volume-09

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iascuno dei gruppi principali.

1. Religione dei P. africani. - Il merito delle delicate indagini in questa sfera spetta quasi esclusivamente a missionari cattolici.

Presso i P. del Gabon (Akoa) il p. H. Trilles ha appurato l'esistenza di più ordini di credenze, le quali hanno per oggetto: in primo luogo un Essere Supremo (Khmvum), creatore del mondo e degli uomini, onnipotente e onnisciente; ora dimorante in cielo ma un tempo abitante in terra accanto alle sue creature (per alcuni dei relativi miti, v. cosmogonia); indi, al disotto di Khmvum, gli spiriti inferiori, creati anch'essi da lui, alcuni benevoli (yerwa) altri ostili (terwa) all'umanità; distinti da questi sono gli spiriti manistici (mè), la cui natura e la cui sorte sono collegate a complesse credenze sull'anima umana. La terminologia dei P. rivela che essi hanno una pluralità di concetti e vocaboli al riguardo: anima nel suo insieme (molli), principio immateriale residente nel cuore ma influenzante la mente (nsie), spirito-ombra o "genio" (tsi), ciascuno con un suo diverso destino. Il p. Trilles ha pure documentato fra i P. del Gabun l'esistenza di credenze totemistiche e di pratiche magiche; è soprattutto suo merito aver trascritto vari miti (sulla creazione, sull'origine del fuoco, ecc.) ed una serie di canti di sorprendente forza poetica, degni di figurare, nella loro immediatezza e per potente ricchezza di immagini, accanto ai capolavori della letteratura d'ogni paese. I Bake del Camerun orientale, che appartengono anche essi al gruppo occidentale dei P. africani, hanno credenze analoghe.

Ben altrimenti complesse, e forse perché in questo caso osservate e analizzate da un etnologo di vaglia quale il p. Schebesta, risultano essere le credenze religiose del gruppo orientale, e più puro, dei P. africani, i Bambuti dell'Ituri. Qui la figura dell'Essere sommo, detto "padre" o "nonno" nei miti, non dichiaratamente creatore ma tuttavia conservatore del mondo, è concepita come un vegliardo padrone del fulmine e dell'arcobaleno che, camminando o facendo oscillare da destra a sinistra la sua barba bianca, provoca uragani, tempeste e terremoti. La figura di questo Essere si è però venuta confondendo ed arricchendo di tanti elementi diversi, da perdere la sua precisa personalità nel mito, la sua supremazia nel culto, e addirittura un qualsiasi nome proprio. Gli subentrano altri esseri soprannaturali, che sono in certo senso le personificazioni e le ipostasi di quel primo Essere senza nome, ma hanno anche caratteri propri differenziati. Essi sono il dio della foresta, il dio del cielo, il dio dell'oltretomba sotterraneo. L'esame della ricca mitologia pigmea, e la stessa etimologia dei numerosi nomi con cui queste tre fondamentali divinità sono conosciute, dimostrano la natura lunare di esse : con maggiore evidenza per la seconda, che è ora il simbolo selenico dell'Essere senza nome (rifugiatosi in tempi mitici nella luna e dietro o sopra di essa),
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(fei. Fides)
ora della luna medesima come astro notturno. A questa divinità è specificamente attribuita la cosmogonia, eseguita con l'aiuto, o per mezzo, di animali lunari. Ma in primo piano, nella vita quotidiana dei Bambuti, è il dio della foresta e della selvaggina (Tore, Mugu, Muri-muri, Kalizia, ecc.), che vive sulla terra, invisibile ma dotato di spiccate qualità metamorfiche, ora padre provvidente e benevolo, ora divinità terrificante. E a lui, come padrone della vita e della caccia, che si indirizza quasi esclusivamente il culto (preghiere di richiesta e di ringraziamento, offerta di primizie); ma egli è anche il portatore per eccellenza di una forza magica misteriosa (meghe), e ciò giustifica il ricorso dei Bambuti a pratiche di magia «bianca». Meno rilevante e meno originale (forse derivata da concezioni dei vicini negri) è la terza ipostasi divina, il signore dei morti e del mondo ipogeo: un culto manistico, come lo hanno i Bantu, pare del tutto estraneo alla originaria cultura pigmea.
2. Religione dei P. asiatici. - Non possono non colpire, o apparire fortuite, certe concordanze che si ritrovano, pur a cosi grande distanza spaziale, nella religione dei P. asiatici. Le concezioni teistiche dei Semang sono quasi altrettanto complesse, e largamente variabili dall'una all'altra tribù. I nomi con cui è più frequentemente indicata la divinità più alta sono Ta Pedn e Karei; il primo è concepito talora come figlio, talora come fratello minore del secondo. Ta Pedn, pare sia la divinità originaria, identificata con il tuono (che forse in origine non era che una, la principale delle sue manifestazioni), creatore e conservatore del mondo, buono e pietoso verso gli uomini che egli difende dal più temuto Karei, donatore peraltro del nutrimento ai Semang. Si crede che egli abiti in cielo, seduto su una trave, donde rimira il mondo. La configurazione di Ta Pedn è di regola antropomorfa, come di vegliardo (lo si chiama anche qui "piccolo nonno"), egli è il legislatore e il castigatore dei peccati individuali; di questi gli si chiede perdono quando scoppiano le paurose tempeste equatoriali, manifestazioni della sua collera. Insieme alle implorazioni, i Semang gli offrono, tipico sacrificio espiatorio, un poco del loro sangue tratto da tagli appositamente praticati in tali occasioni.

Della religione degli Aeta si conosce assai poco: ma si sa che essi credono in un Dio creatore, immortale ed invisibile, abitante in alto, signore di ogni cosa e in particolare (come il Tore dei Bambuti) degli animali della foresta, che egli protegge contro le frecce dei cacciatori. A lui si rivolgono i Negritos nei momenti cruciali della loro esistenza o quando si trovano in grave pericolo.

