMIA da Palermo, beato. - Oratore e riformatore domenicano, n. a Palermo, dalla nobile famiglia Geremia (o De Jeremiis), il $1^{\circ}$ ag. 1381, m. ivi il 3 marzo 1452.

Compiuti gli studi giuridici a Bologna, malgrado l'opposizione paterna entrò nell'Ordine domenicano e attese ad approfondire la sua cultura teologica. Dedi-
catosi alla predicazione divenne presto rinomato nell'Italia settentrionale e fu molto apprezzato da s. Vincenzo Ferreri. Rigido osservatore della disciplina religiosa, nel 1427 dal suo superiore generale fu preposto alla riforma dei conventi della Sicilia. Per invito di Eugenio IV, intervenne al Concilio di Firenze (1439) e diede il suo valido contributo teologico per l'unione della Chiesa greca. Nominato dal medesimo Pontefice visitatore apostolico del Regno di Sicilia, attese alla riforma degli Ordini religiosi, ottenendo ottimi risultati con la sua dolcezza e fermezza. Pio VI ne approvò il culto e permise all'Ordine domenicano di celebrarne la festa.

Bibl.: Vita del b. P. G. palermitano, Palermo 1885 ; P. Mortier, Histoire des Maitres Généraux, IV. Parig1 1909, pp. 153-59; 1. Taurisano, Catalogus hagiographicus Ordinis praedicatorum, Roma 1918, p. 38.

Piero Sannazzaro
PIETRO GONZALEZ, beato. - Domenicano spagnolo detto popolarmente s. Elmo o s. Telmo, n. a Fromista (Palencia) sul declinare del sec. xit, m. a Tuy ca. il 1246 .

Di nobile famiglia, appoggiato dallo zio Tello Tellez de Meneses, vescovo di Palencia, fu, ancor giovane, canonico della Cattedrale e quindi decano del Capitolo. Dissipato e mondano, in seguito a una umiliante caduta da cavallo mutò vita e si fece religioso. Fu confessore di Ferdinando III di Castiglia, che accompagnò alla conquista di Cordova (1236). Ebbe grande successo come predicatore e si dette particolarmente all'evangelizzazione dei marinai, i quali presero ad invocarlo sotto il nome di s. Elmo (derivato da Erasmo, il protettore dei marinai). Benedetto XIV ne confermò ed estese il culto (già decretato nel 1254) nel dic. 1741. Festa il 14 apr.

Bibl.: Legendo b. Petri Gundisales, in N. Floree, España rograda, XXIII, Madrid 1767, p. 230 sgg.; E. Sampayo, Vita b. Pctri Gundisales, Braga 1286, in vista della canonizzazione; Acta SS. Apriiss. II, Venezia 1738, pp. 380-09; P. Alvarez, Santos, Bienaventurados, Venerables de la Orden de los Predicadores, 1. Vergara 1920, pp. 121-77.

Abele Redigonda
PIETRO e MARCELLINO, santi, martiri : v. marcellino e pietro, santi, martiri.

PIETRO MARTIRE d'ANGHERA. - Storico e geografo, n. ad Arona da modesta famiglia nel 1459, venne, non ancora ventenne, a Roma, dove fu a servizio dei cardd. Ascanio Sforza e Giovanni Arcimboldo, poi dell'ambasciatore di Castiglia presso la S. Sede, conte di Tendilla. Apprezzato per ingegno e cultura, passò con il Tendilla in Spagna nel 1487 e, accolto negli ambienti di corte, partecipò all'ultima fase della guerra contro gli Arabi di Granata.

Dopo la presa di questa città, vestì l'abito talare e fu consigliere e cappellano della regina Isabella, rimanendo per il resto della sua vita in Spagna (se si eccertai un viaggio in Egitto, dove nel 1501 compi con successo una delicata missione); e pertanto poté seguire da vicino tutta l'epoca eroica delle grandi scoperte geografiche e degli avvenimenti connessi, cui si interessò in modo particolare. Conobbe di persona Colombo, Vespucci, Vasco da Gama, Sebastiano Caboto, Magellano, Fernando Cortes. Con la regina Isabella cooperò al nobile tentativo di sollevare il popolo spagnolo dalla ignoranza e dalla miseria spirituale; dal 1518 fu nel Consiglio delle Indie. Morì nel 1526 a Granata e vi fu sepolto nel Duomo.

