ngelo, la cui costruzione sarebbe iniziata nel 1303. Alla fine del secolo, a questo titolo si sovrappone quello della Compagnia, onde l'ospedale cominciò ad essere chiamato del S.mo Salvatore, titolo che nel 1450 comincia a mutarsi, a sua volta, in quello di S. Giovanni. Nuove costruzioni iniziano dal 1462 , anno in cui fu costruita una "corsia nuova" dedicata al s.mo Salvatore, la quale si aggiungeva alla vecchia, edificata presso la chiesa di S. Andrea. Entrambe erano aggiunte al primitivo locale dell'ospedale di S. Angelo (catasto della Compagnia, 1462). Durante il pontificato di Urbano VIII i vecchi edifici furono demoliti ed eretti gli attuali con sopraelevazione di corsie nel 1686 . Nel 1655 fu compiuto il lato settentrionale (architetto G. A. De Rossi) per il ricovero delle donne, cui venne aggiunta una succursale sovrastante. Pio IX nel 1865 istituiva una sezione di maternità riunendola alla clinica ostetrica e trasferendovi le ricoverate dell'ospedale di S. Rocco. Intorno al 1870 la media dei ricoverati si aggirava sugli 850 , ed aveva, presso a poco, l'aspetto odierno.
VII. OSPEDALE di S. SPIRITO. - Sorge in una localita dedicata a costruzioni ospedaliere fin quasi dalle prime epoche del cristianesimo. Intorno al 498 il papa Simmaco vi aveva costruito un ospedale che, ingrandito dai pontefici seguenti, fu poi abbandonato. Il re dei Sassoni, Ina, abdicato al trono e ritiratosi in R. verso il 729 , vi costituì una Schola per i suoi connazionali, che prese perciò l'appellativo "Saxonum", e con essa un ospedale. La prima
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(per cortesia degli ospedalieri di S. Glazani di lito [Fatebenfratelli], Roma) Roma - Clemente XIII visita l'ospedale di S. Giovanni Calibita, essendo generale dell'ordine il p. Andrea Rucioni, 25 febbr. 1759.
origine di quello moderno risale però ad Innocenzo III il quale edificò, nei primi anni del suo pontificato (ca. 1200), un ospedale ed ospizio di travatelli che intitolò a s. Maria, che prese il cognome di "in Saxia" dalla località ove si trovava. Chiamato a reggere questa istituzione Guido da Montpellier, fondatore dell'Ordine ospedaliero di S. Spirito, il titolo mutò in quest'ultimo. Durante la cattività avignonese essa decadde notevolmente e fu solo per opera di Sisto IV che cominciò a rifiorire, con la costruzione di una grande e sontuosa corsia che fu detta appunto Sistina, recante nel centro una cappella cui collaborò il Palladio. Alessandro VII, perpendicolarmente a questa, ne fece costruire un'altra che prese il nome di Alessandrina. Malgrado questi ampliamenti, l'ospedale era però insufficente e fu merito di Benedetto XIV l'aggiunta di una nuova corsia, fatta costruire su disegno del Fuga, in prosecuzione della Sala Sistina verso il Ponte S. Angelo. Questa nuova corsia prese il nome di "Braccio nuovo" o "Sala Benedettina". Allo stesso Pontefice si dovette l'istituzione, nell'ospedale, di un gabinetto e teatro anatomico, entrambi portati in seguito a grande onore per merito di G. Flaiani. Di fronte all'ospedale, un'altra volta insufficente, Pio VI fece costruire un nuovo fabbricato con due corsie sovrapposte, rispettivamente per malattie chirurgiche e mediche. Istituite le cliniche medica e chirurgica per volere di Pio VII, in S. Spirito fu instaurata la prima con un reparto di diciotto letti e locali per l'insegnamento. La clinica medica vi permase fino a quando venne costruito il Policlinico. La Sala Benedettina fu demolita al principio del 1900 per la sistemazione della zona, mentre l'apertura della Via della Conciliazione determinò l'abbattimento del fabbricato eretto da Pio VI, e una nuova parte costruita sul Lungotevere, dava l'ingresso principale, dopo chiuso quello antico in Borgo S. Spirito. Unito all'ospedale è il Palazzo del Commendatore, fatto costruire da Gregorio XIII, contenente oltre saloni riccamente affrescati, la celebre Biblioteca istituita da G. Maria Lancisi.
VIII. Ospedale di S. Maria della Consolazione. Da tre piccole istituzioni ospedaliere dedicate a s. Maria in Portico, s. Maria delle Grazie, s. Maria della Consolazione, risultò, nel sec. xvı, un unico ospedale che portò quest'ultimo titolo e fu fatto costruire nel 1470 per il miracoloso salvamento di un innocente condannato a morte. Piccolo sul principio, fu ingrandito da Sisto IV, da Cesare Borgia e dalla madre Vannozza. Dopo la fusione, i primi ampliamenti risalgono al 1608 conil prolungamento di una corsia, ad angolo retto, cui Pio IX ne fece aggiungere un'altra. Nello scorso secolo l'ospedale venne ufficialmente riservato ai traumatici e feriti. Fin dall'inizio esso fu sede di una fiorente scuola di chirurgia, onorata da illustri insegnanti. Attualmente esso, in gran parte demolito, ha cessato di funzionare come ospedale.
IX. Ospedale di S. Giacomo. - Ebbe l'attributo "in Augusta" per la vicinanza del mausoleo di Augusto, e, secondo una lapide ancora esistente, sarebbe stato fondato nel 1339 dagli esecutori testamentari del card. Pietro Colonna. Effettivamente, però, la prima notizia è del 1451 in una bolla di Niccolò V, la quale riferisce che esso era affidato alla confraternita di S. Maria del Popolo. Fu riservato agli "incurabili" ad opera di Ettore Vernazza (1515) e fu sontificato dall'opera di s. Gaetano Thiene e di s. Camillo de Lellis. Ampliato in quel momento e poi nel 1580 ebbe definitiva sistemazione da Gregorio XVI. La nuova costruzione, che si estende da Via di Ripetta al Corso, fu opera dell'architetto Pietro Camporesi, mentre gli ambienti terreni furono sistemati da Gaetano Morichini, fratello del cardinale.
X. Ospedale dei Fatebenefratelli. Sorge nell'Isola Tiberina, densa di memorie mediche fin dall'età classica. L'ospedale dell'Ordine fu fondato dal p. Soriano a Piazza di Pietra nel 1581, e nel 1584 passò all'Isola Tiberina in uno stabile già occupato dalla Confraternita dei Bolognesi e riattato a cura dei nuovi possessori. In seguito esso subì modificazioni ed ampliamenti, in special modo nel sec. xvin, con la costruzione di una nuova corsia. Incamerato dal demanio francese nel 1811, fu restituito all'Ordine tre anni dopo. Nel 1858 Francesco Amici lasciò il suo patrimonio affinché fossero aperte due nuove sale, opera affidata all'architetto Azzurri. I lavori del restauro attuale furono iniziati nel 1930, su disegno dell'architetto Bazzani.