Molto discussa, infine, è la religione degli Andama-

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nesi, e ciò perché le due fonti principali su cui si basano le nostre conoscenze, pur essendo entrambe autorevoli e degne di fede, ne dànno un quadro fondamentalmente diverso. La critica etnologica ha tuttavia potuto accertare l'autenticità (presso i gruppi più meridionali e verosimilmente più puri di questi isolani) di una credenza monotetistica. L'Essere Supremo, qui chiamato Puluga, è prevalentemente un dio uranico, abitante in cielo in una casa di pietra; i fulmini sono i tizzoni ardenti che egli scaglia con la sua mano, il tuono è la sua voce. Puluga ha creato tutto, ad eccezione del male; non è mai nato ed è immortale; la sua onniscienza, che cessa soltanto con il cadere della notte, si estende anche ai pensieri degli uomini. Egli è il castigatore dei peccati : falsità, omicidio, adulterio, furto, sono da lui puniti al pari delle infrazioni ai suoi interdetti alimentari (determinate piante alimentari sono sotto la sua diretta protezione) e della rottura del "silenzio sacro", che gli Andamanesi devono rispettare quando si mette a cantare la cicala, sua figlia. Non gli è tributato alcun culto di preghiere o di sacrifici, ma non per ciò è meno temuta la sua collera e sono meno osservati i suoi comandamenti.
3. Considerazioni riassuntive. - P. asiatici e africani costituiscono un complesso etnico sufficientemente omogeneo, malgrado le differenze locali, tale da potersi considerare alla stregua di un'entità unitaria. La generale povertà di beni materiali e attrezzi, la semplicità della loro economia e sociologia fanno si che tale complesso etnico vada collocato ai gradini più bassi delle civiltà oggi esistenti sulla terra. Questi dati di fatto, che permisero ad etnologi di indirizzo evoluzionista, anche in tempi abbastanza recenti, di postulare nei P. una corrispondente rozzezza e povertà di concessioni spirituali, in realtà non impediscono loro di possedere, al contrario, un ricco patrimonio animologico. Questa constatazione è stata una delle più significative conquiste e, se si vuole, sorprese della etnologia moderna. Quanta parte di tale patrimonio va considerata come originaria della cultura pigmea? Non è possibile dare almeno per ora, e forse anche in appresso, una risposta esauriente. Un tentativo è stato egregiamente fatto dal p. Schmidt e dalla sua scuola, per quanto riguarda la situazione attuale che si può ritenere non sostanzialmente mutata nel corso di questi ultimi secoli. Dopo avere affermato l'assenza o la rarità presso i P. di elementi quali naturismo, asimismo, manismo e magismo (in particolare della magia «nera»), od averne di volta in volta ricondotto l'eventuale presenza ad influssi di culture più tarde attualmente in contatto con i P. (la cosiddetta cultura totemistica dei negri dell'Africa centro-occidentale, cultura agricolo-matriarcale dell'Asia sud-orientale), questo studioso concluse (1933) per la priorità e predominanza fra essi di un vero e proprio monoteismo (per i caratteri generali di quest'ultimo nella Urkultur, v. 200, in Enc. Catt., IV, coll. 1627-29).

Le più approfondite, recentissime indagini dirette, e in particolare quelle del p. Schebesta (1950; quelle del p. Schumacher [1950] riguardano gruppi P. indubbiamente non puri), hanno posto in evidenza la maggiore complessità di tali problemi; e lo stesso p. Schmidt ha tenuto a riaffermare (1951) la costante rivedibilità di singole conclusioni ed il carattere di ipotesi scientifiche di lavoro delle illusioni che è lecito trarne. Comunque si abbiano ad orientare gli studi futuri, i P. rimangono e rimarranno vivente testimonianza della ricchezza e spesso della elevatezza che possono caratterizzare la vita spirituale dei più primitivi popoli del mondo odierno.

Bibs.: A. Le Roy, Les Pygmées, Parigi s. d. [1897]; A. R. Brown, The religion of the Andaman Islanders, in Folklore, 20 (1909), pp. 237-71; id., The Andaman Islanders Cambridge 1922; P. P. Schebesta, Bei den Urwaldzwergen von Malaya, Lipsia 1927; id., Orang Utan, ivi 1928; id., Les Pygmées, Parigi 1940; id., Die Bambuti-Pygmden vom Ztori, 4 voll., Bruxelles 1938-90; P. W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, III-IV, Münster in V. 1931-33; P. H. Trilles, Les Pygmées de la forêt équatoriale, Parigi 1932; id., L'âme du Pygmée d'Afrique, ivi 1945; E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islanders, Londra 1932; M. A. Schumacher, Die physische und soziale Ommosli der Kiou-Pygmden (Tuiden), Bruxelles 1949; id., Die Kiou-Pygmden (Tuiden), ivi 1950.

PIGNATELLI, Francesco. - Cardinale, n. a Napoli il 6 febbr. 1652 ed ivi m. il 5 dic. 1734. Dei duchi di Monteleone, entrò giovanissimo (1669) nell'Ordine dei Teatini; insegnò filosofia e teologia a Roma e a Madrid. Arcivescovo di Taranto dal 27 sett. 1683. Innocenzo XII lo inviò, nell'estate del 1700, nutizio apostolico in Polonia, dove rimase fino al 1703 , in un periodo assai confuso e difficile.

Si adoperò felicemente per il ritorno dei Ruteni in seno alla Chiesa cattolica, fondando poi a Leopoli, per consolidare la sua opera, un seminario dipendente dalla Congregazione di Propaganda. Creato arcivescovo di Napoli il 18 febbr. 1703, poi cardinale il 17 dic. da Clemente XI, resse fino alla morte con notevole saggezza ed energia la sua diocesi. Sotto di lui fu celebrato (1726) l'ultimo Concilio diocesano.

Bibl.: M. Guarnacci, Vitae et res gestae Pontificum Romanorum et S. R. E. cardinalium a Clemente $X$ usque ad Clementem XII, II, Roma 1731, coll. 41-44; A. F. Vezzoni, Scrittori dei cherici regolari detti Teatini, I, ivi 1780; p. 71; D. M. Zingarelli, Biografia dei vescovi ed arcivescovi della Chiesa di Napoli, Napoli 1861, pp. 206-12; M. Stersi, G. V. Gravina agente in Roma di mons. G. F. Pignatelli, in Arch. della Soc. rom. di st. patria, 48 (1923), pp. 201-47; Pastor, XV, passim. Francesco Natale

PIGNATELLI, Giacomo. - Canonista, n. a Grottaglie (Taranto) l'8 apr. 1625, m. a Roma nel 1698 .

Sacerdote e membro del Capitolo della collegiata di Grottaglie, si laureò in utroque iure a Roma. Divenuto parroco, si distinse per cultura e per zelo tanto da essere nominato camerlengo del clevo romano. Rilutò più volte la nomina a vescovo e quando, dopo molte insistenze, accettò la sede di Gravina (1685), dovette rinunciarvi in seguito a calunnie; divenne allora parroco di S. Maria del Piante a Roma, ove morì e fu sepolto.

I suoi scritti principali sono: le Consultationes canonicae che ebbero per molto tempo autorità nelle S. Congregazioni, nei tribunali ecclesiastici e perfino nelle opere di Benedetto XIV (Roma 1668, 1675, Venezia 1687); le Novissimae consultationes canonicae (Roma 1723, Venezia 1736); Compendium seu index ad consultationes canonicae, a cura dell'abate Carmine Tommaso Pascucci (Roma 1699, Colonia 1700, Venezia 1733).

Bibl.: L. Giustiniani, Memorie storiche degli scrittori legali del Regno di Napoli, III, Napoli 1788, p. 64; J. V. Schultz, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, III, 1, Stoccarda 1880, p. 502; C. Villani, Scrittori e aritisti pugliesi antichi moderni e contemporanei, Trani 1904, p. 804 sgg.
Augusto Moreschini
PIGNATELLI, Giuseppe Maria, beato. - Gcsuita e primo organizzatore della risorta Compagnia di Gesù in Italia, n. a Saragozza dalla famiglia italiana dei [principi di Monteleone il 27 dic. 1737; m. a Roma il is nov. 1811.

