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esorcici, come testimoniario Archita e Clemente Alessandrino. Probabilmente era noto anche in Egitto e nell'antica Mesopotamia.

Vi vone poi casi di popolazioni presso le quali il r. non è sconosciuto come oggetto, ma non ha più un carattere sacro essendo decaduto al ruolo di giocattolo e di strumento usato dai pastori per richiamare le greggi. Si possono trovare casi del genere nell'antica Grecia, presso alcune civilta primitive e tra alcuni volghi contemporanei europei (Sicilia, Campania, Toscana, paesi Baschi, Galicio, Pomerano, Scozia, ecc.).

Bibl.: G. Pirre, Ginochi fanciulleschi siriliani, Palermo 1883. p. 415: R. Petrasconi, Mythologie Australienne du rhombe, in Revue de l'histoire des religions, 63 (1912), pp. 1-22; id., Suprasevicusce del r. in Italia, in Boll. della Soc. di etnografia ital., I (1912); id., I Misteri, Bologna 1924 (specialmente pp. 1-40); G. Zerris, Das Schwirvholz, Stoccarda 1924, pp. 1-242. Tullio Tentori

ROMEDIO (Renedio), santo. - Eponimo di un celebre santuario in Val di Non, il cui culto, confermato il 24 luglio 1907 da Pio X, non ha tracce sicure più antiche del sec. xI. Il 7 marzo 1793 erano già stati concessi Messa ed Ufficio di s. R. per la diocesi di Bressanone.

La leggenda che ne fa un eremita del sec. v. già ricco signore d'origine tirolese, fu scritta da fra' Bartolomeo da Trento (1244-51) e non risulta sia fondata su documenti antichi (BHL, 7142-45). In quanto al nome di R. pare non sia altro che una corruzione del nome Remigio; difatti anche le date della festa di s. R. ( 15 genn. dies natale, e $1^{\circ}$ ott. traslazione), sono quelle proprie di s. Remigio di Reims. Comunque la figura di s. R. rimane, nonostante la lunga serie di scritti spesso troppo polemici, un enigma.

Bibl.: Positio... confirmationis cultus, Roma 1907; tra gli scritti recenti, se ne ricordano soltanto alcuni: G. Ciccolini, Il santo anacoreta anamiense, Trento 1911 (cf. A. Poncidet, Anal. Bolland., 31 [1912], p. 354); M. Gerola, La leggenda di s. R. anacoreta trentina, Venezia 1926, estratto dagli Atti del R. Ist. Trento di scienze, lettere ed arti, vol. LXXXV (cf. Fr. Halkin, in Anal. Bolland., 47 [1927], pp. 389-91); G. Turs [M. Gerola], La questione di s. R., in Studi trentini di scienze storiche, 13 (1972), pp. 33-83 (cf. Anal. Bolland., 52 [1934], pp. 461-62); L. Rosati, Dopo trent'anni di discussione su s. R., Trento 1942.
A. Pietro Frutas

ROMILLI, Bartolomeo Carlo. - Arcivescovo n. a Bergamo il 14 marzo 1793, m. a Milano il 7 maggio 1859. Nominato nel 1838 parroco di Trescorre, si distinse per spirito di carità e per zelo pastorale, doti che confermò nel suo breve episcopato a Cremona, di cui fu eletto vescovo il 19 genn. 1845.

Promosso da Pio IX arcivescovo di Milano su designazione dell'imperatore Ferdinando I, il 14 giugno 1846, la sua nomina fu accolta con travolgente entusiasmo, dovuto anche al fatto che per ventotto anni aveva governato la Chiesa ambrosiana il card. austriaco Gaysruck. L'ingresso dell'arcivescovo R., avvenuto il 4 sctt. successivo, diede luogo a scene di ardente italianità, che furono davvero come un preludio al Quarantotto milanese. Ma il R., uomo di studio e di pietà, non si lasciò vincere dagli avvenimenti politici che seguirono e, pur in mezzo ad enormi difficoltà, tra le quali vanno particolarmente notati i forti contrasti e le divisioni del clero, svolse una notevole opera pastorale : compì la sacra visita, stabili gli Oblati
nei seminari, moltiplicò le Conferenze di S. Vincenze de' Paoli, protesse gli Ordini religiosi, tutelò il rito ambrosiano, riordinò l'Archivio di curia e diede ogni appoggio alla fondazione dell'Istituto delle Missioni Estere.

Bibl.: A. Locatelli, Bingrafia di B. de' conti R., arciv. di Milano, Milano 1847; anon., La diocesi di Milano negli ultimi quindici anni, ivi 1862; L. Cezano, Ricordi di un giornalista (18211831), Trato 1890; A. Gori, Milano tra il codere del luglio e l'entrare dell'ug. 1848, Roma 1901, pp. 82-83; E. Michel, s. v. in Diz. del Ritorc. naz., IV, p. 101; C. Castiglioni, Gaysruck e R. arcivescovi di Milano, Milano 1938. Mario de Camillis

RÒMISCHE QUARTALSCHRIFT. - Periodico trimestrale di antichità cristiane e storia ecclesiastica, fondato da mons. Antonio de Waal nel 1887, redatto dal rettore del Camposanto Teutonico a Roma, in collaborazione con i membri dell'Istituto storico della Görresgesellschaft.

Scopo principale del periodico era la pubblicazione di studi scientifici sui monumenti e sulle fonti dell'archeologia cristiana e storia ecclesiastica, offrendo anche brevi relazioni sui lavori in corso, recensioni di libri recentissimi, aggiornamento della bibliografia speciale. Fino al 1939 sono usciti 47 volumi annuali (con interruzione dal 1916 al 1921 a causa della prima guerra mondiale) e 28 fascicoli supplementari. Fra questi sono da ricordare J. Wittig, Papa Damasus I., suppl. 14 (1902); id., Die altchristlichen Skulpturen im Museum... des Campo Santo in Rom, 13 (1906); Fr. J. Dölger, Konstantin d. Or. und seine Zeit, 19 (1913); Fr. Sühling, Die Taube als rel. Symbol im christl. Altertum, 24 (1930); J. Brinctrige, Sacramentarium Russianum, 23 (1930); Ph. Oppenheim, Das Münchshleid im christl. Altertum, 28 (1931). Soci del Waal nella redazione furono: nel 1892-96, H. Finke; nel 1897-1906, S. Elises; nel 1907-21, J. P. Kirsch. Successori nella direzione furono: J. P. Kirsch, E. Göller, E. David, H. Stoeckle. Dal 1939, a causa della seconda guerra mondiale, la rivista cessò.

## Lodovico Voeli

## ROMITANI SCALZI DI SANT'AGOSTINO

(Ordo Eremitarum Discalceatorum S. Augustini). - Una delle tre famiglie dell'Ordine agostiniano, la cui origine risale all'ultimo decennio del sec. xVI, nel pieno movimento di rinnovazione spirituale, proprio di quel periodo.

