volume-10

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prudenza teorica (postuma, Firenze 1839); Scienza delle costituzioni (postuma, Torino 1847).

Il pensiero del R. risente fortemente dell'atmosfera filosofica nella quale si formò, che era quella del sensismo (v.) allora imperante, ma rivela d'altra parte tracce di astrattismo wolfiano; la sua caratteristica dominante è comunque il naturalismo (v.). L'atto conoscitivo è l'effetto del concorso di due potenze, l'io e il non-io (dottrina della competenza causale) : tra spirito e natura si ha una serie continua di azioni e di reazioni, mediante le quali il primo si adegua alla seconda, pur non essendo del tutto passivo rispetto ad essa. Il fondamentale naturalismo induce il R. al tentativo di trattare le scienze morali con lo stesso metodo di quelle fisiche; e infatti, soprattutto nel campo delle scienze sociali, la sua dottrina anticipa posizioni che saranno poi del positivismo e dell'evoluzionismo. La vita della società, che, a somiglianza di quanto farà più tardi lo Spencer, il R. concepisce come organismo, è retta da leggi naturali, le quali costituiscono un ordine di necessità a cui corrisponde nel campo morale l'ordine etico-giuridico, che viene cosi ad essere subordinato al primo. Conseguenza di ciò è il carattere utilitaristico della dottrina del R., per il quale il diritto naturale, che deriva dall'ordine imperioso dei beni e dei mali a cui l'uomo deve servire per il proprio interesse e benessere, è « cognizione sistematica delle regole moderatrici degli atti umani, derivate dai rapporti reali e necessari della natura, onde ottenere il meglio o evitare il peggio" (Assunto primo della scienza del diritto nat., § 1, in Opere, ed. De Giorgi, III, 1, Milano 1842, p. 555); la qualificazione di "giusto" o "ingiusto" si riferisce alle relazioni costanti e necessarie

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che intercorrono tra le azioni umane e i loro effetti utili o nocivi. L'ordine morale è l's ordine di ragione " costruito sull'ordine naturale; il diritto naturale però non è, per il R., eterno e immutabile : esso è "tanto esteso, tanto largo, tanto moltiplice, quanto sono ampie, estese e variate le necessità non artificiali ma naturali, vale a dire quelle che sono indotte dalla forza stessa della natura, sia in perpetuo, sia in dati tempi e luoghi" (Ragguaglio storico e statistico degli studi di diritto germ. e nat. te. dilemagna, 8 2, loc. cit., p. 552). L'ordine di ragione varia secondo il variare delle relazioni tra i fatti; data però una di queste relazioni, il diritto che vi corrisponde è di ragion necessaria.

Il R. fu uno dei primi assertori del principio di nazionalità; e l'« etnicarchia», com'egli dice, è alla base della sua dottrina costituzionalistica. Nel campo del diritto penale egli, in accordo con il suo fondamentale determinismo naturalistico, prescinde dal libero arbitrio, e intende la pena esclusivamente come difesa della società, concependola come "forza repellente" che deve essere opposta alla "forza impellente" costituita dai motivi che inducono l'uomo al delitto, in modo da neutralizzarli.

Bres.: A. Nocca, Il pensiero filosofico di G. D. R., Milano 1930 (con ampia bibl.): L. Caboara, La filosofia del diritto di G. D. R., Città di Castello 1930: id., La filosofia politica di R., Roma 1936; G. Solati, Il pensiero filosofico e civile di G. D. R., in Riv. di filos., 23 (1932), pp. 153-63; G. Del Vecchio, G. D. R. nel primo centenario della sua morte, in Riv. internaz. di filos. del diritto, 16 (1936), pp. 1-18; E. Di Carlo, Bibliografia romagnosiana, Palermo 1936; A. Messineo, G. D. R. e il p. Luigi Tognrelli d'Azeglio, in Civ. Catt., 1936, 1, pp. 20-31; P. Romano, La spivita pedagogica nelle opere di G. D. R., Roma 1937; G. A. Belloni, Saggi sul R., Piacenza 1940: B. Brunello, Il pensiero politico italiano dal R. al Croce, Bologna 1940. Guido Passò

ROMANI, Epistola ai. - Prima lettera di s. Paolo nell'ordine della Volgata e del canone tridentino, la più importante per la teologia paolina.

I. L'origine. - Paolo, in procinto di recarsi a Gerusalemme per portarvi le elemosine raccolte nelle Chiese della Macedonia e dell'Acaia ( 15,25 sg.; cf. I Cor. 16, I sgg.; II Cor. 8, 1-6, ecc.), pensa ad un viaggio che, passando per Roma, l'avrebbe condotto fino alla Spagna ( 15,23 sg. 28); mantenendosi fedele alla sua norma di «non costruire sul fondamento altrui" ( 15,20 ).

Secondo la cronologia più comunemente accettata, la $R$. è opera dell'inverno $57 / 58$, quando Paolo poteva dirsi tranquillo in rapporto alle questioni che avevano agitato la comunità di Corinto, mentre era preoccupato dell'accoglienza che avrebbe ricevuto a Gerusalemme.
II. I. nestinatato. - La comunità di Roma, alla quale Paolo scriveva, risultava composta, in maggioranza, di etnico-cristiani. La minoranza di ebrei convertiti, se creava qualche difficoltà alla buona armonia tra le due parti (cf. specialmente 14, 1-15, 13), non era faziosa come altrove.

Che al momento in cui venne scritta la $R$. la comunità cristiana di Roma fosse agitata da fazioni e da errori dottrinali sembra contraddetto dall linguaggio scibrio della lettera nella questione dei "deboli» e dei "forti» (capp. 14 e 15), con avviso ai secondi di usare un caritatevole riguardo verso i primi, legati ancora da certe osservanze riguardanti i tempi, i cibi e simili. Non si trattava in ogni caso di giudaizzanti aggressivi e intransigenti come quelli di Galazia (cf. galati, epistola ai). E piuttosto agli etnico-cristiani che occorre raccomandare la carità verso l'altra parte che, nonostante la differente posizione di coscienza, non è per nulla appartata dal resto della comunità.
III. L'inpolo e lo scopo. - Perciò la polemica della $R$. conserva un tono moderato e si rivolge più alle idee che agli uomini. Anche nei capp. 1-2 e 9-11, dove il linguaggio è più vivace, lo scrittore vede davanti a sé più che una persona o un gruppo di persone reali, un giudeo o un pagano in astratto, quali rappresentanti di due situazioni spirituali. Più ancora dell'indole pole-
mica sono accentuati nella $R$. i caratteri propri del trattato. Sintesi felice di un lato sostanziale della teologia paolina, non può però considerarsi come un compendio o come una esposizione sistematica della medesima. S. Paolo sembra quasi in dovere di scusarsi d'ardire di scrivere; pur insinuando il motivo del suo interesse per la comunità di Roma ( 15,17 sg.), che conosce solo indirettamente. Composta, in prevalenza, di elementi venuti dal paganesimo, essa rientra nel campo di lavoro affidatogli da Gesù (Art. 22, 18-21) e riconosciutogli dagli Apostoli che erano le "colonne" (Gal. 2, 7 sgg.). Vuole preparare gli animi dei lettori a una sua visita alla loro comunità, che considera come il cuore della Chiesa di Cristo, porzione elette del proprio apostolato, benché non vi abbia ancora lavorato personalmente. Più che cattivarsi la benevolenza dei Romani, intende stabilire i punti più salienti delle future comunicazioni orali. I fedeli di Roma, con i quali non ha potuto finora incontrarsi a causa degli ostacoli frapposti all'adempimento del suo ardente desiderio ( 1,13 ) d'apostolo delle genti, debbono entrare il più intimamente possibile in comunione con il pensiero e con il cuore di lui, approfondire il senso del messaggio di salvezza universale, che da Roma si propigherà sempre più largamente nel mondo.