Entrato nell'Ordine nel 1753, e ordinato sacerdote nel 1762, attese con slancio all'apostolato a Saragozza, tanto da essere chiamato il "padre degli impiccati" e il "padre dei mercati». Banditi i Gesuiti dalla Spagna nel 1787, egli, pur potendovi restare per riguardo alla sua famiglia, non volle lasciare i confratelli, ma ne condusse un gruppo di 600 nella via dell'esilio, prima a Civitavecchia, poi a S. Bonifacio in Corsica, indi a Ferrara, sollevandoli e mantenendoli specialmente con l'aiuto della sorella, contessa di Acerra, Soppresso l'Ordine nel 1773, il P. si ritirò con il fratello Nicola, anch'egli gesuita, a Bologna, continuando il suo apostolato. Quando, poi, nel 1793, il duca Ferdinando di Parma, con l'aiuto dei Gesuiti di Russia, fondò nei suoi Stati una nuova casa per i Padri, il P. vi fu invitato, vi rinnovò i suoi vesi, indi nel 1799 fu maestro dei novizi a Colorno, nel 1803 provinciale d'Italia con sede a Napoli, poi dal 1806 a Roma. Sotto di lui risorsero i collegi di Roma, Orvieto e Tivoli, e alcune residenze di Padri; cooperò pure al ritorno dei confratelli nella Sardegna. «Tipo di virile e di robusta

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santità (Pio XI), fu l'anello di congiunzione tra l'antica e la nuova Compagnia di Gesù. Fu beatificato il 21 maggio 1933. Festa il 28 nov.

BibL.: J. Novell, El ven. José M. P. y la Campañia de Jesús en su extincin y restablecimiento, 3 voll., Mauresa 1893-94; J. March, Il restaurador de la Campañia de Jesús, beato José P. y su tiempo, I, Barcellona 1935; II, ivi 1936 (bruciato dai rivolusionari, riedito ivi 1944); vers. it., Torino 1938.

Celestino Testore
PIGNEAU de BEHAINE, Pierre-JosephGeorges. - Missionario, n. ad Origny-en-Thiérache (Aisne, Francia), fece i suoi studi a Parigi nel collegio dei Trentatré ed entrò sacerdote nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi nel 1765.

Il 9 sett. dello stesso anno partì per la Cocincina, e fu successivamente professore (1767) e superiore (1769) del Seminario fondato da mons. Pallu per il clero indigeno. Nominato nel 1771 vescovo di Adran e coadiutore del vicario apostolico di Cocincina, al quale successe, il 21 giugno dello stesso anno, fu consacrato a Madras il 24 febbr. 1774 e si fermò poi nel Cambogia. Durante la guerra civile prese sotto la sua protezione il giovane principe Nguyen-anh, ultimo rappresentante della famiglia reale massacrata dai ribelli Tay-son, e fece firmare a Versailles il 28 nov. 1787 un trattato di alluenza tra il re di Francia Luigi XVI e il pretendente al trono di Annam, che egli aiuto a riprendere il potere. La parte politica svolta dal P. non gli fece trascurare i suoi doveri di vicario apostolico. Il suo scopo era di convertire il giovane Imperatore e farne il Costantino dell'Indocina. M. il 7 ott. 1799 presso Quinhon e fu seppellito con onori regali in un ricco mausoleo.

Bibl.: A. Launay, Memorial de la Société des Missions Etrangères, parte $2^{\circ}$, Parigi 1916, pp. 313-16. Antonino Anoge

PIGNOTTI, Lorenzo. - Poeta e favolista, n. a Figline il 9 ag. 1739, m. a Pisa il 5 ag. 1812. Compiuti gli studi nel Seminario di Arezzo, si laureò in medicina a Pisa. Fu professore di fisica, poi rettore di quella Università.

Scrisse con verso facile, sebbene un po' prolisso, Favale e novelle, non a scopo educativo, ma per colpire "i vizi e le leggerezze degli uomini in generale"; non manca qua e là qualche spunto satirico contro il clero. Inoltre compose poemetti e liriche, imitazioni dalle satire di Giovenale e di Orazio, e tradusse liberamente, con spirito pariniano, il Rape of the Lock del Pope. Nel poemetto L'ombra di Pape indulse all'anglomania del tempo. Postuma una Storia della Toscana sino al principato, seguita da diversi saggi, di scarso valore e posta all'Indice (decr. 19 genn. 1824). L'opera fu tra quelle che lo Stendhal utilizzò per la conoscenza della vita italiana nel Rinascimento.

Bibl.: opere: Poesie, Firenze 1820; Storia della Toscana sino al Principato, 2 II., 9 voll., Pisa 1813-14; Favale e novelle inedite, a cura di F. Ferrari (con bibl. delle opere), Bologna 1888. Critica: giudizio del Leopardi nello Zibaldone, I, 179.1; F. Novati, Stendhal e l'anima italiana, Milano 1915, pp. 130-31. note 8-21.

Lanfranco Fiore
PII OPERAI CATECHISTI RURALI. - Congregazione che ha per scopo l'assistenza religiosa nelle campagne e l'istituzione di scuole agricole per i figli dei contadini. Essa risulta composta dalla Congregazione dei P. O. alla quale fu unita quella dei Catechisti rurali per decreto della S. Congregazione dei Religiosi (28 giugno 1943).

Nel 1600 il ven. Carlo Carafa, con alcuni soci, diede inizio a Napoli, nella chiesa di S. Maria di tutti i beni, ai P. O., compagnia di sacerdoti secolari viventi in comunità che si dedicavano alla spiegazione della dottrina cristiana, alle missioni al popolo e al ministero ecclesiastiastico in genere. Costretti ad allontanarsi dalla prima sede, il Carafa e i suoi nel 1605 eressero una casa a S. Maria dei Monti, fuori di Napoli, dove stabilirono il noviziato. Vivente il fondatore furono aperte tre case, a S. Maria di Monterotondo (Caserta), a S. Giorgio e S. Nicola a Napoli, che divenne casa generalizia. Gregorio XV con
il breve Ex quo divina Maiestas (21 apr. 1621) approvò l'Istituto e le Costituzioni redatte dal Carafa. Nel 1689 i P. O. aprirono una casa in Roma, a S. Balbina, ceduta loro dal Capitolo Vaticano. Nel 1704 si trasferirono a S. Lorenzo ai Monti presso Macel de' Corvi, e sotto Clemente XI a S. Maria dei Monti, dove fu loro affidata la direzione del Collegio per i catecumeni e neofiti, e nel 1730 fondarono anche l'Accademia di liturgia. Stabilirono pure un'altra casa in Trastevere, e vi fecero costruire la chiesa di S. Giuseppe alla Lungara su disegno di Giuseppe Ruscari Sassi (1730). I P. O. non emettevano voti, osservavano grande povertà e praticavano frequenti digiuni. Erano retti da un preposito generale e da quattro consultori eletti dal Capitolo generale.

Si segnalarono a Napoli nella peste del 1653 , in cui perirono quasi tutti i membri nell'assistenza degli apparati. Ebbero una certa risonanza nella questione quietista, essendosi costituito tra di loro un cenacolo, nel quale il preposito generale p. A. de Torres era la personalità più eminente ed il p. P. Gisolfi un facondo scrittore, e esempio tipico di religiosità barocca composita s. Nel secolo scorso la comunità di Roma svolse una discreta attività editoriale, pubblicando tra l'altro gli atti di Pio IX.

