tabilirne con esattezza la prima origine. Si sa solo che nel 1049 Leone IX, in cambio dell'esenzione dalla giurisdizione dell'Ordinario locale da lui accordata al monastero di S. Croce di Tulle nella Alsazia, impose a quelle religiose l'invio annuale al Papa di una r. d'o.; ma nel relativo documento lo stesso Leone IX parla della r. d'o. come di un fatto non nuovo. Il più antico ricordo, storicamente accertato, della concessione di una r. d'o. da parte del Papa, risale al 1096, quando Urbano II, di passaggio per Angers, durante la predicazione della prima Crociata, ne fece dono al conte Fulcone d'Angio. Nel periodo avignonese prese poi a diffondersi l'uso di offrire la r. d'o. a diversi illustri personaggi di ambo i sessi, a chiese ed a città. Basti accennare, oltre ai vari imperatori, ai re di Francia Luigi VII, Carlo VI e VII, al re di Napoli e d'Aragona Alfonso, che la ricevette nel 1451 da Niccolò V per la vittoria sui Turchi, a Giovanni d'Austria, uno dei vincitori di Lepanto, cui fu donata da Gregorio XIII nel 1576, alla regina Casimira di Polonia nel 1684 per la vittoria di Vienna. Tra le principali chiese beneficjate della r. d'o. sono da ricordare le basiliche romane di S. Pietro ( 5 volte), S. Giovanni in Laterano ( 4 volte), S. Maria Maggiore ( 2 volte) e le chiese di S. Maria sopra Minerva e S. Antonio dei Portoghesi, nonché, fuori Roma, il santuario di Loreto, S. Maria del Fiore di Firenze, S. Domenico di Perugia e la basilica di Notre-Dame di Lourdes. Tra le città, invece, si debbono annoverare Venezia, che la ricevette più volte, Bologna, Siena, Savona e Lucca.
Ultimo di sesso maschile a ricevere la r. d'o. fu il doge di Venezia Franc. Loredan, che l'ebbe da Clemente XIII nel 1759; da allora, eccetto qualche chiesa, essa venne riservata esclusivamente alle sovrane, tra cui

(fo. Alinari)
Rosa d'Ono - La R. d'O. donata da Pio II alla Repubblica di Siena (1429) - Siena.
43. - Enciclopedia Cattolica. - X.

(da Acta SS. Septembris, II, Anversa (1)8, p. 887) Rosalia, santa - Iscrizione, supposta autografa, di s. R., disegno trasmesso ai padri Bullaudisti del principe di Belmonte Giuseppe Emanuele Ventimiglia - Palermo, Serra Quisquina.
l'ebbero l'ex-regina di Sardegna Maria Teresa (1823), le regine Isabella (1868) e Maria Cristina di Spagna (1886), le imperatrici Eugenia di Francia (1836) ed Elisabetta del Brasile (1888), le regine Amelia del Portogallo (1892) e Maria Enrichetta del Belgio (1893).
La cerimonia della benedizione della r. d'o. avveniva anticamente in S. Croce in Gerusalemme; ma quando l'imperatore trovavasi a Roma, per esservi incoronato, essa veniva a lui destinata e la cerimonia della benedizione avveniva in S. Maria in Cosmedin. Attualmente la r. d'o. viene benedetta dal Papa nella domenica Laetare (IV di Quaresima), prima della Messa nelia Sala dei paramenti alla presenza di molti cardinali, e portata poi da lui stesso nella Cappella Sistina, ove l'affida ad uno dei cardinali diaconi, e posta quindi sull'altare. Quando la persona cui la r. d'o. è destinata si trova a Roma è il Papa stesso che gliela consegna, all'uscita dalla Cappella Sistina, altrimenti viene nominato un portatore ufficiale, scelto tra i Camerieri di spada e coppa partecipanti soprannumerari.
La tradizione dell'offerta della r. d'o., interrotta ai tempi di Pio X e di Benedetto XV, fu ripresa da Pio XI, che la conferì nel 1923 alla regina di Spagna Vittoria Eugenia, nel 1925 a Elisabetta, regina dei belgi, e nel 1937 ad Elena, regina d'Italia (m. il 28 nov. 1952).
Biol.: C. Cartori, La r. d'o. pontificia, Roma 1681; A. Baldassarri, La r. d'o., Venezia 1739; J. Kreps, La rose d'or, in Les questions liturgiques et parroissiales, 11 (1926), pp. 71-104, 149176; L. Rizzoli, Le r. d'o. + di Venezia (sec. XII-XIX), Padova 1933; P. Ludovici, La r. d'o. nella tradiz. plurisecolare della Chiesa, in L'illustrazione cuticana, 8 (1937), pp. 213-16. Niccolò Del Re
ROSALIA (Rudolia), santa. - Patrona di Palermo dal sec. xvir, la «santuzza», così è chiamata dal popolo, condusse vita eremitica nella $2^{2}$ metà del sec. xir in spelonche della serra Quisquina e del Monte Pellegrino nei pressi della città; gli storici locali la fanno morire in giovane età nel 1160.
Prima del sec. xvir si hanno solo poche notizie sul suo culto che ebbe una straordinaria diffusione dopo l'invenzione del corpo ( 15 luglio 1624 ) e la cessazione della peste che infieriva nella città di Palermo (luglio 1625) e nell'isola (giugno 1626) per intercessione della Santa. Le notizie relative alla vita di s. R. sono posteriori a quella data e non hanno valore storico. L'iscrizione trovata, 40 giorni dopo la scoperta del corpo, nella grotta della serra Quisquina, supposto autografo della Santa, la dice figlia del duca Sinibaldo che visse al tempo di Ruggero II (m. nel 1154). Urbano VIII fece inserire
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(fot. Euit)
Rosalia, santa - Interno del santuario di S. R. sul Monte Pellegrino - Palermo.
nel Martirologio romano ( 1630 ) la data dell'invenzione del corpo ( 15 luglio) e quella, presunta, della morte ( 4 sett.). Le spelonche abitate da R. furono trasformate in cappelle riccamente ornate (secc. XVII-Xvili) e il suo corpo riposa in una sontuosa cappella del Duomo palermitano, rinchiuso in una ricca cassa reliquiario, eseguita da vari artisti nel 1631 . Gli emigrati siciliani ne hanno diffuso il culto in tutte le regioni del mondo da essi frequentate.
