con il decreto 117 , cominciò a togliere ai vescovi il diritto di nominare i professori in dette scuole, procedendo esso stesso alla nomina di elementi moralmente inadatti e spesso appartenenti ad altro credo religioso. S'impose inoltre l'uso di manuali scolastici, nei quali si riscontrano affermazioni in contrasto con la fede e la morale cattolica, e si rese obbligatorio nelle scuole cattoliche l'insegnamento marxista. Infine l'art. 27 della nuova Costituzione sancí la soppressione totale delle scuole confessionali.
Qualche mese più tardi, tale legge fondamentale era integrata e specificata con il decreto 175 , il cui art. $1^{\circ}$ stabilisce che l'insegnamento "è organizzato esclusivamente dallo Stato sulla base d'unità di struttura" ed ha "carattere laico ". L'art. 35 ribadisce "che tutte le scuole confessionali e private di ogni categoria diventano scuole di Stato ". Un altro decreto del 3 ag. 1948 dichiarava proprietà dello Stato "tutti i beni mobili ed immobili che hanno appartenuto alle Chiese, alle congregazioni, alle comunità religiose, alle associazioni private, con o senza scopo lucrativo... e che hanno servito al funzionamento delle scuole d'insegnamento, passate allo Stato, in con-
formità dell'art. 35 della legge sull'insegnamento pubblico ". Superfluo dire che nelle scuole statali l'insegnamento è improntato al più crudo materialismo, né può pensarsi che possa costituire un antidoto a tanto veleno l'insegnamento religioso della scuola statale. Già nel 1948 nelle scuole medie era ridotto a metà il tempo ad esso destinato, e nelle due ultime classi delle scuole di questo tipo come in tutte quelle delle scuole industriali, tecniche e professionali, esso era totalmente escluso. Né migliore sorte ha avuto la stampa cattolica. Tutte le pubblicazioni periodiche sono state soppresse.
Particolarmente dolorosa è stata la sorte della Chiesa cattolica di rito greco, ufficialmente soppressa dal regime nell'ott. 1948, con l'aperto favore dei prelati della Chiesa dissidente. I greco-cattolici erano ca. 1.500 .000 raggruppati in sei circoscrizioni ecclesiastiche. Nel sett. il governo deponeva tutti i vescovi greco-uniti, eccetto mons. Hossu di Cluj. Poi si cominciarono a raccogliere con la frode ed il terrore, prima presso i sacerdoti dopo presso i fedeli, le firme per il passaggio "spontaneo" all'ortodossia. Il 21 ott., $250^{\circ}$ anniversario dell'unione dei greci con la Chiesa cattolica, ad Alba Julia, metropoli grecounita, si celebrò il ritorno del popolo alla Chiesa ortodossa. I sei vescovi greco-uniti, che avevano recusato di capitanare o di seguire il loro gregge sulla strada dello sciama, furono arrestati ed internati in attesa di processo. Furono trasferite subito ai dissidenti quattro cattedrali cattoliche, e venne sequestrata tutta una serie di ospedali cattolici. Il 2 dic., infine, sul Monitorul Oficial, un decreto del presidio della Grande assemblea nazionale dichiarava cessate le diocesi, le comunita religiose e tutte le altre istituzioni della Chiesa greco-cattolica, e ne incamerava i beni, salvo quelli delle parrocchie, attribuiti, con altri da precisarsi, alla Chiesa ortodossa.
La situazione dei cattolici di rito latino si faceva intanto sempre più grave. Nello stesso mese di sett. 1948, in applicazione dell'art. 22 del decreto sul "Regime generale dei culti religiosi", che riduceva le diocesi ad una per ogni 750.000 ab., un decreto fissava due sole circoscrizioni ecclesiastiche per il milione ca. dei cattolici latini. Tre delle cinque diocesi furono, perciò, arbitrariamente soppresse, ed i relativi vescovi deposti. Nel genn. successivo il Ministero dei culti faceva un passo per tentare di ottenere dalla gerarchia cattolica un riconoscimento, almeno implicito, del fatto compiuto, subordinando cioè il pagamento degli stipendi al clero, che ne aveva diritto, alla presentazione dei nomi dei sacerdoti ripartiti nei due soli centri diocesani riconosciuti. Episcopato e clero, di fronte a tale esigenza, che significava riconoscere formalmente la riduzione del numero delle diocesi, decisero di rinunziare provvisoriamente agli stipendi, e furono respinte le somme che il governo aveva inviate egualmente, nella speranza che il clero non avrebbe accolto la proposta dei vescovi. Il 10 maggio seguente il governo decise di privare dello stipendio i due vescovi ancora riconosciuti e 135 sacerdoti. Nel giugno successivo i due vescovi furono tratti in arresto, sicché tutta la gerarchia cattolica di entrambi i riti in meno di un anno era stata eliminata.
Né sono mancati da parte del governo tentativi di dar vita a un movimento scismatico, che dovrebbe accettare lo Statuto del culto cattolico, condizione necessaria perché, a norma dell'art. 14 del decreto del 4 ag. 1948, la Chiesa possa continuare ad esistere giuridicamente. Esso è stato preparato del governo, che lo ha redatto dopo aver respinto quello presentato dai vescovi, prima, e, dopo la loro deposizione, dai vicari generali, e nei quale si era cercato di salvare le esigenze del diritto divino ed ecclesiastico.
L'autorità ecclesiastica, però, ha sempre rifiutato di accettarlo, perché ciò equivarrebbe a sancire tutte le leggi antiecclesiastiche e l'ingerenza del governo negli affari della Chiesa.
A girare tale ostacolo dovrebbe servire il cosiddetto Comitato cattolico d'azione, composto di sacerdoti filocomunisti, scomunicati, e lo Status catholicus Transilvaniae. Sorto nel sec. xviri - il primo riconoscimento ufficiale lo ebbe nel 1653 - lo Status non era altro che
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una rappresentanza dei cattolici nelle Diete, senza alcuna autonomia di fronte all'autorità ecclesiastica, con la quale doveva procedere d'accordo e in subordinazione per la protezione degli interessi del cattolici della sola regione transilvanica. Oggi lo si vuole ripristinare conferendogli diritti che non ha mai avuti, estendendone la competenza all'intera Repubblica, e farne uno strumento per accettare tutte le richieste del governo e, anzitutto, lo Statuto ed un vicario da esso esclusivamente dipendente. In altri termini, lo Status redivivo dovrebbe avere il compito di reggere la Chiesa cattolica di R. indipendentemente dalla S. Sede, secondo lo spirito della risoluzione approvata al Congresso dello Status stesso a Cluj il 15 marzo 1951.
