nel 1667

(da G. Tavaszi, Catalogo della collezione del principe G. R., Roma 1925, tav. 81). Rospigliosi, famiglia - Ritratto contemporaneo del principe Clemente R., duca di Zagarola, titolo acquistato nel 1668 da Giov. Battista R. Tela di P. Nelli - Roma, già collezione R.
eletto pontefice con il nome di Clemente IX (v.), Camillo, fratello del Papa, divenne generale della Chiesa. Dei figli di Camillo, Tommaso (m. nel 1669) fu castellano di Castel S. Angelo; l'altro figlio, Giacomo (m. nel 1684), divenuto cardinale nipote il 12 dic. 1667 , fu internunzio a Bruxelles, legato ad Avignone e a Ferrara e presso Luigi XIV. Felice (m. nel 1688) fu nominato cardinale da Clemente X il 16 genn. 1673. Vincenzo fu capitano delle galere papali che dovevano operare a Candia con quelle veneziane comandate da Francesco Marosini (maggio 1668); poi nel marzo 1669 fu costituito generalissimo di tutte le truppe combattenti francesi e veneziane; e non lasciò l'isola che poco prima della caduta della città. Giovanni Battista (1646-1722), pure figlio di Camillo, generale pontificio, fu creato principe del S. Romano Impero. Sposando Maria Camilla Pallavicini, nipote del card. Lazzaro Sforza Pallavicini, ultima del suo ramo, ne riunì il nome e il principato. Giulio Cesare (17811859) acquistò i titoli della moglie Margherita Colonna Gioeni. Dei loro figli, Clemente fu capostipite del ramo R. Gioeni, e Francesco di quello Pallavicini-R.
Bibl.: A. Ciaconius, Vitae et res gestae Pontificum Romanorum et cardinalium, IV, Roma 1677, col. 785; L. Cardella, Memorie storiche dei cardinali, VII, ivi 1703, p. 186; Pastor, XIV, passim.
Roberto Palmarocchi
ROSS, diocesi di. - Diocesi nella contea di Corè nel sud dell'Irlanda. E nella provincia ecclesiastica di Cashel e nella provincia civile di Munster. Nella diocesi vi sono in parrocchie, 29 sacerdoti secolari e 8 religiosi. Vi sono inoltre 5 comunità di monache e suore, che comprendono 104 membri. Il totale della popolazione della diocesi nel 1947 era di 25.011 ab. di cui 23.598 cattolici.
Il primo vescovo fu s. Fachtna, la cui festa è celebrata il 14 ag.; egli morì verso il 600 . Fino al 1650 la diocesi ebbe un proprio vescovo, ma da allora fino al 1850
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(da A. Muñoz, Il codice purpureo di R. e il frammento sinuconse, Roma 1907, tesi, illi Rossano, diocesi di -'S. Marco in atto di scrivere l'inizio del suo Vangelo mentre Maria S.ma gli sta parlando. Miniatura dell'Evangeliario purpureo di R., f. $24 \mathrm{I}^{\mathrm{r}}$ (sec. vi) - Rossano, Archivio capitolare.
R. fu governata da vicari o da amministratori apostolici. Dal 1748 al 1850 R. fu unita alla diocesi di Cloyne.
Tra i più notevoli vescovi della diocesi furono Thaddeus Mc Carthy ( $1482-88$ ), che morì ad Ivrea nel 1492 e fu beatificato nel 1895 ; Thomas O'Herlihy ( $1562-80$ ), di grande santità, il quale soffri molto per la fede cattolica, e intervenne al Concilio di Trento; Owen Mc Egan, che morì per la fede nel 1602; Boetius Mc Egan, che fu impiccato a Carrigadrohid nel 1650 . Con la consacrazione di William Keane a vescovo di R. nel 185 I la diocesi riottenne la sua autonomia. Il vescovo Michael O'Hea prese parte al Concilio Vaticano nel 1869. La chiesa cattedrale è a Skibbereen.
Bias.: W. M. Brody, Records of Cork, Cloyne and R., Dublino 1864; id., The episcopal succession in England, Scotland and Ireland, II, Roma 1876; J. Lynch, De Praesulibus Hiberniae, II, Dublino 1944; C. Mooney, Boetius Mac Egan of R., Killiney 1930; Irish catholic directory and almanac 1951, Dublino 1951.
Cataldo Giblin
E da escludere che la sede vescovile sia di origine apostolica, né si possono accettare le pretese di chi vuole la chiesa di S. Michele Arcangelo di Codigno consacrata dal vescovo Giovanni nel 350 . In realtà, R. subentrò a Turio, quando questa città fu distrutta dai Saraceni o dai Longobardi verso la fine del sec. vir. Difatti l'ultimo vescovo di Turio è quel Teofane, che figura nel Sinodo di papa Agatone nel 679 .