La Congregazione del P. O., rimasta sempre limitata alle citate case di Napoli e di Roma, negli ultimi tempi si restrinse alla casa generalizia di S. Nicola, ma per mancanza di soggetti anche questa era sul punto di chiusarsi, quando nel 1928, a Montaldo Uffugo (Cosenza), mons. Gaetano Mauro dava inizio ad un nuovo istituto consacrato alla cura delle anime più abbandonate della campagna e dei paesi rurali con opere adatte ai novi tempi. Nel 1930 l'Istituto diveniva di diritto diocesano con approvazione del vescovo, e nel 1943, per decreto della S. Sede, l'antico e il nuovo Istituto si fondevano in uno solo, dato che il fine era identico. I tempi nuovi han portato nuove idee e nuovi mezzi di apostolato, e l'Istituto oggi è volto a ridare al contadino la serena letizia della vita rurale, ad arrestare la piaga dell'urbanesimo, educando i piccoli campagnoli a sentire tutta la nobiltà del lavoro agricolo. A tale scopo tiene missioni tra i contadini che vivono lontani dalla parrocchia, apre colonie agricole ed istituti educativi. Conta oggi 6 case ed una trentina di religiosi.

Bibl.: Moroni, LIII, pp. 23-27; M. Heimbucher, Die Orden und Kongrei. der kathul. Kirche, II, Paderborn 1933, pp. 373 374; per le relazioni dei P.O. con il quietismo, M. Petrocchi, Il quietismo ital. del Seicento, Roma 1948, pp. 73-76, 117-20.

Piero Sannazzaro
PIJJÙT. - Poesia ebraica sinagogale, coltivata dai "paetani" (da $\pi \alpha \nu \tau \dot{\eta} \varsigma$ ), in gran parte liturgica, in cui echeggiano i Salmi biblici, la precettistica (v. HÄLÄKHÄH) e principalmente la narrativa midhrāsica (v. HAGGÄDHÄH). Il p. nacque in Palestina, ca. il sec. v e vi d. C., si diffuse nella diaspora babilonese e poi nella diaspora tutta, raggiunse il suo periodo di fioritura massima in Spagna (750-1250); continua a vivere, sia pure modestamente, ai giorni nostri.

Secondo Jêhûdhâh ben Barzillaj da Barcellona (intorno al 1100) e Samuele ben Jêhûdhâh ibn Abûn da Fez (sec. 211, convertito all'alûmi) il sorgere del p. sarebbe dovuto a persecuzioni religiose. Il p. sarebbe stato un componimento cantato al-hizdna (ebr. hazdnâth, da bazän, in origine sorvegliante dei ragazzi durante le funzioni religiose, poi ufficiante, e anche dignitario della comunità), a differenza delle antiche preghiere fondamentali (salât, in aramaico sélàta), recitate e non cantate. Il p. si sviluppò sotto l'influsso della poesia e cultura araba (dopo il 635), adottando l'uso della rima hârâa, del ritmo e dell'acrostico (detto alfabetha) i cui primi elementi si riscontrano già nella poesia biblica. La melodia che accompagna il p. viene detta $m \hat{o}^{\prime} a m$ ("soavità"), $t a^{\prime} a m$ ("gusto"), lahîn (dall'arabo lahn, alhân) o niggûn "melodia ". Il metro, sotto influsso arabo, si chiama mûqâl "peso" (quantitativo). Râhîs "chiavistello ", indica una poesia che ha per cornice parole e emistichi presi dalla Bibbia; talvolta ricorre il termine greco $\delta \rho \delta \mu o s$. La poesia finale si chiama

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(da A. Munoz, Codex Purpureus Rosanensis, Roma 1586, tav. 12) Pilato, Ponzio - Gesù Cristo davanti a P. Miniatura nel Codex Purpureus
Rossanensis (sec. VI).
sillûq (aramaico sêlaq "cessare ") o gémer ("compimento "). Il p. è fondamentalmente innico. Le composizioni a carattere penitenziale si chiamano sèllhôth (da slh "perdonare ").

Tra i " paetani " vanno ricordati Jôsè ben Jôsè, detto "l'orfano ", probabilmente palestinese (ca. 600-650), e il suo compaesano Jannaj (ca. 700). Il più popolare è 'El'âzâr Qâllr da Cariathsepher, vissuto intorno al 750. Per tutti i giorni dell'anno religioso scrisse poemetti ricchi di artifizio, di giochi, come presso gli altri "paetani", con la polisemia delle parole, di hapax-legomena biblici, di allusioni incessanti a testi della letteratura rabbinica. Tra gli imitatori di Qâllr vanno annoverati il gaonita Sa'adhjâh ben Jôsèph (892-942), autore di un rimario (Agrôn), dotto e non poeta. Il primo paetano europeo fu Salomone ben Jêhûdhâh "il babilonese " cioè di Roma (Babele = Roma), 950-980. Altri imitatori : Calonimos (v.) il "vecchio ", ca. il 980 , suo figlio Calonimos da Lucca e il figlio di questi Mêêûllâm di Calonimos. A Jôsèph ben Jîşbâq ibn Abîtûr, o ibn Santas (ca. 970), primo rappresentante del p. in Spagna, è spiritualmente affine Jîşbâq ben Jêhûdhâh ibn Gajjâth (m. nel ro89), rabbino della comunità di Lucena. Le composizioni di Sim'ôn ben Jîşbâq ben Âbûn da Magonza (ca. 1000) erano diffuse in Germania e in Francia. Rabbênû Gèrâôm ben Jêhûdhâh, il "luminare dell'esilio" (intorno al rooo), fu detto ba'al hat-lêm ("signore del Nome ") perché tratta spesso dei vari nomi divini. Jôsèph ben S̉elômôh da Carcassonne ( $1^{\circ}$ metà del sec. xI) è il primo fra i "paetani" ad aver attinto al Sèpher jèrîrâh.

Dal roso in poi prevale la sèllhâh, composizione penitenziale. A quest'epoca appartiene il "paetano" francese Elia di Mênabêm. Fra gli autori di sèllhôth fu famoso Elia ben Sèma'jâh da Bari, dotato di grande sensibilità e talora originale. In Germania è noto Mê'îr ben Jîşbâq. Autore di p. fu anche Rašî. I tristi eventi del rog6 ( $1^{0}$ Crociata) rendono il contenuto della poesia sinagogale di allora quanto mai triste. Modesta di mole, ma ricca di pietà profonda è l'opera poetica di Bshjâ (v.) ibn Piquda. Insigni poeti sinagogali furono S̉elômôh ibn Gèbîrôl (v. avicebbon), Mosè e Abramo ibn 'Ezrâ', Giuda Levita (v.). Famoso "paetano" fu Israele Nagera (sec. xvi) appartenente all'ambiente cabbelistico di Safed, autore del noto carme sabbatico Lêkhâh dôdhî ("Vieni, diletto mio ").

