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m. 7, 14; Ez. 13) e questi falsi p. che ne sono la contraffazione.

Amasia, il sacerdote di Bethel, asservito alla dinastia ichuita, dice ad Amos: "Veggente, vattene in Giuda, e procurati là il sostentamento con le tue profezie". Ed Amos di rimando: "Io non sono né nâbhl', né figlio di nâbhl' Jahweh mi ha preso di dietro al gregge e mi ha comandato: Va, sii nâbhl' al mio popolo Israele" (Am. 7, 14). Nessuna disposizione o preparazione naturale, non nâbhl' di professione né appartenenza a pie associazioni; ma improvvisa azione di Dio sull'animo di questo proprietario e allevatore di greggi che viene "preso" da Jahweh, tolto dalle sue occupazioni normali, dalla sua Giudea, e mandato, portavoce della giustizia divina, nel Regno d'Israele, allora prospero e in pace, nello stesso santuario "regale" di Bethel, officiato da un sacerdozio aulico, asservito alla dinastia. Amos, come tutti i p., è sempre cosciente di sé, anche sotto l'azione di Jahweh (Ier. 20, 9). Rimane solo l'identità del termine; per cui Amos può asserire di non esser nâbhl' e immediatamente dopo affermare categoricamente di esserlo. E facile comprendere l'estensione dell'antico termine (cf. Gen. 20,7; Deut. 13, 2; 18,15; 34,10; Iudr. 4,4 ecc.) e casi che almeno apparentemente sembravano supporre la vocazione e la missione da parte di Jahweh (Num. 11,25 sgg.; Deut. 18,15; ecc.). "Tu mi hai attratto ed io mi son lasciato attrarre - dice Geremia al Signore - tu eri il più forte ed hai trionfato. Ed io son divenuto continuo oggetto di scherno, la favola di tutti. Ché ogni volta che parlo devo gridare,

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(fot. Pont. comn. arch. sacra)
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(for. Pont. comn. arch. sacra)
In alto: AREA CIMITERIALE ALL'APERTO (secc. II-IV) - Roma, cimitero di Priscilla. In basso: PITTURA DELLA PARETE DI FONDO DEL CUBICOLO DETTO DEI BOTTAI del sec. IV - Roma, cimitero di Priscilla.

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(fot. Serrone)
In alto: PROCESSIONE DI CAMPIDANO (Oristano). Sotto: PROCESSIONE DELLA SETTIMANA SANTA A SIVIGLIA.

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proclamare oppressione e rovina; e cosi la parola di Jahweh diviene per me un obbrobrio, un'onta. Proposi pertanto: voglio dimenticarla, ah non parlerò più nel suo nome. Ma la sua parola era nel mio petto come un fuoco che divora, rinserrato nelle mie ossa. Mi sforzavo di contenerlo, ma senza riuscirvi : (Ier. 20, 7-9). E l'azione soprannaturale, potente di Dio, che afferra il p.; cf. $A m$. 3,8: «Il leone ruggisce, chi non ne è spaventato? Jahweh parla, chi non profetizza ${ }^{2}$; Ezechiele ripetutamente l'esprime: «La mano del Signore venne su di me e mi fu rivolta la sua parola * (Ez. 1,3; 3,22 ecc.). S. Tommaso (Sam. Theol., $2^{6}-2^{20}$, qq. 171-74) ha ordinato sistematicamente gli elementi biblici e patriatici, illustrando la natura di questa azione divina, che è essenzialmente un'illuminazione soprannaturale dell'intelligenza del p., che la rafforza e diviene in lui principio attivo di conoscenza. Si tratti di visione puramente intellettuale, o di immagini infuse illustrate dalla luce soprannaturale, o della sola luce divina data per giudicare con essa delle conoscenze naturali; il p. corrisponde vitalmente con il giudizio che formula e talvolta anche con l'elaborazione previa delle specie intelligibili. Il carisma profetico gli è dato in modo transitorio; la sua visione è frammentaria ed intermittente, e cessa quando la luce dell'alto cessa di illuminarlo (cf. l'esempio di Nathan, di Isaia; Geremia [42,7] aspetta 10 giorni la risposta di Jahweh; Eliseo: II Reg. 4,27). Se Am. 3,8 e II Pl. 1,21 potrebbero far pensare ad una mancanza di libertà nel p., Ier. 20,9 con 1,6; Ez. 1,3; 3,22; 8,1 con 3,17-21 attestano la piena coscienza e autonomia della mente e della volontà del p. sotto l'azione divina (v. ispirazione; cf. A. Bea, in Studia Anselmiana, 27-28 [1951], pp. 47-65).

L'autentico profetismo è un fenomeno unico nella storia delle religioni; è caratteristica dello jahwismo (fin dalle origini e senza flessioni) e della religione cristiana. Non è possibile infatti trovare affinità alcuna, in Egitto (le pretese profezie di Ipuwer sono descrizioni del passato: A. H. Gardiner, A. Wiedeman), in Babilonia (il babilonese bärd è un indovino, ma nulla ha in comune con il p. israelitico), o in Arabia, con l'attività e la missione di Mosè, Elia, Eliseo, Amos fino a Malachia. La profezia, preannunzio esatto di eventi futuri, interpretazione del pensiero di Dio nella storia, è l'effetto inimitabile e inconfondibile dell'azione divina sul suo portavoce (E. König, v. op. cit. in bibl., pp. 55-62).