La sua opera Decades de Orbe Novo abbraccia, in 8 ll., trentaquattro anni di storia delle scoperte americane, dalla prima impresa di Colombo, che suscitò la sua ammirazione. La $1^{a}$ ed., contenente solo la prima Deca, fu pubblicata a sua insaputa nel 1511; nel 1516 videro la luce tre Deche; l'opera completa fu data alle stampe nel 1530, quando l'autore era già morto. Le Decades sono una fonte storica di primissimo ordine, perché P. M. fu testimone o ebbe conoscenza diretta dei fatti narrati. Ma di grande importanza è anche la copiosa corrispondenza con numerosi conoscenti ed amici (Opus epistolarum; 1530): per quanto alcune lettere possano essere esercitazioni letterarie o indirizzate a corrispondenti fittizi, la parte mag-

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giore è certamente autentica ed alcune lettere, come quelle che diffusero in Italia le prime notizie della navigazione di Colombo, rivestono un valore eccezionale. Notevole è anche la Legatio Babylonica, ossia la relazione della missione in Egitto. Umanista insigne, storico coscenzioso, uomo politico pervaso da spirito cristiano, P. M. è una delle più nobili figure dell'ambiente della corte spagnola nel sec. xvI.

BibL.: J. Ciampi, Le fonti storiche del Rinascimento. P. M. d'A., in Nuova antologia, 30 (1874), pp. 39-79, 717-44; H. Heidenheimer, Petrus Martyr Angherius und sein Opus Epistolorum, Berlino 1881; I. Bernays, Petrus Martyr Angherius und sein Opus Epistoluram, Nicasburgo 1891; G. Pennasi, P. M. d'A. e le sue relazioni sulle scoperte oceaniche (Raccolta di documenti e studi pubblicati dalla R. Commissione colombiana, parte 2', II), Roma 1894; J. Youkin, Anghiera P. M., in DHG, III, coll. 114-20; Th. Maynard, Peter Martyr d'A.: bumanist and historian, in Catholic historical Review, 16 (1931), pp. 432-48.

Roberto Almagia
PIETRO MONGO. - Patriarca monofisita di Alessandria, n. al principio del sec. v, m. il 29 ott. 489. Probabilmente fu diacono di Dioscoro d'Alessandria e suo compagno d'esilio.

Ritornato in patria capeggiò, con Timoteo Eluro, la parte monofisita nella lotta contro il successore calcedonese di Dioscoro, Proterio, che rimase ucciso in un tumulto popolare. Riuscì quindi con segreti moneggi a isolare Timoteo Salofaciolo e a farsi sfuggere in sua vece patriarca d'Alessandria (477), ma avversato dall'imperatore Zenone fu costretto a fuggire errando di casa in casa. Venne reintegrato ufficialmente nella sua dignità, quando nel 482 diede la sua adesione all'Enotico di Zenone, il quale però, se da un lato importava implicitamente il ripudio del romo di s. Leone Magno e del Cancilio di Calcedonia, dall'altro era lontano dal soddisfare la corrente estremista del partito monofisita: fierissima fu l'opposizione dei monaci, che si rifiutarono di comunicare con lui, rimanendo senza patriarca; donde il loro nome di "acefali" (v.). Il M., allora combattuto fra il desiderio di conservare l'amiciaia dell'Imperatore e l'altro di accordarsi con i monofisiti più intransigenti, si comparte in maniera unibigua, meritandosi d'essere qualificato «uno dei più abili opportunisti che la teologia bizantina abbia creato" (L. Duchesne). Il suo nome è inserito nel calendario monofisita.

BibL.: Evagrius Scholasticus, Historiae ecclesiasticas libri sex, III, capp. 11-17; PG 86, 2612-34; S. Grossi, Evagria e un preteso uomo documento dello scisma acaciano, in Rivista storico-eritiva delle scienze teologiche, 2 (1906), pp. 470-76; 4 (1908), pp. 82-83; L. Duchesne, Storia della chiesa antica, III, Roma 1911, pp. 276284; Bardenhewer, IV, 82 sgg.

Emanuele Chietrini
PIETRO NOLASCO, santo. - N. nel mezzogiorno della Francia nell'ultimo quarto del sec. xir; giovane ancora, si trasferì verso il 1213 nella Spagna, dominata in gran parte dai Saraceni, e visitato nella Catalogna il celebre santuario di Monserrato come inizio della sua divina missione (gesto imitato poi da s. Ignazio, s. Giuseppe Calasanzio ed altri santi) si diresse a Valenza, non liberata ancora dal giogo maomettano, per consacrarsi ivi al riscatto dei cristiani, ridotti alla schiavitù.

Divinamente ispirato e sotto gli auspici della Madonna, con la cooperazione di s. Raimondo di Peñafort e il re Giacomo I d'Aragona, fondò a Barcellona nel 1218, secondo la più comune opinione, o nel 1223, o meglio nel 1228, come vogliono alcuni scrittori, l'Ordine della Vergine S.ma della Mercede per la redenzione dei miseri detenuti dai Mori. La culla della nuova famiglia fu l'ospedale di s. Eulalio, donato all'uopo del ricordato monarca, il quale concesse pure agli eroici religiosi lo stemma d'Aragona, che portano ancora sull'abito bianco, simile a quello dei Domenicani. Come questi, adottarono la Regola di s. Agostino, alla quale furono aggiunte alcune semplici costituzioni. Il loro confonditore s. Raimondo ottenne nel 1235 la conferma dell'Ordine mediante una brevissima bolla di Gregorio IX. Memorabile è la spedizione del Santo nelle terre africane; nel 124701248
lo si trova a Siviglia con il re s. Ferdinando, conquistatore di quella città.