XI. Policlinico. - Il primitivo progetto fu ideato nel 1874 da G. Baccelli, ma l'idea cominciò a concretarsi nel 1884, effettuandosi la posa della prima pietra però solo nel 1888. La costruzione poteva dirsi compiuta nel 1902 e comprendeva sette edifici per le cliniche, il Palazzo dell'amministrazione, i fabbricati per i servizi generali, una parte dei reparti delle malattie infettive e dieci padiglioni ospedalieri. Il Policlinico sorse con l'idea della città universitaria ed accolse infatti le cliniche e gli istituti per l'insegnamento della medicina. Il primitivo progetto subì talune modificazioni che l'hanno condotto all'attuale sistemazione.
XII. Manicomio. - Il primo ospizio per i pazzi scese in R. in una casa sita dove oggi è la sagrestia della chiesa di S. Bartolomeo in Piazza Colonna. In detta casa, appartenente ai fratelli Bruno, spagnoli, furono ospitati prima i pellegrini, ad opera dei proprietari e del sacerdote Ferdinando Saiaz, ed in seguito i pazzi. Ciò accadeva intorno al 1548. Nel 1564 fu approvata la Confraternita di S. Maria della Pietà dei poveri pazzi. Detto ospizio, chiamato dei Paszerelli, nel 1726 venne trasportato presso l'ospedale di S. Spirito, sulla Lungara, in un edificio ideato dall'architetto Azzurri, e che si estendeva subito dopo l'arco del Sangallo sulla detta via.
L'edificio fu costruito con capitale proprio di Pio IX e fu sede della prima clinica delle malattie mentali, la quale fu trasferita al Policlinico nel 1920-21. Nel 1909 fu fondato il nuovo manicomio di S. Maria della Pietà a Monte Mario che fu inaugurato nel 1914. La chiusura definitiva dell'ospedale della Lungara fu deliberata dalla amministrazione provinciale nel 1924.
Bibl.: P. Pericoli, L'ospedale di S. Maria della Consolazione di R., ccc. Imola 1879; A. Canezza, Gli arcispedali di R. nella vita cittadina e nella storia dell'arte. Roma 1933; A. Giannelli, Il nuovo ospedale provinciale "S. Maria della Pietà", ivi 1937; A. Pazzini, I santi nella storia della medicina, ivi 1937; id., R. nei suoi ricordi medici, ivi 1949; P. De Angelis, L'insegnamento della medicina negli ospedali di R., ivi 1948.
Adalberto Pazzini
XIII. Ospedale del Bambino Gesù. - Accoglie bambini infermi di malattie di cui la guarigione è ritenuta possibile, dalla nascita fino a 12 anni.
La sua origine è quanto mai gentile e commovente: il 25 febbr. 1869 in occasione del compleanno della du-
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chessa Arabella Salviati, i suoi bambini vollero comprare un lettino e un po' di biancheria per qualche bambino malato. La proposta fu subito accettata dal duca e il 19 marzo 1869 furono ricoverati quattro piccoli infermi in una modesta camera attigua all'orfanotrofio di Via delle Zoccalette. Ben presto il numero degli infermi cominciò ad aumentare, per cui fu necessario abbandonare l'antico fabbricato e mercé l'aiuto del Comune di R. e dal Consiglio provinciale fu concesso gran parte dell'antico convento di S. Onofrio al Gianicolo, che a mano a mano fu trasformato in un vero e proprio ospedale. Dal 1922, con bolla di Pio XI, esso è divenuto possesso della S. Sede.
Attualmente l'ospedale è sotto la vigilanza del cardinale vicario, retto da un consiglio di amministrazione, nominato dalla S. Sede.
In complesso può ospitare ca. 540 bambini. Possiede una magnifica colonia a mare in S. Marinella e ca. 70 km . da R., donata a suo tempo dalla regina Elena, capace di accogliere 150 malati, provenienti tutti dall'ospedale. In essa si accolgono in gran parte i bambini affetti da lesioni ossce d'origine tubercolare, che molto si giovano del soggiorno al mare. Tommaso Teodonio
## VIII. Vicariato.
E la Curia particolare per la diocesi di R.
Durante la sua assenza da R., o quando speciali circostanze lo esigevano, il Romano Pontefice affidava la cura spirituale della città di R. ad uno speciale incaricato, di solito un vescovo; altre volte, come sul principio del sec. xvi, affidava particolari incombenze ad un prelato di sua fiducia o ad una speciale commissione. Un poco alla volta questi provvedimenti occasionali) acquistarono maggiore stabilità e determinatezza d'incombenze, anche a motivo della cresciuta popolazione e della necessità di costante riforma nel clero e nel popolo, tanto che il 18 nov. 1558 Paolo IV stabili che il vicariato di R. fosse sempre affidato ad un cardinale. Questi ancor oggi assume l'ufficio di vicario generale per la diocesi con giurisdizione ordinaria che non cessa con la morte del Pontefice e che fu poi anche meglio determinata con particolari costituzioni pontificie, fino alla Eroi uas del b. Pio X del $1^{\circ}$ genn. 1912. In forza di questa oggi il vicariato risulta composto di quattro uffici : 1. Culto divino e visita apostolica: per la sorveglianza sulle chiese, cappelle, oratori, e tutto ciò che è adibito al culto divino : sacre funzioni, reliquie, immagini, adempimento dei legati pii, costruzioni, restauri, ornamenti, ecc. per il decoro dei sacri templi.
All'ufficio primo sono annesse ancora: la Commissione per il culto divino, con un segretario; la Commissione catechistica, con un presidente (vicegerente), un vicepresidente, un segretario e quattordici consulteri; la Commissione per l'archeologia sacra, istituita da Pio IX il 6 genn. 1862 e riordinata con motu proprio e regolamento di Pio XI l'11 dic. 1923, con un presidente, che è lo stesso cardinal vicario, un vicepresidente, un segretario, un ispettore (v. COMMISSIONI PONTIFICIE).
Annesse all'ufficio primo sono anche le Commissioni per l'arte sacra e per la musica sacra, ciascuna con proprio segretario.
2. Disciplina del clero e del popolo cristiano: per la vigilanza sul clero, sugli istituti religiosi femminili, collegi, orfanotrofi, pii sodalizi, sulle scuole e le opere sociali.
Di detto ufficio fanno anche parte :
a) gli esaminatori apostolicj del clero; b) il delegato per gli ospedali, le cliniche e gli istituti di beneficenza;
c) Il segretariato per i monasteri e gli istituti religiosi femminili. L'ufficio primo e secondo è presieduto da un segretario.
3. L'ufficio terzo, presieduto dall'officiale, è composto di due sezioni : una per gli affari amministrativi, la cui competenza abbraccia tutto ciò che riguarda i battesimi, le cresime e la valida e lecita celebrazione dei matrimoni, l'altra per gli affari giudiziari.