Quindi R. è senza dubbio di fondazione bizantina e se ne può assegnare l'origine alla prima metà del sec. viII. Tuttavia è da notare che nelle Diatiposi greche non figura nella Notitia I, ma solo nella III e nella X, che sono del tempo di Leone VI il Sapiente, cioè del principio del sec. x. In queste Notitiae R. figura suffraganea di Reggio, che era la metropoli dell'eparchia della Calabria. Il titolo di arcivescovo, assunto da Romano, presufe di R., compare la prima volta in calce ad un documento greco del ro88, e non nel rog1, come erroneamente hanno creduto il Minasi e il Fabre. Tuttavia c'è da notare che già era in voga dal sec. x, come risulta dalla Vita di s. Nilo, il quale fu richiesto come arcivescovo di R. verso il 970 . Nondimeno R. non fu mai metropoli e le richieste insistentemente avanzate per aver come suffraganea la diocesi di Cariati, formata con parte del suo territorio nel 1438 , non vennero mai esaudite dalla S. Sede. Il territorio della diocesi di R., subì una seconda mutilazione quando nel 1919 fu costituita la diocesi di Lungro, che le sottrasse i paesi di origine albanese, tra cui S. Demetrio Corone, centro intellettuale e storico degli Italoalbanesi. Tuttavia Spezzano Albanese, che aveva adottato e mantiene ancora il rito latino, è rimasta aggregata a R.
Il rito greco, affermatosi a R. fin dall'origine, si mantenne fino al 1640 , in cui fu sostituito da quello latino per opera dell'arcivescovo Matteo Saraceni. Un tentativo di sostituzione fatto dal conte Ruggero incontrò tale opposizione da parte dei Rossanesi, che questi credette opportuno recedere. Il rito greco era alimentato dai monaci basiliani, che si erano affermati nei numerosi monasteri greci della diocesi, di cui la sola R. ne aveva sette. Tra questi monasteri meritano particolare menzione i due famosissimi di S. Adriano, presso S. Demetrio Corone, fondato da s. Nilo nel 950 e illustrato dal Gay, e quello di S. Maria Nuova Odigitria o * del Patirion $*$, fondato tra R. e Corigliano verso il iroo da s. Bartolomeo di Simeri, che divenne un centro importantissimo di civiltà bizantina in Occidente per tutto il medioevo. E stato illustrato da P. Batiffol, il quale ne ha scritto una splendida monografia ed ha affermato che il Patirion è per l'umanesimo greco quello che Bobbio è per l'umanesimo latino.
Tra le abbazie latine sono da ricordare: quella benedettina di S. Maria di Camigliano presso Tarsia, quella florense di S. Angelo Militino e la cistercense di S. Maria de ligno Crucis tra Corigliano ed Acri. Gli Ordini mendicanti vi si sono affermati in epoca recente : gli Agostiniani
ROSSANO, DIOCESI di. - La città di R., in provincia di Cosenza, sorge sulle estreme propaggini orientali della Sila, di fronte al mare Ionio, da cui dista pochi chilometri.
Ha una popolazione di 80.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 34 parrocchie, servite da 49 sacerdoti diocesani e 5 regolari; ha un seminario, 2 comunità religiose maschili e 12 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 342).
Poco importante al tempo dei Romani, divenne importantissima durante la dominazione dei Bizantini, che ne fecero il centro della resistenza contro la invasioni dei Saraceni e la scelsero per sede del governatore del ducato di Calabria. Raggiunse l'apogeo nel sec. x, al tempo di s. Nilo, e nell'xi, poco prima dell'avvento dei Normanni. Con questi nuovi dominatori il centro fu spostato prima a S. Marco Argentano, poi a Mileto e infine a Palermo, per cui R. perdette la sua importanza strategica e decadde.

(Ist. Aes. Mozzogiorno)
Rossano, diocesi di - Absidi del Patirion (sec. xit).
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a Tarsia, gli Osservanti a R., i Minimi e i Cappuccini a R. e Corigliano.
Tra gli uomini che hanno onorato R. e la diocesi sono da ricordare in modo particolare i santi basilieni: s. Nilo, che è il più illustre rappresentante della cultura italogreca; s. Bartolomeo, agiografo, innografo, melode e legislatore, che è l'ultimo grande rappresentante dell'innografia italo-greca; i bb. Giorgio, Stefano, Paolo, Luca e Nilo II, che alla santità hanno aggiunto l'amore alla cultura; Giovanni Panareta, che è il più grande rappresentante della scuola calligrafica italo-greca; Teofane Cerameo, al quale si deve la più copiosa raccolta di omelie greche nel medioevo; Giovanni Filagato, consigliere di Ottone II e di Ottone III, abate di Nonantola, arcivescovo di Piacenza e infine antipapa col nome di Giovanni XVI. Sono tutti di R., alla quale la tradizione assegna pure i due papi s. Zosimo e Giovanni VII.