Nel morire pochi anni dopo il Santo lasciava il suo Ordine esteso in Catalogna, Aragona, Valenza e nella Francia meridionale. Alessandro VII nel 1653 fece inserire il suo nome nel Martirologio romano e il suo Ufficio nel Breviario universale.

BibL.: F. Zumel, De sibi Patrum et magistrorum generalium Ordinis Redemptorum, Salamanca 1388; Acta SS. Ianwarii, III. Parigi 1863, pp. 293-603; Pedro N. Perez, Nuisans, Jundator de la Orden de la Nuerced, Barcellona 1913, trad. it., Roma 1921.

Giuseppe M. Pou y Marti
PIETRO ORSEOLO, santo. - N. verso il 928 da nobile famiglia veneziana. Partecipò alla spedizione del 978 contro i Narentani che infestavano i lidi dell'Adriatico. Ucciso il doge Pietro Candiano IV, nell'Assemblea tenuta nella chiesa di S. Pietro di Castello il 12 ag. 976, egli fu eletto doge.

Il suo breve principio fu ispirato a principi di tolleranza e di religiosità, ma non riuscì ad evitare l'insorgere di nuove congiure contro la sicurezza della patria. Bruciate nell'incendio del Palazzo ducale le convenzioni fatte con gli Istriani, specie con Capodistria, le rinnovò e, senza spargere sangue, ridusse a dovere quei popoli che turbavano con la pirateria il commercio veneziano. Allontanò così i pericoli di guerra, restituì a Gualdrada, la donna del suo predecesore, la dote che le era stata confiscata, restaurò il pubblico erario, ristabilì la pace interna, fondò ospedali per ammalati poveri, iniziò la ricostruzione della basilica di S. Marco ed istituì i procuratori di S. Marco per la conservazione del tempio.

Stanco del mondo e desideroso di darsi con maggior libertà alla vita spirituale, nella notte del 7 sett. 978, con pochi compagni, tra cui Romualdo, il fondatore degli Eremiti camaldolesi, fuggì nascostamente da Venezia, si ritirò nella Guascogna, si fece monaco, dedicandosi ad una vita di preghiera e di penitenza, finché, nel 987 , morì in grande concetto di santità. Clemente XII ne approvò il culto nel 1731. Festa il 10 genn.

BibL.: Vita, scritta da un monaco di Cuxà, in J. Mabillon, Acta SS. Ord. S. Bened., V, $2^{a}$ ed., Venezia 1743, pp. 831-60; Giov. Diacono, Chronicon Eruetum, in Fonti d. Storia d'Italia, VIII, Roma 1790, p. 141 sgg.; H. Tolra, St Pierre Urszole, doge de Venise, Parigi 1897; B. Schmid, Der hl. P. D., in Studien und Mittel. aus dem Bened. n. Cisterc. - Orden, 22 (1901), pp. 71-113. 231-82; W. Franke, Romuald von Camaldoli, Ber. lino 1913; R. Cessi, Venezia ducale, Padova 1929, pp. 141 sgg., 244 sgg.

Innocenzo Giuliani
PIETRO REGALATO, santo. - N. a Valladolid nel 1390, di famiglia distinta, m. nel convento dell'Aguilera il 13 maggio 1458.

Entrò nell'Ordine francescano in età di 13 anni. Mentre il b. Pietro da Villoctet, promotore dell'Osservanza in Spagna si recava all'Aguilera, diocesi d'Osma, per stabilirvi un eremitorio, passando per Valladolid trovò in P. R. uno dei primi discepoli e un infaticabile cooperatore per l'introduzione dell'Osservanza in Spagna, a cui affidò il governo dell'Aguilera mentre andava occupandosi di nuove fondazioni. Nel 1422, alla morte del Villoclet, s'incaricò del consolidamento e della diffusione dell'Osservanza. Si distinse per il culto della povertà evangelica e per la carità verso i poveri, favorito anche del dono dei miracoli. Confermato il culto nel 1683 , fu solennemente canonizzato da Benedetto XIV nel 1746. Festa il 13 maggio.

BibL.: Acta SS. Martii, III, pp. 833-73; L. de Clary, Aureola serafica, II, Quaracchi 1898, pp. 182-92; L. Carrión, Dia en que murió s. Pedro R., in Archivo Rero-americana, 10 (1918), pp. 5-25; id., Procesos de beatificación y canonización de s. Pedro R., ivi 13 (1920), pp. 5-20; id., Historia documentada del convento Domus Dei de la Aguilera, Madrid 1930; Wadding, Annales, XXVII, pp. 160-62, 280-92; Martyr. Romamom, p. 187.

Alberto Ghinato
PIETRO SABINO. - Umanista, discepolo e collega di Pomponio Leto (1429-98), fu docente di lettere greche e latine nell'Archiginnasio Romano, come risulta dall'albo dei professori del 1514.