La Riforma si iniziò col Decreto del Capitolo generale dell'Ordine, tenuto in S. Agostino a Roma nel maggio del 1592, ed i religiosi che la abbraccarono furono chiamati « Agostiniani scalsi». Massimi propugnatori ne furono p. Tommaso di Gesù, il suo discepolo p. Luigi da Leone e il p. Andrea Diaz, che attuò la Riforma nel convento di S. Maria dell'Olivella a Napoli. Questa fu abbracciata subito da numerosi e ferventi religioni, sostenuta e difesa dai romani pontefici, specialmente da Clemente VIII e da uomini eminenti per dottrina e santità, sicché, nonostante gravi difficoltà, poté affermarsi e, in giro di pochi anni, estendersi in Italia e fuori. Nel 1596 veniva introdotta in Francia per opera del p. Matteo di S. Francesco; nel 1623 in Boemia per lo zelo del p. Marco di S. Filippo e poi in Moravia, Austria e Germania. Nel 1611 ad essa veniva incorporata la Congregazione agostiniana di Sicilia, detta di S. Maria del Soccorso. Le province furono dapprima quattro e poi nove, con una fiorente missione nel Tonchino.

La riforma nell'ott. del 1599 fu approvata solennemente da Clemente VIII con la cost. Decet Romanum Pontificem e sottratta alla giurisdizione del priore generale dell'Ordine. I R. S. di S. A. ebbero anche relazioni ed influenza sulla Congregazione degli Scalzi di Portugalio, sorta per lo zelo specialmente del p. Emanuele della Madre di Dio nella seconda metà del sec. xvir, avendone questa adottato le Costituzioni ed i privilegi, per concessione di Clemente X. Le due Congregazioni autonome, dopo un periodo di floridezza, scomparvero attraverso gli sconvolgimenti politici.

Fra gli Agostiniani Scalzi fiorirono, particolarmente nei secc. xvir-xviI, religiosi veramente illustri in ogni campo anche nelle missioni fra gli infedeli. Il loro genere

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di vita è contemplativo-attivo; nessuna opera del sacro ministero è esclusa dalla loro attività; seguono la Regola di s. Agostino e le Costituzioni proprie, approvate dalla S. Sede una prima volta nel 1610 , poi, in a forma specifica s, nel 1620 da Paolo V con la bolla Sacri Pontificatus e recentemente nell'apr. del 1931. Dipendono da un proprio priore generale, eletto ogni sei anni.

BibL.: autori vari, Hist. general de las relig. descalzas del Orden de los hermit. de S. Agustin, I-IV, Madrid 1644-1702; V-VI, ivi 1918-19; VII, Barcellona 1927; G. Tani, Comment.episcop. et script. ordinis discaleset. S. Agustini, Roma 1881; C. Gorin, Les Augustins Reformés au déchaussés, in Rev. de quest. histor., 21 (1877), pp. 36-46; S. Martinez, Hist. de las misiones august. en Cina, Madrid 1918; M. Heimbucher, Die Orden u. Kongregationen, I, $3^{2}$ ed., Paderborn 1933, pp. $546-49$.

Gabriele Raimondo
ROMUALDO, santo. - Fondatore dei Benedettini Camaldolesi (v.), n. a Ravenna ca. il 952 , m. nell'eremo costruito accanto al monastero di Val di Castro (Fabriano) il 19 giugno 1027. A vent'anni abbandonò il mondo per farsi benedettino in S. Apollinare in Classe (Ravenna). Dopo tre anni di vita in comune chiese ed ottenne di farsi eremita con un certo Marino, fra le colline del Veneto.

In compagnia quindi dello stesso suo abate, del doge di Venezia Pietro Orseolo e di numerosi altri compagni, R. fuggì poco dopo nel lontano cenobio di Cuxá in Spagna. Rientrato in patria ca. 10 anni dopo per confermare nella vocazione religiosa il vecchio genitore, fattosi monaco in S. Severo, dopo aver signoreggiato a Ravenna come duca, R. alla morte di lui, per interessamento dell'imperatore Ottone III, fu eletto ( 998 ) abate di S. Apollinare in Classe. Abbandonata l'anno seguente tale dignità, R. peregrinò a Montecassino e poi a riprendendo con più ardore la riforma monastica e la tondazione di nuovi monasteri ed eremitaggi italiani. In Romagna eresse il cenobio di Verghereto, poi un secondo vicino a Roma; nel roor a Ravenna l'eremo del Pereo; poi quelli di S. Michele di Lemmo, di Valdicastro e di S. Elena nel Cassinese. Notissimo tra quelli delle terre umbre, toscane e marchigiane l'eremo di Vallombrosa, e soprattutto quello di Camaldoli (v.), fondato nel 1012 sotto l'omonima Congregazione, tipica per l'abito bianco usato.

Di li a non molto, riconosciuto innocente da una perfida accusa, per cui soffri anche il carcere nel suo monastero di Sitria, venne chiamato da Enrico II a dirigere il convento senese di S. Salvatore. R. vi eresse accanto l'eremo del Vivo; più lontano quello di Vallebona. Nel rors R. diede inizio al monastero di Fonte Buona. Festa 7 febbr., giorno della traslazione del suo corpo a Fabriano ( 1481 ).

BibL.: una biogr. di s. R. scrisse, appena 12 anni dopo la morte, s. Pier Damiani (BHL, 7324) su testimonianze orali che talvolta sanno di leggendario, in Acta SS. Februarii, II, Anversa 1656, pp. 104-24; B. Collina, Vita di s. R., Bologna 1752; W. Franke, Quellen und Chronologie zur Gesch. Romualdo, Halle 1910; id., Romuald von Camaldoli und seine Reformtätigkeit, Berlino 1913; P. Ciampelli, Vita di s. R. abate, fundatore dei Camaldolesi, Ravenna 1937; A. Pagnani, Vita di s. R., Fabriano 1927; id., Storia dei Camaldolesi, Sassoferrato 1940, cap. 1.

Carlo Callovini
RONGAGLIA, Costantino. - Teologo moralista, n. a Lucca il 5 nov. 1677, m. ivi il 24 marzo 1737.

Entrò molto giovane nella Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio; vi ebbe molte cariche sino a diventare infine vicario generale.

Importante fra le sue opere Universa theologia moralis (2 voll. in-fol., Lucca 1730, più volte edita e ritoccata fino all'ultima ed., 10 voll., ivi 1833-35). S. Alfonso la ritenne un trattato classico nel suo complesso e, dati i tempi, commendevole per il probabilismo mitigato. A Lucca, nel 1734, il R. diede pure alle stampe l'Historia ecclesiastica Veteris Novique Testamenti di N. Alessandro, condannata già per le sue tendenze gallicane, ma che il R., con lunghe e dotte annotazioni, corresse dandole sotto la nuova forma larga celebrità. Di carattere divulgativo: Alcune conversazioni esaminate coi principi della teologia
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(101. Gab. fot. noz.) Romualdo, santo - La vitione di s. R., tela di A. Gramatica (fine sec. xvi-inizio sec. xvII) - Frascati, chiesa dei Camaldoli.
(ivi 1710 ); il titolo in altre edizioni è sostituito con Le moderne conversazioni volgarmente dette dei cicisbei (ivi 1711), che più chiaramente ne indica il contenuto (ed effettivamente l'opera è molto caustica).