Bibl.: R. Pirri, Notitiae Sicilensium Ecclesiarum, Palermo 1630, pp. 198-201; Acta SS. Septembris, II, Anversa 1748, pp. 278414 (studio corredato da numerose illustrazioni del p. J. Stiltingh); D. M. Spàracio, "La Santuzza cui dieder nome i fiori", ossia s. R., Foligno 1924; $2^{\circ}$ ed. Palermo 1924 (cf. Anal. bolland., 43 [1923], p. 457); Martyr. Romanum, pp. 290, 380. A. Pietro Frutaz
Folklore. - Un'immagine, davanti alla quale s'inginocchio anche il Goethe (Viaggio in Italia, lettera del 6 apr. 1787). che si venera nella cappella di S. R. sul Monte Pellegrino ed è variamente riprodotta nelle stampe popolari, rappresenta la Santa giacente come in estasi entro il vano d'una grotta, vestita con il saio della penitenza, illuminata da un fascio di luce dall'alto, avendo accanto un teschio, un libro e una ciotola, simboli della vita eremitica, mentre un angioletto le sta a lato con rami di giglio in mano e all'ingresso dell'antro si affaccia un giovane cacciatore : questi è, spiega la leggenda, il cacciatore Vincenzo Bonello che scopre le reliquie della Santa. A ricordo di questo ritrovamento e della traslazione che avrebbe fatto cessare nel 1625 una terribile peste, si celebra in Palermo a metà di luglio un solenne festino, entusiasticamente descritto nei secoli scorsi da scrittori italiani e stranieri tra le manifestazioni più caratteristiche della Sicilia e dell'Italia tutta: del quale oggi il più rimane soltanto nella memoria e nel detto "Mi cunti li cincu jorna di lu Pistino". Tirato da lunghe file di buoi o mule (fino a 24 paia!) percorreva le vie principali della città il trionfale carro, costruito a forma di nave su disegno che si rinnovava ogni anno (i disegni sono conservati nel Museo nazionale di Palermo), sfarzosamente illuminato e addobbaro con ghirlande di fiori, abbellito con figurazioni della leggenda, in cima al quale splendeva, sospesa su di una nuvola, la statua della "santuzza", dal capo coronato di rose, più alta dei tetti delle case: "la muntagnedda d'oru" chiamavano i popolani della provincia questa poderosa macchina, che a ogni 50-60 passi si fermava per il canto della frontola, inno sempre nuovo in onore di s. R. Altri elementi che davano vita e carattere scenico al rito festivo erano la "beneficiata" in piazza Marina, ch'era una lotteria con premi in denaro, drappo e quadri raffiguranti Palermo e s. R.; la corsa dei berberi, ossia di cavalli ora liberi ora montati da fanciulli di 12-14 anni, ricoperti di foglie di sambuco, con il premio di un'aquila in legno dorato; la
processione con l'urna d'argento contenente le reliquie della Santa, trasportata per antico privilegio dai muratori e preceduta dalle bare degli altri santi, al suono di molti tamburi; i fuochi d'artificio e la splendida illuminazione del Cassaro, della Marina e della Cattedrale. La Santa è anche celebrata il 4 sett., giorno della sua commemorazione liturgica, con un pellegrinaggio alla grotta cui prendono parte tutti i fedeli della provincia e con particolare devozione gli Albanesi della Piana: i palermitani preferiscono fare il pellegrinaggio in maggio, ed esso assume allora i caratteri di un rito primaverile. Dei tre principali motivi della leggenda (nascita, infanzia, ritiro in solitudine; tentazioni; liberazione di Palermo dalla peste) ripresi poeticamente dal popolo, il contrasto tra la vergine penitente e il demonio tentatore è quello più ricorrente e più vivo nei canti popolari, che sono in metri narrativi (storie siciliane in ottave di endecasillabi; anche il Fullone compose un poema epico su s. R.) e in metri lirici (quartine e sestine di ottonari), diffusi, in quest'ultima forma, anche in Calabria, Lucania, Puglie, Campania, Abruzzo e Marche. Ancora più estesi sono i confini areali del culto, che si è propagato in Spagna (celebre la "Fiesta del Cuadro" del 15 luglio a Torredembarra), Francia, Belgio, Germania, Polonia, Ungheria, Portogallo, Malta e persino in Africa e Sudamerica: s. R. è ovunque invocata contro la peste.
Dal punto di vista critico-comparativo giova rilevare che alcune manifestazioni dal culto di s. R. si ricollegano con quello di s. Rosa (v.) : oltre alla comune data della festa al 4 sett., sono da segnalare la somiglianza delle due macchine, la frequente sostituzione nei canti popolari del nome di Rosa a quello di R., e riguardo alla leggenda il comune motivo dell'invenzione delle ossa e della liberazione dalla peste.

(fot. Euit)
Rosalia, santa - Riproduzione del carro di S. R. - Palermo, Museo etnografico Pitrè.
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(da F. M. Willam, Die Geschichte u. die Griechischen des Rosenkranzes, Vianne IIIA. pp. 33.33)
Rosario - Madonna del R. Silografa che orna l'Únter Lieben Frauen Pialter, Augusta, Zeiseelmaier 1403.
Bibl.: G. Pitrè, Conti popolari sicil., Palermo 1871, pp. 314329; id., Spettacali e feste, ivi 1881, pp. 363-77; id., Feste patronali, ivi 1900, pp. 1-48; M. Pitrè, Le feste di s. R. in Palermo e dell' Assunta in Messina, ivi 1900; B. Rubino-G. Coechiarv, Usi e costumi, novelle e paesie del pop. ric., ivi 1924, pp. 116-18; G. Naselli, Guida del Monte Pellegrino collo storia del monte, di s. R. e del santuario, ivi s. a. [1924?], p. 41 sgg .; R. Corso, I carri sacri in Italia, in Folblore ital., 10 (luglio-dic. 1935), pp. 139-40; R. Rovira y Oliver, S. R., 4 ed., Tarragona 1935; P. Toschi, La poesia pop. religiosa in Italia, Firenze 1935; M. Savarese Savoca, in Lares, 10 (1939, 1), pp. 54-55; P. Toschi, S. R., in Ecclesia, 5 (1946, iv), pp. $43^{8-40 .}$
Giovanni Bronzini
ROSARIO. - E la preghiera mariana che si compone di is decadi di Ave Maria intercalate dal Pater e dal Gloria. Alla preghiera vocale si aggiunge quella mentale, con la meditazione di is Misteri riguardanti i gaudi, i dolori e le glorie di Gesù e di Maria. Le litanie (v.) lauretane si usano aggiungere alla recita del R.
Il R. s'inserisce in quel rigoglioso rifiorire in manifestazioni nuove della devozione verso la Vergine, nei suoi aspetti più popolari ed ingenui, che è caratteristico già sul finire del sec. xir; vi contribuirono largamente i Cistercensi e poi, sin dal principio del secolo seguente, i grandi Ordini mendicanti nelle loro strenue lotte contro le eresie. Pii racconti del tempo informano con sicurezza che nel sec. xiri si costumava ripetere spesso una sequela di 50 o di 150 Ave Maria accompagnate anche da genuflessioni ed intercalate spesso dal Pater noster. La recita infatti del Pater e del Credo era stata ripetutamente imposta ai fedeli nelle età precedenti; in seguito venne diffusa anche quella della Salutazione angelica nella sua forma più breve (v. Ave maria); cosi accanto alla recitazione del Salterio davidico proprio dei monaci, dei
frati e delle persone devote delle classi più colte, il popolo dei semplici borghesi ebbe il Salterio della Beata Vergine, che insieme con le Laudi spirituali si recitava nelle Compagnie e Confraternite. Per la più facile e diligente recitazione si adottò la corona (v.), che era già in uso per divozioni consimili. Ben presto si introdusse in tale recitazione il ricordo dei Misteri della vita di Maria e di Gesù; se ne temperava in tal modo la monotonia e si richiamavano alla mente i punti basilari della credenza soprannaturale. Tale ricordo si metteva quasi a modo di giaculatoria come aggiunta all'Ave Maria, mutandola opportunamente; oppure se ne faceva oggetto di brevissima considerazione al termine di ogni decina e si ebbe la serie dei quindici Misteri distinti in gaudiosi, dolorosi e gloriosi. E perciò una devozione originariamente di popolo, regalata però costantemente dallo spirito della Chiesa, ed acquistò la sua consistenza a gradi, entro un tempo certamente non lungo. S. Domenico ed i suoi frati, predicatori popolari per missione, non potevano rimanere estranei a questo movimento, ma non è facile determinare sotto quale forma precisa lo abbiano sul principio praticato e diffuso. Una sanzione, si può dire ufficiale, si ebbe quando s. Pio V rese fissa ed uniforme la formola dell'Ave Maria. Le Confraternite del S. R., già diffuse in tutta la cristianità, mantenute sotto l'assistenza dei Domenicani ed arricchite d'indulgenze, ebbero molta parte nel mantenere vivo l'amore per il R. Il p. Alano de Rupo (v.), domenicano, aveva molto contribuito alla loro diffusione oltr'alpe.