Ogni spiegazione naturalistica pertanto contrasta con i documenti. La lenta elaborazione supposta dagli immanentisti è contraddetta da questa azione o comunicazione improvvisa di Jahweh, che si ripete ed è la causa efficiente di ogni intervento del p. nella sua missione. Oltre l'esempio di Amos, è istruttiva la vocazione del piccolo Samuele (I Sam. 3); Nathan incoraggia David nel progetto di costruire il Tempio e ne è entusiasmato, ma il mattino dopo gli comunica l'ordine contrario di Jahweh (II Sam. 7); Isaia annunzia ad Ezechia la morte imminente, ma immediatamente dopo ritorna indietro a comunicargli da parte di Jahweh la guarigione (II Reg. 20, 1-5). Il genio, l'intuizione, la profonda conoscenza del cuore umano, sono doti che si riscontrano un po' dappertutto nella storia dell'umanità. Ma il profetismo è un fenomeno unico (E. König, op. cit. in bibl., pp. 70-78). Il profetismo è l'elemento più elevato della religione del Vecchio Testamento e uno dei più grandi movimenti spirituali dell'umanità intera. Tutti i filosofi, tutti i legislatori, tutti i fondatori di religioni nell'antichità, presi insieme, non hanno enunciato tante idee elevate e sublimi, quante i pochi p. d'Israele (L. Dennefeld, v. op. cit. in bibl.). Né tutti i p. erano geni, o eruditi. Eliseo è un ricco contadino, Amos un pastore, Geremia ed Ezechiele timidi sacerdoti. Preannunziano eventi imprevedibili, in netto contrasto con tutte le prospettive storico-politiche. Amos annunziava la rovina d'Israele, mentre il Regno era al culmine della potenza. Ezechiele preannunzia nei particolari l'assedio e la distruzione di Gerusalemme (Ez. 4.5.21); e quando tutto sembra perduto, predice il ritorno degli esuli, la costituzione del nuovo Israele (ibid. 37.40-48) e la vittoria che esso riporterà sull'assalto dei gentili (Antioco Epifane : ibid. 38-39). Non si tratta di meditazioni o intuizioni
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(ivt. A. incti)
Profefta - Coro di p. Affresco del Beato Angelico (1447). Orvieto, Duomo, cappella di S. Brizio.
geniali, ma di rivelazioni divine, che il p. sente in sé e comunica agli altri come sacro deposito che non gli appartiene.

Le comunicazioni divine avvengono per visione: a) puramente intellettuale, senza l'aiuto di alcuna immagine, ed è la più frequente (cf. Ezechiele: "mi fu rivolta la parola di Dio, in questi termini $b$ ); b) e sensibile: mentre parla all'intelletto, Dio agisce anche sulla fantasia, sui sensi interni, con immagini sensibili (Is. 6,1; Ier. 1,1; Ez. 1-3; 8,10 ecc.), raramente sui sensi esterni (cf. ibid. 3,4). Talora i sensi esterni nulla più percepiscono di quel che è intorno perché seguono le facoltà della mente e i sensi interni, che sono straordinariamente attivi, sotto l'azione del Signore : è l'estasi; la viva attenzione all'interno sottrae il p. ad ogni influenza esterna (ibid. 8,9; F. Spadafora, v. op. cit. in bibl., pp. 27, 75 sgg., 271). Tutte le facoltà del p. sono attive e coscienti, mentre immoto accoglie le comunicazioni divine; tale estasi non ha nulla a che vedere con l'eccitazione morbosa e coribantica dell'estatismo pagano, procurata con azioni rumorose. Talvolta, per le sue comunicazioni, Dio si serve del sogno; cosi con i Patriarchi (cf., per s. Giuseppe, Mr. 1,20; 2,13). Nella sua azione, infine, Dio si adatta alla mentalità del p.; sceglie immagini a lui familiari. Le suggestioni divine si associavano alle idee e ai sentimenti propri del p., i quali variavano secondo gli individui, il tempo e l'ambiente; ciascun p. ha il suo carattere e impronta personale. Qualunque sia il mezzo prescelto, il Signore lascia al p. una certezza inconcussa circa la natura divina della comunicazione ricevuta; e gli infonde un impulso irresistibile a trasmetterla ai destinatari.

I p. adempivano il loro ufficio di portavoce dell'Eterno, principalmente mediante la parola viva: erano in primo luogo dei predicatori. Molto spesso, per rendere più vivo, più efficace e comprensivo quanto annunziavano, compivano azioni simboliche. Già al tempo di Salomone, Ahia, per vaticinare la scissione del Regno, divise il suo mantello nuovo in 12 parti e ne diede 10 a Ieroboam (I Reg. 11,29 sgg.; cf. Is. 20; ma specialmente Geremia, Ezechiele, con 4 visioni e 11 azioni simboliche: F. Spa-

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dafora, v. op. cit. in bibl., p. 13 sgg.; Zaccaria) : sono veri paragoni in atto, adattati al genio orientale. In parte i discorsi dei p. venivano subito dopo fissati in scritto, sia da essi stessi, sia dai loro discepoli, talvolta (cf. Ier. 36; Is. 30,8 ) per ordine formale di Jahweh.

Alcune profezie, non comunicate a voce ai contemporanei, furono solamente scritte, riguardando esse direttamente situazioni future; così specialmente le seconda parte di Isaia (40-66), e Daniele (2.7-12), secondo l'esplicito accenno di quest'ultimo (Dan. 8,26; cf. 12,9). La distinzione tra p. d'azione, o oratori, e p. scrittori è pertanto soltanto esterna. Secondo l'estensione dei loro libri, i p. scrittori vengono classificati in a maggiori: (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele) e "minori". I libri profetici, per lo più scritti in poesia, sono ricchi di immagini, talvolta ardite, di metafore e di simboli.

L'annunzio della salvezza relativamente imminente dai nemici, dall'oppressione, e di quella messianica, spesso sembrano fondersi o per lo meno succedersi immediatamente o a breve intervallo. Sembra mancanza di prospettiva: il p. ha tutto dinanzi alla mente e così, senza determinazioni cronologiche, lo comunica ai suoi uditori. In molti casi, però, il p. vuole esprimere la connessione di causa ed effetto tra la salvezza messianica e quella temporanea, materiale, concessa appunto in vista, a motivo della prima. Così per Is. 7,12 ; così per la descrizione della restaurazione dopo l'esilio: il rinato Israele è considerato preparazione immediata al regno del Messia dal quale verrà elevato ed assorbito; e pertanto sono congiunti strettamente nelle profezie (Ier. 30-31, 33; Ex. 34.36-48). Bisogna sempre tener presente che la profezia non vuol soddisfare la curiosità, non vuol essere una cronaca.