La sezione atti giudiziali è, in pratica, il Tribunale ecclesiastico della diocesi di R.
In seguito al motu proprio Qua cura dell'8 dic. 1938 ed alla susseguente istruzione della S. Congreg. dei

(1st. Anderson)
Roma - Portale del Palazzo del Vicariato, già Marescotti, eretto da Giacomo Della Porta (fine sec. xv1).
Sacramenti, del 6 ag. 1940, il Tribunale del vicariato divenne tribunale di prima istanza per le cause di nullità di matrimonio di tutta la regione ecclesiastica laziale, e di seconda istanza per le medesime cause delle regioni ecclesiastiche campana e sarda.
L'ufficio terzo si compone dell'officiale, di quattro viceofficiali, tre promotori di giustizia e difensori del vincolo, un cancelliere, tre vicecancellieri, due notari, un sostituto per gli atti amministrativi ed altri impiegati minori. Da esso dipendono i giudici prosinodali.
4. Il quarto ufficio ha la responsabilità dell'amministrazione economica ed è presieduto dall'economo.
Dopo il riordinamento del b. Pio X continuò a sussistere l'ufficio del vicegerente che s'era venuto costituendo al vescovo suffraganeo, come comunemente al chiamava, che veniva deputato occasionalmente quale temporaneo coadiutore del cardinal vicario. Anch'egli acquistò una stabilità e continuità sempre meglio definita soprattutto nelle funzioni sacre per le quali è richiesto il carattere vescovile. Clemente XII con la cost. Apostolatus officium del 4 ott. 1732 affidò al vicegerente tutte le facoltà del cardinal vicario, quando questi venisse a mancare durante la sede vacante o fosse rinchiuso in conclave. Ora egli forma un solo tribunale con quello del vicario ed attende al regime della diocesi romana secondo le particolari incombenze che gli vengono affidate. Egli è insignito della dignità arcivescovile e del titolo di abate di S. Lorenzo fuori le mura.
Le tre basiliche patriarcali del Laterano, del Vaticano e dell'Esquilino, che sono governate dai rispettivi arcipreti cardinali, non sono sottratte, quanto alla disciplina del loro clero, alla sorveglianza del cardinal vicario. Così la giurisdizione che i cardinali titolari avevano sulle chiese ed il clero del loro titolo, ora è di fatto molto ridotta anche perché quelle chiese o sono parrocchiali o sono ufficiate da un clero molto ridotto.
La Città del Vaticano, pur facendo parte della diocesi di R., ha una propria amministrazione religiosa, alla quale provvede come vicario generale di S. Santità il sacriata pro tempore dei SS. Palazzi Apostolici, che è sempre un vescovo.
Per l'opera della Preservazione della fede e provvista di nuove Chiese in R., v. voce relativa.
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(per cortesia del Parnaco)
Roma - Affresco della Madonna del Divino Amore. - Scuola romana del sec. xiv. La parte alta con il simbolo dello Spirito Santo è posteriore.
Biel.: esiste un proprio Archivio del vicariato ora unito con l'Archivio Vaticano. R. Honorante, Praxis Secretariae tribonalis Orbis virarii, Roma 1762: H. Ponzetti, Elenchus chronicus Vicariorem Orbis, ivi 1797; C. Eubel, Series Vicariorum Orbis a. 1200-1338, in Röm. Quartalschr., 8 (1894), p. 493 sgg .; G. Sebastianelli, Prunfectiones curis canonic, Roma 1896; F. Werne, Ins Decretalium, t. II, Prato 1913, n. 681, p. 457 sgg.; P. Paschini, Le origini del Seminario Romano, Roma 1933; G. Pelliccia, Lu preparazione ed amministrazione dei chierici ai Santi Ordini nella R. del sec. XVI, ivi 1946; Roma nobilis a cura di I. Cecchetti. ivi 1952.
Virgilio Caselli
## IX. Santuario del Divino Amore.
Il santuario della Madonna del Divino Amore sorge sul sito del Castello medievale detto Castel di Leva (corruzione di Castrum Leonis), al XII km . della Via Ardeatina.
Il castello venne costruito dai Savelli ca. il 1285 su un fondo acquistato dalla chiesa di S. Sabina; nel 1400 cambiò più volte proprietario e la fortezza cadde in rovina. Nella seconda metà del 1500 il fondo circostante le rovine del Castello apparteneva a mons. Cosimo Giustini, che, morendo, lo lasciò in proprietà del Conservatorio di S. Caterina della Rosa ai Funari e alla Casa degli Orfani. Con istrumento notarile del 1633 tutto il fondo rimase di proprietà del detto Conservatorio. Dell'antico Castello erano rimasti pochi ruderi della torre, su una di queste appunto era stato dipinto da un ignoto pittore di scuola romana del sec. xiv una Madonna assisa col Bambino e due angeli. Non si tratta di un'opera di particolare pregio artistico, se si ecceltua il volto della Madonna molto espressivo. L'affresco rimase esposto alle intemperie sulla torre, venerato soltanto dai pochi pastori della zona malarica circostante fino al 1740 , quando avvenne il fatto, che segnò la svolta fondamentale nella storia del Divino Amore. Un pellegrino, di cui non si conosce il nome, diretto a R., smarrì la strada proprio presso Castel di Leva; assalito da un branco di cani da pastore inferociti, invocò l'aiuto della Madonna, di cui scorgeva l'immagine sulla diruta torre. Immediatamente i cani, rabboniti, lo lasciarono e il pellegrino rimase incolume. Il fatto fece profonda impressione e fu l'inizio di una grande devozione degli abitanti di R. e del Lazio verso
questa immagine della Madonna, devozione che è andata sempre aumentando fino ai nostri giorni. Nel 1745, staccata dal muro della torre, venne portata nella chiesetta costruita vicino, sulla sommità della collinetta, e consacrata dal card. Rezzonico, poi Clemente XIII. L'immagine venne incoronata il 13 maggio 1883 e di nuovo, essendo state asportate le corone, il 13 maggio 1933. Il 30 dic. 1930 i pochi edifici sorti sul luogo del Castel di Leva e il piccolo territorio circostante divennero proprietà del Vicariato di R., che vi inviò un sacerdote con incarico fisso di Rettore del Santuario, più tardi (8 dic. 1932) eretto a parrocchia della diocesi di R.
Singolare devozione verso il santuario romano della Madonna del Divino Amore nutre il santo padre Pio XII, il quale volle che a lei ricorresse il popolo romano nella primavera del 1944, quando la guerra si avvicinava alla Città eterna. Per l'ottenuta incolumità si promise allora la costruzione di un nuovo Santuario in luogo di quello settecentesco, ormai cadente e inadeguato alle esigenze del movimento dei pellegrini. Il progetto è stato definito nei suoi particolari e se ne attende ormai la imminente esecuzione. Pio XII ne ha benedetta la prima pietra, posta poi in loco dal card. vicario C. Micara.