Bibl.: I. Elbogen, Der jüdische Gottesdienst, $2^{2}$ ed., Francoforte s. M. 1924, pp. 206 sgg., 271-353; J. M. Millis Vallicross, La poesla sagrada hebraico-española, Madrid 1940; C. De Mouilleron, Poèmes hébreux anciens, Limoges 1947. Eugenio Zolli

Pilati, Carlo Antonio. - Scrittore politico, n. a Tassullo, vicino a Trento, il 28 dic. 1733, m. ivi il 27 ott. 1802.

Professore di diritto civile a Trento, iniziò la sua attività pubblicistica con un'opera del titolo L'esistenza
della legge naturale (Venezia 1764), posta all'Indice con decr. 16 giugno 1766. Lasciata Trento, si stabilì a Coira dove impiantò una tipografia. Nel 1767 uscì lo scritto Di una riforma d'Italia, ossia dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d'Italia (decr. S. Uff., 29 luglio 1767), in cui il P. sostiene la possibilità di pervenire, dopo l'abolizione dell'Inquisizione, ad una più profonda e sentita religiosità mediante l'abolizione del clero regolare, la riforma di quello secolare e l'istruzione del laicato. L'opportunità di una politica avversa agli Ordini religiosi da parte degli Stati italiani è ribadita dal P. nell'opera Riflessioni di un italiano sopra la Chiesa in generale, sopra il clero si regolare che secolare, sopra i vescovi ed i pontefici romani e sopra i diritti ecclesiastici de' principi (decr. S. Uff., $1^{\circ}$ marzo 1770). Dopo aver viaggiato per mezza Europa, si ritirò (1801) nel paese natio.

Bibl.: M. Rigatti, Un illuminista trentino del sec. XVIII: C. An. P., Firenze 1923.

Pilato, Ponzio. - I. Vita. - Procuratore romano della Giudea, al tempo di Gesù.

Discendente della famiglia dei Ponzi, di origine sannita, già celebre ai primi tempi della Repubblica romana, P. viene chiamato "cavaliere" e doveva essere personalmente prode, come sembra indicare il soprannome di $P$., derivante con ogni probabilità da pilum, giavellotto. Si onorava del titolo di "amico di Cesare" (Io. 19, 12), segno della sua nobiltà.
P. fu il quinto procuratore romano della Giudea. Successe a Valerio Grato nel 26 d. C. e rimase in carica sino al 36. Eletto da Tiberio ai tempi di Seiano, nemico giurato dei Giudei, mostrò sempre grande disprezzo per i suoi governati. Erode Agrippa I in una lettera a Caligola lo dice "implicabile, senza riguardi e ostinato ". Tale infatti si mostra nei pochi episodi che la storia conserva di lui, tramandati da Filone e da Giuseppe Flavio. La sua disgrazia fu dovuta ai Samaritani, i quali lo denunciarono a Vitellio, preside di Siria, in seguito ad un atto di crudeltà commesso contro di loro. Vitellio depose P. e lo inviò a Roma per rispondere del suo operato davanti all'Imperatore. P. giunse a Roma all'inizio del 37, morto già Tiberio: da allora scompare dalla storia.

All'infuori della narrazione del processo di Gesù Cristo, in cui P. ha sì gran parte, egli è nominato sei volte nel Nuovo Testamento, tre volte con il nome completo, in $L c .3,1$; Act. 4, 27; I Tim. 6, 13; altre tre volte con il solo soprannome di P.: Lc. 13, 1; Act. 3, 13; 13, 28. Di passaggio, s. Luca (13, 1) accenna ad un episodio di crudeltà in cui P. fece uccidere un gruppo di Galilei nel Tempio, mentre stavano offrendo sacrifici.

Ciò che rese tristemente famoso P. fu il processo e la condanna di Gesù Cristo. Durante tutto lo sviluppo del processo, P. tenne una condotta incerta. Verso Gesù Cristo si mostrò rispettoso e quasi favorevole: ne dichiarò ripetutamente l'innocenza (Mt. 27, 23; Mc. 15, 14; Lc. 23, 4. 14. 22; Io. 18, 38; 19, 4. 6), per cui si rifiutò a lungo di ricevere la richiesta di condanna presentata dai sinedriti, e cercò anzi di liberarlo: lo inviò ad Erode (Lc. 23,6-15); propose di infliggergli un castigo per rabbonire il popolo (ibid. 23, 16); cercò di usare del diritto di grazia in suo favore (Mt. 27, 15-21; Io. 18, 39 sg.); lo mostrò al popolo coronato di spine, per muoverlo a compassione (Io. 19, 4-6). Tuttavia, oltre alla flagellazione inflittagli, alla fine pronunció la condanna a morte di croce, proprio come richiedevano i sinedriti, ai quali non voleva cedere. S'era accorto sin da principio che gli avevano condotto Gesù, mossi da invidia verso di lui (Mt. 27, 18),

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![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

In alto: AFFRESCHI NELL'APPARTAMENTO BORGIA. Di fronte, la lunetta con s. Caterina d'Alessandria dinanzi all' Imperatore - Vaticano. In basso: AFFRESCHI NELLA LIBRERIA PICCOLOMINI Siena, Duomo.

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![img-16.jpeg](img-16.jpeg)

A sinistra: MONUMENTO DI PIO III. Opera di Francesco di Giovanni e Sebastiano di F. Ferrucci (sec. xvi) - Roma, chiesa di S. Andrea della Valle. A destra: MONUMENTO DI PIO IV (fine del sec. xvi) - Roma, chiesa di S. Maria degli Angeli.

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e poi si adattò al cambiamento di accusa che da religiosa divenne politica, e condannò l'innocente. S. Giovanni ( 18 e 19) manifesta l'animo di P.: cinico, e tuttavia con il senso innato di giustizia dei Romani; insensibile ai principi superiori e superstizioso; nemico dei Giudei e sensibilissimo al proprio tornaconto, per il quale arrivò a sacrificare la vita di un uomo. Si decise infatti a pronunziare la condanna quando sentì gridare : "Se lo liberi, non sei amico di Cesare!" (Io. 19, 12).

La leggenda dà particolari sufla fine di P. Dopo l'arrivo a Roma, la storia tace di lui. La leggenda è però tanto varia, che va dal farne un suicida a proclamarlo santo. Secondo Eusebio (Hist. eccl., II, 7 : PG 20, 153) sarebbe stato esiliato a Vienne, nelle Gallie, ove si suicidò; secondo Malalas (Chronographia, 10: PG 97, 390) sarebbe stato decapitato da Nerone. La morte violenta sembra essere stata probabilmente la misera fine di P .