Nel campo latino si ricorda il b. Marino, del Terz'ordine francescano, e Silvestro Di Franco cappuccino, che fu insigne predicatore, procuratore generale, scrittore ascetico apprezzatissimo. Fuori di R. sono da ricordare il p. Matteo Persiano, il p. Francesco Longo, fecondissimo scrittore teologo e canonista dei Cappuccini, e il p. Tommaso Puglisi, insigne storico carmelitano, tutti di Corigliano; il ven. Fiorentino da Longobucco, compagno di s. Francesco di Paola.
Tra i suoi presuli sono degni di nota, oltre Teofane Cerameo e Matteo Saraceni già ricordati, Vincenzo Pampinella, che ebbe molti incarichi diplomatici dalla S. Sede; i cardd. Francesco Colonna, Girolamo Verallo e Giambattista Castagna, che fu poi papa Urbano VII; il card. Lucio Sanseverino, che tenne un sinodo nel 1594; Andrea Adeodati dei Benedettini, Francesco Maria Muscettola dei Teatini e infine Orazio Mazzella, insigne teologo, poi arcivescovo di Taranto.
Bibl.: Hieroclis syncedemus et notitiae Graecae episcopatuum. Berlino 1866; L. De Rossi, Censo storico su R., Napoli 1838; P. Romano, Framm. di st. patria sul duomo ed epiceopio di R., ivi 1878; G. Minasi, S. Nilo di Calabria, ivi 1892; id., Le chiese di Calabria, ivi 1896; D. Taccone-Gallucci, Regesti dei Rom. Pontifici alle Chiese di Calabria, Roma 1902 (v. indice); Liber renumm. ed. P. Fabre, Parigi 1905, p. 23; V. Capialbi, Continuaz. dill'Italia sacra dell' Ughelli, in Arch. st. della Calabria, 2 (1914), pp. 600-17; A. Gradilone, Storia di R., Roma 1926; H. M. Laurent, Contributo alla storia dei vescovi del Regno di Napoli, in Riv. dist. della Chiesa, 2 (1948), pp. 371-82; F. Russo, La Vergine Sima Achirapita che si venera nel duomo di R., Roma 1952.
Francesco Russo
L'Evangellario purpureo di R. - Meritamente famoso, ancor più dei manoscritti del Patirion, è l'Evangeliario del Capitolo di R., del sec. vi, un codice greco membranaceo con i fogli assai sottili tinti in porpora, delle dimensioni di mm. $260 \times 307$, riccamente miniato e scritto su due colonne in bella onciale con larghe lettere di argento (in oro i titoli e le prime righe di ciascun libro).
In origine comprendeva tutti e quattro i Vangeli. Allo stato attuale consta di 188 fogli, numerati in età moderna con inchiostro nero sul recto e sul verso, e comprende Mt. e Mc. fino a 16, 14; rivela trasposizioni e mutilazioni in principio e in fine, queste ultime dovute ad un incendio, come si desume da tracce di bruciature nei fogli estremi.
Se ne attribuisce la scoperta a O. von Gebhardt e A. Harnack, che lo videro nel 1879 presso il Capitolo di R., ma già nel 1845 ne aveva dato notizia il giornalista italiano C. Malpica; né il manoscritto dovette rimanere nascosto per lungo tempo, giacché era probabilmente ancora in uso nel sec. xv (epoca in cui il rito latino seppiancò quello greco nel territorio di R.) e la legatura attuale, posteriore alle perdite susccennate, non può risalire più indietro del sec. xvir-xviIt.
Le miniature ne rivelano chiaramente l'origine orientale, dell'Asia Minore: se proprio dalla Cappadocia, come si sostiene da alcuni, non è possibile provare. Gli elementi stilistici e le caratteristiche iconografiche suggeriscono l'accostamento alla Gessesi di Vienna (cod. Vin-

(106. EviI)
Rossano, diocesi di - Portale minore della Cattedrale (sec. xiv). Rossano.
dobonensis L, del sec. v-vi) e al Sinopensis O (cod. Parisinus, suppl. graec. 1286, più un foglio conservato a Marioupol sul Mar d'Azov); d'altro canto l'equilibrio armonico dei vari elementi compositivi, il vivo senso coloristico e la perizia tecnica di netta impronta bizantina hanno richiamato per le scene dell'Evangeliario il paragone con i musuici di Ravenna, che risultano però più statici ed uniformi. E notevole che i quattro manoscritti purpurei, che ancora si conservano, del testo greco dei Vangeli (il Codex purpureus N, diviso tra le Biblioteche di Vienna, Londra, Patmos, Leningrado e la Vaticana; il Beratinus $\Phi$; il Sinopensis O e il Rossanensis $\Sigma$ ) appartengono tutti a una stessa redazione (la recensio Caesariensis) e risalgono alla stessa epoca (sec. vi) : probabilmente è identica pure la provenienza.