La Madonna del Divino Amore prende il suo nome dallo Spirito Santo, l'amore sussistente del Padre e del Figlio, che ha fatto di Maria S.ma il capolavoro della Creazione. La festa titolare coincide con il giorno di Pentecoste; il periodo ufficiale dei pellegrinaggi va dal lunedì di Pasqua alla fine di ort.
Presso il Santuario è sorto un istituto religioso femminile : le Figlie della Madonna del Divino Amore; è stato aperto un orfanotrofio femminile, un pre-seminario per le vocazioni povere e altre opere di assistenza sociale e caritativa.
Bial.: U. Terenzi, La Madonna del Divino Amore, conni storici, Marmo Laziale 1939 (è in preparazione una nuova edizione riveduta).
Pierluigi Pietra
Folklore. - Il giorno seguente alla Pentecoste ha luogo un pellegrinaggio alla Madonna del Divino Amore. Vi partecipano in prevalenza i fedeli dei ceti popolari e specialmente le donne. Nel secolo scorso il pellegrinaggio aveva un accentuato carattere folkloristico. Le comitive partivano da R. all'alba, da consueti luoghi di adunata, come Piazza Margana, Piazza Montanara o S. Maria in Trastevere. La gita si compiva in veicoli di ogni specie, anche su cocchi tirati fino da sei pariglie di cavalli. Giunte sul luogo, dopo aver ascoltato la S. Messa e assistito alle scene di devozione dei fedeli che avevano ottenuto dalla Madonna la grazia invocata, le "Madonnare" si spargavano per i prati circostanti a far colazione, tutte festosamente adorne di rose fresche o anche di tremolanti (Sori o rose artificiali, il cui gambo, di sottile filo d'acciaio tremolava al più piccolo moto). Le comitive rimontavano poi in vettura e si recavano al Albano, a fare la "parata" lungo il corso di quella cittadina laziale. Di li ritornavano a R., non senza qualche sosta alle osterie lungo la Via Appia fino a Porta S. Giovanni dove si beveva il bicchiere della staffa. Tutta R. in festa moveva incontro alle "Madonnare". La festa, che aveva uno spiccato carattere primaverile e gaio, si scioglieva fra canti, stornelli, grida. Ora essa ha acquistato un carattere più strettamente religioso, pur non essendo mai diminuita la fervente partecipazione del popolo: anzi, in questi ultimi anni, per le particolari grazie che il popolo romano riconosce alla Madonna del Divino Amore come salvatrice della città dai pericoli della guerra, il culto popolare di questa Madonna si è rapidamente accresciuto con varie forme di devozione (omaggi di cori e fiori davanti alla sue immagini, ex-voti lapidi ecc.). Sulla festa del Divino Amore fu pubblicato nel 1924 un poemetto in ottave, di tono popolareggiante, dovuto a un tal Luigi di Francesco, vergaro di casa Rospigliosi. La festa ha anche ispirato un grazioso poemetto in sestine romanesche di Giggi Zanazzo. - Vedi tavv. LX-LXXIV.
Bibb.: G. Zanazzo, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di R., Torino 1908, pp. 230-31; Ceccarius, Un vergaro poeta del Divino Amore, in La Tribuna, 23 maggio 1929; id., La festa del Divino Amore, ibid., 7 giugno 1930.
Paolo Toschi
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(progr. Enc. Catt.)
Romagna - 1) Confine di regione; 2) confini di provincia; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) ferrovie; 5) strade; 6) oratori; 7) codie; 8) pievi.
ROMAGNA. - I. Geografia. - Regione storica dell'Italia settentrionale, corrispondente al settore di SE. del compartimento emiliano, detto più spesso, appunto, Emilia-R.
Ma i limiti della R. hanno oscillato d'assai nelle diverse epoche, passando da un'accezione più ristretta, aderente al territorio cui si applicò in origine quel nome, vale a dire ai possessi dell'Impero d'Oriente (Romania o Romandiola) quando il resto d'Italia era sotto il dominio longobardo, ad una più larga, coincidente all'ingrosso con le quattro odierne province di Ravenna, Forli, Bologna e Ferrara. Oggi si considera propriamente R. il paese compreso fra il Reno, il Sillaro, l'Appennino e la dorsale del M. Carpegna, pertinente per la massima parte all'Emilia (provincia di Ravenna e Forli, con l'estremità orientale di quella di Bologna ed un piccolo lembo del ferrarese), e poi resto alla Toscana ed alle Marche; la piccola Repubblica di S. Marino vi rimane tutta compresa. Si tratta di ca. 6350 kmq . di superficie con 1 milione di ab., suddivisi in un settore montano (ex-circondario di Rocca S. Casciano) ed in uno collinare (territorio di Forli e di Imola), che la Via Emilia separa dalla vera e propria pianura declinante all'Adriatico ( 100 kmq . di costa).
La R. è paese agricolo, con notevole produzione di cereali (frumento) e di barbabietola da zucchero; anche gli alberi da frutta vi hanno importanza. Mancano risorse minerarie ( $v^{\prime}$ è solo un po' di zolfo), e il litorale, come nel resto del compartimento, si presta male alla costruzione di porti (unico quello di Ravenna, anch'esso, come gli altri emiliani, porto-canale). Le industrie si limitano in sostanza alle alimentari (soprattutto zuccherifici); ve ne sono tuttavia di tradizionali (malioliche faentine) e di moderne (meccaniche a Rimini). Di larga fama le numerose stazioni balneari a S. del Savio, Cervia, Cesenatico, Riccione, Cattolica, e soprattutto Rimini, la cui clientela è da tempo internazionale. La densità della popolazione romagnola supera la media italiana ( 153 e 164 ab. a kmq. rispettivamente nelle due province di Ravenna e Forli).
Bibl.: E. Rossetti, La R., Milano 1894; F. Vöchting, Die R., Karlsruhe 1927; L. Gambi, Una carta della distribuzione della popolazione in R., in L'universo, 6 (1947), pp. 781-91; id., L'incediamento umano nella regione della bonifica romagnola, Roma 1949.
Giuseppc Caraci
II. Storia. - Questa regione comprende le città della Flaminia ed una parte di quelle dell'Emilia ed assunse questa particolare denominazione dopo
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(1st. Enif)
l'invasione longobarda, quando, divenuta Ravenna capitale dell'Esarcato, di fronte alla Longobardia si ebbe la Romania, donde poi Romandiola e R. Subi le sorti dell'Esarcato stesso sino a quando il re Astolfo occupò Ravenna (751), e formò poi oggetto delle trattative dei papi Stefano III, Adriano I e Leone III con Pipino e Carlomagno re dei Franchi. L'evangelizzazione del paese si riconnette con quella di Ravenna; ma non è detto che tutte le sedi vescovili siano sorte per opera di Ravenna perché, come essa, possono avere avuto diretta origine da Roma; almeno per alcune l'origine è certamente anteriore al sec. Iv. Esse erano, nella Flaminia, Rimini, Ficocle (Cervia), Cesena, Forlimpopoli e Ravenna; nell'Emilia, Forli, Faenza, Imola, Claterna (?), Bologna, Voghenza (poi trasferita a Ferrara). Al principio del sec. viII compare Comacchio e nel sec. IX Montefeltro.