BibL.: Hurter, IV, col. 1295; F. Sarteschi, De script. Congr. Clericorum Regularium Matris Dei, Roma 1753, p. 278 sgg. Elio Degano

RONGAGLIA, DIETE IMPERIALI di. - Frazione di Piacenza, al confine tra questa, Lodi e Pavia (Rumcalea, da runcare), presso il Lambro ed il Po, all'incrocio delle vie terrestri e fluviali dalla Lombardia a Genova, Lucca, Bologna, Ravenna e località preferita per le diete convocate dagli imperatori. Vi partecipavano non solo i feudatari maggiori, ma anche i valvassori maggiori e minori, arimanni e milites cittadini.

Come nell'alto medioevo, vi si trattavano le questioni politiche de stabilitate Ecclesie et regni e vi si tenne il supremo tribunale regio e la mostra dell'esercito davanti all'Imperatore all'inizio e fine della Dieta. Le prime assemblee di R. (accertate dal Solmi) furono indette dagli arcivescovi milanesi : Arnolfo nel rooz e Ariberto nel 1021; solo del maggio 1055 è la prima assemblea imperiale, storicamente accertata. Seguono quelle dei vicari regi : Ottone nel ro68 ed Everardo nel 1075, di Enrico V nel 1110, di Lotario II nel 1132 de statu ecclesie atque imperii e nel 1136 sulle alienazioni dei feudi, di Federico I dal 30 nov. al 5 dic. 1154 con i consules civitatum, e la più solenne di tutte, dall'ir a forse il 28 nov. 1158. Ne segui ancora una nell'apr.-maggio 1159; poi fu la guerra; vi sostò appena il 7 giugno 1194 l'esercito con Enrico VI e da allora R. albergo solo le truppe milanesi.

Alla Dieta del 1158 intervennero da parte tedesca i vescovi, i grandi feudatari, l'esercito imperiale accampato sulla riva sinistra del Po. Vi furono promulgate le leggi feudali e funzionò il tribunale imperiale. Traversato il

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Po sul ponte costruito in due giorni, l'Imperatore passò sulla riva destra nel territorio piacentino (in Cotrebia) ove era accampata la parte italiana: i grandi feudatari, i comudes e ludices civitatum; i giuristi Bulgaro, Martino, Jacopo e Ugo, come consiglieri, i milites di Lombardia e d'Emilia. Qui egli decise il 23 la questione delle regalie e venne giurata la pace, atto conclusivo della Dieta. Questa intese richiamare all'autorità dello Stato le funzioni pubbliche e i diritti relativi, dispersi e frazionati in mano di enti ecclesiastici, di signori, di Comuni (Solmi), ed inoltre segnò la prima grande affermazione del risorto diritto romano nella vita medievale, impedendo l'oppressione di una delle parti : merito principale dei quattro dottori. Essi, interrogati dall'Imperatore ut indicorent ei in veritate amnia regalia iura, non vollero pronunciarsi sine consilio aliorum indicum universarum Langobardiae civitatum ibi astantium. Eletti due giudici per ogni città, in numero di ventotto stabilirono con i quattro dottori, dopo maturo esame, i diritti regali: arimanniae, vitae publicae, flumina navigabilia, portus, ripatica, vectigalia, moneta, mulctorum poenarum conipradia, bona vacantia, quae ob indignis legibus auferentur, bona contrabentium incestas nuptias et damnatorum et proscriptorum, angariarum peraegariarum plaustrorum et navium praestationes, extraordinaria collatio, patestas constituendorum magistratum, argentarie et palatia, piscativnum redditus et salinarum, bona committentium crimen maiestatis, dimidium thesnuri in loco Caesaris inventi. Con l'equiparazione delle citta comunali ai feudatari, non più reintegrati nei vecchi privilegi, ma sostituiti da funzionari alle sue dirette dipendenze, Federico intese affrettare la decadenza del feudalesimo e iniziare l'accentramento dello Stato. Ma la creazione di giudici imperiali a capo delle città, per ricevere i tributi e amministrare la giustizia, fu subito avversata dai Lombardi, e ben presto l'amministrazione di costoro sollevò la rivolta di Milano, Piacenza, Cremona, Bergamo, Brescia, Parma, Mantova e Marca Veronese, contro quello che fu detto il Teutonicarum imperiam, mentre la gerarchia feudale e l'organizzazione comunale impedivano la completa applicazione del diritto romano alle esigenze dell'Impero, con una grave limitazione all'effettivo potere di Federico. Invano si richiamarono gli antichi termini ad esaltarlo, come unico legislatore ed arbitro della politica. Più vero appare il detto ironico: De tributo Caesaris nemo cogitabat. Omnes erant Caesores, nemo censum dubat. Già nel maggio 1159 Federico dichiarava al vescovo Alberto di Frisinga che prima di sopportare la rovina dell'Impero avrebbe preferito la morte in combattimento : maluimus honestam mortem inter hostes.

Bibl.: P. W. Finsterwalder, Die Gesetze des Reichstags von R. vom 11. November 1152, in Zeitschr. der Saviens-Stift. für Rechtsgesch. (Germ. Abt.), 51 (1931), p. 1 regu.; A. Solmi, Le diete imperiali di R., il dir. di regalia ece., in Studi stor. sulla proprietà foudioria nel medio cvo, Roma 1937, pp. 119-72; P. S. Leicht, Lex. di stor. del dir. ital., Milano 1947, p. 102; F. Callasso, Gli ordinam. giu-
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(da P. de Borkae, R. et L'humanisme, Parigi 1881, tro 20, 86-21) Rosmario, Pirione de - Ritretto. Disegno attribuito a N. Denizor (acc. svr). Parigi, Biblioteca nazionale.
presso Grottkau il 16 ott. 1813, m. a Vienna il 20 ott. 1887.

Coadiutore nella parrocchia di Grottkau, sospeso a divinis nel 1843 per un articolo antiromano, rifiutò di sottomettersi e rivolse un appello al clero della Germania, incitandolo a romperla con la gerarchia, con Roma, con il celibato ecclesiastico e con la liturgia latina, per formare una Chiesa nazionale tedesca a base sinodale. Siccmunicato e degradato dal suo vescovo, R. fondò nel genn. 1845 la comunità tedesco-cattolica di Breslavia, a cui si aggiunsero in breve altre 100 comunità, trascinate allo scisma dalla sua abilità di agitatore. La Confessio fidei che R. diede alla comunità di Breslavia è di intonazione razionalistica, in piena opposizione con l'insegnamento della Chiesa.

Nel "Concilio» di Lipsia ( 22 marzo 1845) il movimento iniziato da R. si fuse con quello promosso poco prima, nella parrocchia di Scheidemühl, da J. Czerski : nella fusione prevalse l'indirizzo razionalista di R. su quello più conservatore di Czerski. Negli anni seguenti R., nei viaggi di propaganda per la Germania, fu salutato come il nuovo riformatore da liberi pensatori, nazionalisti, protestanti liberali, accolto con riserbo dai vari governi e dai protestanti conservatori. Al nuovo "riformatore" mancava un vero contenuto religioso, e ciò portò presto a una rottura con gli aderenti di Czerski, non rimediata neppure nel «Concilio» di Berlino nel 1847.