Il periodo culminante dell'attività dei p., dal sec. viII si vi, è un periodo di transizione, che sta al centro del Vecchio Testamento; in esso si prepara il passaggio dall'antico jahwismo alla rinnovata teocrazia postesilica. L'infedeltà d'Israele raggiunge il colmo, e Jahweh attua contro di esso la sanzione più grave dell'alleanza, la distruzione della nazione e l'esilio dei superstiti. Gli scritti profetici permettono di seguire lo svolgersi di tali eventi e la portata del messaggio dei p. La religione popolare, con il suo sincretismo idolatrico, le sue pratiche superstiziose e licenziosc, il disordine morale, raggiunge il culmine prima nel Regno di Samaria (sec. viII) e poi in Giuda. Essa poggia tutta la sua fiducia di salvezza nel culto, nella presenza del Tempio; basta immolare vittime, e Jahweh è tenuto a proteggere i suoi fedeli nel suo stesso interesse. Bisognava richiamare la vera natura dell'alleanza tra Jahweh e Israele, dovuta alla libera elezione di Jahweh, il quale non ha bisogno della nazione giudaica; se ha scelto i discendenti di Abramo, di Giacobbe, a suo popolo, lo ha fatto per la sua infinita misericordia. Ma l'alleanza è eterna, inscindibile. Israele l'ha violata; subirà la sanzione: Jahweh lo annienterà. Jahweh erstato longanone aspettando il ravvedimento d'Israele; a tale scopo aveva inflitto punizioni parziali e limitate; la conversione non si è avuta; il castigo finale pertanto è alle porte. Tale pena però non è fine a se stessa; è vendicativa, ma nello stesso tempo medicinale. E qui i p. illustrano i disegni di Jahweh per la continuazione dell'alleanza, che deve realizzare il piano salvifico, annunciato già in Gen. 3,15. La misericordia divina serberà un "resto" al suo popolo; lo ricondurrà in patria dopo averlo purgato da ogni traccia d'idolatria; con questo "resto" rimoverà l'alleanza. E questa volta avrà finalmente quella fedele corrispondenza da parte d'Israele, mancata prima dell'esilio. La nuova teocrazia così ristabilita durerà eternamente, in quanto sarà elevata ed assorbita nel Regno del Messia (v.). Già Oz. 2 ha chiari accenni a questo piano grandioso. Ezechiele lo rielaborò sistematicamente, illustrandone e sviluppandone con chiarezza ogni particolare (Ex. 11.14.16.20.34.36.37.40-48; per Osca cf. A. Clamer, in DThC, XI, coll. 1643-51; per Geremia, id., ibid., VII, coll. 871-82). I p. postesilici illustrano specialmente la connessione : rinata teocrazia-Regno messianico.

I p. scrittori mettono in particolare evidenza gli attributi di Jahweh, Essere supremo e unico Dio e le sue esigenze morali che determinano la natura dei suoi rap-
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Profeza - Il p. Ezechiele. Dipinto di Michelangelo nella voba della Cappella Sistina (1508-12).
porti con la nazione. Combattono la superstiziosa fiducia riposta dai loro contemporanei nel rituale esterno, che ha preso il posto e l'importanza assegnati, nello statuto dell'alleanza (il Decalogo), al monotetismo e all'osservanza delle leggi morali. L'insegnamento profetico si può sintetizzare sotto due aspetti : uno, positivo, illustra l'essenza dell'alleanza, le verità fondamentali, costitutive dell'antico jahwismo; uno, negativo o polemico, combatte energicamente le deviazioni. Nella loro opera, nei loro scritti, tutto si riduce a chiarire la natura dell'alleanza con Jahweh; sia l'interesse mostrato e l'azione svolta nella vita politica e per la giustizia sociale; sia l'atteggiamento assunto contro il culto, talvolta contro un sacerdozio indegno e venale, e i falsi p.

L'alleanza abbracciava, nei suoi riflessi, tutta la vita civile. I p. combattono i legami politici con altri popoli. Tali alleanze erano fonte immediata e diretta di contaminazione religiosa: "La politica imponeva il riconoscimento almeno ufficiale delle divinità del paese con il quale si trattava" (L. Desnovers, v. op. cit. in bibl., III, p. 149). Jahweh, d'altronde, si era impegnato a dare la Palestina agli Ebrei e a conservarli nel possesso di essa. La nazione non deve perciò temer nulla; deve solo aver cura di attuare le condizioni del patto. Dio è fedele alle sue promesse. E una condizione privilegiata ed unica: il Regno d'Israele non può essere che teocratico.

Pertanto, una dinastia che operi contro l'alleanza, come fecero le varie dinastic del Regno di Samaria, non è legittima; o, comunque, non può contare sull'appoggio dei p. e dei fedeli jahwistici. Così l'opposizione e la condanna espressa da Os. 7, 3-7; 8,10.15; 13,10 sg. non sono contro l'istituzione monarchica, per un regime di libertà; ma contro la politica sincretistica e scismatica dei re del nord. I p., in molti casi, ungono i re o li eleggono. Il disegno messianico, e perciò lo stesso piano salvifico, è connesso dai p. con la famiglia e la dinastia davidica (Is. 9,5 sg.; 11,1; Ier. 23,5 sg.; 33,15 sgg.; Ex. 17 ecc.).

Infine, l'estrare nel gioco delle forze politiche, poggiando sulle proprie armi e su alleanze potenti, significa non aver più fede incondizionata in Jahweh, fiducia nella sua potenza (cf. II Par. 28, 22-25).

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I p. condannano l'infausta influenza dell'idolatria cananca. Non condannano il culto in sé; condannano assolutamente il culto sincretistico, essenza della religione popolare (Os. 2,10.15; Ier. 7, 16-19, ecc.); rimettono, nello stesso jahwismo, il culto al suo vero posto di semplice complemento. L'elemento essenziale è la vera pietà, l'obbedienza alla voce di Dio, i precetti morali (Os. 6,6; I Sam. 15,22; $M i .6,6$ sgg.). Negano pertanto al culto esterno ogni efficacia, quando non sia accompagnato da disposizioni interne corrispondenti ( $f s .1,10-17$ ).

I p. sono i continuatori del levitismo, per la purità e la conservazione del puro jahwismo (A. Neher, v. op. cit. in bibl.). Il profetismo, con l'annunzio esatto del castigo nazionale, con la visione della futura rinascita, svelando il disegno divino su Isracle, impedì la scomparsa del popolo eletto, ne preparò il ritorno a Dio, e la rinascita e la continuità dopo l'esilio. I p. furono gli organi per eccellenza della Rivelazione divina, i tcologi, i solerti pastori d'Israele; difensori dei sovrani diritti di Jahweh nel campo politico; avvocati dei poveri e degli oppressi nel campo sociale. La loro è la possente voce della vigile scelta che, dinanzi al disastro, richiama alla purezza delle origini, alla continuazione dell'opera del grande p. Mosè; nulla innovano, ma tutto illuminaio, a tutto restituiscono il suo giusto valore. E la stessa voce di Dio; perciò i loro accenti scuotono ancora e soggiogano, inculcando il santo timore della somma giustizia, e l'immensa fiduciosa gratitudine verso l'infinita misericordia dell'Eterno.