Bibl.: O. von Gebhardt - A. Harnack, Evangeliorum codex Rossanensis $\Sigma$..., Lipsia 1880; O. von Gebhardt, Die Evangelien des Matthaeus und des Marcus aus dem Codex purpureus Rossanensis (Texte und Unternech. zur Gesch. der altchrist. Literatur, I, iv), ivi 1883 (prolegnmeni ed edizione diplomatica); A. Haschoff, Codex purpureus Rossanensis..., Berlino e Lipsi, 1898; A. Muñoz, Il Cod. purpureo di R. e il frammento Sinopense. Roma 1907; A. Gradilone, Storia di R., ivi 1926, pp. 44-52; M. Laurent, La - Genèse de Vienne -, in Byzantion. 11 (1936), pp. 739-54 (partic. 744 sgg.); H. Leclercq, R., in DACL. XV, I, coll. 15-18. Alessandro Pratesi
Arte. - La piccola cittadina ebbe fiorentissima vita artistica nell'alto medioevo, soprattutto perché fu una delle maggiori sedi del monachesimo basiliano in Calabria. Il più antico monumento, la chiesetta bizantina di S. Marco, assai simile alla Cattolica di Stilo, risale al sec. x. E a pianta centrale con i quattro lati uguali, divisa all'interno in nartece e aula, e termina con tre absidi illuminate da bifore con pulvini. E sormontata da cinque cupolette cilindriche: l'estradosso di queste è a forma di calotto, ma è dubbio se originariamente fu in muratura
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RosSELLI, Cosimo - Processione e miracolo del Sacramento - Firenze, chiesa
compatta o non piuttosto coperto da tegole e in forma tronco-conica. L'interno, che subì un ampliamento forse nel sec. xv, fu restaurato alcuni anni or sono e nel ripristino vennero alla luce tracce di importanti affreschi bizantini. Alla stessa epoca basiliana risalgono la chiesetta della IIxvzyix e quella di S. M. del Piliere, cosiddetta da un aHresco della Vergine conservato su un pilastro della
ra costruzione. Un altro affresco della Acheropita su un pilastro della Cattedrale, ingrandita in periodo gotico, ma totalmente alterata in seguito. Nel Tesoro del Duomo, insieme ad alcuni dipinti, fra cui una Pietà bizantina firmata da Andrea Paria da Candia, e ad altre suppellettili artistiche, si conserva il celeberrimo Codex purpureus Rossanensis. Oltre al Duomo, è da ricordare la chiesa di S. Bernardino, in forme goticizzanti ritardatarie, assai comuni in Calabria per tutto il sec. xv, dovute alla sovrapposizione di elementi in parte partecipi delle correnti internazionali, in parte delle più definite influenze catalane vigenti nel Meridione ed espanse nella regione in molte costruzioni dell'Ordine dei Minori Osservanti. All'interno è la bella tomba cinquecentesca di Oliverio de Summa.
A pochi chilometri dalla cittadina, su un crinale deserto e impervio, sorge un altro insigne monumento medievale, il vetusto monastero di S. M. del Patir o Patirion, fondato da Bartolomeo da Simeri nei primissimi del sec. xir (bolla di papa Pasquale II del 1105). Dell'antico cernibio basiliano oggi non restano che alcuni avanzi del chiostro e la chiesa: questa è a pianta basilicale con tre absidi decorate all'esterno da tessere policrome di derivazione siculo-normanna. A tale orbita culturale si riferiscono anche i frammenti del bel pavimento musivo, fatto eseguire dall'abate Blasio, successore di Bartolomeo, a tessere policrome con figurazioni di animali, con fregi e una iscrizione. Al Patirion apparteneva la tavola quattrocentesca dell'Odigitria con la Crucifixione sul verso, ripetizione di una antica icone bizantina, oggi conservata nella chiesa di S. Pietro a Corigliano.