L'ultimo nunzio apostolico, mons. Andrea Cassulo, veniva richiamato dalla S. Sede come persona non più grata al nuovo regime, e sostituito nel febbr. 1947 con mons. Geraldo O'Hara, vescovo di Savannah-Atlanta negli Stati Uniti, in qualità di reggente della nunceatura apostolica di Bucarest. Il 4 luglio 1950 il Ministero degli esteri comunicava al reggente che la presenza del rappresentante pontificio e dei suoi collaboratori non era più desiderabile nella R., e si avvertivano i medesimi di lasciare la R. nel termine di tre giorni. Pietro Palazzini
V. Rito romeno. - E il rito bizantino secondo l'uso della Chiesa "ortodossa " e della Chiesa cattolica in Romania. Oggi si celebra in lingua romena moderna, più latinizzata dai cattolici, più slavizzata dai dissidenti; manifesta particolarità nel calendario, nella musica sacra, nell'ornamento delle chiese, e in alcuni, relativamente pochi, testi e uffici liturgici, p. es., la proscomidia.
Dopo l'erezione dei principati di Valacchia e di Moldavia nel sec. xiv, comincia a organizzarsi una nuova Chiesa, il cui rito rimase per lungo tempo specialmente vicino a quello di Halica e di Kiev, con il quale ultimo ebbe molti contatti nel sec. xvir. La lingua era quella slava ecclesiastica, finché l'introduzione della lingua romena nei libri liturgici, fatta in Transilvania sotto influsso protestantico dal diacono Corsino (Vangeliario, 1561; Liturgicon e Solterio, 1570; Apostolos, 1588), non arrivò progressivamente al suo pieno effetto nel sec. xvin. Il crescere di una propria civiltà rendeva il distacco dallo slavo sempre più marcato e l'influsso greco al tempo dei Fanarioti non poté farla deviare dal suo corso naturale. Soltanto nel sec. xix, per merito specialmente della Chiesa unita di Blaj, si sostituì alla scrittura cirillica l'alfabeto latino nei libri liturgici romeni.
Le edizioni di questi libri sono numerose tanto presso i cattolici quanto presso i dissidenti.
BibL.: R. Bousquet, Le rommain, langue liturgique, in Echos d'Orient, 4 (1900), pp. 30-35; J. Marcu, Teologia pastorale. II: Liturgica, Blg 1906; V. Mitrofanavici-T. Tarnovschi-N. Collarelor, Liturgica bisericei ortodoxe cursuri univertitare, Cernauti 1929.
Alfonso Raes
VI. Latteratura. - Determinata dal folklore, da correnti orientali (bizantina, slava) e occidentali (italiana, polacca, francese), nella sua aspirazione ad esprimere l'humanitas morale (rom. omenie), i legami dell'uomo con la natura e le vicende nazionali, la letteratura romena, popolare sino al sec. xv, poi eminentemente ecclesiastica e storica e, dall'Ottocento, informata ai generi e alle tendenze occidentali, si caratterizza per un evidente orientamento verso il realismo. Ostacolata nel suo sviluppo dallo slavismo, essa fu richiamata a significato e originalità dai promotori del classicismo (Cantemir, Odobescu, Pârvan), dai critici (Rusu, Kogălniceanu, Maiorescu, Ibrăileanu, Lovinescu) e dagli storici e filologi (Maior, Hasdeu, Iorga, Densusianu). La pubblicazione degli Elementa linguae Daco-Romanae sive Valachicar (1780) di Micu e Șincai e della grammatica romena (1787) di Văcărescu delimita due epoche letterarie : una antica, dominata dalla situazione geografica e politica del paese, nella quale si adopera l'alfabeto cirillico
e soltanto sporadicamente il latino; una moderna, energicamente orientata verso la spiritualità latina e la cultura d'Occidente, nella quale l'alfabeto latino, introdotto a poco a poco, diventa ufficialmente obbligatorio ( 1860 ).
Le ricerche storiche e filologiche han precisato anche un periodo delle origini. I quattro dialetti (daco-romeno, aromeno, megleno-romeno ed istro-romeno), rimasti senza reciproci contatti dopo la loro separazione avvenuta prima del 1000, offrono non solo prischi dati linguistici ma anche arcaici elementi letterari per la ricostruzione del passato.
A cominciare dalle leggi in versi che cantavano gli Agatini dell'antica Transilvania (Aristotele, Problemata, IX, 28), dalle probabili tracce che l'esule Ovidio (Ex Ponto, IV, 13) avrebbe impresso in alcuni canti popolari, dalle chartae (Marziale, IX, 35) e dal fungo (Dione Cassio, LXVIII, 8, 14-17) su cui il re Decebalo inviava i suoi messaggi latini ai Romani, lo studio dell'età dei primordi deve chiarire il significato e la storicità di quella soave lirica folklorica chiamata doiná (di origine dacica, secondo Cantemir e Hasdeu), lo sviluppo dei complessi sentimenti specifici dor (nostalgia, malinconia, desiderio, gioia; derivato dal lat. dolere) e witi (tedio, vuoto spirituale, angoscia; dal lat. horrescere), infine il valore delle iscrizioni latine e l'importanza degli scrittori della Dacia, Mesia Superiore e Inferiore e Pannonia per la cultura romena. S. Niceta, vescovo di Remesiana (365-420), insegna ai Daci e ai Bessi a laudare Christum corde Romano (s. Paulino da Nola), e nei suoi scritti mostra di tener conto del fattore estetico nell'educazione quando afferma che il canto penetrat animum, dum delectat. Significativa è l'origine latina della terminologia letteraria folklorica: vāres o ghāres (melodia), cōntes bātrān o bētrānesc (canto antico, avito), descāntec (scongiuro), colindā o cärind (lauda di Natale), bocet (canto funebre), ecc. Il poemetto, noto sotto il nome di Miorita (L'agnellina), che ha rispondenze in aromeno (secondo Obodescu e Caracostea), canto dell'amor fati et artis, di una mesta rassegnata liricità, richiama i misteri antichi. Casualmente soltanto, Teofane Confessore del sec. viI dà, per l'anno 387 , la prima glossa romena: тópxx. тópxx, 99d792 (torna nell'accezione locale, ancor viva, di "rovesciare"). Nonostante la pressione slava, la coscienza dell'origine romana permane nel popolo, devoto nel primo millennio all'imperatore bizantino o franco, e tenace nella sua legge e tradizione (lex romana, ius valachicum - lagaa româneascal). L'attestazione quattrocentesca, tuttora inedita, di Pietro Ranzano, è decisiva: Valacchi igitur se Italorum esse posteros affirmant. I transilvani Corvin (Huniade), che derivano il loro nome da Corvinus, accentuano il sentimento dell'origine che, tramite lo storico e poeta umanista Nicolaus Olahus (1493-1368), più tardi per opera di Grigore Ureche, Miron Coetin - storici del Rinascimento - e degli illuministi Costantin Cantacuzino e Cantemir, e per mezzo della Scuola transilvana porta al Risorgimento moderno.