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Francesco Spadafora
II. Iconografia. - I. p. furono ben presto rappresentati nell'arte cristiana antica isolatamente, come in Priscilla : Balsam (v.) o Isaia (v.), Daniele (v.), Giona (v.), e i due ultimi spesso negli altri cimiteri, in Domitilla
anche Michea (v.), e gli stessi nei sarcofagi cristiani dove con Daniele compare talvolta anche Abacue. In gruppo la serie più notevole è quella musiva della chiesa di S. Apolinare. Nuovo a Ravenna, dove i 16 p . appaiono al di sopra dei martiri tra le finestre sulle pareti della navata maggiore, sotto l'immagine di vecchi dignitosi, di marcata e maestosa fermezza morale: essi tengono nelle mani rotoli con scritte, attributo ripetuto nella iconografia posteriore. Da notare che in questi musaici le teste dei p. sono ornate da aurorle: tale usanza, viabilitati nell'arte bizantineggiante, sparirà nell'arte dell'occidente europeo, dove il nimbo verrà riservato solo ai santi. Più tardi i 16 p . appaiono nei musaici del monastero greco di Dafni (c.).

Una completa serie di p. secondo i concetti bizantini è stata affrescata nella seconda metà dell'xi sec. nella chiesa di S. Angelo in formis, al di sopra delle colonne sulle pareti laterali della navata centrale e nella chiesa contemporanea di S. Pietro ad monter presso Caserta Vecchio. Il sec. xit porta le raffigurazioni dei p. nei musaici della chiesa della Martorana, negli affreschi della Cappella Palatina a Palermo, nel sottotetto di S. Paolo a Spoleto (fine xir sec.) e nel transetto di S. Maria Maggiore a Rome; nei musaici nella cupola sopra l'altare maggiore nella basilica di S. Marco a Venezia. Della prima metà del sec. xili si hanno i musaici del soffitto nella scarsella del Battistero fiorentino, dove tra otto personaggi del Vecchio Testamento si vedono anche i quattro p. maggiori (Geremia, Ezechiele, Daniele ed Isaia); i dodici minori sono raffigurati invece, pure in musaico, sull'arco che si alza tra la scarsella e l'omagono del Battistero. Sull'arte lombarda nei secc. xit-xiII, sculture raffiguranti i p. adornano i portali delle chiese, come, p. es., nelle incorniciature intorno alla porta maggiore del duomo di Modena e nel battistero di Parma, opera di Benedetto Antelana del 1196 .

In Francia i p. furono dipinti nel sec. xi nella cappella delle «Grottes de Jonas - presso St-Pierre Colamine (Puy-de-Dôme; M. Thibout, Les Grottes de Jonas et les peintures murales de leur chapelle, in Cahiers archéolog., 3 [1947], pp. 115-28 e tavv. 15-19) a St-Martin du Vic presso Nohant-Vicq (Indre) all'inizio del sec. xil (J. Hubert, in Congrès archéol. de France, Bourges 1931, pp. 556576), a St-Aignan-de-Brinay (Chor) nel sec. xit (P.Des-champs-M. Thibaut, La peinture murale en France. Le Haut moyen age et l'époque romane, Parigi 1951, pp. 1171187, a Notre-Dame-la-Grande di Poitiers nel xir sec. (ibid., pp. 64-65, 69-71, 94; P. Deschamps, Les peintures du choeur de Notre-Dame-la-Grande de Poitiers, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1949, pp. 288293); e a St-Savin-sur-Gartempe (Vienne) alla fine del sec. xi (P. Deschamps-M. Thibout-A. Grabar, Observations sur les fresques de St-Savin-sur-Gartempe, in Cahiers archéolog., 4 (1949), pp. 135-47; P. Deschamps, La date des peintures de St-Savin-sur-Gartempe, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr., 1949, pp. 73-80; id. - M. Thibout, La peinture murale en France, pp. 71-86).

Diverse cattedrali gotiche della Francia, vicino ai portali portano sculture in tutto tondo con l'intera serie dei p. come a Bourges, a Chartres e a Reims in Francia; un magnifico esemplare di questo genere, datibile forse alla fine del sec. xiv, adorna il portale 'principale del duomo di Strasburgo; in Germania a Bamberga.

I p. sono spesso rappresentati nei codici miniati; dal "Codex Sinopensis e a quelli di Catalogna; dalla Bibbia della Certosa di Calci, era a Pisa, a quella della Bibl. Palatina di Parma, proveniente dal Monastero di S. Valentino presso Amelia, dalla bibbia di Todi a quella di S. Maria «ad Martynes» e all'altra di S. Cecilia in Trastevere, tutte e tre oggi nella Bibl. Vaticana (Vat. lat. 10405, Vat. lat. 12958 e Bach. lat. 387).

A Pisa nel pulpito di Nicola Pisano; a Rimini, nel tempio malatestiano, Agostino di Duccio li rappresenta con le sibille, il Pinturicchio nelle Sale Borgia in Vaticano, il Perugino nelle sale del Cambio. Nella pittura italiana del tardo medioevo è da constatare un frequente uso di rafifguisore alcuni p. in minuscole dimensioni, nelle cuspidì dei polittici gotici : così nel polittico di Duccio (Gal. Ieria di Siena). Nella Maestà invece dell'Opera del duomo

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sei p. sono stati dipinti nella predella (quattro dei quali si conservano tuttora nell'Opera del duomo di Siena e due nel Museo dell'imperatore Federico a Berlino).

Fortunente caratteristici sono i p. affrescati da Pietro Cavallini in S. Maria Donna Regina a Napoli e da un anonimo maestro emiliano alla metà del sec. xiv sulle pareti dell'aula capitolare nell'abbazia di Pomposa. In uno spartimento del soffitto nella cappella di S. Brizio, nella cattedrale di Orvieto, il Beato Angelico, aiutato da Benozzo Gozzoli, affrescò nel 1447 il gruppo di tutti i sedici p., indicandoli con la scritta: «Prophetarum laudabilis numerus». Oltre a ciò abbiamo della mano dell'Angelico la raffigurazione di 9 p. che adornano l'incorniciatura della mirabile Crocifissione, affrescata nella sala capitolare del convento di S. Marco a Firenze. Dodici statue di p., scolpite da diversi maestri del tardo medioevo e del Rinascimento, sono sulla facciata della stessa cattedrale di Orvieto; abbinate, si raggono ai lati del rosone. Pure sulla facciata del duomo di Siena, intorno al rosone, stanno le figure di tutti i p., insieme con quelle di diversi altri personaggi del Vecchio Testamento.