Bibl.: J. Jordan, L'architecture byzantine en Calabre, in Mélanges d'arch. et d'hist., 6 (1889), p. 327 sgg.; P. Batiffol, L'Abbaye de Rossane, Parigi 1891; P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, Firenze 1930; H. Teodorn, Les églises à cinq coupules en Calabre: S. Marco de R. et la Cattolica de Stila, in Ephemeris Dacoromana, 4 (1920), pp. 148-80; E. Gsili, Un restauro monumentale: la chiesa bizantina di S. Marco in R., in L'Arte sacra 2 (1932), pp. 69-73; P. Loiscono, Restauri alla chiesa di S. Marco in R., in Bollettino d'arte, 27 (1933-34), pp. 274-83; S. Botteri, Chiese basiliane della Sicilia e della Calabria, Messina 1929, v. indice; H. Schwarz, Die Baukunst Kalabriens und Sixiliens im Zeitalter der Normannen, in Röm. Jahrb. für Kunstgesch., 6 (19421944), pp. I-I12.
Giovanni Carandente
ROSSELLI, Cosimo. - Pittore n. a Firenze nel 1439, m. ivi il 7 genn. 1507. Inisiata, da giovinetto, la sua educazione artistica alla bottega di Neri di Bicci, rimase sempre legato agli insegnamenti del suo mediocre maestro, malgrado il succedersi di influssi di altri artisti quali il Gozzoli, il Pollaiolo, il Perugino e, negli ultimi tempi, Filippino Lippi.
La mancanza di eleganza nelle figure, di unità e coerenza nelle composizioni, di precisione nel disegno delle prime opere, ancora sotto l'impressione diretta di Neri di Bicci (Annunciazione del Louvre, 1473; S. Barbara degli Uffizi; Storie di s. Filippo Benizzi nel chiostrino dell'Annunziata a Firenze, 1475), ritorna nel Passaggio del Mar Rosso e nell'Adorazione del vitello d'oro, affreschi della Cappella Sistina (1481-82), mentre nel Discorso della Montagna (ivi), il paesaggio, per influsso degli artisti operanti vicino a lui, ha un maggior respiro e, per l'intervento del suo scolaro Piero di Cosimo, alcune figure vi si muovono con ritmo elegante di sapore quasi botticelliano. Ma nell'Ultima Cena non bastano a sostenerlo il ricordo di Andrea del Castagno e del Ghirlandaio, o la vicinanza del Perugino, per dare unità e cocrenza alla scena.
Tuttavia la lezione romana non fu vena: nelle opere che seguono, al suo ritorno a Firenze, si ha una maggiore saldezza, un disegno più corretto, una ricerca di individuazione notevoli. Sono infatti di questo periodo i suoi citrati migliori e nei dipinti eseguiti in S. Ambrogio a Firenze (1488-1501), affresco della Processione del Sacramento e Madonna in gloria, è raggiunta una certa unità di stile e dignità nella rappresentazione che già si orienta verso le forme più ampie e monumentali, di carattere cinquecentesco, proprie della Incoronazione di Maria (1505) in S. Maria Maddalena de' Pazzi, pure a Firenze. Altre opere si trovano agli Uffizi nonché nei vari musei italiani e stranieri.
Bibl.: Gronau, s. v. in Thieme-Becker, XXIX, 34-36; Venturi, VII, i, pp. 680-96; A. M. Ciaranfi, s. v. in Enc. Ital. XXX. p. 133; G. Fiocco, Pittura toscana del '400, Novara 1941 (v. indice).
Maria Donati
ROSSELLINO, FAMIOLIA. - ANTONIO, scultore, figlio di Matteo Gamberelli, n. a Settignano nel 1427, m. a Firenze nel 1479.