Che Paolo abbia inteso anche di sopire qualche non grave dissenso tra i due elementi che, in proporzioni assai diverse, costituivano la comunità di Roma, è suggerito soprattutto dai capp. 14 e 15 . Ma è un motivo secondario.
IV. Il contenuto. - Dopo l'esordio (1, 1-17) si distinguono comunemente una parte dottrinale o speculativa (1, 18-11, 36) e una morale o pratica (12, 1-15, 13).

Il ricchissimo contenuto della $R$. esigerebbe una analisi più ampia; eccone i temi dominanti. Nell'esordio e prologo (1, 1-17), Paolo, dopo un saluto solenne (1, 1-7), elogia la comunità destinataria per la sua fede, della quale si parla ovunque, ed esprime il desiderio, fino allora contrastato, di recarsi a Roma, verso la quale lo sospinge la sua vocazione di apostolo delle genti ( 1 , 8-15). Segue nei vv. 16 sg. il tema della lettera: il Vangelo è forza divina per la salvezza di tutti, mediante la fede, fonte di giustificazione.

Questo tema è ampiamente sviluppato nella parte dogmatica ( $1,18-11,36$ ), che può dividersi in due sezioni principali, completate ognuna da una dimostrazione ricavata dalla Scrittura. La prima sezione (1, 18-3,31) sviluppa il concetto che la giustificazione è opera della giustizia di Dio e si raggiunge solo mediante la fede. Senza di questa sono peccatori tanto i gentili (1, 18-32) che i giudei (2, 1-11) : orgogliosi, questi ultimi, di una propria fallace giustizia; mentre vera giustizia non si può conseguire né mediante la legge né mediante la circoncisione (2, 12-29). Se i giudei hanno una posizione di privilegio rispetto ai gentili nel fatto che a loro sia stata affidata la Scrittura divina, questo non toglie che essi pure siano peccatori, come dichiara la stessa Scrittura (3, 1-20). Soltanto per la fede in Gesù Cristo, che si è immolato per la nostra salvezza, sia i gentili sia i giudei sono giustificati : ciò toglie agli uni e agli altri ogni motivo di vantarsi delle proprie opere (3, 21-31). A conferma che la sola fede opera la giustificazione viene allegato, dalla Scrittura, l'esempio di Abramo, padre di tutti i credenti : questi fu giustificato per avere creduto a Dio prima della legge e della stessa circoncisione, e indipendentemente dall'una e dall'altra (4, 1-25).

La seconda sezione afferma che la giustificazione è riconciliazione con Dio per virtù dell'Incarnazione del Figlio e dell'effusione dello Spirito Santo (5, 1-21). Per questi atti dell'amore divino viene distrutto il male operato da Adamo in noi (5, 12-21), siamo liberati dalla schiavitù del peccato, per vivere di una nuova vita in Cristo (6, 1-23), e siamo pure liberati dalla schiavitù della legge. Questa era occasione di peccato, in quanto lo indicava ma non dava di per sé la forza di combatterlo e di evitarlo ( 7,1 -15). Giustificati, noi siamo figli di Dio e, conseguentemente, eredi della gloria celeste (8, 1-30) : dono che nessuna forza al mondo può strapparci (8, 31-39). Ciò che segue circa la infedeltà di Israele

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In alto a sinistra: VEDUTA DELLA CAMPAGNA da Covignano. In alto a destra: PANORAMA di Castrocaro. In basso: MONTE CASTELLO E IL SAVIO.

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In alto: S. GIULIANO E STORIE DELLA SUA VITA, polittico di Bittino da Faenza (1408) Rimini, chiesa di S. Giuliano. In basso: MADONNA COL BAMBINO. Ai lati S. Giovanni Evangelista e il b. Giacomo Filippo Bertoni, servita, tavola di Leonardo Scaletti (fine del sec. xv) Faenza, Pinacoteca.

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(9, 1-11, 36) può sembrare, a prima vista, una digressione dal soggetto; ma è da considerarsi, tutt'al più, come appendice, meglio ancora come applicazione pratica della dottrina precedentemente esposta. L'infedeltà e la conseguente riprovazione d'Israele non smentiscono la "giustizia" (come causa di giustificazione) e la fedeltà di Dio, poiché il vero Israele, quello spirituale, consegue di fatto l'oggetto delle promesse divine e la giustificazione ( 9 , 1-29), che Israele carnale non ha raggiunto a causa dell'orgogliosa fiducia nella propria "giustizia" ( 9,30 -10, 21). Ansiché venire frustrato, il disegno dell'amore e della misericordia di Dio si adempie in maniera anche più ampia, in quanto che la defesione d'Israele apre la via della salvezza alle genti (11, 1-24); né mancherà d'adempirsi la promessa divina circa la salvezza di un "resto" dello stesso Israele (11, 23-32). All'uomo non rimane, quindi, che ammirare l'imperscrutabilità e la ricchezza dei disegni di Dio, dal quale tutto è governato (11, 33-36).

Nella parte morale (12,1-15,13) non si trova la disposizione logica e l'unità del soggetto della parte dogmatica; ma si sente qua e là che tutta la forza della esortazione deriva dal fatto che il cristiano è stato giustificato per virtù della "giustizia" amorosa di Dio. Perciò egli deve servire Iddio ( 12,1 sg .) : servirlo nella persona dei propri fratelli, mantenendo in ogni cosa la moderazione e la carità (12, 3-21). Per riguardo a Dio deve ubbidire alle autorità legittimamente costituite (13, 1-7). Legge suprema, o piuttosto, compendio della legge che deve regolare la vita del giustificato è l'amore (13, 8-10). "Uomo della luce", deve evitare tutte le opere tenebrose, per rivestirsi del Signore Gesù Cristo (13, 11-14). La legge dell'amore, che deve regnare sovrana tra i giustificati, suggerirà la comprensione e il compatimento tra i "forti" e i "deboli", vale a dire tra coloro che si sentono liberi da certi vincoli di osservanze legali e quelli che vi si sentono ancora sottoposti e stimano peccato il comportarsi altrimenti. Non giudicare, perché tutti siamo di Dio, unico giudice ( $14,1-13$ ), e fare attenzione a non colpire la coscienza debole del fratello, per cui Cristo è morto, sacrificando per questo, se occorre, anche la propria libertà (14, 14-23). Dimenticare se stessi, per usare riguardo ai propri fratelli, a imitazione di Cristo, è condizione necessaria per l'unione di tutti i cristiani, senza distinzione di provenienza dalla circoncisione o dal paganesimo ( $15,1-12$ ).