Recentemente la recitazione del R. assunse aspetti nuovi come il «R. perpetuo», il «R. vivente», il «R. dei fanciulli», il «R. dei malati». Tra i papi che hanno patrocinato la devozione del R. con Encicliche o lettere si ricordano: Leone XIII (1883, 1891, 1895, 1896), Pio X (27 giugno 1908), Pio XI (1937), e Pio XII che il is sett. 1951 ha mandato alla cristianità l'encicl. Ingruentium malorum per implorare dalla Vergine la fine di tanti mali che affliggono l'umanità.
Bibl.: per i documenti antichi: Annales Ord. Proed., Roma 1756, pp. 316-35. Per la storia: H. Thurston, Our popular devotions: The Rosary, in The Menth, 96 (1900), p. 407 sgg .; 97 (1901), p. 67 sgg.; H. Holstapfel, S. Dominicos und der Rosenkranz, Monaco 1903 (recensione in Anal. Bolland., 24 [1903], p. 305 sgg.); St. Beissel, Geschichte der Vervlirung Marias in Deutschland während des Mittelalters, Friburgo in Br. 1909.

(per cortesia del dott. B. Degenhart)
Rosario - Il R. Silografa tedesca del 1515.
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Rosalrio - Un risorto che aiuta due compagni a salire in Paradiso porgendo loro if R. Particolare del Giudizio Universale di Moche. langefo nella Cappella Sistina (1336-41),
pp. 236 sgg., 511 sgg.; D. Mozart, Etude sur les origines du Rosaire, Lione 1911; L. Fanfani, De R. B. M. V.: hist. legis!.. exercitia, Torino 1930; M.-M. Gorce, Le Rosaire et ses antécédents histor., Parigi 1931; id., Rosaire, in DThC, XIII, it, coll. 2902-11; F. D. Joret, Le Rosaire, Juvicy 1934; D. Zago, Il R., Torino 1948; F. M. Willam, L'hist. du Rosaire (trad. dal tedesco), Mulhouse 1949 (recensione di St. Orlandi, in Mem. domenic., nuova serie, 25 (1949), pp. 278-84), V. anche Enc. Catr., VIII, col. 101.
Festa del R. - Sacratissimi Rosarii B. Mariae V., doppio di II classe, 7 ott.
La festa liturgica del R. trae la sua origine dalla grandiosa vittoria della flotta cristiana sopra i Turchi presso Lepanto ( 7 ott. 1371), fatto che allora impressiond enormemente tutta la cristianità (v. Pastor, VIII, p. 605 sgg.). S. Pio V ascrisse la vittoria all'intervento della Madonna, invocata non solo a Roma, ma in tutto il mondo cristiano per mezzo soprattutto del R. Quindi l'anno seguente, 17 marzo 1572, istituì in perpetuo ricordo la festa liturgica della Commemoratio B. Mariae V. de Victoria, con rito semplice e il formulario comune delle feste mariane, senza alcun accenno al R. La pietà dei fedeli si abituò poi ad aggiungere nelle litanie lauretane l'invocazione Auxilium Christianorum (Pastor, loc. cit.). Gregorio XIII con la bolla Mones Apostolus (10 apr. 1573), istituì una festa liturgica propria del R., da celebrarsi la prima domenica d'ott. con rito doppio; detta festa era concessa a tutto l'Ordine domenicano e a tutte le chiese ed oratori ove fosse eretta la Confraternita del S. R. e che avessero un altare proprio sub invocazione B. Mariae V. Rosarii. Promosse anche le solenni processioni del S. R. la sera della prima domenica di ott. (celebre quella della chiesa di S. Maria sopra Minerva di Roma, alla quale spesso parteciparono anche i papi fin verso il 1870), che furono poi celebrate in tutto il mondo cattolico.
Nel primo centenario della vittoria di Lepanto, la regina Maria di Spagna impetrò da Clemente X, per tutti i paesi della Corona spagnola, la festa del R. senza la limitazione posta da Gregorio XIII (26 sett. 1871). La S. Congr. dei Riti seguitò poi a concedere detta festa senza i suddetti limiti a molte altre diocesi. Finalmente, in seguito alle grandiose vittorie sopra i Turchi che si
susseguirono dal 1683 (assedio di Vienna) fino alla battaglia di Pietrovaradino ( 5 ag. 1716) e l'abbandono dell'assedio di Cipro (22 ag. 1716, ottava dell'Assunta). Carlo VI ottenne da Clemente XI ( 13 ott. dello stesso anno) l'estensione della festa del R. a tutta la Chiesa, sotto il rito doppio maggiore. Benedetto XIII vi aggiunse ( 10 e 19 marzo 1725) le lezioni storiche proprie del secondo Notturno. L'intensa ripresa della devozione del R. ai tempi di Leone XIII ebbe i suoi riflessi anche nella liturgia. Fu aggiunta alle litanie lauretane l'invocazione Regina sacratissimi Rosarii (24 dic. 1883), fu elevata la festa al rito doppio di II classe (11 sett. 1887) ed esteso nel 1888 ( 5 ag.) a tutta la Chiesa l'Ufficio e la Messa propria dei Domenicani, ad essi concessa sin dal 1834, conservando però le lezioni storiche del 1725 .
Nel riordinamento generale sotto il b. Pio X (decreto del 23 ott. 1913) la festa mobile del R. fu fissata alla data storica del 7 ott.
La festa primitiva di S. Maria de Victoria invece sopravvisse in vari propri e in molti luoghi; celebre quella nella omonima chiesa di Roma, dove il ven. p. Domenico di Gesù e Maria, carmelitano scalzo, depose l'immagine della Madonna portata da lui nella battaglia del Monte Bianco presso Praga, 18 nov. 1620, nella quale la Lega cattolica riportò una vittoria decisiva sopra la parte calvinista e protestante. Il servo di Dio Bartolo Longo, fondatore del santuario di Pompei, propagò la devozione al S. R. soprattutto sotto il titolo della Madonna "delle Vittorie", appunto in ricordo di tanti fatti gloriosi delle armi cristiane.