Etá antica. - Si inizia con le traduzioni (gli Atti degli Apostoli ed i Salmi) del '400, conservate in copie del ' 500 , ed è caratterizzata da un forte influsso slavo, "ortodosso", in conflitto con l'umanesimo venuto dall'Italia e dalla Polonia (cattolicesimo) o dalla Boemia (ussitismo). Al 1521 risale la prima lettera privata (l'epistola di Neacşu). Gli inizi dell'attività tipografica presentano un interessante aspetto. Mentre i principi pubblicano i primi libri slavi (1508, 1510, 1512, 1545, 1547), i riformati della Transilvania stampano in romeno un catechismo luterano (1544, 1559), ed il discorso Coresi, parallelamente all'attività tipografica slava, rifà, per la propaganda luterana, secondo la parlata in uso tra Târgovipte e Braşov, le traduzioni religiose in circolazione e stampa a Braşov dieci libri in romeno (1557-83). Si pongono cosi le basi della lingua letteraria. Sono andati perduti gli annali scritti in romeno e si conservano quelli in slavo; come pure le Norme politiche di Neagoe Basarab (1512-21), iniziatore della cattedrale "Curtea* di Arges (1517). E di quell'epoca il tragico poemetto popolare
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Mesterul Manole (Mastro Manole), compilato su diversi spunti orali, che narra fantasticamente la costruzione della cattedrale di Neagoe e come proprio la moglie del capomastro venga fatalmente murata viva: simbolo del sacrificio umano per qualunque opera perfetta. Una rinascita latina tentano Despo Vodă (1561-63) e Petru Cercel (1583-85), quest'ultimo anche poeta in italiano (Iuno a Dio), che vagheggiano di ricostituire l'antica Dacia, sogno realizzato per breve tempo da Michele il Bravo (15931601). Il Rinascimento, conseguenza di questo ideale e di questo momento culturale, è promosso dai voivodi Vasile Lupu (1634-53) e Matei Basarab (1632-54). Il metropolita moldavo Varlaam lutta contro il calvinismo (1645) e, nelle sue prediche (Carte româneascii de limitiatur.1, 1643), contribuisce allo sviluppo letterario, mentre il metropolita transilvano Simion Stefan, nella prefazione al suo Noul Testament (1648), sostiene l'opportunità di preferire nel linguaggio scritto i vocaboli di uso generale e non soltanto regionale. A Govora (1640), Iasi (1646) e Târgovişte (1652) si stampano codici di leggi tradotti dal greco e dallitaliano. Gli statisti Grigore Ureche (1590-1647) e Miron Costin (1633-91), più che cronisti, come essi modestamente si definiscono, sono autentici storici e memorialisti, formati nelle scuole gesuitiche della Polonia, che affermano con vigore la latinità del popolo romeno. Il metropolita Dosoftei (1624-93), mentre lotta per l'introduzione della messa in romeno, con Psalitirea in versuri (1673) e Viata si petrecerea sfintilor (1682-86) arricchisce sensibilmente la letteratura. Con le odi classicheggianti di Mihail Halici (1674), i canti amorosi di Nicola Petroval di Petrova e del sassone Valentin Franck von Franckenstein e il poemetto Viata lumii (La vita del mondo) di Costin, parallelamente ai canti religiosi calvinisti della Transilvania, i salmi dosofteiani palesano l'esigenza di una forma eletta e aderente al pittoresco locale. Il gesuita Gavril Ivul (1619-78) compone scritti filosofici in latino. Del francescano Ioan Kajoni Valachus de Kis-Kajon, che scrive in latino e magiaro, ci è rimasto il Codex Kajoni contenente anche versi romeni, tra cui Cibstecul voivodesei Lupul (Il canto sulla principessa L.). A Roma nel 1677 appare, in caratteri latini, il catechismo cattolico tradotto in romeno dal vescovo Vito Pilusio. Il pereruditus moldavo Nicolae Milescu (1637-1708), traduttore del Vecchio Testamento, difende in latino i dogmi della Chiesa cattolica contro i calvinisti (1669) e narra il suo viaggio in Cina quale ambasciatore dello zar. La Bibbia di Serban (1688) impone il romeno nella liturgia e completa l'unità della lingua letteraria. Nel tempo di Brâncoveanu (1688-1714), fautore dello stile architettonico che ne porta il nome, risorge l'Accademia fondata a Bucarest nel 1679 da Serban, con insegnamento in greco e latino. Si accentuano le relazioni con l'Italia e si sente sempre più la necessità di affermare concretamente la coscienza ad un tempo romana e romena. Con Dimitrie Cantemir e Constantin Cantacuzino si apre l'epoca del primo illuminismo. Nel '6oo, Miron Costin differenziava i concetti di realtà storica e fantasia; nel '7oo, il razionalismo vuole dare coscienza alla realtà e realtà alla coscienza. Non basta sentirsi romani : bisogna comportarsi romanamente; non basta chiamarsi cristiani: occorre agire da cristiani e lottare solidalmente contro i pagani. Cosi si spiega come la politica di Brâncoveanu e Cantemir abbandoni gli Ottomani e si schieri dalla parte dell'Austria e della Russia e come la Chiesa transilvana si unisca a quella cattolica (1700) in nome della madre Roma. Dimitrie Cantemir (1674-1723), voivoda della Moldavia (1710-11), poliglotta e poligrafo, osserva, anticipando in certo modo il Vico, che tutte le cose hanno una crescita (incrementum) e una decrescita (decrementum) predestinate da un ritmo universale, e che l'uomo, fatto a somiglianza di Dio, è creatore del suo mondo civile (culto, istituzioni, arte). La distinzione tra i fatti naturali (creazione di Dio) e quelli etici (opera umana), preconizzata già in Divanul sau gălceena ințeleptului cu lumea (Il tribunale o la disputa del savio con il mondo, Iap. 1698) - vero catechismo dell'illuminismo romeno- viene poi sviluppata in Istoria ieroglificd (ms. 1703), complesso memoriale trasfigurato, e nell'opera metafisica Sacro-
sanctae scientiae indepingibilis imago. In Hronicul vechimii Romano-Moldo-Vlahilor, Cantemir dimostra che - per costumi, lingua, letteratura popolare - i Romani continuano la spiritualità romana e afferma l'esistenza diun classicismo etnico. Umanista bizantineggiante e orientaliata latinizzante, egli dà alla lingua una elaborata struttura musiva, in cui le fresche espressioni popolari cadenzano ritmicamente e rimano facilmente con dotte modulazioni ciceroniane in uno svariatissimo cursus, presente anche nell' Istoria Țoria Româneati di Constantin Cantacuzino (1650-1716), che studiò all'Università di Padova. Il complesso stile cantemiriano rimane però isolato, mentre si impone lo stile semplice e contenuto di Ion Neculce (1672-1746), il più spontaneo scrittore della vecchia letteratura. Separando i fatti leggendari e aneddotici dalle verità storiche, di pari importanza per il suo intuito epico, Neculce nella propria cronaca delinea, con vivaee rapidità, caratteri e avvenimenti, e si afferma fondatore della narrativa artistica romena.