Dopo l'augurio della gioia e della pace nel credere (15, 13), Paolo esprime il motivo per cui ha scritto la lettera: la sua missione di apostolo delle genti (15, 14-21); esprine, quindi, i suoi progetti di viaggio: Gerusalemme, Roma, Spagna (15, 22-29). Pregliano, intanto, i lettori, affinché sia liberato dagli increduli che sono in Giudea e gli riesca bene la missione di Gerusalemme, per giungere felicemente a Roma e riposarvisi ( $15,30-32$ ). Nuovo augurio di pace (15, 33); raccomandazione della duconessa Febe, latrice della lettera, e saluti ai vari membri della comunità di Roma ( $16,1-16$ ); ultime raccomandazioni e saluti da parte dei compagni di Paolo (16, 17-24). Dossologia finale ( $16,25-27$ ).
V. L'autenticità e l'integrità. - Che la $R$. sia veramente di s. Paolo è negato soltanto da un gruppetto sparuto di critici radicali, quali B. Bauer e la scuola olandese (A. Pierson, S. A. Naber, W. C. Manen), rimasti senza molto seguito. Molteplici e antiche sono, a favore dell'autenticità, le testimonianze della tradizione: allusione presso i Padri Apostolici, citazioni nella lettera delle Chiese di Lione e di Vienne e negli scrittori gnostici, attribuzioni esplicite in s. Ireneo, Clemente Alessandrino, Tertulliano, Frammento muratoriano, ecc. Per gli indizi interni ci si limita a notare le innumerevoli rispondenze con Galuti (v.), che porta i segni inconfondibili della personalità di s. Paolo.

I dubbi sulla integrità della lettera riguardano i capp. 15 e 16, già rigettati da Marcione. Questi, però, non ebbe seguite; ed oggi ancora la grande maggioranza dei critici ammette, almeno per il cap. 15, l'autenticità paolina e l'appartenenza fin dall'origine alla $R$. La tradizione diplomatica è decisiva, mancando i capp. 15 e

16 soltanto in alcuni pochi manoscritti latini. Che se la dossologia di 16, 25-27 si trova talora dopo 14, 23, ciò si spiega agevolmente per l'uso liturgico. Complemento del cap. 14 è 15, 1-13, mentre il resto del cap. 15 ha una specie di controllo in 1,8 -15. Che il cap. 16 fosse, in origine, una lettera a sé è ben poco probabile, dato che conterechbe di soli saluti; questo particolare, poi, spiega più facilmente qualche esitazione dei manoscritti nel riportare il testo. La dossologia 16, 25-27 si trova ora dopo 14, 23 (ca. 200 minuenti greci, versioni sira harcinose e gotice, a Giovanni Cris., Teodoreto) - ciò che si spiega facilmente come un fenomeno dovuto all'uso liturgico, in cui si omettevano il cap. 15, che ha un contenuto di notizie personali, e 16, 1-24, che è una sequela di saluti - ora dopo 15,33 ( $\mathrm{P}^{16}$ ), ora dopo 14 , 23 oppure in fine (A P ecc.), manca in G (c'è lo spazio bianco dopo 14,23 ) g F; S B C D E ed altri unciali con le versioni latina, coptica, etiopica, Pesipta hanno questa dossologia alla fine del cap. 16. In breve, la tradizione diplomatica è nettamente favorevole all'autenticità di questi tre versetti, che convengono poi così bene con la sostanza dell'epistola e della teologia paolina da potersi considerare una sintesi felice dell'una e dell'altra.

Biss...: ricca bibl. in H. Höpf1 - B. Gut - A. Metzinger, Introd. Specialis in New. Test., 2* ed., Napoli-Roma 1949, pp. 383-95; V. Jacono, Le Ep. di s. Paolo ai Romani ai Corinti e ai Calati, Torino-Roma 1951, p. 94 sg. Commenti: Padri, Origene nell'interpretazione di Rufino (PG 837-1292); s. Giovanni Cris. (PG 60, 391-692); Teodoreto (PG 82, 43-223); Teodoro Mops. (frammenti, PG 66, 788-876); Ps.-Ecumenio (PG 118, 317-676); Tordilatto (PG 125, 333-560); Cirillo Alessandrino (frammenti, PG 74, 753-836); Ambrosiosito (PL 17, 43-184); Pelopio (PL 30, 645-718) ed. Sputor, Cambridge 1926); s. Agostino (Inchaeta expositio: PL 35, 2087-2106; id., Expositio quarundam propositionum ex Ep. ad Romano, PL 35, 2063-88); Ps. Primario (PL 68, 413 206). Fino al sec. xvili degni di speciale menzione: Eiveo di Suore-Dieu (PL 181, 592-814); s. Tommaso d'Aquino, Estio, Cornelia e Lanide (cosi hanno avuto moltissime edd.); F. Taleto, In Romanos commentarii et annotationes, Roma 1692, Moderni : cattolici: R. Cornely, Parigi 1896; F. C. Cenlemans, Malines 1901 (nuova ed. di G. Thib, ivi 1943); F. Gutjahr, 2* ed. Gras-Vienna 1927; O. Bardenhewer, Friburgo 1926; J. Siekenberger, $4^{*}$ ed., Bonn 1932; J. Huby, Parigi 1940; L. Cerfaux, Une lecture de l'Ephire aux Romains. Tournai-Parigi 1947; A. Viard (La Ste Bible, II, II, pp. 2-199), Parigi 1948. Acattolici: H. Oltramore, Ginevra 1881 sg.; F. Godet, 2* ed., Parigi 1883-90; B. Weiss, Gottinga 1809; W. Sanday - A. Headlam, 2* ed., Elemburgo 1902; A. Julicher, 3* ed., Gottinga 1917; Th. Zahn, 3* ed. curata da Fr. Hauck, Tubinga 1925; K. Narth, 6* ed., Berna 1928; H. Lietzmann, $4^{*}$ ed., ivi 1933; F. Althaus, 2* ed., Gottinga 1935; A. Schlatter, Stoccarda 1935; E. Brunner, Lipsia-Anburgo 1938; E. F. Scott, Londra 1947. Tra i moltissimi studi particolari più recenti si segnalano i cattolici: S. Lyonnet, De «intetita Dei», in Epistola ad Romanos, in Verbum Domini, 25 (1947), p. 23-34, 118-21, 129-44, 193-203, 257-63; id., Note sur le plan de l'Ephire aux Romains, in Mélanges J. Lebreton, I, Parigi 1951, pp. 301-16; sui capp. 9-11, cf. la ricca bibl. di Biblica, 30 (1949), p. 131 sgg.; J. Dupont, Pour l'hist. de la dosslog. finale de l'Ep. aux Romains, in Réc. bésidice., 58 (1948), pp. 3-22; A. Feuillet, Le plan salvifque de Dieu d'après l'Ep. aux Romains, in Recue biblique, 57 (1950), pp. 336-87, 489-529.