Gli si possono attribuire le seguenti opere: alcuni capitelli nella chiesa di S. Lorenzo in Firenze (1449); il busto di Giovanni Antonio Chailini, firmato e datato 1456 , ed il tabernacolo di S. Chiara ( 1465 ca.) entrambi al Victoria and Albert Museum di Londra; la tomba del card. di Portogallo in S. Miniato al Monte di Firenze ( 1461 -66) ed il busto di Matteo Palmieri (1468) nel Museo nazionale del Bargello della stessa città; il S. Sebastiano di Empoli (Museo della Collegiata, 1470 ca.); il dossale d'altare con la Natività in S. Maria di Monteoliveto a Napoli ( 1475 ca.); il pergamo eretto in forma di acquasantiera nel duomo di Prato, con la collaborazione di Mino da Fiesole (1473); la Madonna del latte, in S. Croce di Firenze (prima del 1478). Tale elenco va integrato con molte opere non datate tra le quali basterà citare il S. Giovannina della Compagnia Vanchetoni di Firenze, ora al Museo di Washington: gli altri due del Bargello e del Museo di Faenza; i rilievi in marmo con il gruppo della Madonna e il Bambino di S. Clemente a Sociana, del Kaiser Friedrich Museum di Berlino, del'Ermitage a Leningrado, del Metropolitan Museum a Nuova York (replicati in un gran numero di copie di stucco e di terracotta). Vanno infine aggiunte due opere nelle quali la partecipazione di R. è limitato : il monumento Mazzari nel duomo di Pistoia, su disegno del fratello Bernardo, e la tomba di Maria d'Aragona in S. Maria di Monteoliveto per la quale R. dette solo il progetto, eseguito poi da Benedetto da Majano. Formatosi presso il
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fratello maggiore Bernardo, con cui aveva bottega nel 1457, non tardò ad intraprendere proprie ricerche, evolvendosi rapidamente da una manicra minuziosa, incisiva, delineata più nei contorni che nelle masse (busto Chellini di Londra), verso un pittoricismo morbido, fatto di delicati trapassi e di preziosità epidermiche, che chiaramente denuncia un accostamento ai modi del coetaneo e conterraneo Desiderio, e con questi gazeggia nella delicata e sensibile rappresentazione dell'infanzia (busti di S. Ginsannino, per alcuni dei quali l'attribuzione pende tuttora incerta tra i due artisti). Del tutto antitetica allo stile di Bernardo, che nel monumento Bruni aveva dato un solenne prototipo di sepolcro muralc, è la tomba del card. di Portogallo, dissolta in un fantasioso e libero ritmo pittorico. Negli anni successivi R. alterna al largo pittoricismo del Matteo Palmieri, capolavoro di vivacita ritrattistica, e del patetico S. Sebastiano di Empoli, la manicra un po' trita e carica dell'altare di Monteoliveto a Napoli (che ha fatto anche supporre l'intervento di un collaboratore); e conclude con la saldezza plastica della Madonna del latte, eseguita forse sotto l'influsso di Benedetto da Maiano.
BbL.: F. Schottmueller, s. v. in Thieme-Becker, XXIX (1935), p. 42 sgg. con bibl.: L. Planiscio, Bernardo und A. R., Vienna 1042; G. Colassi, La scultura fiorentina del Quattrocento, Milano 1949, p. 173 sgg. e passim.
Bernardo, architetto e scultore, n. a Settignano nel 1409, m. a Firenze il 23 sett. 1464, fratello di Antonio.
Come architetto fu discepolo di Leon Battista Alberti, con il quale collaborò a Firenze nel Palazzo Rucellai (1450-55). Ma il suo primo lavoro sembra essere stato il coronamento della facciata della Confraternita della Misericordia ad Arezzo (ora Palazzo dei Tribunali, 1433-

(Ist. Alnarii)
Rossellino, famiglia - S. Sebastiano. Scultura in marmo di Antonio R. - Empoli, Pinacoteca della Collegiata.

RosseLlino, famiGlia - Cortile del Palazzo Piccolomini su disegno di Bernardo R. - Pienza.
1435) traforato e leggero ed ornato, tra l'altro, di una lunetta a rilievo che rappresenta anche il suo esordio come scultore. Recatosi a Roma, esegui il restauro di S. Stefano Rotondo (rinnovando il pavimento e costruendo il portale d'accesso, quello dell'atrio, alcune bifore e l'altare) e, in qualità di "ingeniere di Palazzo", partecipò (1451-55) con l'Alberti ai lavori intrapresi da Niccolò V nei Palazzi Vaticani ed in S. Pietro, lavori nei quali tuttavia assai arduo è il riconoscimento delle parti rispettive, mentre rimane tuttora incerto l'intervento del R. nel Palazzo di Venezia e nella chiesa di S. Marco. Inviato in Toscana da Pio II per il rinnovamento architettonico di Corsignano (poi Pienza), eresse il Palazzo Piccolomini, il Duomo, il Palazzo vescovile e rinnovò il Palazzo pubblico ( $1460-63$ ), rifacendosi alle forme leggere e serene del primo Alberti, specialmente nel Palazzo Piccolomini che ripete la facciata dell'albertiano Palazzo Rucellai. Maggiore originalità B. mostra nel cortile dello stesso Palazzo e soprattutto nell'aerea facciata sul giardino tutta aperta a loggiati, nonché nel Duomo che, gotico all'interno per volontà del Papa, ha una fronte di largo respiro rinascimentale, ritmata da grandi archi ciechi a pieno centro. Negli ultimi anni (1461-64) attese al compimento della lanterna del Duomo fiorentino.