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E soprattutto noto quale autore di un'importante silloge epigrafica, composta sul finire del sec. xv. Fu, si può dire, il primo a mettere insieme e salvare dall'oblio molte iscrizioni cristiane, conservate in chiese, edifici pubblici ed abitazioni private; in una lettera a Coccio Sabellico osserva di avere in gran parte riportate epigrafi da lui stesso vedute e trascritte ed altre prese dalle raccolte di Ciriaco da Ancona (1319-1455) e di fra' Giocondo da Verona (1435-1515). La silloge fu dedicata nel 1495 a Carlo VIII, re di Francia, poco dopo l'invasione d'Italia. Un esemplare della primitiva silloge si conserva in un codice della Marciana (lat. N, 195, cc. 94-324), che contiene: iscrizioni di fra' Giocondo (cc.1-93), la silloge sabiniana divisa in due parti : la prima (cc. 94-274) di una ventina di iscrizioni cristiane, oltre molte pagane d'Italia e di Roma, la seconda (cc. 235-324) di 245 iscrizioni, tutte cristiane. La silloge fu pubblicata da G. B. de Rossi, di su un cod. marciano ( $\mathrm{X}, 195$ ), in Inscript. christ. urbis Romae septimo saeculo antiquiores, II, 1, Roma 1888, pp. $407-55$.

Bisc.: W. Henzen, CIL, (VI, pp. xLv, 10; Th. Mommsen, CIL, IX, p. Lx; A. Silvani, Inscript. christ., nuova serie, I, Roma 1922, Praef., p. xxxviII seg. Gioacchino Mancini

PIETRO TOMMASO (Pietro di Titorias), santo. - Carmelitano, n. a Le Breil (Perigord, Francia) ca. il 1305 , m. a Famagosta (Cipro) il 6 genn. 1366. Maestro di teologia a Parigi nel 1349, indi reggente dello Studio carmelitano di Avignone, nel 1345 procuratore generale dell'Ordine. Iniziò sotto Innocenzo VI la sua carriera diplomatica, spesa al servizio dell'attività pontificia per l'unione dell'Europa contro la minaccia musulmana.

A questo scopo rappresento la S. Sede nei negoziati con la regina Giovanna di Napoli (1353), con Venezia e Genova (1353), con Luigi di Ungheria e Stefano di Serbia (1355), con Luigi di Ungheria e Venezia (1356). Nel 1357 negozio con l'imperatore bizantino Giovanni Paleologo l'unione della Chiesa d'Oriente, nel 1359 fu legato pontificio nella spedizione inviata in aiuto a quell'Imperatore. Vescovo di Patti nel 1354, trasferito nel 1359 a Corone in Morea, divenne nel 1363 arcivescovo di Creta e poi patriarca latino di Costantinopoli.

Si adoperò per la riuscita dell'impresa nell'Asia minore e per la difesa dell'Egeo; conquistata Adalia vi organizzò il culto cattolico. Lavorò intensamente per la conversione del popolo serbo e per l'estirpazione dell'eresia a Creta e Cipro. Qui strinse amicizia con il re Pietro I e il sua cancelliere, Filippo di Mézières, e insieme concepirono l'idea di una nuova Crociata sollecitando l'aiuto dell'Occidente. La Crociata fu indetta da papa Urbano V nel 1363 , e P. vi succedette, nel 1364 , al card. Tallegraind nella carica di legato. Nel nuovo ufficio si adoprò intensamente per mantenere la pace tra le potenze cristiane. Nel frattempo amministrò la città di Bologna dove fu uno dei maestri fondatori della Facoltà di teologia (1364). Incominciata la Crociata con l'attacco e la conquista di Alessandria (1365), P. vi partecipò coraggiosamente, e fu tra i pochi che si opposero all'abbandono della citri. Fu subito venerato come santo; Paolo V nel 1609 a Urbano VIII nel 1628 ne confermarono il culto. Festa nell'Ordine carmelitano il 29 genn.

Bisc.: due contanei ne scrissero la vita: Filippo di Mézières, ed. in Acta SS. Iannarii, II, Anversa 1643, pp. 990-95, e separatamente, ivi 1666, e G. Carmesson O. F. M., in Speculum Carmalitannon, II, ivi 1680, pp. 171-195. Tra i moderni: cf. N. Jorga, Philippe de Mézières 1317-1403 et la Croisade au XIVc siècle, Parigi 1896; Asia Suryal Atiya, The Crusade in the later middle ages, Londra 1938.

Gioschino Smet
PIEVE. - Nome che si trova attribuito, in Italia, ad una parrocchia o addirittura a borgate o città.