Già durante il dominio carolingio e più ancora durante quello dei re italici si afferma sulla R. la supremazia politica dell'arcivescovo di Ravenna (v.) e non tardarono a profittarne con le loro ingerenze i membri dell'aristocrazia romana della casa di Teofilatto. Con i sovrani di casa sassone succedette il dominio germanico, di cui l'arcivescovo Guiberto, poi antipapa, fu uno dei più risoluti rappresentanti.
Il movimento comunale spense quasi la contesa tra Papato e Impero per i diritti alla signoria su quelle contrade. Un esagerato principio di libertà condusse la R. alle fazioni, ed infine alla disgregazione in piccoli principati. I signorotti, spesso con il titolo di vicari pontifici, furono di fatto i veri padroni della regione: i da Polenta a Ravenna, i Malatesta a Rimini, gli Ordelaffi e poi i Riario a Forli, i Manfredi a Faenza, gli Alidosi ad Imola, i Montefeltro, i Pepoli e successivamente i Bentivoglio a Bologna; primi fra tutti gli Estensi a Ferrara (cf. Dante, Inf., XXVII, 28 sgg.).
La sovranità papale sulle R., riconosciuta esplicitamente e definitivamente nel 1278 da Rodolfo I d'Asburgo al papa Niccolò III, durò soltanto sino alla cattività avignonese del papato, quando i tiranni romagnoli rialzarono la testa. Il card. Bertrando del Poggetto, inviato da Giovanni XXII a ricostituire l'autorità pontificia, fu in un primo tempo generalmente riconosciuto, ma poi, sconfitto dagli Estensi (1333) e sollevatasi Bologna, perdette quanto aveva prima riacquistato. Più tardi Innocenzo VI mandò in Italia, nuovo legato, il card. Egidio Alvarez Albornoz (1353), che riprese con tenacia la lotta contro i signorotti romagnoli, li vinse e trasformò in servitori della Chiesa, confermò e richiamò in vita le libertà comunali; restaurò il dominio temporale, che riordinò con le famose Constitutiones Aegidionae
(Fano 1357), rimaste in vigore fino al principio del sec. xix. Morto l'Albornoz a Viterbo ( 1367 ), le rivolte si ripeterono, anche se in forma diversa, e la R. fu insanguinata da straniere compagnie di ventura; ebbe tuttavia il vanto di dare con Alberico da Borbiano, con Attendolo Sforza e il figlio Francesco i primi condottieri vittoriosi alle armi italiane. Il card. Anglico de Grimaud, fratello di Urbano V, compilò la Descriptio Romandiolae facta a. 1371, che è una statistica completa della regione.
Con Alessandro VI, Cesare Borgia occupò Imola e Forli, invano difese da Caterina Sforza. Nominato gonfalonicre della giustizia (marzo 1500) e poi duca di R. (maggio 1501), raccolse e organizzò un esercito con valenti capitani e si impossessò successivamente di Cesena, Pesaro, Rimini e Faenza, il cui signore, il giovinetto Astorre Manfredi, fu da lui fatto barbaramente uccidere in Castel S. Angelo, mentre Caterina Sforza, signora di Forli, fu salva solo per l'intervento di Luigi XII. Cesare, alleatosi con la Francia, ed aiutato da Alfonso I d'Este, stava per accingersi a nuove conquiste, quando l'improvvisa morte di Alessandro VI (18 ag. 1503) troncò i suoi ambiziosi disegni.
I Veneziani, sempre vigili da Ravenna (dove si crano insediati nel 1441), occuparono Rimini e Faenza ed altre terre. Il is marzo 1505 per un accordo con Giulio II, essi pur conservando Ravenna, Cervia, Faenza e Rimini con il loro territorio, restituirono alla Chiesa le altre terre da lei tenute. Da Bologna, tornata, fuggiti i Bentivoglio (1506), alla Chiesa, Giulio II si unì alla Lega di Cambrai stretta da Luigi XII di Francia e Massimiliano I d'Austria (10 ag. 1508), e recuperò Ravenna, Cervia e Rimini. Quando il Pontefice preparò la Lega santa ( 15 ott. 1511) contro i Francesi, Bologna, Ferrara e l'esule Pandolfo Malatesta si schierarono per la Francia. La R. fu percorsa dall'esercito spagnolo e dalle forze francesi, il cui comandante, Gastone di Foix, si trincerò sulle rive del Ronco. Qui l'i i apr. 1512 fu combattuta la famosa battaglia di Ravenna ed i Francesi, rimasti padroni del campo, spietatamente saccheggiarono la città. Col declinare della fortuna francese in Italia, Clemente VII si riavvicinò a Carlo V (Patto di Barcellona 1529), che si impegnò a scacciare da Ravenna i Veneciani, contrariavi nel 1527. Venezia, rappacificatasi con Roma, restituì definitivamente alla Chiesa Ravenna con Cervia nel 1529. Con'il recupero di Ferrara nel 1598 alla morte di Alfonso II, ultimo crede legittimo degli Estensi, la R. intera è sotto l'obbedienza del Papato entro i più larghi confini ad essa assegnati da Dante, (Purg., XIV, 92) tra * il Po, il monte, la marina e il Reno». Comincia per essa un nuovo periodo storico ( $1598-1797$ ), in cui le fazioni non sono del tutto spente e sotto i vecchi nomi di guelfi e ghibellini sfogano i loro secolari rancori.
Nel febbr. 1797 le truppe rivoluzionarie si irradiano nelle R., accolte con i primi albori della libertà. Nella Pace di Tolentino (19 febbr. 1797), Pio VI rinunciò al versante appennino-adriatico dei suoi Stati, che entrarono nella nuova Repubblica cispadana, la cui capitale fu Bologna. Con la Cispadana le R. passarono alla Repubblica cisaipina, poi alla Repubblica italiana ed infine al Regno d'Italia. La R. fu divisa dai Francesi nei tre dipartimenti del Reno (capit. Bologna), del Basso Po (capit. Ferrara) e del Rubicone (capit. Forli), che, sotto il Regno italico, furono trasformati in preferture. Le truppe austriache, che avevano occupate le R. nei primi anni della seconda coalizione, vi fecero il loro ritorno con il generale Nugent (1813-14). Nel febbr. 1814 vi comparvero, alleati all'Austria, i soldati napoletani di Gioscchino Murat, a cui subentrarono di nuovo gli austriaci quando il Murat si schierò contro gli alleati di prima, e con il proclama di Rimini ( 30 marzo 1815) proclamò l'indipendenza e l'unità d'Italia.