Negli sconvolgimenti del 1848 R. e i suoi aderenti agirono in senso radicale, e nella reazione del 1849 R. dovette andar esule in Inghilterra. Ritornato nel 1861 in Germania, fondò nel 1865 a Francoforte sul Meno il Religiäer Reformceroie con programma intonato al libero pensiero e all'anticlericalismo.

Bibl.: G. Goyau, L'Allemagne religieuse. Le catholicisme, II. Parigi 1906, p. 293 sgg.; H. J. Christiani, Ronaes Werdegang. s. I. 1923; K. Alpermissen, Konfessions-Kunde, 4 e ed., Hannover 1930, pp. 182-208 (con bibl.).

Igino Rogger
RONSARD, Pierde de. - Poeta francese, n. al castello della Poissonnière (Vendôme), I'i 1 sett. 1525, m. il 27 dic. 1585 al priorato di St-Cosme-sur-Loire.

Di nobile famiglia, fu ben presto, con il padre, al seguito di Francesco I, e passò la sua adolescenza a corte come paggio dei principi reali. Colpito dalla sordità, nel 1540 , dovette rinunciare alla carriera militare che gli si apriva; e si volse allo studio delle lettere, già coltivato durante i suoi anni a corte, scrivendo versi in francese e in latino. Nel 1543 ricevette la tonsura e ottenne alcuni benefici ecclesiastici. Legatosi di amicizia con alcuni compagni di studio come Jean-Antoine de Balf, Jodelle, Pontus de Thyard, e, ultimo, Joachim du Bellay, insieme al loro comune maestro Jean Daurat, nel 1549 costituì il nucleo della Pléiade, la scuola poetica che dominò il Rinascimento francese, e di cui egli fu il principale esponente. Con la sua collaborazione, infatti, nello stesso 1549 Joachim du Bellay pubblicò la Défense et illustration de la langue française, programma della nueva scuola che tentava di riabilitare nel campo letterario la lingua nazionale, anche nelle forme dialettali, contro gli italianismi e i latinismi allora in voga. Tale scuola, che ottenne grande successo al suo formarsi, decadde rapidamente nel secolo successivo di fronte alle nuove idee di cui si era fatto banditore Malherbe (v.).

Nel 1550 R. pubblicò Les Quatres premiers livres des Odes (il V nel '52); poi, nel 1552, il primo libro degli Amours, serie di sonetti petrarcheschi in onore di «Cassandre», a cui seguirono nel 1560 il Second livre des Amours per Marie du Pin, e, più tardi, nel 1578 i Donnets pour Hélène. In quegli stessi anni pubblicava vari Bocages, Mélanges, Hymnes, una serie di Discours, Elégies e Les quatre premiers livres de la Franciade.

Negli Inni R. esprime un profondo amore del suo paese e del suo Re; sentiva anche profondamente lo stranio delle lotte religiose che dilaniavano la Francia e accusò più volte i protestanti di fomentare la discordia nel paese. Dal canto loro i calvinisti gli rimproveravano di essere prete, ateo e di menar vita licenziosa; ci fu

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addirittura contro di lui una sommossa letteraria protestante. Ma R. nelle sue poesie (Poèmes, lib. II) rispose ai suoi nemici religiosi provando come non avesse mai preso gli Ordini, ma usufruisse solo delle rendite di alcune abbazie. R. godé fama di essere il più grande poeta del suo tempo; i secoli successivi lo ignorarono completamente: almeno in Francia, se invece Scipione Maffei lo lodava e Goethe lo ammirava. Solo il romanticismo lo trasse dall'oscurità insieme alla sua scuola: Balzac, Michelet e soprattutto Sainte-Beuve lo hanno riabilitato, collocandolo tra i grandi poeti francesi.

Bibl.: ed.: Oeuvres complètes, ed, crit. di P. Laumonier, 10 voll., Parigi 1914-39. Studi: Ch. A. de Sainte-Beuve, Préface a Oeuvres choisies de P. de R., ivi 1902: P. de Nolbac, R. et l'humanisme, ivi 1921: P. Laumonier, R. poête lyrique, $2^{2}$ ed., ivi 1923. Sulla Pléiade v. : F. Strowski, La doctrine et l'oeuvre poétique de la Pléiade, ivi 1933: H. Chamard, Hist. de la Pléiade, 4 voll., ivi 1939-40.

Costanza Pasquali
ROOSEVELT, Franklin Delano. - Presidente degli Stati Uniti d'America, n. il 30 genn. 1882 a Hyde Park (Nuova York), m. il 12 apr. 1945 a Warm Springs (Georgia). Iniziò la sua carriera politica nel 1910, quale candidato democratico al Senato dello Stato di Nuova York, sebbene ciò si considerasse a quel tempo un suicidio politico, perché da ben 32 anni i repubblicani detenevano il collegio che R. voleva conquistare. Grazie alla sua promessa di sostenere una legislazione che difendesse gli agricoltori di fronte ai commercianti all'ingrosso, riusci eletto l'8 nov. 1910, con 15.708 voti contro i 14.568 del repubblicano Schlosser.

Nel 1912 appoggiò la nomina di W. Wilson a candidato presidenziale democratico e questi, diventato presidente, gli affidò il sottosegretariato alla Marina, che R.
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(1ut. Unis)
Rossevelt, Franklin Delano - Ritratto.
conservò fino al 1920. In quest'anno il partito democratico acclamò R. candidato alla vice-presidenza, ma la strepitosa vittoria dei repubblicani lo allontanò da ogni attività politica. Nell'ag. 1921 R. fu colpito da poliomielite e non ne guarì mai completamente. Governatore dello Stato di Nuova York nel 1928, fu eletto presidente nel 1932 e si insediò nella suprema carica nel marzo seguente con una strepitosa vittoria della maggioranza in 42 Stati su 48.

Dopo la crisi del sistema economico americano durante l'amministrazione Hoover, R. si propose attuare una nuova politica, il New Deal, con fini altamente sociali. All'individualismo egli oppose il principio della cooperazione e realmente mirò, durante i dodici anni in cui tenne il potere (riuscì infatti vittorioso anche nelle elezioni del 1936, del 1940 e del 1944), a raggiungere un equilibrio economico, che garantisse a tutti i cittadini degli Stati Uniti un tenore di vita sufficente e il modo di godere dei fondamentali diritti assicurati dalla Costituzione. Il New Deal, mentre costituì una decisa presa di posizione contro i profittatori del lavoro umano, contro i monopolisti e contro tutti coloro che in qualsiasi modo sfruttavano le fatiche altrui, contribuì ad eliminare la disoccupazione in notevole misura, ad aumentare il tenore di vita delle classi operaie, ad assicurare un'assai progredita legislazione sociale, a promuovere la regolata valorizzazione delle risorse naturali. Il mercato finanziario fu disciplinato e fu dato l'avvio a grandiose opere pubbliche (massima la bonifica e l'irrigazione del bacino del fiume Tennessee, con la costituzione della "Tennessee Valley Authority "), l'agricoltura venne protetta contro le varie forme di speculazione, l'ordinamento tributario fu perfezionato con particolare riguardo all'imposizione diretta, la politica protezionista fu abbandonata per dare luogo ad un più intenso flusso degli scambi commerciali con il resto del mondo.