Teodorico da Castel San Pietro
ROMANIA. - E il più meridionale degli Stati danubiano-carpatici, ed il più orientale fra i neolatini; chiuso fra Ungheresi e Slavi, al limite verso il mondo balcanico e quello russo. La guerra del 1915 1918 lo raddoppiò in confronto al 1914 (295.000 kmq.), quella del 1939-45 lo ridusse a 238.000 kmq., mutilandolo della Bessarabia, della Bucovina settentrionale (cedute all'U.R.S.S.) e della Dobrugia meridionale (ceduta alla Bulgaria). Dal dic. 1947, poi, la R., divenuta una « Repubblica popolare», entrava nell'orbita del comunismo sovietico.
I. Geografia.- Il territorio della R. ha forma quasi circolare, delimitato per largo tratto da fiumi (Danubio e Prut) e per il resto da confini convenzionali, che fra Banato e Maramures lo dividono da Jugoslavia e Ungheria. Il paesaggio è vario, alternando più (Valacchia) e meno (Banato) estese pianure con zone collinari (Transilvania, Moldavia) e montane (Carpazi, Alpi Transilvaniche); unico sbocco

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Romania - 1) Confine di Stato attuale; 2) confine di Stato 1939: 3) confine di circoscrizione ecclesiastica di rito latino; 4) confine
di circoscrizione ecclesiastica di rito rumeno; 5) ferrovie.
del pur ampio territorio è il breve litorale sul Mar Nero a S. della foce del Danubio. Sebbene paese prevalentemente agricolo - oltre $2 / 3$ della popolazione vive del lavoro dei campi, che assicura, fra l'altro, un'eccedenza cospicua di cereali (frumento) per le esportazioni - la R. ha mirato a irrobustire la propria economia sfruttando le copiose risorse minerarie di cui dispone, suscettibili di imprimere un decisivo impulso al suo sviluppo industriale. Più che i combustibili fossili (ligniti) ed il minerale di ferro. (Banato, Transilvania), le han giovato i giecimenti petroliferi di cui son ricchi i Carpazi e le Alpi Transilvaniche, i maggiori d'Europa, che, insieme con l'abbondanza del metano, le hanno garantito larga disponibilità di forza motrice e favorevole sviluppo di scambi. L'industria registra negli ultimi anni progressi in molti rami, soprattutto nei tessuti, nelle meccaniche, nelle molitorie, e in quella della carta.

La popolazione, oggi abbastanza omogenea ( $80 \%$ di Romani, con minoranze di Ungheresi, Tedeschi ed Ebrei), è assai variamente distribuita (densità minime in Dobrugia, massime in Valacchia). Delle città, molte delle quali conservano carattere rurale, meno una diecina toccano o superano i 100 mila ab. (Claudiopoli, o Cluj, Iaşi, Timişoara, Ploeşti, Brăila, Galaţi, Gran Varadino od Oradea Mare), mentre più di un milione ne conta ormai Bucureşti (Bucarest), la capitale.
BibL., R. Riccardi, La R., Roma 1924; S. Mehedinți, Le pays et le peuple roumain, Bucarest 1929; V. Mihăilescu, R., ecografie fisica, ivi 1936; M. Ruffini, La R., Milano 1939; C. Kormos, R., Cambrige 1944.

Giuseppe Caraci
II. Storia civile. - Il territorio dell'odierna R.,
in particolare la Transilvania, costituì nel sec. i a. C. il centro del Regno di Buerebista, che era riuscito ad unificare le diverse tribù e genti dacie sotto il suo scettro. Alla morte di questo sovrano, avvenuta attorno alla metà del secolo, la formazione statale si sfasciò, ma nel corso del sec. I d. C. Decebalo riusci nuovamente a costituire in Dacia, a nord del Danubio, un potente Stato, che diede ai Romani molto filo da torcere

Ai tempi dell'imperatore Domiziano, Roma, pur di evitare le scorrerie dei Daci nei territori da essa occupati, si obbligò al pagamento di un tributo annuo, tributo che in seguito fu sdegnosamente rifiutato da Traiano. Costui anzi, nel 101 d. C., iniziò una guerra contro Decebalo, attraversò il Danubio, costrinse il Re alla pace e ridusse praticamente la Dacia ad un protettorato romano. Quattro anni dopo, Decebalo, desideroso di sottrarsi al giogo romano, si ribellò, ma la sua tentata defezione fu sanguinosamente repressa ed egli stesso, fatto prigioniero, si suicidò, preferendo la morte alla prospettiva di essere oggetto di dileggio a Roma, durante il trionfo imperiale. La Dacia, ridotta a provincia dell'Impero, divenne un importante bastione militare per la difesa delle posizioni romane nei Balcani e fu intensamente colonizzata. Di fronte alla pressione delle popolazioni barbariche Aureliano decise tuttavia nel 271 l'evacuazione della Dacia (v.), i cui abitanti, in buona parte, si trasferirono a sud del Danubio, probabilmente in regioni dell'odierna Serbia. Da allora fino al sec. xiri, allorché i documenti storici parlano dell'esistenza di una popolazione

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"valacca "o romena, si hanno solo scarse notizie sulla continuità etnica e sulle vicende dei Daco-Romeni. La mancanza di fonti e di dati validi per la ricostruzione della storia romena in quel periodo ha favorito interpretazioni disparate, non sempre caratterizzate da una rigorosa serietà scientifica, ma tendenti piuttosto a costituire pezze d'appoggio giuridico-storiche alle velleità politiche di singoli nazionalismi. La polemica romeno-magiara per la Transilvania ha condotto appunto alla formulazione di due ipotesi, diametralmente opposte, per risolvere l'enigma della continuità storica o meno dei Daco-Romeni durante l'alto medioevo. Gli storici romeni, che considerano la Transilvania la culla della loro gente, sostengono infatti di discendere direttamente dai Daco-Romani, poiché il trapiantamento a sud del Danubio ai tempi di Aureliano sarebbe stato, secondo questi studiosi, solamente parziale e non totale, e molti coloni, rifugiatisi nelle valli dei Carpazi, durante le invasioni di Gori, Avari, Bulgari ed altre genti, avrebbero garantito la continuità etnica dacoromena fino al sec. xiri, allorché essi stessi ridiscesero nelle pianure ed assunsero il nome di Valacchi; gli storici ungheresi invece replicano che l'abbandono della Dacia transdanubiana fu totale, che la stessa romanizzazione della provincia fu irrilevante, che la colonizzazione era stata affidata in massima parte ad elementi non italici, e che la persistenza di molti termini slavi nell'attuale lingua romena dimostrerebbe che i Romeni dovrebbero discendere dai Romeni balcanici della Dacia ciodanubiana, giunti in Transilvania nel basso medioevo. Queste, in succinto, le rispettive posizioni degli storici romeni e magiari, gli uni e gli altri guidati nelle loro ricostruzioni dalla volontà di affermare il diritto del proprio paese al possesso della Transilvania: i Romeni attraverso la dimostrazione di una supposta continuità etnico-storica della loro nazione fin dai tempi di Roma imperiale; gli Ungheresi, mediante le prove di una assai tarda immigrazione degli antenati degli odierni Romeni, posteriore all'occupazione del paese da parte dei Magiari.