Biol.: Filone, Leg. ad Caïon, 38; Giuseppe Flavia, Antig. Ind., 18, 3; Bell. Ind., 2, 9, 2-4; G. A. Müller, Pontius Pilatus, der fünfte Procurator von Jodda, Stoccarda 1888; M.-J. Ollivier, Ponce Pilate et les Pontii, in Revue biblique, 5 (1896), pp. 247-54, 504-600; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, I, Lipsia 1901, pp. 488-93; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., I, Torino 1913, pp. 209-18; C. Nardi, Il processo di Gesù, Genova 1948.
II. Apocripi di P. - Complesso di scritti apocrifi che si completano a vicenda, formati di parti primitive e aggiunte successive. Il nucleo primitivo pare si componesse di scritti cristiani del sec. II, narranti la Passione, la morte, la discesa al limbo e la Risurrezione di Gesù, riuniti sotto un titolo generale di Acta Salvatoris o, come è conservato dalla recensione greca degli attuali Acta Pilati, 'T'voyrŋ̀sara 700 Kuṣiou ŋ̂usios 'I $\eta \sigma \sigma \tilde{\jmath}$ Xpıeroũ $\pi \rho \chi \chi \theta \varepsilon ́ v \tau a$ éni Ilovtou Пóárou. Si aggiunsero poi altri scritti, contenenti la notificazione fatta da P. di ciò che era accaduto riguardo a Gesù, il castigo inflitto a lui e ai Giudei per la condanna del divino innocente. Si possono distinguere 7 opere di questa collezione.

1. Atti di P. - Scritto giunto in due recensioni greche, assai differenti tra di loro (A e B), una siriaca, una copta, una armena, due latine (A e B). Pare fosse già conosciuto da s. Giustino (Ap., I, 35 e 48 : PG 6, 384 e 400) e da Tertulliano (Apol., 21 : PL I, 46 r ). E composto di due parti, completate ambedue in seguito, contenenti : la prima, il processo del Redentore davanti a P.; la seconda, la sepoltura per opera di Giuseppe d'Arimates. La parte primitiva pare scritta, poco dopo gli avvenimenti, da un giudeocristiano; fu completata poco dopo. Lingua originale fu l'aramaica. Nel 425 l'apocrifo fu ritrovato da un certo Aenia, da lui tradotto in greco e pubblicato, con una prefazione: a tale tempo risale la recensione da cui derivarono le altre oggi conosciute. Ha fine palesemente apologetico. L'autore, se non fu egli stesso testimone degli avvenimenti, si servì della narrazione evangelica come di sfondo, aggiungendovi parecchio di suo, tratto da testimonianze trasmesse a viva voce e ben note ai suoi contemporanei.

Narra il processo di Gesù svoltosi davanti a P., con relative accuse e difese. Il procuratore riconosce ripetutamente l'innocenza di Gesù, ma lo condanna; Gesù è crocifisso e muore. I Giudei rimproverano Nicodemo per la parte assunta a favore di Gissù e incarcerano, per lo stesso motivo, Giuseppe d'Arimates, che nella notte viene miracolosamente liberato. Al mattino i soldati posti a custodia del sepolcro di Gesù vengono ad annunziare la Risurrezione ed altri, arrivando dalla Galilea, assicurano di aver visto il Maestro conversare con i discepoli. Ai Giudei increduli, Nicodemo propone di far cercare Gesù : non viene trovato, ma scoprono che Giuseppe è
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(let. Alinari)
Pilato, Ponzio - P. che si lava le mani. Mussico del sec. vi. Ravenna, basilica di S. Apollinare Nuovo.
a casa sua. Invitato in concilio, narra la propria liberazione. Poi arriva la notizia dell'Ascensione del Salvatore: allora la fede in lui si fa strada in quei cuori.
2. Discesa di Cristo agl'inferi. - Questo apocrifo si trova sovente, specie nelle versioni latine, al seguito del precedente; nei codici greci per lo più manca, come pure nella versione copta. E conservato in una sola recensione greca, mentre anche per esso quelle latine sono due. Fu anch'esso scritto da un giudeo-cristiano. Tuttavia forma un'opera distinta e indipendente, solo in seguito aggiunta agli Atti di $P$., dei quali è conferma e complemento. C. Tischendorf lo fa risalire al principio del sec. II o anche alla fine del I d. C.: L. Darley afferma che è dei primi anni dopo gli avvenimenti narrati.

Contiene la narrazione della discesa di Cristo al limbo e di ciò che là avvenne, scritta dai due figli del vecchio Simeone, Leucio e Carino, risuscitati da Gesù risorto.

Gesù fa prigioniero Satana, trae fuori i giusti, consegna Adamo a Michele Arcangelo il quale lo porta nel Paradiso Terrestre, dove si trovano Enoch, Elia e il buon ladrone. Alla fine del libretto molti codici pongono una Lettera di P. a Claudio, in cui egli narra ciò che è accaduto durante il suo governo: accuse dei Giudei a Gesù, sua credulità alle loro parole, condanna di Gesù. Egli però risorge, ma avendo i Giudei cercato di corrompere i testimoni, P. vuole mettere in guardia l'Imperatore dalle loro menzogne.
3. Lettera di $P$. - E conservata da alcuni codici latini, nessuno greco; di autore e data incerta. Conosciuta pure come Seconda lettera di P., indirizzata a Tiberio. Suppone la prima. Nei codici segue il racconto della Discesa agl'inferi, e sembra risalire a non molti decenni dopo la disgrazia di P. e il suo ritorno a Roma.

In essa P. si scusa di aver dovuto condannare Gesù, uomo piissimo, dicendo d'esservi stato costretto dai Giudei, tutti uniti nel volerne la morte, che fu poi accompagnata da prodigi mai visti. Afferma pure di aver voluto evitare sedizioni e salvare l'autorità dell'Imperatore.
4. Vangelo di Nicodemo. - Non è un nuovo libro apocrifo, ma la riunione degli Atti di P. con La discesa di Cristo agl'inferi.

Il primo codice che ne testimonia l'unione è quello di Einsiedeln, del sec. 2 : non si sa tuttavia quando e da chi furono per la prima volta riuniti. Di tale unione non si ha notizia nei codici greci. Il titolo è molto recente, forse del sec. XVI.
5. Anaphora Pilati. - Conosciuta anche sotto il nome di Epistola di P. a Cesare, è tuttavia completamente diversa dalla lettera a Claudio. E un rapporto che P. fa all'imperatore Tiberio di quanto è avvenuto in Palestina riguardo a Gesù. Anch'essa

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(ftet. Alinari)
Pilato, Ponzio - Cristo davanti a P. Particolare dell'altare di bronzo del Giambologna (sec. xvI) - Firenze, chiesa della S.ma Annunziata.
antichissima, è conservata in due recensioni greche, abbastanza simili tra di loro. Non c'è in codici latini.
P. scrive che i Giudei gli hanno consegnato Gesù, accusandolo specialmente di aver violato il sabato. Gesù invece si era mostrato sempre buono ed aveva beneficato molti, anche con miracoli. Indotto dai tumulti, egli prima fece flagellare Gesù, poi lo condannò a morte. I Giudei lo crocifissero. Quando fu sulla Croce, il sole si oscurò, la terra tremò e si aprì, e molti morti risuscitarono. Nulla notte dopo il sabato, Gesù stesso risorse e richiamò in vita quanti si trovavano nel Limbo. Molti giudei nemici di Gesù furono ingoiati dalla terra, e tutte le sinagoghe di Gerusalemme furono distrutte.
6. Paradosis Pilati. - E come la continuazione o, meglio, la conseguenza dell'Anaphora: facilmente del medesimo autore, sconosciuto. Conservata solo in pochi codici greci.