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Il Congresso di Vienna restaurò il potere pontificio anche nelle R., non senza la resistenza dell'Austria. Pio VII vi ricostituì le tre antiche legazioni di Ravenna, Bologna e Ferrara, suddivise nelle due delegazioni di Bologna e Ferrara e nelle due legazioni di Ravenna e Forlì.
La Rivoluzione di Napoli (1820) e quella del Piemonte (1821) non ebbero che una fievole eco in R. Una più forte ripercussione vi trovò invece quella di Parigi del luglio 1830 . Durante le sede vacante, da Bologna, Forlì e dalle altre città fino ad Ancona furono deposte le autorità pontificie; a Bologna fu proclamato decaduto il potere temporale e istituito il governo provvisorio delle "Provincic unite italiane ". In aiuto del nuovo papa Gregorio XVI si mosse l'Austria; presso Rimini (25 marzo 1831) le milizie del gen. Carlo Zucchi furono disperse. Gli Austriaci, con il pretesto di nuovi tumulti liberali, rientrarono nelle legazioni (1832) ove rimasero fino al 1838 , mentre i Francesi, col pretesto di squilibrio, occuparono Ancona. Ritiratesi le truppe asburgiche, ripresero le agitazioni nelle R. sempre irrequiete (moti del 1843 e del 1845). La insurrezione riminese offri a Massimo d'Azeglio l'occasione per l'opuscolo su Gli ultimi casi di $R$. (genn. 1846).
La politica liberale di Pio IX fu salutata in R. con entusiasmo. Proclamata il 9 febbr. 1849 la Repubblica romana, esso trovò seguito in R., ma, verso la fine dello stesso mese, tornarono gli Austriaci, i quali, sebbene il Cavour al Congresso di Parigi (1856) avesse proposto la abolizione dell'occupazione militare negli Stati pontifici, lasciarono le R. solo dopo la battaglia di Magenta (i giugno 1859). Vi cessò allora definitivamente il dominio papale; un governo provvisorio proclamò la dittatura di Vittorio Emanuele II. Fu subito inviato commissario regio Massimo d'Azeglio, che prese residenza a Bologna, sostituito in seguito all'armistizio di Villafranca con il col. Leonetto Cipriani, il quale assunse il titolo di governatore generale delle R., fino a quando queste si unirono con gli ex ducati di Modena e Parma sotto L. C. Farini, nominato "dittatore della Emilia ". Con il plebiscito dell'11-12 marzo 1860 l'Emilia, insieme con la Toscana, decretò la propria annessione al Regno di Vittorio Emanuele II. La R., congiuntasi così al Regno d'Italia, ne condivide da allora la storia.
BibL.: card. Anglico. Descriptio provinciae Romandialae, in M. Fantuzzi, Mon. Ravennati, I, Venezia 1802, pp. 1-108; G. Leti, Roma e lo Stato Pontificio dal 1829 al 1870, 2 voll., Ascoli Piceno 1811; A. Vesi, Stor. di R. dal principio dell'éra vulgare fino ai nostri giorni, 3 voll., B. Angna 1843-48; id., Storia d. Ile rivolez. di R., Imola 1842; L. C. Farini, Lo Stato romano dal 1815 al 1830 , Firenze 1823; A. Gennarelli, Il governo pont. nelle Romagne, occ., ivi 1860; Codex diplom. dominii tempor. S. Rom. Scdis. II, a cura di A. Theiner, Roma 1862: Atti e Mem. della Deputaz. di stor. patr. per le prov. di R., Bologna 1862-1948; A. Zanolini, La rivoluz. nella Stato romano nel 1831, ivi 1878; P. D. Pasolini, I tiranni di R. e i papi nel medio evo, Imola 1888; E. Rossetti, La R., Milano 1894; S. Bernicola, Governo di Ravenna e R. dalla fine del sec. XII alla fine del sec. XIX, Ravenna 1898; A. Comandini, Caspirazioni di R., ecc., Bologna 1899; G. Leti, La R. al principio del sec. XVIII a cura di A. Forli e S. Bernicoli, Ravenna 1899; G. Gasperoni, Storia e vita romagnola nel sec. XVI, Iesi 1906; R. De Cesare, Roma e lo Stato del papa dal ritorno di Pio IX al XX sett., I (1850-60), II (1860-70), Roma 1907; L. C. Farini, Epistolario, per cura di L. Rava, 4 voll., Bologna 1911-33; P. D. Pasolini, La battaglia di Ravenna, Imola 1912 Lanzoni, pp. 421-73; L. Rava, Dopo Villafranca, Il proposto "Vivariato di R." del 1860 e L. C. Furini, Bologna 1932; D. Lanciotti, Il governo delle prov. unite ital. (3 febbr.-26 marzo 1831), Roma 1941; G. Francheschini, Violante Montefeltro Mulatesi, in Studi romagnoli, I (1930), pp. 133-90; P. Zanca, La Repubblica romana in R., in Rass. stor. Risorgim., 37 (1930), pp. 332-38. Angelo Ferrari
III. Regione conciliare. - Ha il titolo di Regione Flaminia (Regio Flaminia). Si presenta a guisa di un triangolo rettangolo, il cui lato più lungo è formato dall'Appennino ed i minori rispettivamente dal Mare Adriatico e dal Po; abbraccia parte dell'Emilia.
Ecclesiasticamente comprende tre arcidiocesi : Ferrara, Bologna e Ravenna; nove diocesi : Bertinoro, Cervia, Cesena, Comacchio, Forli, Faenza, Imola, Rimini e

(Int. Emit)
Romagna - Pieve di S. Maria (sec. xv) - Bagno di Romagna.
Sarsina. Bologna e Ravenna sono anche sedi metropolitane, con suffraganee Bertinoro, Cervia, Cesena, Comacchio, Forli, Rimini e Sarsina per Ravenna; Faenza e Imola per Bologna. Ferrara è immediatamente soggetta.
Bologna è sede del tribunale (Tribunale della Via Flaminia) di prima istanza nelle cause di nullità matrimoniale, con appello a Venezia. Detto tribunale esercita la sua giurisdizione anche su quella parte del territorio della Repubblica di S. Marino che appartiene alla diocesi di Rimini. A Bologna v'è inoltre la sede del Pontificio seminario regionale romagnolo, fondato da Benedetto XV; ma non tutte le diocesi inviano i loro alunni a Bologna. Civilmente la Regione conciliare romagnola comprende quattro province: Ferrara, Bologna, Ravenna e Forli. L'ultimo Concilio plenario della regione fu celebrato il 27 sett. 1932.
BibL.: Concilium plenarium Aemilianae et Flaminiae Regioni, Parma 1933: Ann. delle diocesi d'Italia, Torino-Roma 1931, p. 843 sgg . $\quad$ Benedetto De Sanctis
IV. ARTE - Strettamente connessa alla evoluzione delle forme artistiche in Emilia (v.) è l'arte della R. Essa tuttavia ha anche diretti e immediati rapporti con quella dell'arte fiorita in Umbria, nelle Marche, nella Toscana e della bassa valle del Po.