L'origine di esso va cercata nella parola plebs, usata, con l'avvento del cristianesimo, per indicare la comunità dei battezzati. Dapprima questa espressione plebs christiana ha un significato generico; ma, a partire da una certa epoca, non precisabile, essa fu usata a indicare non solo il popolo dei battezzati, ma anche un istituto; forse dapprima l'uno e l'altro insieme, e cioè una massa di
persone corporativamente concepite e l'istituto unitario che ne derivava e che si riassumeva nell'ente chiesa, edificio di culto, ove la massa dei fedeli si adunava e pregava; infine anche il territorio sul quale quel popolo di battezzati si era stanziato: cosi si diceva, p. es., la plebs di tale Santo. Il significato generico si conserva qua e là un po' dovunque ed è un uso letterario, ma si perde e si smarrisce con il tempo e attraverso i luoghi ; invece il significato specifico, giuridico, costituzionale, rimane circoscritto in determinate regioni, si radica e si consolida in un determinato territorio.

Questo territorio è l'Italia settentrionale e centrale a nord circa nel $42^{\circ}-43^{\circ}$ parallelo (Viterbo-Chieti), ivi compresa la Corsica (esclusa la Sardegna o almeno parte della Sardegna) e alcune vallate latine al nord delle Alpi. Si tratta di una zona, dal punto di vista storico-politico, franco-carolingia e, dal punto di vista glottologico, di lingua romanza. Ma sta di fatto che la parola latinoecclesiastica plebs fu importata molto prima nell'Inghilterra, ove ancora rimane nel Galles (celtico phopf) donde, dopo l'occupazione sassone dell'isola, emigrò con i Brettoni, Celti puri, raggruppati in claus, nella Bretagna francese. Qui rimane, attraverso numerose varianti, radicata al suolo con ca. duecento toponimi (non si sa però se nella Bretagna la plebs abbia avuto nell'età medievale la stessa struttura costituzionale che in Italia). Già nel sec. v in Italia, cioè nelle regioni sopra indicate, veniva usata la parola plebs, pare cosi nel senso corporativo, come in quello istituzionale (la plebs Clucntensis di due documenti di papa Gelesio).

La struttura costituzionale della p. italiana, nel suo territorio proprio, è singolare. Essa è diversa dalla parrocchia: questa è la chiesa del basso medioevo; la p. è la chiesa dell'alto medioevo; ed è la chiesa battesimale matrice di tutte le altre chiese minori del distretto; essa si presenta spesso con un clero plurimo e un arciprete che è grande arciprete, con patrimonio originariamente comune e con un largo territorio nel quale si trovano spesso molte cappelle soggette. Questo è lo schema tipico; ma è possibile trovare p. che pur essendo tali, e cioè matrici, non presentano tutte queste caratteristiche. Evidentemente si tratta di una forma di organizzazione del territorio rurale, eccentrica in confronto al capoluogo diocesano, ma centrípeta di fronte alla popolazione sparsa sul largo distretto rurale. Naturalmente queste p. battesimali matrici crescono di numero con il flusso del tempo, della popolazione e dell'economia. Ma sembra certo che all'origine esse ripetano, attraverso la loro distrettuazione, i quadri dell'organizzazione municipale romana. La corrispondenza tra pagus romano e p. è ancora da studiare ed approfondire; certo la carta dei distretti delle più antiche p. può riprodurre la geografia amministrativa del territorio alto-medievale nella campagna italiana.

Cessa l'area italiana di espansione della p. dove si arresta il tipo d'insediamento a popolazione sporsa (celtogallico) e dove comincia la forma di colonizzazione del tipo della città greca (Italia meridionale e isole mediterranee). Fuori d'Italia, in Francia, p. es., ebbe vigore nei primi secoli l'archiprodubterato rurale, che forse aveva struttura analoga a quella della p. italiana, ma che si sciolse rapidamente.
P., pievania, piviere è, dunque, un distretto rurale che vige sino al basso medioevo, allorché sta per sorgere il comune rurale; ma la distrettuazione comunale rurale modifica l'insieme dell'ordinamento plebano. Intorno ai grandi comuni cittadini si raggruppano più p. nello stesso territorio comunale moderno, mentre restano riconoscibili ancora i distretti plebani nei comuni periferici del vecchio territorio diocesano. Da ultimo il vincolo unitario, che lega la chiesa matrice alle sue chiese soggette, si scioglie; restano a questa solo titoli d'onore che da ultimo si cancellano anch'essi e le cappelle soggette vengono in tutto equiparate alla vecchia matrice.

Bisc.: G. Forchielli, La p. rurale, Ricerche sulla storia della costituzione della Chiesa in Italia e particolarmente nel Veronese, Bologna 1938; id., La p. rurali della seccitia diacoli urbinate, in Studi Orbinati, serie A, 15-16 (1947-48), p. 229 sgg. Giuseppe Forchielli

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PilfFd, Friedricf Gustav. - Cardinale, n. il 15 ott. 1864 a Landskron (diocesi di Königgrätz, in Boemia), m. il 21 apr. 1932 a Vienna. Nel 1883 era entrato fra i Canonici Regolari Lateranensi a Klosterneuburg. Ordinato sacerdote nel 1888, svolse la sua attività pastorale a Vienna, e nel 1892 ritornò a Klosterneuburg, per insegnarvi teologia moralc. Eletto nel 1907 prevosto del suo monastero, nel maggio 1913 fu nominato arcivescovo di Vienna. Il 25 maggio 1914 Pio X lo creò cardinale del titolo di S. Marco.