Avuta la relazione di P., l'Imperatore divenne furibondo, e mandò ad imprigionarlo. Arrivato a Roma, fu sottoposto a giudizio solenne e condannato a morte. Anche i Giudei furono castigati, in parte con la morte, in parte con la schiavitù.
7. Vindicta Salvatoris. - Riguarda anch'essa i rapporti dei Romani con il Salvatore. Conservata solo in alcuni codici latini, di autore ignoto.

Deve risalire ai tempi di Claudio, almeno nella recensione primitiva, assai breve, che ha costituito il nucleo primitivo di quella lunga. La recensione latina, così come è giunta, è certamente composta di più scritti, come ne fanno fede le ripetizioni che vi si trovano. Nella parte primitiva si narra il castigo di P. e dei Giudei, inflitto da Tito e Vespasiano. A questa parte fu poi aggiunta la narrazione di una missione di Velusiano, che qui vien fatto chiamare da Tito e Vespasiano: egli si reca in Palestina, cerca una figura di Gesù; trova il fazzoletto della Veronica, lo porta a Roma, dove viene adorato da Tiberio, che con quell'atto merita la guarigione dai suoi mali e si fa battezzare.

In conclusione: oltre agli Atti di P. e la Discesa di Cristo agl'inferi, pare che le diverse Lettere di P. e la Vindicta Salvatoris, conservata in latino, corrispondano all'Anaphora e alla Paradosis Pilati dei codici greci : hanno i medesimi scopi, ma sono indipendenti tra di loro. Derivano tuttavia ambedue da fonte comune, ufficiale, e vogliono completare il ciclo degli Acta Salvatoris. Studi posteriori potranno chiarire parecchi punti ancora oscuri.

Bias.: J. C. Thilo, Codex apocryphos Novi Testamenti, I, Lipsia 1832; C. v. Tischendorf, Evangelia apocrypha, $2^{2}$ ed., ivi 1876; E. Hennecke, Handbuch zu den neutestamentlichen Apokryphen, Tubinga 1904, pp. 143-53; E. Darley, Les Acta Salvatoris, un Evangile de la Passion et de la Résurrection et une mission apostolique en Aquitanie, Parigi 1913; id., Les Actes du Sauveur, la Lettre de Pilate, la Mission de Volusion, de Nathan,

La Vindicta, Laves origines et leurs transformations, ivi 1919; P. Vannutelli, Aeternon Pilati textos synoptici, Roma 1938. Fedele Pasquern
III. Anchrologia. - La figura di P. nel giudizio del Signore è entrata anche nelle rappresentazioni dell'arte cristiana antica, specialmente nei sarcofagi. Il Garrucci, il Le Blant ed altri hanno pubblicato di. ciannove esempi di scultura; il Wilpert altri nove, però frammentari. I sarcofagi, che derivano da un prototipo romano, sono, eccetto nove, del tipo di quelli che hanno la fronte spartita da colonne: in questi, generalmente, la scena del giudizio di P. è a destra; il tribunale è indicato dal soggetto con la cattedra per il giudice, la clessidra per determinare il tempo assegnato allo svolgimento del processo, gli assessori o consiglieri del giudice, i soldati che accompagnano l'accusato, P. a cui è vicino il servo che si appresta a lavargli le mani. I sarcofagi più notevoli sono : il Lateranense 53, detto dei "due fratelli», il Lateranense 174, ora nelle Grotte Vaticane, come quello di Giunio

Basso. La scena si trova anche in una delle colonne anteriori del cibario dell'altare maggiore di S. Marco di Venezia (sec. vi); nel coperchio della lipsanoteca del Museo civico di Brescia (sec. iv); in Cristo è tenuto da due soldati, mentre P. si lava le mani; nel dittico eburneo del Tesoro del duomo di Milano (sec. v), dove P. si lava le mani, mentre G. Cristo è condotto via da un soldato, come nell'avorio del British Museum di Londra (inizio sec. v) e nella porta di bronzo della cattedrale di Salerno (sec. xili). Di singolare interesse è lo stesso episodio nei musaici (inizio sec. vi) in S. Apollinare Nuovo di Ravenna: Cristo, accompagnato da un soldato, è a destra di P. che, seduto in cattedra, fiancheggiato da alcuni personaggi, si lava le mani.

Nel campo pittorico, ha straordinario importanza 11 miniatura del Codex purpureus Rassunensis (sec. vi) : P. è in una sedia dall'alta spalliera quadrata con cuscino, posta sopra il soggetto: alla sua sinistra cinque personaggi, a destra due, e, alquanto discosto da questi, G. Cristo. Altra miniatura è quella ricordata da Peirce e Tylor, in cui si osservano gli Ebrei che reclamano da P. la liberazione di Barabba. La scena ricorre anche nell'Evangelisrio siriaco di Rǎbūla dell'a. 586 (f. 12"). Il soggetto è stato trattato anche in S. Maria Antiqua nel Foro Romano, dove, al lato del dipinto che rappresenta G. Cristo sulla via del Calvario, si vuol vedere, nei minimi resti, il Signore avanti a P. In S. Maria in Pallara o S. Sebastiano al Palatino, tra gli affreschi del sec. x e posteriori, distretti (meno quelli dell'abside) ma conosciuti nella copia eseguita nel 1630 (Biblioteca Vaticana, fondo Barberini), era raffigurata la scena di $P$., conservata invece nella serie degli affreschi (sec. xi) in S. Urbano alla Caffarella. Secondo G. Wilpert, nel giudizio di P. non potevano mancare, perché di regola nella sala del tribunale, le immagini degli imperatori: sacri vultus, sacrae imagines: queste si riscontrano solo nell'Evangelario di Rossano, nella colonna del ciborio di S. Marco in forma di piccoli quadri, posti ai lati di P., e nel sarcofago Lateranense 174, in cui la figura simbolica dell'imperatore (acefala) è portata dal servo imaginifer (sixovóqopos). Tuttavia è da osservare che questo particolare non ha corrispondenza con la realtà storica, perché, fra i molti privilegi concessi alla nazione giudaica, i soldati romani non potevano portare in quel territorio i vessilli dell'Imperatore. P. per la prima volta fece entrare in Gerusalemme i soldati romani con tali insegne, che poi fu costretto a far togliere, come più tardi ebbe ordine da Tiberio di levare dal Palazzo di Erode alcuni scudi dorati con il nome dell'Imperatore, che vi aveva collocato.

Da ultimo si può ricordare il cosiddetto "catino di P. ", che si trova nel cortile omonimo, in mezzo a quegli edifici : chiese, oratòri, che costituiscono la basilica di S. Stefano in Bologna. Si tratta di una piccola vasca marmorea, di fattura arcaica, dono dei re longobardi Liutprando e Ilprando. Rinvenuta in uno scavo fu rite-

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nuta quella in cui P. si lavò le mani : fu posta sopra una base dal card. Giovanni de' Medici, poi Leone X.