Le prime notizie storiche sui voivodati di Valacchia e di Moldavia, costituitisi al di là dei Carpazi dietro iniziativa di nobili romeni, desiderosi di sottrarsi alla sovranità dei re d'Ungheria ed alla conversione alla fede cattolica (i Romeni erano "ortodossi"), fissano la genesi del principato di Valacchia al sec. xili e di quello di Moldavia intorno alla metà del xiv, quando Bogdan, rivoltatosi contro Luigi il grande d'Angiò, re d'Ungheria, attraversati i Carpazi, fondò appunto nella pianura della Moldava il nuovo principato indipendente. Le vicende dei due voivodati sono in seguito strettamente legate a quelle degli Stati vicini: dell'Ungheria, della Polonia e della Turchia. La Valacchia, dapprima in rapporti di vassallaggio verso la corona di S. Stefano, in un solo secolo, il xiv, si trovò sottoposta, alternativamente, ora alla sovranità di uno, ora di un altro dei suddetti tre Stati. Nel sec. xv vi divenne quindi preponderante la sovranità turca, che vi si affermò in modo chiaro ed esplicito dopo la battaglia di Mohács del 1526. La Moldavia, nello stesso periodo, riconobbe invece l'alta sovranità polacca, ma anch'essa fu costretta, dopo Mohács, al pagamento di un tributo annuale al sultano, che nella seconda metà del sec. xvi rafforsò anche in questo voivodato sensibilmente il proprio dominio. Verso la fine del sec. xvi l'elezione a voivoda di Valacchia di Michele il Bravo nel 1593 segnò per alcuni anni una schiarita sulla sfondo della lunga notte della dominazione turca. Questo principe, guidato forse nei suoi complessi disegni politici più dall'ambizione che da un vivo sentimento di indignazione verso le spoliazioni operate dagli esattori fiscali del sultano, dopo essersi accordato con il voivoda di Moldavia, dietro un segnale convenuto, fece massacrare tutti i Turchi, residenti nei due principati. Occupò quindi la Dobrugia e per fronteggiare con successo i tentativi ottomani di riconquista riconobbe l'alta sovranità di Sigismondo Bàthory, principe di Transilvania.

In seguito riuscì egli stesso ad ottenere il titolo di principe di Transilvania e conquistò anche la Moldavia. La sua improvvisa fortuna politica mise tuttavia in allarme il generale asburgico Basta, che il 19 ag. 1601
lo fece uccidere. La scomparsa di Michele il Bravo, che per primo aveva costituito in unità territoriale le regioni (Transilvania, Valacchia, Moldavia, Dobrugia, Bucovina e Bessarabia, queste due ultime allora parte integrante della Moldavia) delia R. segnò l'inizio del periodo più triste del dominio ottomano. Fino ad allora i principati avevano infatti goduto di una certa, sebbene assai vaga, indipendenza interna, garantita dall'elezione di principi autoctoni. Dal sec. xvir in poi i voivodi divennero supini strumenti dei sultani, che li nominavano e destituivano a loro beneplacito. Costretti, pur di conservare la loro carica, a mantenere relazioni con influenti cortigiani di Costantinopoli, i quali si facevano pagare ad assai caro prezzo la loro benevolenza e le loro intercessioni presso la corte ottomana, i voivodi, per far fronte ai loro impegni finanziari verso costoro, introdussero nei principati un fiscalismo sempre più gravoso. Qualsiasi tentativo di politica indipendente era ormai a priori reso impossibile. Tuttavia tanto in Moldavia quanto in Valacchia la dignità principessa continua ad essere ricoperta da nobili indigeni. Dalla seconda metà del sec.xvir crebbe però sempre più l'influenza greca ed un poco alla volta i voivodati stessi divennero appannaggio del maggiore offerente. Così ex consiglieri diplomatici ed interpreti greci dei sultani, agli inizi del sec. xviri, si insediarono stabilmente nei due principati: i Moldavi ed i Valacchi non ebbero neppure più la magra consolazione di essere sfruttati da voivodi autoctoni. Questo cosiddetto periodo dei Fanarioti (da Phanir - quartiere diplomatico di Costantinopoli) si protrasse fino al 1821. In Valacchia 23 ed in Moldavia 24 principi si succedettero l'uno dopo l'altro; qualcuno governò a varie riprese e passò con disinvolta indifferenza ad amministrare or l'uno or l'altro voivodato. Non mancarono tra di essi anche uomini di valore, colti ed intelligenti, ma nulla poterono contro l'onnipotenza dei sultani. Il regime fanariota cessò appena nel 1822 , quando i Turchi, in seguito all'atteggiamento assunto dai voivodi a favore del movimento filellenico di Alessandro Ypsilanti, si decisero a conferire nuovamente il governo dei due principati a voivodi autoctoni. Intanto in Transilvania, sotto l'influsso del risveglio nazionale ungherese e tedesco, anche i Romeni avevano cominciato nel corso del sec. xviri ad acquistare coscienza della loro individualità nazionale e nel 1791 si erano rivolti alla Dieta regionale, perché, accanto a quelle magiara e sassone, fosse riconosciuta pure ad essi la qualifica di "nazione". Questa richiesta, esposta nel Sappiov li bellus Valachorum, non fu tuttavia esaudita. Nel 1829 , con la Pace di Adrianopoli, i due principati, pur continuando ad essere tributari del sultano, furono sottoposti al protettorato russo, rimasto in vigore fino al 1836 . In quest'ultimo anno il Trattato di Parigi sostituì al protettorato russo una garanzia collettiva delle grandi potenze europee, una commissione delle quali residente a Bucarest procedette alla revisione delle leggi in vigore nei due principati. Dietro il voto delle assemblee dei due voivodati, costituite in virtù del Trattato di Parigi, Alessandro Cuza fu eletto nel genn. febbr. 1839 principe di Moldavia e di Valacchia. Così l'unione dei due voivodati, riconosciuta nel 1861 dalle grandi potenze, fu un fatto compiuto. Cuza rimase al potere fino al 1866 , quando dovette sbalicare in seguito ad una congiura. La sua politica, francamente liberale, fu caratterizzata soprattutto dalla legge sulla riforma agraria, con la quale venne abolita la servitù della gleba. In sua vece fu eletto Carlo di Hohenzollern-Sigmaringen, il quale regnò come Carlo I fino al 1914 e sotto il cui lungo principato si procedette il 25 marzo 1881 alla proclamazione del Regno di R., costituito in quell'epoca, oltre che dalla Valacchia e dalla Moldavia, anche dalla Dobrugia settentrionale (la Bucovina e la Bessarabia, rispettivamente nel 1774 e nel 1812 , erano state incorporate nell'Austria e nelia Russia). Durante la prima guerra mondiale la R. si mantenne dapprima neutrale; entrata quindi nell'ag. 1916 in guerra a fianco dell'Intesa fu rapidamente occupata dagli Imperi Centrali e costretta a cedere la Dobrugia meridionale, conquistata durante la seconda guerra balcanica del 1913, alla Bulgaria. Il crollo dell'Austria-