Con gli Elementi linguas Daco-Romanue sive Valachicae (1780) incomincia il secondo illuminismo. Le idee di Cantemir e del suo discepolo C. Cantacuzino diventano più operanti grazie all'azione della Chiesa cattolica che crea scuole e manda i Romani uniti a compiere gli studi a Vienna e a Roma. A contatto con la filosofia leibniziana e wolfiana, con l'umanitarismo di Giuseppe II, Leasing e Herder, con gli studi del Muratori, con Roma antica e cristiana, gli studiosi raccolgono materiale storico, confrontano le lingue ed i costumi e meditano sul rapporto tra l'essenza delle cose ed il loro aspetto esterno, per concludere che ai Romani tocca un destino latino di fede, lingua e storia. Si crea cosi un movimento culturale militante, una scuola scientifica ed illuministica, detta la Scuola transilvana o latinista, i cui principali promotori sono Samuel Micu (1745-1806), Gheorghe Sincai (1754-1816), Petru Maior (1760-1821) e Ion BudaiDeleanu (1769-1820). Comune è il programma di sostituire l'alfabeto cirillico con quello latino, di studiare la storia e la lingua ed elevare il prestigio della nazione, di purificare la lingua dagli elementi non latini e di creare una scienza e letteratura degne. Pur tra esagerazioni teoretiche, derivate in gran parte dalla passione che li anima, in pratica essi dànno opere sobrie di capitale importanza: Micu, Istoria, lucrurile si intemplarile Românilor (1806); Sincai, Cronica Românilar si a mai multor neamuri (1853); Maior, Istoria pentru Inceptuml Românilor in Dusbia (1812), Istoria bisericii Românilor (1813), Lexicon... de Buda (1825).
Etá moderna. - Con i primi corifei della Scuola latinista (Micu, Sincai, Maior), il muriteno Ienăchiță Văcărescu (1740-1800), tradizionalista e insieme fervente illuminista, con le Observatii sau băgări de seamă asupra regulelor si orânduelelor gramaticii româneşti (Osservazioni o indagini sulle regole e le norme della grammatica romena, 1787) e con le sensuali liriche scheggianti elementi metastasiani, neogreci e folklorici, costituisce un poarte di passaggio verso la letteratura moderna. L'ultimo illuminista transilvano Ion Budai Deleanu, in cui si raccolgono reminiscenze di poesia dotta e popolare, antica e moderna, italiana, francese, inglese e tedesca, inaugura la nuova èra, che rappresenta la faicizzazione stilistica e l'affermazione cosciente delle peculiarità spirituali. La sua epopea eroicomica Tiganiada (Zingaride) è un nascosto confronto tra l'ideale romano e la misera realtà politica, da lui plasticamente e satiricamente contemplata e abbassata alla trivialità dei nomadi zingari. Con Gheorghe Lazăr (1779-1823) e Gheorghe Asachi (1788-1869), fondatori di accademie e promotori di cultura, animatori di masse, narratori e versificatori, si inizia il Risorgimento (Desleptarea natională - Rieveglio nazionale), segnato nel 1821 dalla rivoluzione di Tudor Vladimirescu. All'infuori dei rappresentanti della corrente latinista (Cipariu, Laurian, Bărnut, Massim) che applicano esageratamente l'ideologia transilvana, creando un linguaggio di laboratorio, i romantici (Iancu Văcărescu, Conachi, Cărlovu) modernizzano la lingua tradizionale in una lirica amorosa e patriottica che descrive la natura e glorifica il passato. Vanno ricordati Ion Eliade Rădulescu (1802-72); Mihail
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(da M. Pribiagu, Roumania between East and West, Monaco 1946, p. 47) (da M. Pribiagu, Roumania between East and West, Monaco 1946, p. 48)

(da M. Pribiagu, Roumania between East and West, Monaco 1946, p. 47) (da M. Pribiagu, Roumania between East and West, Monaco 1946, p. 48)
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In alto a sinistra: CHIESA DEL MONASTERO "CURTEA" AD ARGES, fondata dal principe Neagoc Basarab, ivi sepolto, e costruita fra il 1512-17, restaurata da re Carol I, ivi sepolto. In alto a destra: L'ARATRO DI NATALE. I buoi sono ornati di pino, albero che augura la felicità. In basso a sinistra: BENEDIZIONE DELLE ACQUE ( 6 genti.). Il clero ortodosso si dirige in processione verso la Dämboviza-Bucarest. In basso a destra:TIPICHE DANZE FOLKLORISTICHE.
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(fot. Andrron)
In alto: FACCIATA DELLA CHIESA ABBAZIALE DI S. ZENO MAGGIORE (secc. xI-xII) - Verona. In basso: ABSIDE DI S. MARIA E S. DONATO (ca. 1130) - Venezia, Isola di Murano.
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(St. Büdersble 6. 0. Nationalbibliotek)
In alto a sinistra: INTERNO RESTAURATO DELLA CHIESA DI S. GREGORIO (sec. xi) - Buri. In basso a sinistra: CHIOSTRO DEL MONASTERO DI MILLSTATT (inizio sec. xit). A destra: PORTALE DELLA CHIESA DI S. LAZZARO (sec. xit) - Avallon.