Biss... Moroni, LiX. pp. 130-38; St. Bussel. Gesch. der Verehrung U. L. Pirm in Deutschl. während des M. A., Friburgo 1909, pp. 228-30, 310-67; K. Kastner, Praktisch. Brevierhommemer, II, Breslaco 1924, pp. 299-302; F. G. Hultwork, Cishod. liturg. fest. Des et Dei Matris Mariae, Filadelfia 1923, passim; Martyr. Romanum, p. 440.
Giuseppe Löw
Iconografia. - Se anche ci sono pervenute alcune raffigurazioni trecentesche della corona del r., come, p. es., quella di Digione, dove si vedono sulla tomba di Filippo l'Ardito di Borgogna figure piangenti che tengono r., oppure quella sulla lastra tombale del Delfino Umberto II (morto nel 1353) a Parigi, e quella sul sepolcro del conte di Pieterkin (morto nel 1366) nella chiesa dei Domenicani a Gand, nondimeno le più antiche Madonne del R., concepite come pale d'altare, datano solo della fine del sec. xv. Quale primizia di un definito modello iconografico della Madonna del R. si ammette il trittico, dipinto nel gusto gotico fiorito, della chiesa di S. Andrea in Colonia, databile proprio del 1474, anno nel quale il b. Alano della Rupe fondò la prima confraternita del R. In questo trittico, la Madonna, raffigurata nel centro, tiene in braccio Gesù Bambino, il quale porge un r. alla famiglia dei rosarianti; negli sportelli sono delle grandi figure di s. Domenico e di s. Pietro Martire, ed in basso, lungo tutto il trittico, in piccole proporzioni, si vedono inginocchiati il vescovo di Colonia, l'imperatore Federico, l'imperatrice Eleonora, diversi principii, nonché molti religiosi e fedeli, che tutti insieme formano la famiglia dei rosarianti stretti intorno alla Vergine. Tale modello di raffigurazione sacra si diffuse presto nell'Europa centrale, come illustrato, se anche in modo sintetico, diverse silografie popolari provenienti ancora dal tardo Quattrocento, p. es., quella del 1495 che adorna il Salterio tedesco "Unser Lieben Frauen Psalter". In un quadro, databile del 1520 , già di proprietà del Rudolfinum a Praga, Alberto Dürer espresse però un diverso concetto della Madonna del R., raffigurando il Bambino Gesù nella braccia della Madonna in atto di mettere una corona di rose sulla testa del Papa, mentre la Vergine ne mette un'altra sulla testa dell'Imperatore.
L'arte italiana del tardo Quattrocento e degli albori del Cinquecento non lasciò abbondanza di raffigurazioni complete della Madonna del R. Del tardo Quattrocento si ricorda la Madonna in trono con il Bambino Gesù di Antonello da Messina, nel Museo civico di Messina, dove un r. si vede posto ai piedi della Vergine. Poi nel 1539 Lorenzo Lotto dà una splendida raffi-
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Rosario - La Crociata per il R. in famiglia - Victoria British Columbia (Canadá).
gurazione del soggetto nella pala d'altare della chiesa di S. Domenico a Cingoli (Marche). In questa pala, i quindici Misteri sono rappresentati in quindici tondi, nella parte alta della pala ove angioli tengono cesti con petali di rose, allusione al r., per spargerli davanti al trono della Madre di Dio.
Nella seconda metà del Cinquecento si moltiplicano le pale d'altare che raffigurano la Madonna col Bambino Gesù in braccio, datrice del r. a s. Domenico, assistito spesso da altri santi domenicani e talvolta circondato da umili fedeli rosarianti. Come esempi di questo periodo possono citarsi : la pala di Giorgio Vasari in S. Maria Novella a Firenze, quella di un seguace del Tintoretto, conservata ora nella Pinacoteca di Ferrara, e quella dipinta a suo tempo per la Confraternita del R. in S. Pietro Martire a Murano, opera della bottega di Paolo Veronese, ora all'Accademia di Venezia. Improntata di uno squisito sentimento patetico è la Madonna del R., dipinta tra il 1588 e il 1591 dal Barocci per la chiesa di S. Rocco a Senigallia; in essa si vede s. Domenico solo sulla terra, inginocchiato in estasi davanti alla Madonna datrice del r., che circondata da gerarchie angeliche gli appare nei cieli con il Bambino Gesù.
Nel Seicento alcuni capolavori hanno come soggetto la Madonna del R. Tra essi il grande quadro del Caravaggio, dipinto a Napoli nel 1608 , ora conservato nella Galleria di Vienna. In esso la Madonna appare alla famiglia dei rosarianti, ai quali s. Domenico in presenza di s. Pietro Martire sta distribuendo corone. Un secondo capolavoro è la pala dell'oratorio del R. a Palermo, dipinto da Antonio van Dyck nel 1627 e Genova. Del 1640 è la Madonna del R. nella chiesa di S. Sabina a Roma, opera graziosissima del Sassoferrato, nella quale si vedono ai lati del trono della Vergine i ss. Domenico e Caterina da Siena, che ricevono r. dalla Madonna e dal Bambino Gesù. Da notare che ad un tale concetto iconografico del Sassoferrato si avvicina assai quello della venerata Madonna di Pompei.
In una splendida decorazione affrescata sul soffitto della chiesa dei Gesuiti a Venezia, G. B. Tiepolo lasciò una grandiosa composizione settecentesca, dove si vede la Madonna con il Bambino Gesù in cielo, s. Domenico ed in basso gruppi di fedeli rosarianti.
Si sono anche viste talvolta raffigurazioni della Madonna con il Bambino Gesù nelle braccia che porge un r., senza che alcuna altra figura intervenga nel quadro. Tale semplice modello della Madonna del R. sottintende che la corona sia offerta a tutti coloro che stanno raccolti in preghiera davanti all'immagine sacra; un esempio di questo semplice modello è fornito dal moderno quadro di Niccolò Barabino nella chiesa dell'Immacolata a Genova. - Vedi tav. LXXXIII.
Bibl.: M. D. Chapotin O. P., Les quinoes mystères du St Roanre, Parigi 1900: K. Künstle, Ikonogr. der christl. Kunst. I. Fríburgo in Br. 1928, p. 638 sgg.: S. Rossi, Piccola istr. del r., Roma 1943: F. M. Willam, Gesch. und Gebersschule des Rosenbranzes, Vienna 1948.
Witold Wehr
ROSARIO, diocesi di. - Città e diocesi nella provincia di S. Fé in Argentina.
Ha una superficie di $27.437,30 \mathrm{kmq}$. con una popolazione di 950.000 ab . dei quali 900.000 sono cattolici; conta 75 parrocchie con 113 sacerdoti diocesani e 173 regolari; ha 1 seminario, 29 comunità religiose maschili e 71 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 341).
La diocesi fu creata da Pio XI con la cost. apost. Nobilis Argentinae nationis del 20 apr. 1934, per smembramento dalla diocesi di S. Fé, elevando la chiesa della B. Vergine Maria a cattedrale con il titolo di S.mo R. E suffraganea di S. Fé.