Incepo della Quercia collocò cinque p. negli spartimenti del tabernacolo del fonte battesimale nel S. Giovanni di Siena. Così, Lorenzo Ghiberti raffigurò alcuni p. nei fregi verticali della sua seconda porta del Battistero fiorentino. Tuttavia, la più famosa raffigurazione dei p. è indubbiamente quella di Michelangelo, il quale ne collocò sette (Giona, Geremia, Ezechiele, Gioele, Zaccaria, Isaia, Daniele) sulla vòtta della Cappella Sistina, intercalandoli con 5 sibille. Tra i p. dipinti sui pilastri della chiesa di S. Agostino a Roma, solo Isaia è della mano di Raffaello ( 1512 ); gli altri sono stati aggiunti, nella metà dell'Ottocento, da Pietro Gagliardi. Pure i p. nella chiesa di S. Maria della Pace a Roma, affrescati al di sopra delle 4 sibille di Raffaello, non si devono a lui, ma forse al suo primo maestro Timoteo Viti. Statue marmoree dei 4 p.: Isaia, Ezechiele, Mosé, Davide, decorano il piedestallo della colonna dell'Immacolata Concezione in Piazza di Spagna a Roma, elevata ( 1856 ) secondo il progetto di L. Politi.

Biel.: M. Seppet, Les prophètes du Christ, in Biblioth. de l'Ecole de Chartes, 38 (1877); F. X. Kraus, Gesch. der christl. Kunst, 2 voll., Friburgo 1897-1908; W. Neuss, Die Katalan. Bibelillustration, Bonn 1922, p. 84 sgg.; E. Mille, L'art religieux en France au XIIe siècle, I, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1924, p. 141 sgg.; II, $3^{\circ}$ ed., ivi 1923, p. 160 sgg.; III, 1922, pp. 248-53; K. Künstle, Die Ihonographie der christl. Kunst, I, Friburgo in Br. 1928.

Enrico Josi - Witold Wehr
III. I P. SECONDO L'ETNOLOGIA. - L'etnologia religiosa parla di p. e di profetesse, cioè di persone che predicono gli eventi futuri, affermando di conoscerli attraverso una rivelazione personale e diretta di Dio o degli spiriti, o di un determinato spirito. Questo fenomeno molto complesso è stato ridotto dagli etnologi evoluzionisti ad un fenomeno morboso e patologico.
P. es., il Tylor, l'autore classico dell'evoluzionismo etnologico, considera la profezia, come pure l'estesi, le visioni e altre simili manifestazioni religiose sia pagane che cristiane, un effetto dello stato di depressione, o di sovreccitazione, prodotto in una persona da un lungo ed estenuante digiuno, o dall'uso di narcotici, o da pratiche che producono gli stessi effetti, come l'allucinazione. Come prova di questa sua teoria, il Tylor porta esempi più o meno arbitrariamente desunti da certi popoli dell'America settentrionale (Ogibwa, Pellirosse, Abiponi, di Haiti, degli Zulú, dei Malesi, degli Yogi dell'India, dei Greci, dei Romani e persino dei cristiani. Riguardo al cristianesimo si riferisce particolarmente alle descrizioni mediche relative alle scene provocate da fanatici durante il periodo del risveglio religioso in Inghilterra. Irlanda e in America e nel seno del protestantesimo s. Il Frazer è giunto poi a tale esagerazione a proposito dei primitivi da dire che «il selvaggio, incapace di fare differenza tra le visioni del sogno e le realtà dello stato di veglia, confonde l'apparizione di un morto durante il sonno con la presenza reale di uno spirito $*$.

Queste teorie evoluzionistiche, che concepiscono lo sviluppo della civiltà umana in un modo uguale, unilineare, dal più basso, semibestiale, al più alto, dall'inferiore si superiore, sono state dimostrate false dall'etnologia (v.) moderna; e l'affermazione del Frazer, in particolare è stata già criticata dal Lévy-Brühl, in modo sottile e irrefutabile; e il Durkheim, fondandosi sul Codrington e Howitt, aveva già notato dei primitivi australiani: «I Dieri distinguono tra ciò che considerano una visione e un semplice sogno. Questo è chiamato apiccia, è una pura immaginazione».

Si deve poi distinguere la profezia dalla divinazione. Questa presenta la rivelazione delle cose future od occulte in svariati modi, tra i quali tien conto anche dei sogni (v. divinazione). Ora il sogno può anche rientrare nella profezia, se la rivelazione delle cose future non è desunta dall'oggetto sognato, ma durante il sogno si ha la rivelazione personale diretta, ciò che propriamente distingue la profezia. Il Tylor non ha compresa la grande e intrigata complessità del profetismo, perché lo ha voluto ridurre ad una manifestazione morbosa e non ha saputo distinguere i fenomeni morbosi da quelli che non lo sono affatto. Trattandosi poi del cristianesimo, il Tylor avrebbe dovuto sapere che la Chiesa cattolica ha la possibilità di giudicare i veri dai falsi fenomeni politici, e che la teologia cattolica dà buone regole al riguardo (v. bibl.). Presso i popoli primitivi, pur tanto vari di cultura, si osservano dei fatti di profetismo, che non sono in relazione con il digiuno, ma con la porghiera. Basti citare l'esempio raccontato da K. Rasmussen, che ne fu parte e testimonio quando gli Eschimesi delle Terre Braille (Bowen Ground) dell'America settentrionale gli vollero fare una festa d'addio. Durante la festa fu annunziato che la profetessa Kinalik voleva invocare Sila, l'Essere Sommo per ottenere al partente un buon viaggio e la protezione contro i pericoli. Quando questa tornò in sé dal concentramento di tutte le sue forze per escogitare ed implorare qualche cosa di buono in favore di colui che stava per mettersi in viaggio, ed ebbe riacquistata la sua espressione normale, con un aspetto ilare e radioso, essa raccontò, dice il Rasmussen, che il Grande Spirito l'aveva esaudita e che tutti i pericoli sarebbero stati lontani dalla sua vita, e tutte le volte che avrebbero avuto bisogno di carne, avrebbero trovate cacce fortunate.