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Kogalniceanu (1817-91): storico e novellista, uomo di Stato difensore dei contadini, raggruppa intorno alle sue riviste Dacia literara (1840) e Propajirea (1844) i più insigni scrittori del tempo: Grigore Alexandrescu (18121883), favolista elegiaco, satirico, meditativo, di profonde intuizioni e musicali invenzioni espressive; lo storico Nicolae Bălescu ( $1819-5^{2}$ ), studioso di istituzioni sociali e biografo, lottatore per la libertà e l'unità nazionale, fervente condottiero della Rivoluzione muntena del 1848 , evocatore delle gesta di Michele il Bravo; Costache Negruzzi (1806-88), creatore della moderna novella storica e sociale; Alecu Rusu (1817-99); primo critico moderno che valuta le bellezze liriche popolari e richiama l'attenzione dei latinisti sulle realta del paese, la contemporaneità e il buon senso, opponendo alle loro astrazioni la viva arte popolare in cui trova un nascosto classicismo dacico; Vasile Alecsandri (1821-90), lirico dell'amore e della natura, bardo civile e nazionale, prosatore arguto, commediografo leggero e poeta drammatico, esperto nel trovare la parola adatta, la locuzione ed il giusto accordo sintattico, accanto alla propria creazione, eleva monumentale la sua collezione di Poezii popolare ale Romànilor (1852, 1866), compiuta con vigilato spirito estetico, sebbene vi abbia introdotto elementi ed elaborazioni personali; Ion Chica (1816-97) : statista ed economista convinto che attraverso la scienza e l'organizzazione può progredire la patria, è un memorialista incisivo ed evocatore. Personalità complesse sono le tre guide spirituali dell'Ottocento: l'archeologo e classicista Alexandru Odobescu (1834-95), il filologo Bogdan Petriceicu-Hasdeu (1836-1907) ed il critico e filosofo Titu Maiorescu (18401917). Odobescu riprende le idee di Cantemir e Rusu e, spiegando il classicismo etnico fondato sulla disciplinata attività romana e sulla spirale dacica delle antiche terrecotte, sopravvivente nella decorativa rustica, postula un'originale creazione artistica aulica, sintesi di folklore e classicismo. Stilista di ampio respiro, Odobescu dà l'ultimo colpo alle esagerazioni glottologiche latiniste annidate nell'Accademia Romena fondata nel 1867. Hasdeu, linguista, storico, novellista, drammaturgo, poeta, nota, nei fatti naturali ed umani, la legge che li muove, lo spirito che li vivifica, e rileva così una ignorata romanità ed umanità negli atti da altri giudicati barbari. Maiorescu si erge contro la produzione senza valore, contro la retorica vuota e l'v ubbriacatura di parole v, promovendo l'ideale dell'arte per l'arte, sotto la cui divisa fonda la società letteraria funimea (La giovinezza), con la rivista Comorbiri literare (1867-1944). Nell'atmosfera da loro creata sorge l'epoca aurea della letteratura romana, con Mihai Eminescu (1850-89), Ion Creangă (18351889), Ion L. Caragiale (1852-1912), membri della funimea e collaboratori di Comorbiri literare; introduce nella sua poesia pessimistica una visione drammatica e, nello stesso tempo, di religiosa contemplazione. In urto con l'instabile mondo cittadino. Creangă si rivolge a quello contadino della sua fanciullezza e vi scopre inesauribili energie morali ed estetiche, ricordi che fa oggetto della sua contemplazione. L'infanzia assume un decisivo significato per la formazione dell'uomo maturo, s'identifica con il villaggio e questo diventa l'espressione dell'originaria vita romena. Il narratore non raccoglie, ma sceglie dati e momenti particolari della vita rustica nella loro genuina espressione purificata dal sovraccarico e dal regionale, condensati nelle locuzioni morti proverbi strutture pietrificate, che formano la concisione e la classicità della sua arte. Il commediografo Caragiale riduce all'essenziale e potenza al massimo le agitazioni di una incosciente borghesia in formazione, entrata in ridicolo contrasto con le istituzioni democratiche moderne. Gesti, parlata, istituti, ambienti sgorgano pittorescamente dai fatti e dal linguaggio dei suoi corposi eroi che perfino nel nome, come nelle memorie di Ghica, svuotolano la bandiera del proprio destino: cittadini amanti della patria e del progresso, spinti però dall'ignoranza e da meschini interessi ad entusiasmarsi di forme vuote e di astrazioni, urtano goffamente contro le realtà. Il poeta e romanziere neoclassico Duiliu Zamfirescu (1858-1917) e il novellista rusticano Ion Slavici (1848-1925) accentuano le
tinte realistiche sulla linea dei tre grandi creatori. L'epico ed idillico George Coşbuc (1866-1918) intuisce nello spirito etnico particolarità ed espressioni degne del classicismo antico. Insieme al poeta Alexandru Vlahuţă (18581919), nel 1901 egli fonda la rivista Semanatorul (Il seminatore) con cui inaugura un nuovo orientamento letterario, richiamando gli scrittori alla conoscenza della lingua e della tradizione rustica, allo spirito etnico e alla storia nazionale, direttiva dinamizzata dal critico Ilarie Chendi (1872-1913) e specialmente da Nicolae Iorga (1871-1940), umanista poligrafo e poliglotta, che postula la condanna delle mode estetiche di conio parigino e l'ispirazione alle contingenze etniche. La rivista Viata Romàneasca (La vita romena, 1906), diretta dal critico Garabet Ibrăileanu (1871-1936), accentua il principio del carattere nazionale e della selezione estetico-storica, costituendo la corrente popolarista. Espressioni di tali contingenze sono Octavian Goga (1881-1938), poeta delle sofferenze e delle energie contadine, dell'oppressione magiara e della prima guerra mondiale; Stefan O. Iosif (1875-1913), lirico patriarcale; il meditativo poeta Panait Cerna (1881-1913); Ion Alexandru Bratescu-Voinezi (1868-1946), conciso ed umanissimo novellista, psicologo di un delicato mondo borghese e della gente solitaria; Mihail Sadoveanu (n. nel 1880), novellista e romanziere dell'ataxismo e delle elementari forze umane, cantore della natura. In antagonismo con il seminatorismo e il popolarismo, si manifesta la corrente urbanistica, modernista, informata al parnassianesimo e al simbolismo, capeggiata dall'acre poeta Alexandru Macedonski (1854-1920) e promossa dalla critica di Ovid Densusianu (1873-1938), glottologo e storico letterario, studioso di folklore, e dal critico impressionista e classicheggiante Eugen Lovinescu (1881-1943), con poeti quali i decadenti Stefan Petică (1877-1904) e Mihail Săulescu (1888-1926), l'elegante Dimitrie Anghel (18721914), l'erotico Ion Minulescu (1881-1944), il malinconico Gheorghe Bacovia (n. nel 1881), il cattolico Ion Rascu (n. nel 1890), delicato poeta e sensibile critico. Nel ventennio dell'integrità nazionale e spirituale (19181940) - tra l'antagonismo della rivista modernista Sburettoral (L'elfo, 1919) di Lovinescu, il popolarismo di Ibrăileanu, lo storicismo di Iorga, il tradizionalismo bizantineggiante del pensierismo (promosso dalla rivista Gândirea, Il pensiero, 1921-44) di Nichifor Crainic (n. nel 1889) e Lucian Blaga (n. nel 1895) - si mette sempre più l'accento sull'umanismo etnico e sull'umanesimo, sulla stilistica popolare (Ibräileanu, Leca Morariu) e sul classicismo (Stefan Bezdechi, Gheorghe Murnu, Nicolae Herescu, Dan Botta), interpretati nel senso cantemittano e odobesciano dall'archeologo Vasile Pârvan (1882-1927). E un'epoca di folta efflorescenza letteraria : si impongono, anche all'attenzione mondiale, lirici quali il pluralista visionario Tudor Arghezi (n. nel 1880), il bucolico Ion Pillat (1891-1945), Aron Cotruş (n. nel 1891) poeta della sovranità operaia. il mistico poeta saggista e drammaturgo Lucian Blaga, l'ermetico Ion Barbu (n. nel 1895), i narratori Liviu Rebreanu (1885-1944), Sadoveanu, Matei Caragiale (1885-1936), Gib Mihăescu (1894-1936), Cezar Petrescu (n. nel 1892), Ionel Teodoreanu (n. nel 1897), il commediografo George Ciprian, gli umoristi George Toplreanu (1890-1937) e George Brăescu. Dal 1933 al 1948, tutte le varie correnti trovano un terreno d'intesa nella Revista Fundatiilor Regale. Dal 1940 e soprattutto dal 1944, quando l'oppressione sovietica impone principi tendenziosi ed estranei allo spirito nazionale (accettati da Sadoveanu, Beniuc, Camii Petrescu, Toma, ecc.), va spiegandosi una letteratura che trova profondi ed originali accenti nell'animo degli scrittori clandestini o esiliati (M. Eliade, B. Munteanu, N. Herescu, Al. Busuioceanu, P. Ciureanu, Al. Gregorian, Vintila Horia, Caranică, Rossigno-Menchinelli, Const. Virgil-Gheorghiu, Posteuca, Stamatu, Bucio), tra cui domina la figura di Aron Cotruş, poeta anche in lingua spagnola.