Bibl.: AAS, 27 (1933), pp. 238-39, 261: Enc. Eur. Am., LII, pp. $360-68$.
Enrico Josi
ROSATI, Francesco. - Missionario di s. Vincenzo de' Paoli, n. a Roma il 12 ag. 1768, m. a St. Louis (U.S.A.) il 25 sett. 1843. Entrò nella Congregazione della Missione il 4 nov. 1785 e fece i voti il 5 nov. 1787.
Fu uno dei primi missionari che nel 1815 , sotto la guida di Felice de Andreia C. M., introdussero la Congregazione della Missione negli Stati Uniti d'America. Fatto vescovo nel 1827 , gli fu affidata la cura dell'immensa diocesi di St. Louis della quale egli fu il primo pastore. Fu il principale autore della vita del ven. Felice de Andreia e del cerimoniale ad uso delle chiese degli Stati Uniti, pubblicato da F. Burlando, C. M., nel 1865.
Bibl.: Notices bibliographiques sur les écrivains de la Congrégation de la Mission, Angoulême 1878, pp. 209-10.
Luigi Franci
ROSCELLINO di Compiègne. - Teologo e filosofo, n. a Compiègne ca. la metà del sec. XI, m. ca. il 1120. Rinomato maestro di dialettica, citato al Concilio di Soissons (1092), per la sua teoria triteista, respingendo l'errore evito la condanna. Recatosi in Inghilterra non vi rimase a lungo; insegnò a Besançon e a Loches, ove ebbe per alunno Abelardo (v.).
Dal tempi di Ottone di Frisings (v.), che di lui dice: - primus nostris temporibus sententiam vocum instituit (Gesta Friderici Imp., I, 47; MGH, Scriptores, XX, p. 376), R. è ritenuto l'iniziatore del nominalismo (v.); in natura non esiste che l'individuo (v). e le idee generali non sono che nomi (voces, flatus vocis). Applicando questa teoria al mistero trinitario R. slittò nel triteismo, che lo rese particolarmente celebre: nella S.ma Trinità sono
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tre Persone * ab invicem separatae, sicut sunt tres Angeli, ita tamen ut una sit voluntas et potentia... et tres deos vere posse dici si usus admitteret" (s. Anselmo, Ep. ad Fulconem: PL 158, 1192) : non esistendo che gli individui, le tre Persone della S.ma Trinitá non avrebbero in comune che la volontà e la potenza : unità morale dinamica delle tre Persone, in opposizione alla consostanzialità definita nel Concilio di Nicea (325).
BibL.: M. M. Gorce, s. v. in DThC, XIII, coll. 2911-15; M. De Wolf, Storia della filosofia, I, trad. it., Firenze 1944. pp. 151-53; A. Forest, Le mouvement doctrinal du $1 X^{e}$ au XIV ${ }^{e}$ siáde, in A. Fliche - V. Martin - E. Jarry, Histoire de l'Eglise, XIII, Parigi 1951, pp. 40-41. Antonio Piolenti
ROSCOE, William. - Storico e poligrafo inglese. n. a Liverpool l'8 marzo 1753 ed ivi m. il 30 giugno 1831.
Dopo un momentaneo entusiasmo per la Rivoluzione Francese, R. si dedicò allo studio della civiltà del Rinascimento italiano con gli aiuti degli amici, specialmente i bibliotecari della Laurenziana e della Riccardiana, e utilizzando la biografia latina del Fabbroni pubblicò nel 1796 The life of Lorenzo dei Medici called the Magnificent (che ebbe enorme successo e fu presto tradotto in varie lingue), tentativo di ricostruire l'umanesimo ed il Rinascimento italiano, dove le sforzo di critica e di documentazione erudita è sopraffatto dalla passione per l'argomento, narrato con la commozione dell'artista più che con la serenità dello studioso. Nel 1805 apparve The history of the life and pontificate of Leo the Thenth, che, per i suoi giudizi, scontentò cattolici e protestanti (fu messa all'Indice il 26 marzo 1825). Le opere del R. diedero all'Inghilterra un quadro assai suggestivo della civiltà italiana del Quattrocento e del Cinquecento e
un vasto movimento fra il pubblico e gli studiosi, che sta alla base dell'interesse culturale e sentimentale per l'Italia, tipico di alcuni aspetti del Romanticismo inglese.
Bim..: per la biografia e gli scritti v. W. W., s. v. in Dict. of Nat. biography, XVII, pp. 222-25; C. S. Jones, W. R., Liverpool 1931; Th. P. Peardon, The transition in English historical writing (1760-1830), Nueva York 1933, p. 253 sgg. Francesco Natale
ROSEAU, diocesi di. - Situata nelle Piccole Antille è suffraganea dell'arcidiocesi di Porto di Spagna e comprende quasi tutte le Isole sottovento (Leeward Islands): Antigua, Dominica (con Roseau), S. Cristoforo (St. Kitts), Nevis e Anguilla, Montserrat.
Isola Dominica. Il primo missionario fu il domenicano francese Raimondo Breton che vi rimase dal 1642 al 1654. Gli succedettero il confratello Filippo de Beaumont e il sacerdote secolare Varinghen, fiammingo. Verso la fine del sec. xvir si trovavano nell'isola 1000 caribi, 300 francesi e, al servizio di questi, altrettanti negri schiavi, oriundi africani. Per vari decenni l'isola fu priva di sacerdoti. Il p. Labat, O. P., la visitò nel 1700 . Il 15 sett. 1730 vi giunse il p. Guglielmo Martel O. P. che fondo la parrocchia di R. Gli succedette dopo dieci anni di attività, ma per breve tempo, il confratello Silvestro Michou, cui subentrarono nel 1747 i Francescani francesi, espulsi poi nel 1782 dagli Inglesi, conquistatori dell'isola. La cura d'anime restò affidata ad uno o due sacerdoti secolari, che ebbero aiuti nel 1842. Degno di menzione il vescovo mons. Carlo Poirier degli Eudisti, fondatore di varie parrocchie e scuole diocesane. Nel 1872, con autorizzazione di Propaganda, furono chiamati i Figli di Maria Immacolata, che assunsero 8 parrocchie, lasciando al clero secolare le altre 3, passate poi ai Redentoristi nel 1902.
Isola S. Cristoforo (St. Kitts). Quando nel 1635 il governo francese decise di mandare coloni nell'isola, per due terzi francesi, per il resto inglesi, per ordine di Luigi XIII due cappuccini accompagnarono gli emigranti. Siccome Urbano VIII per influsso di Richelieu aveva già dato ai Domenicani giurisdizione su tutti i possedimenti francesi nelle Antille, sorsero difficoltà, che furono scialte nel 1642 unendo i Cappuccini dell'isola
S. Cristoforo alla provincia dell'Acadia nel Canadà (Archivio della S. Congr. de P. Fide, Lett. antiche, vol. 2000, f. 2: Missionarii insulae Guadelupe in Canadà). L'attività del p. Pacifico da Provins procurò ai Cappuccini un potente influsso nelle Antille francesi; dovettero, però, in seguito alla rivolta dell'ex-governatore Lonvalers de Poincey, lasciare S. Cristoforo il 25 genn. 1646. La sostituirono Gesuiti e Carmelitani. Nella parte inglese non vi erano cattolici. Nel 1702, caduta tutta l'isola in potere degli Inglesi, ne furono cacciati tutti i cattolici e le loro chiese cedute ai protestanti. Verso la metà del sec. xix vi immigrarono alcuni portoghesi dall'isola di Madera, e per loro fu costruita una cappella, elevata a parrocchia nel 1861 ed affidata ai Redentoristi nel 1902.