Della sua attività di scultore, mentre è incerta la sua partecipazione ai lavori per la cappella di Eugenio IV in Vaticano, per la quale i documenti nominano tra gli altri un "Magister Bernardus", sono opera sicure, oltre la citata lunetta aretina con la rappresentazione della Madonna della Misericordia, il Monumento a Leonardo Bruni in S. Croce di Firenze (1444-51); l'Annunciata in S. Stefano ad Empoli (1447); il tabernacolo in S. Egidio di Firenze (1450); le tombe, sempre a Firenze, della b. Villana in S. Maria Novella (1452-53) e di Orlando Medici alla S.ma Annunziata (1455), il sepolcro di Giovanni Chellini nella chiesa di S. Miniato al Tedesco (1461), nonché il progetto per il monumento di F. Lazzari nel duomo di Pistoia (1462), eseguito, dopo la morte di B., dal fratello Antonio. Il suo stile, più che il dinamismo sensibile di Donatello, riflette la plastica solida e il classicismo ingenuo ed un poco impacciato di Michelozzo, raggentilito tuttavia, di quando in quando, da ritmi curvilinei ghibertiani.
Nella scultura fiorentina del ' 400 l'opera di R. è importante per l'esempio di una salda ed organica connessione tra elementi plastici ed architettonici, quale è quella che impronta con severa compostezza il sepolcro Bruni, opera più di architetto che di scultore, che genialmente rinnova, con spirito apertamente rinascimentale, lo schema dei monumenti murali. - Vedi tav. LXXXV.
BbL.: L. H. Heydenreich-F. Schottmueller, s. v. in Thieme-Becker, XXIX (1932), p. 42 sgg.; L. Planiscig, B. und Antonio R., Vienna 1942; P. Tomei, L'architettura a Roma nel
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Quattrocento, Roma 1942, passim; G. Galassi, La scultura fiorentina del Quattrocento, Milano 1949, p. 158 sgg. e passim. Amidia Meszem
ROSSETTI, Carlo. - Cardinale, n. a Ferrara nel 1614, m. a Faenza il 23 nov. 1681.
Nunzio apostolico in Inghilterra nel 1639, causa la ostilità dei puritani, che tenturano di assassinarlo, dovette lasciare l'Isola. Fu, quindi, nunzio straordinario a Colonia (1642) e legato di Urbano VIII al Congresso della pace di Münster (1643). Vescovo di Faenza dal 1643 al 1676 , dove riunì nove sinodi, fu creato cardinale da Urbano VIII, nel 1643; fu anche vescovo di Frascati (1676) e poi di Porto e S. Rufina (1680).
Bibl.: Pastor, XIII, v. indice; G. Ferraro, Relaz. del nunzio pont. C. R. interno agli affari di Germania (1642-44), in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province di Romagna, $3^{\circ}$ serie, 4 (1889-86), pp. 176-218; id., Viaggio del card. R. fatto nel 1644 da Colonia a Ferrara, ibid., $3^{\circ}$ serie, 6 (1887-88), pp. 1-90. Vittorio E. Giuntella
ROSSETTI, Cristina Georgina. - Poetessa, n. a Londra il 5 dic. 1830, m. ivi il 29 dic. 1894, sorella di D. G. Rossetti. Rifiutò due mariti, uno perché cattolico, l'altro perché ateo, e visse vita semimonastica, attendendo alla composizione di versi per bambini, di versi religiosi e di trattati esegetici sul Vecchio e sul Nuovo Testamento.
Rimase fermamente anglicana, sebbene simpatizzasse con i rappresentanti del «Movimento di Oxford» al punto che scrisse un elogio funebre in versi alla morte del card. Newman. A differenza di quello del fratello, il suo misticismo è privo di ogni carattere di sensualità e le sue migliori poesie religiose sono contrassegnate da rigore d'ispirazione e purezza d'esecuzione e richiamato i e metafisici $s$, soprattutto Vaughan e Herbert. Le liriche di Monna Innominata nascono dalle sue delusioni amorose, ma la sua poesia migliore si contiene in Goblin Market and other poems (1862). I New poems furono pubblicati postumi a cura del fratello William Michael. Le opere devozionali trattano del valore simbolico delle S. Scritture e tra esse la più nota è The face of the deep, un commento all' Apocalisse. I temi ricorrenti nella sua poesia, per lo più intonata alla malinconia, sono la morte e l'affetto dei vivi poi morti, la vanità delle cose terrene e la rinuncia ascetica. Questa poesia è stata apprezzata e studiata in Italia.
Bibl.: Fr. Shove, C. R., a study, Londra 1931; E. W. Thomas, C. G. R., Columbia University Press 1931. Studi italiani di G. Strafforella, G. Agresti-Rossetti, F. Gargaro, A. Obertello, ecc. Per le tradd. v. soprattutto quelle di M. Praz, in Poeti inglesi dell'Ottocento, Firenze 1923. Augusto Guidi
ROSSETTI, Dante Gabriele. - Pittore e poeta inglese, n. a Londra il 12 maggio 1828, m. a Birchington il 9 apr. 1882.