BibL.: repertori bibliografici: I. Bismu - N. Hodos, Bibliografia romàneasca serhe, I-III. Bucarest 1903-12 Suppl. di. I. Bismu - D. Simonescu, ivi 1936); Gh. Adamescu, Contrabatione la bibl. românească, I-III, ivi 1921-28, per i manoscritti: I. Bismu - R. Caracas, Catalogul manuscriptelor româneşti, I e II.
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ivi 1907, 1913 (il III vol. a cura di I. Bianu - G. Nicolaiaas, Craiova 1931); per le riviste: W. Hodos e Al. Sadi Innescu, Publicatiunile periodice romdnesi, Bucarest 1913. Storie letterarie: N. Iorga, Istoria literaturii romdnesi, Bucarest 1902, $2^{2}$ ed., 2 voll., ivi 1923, 1939); id., Ist. lit. rom. in veacul al XIX-lea, 3 voll., Valenii-de-Munte 1907-1909; O. Densusianu, Litresturu romdnd madernd, 3 voll., Sibiu 1920-33; G. Bogdan-Duicá, Ist. lit. rom. mod., Cluj 1923; N. Cartejan, Breve storia della letter. romena, Roma 1926; S. Puszariu, Ist. lit. rom.: Epoen veche, Sibiu 1930; N. Iorga, Ist. lit. rom. contemporane, 2 voll., Bucarest 1934; E. Lovinescu, Ist. lit. rom. contemporanei, ivi 1937; N. Cartejan, Ist. lit. rom. vechi, 3 voll., ivi 1940-45; id., Cárțile popolare in literatura romdneascd, 2 voll., ivi 1929-38; B. Munteanu, Littérature roumaine. Parigi 1938, trad. it., Bari 1947; D. Murăraşu, Ist. lit. rom, Bucarest 1940, $4^{4}$ ed., ivi 1946; R. Ortiz, Letteratura romena, Roma 1941. Contributi vol1: E. Lovinescu, Istoria civilizatiei romdne moderne, 3 voll., ivi 1924-25; Th. Copidan, Romanitotea balcanied, ivi 1936; C. Tagliavini, Ciaulid ital. in R., Roma 1940; P. Iroaie, Omnia romdneascd (a La dignità umana romena -1, Bucarest 1941; B. Munteanu, Literatura romdneascd in perspectivod europeand, in Transilvania, 73 (1942), pp. 417-30; P. Iroaie, Vita e poesia popolare romena, Bucarest 1943; P. Ciureanu, La poesia romena contemp., Geneva 1944; D. Popovici, La littar. roumaine d l'époque des Lumières, Sibiu 1945; P. Iroaie, Umanismo popolare romena, in La cultura nel monde, 1 (1945), pp. 117-23; Em. Turdeanu, La littér. bulgare du XIXc siècle et sa diffusion dans les pays roumains, Parigi 1947; Vintilă Horia, Antologia poctilr romdni in esci, Buenos Aires 1950; Gh. Casina, Legra strdnaeposcd (-La legge degli avr-1, in Suflet Romdnesc, 2 (1950), pp. 66-90; P. Iroaie, Perioada perverind a literaturii romane, ibid., 3 (1951), pp. 180-14; Fr. Raillaz, Un peuple né chrétien, in Indreptar, II, nn. I e 3, Monaco 1951 e 1952.
Petru Iroaie
VII. Arte. - Le scoperte archeologiche avvenute anche recentemente nell'antico territorio della Dacia hanno posto in gran risalto alcuni tipici valori dell'arte provinciale romana in R., le cui tracce, come quelle dei monumenti bizantini del sec. v e del vi della Dobrugia, non furono del tutto annientate dalle successive invasioni barbariche. Tuttavia la storia dell'arte romena vera e propria si può dire abbia inizio solo con l'età romanica. Essa ad ogni modo si sviluppa con caratteri distinti nelle tre grandi regioni della Muntenia, della Transilvania e della Moldavia fin quando, nel sec. xix, i più intensi rapporti della moderna R. con tutte le altre nazioni europee conferirono nuovo carattere all'arte di tutta la nazione. Durante il periodo romanico in Muntenia l'architettura, sul fondamento di un persistente influsso bizantino, mostra anche rapporti con la cultura artistica del centro Europa; cosi nella chiesetta di S. Niccolò a Curtea de Argeş e nelle due chiesette di Turnu Severin e infine nella maggior chiesa principesca, a croce greca, della stessa Curtea de Argeş. Inoltre mentre nel Palazzo pure principesco dello stesso centro sono evidenti anche elementi gotici, in altre costruzioni è invece chiaro un influsso della prossima Serbia e dell'interno centro artistico del Monte Athos donde provengono altri elementi che variamente graduati si evolvono fino durante il Cinquecento. Così nella chiesa principesca di Târgoviate e in quella del monastero di Dealu ed infine in quella vescovile di Argeş. Più tardi, nel Cinquecento avanzato e nel Seicento, si manifestano anche influssi moldavi riconoscibili in un maggiore slancio delle forme architettoniche e in una maggiore diffusione di elementi goticizzanti. Ma verso la fine del Seicento anche in Muntenia giungono elementi del barocco costantinopolitano e di lontana origine italiana. Essi persistono durante tutto il Settecento così nel monastero di Văcăreşti e nella chiesa di Stavropoleos a Bucarest. In Muntenia la scultura si risolve, in tutto questo tempo, essenzialmente nella attività di maestri popolareschi che lavorarono le decorazioni delle architetture.