L'architettura preromanica del territorio dell'antico esarcato ravennate, derivante dai temi bizantini e tardo romani apparsi a Ravenna nei secc. v e vi e collegato agli sviluppi delle forme architettoniche della valle padana, come anche i caratteri della scuola pittorica romagnola, o riminese che dir si voglia, del xiv sec. lo testimoniano ampiamente per il medioevo.
E così avvenne pure durante il Rinascimento quando Leon Batt. Alberti ed Agostino di Duccio fiorentini, Piero della Francesca aretino e Matteo de' Parti veronese contribuirono a creare a Rimini quel tempio Malatestiano che è una delle opere più insigni ed armoniche del sec. xv. In diretto e costante rapporto con l'arte fiorente a Bologna
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è l'arte della R. durante l'età barocca, mentre sul finire del sec. xvili e nel corso del xix soprattutto per opera di Felice Giani, pittore dell'età neoclassica, faentino di elezione se non di nascita, e di Tommaso Minardi, riconosciuto capo del "purismo" in Italia, la R. testimoniava una notevole indipendenza dall'ambiente artistico bolognese.
Endito Lavoratino
V. Folklore. - Il carattere singolare del folklore in R. è dato dall'incontro di due diverse tradizioni: padana e italica. Questo dimorfismo è stato rilevato per la casa rurale, le cui forme principali sono (raggruppabili in due tipi, emiliano e italico; e anche in altri campi: per es., riguardo ai trasporti agresti, il carro a quattro ruote, decorato a fiori, simile a quello piemontese, che predomina a occidente del Savio, e il carro a due ruote con le fiancate dipinte, in uso nella zona riminese-cesenate. Con la stessa decorazione a motivi floreali sono dipinte le castellate, speciali botti oblunghe che servono per il trasporto dei mosti. Altre espressioni caratteristiche dell'arte

Romagna - Cucina rustica romagnola.
grandine e i temporali. Il primo giorno dell'anno sono attenti a notare la persona che incontrano per prima, desumendone, secondo che sia un benestante o un povero, un giovane o un vecchio, preludio fausto o funesto. Si crede che la notte dell'Epifania gli animali parlino. I giovani vanno di casa in casa a cantare la pasquella, per ricevere doni. L'ultima sera di carnevale si mangia la gallina più vecchia del pollaio, altrimenti tutte le altre morizanno. La festa della Mezzaquaresima (Segavecchia) si svolge con maggior sfarzo a Forlimpopoli e a Cotignola: un grande fantoccio, adornato di collane di frutta secche, viene segato, tra gridi festosi, e cadono le frutta, accanitamente contese dai ragazzi. Dell'antico dramma sacro sono rimaste anche in R. varie tracce nei riti della Settimana Santa: la più importante è la festa del Signor morto a Modigliana. Particolari virtù curative si attribuiscono alla guazza della notte di s. Giovanni, segnatamente per i rognosi che, all'alba, si rivoltano nudi sull'erba. Questo giorno è anche propizio per i presagi.
popolare sono le ceramiche rustiche: piatti, vasi, orci, e in particolare la mezzina o mezzetta, recipiente dai larghi fianchi vivacemente dipinti a fiorami e con scritte scherzose d'invito a bere, e il gotto, che è il bicchiere tradizionale. Ma l'arte rustica raggiunge il massimo di originalità nella industria delle tele stampate a ruggine, dai vari motivi decorativi, secondo che siano coperte da tavola, da letto, o destinate alle groppe dei buoi. Sui tappeti e ruggine, come sulle fiancate dei plaustri, vengono spesso riprodotte le immagini di s. Giorgio e s. Antonio abate, che sono tra i santi più venerati. Notevole è pure la devozione per la Madonna del Fuoco di Forli, la cui festa ( 4 febbr.) è avvivata da grandi fuochi, e per la Madonna del Monte di Cesena, nel cui santuario si conservano antichi e bellissimi ex-voto dipinti.
Delle credenze e costumanze che segnano i cicli dell'uomo e dell'anno si riferiscono le più comuni. Alla donna incinta si vieta di scagliare sassi ad una noce e di attraversare briglie o cavezze d'animali. Fortunatissimo si ritiene chi nasce con la "camicia ". Quando due fidanzati tengono un bambino a Baitesimo, non possono sposarsi prima di un anno e tre giorni, perché credono che con quella funzione siano diventati parenti. La figura del braccio o intermediario di matrimonio è assai diffusa; tra le cerimonie di fidanzamento va segnalato il toccamano, che ripete l'antica dextrarum coniunctio. Stando gli sposi inginocchiati sullo sgabello in chiesa, terminato il rito, la sposa non si alza finché la madre, o in sua assenza una persona incaricata (filippa), non l'abbia tirata per la veste. Passati 8 giorni di convivenza matrimoniale, la sposa ritorna alla casa paterna, ove dimora per altri otto giorni (rivoltaglio o ritornello). Sono preavvisi di morte l'addormentarsi nel giorno di Pasqua e il cadere in chiesa.
Caratterizzano il ciclo dell'anno alcune usanze e feste, di origine e significato agreste, che la R., regione eminentemente agricola, ha conservato e spesso ravvivato. Nella vigilia di Natale i contadini incendiano un grosso ceppo (chi brucia il più grosso, ammazzerà il più grosso maiale), che deve ardere tutta la notte, e talvolta sino all'Epifania; la mattina di Natale spargono nel vigneto i carboncelli spenti, sementa di grazie, e conservano gli avanzi del tronco bruciato, per scongiurare la
L' 11 nov. (s. Martino) è la festa della svinatura.
I canti popolari per la maggior parte non sono di origine romagnola: vi hanno però assunto un certo carattere locale, rilevabile nei vari nomi che prendono secondo gli argomenti e le occasioni e un particolare colore dialettale che costituisce la lingua poetica propria dei canterini romagnoli. La poesia lirica comprende i canti a la stesa (canzoni a discesa), che così variano nel nome : canti a la blòjga (alla bifolca), canti a la vastladora o a la sfigadora (della rastrellatura e della sfogliatura), e nel ferrarese rumunèli (romanelle). La poesia narrativa comprende due gruppi, che rappresentano la confluenza di due tradizioni: il primo è dato dalle canzoni epicolitiche di tipo franco-provenzale formate di strofette brevi col ritornello-pil-o meno complicato (p. es., La donna lombarda); l'altro è dato da leggende, per lo più sacre, provenienti dall'Italia centrale, in lasse di endecasillabi rimati o assonanzati (per es., S. Alessio) ; vengono chiamate urazzòn e recitate dai mendicanti di campagna. Ricco è anche il patrimonio di fiabe e racconti, indovinelli e proverbi.