Nelle isole Nevis e Anguilla, che furono sempre possedimenti inglesi, il cattolicesimo è di dito assai recente.
Nell'isola Montserrat verso la metà del sec. xvin si fissarono ca. 400 irlandesi cattolici, espulsi da S. Cristoforo e West-Virgina (U.S.A.). Furono assistiti da Domenicani e da un francescano fino al 1777, quando subentrò il sacerdote irlandese O'Brien fino al 1800. Solo nel 1902 si poté dar loro un parroco, sostituito nel 1911 dai Redentoristi.
Nell'isola Antigua alcuni coloni irlandesi alla medesima epoca (verso la metà del sec. xviII) furono assistiti da un domenicano irlandese, che non ebbe successori. Nel 1859, formatasi una piccola colonia porneghese, questa fu assistita periodicamente da un sacerdote, al quale subentrarono i Redentoristi nel 1902.
Quando nel 1818 fu eretto il vicariato apostolico di Trinidad, tutte le isole ricordate furono sottomesse alla giurisdizione di questo vicariato. Il 30 apr. 1850 fu elevata ad arcidiocesi di Porto di Spagna e da essa fu distaccata la diocesi di R., comprendente le isole suddette. E affidata ai Redentoristi del Belgio e vi lavorano anche i Claretiani francesi. Gli abitanti sono 137.000 , i cattolici 57.133 , i sacerdoti 32 .
Bim..: J. Renard, Les Missions catholiques aux Antilles, in Rev. d'hist. des Missions, 14 (1935), pp. 242-50, 407-26: id., 13 (1936), pp. 68-77; H. de Noussanne, La France missionnaire aux Antilles, Parigi 1936; W. Ludding, Die Dominikaner in Westindien, in Der Apostel, 13 (1934), pp. 103-06, 220-31, 273276; 14 (1935), pp. 10-11, 33-35, 80-83; A. Boni, In den Westindischen Archipel. De Belvische Redemptoriaten in het wereldlijk en barbelijk historisch hader van de Antillen, Bruges-Bruxelles 1944.
Nicola Kowalsky
ROSEGGER, Peter. - Scrittore austriaco, n. a Alpi (Stiria) il 31 luglio 1843, m. a Krieglach (Stiria) il 26 giugno 1918.
Sarto ambulante, poi scrittore. Influenzato da Anzengruber e Stifter, R. cominciò con liriche e racconti in dialetto stiviano. Il successo di descrizioni folkloristiche della sua regione natale (Die Alpler, 1872) lo indusse a scrivere racconti popolari con tendenze pedagogiche (Die Schriften des Waldschulmeisters, 1875). Gli argomenti principali dei suoi numerosi romanzi, racconti e drammi popolari, in parte di contenuto storico, sono la lotta tra industrializzazione e contadini (Yakob der Letzte, 1888), cultura e natura (Martin der Mann, 1891), città e campagna (Erdsegen, 1900) e la guerra di liberazione tirolese (Peter Mayr, der Wiri an der Mahr, 1893). L'ethos pedagogico del R. si concentrò piú tardi in opere pie e nella rinnovazione religiosa senza legami strettamente confessionali (Mein Himmelreich, 1901; INRI - Frohe Botschaft eines armen Sünders, 1904). Religiosità, senso umoristico, amore della natura e della patria contribuirono a diffondere nell'intero territorio linguistico tedesco soprattutto gli scritti autobiografici del R. (Waldheimat, 1877; Mein Weltleben, 1898).
Bim..: testi: Gesammelte Werke (40 voll.), Lipsia 1913 sgg. Studi: H. Möbius, P. R., Lipsia 1903; H. L. Rosegger, P. R. und sein Heimatland, Berlino 1925; altra bibl. in J. Körner, Bibliographisches Handbuch des deut. Scriftitums, Berns 1949, p. 426.
Horst Rüdiger
ROSELLINI, Ippolito. - Egittologo, n. a Pisa il 13 ag. 1800 , m. ivi il 4 giugno 1843.
Laureatosi in teologia nella città natale (1821), si trasferi a Bologna ove si dedicò allo studio delle lingue
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orientali sotto la guida di G. Mezzofanti. Nominato professore di letteratura orientale a Pisa (1826), conobbe nel 1827 J.-F. Champollion (v.) e fu attratto dalla nuova scienza, cui doveva recare notevole contributo. Negli anni 1828-29 seguì Champollion in Egrto quale capo della "Spedizione letteraria toscana "promossa dal granduca Leopoldo II. Il nome di R. è legato a: I monumenti dell'Egitto e della Nubia ( 12 voll., nove di testo e tre di tavole, Pisa $1832-44$ ), imponente racconta di materiale archeologico ed epigrafico che ottenne l'unanime consenso degli egittologi stranieri, particolarmente di R. Lepsius e di C. Leemans. Cattolico praticante. R. fu amico del barnabita L. M. Ungarelli (v.).
Bibl.: G. Gabrieli, Carteggio imu. di I. P. e di L. M. Unarelli, in Orientalia, 19 (1926), p. 49 sgg.; autori vari, Scritti dedicati alla mem. di I. P. nel primo centen. della morte. Firenze 1942, passim; G. Botti, I. P., in Studi in mem. di I. P. nel primo centen. della morte. I, Pisa 1949, pp. 1-34 (dell'estratto).
Sergio Bosticco
ROSENKRANZ, Johann Karl Friedrich. Filosofo e storico della letteratura tedesca, n. il 23 apr. 1805 a Magdeburgo, m. il 14 giugno 1879 a Königsberg. Studiò a Berlino, Halle e Heidelberg. Insegnò, dal 1828 , all'Università di Halle e successe quindi, nel 1833, a J. Fr. Herbart (v.) nell'Università di Könisberg. Fu per un anno (1848) funzionario del ministero del Culto a Berlino.
Il R. fu il rappresentante più attivo della direzione di centro fra le tendenze divergenti dei continuatori della filosofia hegeliana. Pur conservandone la concezione fondamentale, egli modificò la struttura del sistema separando la logica e la metafisica dalla teoria delle idee. Il principio assoluto per lui non è più lo spirito ma l'idea (v.), unità originaria di pensiero e di realtà che produce la pienezza delle sue determinazioni materiali esplicandosi nel regno della natura e dello spirito. R. sviluppò assai personalmente anche la filosofia della natura e l'estetica (v.). Di speciale interesse è il suo tentativo di interpretare la storia della poesia nel quadro di una filosofia dello spirito.