La pittura invece presenta nella prima metà del sec. xiv un complesso veramente straordinario nella decorazione ad affresco nella chiesa principesca di Curtea de Argeş, ove è possibile distinguere due gruppi abbastanza differenziati di pittura : uno da collegarsi con l'arte della Macedonia e l'altro con quella dell'isola di Creta. Altre pitture sempre di derivazione del grande ceppo bizantino appaiono ancora durante il Cinquecento nella chiesa dell'ospedale e del monastero di Cozia e nella chiesa del monastero Snagov ove sembrano apparire anche elementi di gusto italiano come nella più tarda decorazione della chiesa di
Săcueni che risalgono al 1655 . In queste pitture, come nelle altre più tarde della regione, appaiono elementi naturalistici che rappresentano tardi influssi rinascimentali talvolta stranamente mescolati con quelli della persistente tradizione bizantina.
In Transilvania le più antiche costruzioni chiesastiche appartengono al sec. xili e tranne qualche caso di edifici a pianta centrale ricordano nella pianta rettangolare le più antiche chiesette di Curtea de Argeş e Sernu; poi penetrano nella regione elementi romanici dell'Europa centrale, cosi nel duomo di Alba Julia; e quindi elementi gotici come nella badia cistercense di Cárta.
Durante il Trecento e il Quattrocento si diffonde però nella regione anche qualche elemento di gusto goticotedesco mentre forme rinascimentali italiane giungono sul suolo della Transilvania nei primi anni del Seicento: cosi nel castello di Pagărăş. Poi pervengono in Transilvania anche elementi di gusto barocco mentre sono tuttora frequenti le chiese in legno che ripetono schemi tradizionali.
Le vicende della scultura e della pittura di Transilvania non sono dissimili a quelle della Muntenia, ma è da ricordare come nel sec. xvili si sviluppi a Nicula un nucleo di pittura popolare nella quale confluiscono, sul fondamento bizantino, anche elementi d'arte rinascimentale e tardo-gotica derivanti dalle varie scuole tedesche meridionali.
In Moldavia come nelle altre regioni romene le chiese in legno che vi si conservano e che sono posteriori sempre al sec. xvir fanno pensare a modi tradizionali molto antichi. Mentre quelle in pietra posteriori al xiv mostrano influssi romanici e gotici, questi ultimi caratterizzati dal grande slancio in altezza delle costruzioni provenienti dal centro Europa e pervenuti attraverso la Valacchia (Rădăuti e Baia). Nel Cinquecento in molte chiese della Moldavia appaiono nuovi elementi di gusto bizantino, derivanti questa volta dalla Russia, cosi nelle costruzioni del monastero di Galata e di Aroneanu. E ciò fino al principio del sec. xix. Hanno notevole importanza nella regione numerosi castelli in parte riflettenti influssi d'architettura bizantina, altri polacca. Molto numerose sono anche fra il Quattrocento e il Cinquecento le decorazioni pittoriche sia all'interno come all'esterno delle chiese. Esse riflettono quasi sempre elementi di origine asiatica pervenuti attraverso la Serbia; poi, dalla fine del Cinquecento prevalgono il modi derivanti dalla Russia, evidenti anche nella folta produzione di icone. Ciò fin quando gli elementi del barocco del centro Europa non conducono ad una degenerazione degli antichissimi schemi.
Fu durante l'Ottocento che l'arte romena venuta a più diretti contatti con il mondo occidentale di esso assunse i più evidenti caratteri, riflettendo nell'opera degli architetti, degli scultori e dei pittori locali la varietà delle nuove tendenze. Interessante ad ogni modo continuò ad esser la produzione di intagli, rilievi, oreficerie, tessuti, ricomi, di carattere popolare evoluţasi nella regione su motivi derivanti dal costante fondamento bizantino ma elaborati con libertà e fantasia.
BISL. W. Iorga - G. Bsla, Hist. de l'art roumain ancien, Bucarest 1909; W. Iorga. L'art populaire rommain, ivi 1923; V. Vabasianu, s. v. in Enc. ital., XXX, pp. 34-39; Transilvania, a cura della Società storica ungherese, Budapest 1940 (con ricco materiale illustrativo : arte, folklore, cartine geografiche); P. Lavedan, Hist. de l'art universel, Parigi 1946, passim.
## VIII. Ordinamento scolastico. - L'orientamento
nuovo impresso nella R. alla vita sociale con l'avvento del regime comunista importò anche nel campo scolastico parecchie importanti riforme.
Si volle diffondere la istruzione e la cultura anche negli strati popolari più bassi per elevarli e rendere loro possibile la conquista di migliori situazioni, e perciò si abbracciarono i seguenti mezzi : prima di tutto l'istruzione dai 7 ai 14 anni venne resa obbligatoria, gratuita e uniforme; ai 4 anni di insegnamento elementare si fanno seguire tre anni di ginnasio a tipo unico, che sostituisce tutti gli altri tipi di scuole medie differenziate. A 14 anni gli alunni vengono selezionati e avviati a quei tipi di scuola che sono più conformi alle loro capacità ed attitudini,
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senza alcun riguardo alla loro situazione economica e sociale. Ed è anche concessa la massima facilità a passare da un tipo di scuola all'altro; nonché assidua assistenza e larga previdenza per gli alunni poveri, lavoratori e figli di lavoratori. La realizzazione di questi programmi incontra nella realtà quotidiana numerosi ostacoli.
Quanto ai vari tipi di liceo che seguono al ginnasio unico (teorico, amministrativo, tecnico, agrario, commerciale) gli alunni devono possibilmente essere orientati verso i tipi di indirizzo tecnico specializzato, per poter entro breve tempo formare i quadri del personale che dovrà promuovee l'industrializzazione del paese, soprattutto nel settore agricolo. Il tipo di liceo teorico, invece, fu abelito, perché "serve piuttosto agli sfruttatori e alla borghesia ". Per questo la scuola deve mantenersi aderente alla vita quanto più è possibile, massime alla vita del lavoro. Donde il contatto degli alunni con le officine, le aziende agrarie, i cantieri e il lavoro manuale obbligatorio. Somma importanza è data anche all'educazione fisica e civile. Ai licei fanno seguito due categorie di istituti: a) università e politecnici, della durata di $4-6$ anni, che hanno il compito di preparare i quadri per il corpo didattico dell'insegnamento medio e specialmente i quadri superiori degli specialisti e ricercatori nei differenti rami della scienza, per l'insegnamento superiore. Il numero degli alunni è fissato anno per anno dal Consiglio der ministri, secondo il criterio della necessità; 8) istituti d'istruzione superiore, della durata di $3-4$ anni, con il compito di creare i quadri superiori degli specialisti destinati alla produzione (ingegneri, agronomi, ecc.) o dei professori per l'insegnamento medio.