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(fot. Publifeta)
Romania - L'interno del magnifico castello di Sinaia.
Ungheria, della Germania e della Russia imperiale segnò la resurrezione della R.: nel corso del 1918 le Assemblée nazionali romene di Chisinau, Cernáuti ed Alba Julia proclamarono rispettivamente l'unione della Bessarabia, della Bucovina e della Transilvania al Regno di R. Tra il 1920 ed il 1940 la politica interna romena fu caratterizzata da un completo fallimento del regime parlamentare e da una lotta continua tra i partiti, che determinò il rafforzamento di correnti totalitarie e razziste, la dittatura monarchica di re Carlo II, e dopo il 1940, quella militare del generale Antonescu.

Durante la seconda guerra mondiale la Russia approfittò dell'isolamento diplomatico romeno per farsi cedere nel giugno 1940 la Bessarabia e la Bucovina: la Bulgaria per acquistare la Dobrugia meridionale ( 21 ag. 1940); l'Ungheria per ottenere gran parte della Transilvania ( 30 ag. 1940). Entrato quindi in guerra contro la Russia nel 1941 a fianco della Germania, il nuovo re Michele, dopo il colpo di Stato del 23 ag. 1944, firmò l'armistizio con l'Unione Sovietica e si unì alla coalizione antitedesca. Il Trattato di pace restituì alla R. la Transilvania, ma non le altre regioni cedute nel 1940. Il 30 dic. 1947 fu proclamata la Repubblica popolare romena.

BibL.: per fonti ed opere cf. M. Ruffini, Introduzione bibliogr. allo studio della R., in L'Europa orientale, 15 (1935). pp. 236-89; L. Makkai, L'historiogr. roamaine dans les dernières dizaines de années, in Rev. d'hist. comparée, nuova serie, 1 (1943), pp. 469-504. Tra le storie generali si segnalano: N. Iorga, Stor. dei Romeni e dello loro civiltà, trad. it., Milano 1928; R. W. Seton-Watson, A History of the Roumanians, Cambridge 1934 (trad. franc. Parigi 1937); A. Giannini, Le vicende della R. 1778-1940, Milano 1941; L. Galdi - L. Makkai ed altri, Gesch. der Romänen, Budapest 1942. Sul periodo successivo alla prima guerra mondiale, cf. anon., Politics and political parties in Roumania, Londra 1936; R. W. Seton-Watson, The East European Revolution, ivi 1950, passim; E. D. Tappe, Roumania, in Central and South East Europe 1943-48, ed. di R. R. Betts, Londra 1950, pp. 1-24; H. L. Roberts, Rumania. Political Problems of an Agrarian State, Nuova Haven 1951.

Silvio Furlani
III. Storia ecclesiastica. - In R. il cristianesimo è penetrato dapprima nella parte danubiana dell'Im-
pero Romano, poi nell'antica Dacia (v.). I Romeni del nord, nel medioevo, sono ancora in contatto con gli « Olahi Romani» e con i monasteri di Mitrovija, l'antica Sirmium capitale dell'Illyricum, patria di s. Demetrio ("Dmitrovija"), il grande Santo dei Romeni e di tutti i Balcani.

Il contatto della Dacia con il mondo cristiano non potè certo essere interrotto dalle invasioni. Sulla riva destra del Danubio c'era una serie di vescovati latini. I barbari fecero le solite incursioni nell'Impero; le legioni - di Costantino e di Giustiniano - ripassarono il fiume per inseguirli. Specialmente i Goti, gli Slavi e gli Avari trascinarono con loro molti prigionieri, fra i quali non pochi cristiani, forse anche sacerdoti. I Goti, padroni allora anche dei futuri paesi romeni, hanno avuto martiri nella futura Valacchia e vescovi : il famoso Ulfils (m. nel 391) predicava anche in latino.

In Transilvania si ritrovano iscrizioni cristiane (Zenovius) posteriori a Costantino e sul principio del sec. v. Il cristianesimo dei Romeni, anteriore a quello degli Slavi e senza dipendenza speciale da quello greco, spunta direttamente dal cristianesimo dei Balcani nel loro periodo latino. Sembra che, lontane da Roma e dipendenti da Bisanzio, le popolazioni romanizzate dei Balcani e del Danubio - per le quali i Bizantini, i «Romen», adottarono il nome di Valacchi e che gli Slavi avevano ricevuto dai Germani (Valacchi $=$ Welsh, Welsch, Wallon, ecc.) - abbiano perso, insieme alle antiche città vescovili distrutte dai barbari, anche il clero latino ed accettato la liturgia greca, specialmente dopo che l'Illirico orientale passò sotto il patriarcato di Costantinopoli (732). Con la conversione dei Bulgari e la loro sottomissione al patriarca greco (870), i Romeni, i quali anche politicamente dipendevano da loro, dovettero accettare finalmente il rito slavo. Solo agli inizi del sec. xvin fu loro possibile introdurre definitivamente la lingua romena nelle chiese. Nel 1860 l'alfabeto latino sostituì quello cirillico.

Dopo la terribile sconfitta dei Bulgari, Basilio II mise tutti i Romeni del suo Impero sotto l'arcivescovato - allora di gerarchia greca - di Ocrida (1018). Quasi subito dopo si trova un vescovo proprio dei Romeni (viùv Bǎzjōv) in un luogo di ubicazione incerta. Vezzmona. Lo scisma greco del 1054 implicò anche i Romeni, causa la posizione geografica e le circostanze politiche, nel campo bizantino. L'unione con Roma, fatta dal grande "imperatore» Ionitza (v. MACEOONIA) nel 1204 per i suoi sudditi romeni e bulgari, venne spezzata nel 1235 da suo nipote Giovanni Asen II.

A nord del Danubio, prima della fondazione dei principati, i Romeni avevano solamente chiese di legno ed il clero era costituito soltanto da preti di origine contadina, consacrati senza scelta da "gerarchi" più o meno canonici che vivevano nei monasteri (o venivano dalla Bulgaria) a guisa di quegli "pseudo-vescovi» di cui fa cenno un breve di Gregorio IX fin dall'inizio del sec. xiri (Iorga). I fondatori dei principati pensarono a dotare i nuovi paesi anche di una particolare organizzazione ecclesiastica.