La politica estera di R., di "buon vicinato" e di intensificazione di amichevoli relazioni con tutti gli Stati pronti a rispettare gli altri componenti della comunità internazionale ed a tenere fede alle obbligazioni contratte, assunse, in seguito alle aggressioni hitleriane, una linea di condotta decisamente avversa ai regimi totalitari e

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favorevole alle potenze democratiche, che, fino all'entrata in guerra degli Stati Uniti (dic. 1941), fruirono dell'aiuto americano (Legge affitti e prestiti, marzo 1941) e, in seguito, del diretto apporto del potenziale economico e militare degli U.S.A. Avverso per principio alla guerra (fin dal 1920, nel giro quale candidato alla vicepresidenza, egli sostenne la necessità della ratifica da parte del Senato del Trattato di Versailles e del Patto della Società delle Nazioni), che costituiva un ostacolo al perfezionamento costante del suo New Deal, R. si indirizzò il 23 dic. 1939 ai capi delle varie confessioni religiose per proporre che le forze politiche e religiose si adoperassero per il trionfo della pace e per un'assidua opera di conforto, spirituale e materiale, alle vittime della guerra. Ciò iniziò un carteggio tra R. e Pio XII, che si protrasse fino alla morte del Presidente, e l'invio di un suo rappresentante personale presso la S. Sede "per concordare e sviluppare le comuni iniziative per il ritorno della pace e il sollievo delle sofferenze». Il mito della pace universale, vivo nella mente di R., gli impedì di intravvedere, al di là delle costruzioni ideologiche, la realtà dei fatti, come lo compror-ano il testo della Carta Atlantica e le decisioni della Conferenza di Yalta.

BibL.: fonti: F. D. R., The public papers and addresses 1926-33, 13 voll., Nuova York 1938-30; The R. letters being the personal correspondence of F. D. R. 1887-1943, 3 voll., Lor. dra 1049-51; La corrispondenza fra il presidente R. e papa Pio XII durante la guerra, introd. e note di Mr. C. Taylor, Milano 1948. Dal punto di vista biografico, in mancanza di un'opera esauriente ed obiettiva, cf. R. E. Sherwood, R. and Rophilus, Nuova York 1948, trad. it. Milano 1949 e J. Gunther, R. in retrospect. Londra 1950 (a carattere anoddotico). Sulle candidature e l'esito delle decisioni cf.: S. Lorant, The presidency. A pictorial history of presidential elections from Wathington to Trumun, Nuova York 1951, in particolare pp. 577-673. Sul New Deal v.: E. Fossati, New Deal. Il nuovo ordine economico di F. D. R., Padova 1957; M. Pierso, L'expatimento R. e il movimento sociale negli Stati Uniti d'America, Milano 1957. Sulla politica estera: T. A. Bailey, A diplomatic history of the American people, $4^{\circ}$ ed., Nuova York 1949, p. 732 sgg. (con bibl.); S. F. Bonia, A diplomatic history of the United States, $3^{\circ}$ ed., ivi 1950, pp. 830-99. Sulla Conferenza di Yalta: E. R. Stettinius jun., R. and the Russians, Londra 1950.

Silvio Furlani
ROOTHAAN, Joannes Philippe. - Ventunesimo generale della Compagnia di Gesù, n. ad Amsterdam il 23 nov. 1785, m. a Roma l'8 maggio 1853.

Entrato nell'Ordine in Russia, dove i Gesuiti avevano potuto continuare ad esistere come tali, nel 1808, attese vari anni all'insegnamento e ai ministeri in Russia, in Polonia, nell'Austria, nella Svizzera. Passò il periodo 1820-23 a Briga, il periodo 1823-26 a Torino, rettore del Collegio delle Provincie; il 9 luglio fu eletto generale.

Nelle mutevoli e dolorose circostanze del tempo del suo generalato sep-
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(per cortesia di nota. A. P. Fratur) Roothlaan, Josmina Philipps - Ritetto eseguito da E. von Steinle. Roma, Archivio della Curia generalizia dei Gesuiti.
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(per cortesia del p. Rettore) Rosa, Enrico - Ritetta - Roma, Collegio scrittori della Civiltà Cattolica.
(per cortesia di nota. A. P. Fratur) Rosa, Enrico - Ritetta - Roma, Collegio scrittori della Civiltà Cattolica.

collegio scrittori della Civiltà Cattolica.

1835) e più tardi anche di un opuscolo importante: De ratione meditando (ivi 1836). Per il lato scientifico curò l'emendamento e l'adattamento della Ratio studiorum, sul fondamento della memoria del p. E. Vasco (pubbl. ad uso privato: La Ratio studiorum adattata ai tempi presenti, 4 voll., Roma 1831); zelo, secondo i voleri di Pio IX, la attuazione della Civiltà Cattolica, stimolando la creazione di altri simili periodici in Europa. Le persecuzioni e l'apparente sconfitta della Compagnia nelle turbolenze d'Europa furono largamente ricompensate dall'aumento dei sudditi, dalla creazione di molte nuove province e missioni in tutte le parti del mondo. Lasciò anche un ampio epistolario, ora pubblicato in parte: Epistolae 7. P. R. ( 5 voll., Roma 1935-40).

BibL.: M. Alberdingk Thilm, Levensschets von p. 7. R., Amsterdam 1882; P. Albers, De p. 7. P. R., Generaal, 2 voll., Nimego 1900; R. Nou, 7. R., der bedeutende Staatsmypenval neuerer Zeit, Friburgo in Br. 1928; P. Pirri, Il p. 7. R., 21* gener. della C. di G., Roma 1930; J. A. Otto, Gründung der neuen Jesuitennissian durch General P. 7. P. R., Friburgo in Br. 1930. Celestino Testore

ROSA, Enrico. - Gesuita, scrittore, n. a Selve Marcone (diocesi di Biella) il 17 nov. 1870, m. a Roma il 26 nov. 1938.

Entrato nell'Ordine nel 1886 e ordinato sacerdote nel 1900, fu nel 1905 chiamato a far parte degli scrittori della Civiltà Cattolica, di cui dal 1913 al 1931 fu anche direttore.

Alla sua opera di scrittore portò una rara formazione umanistica, un orientamento sicuro nel campo filosofico e teologico, una fedeltà di interpretazione e una fermezza di difensore infaticabile delle direttive della S. Sede, per cui da cattolici e non cattolici si guardava a lui, per conoscere in determinate circostanze quello che si doveva pensare ed attuare, e fu detto a ragione che nei primi 30 anni del nostro secolo esercitò una indubitabile funzione di leader, soprattutto in situazioni sassi scabrose.