Bibl.: R. Garrucci, St. dell'arte cristiana, Prato 18761881, tavv. 316, 1: 322, 2: 323, 4: 332, 5, 4: 346, 1: 350, 1: 353, 4: 358, 3: 366, 2: E. Le Blant. Etudes sur les sarcophages cirettiens autiques de la ville d'Arles, Parigi 1878, p. 15, n. 10. tav. 8; id., Sarcoph. chrét. de la Gaule, ivi 1886, Gaule, tavv. 24, 1, p. 81: 42, 3, p. 113: O. Marucchi, I monumenti del Museo crist. Pio-Lateran., Milano 1910, tavv. 6, 4: 23. 2: 28, 6: 20, 2. pp. 11, 18, 21, 22: id., Scoperta di antichitá crist. nell'area della basil. suburbana di S. Valentino, in Boll. della Comun. arch. comunale di Roma, 55 (1927), pp. 265-67; id., Ulteriori osservaz. sulle antichitá crist. scoperte al primo miglio della Via Flaminia, ibid., 96 (1928), pp. 119-32: id., Un sarcofago recentemente scoperto nel perimetro della basil. di S. Valentino, in Rlo. di arch. crist., 5 (1928), pp. 31-35: Wi. de Grüneisen, Ste-Marie Antique, Roma 1911, p. 134, fig. 101 v pp. 159-302; G. Wilpert. Le due più antiche rappresentaz. della - Adoratio Crucis - in Atti della Pont. acced. romana di archeol. Menorii, Roma 1925, tav. 2, pp. 135-55, tavv. 12. 13: id., Sarcofagi, II, pp. 316-20 e fig. 100, p. 169. Tavv.: 12, 5: 13: 16, 1, 2: 33, 3: 91: 121, 4: 127, 5: 13: 128, 2: 136, 1,3: 137, 7: 148, 1: 127, 1: vol. II, tavv. 190, 4: 217, 5. Carlo Carletti
IV. ARTE. - La pittura e la scultura dall'età romanica in poi hanno frequentissimamente rappresentato P. seduto in trono nell'atto di lavarsi le mani, in tutti i cicli figurativi del Nuovo Testamento. Prototipi se ne colgono nell'opera di Duccio (Siena, Museo dell'Opera), di un pittore riminese del sec. xiv (Venezia, Accademia) e di Pietro Cavallini (Napoli, S. Maria Donnaragina). Ripete quegli schemi Spinello Aretino a Firenze negli affreschi in S. Croce, e con varianti il Ghiberti nei rilievi della porta del Battistero, ove in una stessa composizione si vedono il Cristo flagellato e P. che si lava le mani. Quasi nello stesso giro d'anni Donatello, da solo in un rilievo in terracotta del Bargello di Firenze, e in collaborazione con Bertoldo in quelli bronzei nel pergamo di S. Lorenzo, riprendeva il tema raffigurando nella stessa scena il Cristo davanti a Erode e P. Tra le rappresentazioni cinquecentesche è memorabile quella del Tintoretto nella scuola di S. Rocco a Venezia, quella del Pontormo negli affreschi della certosa del Galluszo presso Firenze, e quella del Giambologna nei rilievi bronzei dell'altare della cappella del Soccorso nella S.ma Annunziata, pure a Firenze, ove nella Galleria di arte moderna, nel quadro famoso di Antonio Ciseri dal titolo Ecco Homo, è la più realistica rappresentazione della scena offertaci dall'arte ottocentesca.

Emilio Lavagnino
PILCOMAYO, vicariato apostólico di - La missione di P. situata nella parte nord-occidentale del Paraguay e sud-occidentale della Bolivia, fu eretta in prefettura il 26 febbr. 1925 con territorio distaccato dal vicariato apost. del Chaco in Bolivia.

A quel tempo la prefettura era in territorio boliviano, ma nel 1938 diventò paraguayana per il fatto che quasi tutto il suo territorio fu compreso nell'immensa regione boliviana aggiudicata in quello stesso anno con il Trattato di Buenos Aires al Paraguay in seguito all'ultima guerra
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(Inf. Fides)
Pilcomayo, vicariato apostolic di - La prima casa degli Oblati di Maria Immacolata, nella missione di Fortin Esteros.
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(da Wtpert. Sarcofagi, tav. 26)
Pileo - Soldati con il pileus pannonicus che catturano s. Pietro. Particolare di sarcofago detto pannonicco (sec. iv) - Roma, Museo Lateranense.
tra le due Repubbliche. Con decreto del 12 maggio 1944 Propaganda delimitò meglio i confini della prefettura, staccando dalla medesima la piccola zona di territorio che restò boliviano, per unirla al vicariato del Chaco, mentre dal lato opposto ne furono estesi i limiti fino alla riva destra del rio Paraguay.

L'11 marzo 1948 fu eretto il vicariato del Chaco paraguayano affidato ai Salesiani ed in tal modo fu definitivamente sistemata l'intera regione del Chaco; infatti tutta la parte nord (vicariato apost. di Chaco Paraguayano) fu data ai Salesiani e tutta la parte sud del P. fu affidata agli Oblati di Maria Immacolata. Il 14 luglio 1950 la prefettura apost. del P. fu elevata a vicariato apost. Ha una superficie di 110.000 kmq . con una popolazione che si aggira sui 50.000 ab . dei quali 25.000 sono cattolici, pochi protestanti ed il resto pagani, appartenenti alle tribù Chulupi, Choroti, Mataco Guarayo. Vi lavorano 12 sacerdoti oblati, 10 fratelli e 6 suore. Vi sono 6 stazioni principali e 6 secondarie, I quasi-parrocchia, II tra chiese e cappelle. Dispensari 4,5 internados. Scuole elementari 5, professionali 1. Vi sono nella missione anche alcune confraternite religiose laicali.

Bibl.: AAS, 17 (1923), p. 228: 36 (1944), p. 178: 40 (1948), pp. 438-39: Arch. di Prop. Fide, pon. n. I (1950), pos. prot. n. 1/25: pon. n. 32 (1950), pos. prot. n. 2332/50: Relatio quinquennalis, 1950, pos. prot. n. 1747/50: Relatio annualis 1930, pos. prot. n. 2050/50.

PILEO. - Berretto di pelle o di stoffa, dal greco $\pi \mathrm{D} \alpha \mathrm{s}$, usato dai Greci, dagli Etruschi e dai Romani. Nei monumenti cristiani antichi è dato ad Orfeo, ai tre fanciulli babilonesi e ai Re magi; i due soldati che arrestano s. Pietro nei sarcofagi cristiani portano il pileus pannonicus.

Bibl.: Wilpert. Pitture, pp. 35-37. Giosechino Mancini
PILEO di Prata. - Cardinale, n. ca. il 1320-30, m. nel 1400. Conte di Prata, discendente della nobile famiglia Porcia e imparentato con i Carraresi di Padova per via della madre Iselgarda, sorella di Jacopo II, si diede ancor giovane alla carriera ecclesiastica.

Era arciprete a Padova quando fu promosso vescovo di Treviso nel 1352 senza potervi subito entrare; nel 1359 è vescovo di Padova e dal 1370 cardinale arcivescovo di

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Ravenna fino a ca. il 1385 . Fedele dapprima a Urbano VI, fu suo legato in Germania, Ungheria e Inghilterra. Passo poi alla parte dell'antipapa Clemente VII, ma alla morte di Urbano VI tornò nuovamente a