Dalle importanti informazioni date a Schoolcraft da Chingwauk, capo algonchino versato nelle tradizioni mistiche e lettore ammirabile dei geroglifici del suo popolo, il Tylor, che pure le riporta, poteva dedurre che anche i primitivi pretendono garanzie, pongono determinate condizioni prima di credere ad un p. ed alle sue profezie. Il Chingwauk riferisce tra l'altro che il p. comincia ad esercitare le sue forze in segreto, badando di non aver presso di sé che un solo confidente, la cui testimonianza è necessaria in caso di riuscita. Poi disegna e simbolizza su scorza o su altra materia le figure dei suoi sogni o delle sue rivelazioni e passa spesso un inverno intoro a stendere così il catalogo delle sue principali rivelazioni. Se ciò che egli ha predetto si verifica, il confidente si affretta a dirlo e ci si riporta al detto catalogo come prova del suo talento e della sua facoltà profetica. Finalmente comunica i suoi Kee-Kee-Wins, o il tracciato dei suoi sogni, agli anziani della tribù, che si riuniscono per esaminarli, perché la nozione tutta intera crede alle sue rivelazioni. Gli anziani finiscono ordinariamente per dare la loro approvazione e per dichiarare che l'impetrante è dotato del dono della profezia, che egli è pieno di sapienza e che può influenzare le opinioni del popolo.

La figura del p., inoltre, è molto complessa: ordinariamente è anche indovina, esorcista, medico, mago, invocatore. Nell'antica Cina feudale, p. es., esistevano dovunque sciamani e sciamane, che si possono chiamare anche maghi e maghe (sos e tos-si). Essi avevano un posto importante nella vita religiosa del popolo; erano considerati come intermediari con il mondo degli dèi e degli spiriti. Di un mago dello Stato di Cheng si dice non solo che sapeva predire perfino il giorno di durata della vita di coloro che l'interrogavano, ma anche guarire malattie e che conosceva ciò che era fasto e ciò che era

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nefasto. Nelle differenti stagioni dell'anno le sciamane ( $\mathrm{cos}-n \mathrm{~d}$ ) dovevano scacciare le emanazioni pestilensiali e le cattive influenze e fare libazioni. Quando una grande calamità infieriva nel paese esse cantavano, piangevano e domandavano la cessazione del flagello. Gli sciamani si riunivano insieme al loro capo e nel caso di una grande siccità eseguivano danze per ottenere la pioggia.

E interessante notare che la potenza che possiedono, o credono di possedere i maghi, viene attribuita ad un patto da loro stretto con uno spirito che li assiste, che anche si trova nella formula d'invocazione dello spirito, come ha rivelato il Leroy, un'analogia sorprendente con civiltà disseminate sulla superficie del globo. La supplica del mago dei Fan dell'Africa occidentale comincia sempre con la rinnovazione del patto: "Spirito, tu che sei il mio Signore ed al quale io mi sono dato, spirito forte e potente, sono io che ti chiamo». Ecco la formola che usava in presenza del p. Huc un mago tibetano: "Io ti conosco, tu mi conosci. Orsù vecchio amico, fa ciò che ti domando. Porta l'acqua e riempi il vaso che ti presento. Riempi un vaso di acqua, che cosa è ciò per la tua grande potenza? So che tu fai pagare molto caro un vaso di acqua, ma non importa; fa ciò che ti domando e riempi questo vaso che ti presento. Più tardi canteremo insieme. Nel giorno stabilito tu prendersi ciò che ti tocca». La stessa credenza si ritrova presso i maghi europei.

La rivelazione del futuro fatta dallo spirito cui è legato il mago avviene in diverse maniere, di cui si trovano copioss relazioni e nei libri di viaggio di esploratori e nelle relazioni dei missionari; generalmente le rivelazioni accadono dopo un periodo di grida, schiamazzi, colpi di strumenti, ecc.

Presso gli antichi Cinesi, sotto la dinastia dei Chou (1122-1259 a. C.), i maghi e le maghe, come ha rilevato il Maspero, entravano in relazione con gli spiriti attraverso una vera ossessione, per cui spesso erano chiamati anche ossessi (ling-pao); lo spirito discendeva in loro, sicché «il corpo era (quello) della maga, ma il cuore era (quello) del dio». Era egli che parlava per la loro bocca, come dichiaro alla fine di una prima apporizione l'anima di un principe al suo vecchio cocchiere: "Tra sette giorni al lato del nuovo recinto (di $k^{\prime} \delta$-rou) vi sarà una maga e voi avrete un'intervista con me». Talvolta lo spirito non si contentava di parlare, ma agiva per mezzo del suo mago, come fece quello spirito affamato (li) che furioso della poca aura che il priore, incaricato delle offerte alle anima senza posterità di Ku di Kuan, usava nel compiere i doveri della sua carica, s'impossessò improvvisamente di un medium e gli fece ammazzare il priore sull'altare a colpi di bastone. Prima dell'evocazione dello spirito l'antica maga cinese si purificava, lavandosi il viso e il corpo con acqua di erbe speciali, e si rivestiva di magnifici abiti. Quando le offerte erano pronte, essa inviava la sua anima a ricercare la divinità e la conduceva con essa per assistere al sacrificio, mimando questo viaggio con una danza accompagnata dalla musica e dal canto.

Da quanto è stato detto, è facile farsi un'idea della complessità del fenomeno profetico. Bisogna giudicare caso per caso e vedere quanto vi è di naturale, preternaturale o soprannaturale, quanto di morbosità o di astuzia. L'etnologia elenca tanta diversità di fatti profetici, da non potersi in nessun modo giudicare semplicemente come fatti morbosi, alla maniera del Tyler. Presso gli Ebrei, poi, i nâbbî! richiamano alla mente sotto certi aspetti i dervisci e certe manifestazioni di alcune confraternite musulmane. I nâbbî! sono stati detti p. volontari e giustamente distinti dai p. di vocazione; questi inoltre sono figure tanto caratteristiche da non potersi ridurre ad alcuna figura di p. conosciuto presso gli altri popoli.