Oltre agli innumerevoli articoli e riviste della stampa scritti sul periodico, massime contro i molteplici errori del liberalismo, la sfinge del modernismo e le orientazioni ambigue (Action française) nei campo cattolico, e in difesa delle accuse lanciate contro il Papa, lasciò: Anselmo di Aosta arciv. cantuariense e dottore della Chiesa (Firenze 1909), L'encicl. Pascendi e il modernismo (Roma 1918); Filione cattolica della guerra (ivi 1925), raccolta di articoli, integrati talora dai tratti soppressi dalla censura; Lettere e scritti spirituali di s. Luigi Gonzaga (Firenze 1927); I Gesuiti dalle origini ai giorni nostri (Roma 1934); Il b. Rocco Gonzales e compagni martiri (ivi 1934). Da aggiungere inoltre la versione della grande opera Storia della Chiesa del card. Hergenröther ( 8 voll., Firenze 1904-14) condotta fino al 1922.

BibL.: D. Mondrone, In memoriam Patris. II p. E. R., in Civ. Catt., 1938, iv, pp. 481-96, e II p. E. R., in Scrittori al traguardo, I, $3^{\circ}$ ed., Roma 1947, pp. 325-36. Celestino Testore

ROSA da Lima, santa. - Vergine domenicana, n. a Lima il 20 apr. 1856, m. ivi il 24 ag. 1617. Figlia di Gaspare Flores e di Maria Oliva, le fu mutato il nome battesimale d'Isabella in quello di R. Fin dall'infanzia, avida di santità, si prese a modello s. Caterina da Siena, che più tardi poté imitare

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(101. S. II. Aotagora)
Rosa da Lima, santa - S. R. da Lima morta, tela di anonimo. Lima, santuario.
anche nella vocazione religiosa, entrando nel Terz'ordine domenicano (ro ag. 1606).

Tutta la sua breve vita fu un continuo esercizio di aspre penitenze, accompagnate da prove fisiche e specialmente da lunghe aridità spirituali. Amò la solitudine e godette di spirito profetico.

Fu beatificata da Clemente IX con breve del 12 febbr. 1668 e canonizzata da Clemente X il 12 apr. 1671. Cronologicamente è il primo Santo del nuovo mondo; fu proclamata patrona di Lima, del Perú e dell'America. La sua festa ricorreva dapprima il 26 ag., oggi al 30 dello stesso mese.

Bibl.: L. Hansen, Vita mirabilis et mors pretiosa venerabilis sororis R. de S. Maria, Limensis, ex Tertio Ordine S. P. Dominici, Roma 1664 (la 3 e ed., Lovanio 1668, fu inserita negli Acta SS); S. Bertolini, La Rosa Peruana, overo vita della sposa di Christo suor R. di S. M..., Roma 1666; D. M. Marchese, Vita di s. R. di S. M., peruana, del Terz ordine di S. Domenico, Napoli 1685: A. F. Giovagnoli, Vita di s. R. da L., domenicana, Roma 1768; M. T. de Bussierre, La Pérou et s. R. de L. (s. R. de Ste-M.), Parigi 1863; A. L. Masson, S. R., Tertiaire dominicaine, patronne du Nouveau Monde, Lione 1898 (trad. it. Venezia 1917, 1932); D. Angulo, S. R. de S. M. Estudio bibliografico, Lima 1917; L. G. Alonso Getino, S. R. de L., Patrona de América. Su retrats corporal y su talla intelectual según los nuevos documentos, con riprod., Madrid 1943.

ROSA, Salvatore. - I. Arte. - Pittore e incisore, n. all'Arenella presso Napoli il 21 giugno 1615 e m. a Roma il 15 marzo 1675 .

Si dedicò ben presto alla pittura, prima sotto la guida dello zio Antonio Domenico Greco e poi del cognato Francesco Fracanzano; subì più tardi vari influssi, specialmente dei veneti e dei fiamminghi. Soggiornò a Roma una prima volta dal 1635 al 1639 : è di questo periodo, oltre alcuni paesaggi e bambocciate (genere che egli più tardi ripudierà) l'Incredulita di s. Tommaso dipinta per il card. Brancacci, ora al Museo civico di Viterbo.

Chiamato nel 1640 a Firenze dai Medici vi ottenne
grande successo sia come pittore che come poeta; volle tuttavia ritornare a Roma ( 1649 ) dove si stabili definitivamente. Durante questo secondo periodo romano egli cercò di affermarsi in un altro genere di pittura : le grandi composizioni monumentali e storiche che provocarono le più acerbe e non del tutto ingiustificate critiche dei contemporanei. La sua sensibilità e lo squisito senso della natura, che fin da giovane lo avevano spinto a portare all'aperto il suo cavalletto, accompagnati ad un temperamento vivace, gli avevano fatto trasfigurare con fantasia romantica paesaggi e marine ritratti dal vero, o battaglie affollate. Era questo il suo campo naturale d'azione nel quale riuscì ad affermarsi con autentici capolavori.

Tra le opere numerose vanno ricordate quelle delle raccolte fiorentine (notevole il Boschetto dei filosofi); la Battaglia Corsini al Louvre; le opere di Napoli. Scarseggiano i dipinti di soggetto sacro: oltre al quadro di Viterbo, è a Roma in S. Giovanni dei Fiorentini il Martirio dei ss. Cosma e Damiano; nella Pinacoteca di Napoli Gesù fra i Dottori e la Vergine del suffragio nella Pinacoteca di Brera a Milano.

Bibl.: H. Voss, s. v. in Thieme-Becker, XXIX, pp. 1-3; V. Golzio, Seicento e Settecento, Torino 1950, pp. 246-54. Maria Donati
II. Letteratura. - A meglio far notare la versatilità del suo ingegno il R., oltre a qualche poesia, canzonette e "cantate" per opere musicali, lasciò sei satire in terza rima, contro vizi, deviazioni, iniquità dei suoi tempi, bollendo senza misericordia la genia viziosa e gaudente dei cantori e musicanti (Musica), la vanissima canaglia dei poetastri (Poesia), i pittori mestieranti (Pittura), la società viziosa e bellicosa per ingordigia di potere e di ricchezze (Guerra), i suoi nemici personali di Roma (Invidia), il fasto e l'ignoranza della nobiltà di Napoli e della Curia romana (Babilonia). Se lo stile è brillante e vivace e le sferzate acute e taglienti, l'autore però non dimostra di essere scevro dei difetti che agli altri rim-
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(101. Anderson)

Rosa, Salvatore - Gesù fra i dottori - Napoli, Museo nazionale, Pinacoteca.

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provera; inoltre la prolissità, le troppo frequenti digressioni, l'erudizione troppo accumulata, tolgono alle satire una gran parte di efficacia.

BibL.: sulla vita e sulle opere del R. e sugli studi intorno a lui, cf. A. Belloni, Il Seicento, Milano 1929, pp. 297-304 e 338; U. Renda-P. Oporti, s. v. in Dic. storico della lett. ital., Torino 1952, pp. 967-70.

Celestino Testore
ROSA da Viterbo, santa. - N. a Viterbo e vi consumò la breve vita, assai probabilmente frail 1233 ed il 1251.