Opere principali: Handbuch einer allgemeinen Geschichte der Poesie (Halle 1832-33; trad. it. di F. De Sanctis, Napoli 1853); Psychologie (Königsberg 1837; $3^{\text {a }}$ ed. 1863); Hegels Leben (Berlino 1844); Wissenschaft der logischen Idee (Königsberg 1838-59); Hegels Naturphilos. u. ihre Erlïuterung durch den ital. Philosophen A. Vera (Berlino 1868); Ästhetik des Hässlichen (Königsberg 1853); Hegel als deutscher Nationalphilosoph (Lipsia 1870).
Bibl.: R. Quaehicker, K. R., Lipsia 1879; R. Jonas, K. R., ivi 1906; E. Metzke, K. R. und Hegel, ivi 1929; Lotte Esau, K. R. als Politiker, Halle 1933; W. Ziegenfuss, PhiloasphenLexikon, II, Berlino 1950, pp. 272-73. - Beda Thum
ROSENMUELLER, Johann Georg. - Pastore protestante e scrittore fecondo di tendenza piuttosto razionalista, n. il 18 dic. 1736 a Ummerstadt (Turingia), m. il 14 marzo 1815. Studiò a Norimberga (Lorenteachule) e ad Altdorf (Università); dal 1767 fu pastore in diversi luoghi. Nel 1773 passò alla cattedra di teologia di Erlangen, poi (1783) di Giessen, poi (1785) di Lipsia, ove fu anche pastore alla parrocchia di S. Tommaso e soprintendente. Cattolico a Meissen nel 1793, divenne capo del Capitolo (1802).
Opere: Scholia in Novum Testamentum (5 voll., 1777; 6a ed., 1815-31); Abhandlungen über die älteste Geschichte der Erde (1782); Emendationes et supplementa (5 voll., 1789-90); Historia interpretationis Librorum Sacrorum in Ecclesia christiana ( 5 voll., 1795-1814). Lasció inoltre scritti apologetici, dogmatici, omiletici, prediche, libri edificanti.
Il figlio Ernest Friedrich Karl, n. a Heszberg presso Hildburghausen (Turingia) il 10 dic. 1768, m. a Lipsia il 17 sett. 1835, fu pure orientalista ed esegeta. Studiò a Erlangen, Giessen (Paedagogium) e all'Università di Lipsia; nel 1792 divenne libero

(ist. Villani)
Roseto, Jacopo da Bologna detto R. - Reliquiario del capo di s. Domenico - Bologna, basilica di S. Domenico
docente a Lipsia, poi (1796) professore straordinario, quindi (1813) ordinario per le lingue orientali.
Dalla sua penna sollecita e giudiziosa uscirono grandi collezioni, usate e stimate sino a oggi (specialmente gli Scholia), composte sfruttando l'opera dotta dei secoli precedenti e contenenti le notizie tramandate da scrittori ecclesiastici, antiche versioni, da autori greci, latini, arabi, rabbinici, da archeologi, lessicografi.
Opere: Scholia in Vetus Testamentum (16 parti, 1788-1817; alcune furono ristampate ripetutamente); Handbuch für die Literatur der biblischen Kritik und Exegese (4 voll., 1797-1800); De versione Pentateuchi Persica (1813); Das alte und das neue Morgenland ( 6 voll., 1818-20); Handbuch der biblischen Altertumskunde (4 voll., 1823-31), contenenti notizie di storia naturale e geografia bibliche; Scholia in Vetus Testamentum in compendium redacta ( 5 voll., 1828-36), in cui esclude il senso tipico della S. Scrittura. Curò la ristampa (1753-96) del famoso Hierovoihon di S. Bochart (v.). Nel campo arabistico, oltre la pubblicazione della descrizione della Mesopotamia del famoso storico arabo Abû 'l-Fidâ', principe di Hamâh, scrisse: Selecta quaedam Arabum adagia e Meidanensis (Maidânî) proverbiorum syntagmate (1796); Institutiones ad fundamento linguae Arabicae (1818).
Bibl.: Allgemeine deutsche Biographie, XXIX, pp. 215-21; A. Vogel (G. Frank), s. v. in Realensykl. f. prot. Theol. u. Kirche. XVII. pp. 136-38. Raimondo Köbert
ROSETO, Jacopo da Bologna detto R. - Ore-
fice, operante a Bologna negli ultimi decenni del sec. xiv, di cui mancano particolari dati biografici.
Nel 1380 firmò il reliquiario del capo di s. Petronio, ordinato dal comune bolognese (oggi si trova nella sagrestia di S. Stefano), e nel 1383 quello del capo di s. Domenico, esposto nella chiesa omonima di Bologna. Essi sono il capolavoro dell'oreficeria gotica emiliana. Il reliquiario, formato sullo schema di un tempietto poligonale aperto da bifore,
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sorretto da un fusto impostato sopra un alto basamento, servi al R. per fare sfoggio di una estrema abilità tecnica in smalti (le cui composizioni a figure richiamano la pittura dei trecentisti locali), statuine fuse, motivi ornamentali incisi, sbalzati, traforati in argento dorato, impreziositi anche da coralli. Lodevole la tecnica sicura e la singolare finezza d'esecuzione, mono la sovrabbondanza di particolari assai minuti che sono a scapito di una chiara linea geometrica. Analogie tecniche, impiegate però con uno stile più elegantemente gotico e meno trito, fanno assegnare alla sua scuola certo Jacopo di Michele, autore del pregevole reliquiario del dito di s. Tommaso d'Aquino in S. Domenico di Bologna.
Bbbl.: I. B. Supino, L'arte nelle chiese di Bologna, I. Bologna 1932, p. 205 sgg.; F. Filippini, Il reliquiario del capo di s. Domenico, in Meso. domenicane, 54 (1937), p. 286 sgg.; id., S. Petronio, Bologna 1948, p. 107 sgg.
Venturino Alce
ROSINI, Pietro Maria. - Abate olivetano, n. a Venezia il 27 ott. 1728, m. ad Adria il 10 maggio 1807. Archivista, cancelliere, segretario generale e poi abate di S. Elena in insula di Venezia. Nel 1805 governava l'abbazia di S. Maria in Organo di Verona, soppressa la quale passò ad Adria, nell'abbazia di S. Maria, dove mori.
Dotto storico e paleografo, lavoratore scrupoloso, rior dinò gli archivi di S. Maria Nuova di Roma, quello di Monteoliveto di Napoli e quello dell'abbazia di Monteoliveto Maggiore con bell'ordine ed eleganza. Fondò anche un Museo di "cose naturali ". Il suo maggiore lavoro fu la sistemazione delle carte di S. Maria Nova, dove, oltre riordinare le antiche pergamene, le avvolse in capsule e studiò il modo di restaurare le guaste, riunendole in volume che intitolò : Iurium ecclesiae et monasterii S. Mariae Novae tabula.
Bbbl.: G. Perini, Lettera sopra l'archicenabio di Monte Oliveto Maggiore, Firenze, 1788, p. Lekiv: P. Fedele, Tabularium S. Mariae Novae, in Archivio Soc. romana di st. patria, 23 (1900), p. 174 sg.