Bim.: E. B. Tylor, La civilisation primitiv, trad. franc. I. Parigi 1876, p. 142 sgg ., II. iv; 1875, p. 527 sgg.; A. Farges, Les phénomènes mystiques distingués de leurs contrefaçons humanies et diaboliques. Traité de théol. mystique, 2 voll., iv; 1923: H. Maspero, La Chine antique, iv; 1927, pp. 192-97 sgg.; O. Leroy, La raison primitive. Essai de réputation de la théorie du prélogisme, iv; 1927, pp. 141 sgg., 148 sgg., 161 sgg.; G. Schmidt, L'anima del primitivo, Roma 1931, p. 67 sgg.; A. Anwander, Die Religionen der Mensch-
heit, Friburgo in Br. 1945, pp. 119, 195, 235, 254, 281; F. K-nig, Christus und die Religiösen der Enfe, 3 voll., Friburgo in Br. 1951, v. indice alla fine del vol. I. Luigi Vannicelli

PROFITTO. - S'intende generalmente con questo termine il provento netto dell'imprenditore, correlativo dell'interesse che spetta al capitalista, e del salario dovuto al lavoratore. Detto provento comprende d'ordinario: a) l'interesse del capitale, se l'imprenditore è anche tra i finanziatori dell'impresa; b) il giusto compenso per la sua opera di dirigente e di organizzatore; c) infine un ragionevole premio per i rischi dell'impresa. Quasi sempre, dopo detratti questi elementi, resta ancora un residuo, talvolta ingente, che è il p. vero e proprio, oggetto di polemica sociale per la sua discussa legittimità.

Si tratta di uno di quegli istituti economici che non rivestono un valore assoluto di necessità, ma vivono fintantoché hanno una funzione sociale da compiere: dopo di che più o meno tranquillamente scompaiono. Soltanto l'abuso li rimette violentemente in discussione nei momenti difficili, senza peraltro risolverli appunto a causa del loro valore relativo. E l'abuso, nel caso del p., può dirsi quasi normale : a) sia per l'istinto speculativo che ispira ed anima chiunque si dedica al commenio o all'industria, e per l'eccessiva avidità di alcuni; b) sia perché gli imprevisti della concorrenza, della burocrazia, della politica e dello stesso progresso industriale, e la conseguente paura di perdere, portano ad esagerare in accantonamenti e in misure prudenziali; onde, una volta depurato il provento imprenditoriale dei suoi legittimi componenti calcolati in equa misura, resta quasi sempre un residuo che non ha una sua particolare e precisa giustificazione, ma che nell'attuale stadio di civiltà economica costituisce la molla principale e lo scopo quasi unico dell'iniziativa e del progresso (v. speculaZIONE).

Il motivo polemico che vede nel p. industriale l'ostacolo all'accrescimento dei salari, non ha una solida consistenza: è sufficiente confrontare il p. annuo complessivo di tutte le industrie con la somma dei salari pagati nell'anno, per constatare come il rapporto sia assai modesto, aggirandosi intorno al 10 per cento. Sicché l'abolizione violenta del p. industriale, mentre non modificherebbe in misura sensibile le condizioni salariali degli operai, non compenserebbe il danno di una mortificata iniziativa privata (v. TORNACONTO).

Il p. rappresenta inoltre un risparmio assolutamente necessario per la continuità e il progresso della produzione: risparmio che nella sua quasi totalità va ad alimentare vecchie e nuove industrie, e che il lavoratore, oggi, assai difficilmente accumulerebbe per impiegarlo nello stesso modo. Nel p. è pertanto da riconoscere il superfluo che deve tornare ai poveri, cioè a coloro che non hanno potuto risparmiare, ma hanno reso possibile il risparmio (v.).

Il p. non è quindi, di per sé, immorale o dannoso per l'economia: ma può diventarlo per la misura, la provenienza o la destinazione : in quanto vi sono p. onesti e disonesti, derivanti da abilità e da minori costi di produzione rispetto ai massimi che determinano i prezzi di mercato, ovvero da costingenze commerciali transitorie; p. che nasce da espedienti protettivi (v. PROTEZIONISMO) e p. di monopolio ogni qualvolta un prezzo d'imperio viene imposto da un imprenditore unico produttore di una merce o unico prestatore di un servigio, oppure da un sindacato industriale (trust, cartello, ecc.) che raccoglie tutti i produttori di quella merce o prestatori di quel servizio.

Il p. va naturalmente riducendosi, limitato dalla concorrenza, al pari dell'interesse dei prestiti (v. INTRARESE), e potrà anche scompatire in una società finalmente acquistata di passioni e di paure: ma non v'ha dubbio che la sua abolizione per vie diverse da quelle economiche provocherebbe il disordinato arresto dell'iniziativa industriale, rendendo fatale e necessario di surrogarla con l'iniziativa di Stato (v. socializzazione).

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L'accusa marxista, che il p. provenga da un'ingiusta decurtazione dei salari, non ha consistenza: in quanto il p. nasce da situazioni che si concretano, senza alcuna garanzia di continuità, all'infuori e dopo del processo produttivo, quando i salari liberamente convenuti sono stati già pagati, e il costo di produzione accertato. Suol dirsi percio che il p. è un elemento del prezzo, e non del costo. Nel regime sovietico, del resto, il p. nelle aziende industriali non è affatto abolito: soltanto, esso viene incamerato dallo Stato e in parte erogato in assistenze sociali.

I tempi moderni hanno però posto all'ordine del giorno un'equa ripartizione del p. tra tutti i fattori della produzione (v. sALARIALE, REGIME) : particolarmente perché assai spesso esso dipende da fortunate contingenze di natura commerciale o politica, sulle quali non hanno peso il lavoro, l'intelligenza o comunque il metodo degli imprenditori, e senza alcun nuovo rischio per i medesimi. Realizzare una tale ripartizione, o compartecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende, è il compito attuale non solo dei sociologi, ma soprattutto degli stessi imprenditori, o almeno di quelli che a una coscienza cristiana e sociale uniscono uno spirito pratico e lungimirante, e senza attendere imposizioni legali, sempre pesanti e imperfette, segnano con le loro coraggiose iniziative anche questa nobilissima via di progresso (v. U.N.I.A.P.A.C.).

BibL.: A. Graziani, Saggio sulla teoria del p., Milano 1887; J. B. Clark, The distribution of wealth, Nuova York 1900; E. Lorini, Il p., Roma 1901; G. Del Vecchio, Untersuchungen zur Theorie des Unternehmergewinnes, in Die Wirtschaftstheorie der Gegenwart, Vienna 1928; id., Lezioni di economia applicato, II. Dinamica economica, Padova 1937; A. Graziadei, Cos'é il marxismo?, Roma 1947; W. Röpke, Spiegazione economica del mondo moderno, Milano 1940. Mario Baronci

PROFUMO, Attilio. - Archeologo e storico, n. a Genova nel 1859, m. a Roma nel 1945.