Valacchia. - I Romeni di Valacchia si rivolgevano per i loro bisogni religiosi ai vescovi di Vidin, Silistra o Vicina. Il vescovo Iakint di quest'ultima sede fu richiesto dal principe Nicola Alexandru, figlio del «fondatore» Basarab, nel 1359, ed il patriarca di Costantinopoli glielo concesse quale metropolita di Valacchia o Ungrovalacchia, con residenza a Curtea de Argeş; la sede fu trasferita nel 1508 a Târgovişte e, verso la fine del sec. xvir, a Bucarest. Nel 1370 fu eretto un vescovato a Severin, trasferitosi in seguito a Râmnicu-Vâlcea. Un terzo vescovato venne fondato nel 1508 a Buzău. L'ultimo vescovato eretto in Valacchia (o Muntenia) fu quello del 1794 a Curtea de Argeş. Monasteri antichi: Vodişs, Tismana (sec. xiv), Cozia, Cotmeana, Snagov, Glavacioc, Dealul, Brâdet ( $1^{\circ}$ metà del sec. xv).

Moldavia. - Ai tempi della fondazione di questo principato (1359), i Romeni moldavi si rivolgevano al metropolita di Halicz (Galizia) od al vescovo di Cetatea Albă, sul Mar Nero. Solo nel 1401 si ottenne il riconoscimento di un metropolita romeno, Iosif, con residenza

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a Suceava, la capitale del paese. Nel 1564 la capitale e la metropolia si trasferirono a Iaşi. I vescovati di Roman e Rãdâuţi furono fondati nel 1401 e 1402 . Altri vescovati furono eretti a Huşi (1595) e a Hotin (1713). La metropolia di Brâila o Proilavia (Valacchia), fondata verso la fine del sec. XVI per i cristiani delle "raià " turche, ogni tanto poneva la sua residenza a Galaţ, Ismail o Căuşani (Moldavia) ad anche a Dubăsari, al di là del Nistre; dopo il 1812 essa rimase metropolia solo di Brâila e Silistra e fu definitivamente soppressa nel 1829. Dopo l'annessione della Moldavia nord-occidentale (Bucovina) all'Austria, il vescovato di Rădăuţi venne trasferito a Cernăuţi (1781) ed elevato al rango di metropolia di Bucovina e Dalmazia (1873), mentre il vescovato di Hotin, prendendo residenza a Chişinău (Kishinev) in seguito all'annessione della Moldavia orientale (Bessarabia) alla Russia, diventò nel 1813 arcivescovato.

Monasteri antichi: Neamţ (sec. XIV), Bistriţa, Moldoviţe, Căpriana, Vârzăreşti, Horodnic, Humor (igli inizi del sec. xv), Putna, Volovăţ, Voronet, Dobrovăţ (fine sec. xv), Pobrata, Slatina, Suceviţa (sec. xvi).

In Moldavia nel 1401 vennero trasportate le reliquie di s. Giovanni il Nuovo da Cetatea Albă a Suceava; nel 1641 il principe Vasile Lupu fece portare le reliquie di s. Parashiva da Ismail a Iaşi.

Transilvania. - I Romeni di Transilvania, culla dei due altri principati, rimasero sotto gli Ungheresi e non ebbero da principio gerarchia ecclesiastica ma ricorrevano sia a Halice, sia ai vescovati di Bulgaria, poi a quelli di Serbia, Valacchia o Moldavia. Nei secc. xv-xvi si trovano sporadicamente vescovi a Hunedoara (Hunyade), Maramureş, Feleac, Geoagiu, Silvaş e Ineu. Stefano il Grande di Moldavia (1457-1504) volle per la Transilvania orientale un vescovato a Vad, i cui titolari venivano consacrati a Suceava e obbedivano al metropolita di Moldavia. Nel Trattato del zo maggio 1595 tra Michele il Bravo di Valacchia e Sigismondo Báthory, fu deciso che tutti i Romeni di Transilvania, sotto un proprio vescovo, dipendessero dal metropolita di Targovişte, Giovanni di Prislop fu il primo metropolita di tutti i Romeni di Transilvania.

Dopo il 1700 , quando la quasi totalità dei Romeni transilvani insieme col vescovo si riunì con Roma, gli "ortodossi" non uniti rimasero senza vescovi per più di sessanta anni e ne ebbero in seguito dai Serbi. Solo nel 1811 ricevettero di nuovo vescovi romeni. Sotto Andrei Saguna il vescovato "ortodosso" di Transilvania acquistò nel 1863 il titolo di metropolia con residenza a Sibiu e come suffraganeo il vescovato di Caransebeş, allora creato, e quello più antico di Arad.

Monasteri antichi: Peri, Prislop (sec. xiv), Râmet, Geoagiu, Vad, Feleac, Hodoş-Bodrog (sec. xv). Nel sec. xili (1216) le "metochie " dipendenti dal monastero pelestinese e mazedone di Beria toccano le regioni romene a Mitrovitza (Sirmium) e a Satmar.

Nel 1859, Valacchia e Moldavia formarono lo Stato di R. Gli ingenti beni territori dei monasteri furono confiscati nel 1863 dallo Stato. La legge di organizzazione ecclesiastica del 1872 stabiliva che i vescovi ed i metropoliti fossero eletti dal Parlamento e scelti soltanto fra i Romeni. Nel 1884 fu eretta la Facoltà di teologia presso l'Università di Bucarest. Il vescovato, fondato nel 1864 a Ismail, fu trasferito a Galaţi nel 1878 in seguito alla cessione della Bessarabia meridionale alla Russia. Il «tomos» patriarcale del 25 apr. 1885 concedeva alla Chiesa romena l'autocefalia.

Dopo la prima guerra mondiale, la Transilvania - con le appendici ad ovest (parte del Banato, ecc.) e con il Maramureş al nord - la Bessarabia e la Bucovina vennero incorporate alla R. L'organizzazione dell'intera Chiesa "ortodossa" romena fu allora unificata sulla base dello Statuto di Saguna (1925). Furono eretti nuovi vescovati a Oradea, Cluj, Satu-Mare (con il titolo di Maramureş), Hotin, Costanţa, Cetatea Albă, Timişoara, e un vescovato militare ad Alba Julia; il vescovato di R. Vâlcea fu promosso metropolia di Oltenia mentre la
sede metropolitana di Bucarest diventò, nel 1925, patriarcato. Fu creata un'altra Facoltà di teologia a Chişinău (Bessarabia). A Cernauti in Bucovina ne esisteva una sin dai tempi del dominio austriaco. In Transilvania, oltre all'Accademia teologica di Sibiu, furono fondate altre tre ad Arad, Oradea e Cluj.

Cattolici. - Dopo la fondazione dei principati, si incontra un numero esiguo di cattolici nelle principali città della Valacchia: Argeş, Câmpulung, Târguvişte. Più numerosi sono invece nella Moldavia, dove la loro massa - formata dai "Ciangăi», popolazione forse cumana magistizzata e poi romanizzata - vive anche in campagna, specie nei distretti di Roman e Bacău; al principio di questo secolo ce n'erano ca. 80 mila. In Transilvania l'elemento cattolico era rappresentato da Ungheresi, Szekler e Sassoni ivi abitanti. Quando la maggioranza di costoro passò al protestantesimo, il principale sostegno della Chiesa cattolica furono i "Suabi", coloni tedeschi dell'epoca austriaca.