Ramiro M. Capra
ROSMINI, IL. - Periodico filosofico culturale sorto nel 1887 a Milano. Ne fu l'anima Antonio Stoppani (v.). Vi collaborarono, tra gli altri, G. Bulgarini, L. M. Billia, A. Cicuto, A. Catena, Bernardino Donati, Rinaldo Ferrini (padre del b. Contardo), S. Frati, L. Gastaldi, A. Moglìa, Pagano Paganini, A. Tagliaferri, G. B. Zoppi.
L'oggetto principale del periodico era la difesa delle dottrine rosminiane, su cui allora particolarmente fervevano le polemiche. Posto all'Indice il 29 maggio 1889, cessò la pubblicazione. Fu continuato con Il nuovo Rosmini. Tutti i collaboratori di quest'ultimo vi figurano o anonimi o sotto pseudonimo, ad eccezione del detto Billia, di C. Forzati, di L. Fronti e di A. Villa. Ebbe brevissima durata: posto esso pure all'Indice il 26 febbr. 1890, sospese parimenti la sua pubblicazione. Giuseppe Bozzetti
ROSMINIANI: v. ISTITUTO DELLA CARITÀ.
ROSMINI SERBATI, Antonio. - Filosofo, teologo, fondatore dell'Istituto della Carità, n. a Rovereto (Trento) il 24 marzo 1797 da Pier Modesto e da Giovanna dei Conti Formenti, m. a Stresa il $1^{\circ}$ luglio 1855 .
Sommario : I. Vita. - II. Ascetica. - III. Filosofia. - IV. Teologia. - V. Pedagogia. - VI. Dottrine politico-sociali.
I. Vita. - Ingegno singolare e precoce, dopo le prime scuole continuò gli studi privatamente. Nel 1816 segul il corso di teologia all'Università di Padova, dove strinse amicizia con il Tommaseo (v.). Ordinato sacerdote (1821) prosegui per alcuni anni studi vari (politica, storia, matematica, medicina, metafisica, ecc.) e tentò l'istituzione di una "Società degli amici». Nel 1826 si recò a Milano dove ebbe principio la sua amicizia con Alessandro Manzoni (v.). Nel 1828 fondò, sul S. Monte Calvario presso Domodossola, l'Istituto della Carità (v.). Nello stesso

(per cortena del p. G. Bozzetti)
Rosmini Serbati, Antonio - Ritratto, eseguito da Francesco Hayez - Milano, Finacoteca di Brera.
anno si recò a Roma e dal papa Pio VIII ricevette l'ordine espresso di consacrare la sua attività principalmente allo scrivere. Gregorio XVI confermò il giudizio del predecessore con pubbliche attestazioni di stima anche per la sua "scienza delle cose divine e umane" (Lettera apostolica: In sublimi, 20 sett. 1839). Nel 1830 R. pubblicò a Roma le Massime di perfezione e il Nuovo saggio sull'origine delle idee, che costituiscono le basi della sua ascetica e della sua filosofia. Tornato in alta Italia divise il suo tempo, sia nel Trentino sia in Piemonte, fra il governo dell'Istituto (che nel 1833 si accrebbe del ramo femminile, Suore della Provvidenza, e nel 1835 si estese anche in Inghilterra) e la composizione delle sue numerose opere che gli procurarono in Italia vasta rinomanza.
Nell'ag. 1848 R. fu mandato a Roma dal re Carlo Alberto per trattare accordi politici con il Papa, che però non ebbero seguito. Pio IX, conosciuto il R. di persona, lo trattenne presso di sé e gli ingiunse di disporsi al cardinalato per il prossimo Concistoro di dic. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi ( 15 nov.) R. segul il Papa nella sua fuga a Gaeta, dove teneb invano di distoglierlo dal nuovo indirizzo conservatore circa le libertà politiche e il movimento nazionale, a cui gradatamente Pio IX si volgeva. Nel giugno 1849 R. fu costretto dalla polizia borbonica a lasciare il Regno di Napoli; nel tempo stesso venivano messe all'Indice due sue operette: Delle cinque piaghe della Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale. La sua sottomissione fu pronta e sincera. Passò gli ultimi anni a Stresa sul Lago Maggiore, continuando a scrivere, confortato dalla devozione dei figli e figlie spirituali, e dai frequenti colloqui con il Manzoni, mentre imperversava una fiera polemica contro tutte le sue dottrine. La sua tomba in Stresa è venerata dai fedeli. Le sue opere, lungamente esaminate da molti consultori per ordine di Pio IX, vennero infine, in seduta solenne ( 3 luglio
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1854) della S. Congregazione dell'Indice a cui il Papa volle presiedere in persona, assolto dalle molteplici accuse di eterodossia, con divieto di ripeterle o di accamparne di nuove. In seguito, vivente ancora Pio IX, si cercò di togliere forza alla sua sentenza circa le dottrine di R., puntando sulla frase dell'esordio "Dimittenda esse" (di solito si dice "Dimittantur"). Ma la sentenza aveva un contenuto più ampio di quella formola, onde la S. Congregazione dell'Indice, con lettera 20 giugno 1876 , ordinava ai direttori dell'Osservatore cattolico di Milano di dichiarare che avevano male interpretato quella formula nel caso di R., e "che non era lecito infliggere censure in materia religiosa e avente relazione alla fede e alla sana morale sulle opere di R.": la dichiarazione fu stampata nel numero del 17 luglio. Ancora più esplicito era stato il Maestro del S. Palazzo, p. Vincenzo Maria Gatti O.P. (poi cardinale), scrivendo il 16 giugno 1876 una lettera a L'Osservatore romano (ivi pubblicata il giorno 20), in cui biasima come offensiva all'azione dell'Indice e del Papa la tendenziosa nuova maniera di interpretare la sentenza del 1834 sul R., e aggiunge che nel caso in questione al di là della semplice formola iniziale l'insieme della sentenza stessa è da intendersi così : "dall'esame lungo e coscienzioso è risultato che le accuse mosse alle opere di R. erano false; che in queste nulla fu trovato contro la fede e la morale; che l'edizione e la lettura di esse non sono pericolose ai fedeli ".
Ma sotto Leone XIII il 7 marzo 1888 veniva pubblicato un decreto del S. Uffizio "Post Obitum" (preparato già il 14 dic. 1887): con esso vengono condannate quaranta proposizioni di R. tolte sia dalle opere già dimesse sia dalle opere postume (queste più largamente colpite). Il decreto non appone alle proposizioni alcuna nota teologica, ma nella sua introduzione dice che erano state denunciate perché "cathelicae veritati haud consonae videbantur... Effettivamente i denunziatori ripetevano sotto Leone XIII le stesse accuse che sotto Pio IX. Diversi i giudizi circa il modo di eliminare l'apparente contrasto tra le due sentenze; comunque al "Post Obitum " spetta tutta l'autorità dei giudizi analoghi del S. Uffizio. Intorno a R. nel secolo scorso ardenti e anche acri furono le polemiche, ora cessate. Continuano i dispareri speculativi circa la sua filosofia, ma si fa sempre maggiore l'accordo nell'apprezzamento dei suoi scritti ascetici e della sua personale santità.
11. Ascetica. - La figura di R. è caratterizzata da una profonda unità, costituita dall'apprezz