Studiò dapprima architettura a Napoli, poi trasferitosi a Roma si dette agli studi storici, fu segretario di redazione del periodico Il Bessarione, prese parte quale vice segretario al II Congresso internazionale di archeologia cristiana in Roma nel 1900. E autore dell'ampio volume Le fonti ed i tempi dell'incendio neroviano, Roma 1905; fu presidente del Comitato direttivo del periodico Studi romani dove pubblicò Un battistero cristiano dell'anno 140 ca. (1 [1913], pp. 71-160) tentando riconoscere nella cosiddetta Cappella greca, in Priscilla, una sala eucaristica alla quale sarebbero stati ammessi i neofiti battezzati ivj presso. Nello stesso periodico è Una nota alla lettera del 177 delle Chiese di Vienna e Lione (2 [1914], pp. 121-54) e su La memoria monumentale «in catacumbas» degli apostoli Pietro e Paolo (2 [1914], pp. 415-70). Nel 1916 apparve il suo studio su La memoria di S. Pietro nella regione Salario-Nomentana (in Römische Quartalschr., 21 Supplementheft, Roma 1916) con analisi della Passio Marcelli e dei Gesta Liberii e la proposta di riconoscere nelle cattedre del «cosomerium malus» un carattere liturgico. Fu membro della Pont. Commissione di archeologia sacra e della Pont. Accademia romana di archeologia. Enrico Josi

PROGRESSO. - Senza riferimento a particolari attività (p. economico, spirituale, industriale, giuridico, ecc.), la parola riassume correntemente due concetti convergenti: la incessante conquista di verità scientifiche e pratiche; il raggiungimento di maggiori comodità e di più esteso automatismo nella vita degli uomini, onde questi, gradualmente sollevati dai lavori più pesanti e dalle preoccupazioni di maggiore fastidio, possano dedicarsi a forme più elevate di attività e di godimento.

A differenza del concetto più completo e solenne di civiltà (v.) con il quale viene spesso confusa, l'idea di p., almeno nella comune accezione del termine, riguarda soprattutto la soddisfazione di necessità e aspirazioni pratiche, e non la visione integrale della vita, del mondo e del destino dagli uomini. Perciò, mentre la civiltà nascono, si sviluppano e si spengono, e si può parlare di crisi e di involuzioni della civiltà, il p. è unico e indefi-
nito. Esso è un elemento della civiltà, ben lungi dall'esaurirla : nei secoli, però, che vanno dal razionalismo al materialismo, la confusione fra i due è stata cosi intima, che nel reagirvi si è posto talvolta il p. in contrasto con la civiltà ed alcuni, anche cattolici, per difendere la civiltà credettero di doversi scagliare contro il p., reso responsabile di squilibri in realtà imputabili soltanto allo sfasamento tra p. scientifico e p. morale.

Per tale sfasamento hanno sofferto due settori vitali della civiltà; quello morale e quello cconomico, rimasti ambedue arretrati e trascurati di fronte ai successi e alle seduzioni del p. scientifico e industriale. Non manca, anzi, chi afferma un netto regresso morale, giudicando da alcune persistenti manifestazioni di immoralità e di insensibilità, particolarmente legate ai fenomeni della guerra e della grande politica internazionale; e un regresso economico, sulla base degli attuali ordinamenti, assolutamente inadeguati alle reali necessità di scambio (v.).

Non v'ha dubbio che il p. scientifico e tecnico, da solo, materializzi la vita e ponga una crescente potenza di bene e di male, quindi una crescente responsabilità, nelle mani di uomini dei quali contemporaneamente non rafforza il carattere e deprime le virtù : sottopone inoltre la vita sociale a forze centrifughe, e perciò disgregatrici, quali l'edonismo e la divisione del lavoro (unilateraltà, concorrenza, rivalità, spirito di lotta e di sopraffazione), senza riuscire a neutralizzarle con equivalenti forze centripete quali la carità, una morale omogenea e un ordinamento economico che alla divisione del lavoro produttivo opponga la concentrazione del lavoro di scambio (v.).

Al deficiente p. morale ed economico si deve l'eccessiva fiducia nella forza in genere e nella forza politica in particolare, diffondendosi la convinzione che ogni problema della vita associata diverrebbe facilmente risolubile, pur senza studio e senza esercizio di virtù, quando si disponesse delle leve del potere politico. Di qui l'arrembaggio al governo e il generale orientamento, nelle questioni sociali, verso soluzioni di forza : e di qui l'ingigantirsi e l'aggrovigliarsi di problemi derivati e secondori, quali sono in realtà i cosiddetti problemi sociali e politici, i quali, considerati invece come principali, appaiono insolubili nell'àmbito della razionalità.

L'ineguale ritmo del p. nei vari settori e direzioni, e l'ineguale capacità di assimilazione da parte di individui, classi e popoli, fanno sì che il p. scientifico, e la cultura che ad esso unicamente si ispira, disturbino i più lenti processi evolutivi del pensiero riflesso, delle coscienze, delle consuetudini e dei sistemi d'interessi : onde, scatenando gli appetiti prima di avere i mezzi idonei per soddisfarli, sono stati talvolta occasione e strumento di lotta, fonti di ingenui entusiasmi e di feroci illusioni.

Soltanto un p. integrale, corredato di carità generosa e intelligente, può salvare l'equilibrio e la pace.

BibL.: mancano studi sullo sviluppo dell'idea di p.: ma la storia delle scienze e delle applicazioni scientifiche istruisce di fiecamente circa la meccanica di tale sviluppo e le forze d'inerzia che vi si oppongono. Istruttivo, nonostante il grosso materialismo storico: C. Davson, Progrès et religion, Parigi 1932; A. Rhord, La prodigiosa storia dell'umanità, Torino 1950. Mario Baronci

PROHĀSZKA, OTtokAR. - Uno dei più grandi scrittori ungheresi del sec. xx, n. a Niytra il ro ott. 1858, m. a Budapest il 2 apr. 1927. Compì gli studi a Roma, nel Collegio Germanico-Ungarico, e fu ordinato sacerdote nel 188 r . Nel 1884 divenne professore di teologia nel Seminario di Esztergom, nel 1904 ebbe la cattedra di teologia dogmatica all'Università Pazmány di Budapest e nel 1905 fu nominato vescovo di Székesfehérvár (Alba Regia).

Membro, dal 1909, dell'Accademia delle scienze, dal 1920 al 1922 divenne socio dell'Assemblea nazionale degli oratori, poeti e scrittori ungheresi. Ardente fauto