Delle antiche danze popolari sopravvivono il saltarello, il trescone, i balli bergamaschi, e nell'alta valle del Savio il ballo della mela: si eseguono, di solito, a carnevale e durante i lavori agricoli, tra i quali particolare carattere festoso assumono per i fidanzati la sfogliatura del granturco e la gramolatura della canapa e del lino. Scomparse sono le fogge di vestire tradizionali. L'antico contadino romagnolo portava in capo la galuza, berretto di feltro o di pelo, a corno, indossava un vestito di rozzo panno marrone o turchino e d'inverno si avvolgeva nel mantello a due facce (caparèla). - Vedi tavv. LXXV. LXXVI.
Bibl: G. Bagli, Saggie di studi sui proverbi, i pregiudizi e la poesia pop. in R., Bologna 1886; id., Saggio di novelle e Sabe in dialetto romagnolo, ivi 1887: M. Randi, Saggie di canti pop. romagnoli raccolti nel territorio di Cotignola, ivi 1891: B. Pergoli, Saggio di canti pop. romagnoli, Forli 1894: F. B. Prerolla, Saggio di gridi, curi e danze del popolo ital., Bologna 1918; id., Poesie, narrazioni e tradizioni pop. in R., [ivi 1922 ?]; id., Il consoniere dei canterini romagnoli (Poesia e musica), Lugo 1923; id., R. intima, Lugo 1934; M. Spallicci, La poesia pop. romagnola, Forli 1921; P. Toschi, Romagna solatia, Milano 1923, con bibl.; id., Canti
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popolart romagnoli, in Poesia e vita di popolo, Venezia 1946, pp. 136-34; C. Piancastelli, Saggio di una bibl., delle trad. pop. della R., Bologna 1953; L. Gambi, La casa rurale nella R., Firenze 1950; R. tradizionale, a cura di P. Toschi, Bologna 1952. Numerosi articoli si trovano nei periodici locali: La R. (Forli 1904 sgg.); Il Pionstro (ivi 1911 sgg.); La Pó́ (ivi 1929 sgg.).
Giovanni Bronsini
ROMAGNOLI, AUGUSTO. - Apostolo della nuova educazione dei ciechi, n. a Bologna il 19 luglio 1879, con una congiuntivite che gli fece perdere la vista dopo alcuni giorni, m. a Roma l'8 marzo 1946.
A cinque anni entrò nell'Istituto dei ciechi a Bologna, e quindi riusci a seguire gli studi classici alle scuole pubbliche, conseguendo, a 21 anno, la licenza liceale. A 19 anni si sentì portato a pubblicare un programma di riforma della educazione impartita ai ciechi; e studiandone in se stesso la psicologia raccolse le sue osservazioni e deduzioni nella tesi di laurea in filosofia (1905), pubblicata poi con il titolo Introduzione all'educazione dei ciechi. Da allora il R. dedicò la vita intera alla missione di rendere i ciechi uomini tra gli uomini. Durante il V Congresso nazionale dei ciechi in Roma (dic. 1906), passò a una vigorosa affermazione dei suoi principi, che suscitò molte risonanze e lo pose già in vista come il banditore della redenzione dei ciechi. Nell'articolo Dalla pietà alla scienza. I ciechi non saranno infelici (Nuova Antologia, 10 luglio 1908) sostenne la necessità che l'educazione dei ciechi partisse dal concetto, non di lenire una sventura irreparabile, ma di sanarla, facendone prendere massima coscienza a coloro che ne sono colpiti, perché apprendano a trarne tutti gli ammaestramenti e le segrete risorse con i numerosi compensi fisici, intellettuali e morali che l'educazione deve sviluppare. Intanto offriva se stesso quale esempio di come un cieco, educato secondo questi principi, potesse vivere e lavorare tra i vedenti, ottenendo di potere - primo tra i professori ciechi - insegnare ai veggenti, nella cattedra di filosofia a Massa (1908), a Rieti (1911), a Lanciano (1920). E giunse fra l'altro a fondare la Società degli inseguanti ciechi italiani, di cui divenne presidente (1910).
Nel 1912 la regina Margherita incaricava di condurre, nell'ospizio Margherita di Savoia per i ciechi in Roma, un esperimento della nuova educazione da lui propugnata. Passò poi ad applicare il suo metodo nella Casa di rieducazione dei ciechi di guerra. Con l'aiuto di Carlo Delcroix ed Aurelio Nicolodi ottenne, nel 1923, la legge sull'obbligo scolastico per i fanciulli ciechi; nel 1924 l'incarico di condurre una ispezione a tutti gli istituti dei ciechi italiani e di formulare un progetto di riforme, da cui nacque la Ordinanza sulla Istruzione elementare dei ciechi, che fu promulgata nel giugno; e quello di organizzare e poi dirigere la $R$. Scuola di metodo per gli educatori dei ciechi in Roma, in cui rimase fino alla morte, coadiuvato dalla consorte dott. Elena Coletta. Pubblicò nel volume Ragazzi ciechi (Bologna 1924) una relazione dell'esperimento educativo condotto dal 1912 al 1916 e in $2^{\circ}$ ed. l'opera fondamentale Introduzione all'educazione dei ciechi, con notevoli aggiunte e il nuovo titolo di Pagine eis-

(per cortesia di M. Bellini)
Romagnoli, Augusto - Ritratto.
sute di un educatore cieco (1943).
Ebbe fede cattolica profonda, cosciente, fin dalla prima gioventù, avendo considerato il problema religioso come primo da risolvere fra tutti i problemi che si presentano alla cecità; vita strettamente coerente alla fede professata: in tutti i momenti e in tutti gli ambienti.
Bibl.: G. Fabbri.

(da G. D. Romagnosi, Lettere. Milano 1932, dopo il frontespizio; Romagnosi. GlanDomenico - Ritratto - Milano, Civica racc. delle Stampe.
Un cieco sulla cattedra, in La tribuna, 26 nov. 1913; E. Lovisetto, Un educatore dei ciechi, in I dir. della scuola, 3 sett. 1937; S. Patente, L'opera ai A. R. per l'educaz. dei ciechi, in Annali dell'istrco. element., 1938, p. 283 sgg.; C. Ceresi, Per A. R., in L'osservatore romano de! 7 apr. 1946.
Mario Bellini
ROMAGNOSI, Glandomenico. - Filosofo e giurista, n. a Salsomaggiore l'1 dic. 1761, m. a Milano l'8 giugno 1835; autore di opere di filosofia, diritto pubblico e privato, economia, statistica, storia della cultura, e anche di matematica e fisica. Particolarmente notevoli : Genesi del diritto penale (Pavia 1791); Introduzione allo studio del diritto pubblico universale (Parma 1805); Assunto primo della scienza del diritto naturale (Milano 1820); Instituzioni di civile filosofia, ossia di giurisprudenza teorica (postuma, Firenze 1839); Scienza delle costituzioni (postuma, Torino 1847).
Il pensiero del R. risente fortemente dell'atmosfera filosofica nella quale si formò, che era quella del sensismo (v.) allora imperant