Visse la maggior parte dei suoi 18 anni nel nascondimento della sua umile famiglia, nel tempo in cui Viterbo era funestata dall'eresia dei Patareni e dalle fazioni politiche. Nell'estate 1230, guarita miracolosamente da grave malattia, in seguito ad una visione della Madonna volle essere vestita dell'abito di terziaria francescana e dopo breve preparazione nella preghiera e nella meditazione della passione di Cristo, prese a percorrere le vie di Viterbo con una immagine sacra in mano lodando pubblicamente i nomi di Gesù e di Maria e invitando tutti a frequentare le chiese. Un tal fatto suscitò le ire degli eretici, alcuni dei quali ottennero dal podestà, che governava la città a nome di Federico II imperatore, che la Santa insieme con i suoi genitori fosse cacciata, il 4 dic. 1250 , in pieno inverno. Ella raggiunse allora Soriano al Cimino e, morto in quei giorni ( 13 dic.) Federico II, passando per Vitorchiano ritornò a Viterbo, donde non si mosse sino alla morte che la colse pochi mesi dopo nella casa paterna, avendo chiesto invano di venir accolta fra le Clarisse. La fama di santità e di miracoli fece sì che il suo corpo fosse trasferito dalla chiesa di S. Maria in quella delle suore e che Innocenzo IV il 25 nov. 1252 da Perugia
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(per cortesia del p. G. Abate, O. F. M. Cene.)
Rosa da Viterbo, santa - Il più antico ritratto di s. R., disegnato nei verso del rotolo membranaceo della Vita I (primi decenni della $2^{a}$ metà del sec. xili) - Viterbo, Archivio del monastero di S. R.
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Rosa da Viterbo, santa - Interno della casa dove nacque, visse e mori S. R. Viterbo.
ordinasse l'apertura del processo di canonizzazione. Questo non fu condotto a termine; e neppure quello aperto nel 1437, per volere di Callisto III, condusse alta desiderata canonizzazione. S. R. fu però venerata come santa nella sua città, nell'Ordine francescano e da alcuni papi (cf., ad es., la lettera di Pio XII per il VII centenario di s. R. del 25 febbr. 1952); il suo nome fu inserito nel Martirologio romano dal Baronio e in suo onore furono eretti chiese ed altari ed attribuiti pubblici onori. La festa si celebra il 6 marzo e la traslazione del corpo il 4 sett.

BibL.: Martyr. Romanum, p. 380; G. Abate, S. R. da Viterbo, terziaria francescana (1233-31). Fonti storiche della vita e loro revisione critica, in Miscell. franc., 52 (1952), pp. 113-278 (vi si trova elencata e vagliata tutta la letteratura relativa alla Santa).

Pio Paschini
Folklore. - Due feste annuali si celebrano a Viterbo in onore di s. R. protettrice della città : una ha carattere strettamente chiesastico, nel giorno della sua morte ( 6 marzo); l'altra, popolare e più solenne, il 4 sett., a ricordo della traslazione del suo corpo. La sera del 3 sett., un'immensa macchina a mo' di campanile, con ossatura di legno ed esterno di tela o cartone, alta oltre 20 m ., variamente decorata e dipinta, in cima alla quale risplende tra fiaccole e ceci la statua della Santa, viene trasportata a spalla per le vie della città da 62 facchini detti "cavalieri di s. R.", vestiti di bianco con fascia rossa ai fianchi e ciuffo bianco in testa; essi, rimasti la mattina in clausura, prima d'iniziare il trionfale trasporto ricevono la benedizione dal vescovo e compiono la visita a 5 chiese pregando perché tutto proceda senza incidenti (la caduta o l'incendio della macchina si ha per segno di sciagura: ciò avvenne, p. es., nel 1801 e nel 1815 con morti e feriti). Giunti sul piazzale del monastero di S. R., la poderosa macchina viene qui poggiata sopra cavalletti, tra gli applausi, gli evviva e la commozione della folla che l'ha devotamente seguita. Orchestre, corse, giostre, luminarie e fuochi d'artifizio ravvivano la festa, la quale si chiude il 5 sett. con una gara poetica organizzata dall'Accademia degli Ardenti per celebrare le lodi di R. L'uso della macchina rimonta al 1656 , per voto dei Viterbesi in seguito a una terribile pestilenza e la prima processione ebbe luogo nel 1657; i progetti della costruzione, scelti a concorso, variano ogni anno e sono raccolti nella Pinacoteca municipale (il più antico che si conosca è quello del 1690). Dal punto di vista folkloristico, la macchina è simbolo di forza, protezione e preghiera, al pari di altre manifestazioni popolari, come i gigli di Nola, i ceri di Gubbio, il carro di s. Rosalia a Palermo.

In occasione della festa del 6 marzo si dispensano ai fedeli ricordi della Santa, che sono rose, fiorellini e alberelli, che la tradizione vuole cresciuti sulla sua tomba, o parti della cassa e del vestiario : speciale virtù curativa per la febbre o per il mal di capo si attribuisce all'acqua

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(fot. Bruti)
Rosa, santa - Macchina di s. R. del 1932 - Viterbo.
e al nastro di s. R. Ad accrescere il culto è valsa l'iconografia, che, per quanto non molto ricca, conta rappresentazioni felici (p. es., i dipinti di Benozzo Gozzoli sulle pareti della chiesa di S. R. in Viterbo) che illustrano i fatti più salienti della vita della Santa a seconda della versione tradizionale della vita. Altari a lei consacrati sorgono a Roma nella chiesa di S. Caterina, già detta di S. R., e in quella di Arscorli (oltre a un oratorio comune alle due ss. vergini R. di Viterbo e Rosalia di Palermo), ed anche a Vitorchiano, Bolsena, Tivoli, Fabriano, Salerno e Foggia.

Bibl.: le opere che seguono, per il cui valore storico cf. lo studio del p. G. Abate sopra citato, sono ricordate soltanto per la parte che riguarda il folklore della Santa : B. Mencarini, Racconti della vita, de' prodigi e del culto di s. R., Viterbo 1828; G. Selli, Vita e miracoli di s. R. vergine viterbose, ivi 1828; J. Ch. D. Barascud, Vie et miracles de ste R. de Viterbe, Parigi 1864; L. Ceccotti, Descrizione di nove storie di s. R. dipinte da B. Gozzoli nel 1453 con commentario storico, Viterbo 1872; A. Brisse, Viterbo e le feste di s. R., in Illustrazione italiana, 22 (1883), pp. 231, 234, 237; anon., St. Rose of Viterbo, in The Month, 94 (1899), pp. 276-81; P. Egoli, I disegni degli affreschi di B. Gozzoli in S. R. di Viterbo, s.l. 1904; G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, I, Viterbo 1907-1908, p. 216; R. Pignini, L'opera di B. Gozzoli in S. R. di Viterbo, in L'arte, 1910, pp. 35-42; F. Cristofori, La vita di s. R. dipinta a fresco da B. Gozzoli nel 1453, in Misc. francescana, 3 (1888), pp. 167-70; A. Scriattoli, Viterbo nei suoi monumenti, II, Roma 1915-20, p. 263 sgg. (con illustr.).