La prima attività missionaria cattolica conosciuta nei principati è quella svolta dai predicatori domenicani dopo il 1222 per la conversione dei Cumani. Il vescovo Teodorico, istallatosi nel 1227 a Milcov, dipendeva direttamente da Roma. Con l'invasione mongolica del 1241 il vescovato sparì, e sussisté solo quale titolo onorifico per ca. tre secoli. Altrettanto effimeri furono i vescovati di Severin - dove si trova un vescovo nel 1246 e un altro nel 1380 di Siret (1370), di Argeş (1381) e di Baia (1413). Quello di Bacău funzionò ca. due secoli, sebbene i suoi titolari risiedessero per lo più in Polonia. Anche ad Akkerman (Cetatea Albă) si parla di un vescovo cattolico sotto Stefano il Grande fino alla conquista della città da parte dei Turchi (1484). La cura dei fedeli l'avevano dal sec. XVII in poi il vescovo di Nicopoli, in Bulgaria, i visitatori ed i prefetti apostolici.

Il 27 apr. 1883 Leone XIII fondò il vescovato di Iaşi, con Giuseppe Camilli, e quello di Bucarest, con il vescovo Paoli.

Nel 1700, la quasi totalità dei Romeni di Transilvania con a capo il proprio vescovo Atanasio si unì con Roma, conservando il rito orientale. La residenza vescovile si trasferì nel 1721 da Alba Julia a Făgăraş, poi, sotto Innocenzo Micci (Klein), a Blaj (1737), la quale città con le sue scuole doveva essere un focolare di rinascita nazionale per tutti i Romeni. Il 6 giugno 1777 Pio VI creò per gli uniti un nuovo vescovato a Oradea. Pio IX eresse il 26 nov. 1853 altri due vescovati, a Gherla e a Lugoj, e li sottomise, assieme a quello di Oradea, al vescovato di Blaj, elevato nella stessa data ad arcivescovato o metropolia con il titolo di Alba Iulia e Făgăraş.

In seguito al Concordato del 10 maggio 1927 - ratificato nel 1929 - tra la R. e la S. Sede, Pio XI, con la bolla Solenni conventione del 5 giugno 1930, creò il vescovato di Maramureş - con residenza a Baia Mare - sottomesso alla stessa metropolia, mentre il vescovato di Gherla si trasferiva a Cluj, capitale civile della Transilvania. Con la stessa bolla venne organizzata la Chiesa di rito latino, col sottomettere all'arcivescovato di Bucarest le diocesi latine di Alba Julia, Timişoara, Satu-Mare e Iaşi; per gli Armeni uniti veniva nominato un amministratore apostolico residente a Gherla (o a Bucarest) e dipendente direttamente da Roma.

Per ciò che riguarda gli Ordini religiosi, mentre per i Latini se ne hanno molti del loro rito, gli Uniti hanno solo i Basiliani (dal 1747) con i monasteri di Bizad, Moisei (1933), Nicula (1938) e Prislop; le suore di S. Maria di Blaj (1921); un ramo orientale fra gli Assunzionisti (1923) ed i Gesuiti (1927).

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La statistica del 1930 trovava in R.: "ortodossi»: 13.067 .000 ( $72,2 \%$ ); uniti cattolici: 1.350 .000 ( $7,3 \%$ ); latini cattolici: 1.200 .000 ( $6,5 \%$ ); calvinisti: 717.000 $(3,9 \%)$; luterani: 360.000 ( $2,2 \%$ ); israeliti: 984.000 $(5,5 \%)$; musulmani : 234.000 ( $1,6 \%$ ).

All'avvento del regime comunista, gli uniti avevano 5 diocesi, 1834 sacerdoti, 2588 chiese, 9 Ordini e congregazioni religiose, 28 case con 424 religiosi, 34 istituti di educazione con 6152 alunni, 220 associazioni di congregazioni mariane con 24.600 aderenti, 20 periodici con 252.000 copie.

I latini: 5 diocesi, 1086 sacerdoti, 1220 chiese, 22 Ordini e congregazioni religiose, 158 case con 1690 religiosi, 126 scuole e istituti di educazione con 31.696 alunni, 120 associazioni di congregazioni mariane con 6000 aderenti, I quotidiano con 35.000 copie e 23 periodici con 338.000 copie (Esposizione Vaticana 1950, sez. Attività cattolica).

BibL.: I. Georgescu, Roumanie, Etat religieux, Parigi 1938; N. Jorge, Istoria bisericii romdine, 2 voll., Bucarest 1932-42: Statistica cea unui storici della gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 152-68; A. Perugini, Concordata vigentia, Roma 1934, p. 142 sgg.; G. De Vries, Persecuzioni e vicende religiose nella R. d'oggi, in Civ. Catt., 1952, III, pp. 20 sgg., 139 sgg.; Pol. XII, Epistola apostolica all'episcopato, al clero e al popolo della R., AAS, 34 (1952), p. 239 sgg.

Petre Válimărcanu
IV. Condizione giuridica della Chiesa. - Il primo atto ufficiale del nuovo regime comunista contro la Chiesa, preceduto da tutta una campagna di diffamazione sistematica, è stata la denunzia unilaterale del Concordato del 1927 (senza il previo avviso di sei mesi all'altra parte, secondo il disposto dell'art. 23), decisa dal Consiglio dei ministri il 17 luglio 1948 e resa di pubblica ragione il 19 seguente.

Tolto di mezzo lo strumento giuridico che costituiva, per la sua stessa natura, un ostacolo troppo appariscente ai piani persecutori contro la Chiesa, fu facile al governo procedere all'attuazione dei medesimi. Il 4 ag. 1948 il Monitorul Oficial pubblicava il decreto sul "Regime generale dei culti religiosi ", che diede un colpo di incalcolabile gravità alla libertà religiosa in genere, ed in particolare all'organizzazione della Chiesa cattolica nella R. Basti ricordare l'art. 22 che regola l'erezione ed il funzionamento delle diocesi, ridotte da dieci a quattro, gli artt. 40 e 41, che attentano alla universalità della Chiesa in R. ed alla sua dipendenza dal Romano Pontefice, gli artt. 44-45, relativi alla formazione del clero, sottoposto ad un controllo statale talmente esteso da una successiva decisione del Ministero dei culti, emessa in data 13 nov. dello stesso anno, che l'autorità ecclesiastica non ritenne opportuno chiedere il permesso per l'apertura dell'unico seminario teologico previsto dalla legge. Violenta e radicale è stata la lotta contro le scuole cattoliche. Nel 1947 il Ministero dell'educazione nazionale, con il decreto 117 , cominciò a togliere ai vescovi il diritto di nominare i professori in dette scuole, procedendo esso stesso alla nomina di elementi moralmente inadatti e spesso appartenenti ad altro credo religioso. S'impose inoltre l'uso di manuali scolastici, nei quali si riscontrano affermazioni in contrasto con la fede e la morale cattolica, e si rese obbligator