Alla fine della prima guerra mondiale il card. P. fu guida dell'episcopato austriaco nella questione dell'educazione della gioventù. Si oppose all'istituzione della scuola laica nel Burgenland, regione già appartenente all'Ungheria e della quale il P. nel 1922 era stato nominato amministratore apostolico. Egli fu contrario anche al movimento educativo, di ispirazione socialista ed anticattolica, dei Kinderfreunde, definito nella pastorale collettiva dell'episcopato austriaco del 26 febbr. 1922 "organizzazione giovanile rivoluzionariamente socialista e comunista "che era "non solo del tutto incompatibile con il cristianesimo "ma tendeva di fatto "alla dissoluzione di tutti gli attuali ordinamenti sociali ". La condanna dei Kinderfreunde e dei Rote Falken, altra associazione giovanile contrapposta agli Esploratori cattolici, fu ribadita in altre pastorali del 1925 e del 1928. Per rafforzare il cattolicesimo contro gli attacchi delle organizzazioni professanti dottrine apertamente anticristiane, nel 1927 il P. unificò nella diocesi le varie associazioni nell'Azione Cattolica. Infaticabile nel promuovere opere di beneficenza e di carità, favorì la fondazione di nuovi giornali cattolici.

Bibl.: A. M. Knoll, Kardinal P. und der ästerreichische Episkopat zu sozialen und kulturellen Fragen 1513-32, Vienna 1932; Th. Innitzer, Die Persönlichbels des Kardinals P., in Neue Freie Presse, 21 apr. 1932; C. A. Gulick, Austria from Habsburg to Hitler, Berkeley-Los Angeles 1948, pp. 581, 610-11, passim; A. Walz, Kardinal Frühwirth, Vienna 1950, p. 292 (sull'elezione di P. a prevosto di Klosterneuburg); C. Greinz, P., in LThK, VIII, col. 272, con bibl. Silvio Furlani

PIGAFETTA, Antonio. - Navigatore appartenente a nobile famiglia vicentina, n. intorno al 1480 o forse anche qualche anno dopo. Nulla si sa di lui fino al 1519 , allorché lo si trova addetto alla persona di Francesco Chiericati, suo concittadino, nunzio apostolico presso Carlo V; già in precedenza era entrato forse nell'Ordine dei Cavalieri di Rodi ed è possibile che avesse viaggiato sulle galee dell'Ordine. A Barcellona ebbe notizia che Ferdinando Magellano preparava la sua grande spedizione ed ottenne di essere imbarcato come addetto alla persona del comandante; gli fu di fatto poi sempre a fianco e lo scortò nella disgraziata spedizione di Mactan nelle Filippine, dove il Magellano trovò la morte, mentre il P. scampò perché, a causa di una ferita precedentemente riportata, non poté scendere a terra. Dopo la morte del Magellano acquistò maggiore autorità a bordo della nave "Vittoria", unica superstite, e fu uno dei 18 che tornarono incolumi a Lisbona.

Tornato in Italia, si occupò di pubblicare la relazione del viaggio, del quale aveva tenuto, giorno per giorno, un accurato diario; fu a Mantova presso i Gonzaga, poi a Venezia, dove dinanzi al doge e al Collegio fece una interessante relazione del viaggio ( 1523 ), indi fu chiamato a Roma da Clemente VII, che ebbe presso di sé il manoscritto destinato alla pubblicazione. Nel 1524 il P. era a Venezia e otteneva il privilegio per la stampa del suo libro. Dopo il 1524 si perde ogni traccia del P. Una recente ipotesi che egli passasse a servizio del sultano a Costantinopoli e quivi finisse la vita, non è priva di verosimiglianza, ma non è suffragata da documenti. Era certamente già morto nel 1536. La prima edizione dell'opera è in lingua francese e non è datata; ma è certo che la relazione fu scritta in lingua italiana; la prima edizione italiana (veneta) è del 1536 ; segue poi l'edizione ramusiana del 1550. Il manoscritto originale non si conosce. La relazione del P. è la più copiosa e la più autorevole che si possegga sulla prima circumnavigazione del mondo, non per i dati itinerari, nautici o tecnici, ma per i particolari sulle vicende del fortunoso viaggio, per la descrizione dei paesi, degli abitanti, loro usi e costumanze, dei prodotti ecc. Il P. rivela una buona cultura e acuto spirito di osservazione. E anche autore di un trattatello sull'arte della navigazione di modesto valore.