In grandi linee, l'ordinamento scolastico romeno odierno riproduce gli aspetti della scuola sovietica. Avverstone alla tradizione classica; interpretazione della storia, della filosofia, della letteratura, della storia dell'arte secondo i dettami del materialismo storico; tendenza a voler allacciare l'insegnamento con la "vita", il che si risolve spesso con la ricerca affannosa di immediati risultati pratici e con l'inserirsi, nei vari rami della cultura, dei problemi del giorno. - Vedi tavv. LXXVII-LXXVIII.
Bim.: per il ginnasio unico in R.v. il decreto legge 1945. in Bull. di regolazione scolastica comparato, 5 (1947), pp. 202-15; per la riforma dell'insegnamento pubblico e la legge del 1948. ibid., 7 (1949), pp. 57-61.
Celestino Teslato
ROMANICA, ARTE. - Si indica con il termine "romanico" quel particolare momento della cultura artistica europea, compreso fra i secc. xI-xit, che si pone intermedio fra le manifestazioni dell'arte ottoniana (v.) e delle varie tarde diramazioni di quella carolingia (v.) da un lato e le prime chiare manifestazioni dell'arte gotica (v.) dall'altro.
Esso è collegato al particolare fervore di vita, tipico di quella età per tutta Europa. Allora con l'intensificarsi degli scambi commerciali e spirituali avviene anche nei campi dell'arte un intreccio più intimo e complesso sia dei temi e dei motivi che erano stati tramandati dall'antichità classica, sia degli apporti orientali, fossero essi bizantini, arabi o sassanidi. La cultura, il sentimento e il culto della bellezza si diffondono ovunque mentre l'arte, che è intesa soprattutto quale espressione di originalità, è come potenziata da un nuovo spirito naturalistico. Questo d'altro canto non s'oppone, anzi favorisce l'internazionalizzarsi della cultura per cui le varie sue correnti che percorrono le stesse vie dei mercanti e dei pellegrini spesso si intrecciano in quasi imprevedibili incontri. Si generano allora nuovi centri vitali di confluenza e diffusione che a loro volta, arricchiti di nuovi apporti, assumono, nel vario atteggiarsi del gusto, nuova forza d'espansione; si determinano così correnti capaci d'abbattere o superare di colpo quanto spesso nei modi espressivi tradizionali rappresentava soltanto il peso di una consuetudine. Ed è in questo intenso scambievole moto, in questa calorosa vita culturale che non conosce barriere di confini fra nazione e nazione, in questa concordia degli spiriti evidente nelle uguali mete che vengono perseguite, che si individua uno dei più felici momenti della vita della grande nazione europea. Non è

(fot. Bildarchiv d. G. Nationalbibliothris)
Romancica, arte - Ossario in stile romanico tardo con restauri recenti; l'interno è ornato di affreschi - Hartberg (Stiria).
da stupirsi che contemporaneamente appaiano in Spagna, in Inghilterra, in Sicilia e nel Lazio settentrionale, forme decorative di schiettissimo carattere arabo; che in Francia. a Pisa ed in Puglia si incontrino le medesime forme architettoniche derivanti dall'Asia Minore, che architetti lombardi giungano fino in Scandinavia o scultori romani siano chiamati a Londra per scolpire le tombe dei re inglesi, mentre chi elevava chiese in Borgogna o sulle rive del Reno si poneva problemi simili a quelli di chi elevava chiese a Milano e a Bari.
Malgrado ciò, quanto più si indaghino e si approfondiscano i problemi, quella intensa vita spirituale e culturale apparirà determinata e guidata da una logica evolutiva molto chiara e consequenziale. Tuttavia nelle manifestazioni artistiche del periodo romanico è assolutamente vana qualsiasi discussione di priorità a fondo sciovinistico più o meno palese. E sempre questione di potenza e felicità espressiva, di compiuta realizzazione in forma di bellezza di quegli spiriti vitali che nel periodo romanico scuotono le coscienze e che dapprima con moti un po' confusi e vaghi, poi con passo più agile e indirizzo più preciso si orientano a determinare nel nord Europa le leggi dell'arte gotica; qui in Italia le forme che s'illumineranno di nuova bellezza durante il Rinascimento. In tale senso la Francia e l'Italia furono i centri più vivi ed interessanti. In Francia infatti quei nuovi spiriti vitali sembrano essere più forti che altrove, determinati anche, con l'avvento dei Capetingi (987), dal sorgere della feudalità nata dalla disgregazione dell'amministrazione carolingia. E il tempo in cui i pellegrinaggi in Terra Santa prima e quindi le Crociate rivelano agli occhi di tanti Francesi gli splendori del mondo d'Oriente. Quando quei Francesi tornano in patria sentono il bisogno di rinnovare la loro stessa vita; si ricostruiscono città, sorgono castelli, chiese, e soprattutto monasteri. E mentre nelle forme architettoniche appaiono di frequente reminiscenze di quanto era stato visto in Siria ed in Asia Minore, i poeti narrano storie meravigliose che hanno per sfondo miraggi
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(do Trisure dart du moyen dor en Italie, Parig 108, tav. 59)
Romanica, ARTE - Frammento di un'Adorazione dei Re Magi. Arte toscana della $2^{\text {a }}$ metà del sec. xit. proveniente da Lucca, Firenze, Museo Bardini.
d'Oriente, di Rolando, di Alessandro Magno e rievocano Rome la Grant, Tebe e Troia.
Nel campo dell'architettura si assisté ad una definizione e quindi allo sviluppo di alcuni temi del periodo carolingio fondati sulla tradizione del classicismo romano. Ciò soprattutto per quanto si riferisce alla tecnica costruttiva, al modo cioè di costruire pilastri, vòtte, arcate ecc. Insieme si applicano, specialmente per ciò che si riferisce alla decorazione, elementi sia tratti dall'antico sia bizantini ed irano-siriaci; questi ultimi, penetrati in Francia soprattutto dalla Spagna. Cosi dalla Catalogna giunse in Francia certo modo orientale di girar vòtte come quella della chiesa di S. Filiberto di Tournus. I caratteri essenziali del gusto architettonico romanico francese si rivelano atteggiati diversamente a seconda delle regioni, anche se è costante un senso di austera greve imponenza ed estremamente diffuso l'uso di girare vòtte su pilastri, specie nelle navate laterali. Così in Normandia, nell'antica diruta chiesa abbaziale di Jumièges, in quella della Trinità e nel S. Stefano a Caen. Nel Poitou invece gli edifici hanno un tono più raccolto e cosi la chiesa di NotreDame e quella