Giovanni Bronzini
ROSAGROCE. - Setta protestante, che ebbe origine da un romanzo storico, inventato, sembra, dal teologo luterano Giovanni Valentino Andreà ( $1586-1654$ ).

Nel 1614 apparve anonimo: Professione di fede della Confraternita della R. Nel 1615: La Rivelazione della Confraternita del S.mo Ordine di R. Infine nel 1616 : Die Chy-
mische Hochzeit Christiani Rosenkreutz. Il primo di questi libri conteneva violenti attacchi contro il papato; si narravano le avventure di un cristiano Rosenkreutz (RosaCroce), n. nel 1388, il quale, durante viaggi in Palestina ed in Egitto, sarebbe stato iniziato alle scienze occulte. Ritornato in patria, avrebbe scelto sette compagni e fondato con essi la Confraternita dei r., i cui membri dovevano fare grandi viaggi, poi riunirsi una volta l'anno. La lega doveva restare segreta durante 100 anni. Aveva per scopo la riforma generale del mondo e si ispirava ai sette sapienti della Grecia e ad alcuni filosofi romani.

Sembra che l'autore di questi romanzi non pensasse che a mettere in ridicolo la mania del tempo per il meraviglioso. Ma tali libri furono presi sul serio; mistici e alchimisti si posero alla ricerca dell'Ordine di R. che risultava introvabile. Dinanzi a tanta credulità, lo stesso Andreà dichiarò che le suddette memorie di Rosenkreutz non erano che favole; ma invano. I luterani accusarono i calvinisti d'aver tentato una monovra contro il luteranesimo.

Nonostante tutte le opposizioni, la Germania fu inondata da pretesi manoscritti di Rosenkreutz; il movimento si diffuse anche in Francia : nel 1623, fu affisso a Parigi un manifesto annunziante l'arrivo dei r., "salvatori del mondo ". Il bibliografo francese Gabriel Naudé ( 1600 -53) scrisse contro di essi: Instruction à la France sur la verité de l'histoire de la Rose-Croix, ma non riusci ad arrestare il movimento.

L'ordine dei r. si sviluppò soprattutto adottando i metodi del Paracelso. Si ricordano come paracelsisti e r. ferventi Henning Scheunemann, medico di Bamberga, il predicatore protestante Giovanni Grabmann, che vendeva un miscuglio di cetriolo e di rose tritate come rimedio per tutti i mali; Giulio Sperber, medico di Anhalt; Enrico Kunroth, medico di Amburgo; Michele Maier, medico dell'imperatore Rodolfo II e del langravio Maurizio di Hesse-Cassel. Il sec. xviri fu cosi inondato di ciarlatani, r. alchimisti, astrologi, a dottriri meravigliosi a di qualsiasi specie. L'organizzazione interna della setta dei r. rimase segreta. Si ritiene che i confratelli si occupassero di cabalistica e di alchimia, per cercare l'arte di trasmutare i metalli e di prolungare la vita umana. I r. dicevano che la fine del mondo era vicina, ma che il mondo sarebbe stato rinnovato sotto la loro direzione.

Nel sec. xvir si diede il nome di r. a tutti gli illuminati che sostenevano di avere segreti rapporti con il mondo invisibile. Si volle includere talvolta in questa categoria gli illuminati del tempo: Saint-Germain, Cagliostro, Mesmer, Saint-Martin; non è però provato che abbiano fatto parte dei r., allora, del resto, decaduti. La massoneria, invece, aveva usurpato il titolo di r. facendone un grado di iniziazione massonica, che è il settimo nel rito francese e il decimottavo in quello scozzese.

Nel sec. xix il titolo di r. era riservato ai dignitari della massoneria, quando un gruppo di giovani scrittori, Stanislao de Guaita, Barlet, Paolo Adamo Papus, Péladan, annunziò nel 1888 di voler rinnovare l'ordine cabalistico della R. Poco dopo, Giuseppe Pcladan si separò dai suoi amici per il loro anticlericalismo e fondò il «Salon catholique de la Rose-Croix». Si faceva chiamare il sàr Péladan: n. a Lione nel 1838 , m. a Neuilly-sur-Seine nel 1918. Oltre parecchi romanzi assai sensuali e opere estetiche, pubblicò, come r.: Comment on devient un mage (1892); Comment on devient fée (1893); L'occulte catholique (1898); La règle de l'Ordre de RoseCroix (1903). Si tratta principalmente di ricerche estetiche, idealiste, spesso bizzarre.

Bibl.: H. Kopp, Die Alchemie in älterer und neuerer Zeit, 2 voll., Heidelberg 1886; K. Sprengel, Versuch einer pragmat. Gesch. der Arzneikunde, III, Halle 1821-28, p. 519 sgg.; J. Janson, L'Allemagne et la Réforme, trad. franc., t. VII, Parigi 1906, p. 353 sgg.; O. Posner, Internat. Freimaurerlex., Vienna 1932. pp. 1331-38.

Leone Cristiani
ROSA D'ORO. - E un dono simbolico che i pontefici usano inviare, in segno di particolare stima e benevolenza, solo alle regine, quantunque nel passato essi fossero soliti onorare con tale distinzione sovrani, principi ed eminenti personalità quale ricom-

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(1st. Jutrersit)
A sinistra: LA VERGINE DEL ROSARIO. Dipinto del Sassoferrato (1643) - Roma, basilica di S. Sabina. A destra: MADONNA DEL ROSARIO TRA SANTI. Nei tondi sono raffigurati i 15 misteri: gaudiosi, dolorosi e gloriosi. Dipinto di Lorenzo Lotto (1539) - Cingoli, chiesa di S. Domenico.

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(fol. Gall. Musci Vaticani)
(fol. Gall. Musci Vaticani)
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(fol. Aulorati)
(fol. Auderzao)
In alto a sinistra: ROSONE DELLA FACCIATA DELLA CHIESA DI S. PIETRO (ca. 1150) - Tuscania. In alto a destra: ROSONE DELLA FACCIATA DELLA CHIESA DI S. CHIARA (1257-60) - Assisi. In basso a sinistra: ROSONE GOTICO sul fianco destro della chiesa di Notre-Dame (sec. xiv) - Parigi. In basso a destra: ROSONE DELLA CHIESA DI S. AGOSTINO (sec. xiv) - Palermo.

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pensa per importanti servizi, resi alla Chiesa ed alla società, nonché insigni santuari ed importanti città.

Consisteva talora in un semplice fiore senza stelo né foglie e, tal'altra, in un ramo Sorito, con foglie e spine, finché assunse, ai tempi di Sisto IV (1471-84), la sua forma attuale, cioè di un cespo di rose interamente d'oro ed adorno di pietre preziose, il cui fiore centrale, più grande degli altri, reca al centro, entro una piccola coppa, balsamo e muschio.

Non è possibile stabilirne con esattezza la prima origine. Si sa solo che nel 1049 Leone IX, in cambio dell'esenzione dalla giurisdizione dell'Ordinario locale da lui accordata al monastero di S. Croce di Tulle nella Alsazia, impose a quelle religiose l'invio annuale