Bibl.: J. Denucé, P. Relation du premier voyage autour du monde par Magellan, Anversa 1922; C. Manfredi, Il primo viaggio intorno al mondo di A. P., Milano 1928. V. anche magellano e relativa bibl. Roberto Almagia

PIGGHE (Pighus), Albert. - Teologo e controversista, n. a Kempen, donde il nome di Campensis, nel 1490, m. a Utrecht il 26 dic. 1542. Studiò filosofia e teologia a Lovanio, ove ebbe maestri Driedo (v.) e Adriano Florent, poi papa Adriano VI, che l'ebbe seco a Roma con incarichi di fiducia. Ritornato in patria ebbe la preposttura di S. Giovanni a Utrecht che tenne fino alla morte. Per incarico di Paolo III, nel 1540 partecipò alla Dieta di Worms come teologo, nel tentativo di accordi con i protestanti.

Oltre ad opere di astronomia, di geografia, ecc. compose la Hierarchiae Ecclesiasticae assertio (Colonia 1538): ecclesiologia di particolare importanza storica per la sua decisa reazione alle idee conciliari; la Controversiarum explicatio (ivi 1542): rapporto dottrinale sui colloqui di Ratisbona dove, alla Dieta, propose, sulla questione della giustificazione, la teoria della doppia giustizia *, accolta dai protestanti, ma respinta dal Concilio tri-

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PigmeI - Due p. tirano l'arco.
dentino nella sess. VI. Per essa nel giusto c'è una giustizia inerente distinta dalla giustizia di Cristo, che è al giusto imputata e che lo santifica veramente; del peccato originale il P. parla come di una semplice imputazione e non di una realtà «fisica». Pur sfiorando in questo il protestantesimo il P. intese rimanere sotto l'autorità della Chiesa, di cui parla con sentita devozione, e manca in lui il pessimismo teologico che fa dell'uomo un trastullo della colpa. Con altri dell'età sua condivise i principi nominalistici che gli preclusero la via ad intendere le "entità " scolastiche medievali, l'habitus e la relatio, indispensabili per illustrare la realtà dei misteri cristiani.

Bibl.: F. Dittrich, Gasparo Contarini, Braunsberg 1885, pp. 631-68; E. Amann, s. v. in DThC, XII, coll. 2094-2104 (buona sintesi); H. Jedin, Studien über die Schriftstellertätigkeit Albert Piggec, Münster 1931; J. Henninger, S. Augustinus et doctrina de duplici institis, Mödling (Vienna) 1935, pp. 1-3 e passim; I. Foner, Die Erlebindenlehre Albert Piggec, Coira 1939.

PIGGOTT, Henry James. - Fondatore del metodismo americano in Italia, n. a Lowestoft (Inghilterra) il 18 luglio 1831, m. a Roma il 30 nov. 1917. Educato nella scuola wesleyana di Kingswood, nel 1848 ottenne il grado di Bachelor of Arts nell'Università di Londra.

Ordinato ministro, fu incaricato di aprire la missione metodista in Italia. Si stabilì nel 1861 con l'apostata Lissolo a Ivrea, nel 1862 passò a Milano e visitò varie città della Lombardia. Nel 1866 stabili a Padova il centro della missione metodista wesleyana che nel 1872 trasferì a Roma. Uomo di straordinaria attività, fondò molte stazioni metodiste, l'orfanotrofio di Intra, la scuola teologica wesleyana, due riviste di propaganda, che precedettero il Riveeglio. Fautore di sacerdoti apostati, manifestò sempre grande incomprensione verso la Chiesa cattolica. Per l'istruzione degli alunni del suo Collegio internazionale scrisse una Breve storia del metodismo (Padova 1868).

Bibl.: T. C. Piggott, Life and Letters of H. 7. P., Londra 1921; G. G. Findlay-W. W. Holdsworth, The history of the wesleyan methodist Missionary Society, 5 voll., Londra 1922, passim; C. Crivelli, I protestanti in Italia, 2 voll., Isola del Liri 1936-38, passim.

Camilo Crivelli
PIGHI, Giovanni Battista. - Teologo moralista e storico, n. a Parona nel 1847, m. a Verona il 23 febbr. 1926.

Laureato in teologia all'Università Gregoriana, insegnò teologia morale per 40 anni e storia ecclesiastica per 30 nel Seminario di Verona, apprezzatissimo dagli scolari, profondamente amato e ricercato per consigli dal clero che diresse, come vicario generale, per 13 anni.

Sua opera fondamentale è il Curzus theologiae moralis in 4 voll. ( $6^{\mathrm{a}}$ ed. a cura di A. Grazioli, Verona

1946-47). Da ricordare anche: De iudicio sacramentali ivi 1896); Censuroe CIC (ivi 1921); De Matrimonio (ivi 1924). La sua morale si ispira al probabilismo puro: ha intonazione pratica pastorale ed è informata ad un senso di profonda pietà ed ortodossia. La sua opera principale come storico sono le Institutions historine ecclesiasticae ( 3 voll.), con finalità apologetiche, criticata per il metodo e disposizione della materia.

Bibl.: S. Romani, Theologia moralis, I, Roma 1933, p. 34.

Angelo Grazioli
PIGMEI. - Vengono cosi chiamati, da un termine greco ( $\pi \eta \gamma \alpha \lambda \lambda \alpha=$ uomini alti come un pugno) già noto ad Omero, i rappresentanti di una razza umana di alta primitività, i quali tuttora vivono in piccoli gruppi nomadi, dediti alla caccia e alla raccolta, nelle regioni forestali interne del Congo Belga (bacini dell'Ituri, dell'Ubanghi, della Sanga) ed in alcune zone dell'Africa centro-occidentale (Camerun meridionale, Gabun, Guinea spagnola). I loro nomi sono numerosi e vari : Aka, Ele, Bambuti, Akos, Bekwi, BaYele, ecc. Alcuni gruppi, come i BaBinga, i BaTwa dell'Equatore e delle province meridionali del Congo Belga, gli omonimi BaTwa del Ruanda ecc., presentano in misura maggiore o minore caratteri razziali divergenti, dovuti ad incrocio di P. con negri forestali, e vengono complessivamente detti Pigmoidi. Il nome di P. è anche esteso ad alcune popolazioni residuali dell'Asia sud-orientale ed insulare, tradizionalmente noti come Negritos, i quali con i P. propriamente detti (Africani) hanno in comune l'appariscente carattere somatico di una bassissima statura (medie vicine o inferiori ai 150 cm .), l'isolamento in ambienti di foresta, il tipo primordiale e rozzo della vita economica e sociale: sono gli abitanti delle isole Andamane (Andamanesi, già detti Mincopi), i Semang dell'interno della Malacca, gli Aeta delle Filippine. Anche dai P. asiatici vanno tenuti ben distinti gruppi pscudo-P., come i Sakai della Malacca, ed ancor più i Tapiro, Goliath e gruppi affini della Nuova Guinea (P. melanesiani), i quali ultimi non sono in realtà che una varietà a piccola statura della razza papuaside.

Nella sua recente classificazione antropologica (1941) il Biasutti ha riunito in un gruppo a sé, entro il maggior "ramo dei Negroidi», le razze pigmee, che egli riduce a quattro (bambutide, andamanide, semangide, setide). Le tre ultime, asiatiche, sono costituite ciascuna da poche migliaia o forse centinaia di individui, e sono in via di regresso demografico; più numerosi e vitali sono invece i gruppi africani, che secondo lo Schebesta assommerebbero (compresi i sanguemisti) a forse 100.000 individui. Il problema razziale presentato dai P. è tuttora fra i più aperti e discussi fra gli antropologi : secondo una tesi (Kollmann, W. Schmidt, Bryn, G. Montandon e altri) essi costituirebbero lo strato più antico dell'umanità attuale, mentre secondo un'altra teoria (Virchow, Schwalbe, Sarasin, Fischer, Valois, ecc.), i P. sarebbero un gruppo formatosi per differenziamento secondario, in seguito a cause diverse (isolamento, adattamento all'ambiente silvestre, mutazione) a spese di un già esistente ceppo melanodermo di razze a statura normale. Un interessante tentativo di conciliazione delle due opposte teorie è stato proposto dallo Schebesta (1940) : le sottorazze pigmee proverrebbero da una stessa razza arcaica indifferenziata (negride) da cui si sarebbero staccati del pari i Negri ed i Melanesiani. I P., come razza specializzata, "fossilizzata ", si sarebbero formati non per via di degenerazione, ma attraverso un processo di selezione nella foresta vergine. Un'opinione non sostanzial-

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mente diversa, e maturata in via del tutto indipendente, ha del resto espresso il Biasutti.

Tra i caratteri distintivi della cultura pigmea si enumerano i seguenti : vestiario ridotto ad un perisoma; assenza o rarità di ornamenti, pittura e mutilazioni della persona; abitazione ovunque di tipi primordiali (paraventi, capanna ad alveare, caverne); metodi primitivi di accensione del fuoco (in scanalatura, per rotazione, a sega) e, in un caso (Andamanesi), ignoranza di qualsiasi procedimento a tal uopo; assenza di ceramica, di tessitura, di industria litica, di regolari sistemi di numerazione; armi prevalenti, arco e freccia; economia basata sulla colletta e la caccia; famiglia patriarcale monogamica, con parità della donna rispetto al marito; clan totemici non esogamici (in Africa), ma con assenza di veri e propri capi; sconosciuta la schiavitù; rara, e probabilmente riconducibile a imprestito, l'antropofagia. Entro questo quadro d'insieme, di evidente primitività, acquista uno speciale interesse lo studio delle credenze religiose, che conviene passare in rassegna per ciascuno dei gruppi principali.

1. Religione dei P. africani. - Il merito delle delicate indagini in questa sfera spetta quasi esclusivamente a missionari cattolici.

Presso i P. del Gabon (Akoa) il p. H. Trilles ha appurato l'esistenza di più ordini di credenze, le quali hanno per oggetto: i