- Figlio dell'esule italiano Gabriele R., fu educato dal padre al culto della poesia e delle arti figurative mentre in famiglia riceveva un'educazione di schietto carattere religioso, elemento fondamentale quest'ultimo per intendere anche alcuni particolari atteggiamenti artistici del R. per altri elementi di carattere nettamente inglese. Infatti il R. è considerato l'esponente maggiore e più significativo del particolare movimento artistico inglese di impronta romantica detto del prerafaelismo (v. prerafaaelitti). Oltre l'insegnamento paterno e il culto per la poesia di Dante contribuirono largamente alla formazione culturale e artistica del R. - raffinato e letteratissimo artista - tanto l'intensa espressività preromantica del fantastico e visionario W. Blake, quanto, fra i suoi contemporanei, la religiosità nelle opere del Millais e dell'Hunt che fecero parte pur essi del gruppo dei prerafaeliti, mentre da F. M. Brown il R. trasse l'esempio di certa compiaciutezza decorativa riflessa nelle stilizzazioni lineari. Tuttavia tutti questi elementi sono come amalgamati nelle pitture del R. nelle quali le immagini, che esprimono sentimenti un po' artificiali, densi di misticismo, ma che sono anche sfiorate talvolta da una certa morbosa sensualità, sono condotte in uno stile piuttosto artificioso anche se non privo di eleganza e di fascino.
Tra le opere di soggetto sacro dipinte dal R. si ricordano l'Infanzia della Vergine nella collezione di Lady Jekyll, l'Ecce ancilla Domini, della Tate Gollery di Londra ove è anche la ben nota Beata Beatrix (1863), mentre il famoso Sogno di Dante è a Liverpool nella Walker Art Gallery.
Bibl.: A. Pophem, s. v. in Enc. Itol., XXX, pp. 137-39; A. Springer - C. Ricci, Manuale di storiadell'arte, V. Bergamo 1932, p. 199 sgg.; A. M. Brizio, Ottocento Novecento, Torino 1939, pp. 194-92. Emilio Lovagnino
Letteratura. - Gabriele subì sin dalla prima giovinezza l'influsso delle opere dantesche (particolarmente la Vita Nova che più tardi tradusse in inglese insieme con una scelta dai poeti italiani dei primi secoli). Sebbene egli imiti i primitivi, le sue imitazioni da una parte risentono della sua esperienza di pittore, dall'altra s'ambientano in una pesante atmosfera di tardo romanticismo in cui egli era profondamente immerso e s'investono di una sensualità a fondo malinconico, che è estranea ai suoi modelli. Sensualita e malinconia sono appunto i tipici aspetti di un contrasto che non si risolve nella sua poesia, macabra e passionale anche quando gli venga ispirata da soggetti mistici, come peraltro non si risolve nella sua vita intima. Il R. fece parte fin dall'inizio del gruppo dei Preraffaelliti; le sue poesic migliori figurano in Ballads and sonnets (1881) in cui si contiene anche The house of life, una collana di sonetti in cui il poeta rievoca i ricordi della sua breve e tormentosa vita coniugale (la moglie era morta nel 1862 , lasciandolo in preda a un inguaribile sconforto).
Bibl.: biografia di A. C. Benson, I. modra 1904: numerosi studi e traduzioni italiane (tra le quali ficurano quelle di M. Praz, contenute in Poets inglesi dell'Ottocento, Firenze 1923).
ROSSI, Bernardo Maria de' (De Rubeis): v. de rubeis, bernardo maria.
ROSSI, Giacinto. - Teologo domenicano, n. a Diano Sorreta il 22 febbr. 1826, m. a Genova il 29 genn. 1899. Religioso a Faenza nel 1844, studiò a Bologna, dove si laureò nel 1851. Insegnò a Ferrara (1851-52), Imola (1852-56), Bologna (1856-66), dove fu pure reggente dello Studium (1863-66). Fu maestro in teologia dal 1862.
Soppresso il convento bolognese (1866), dovette riparare a Genova, ove si dedicò alla predicazione. I'u uno dei primi dieci membri italiani dell'Accademia di S. Tommaso. Il 16 ag. 1881 fu creato vescovo titolare di S. Maria di Leuca (Cipro) e destinato da Leone XIII a notore dell'Università cattolica di Lovanio; il 18 nov. 1881 veniva trasferito alla sede vescovile di Luni.
Profondo conoscitore della dottrina dell'Aquinate, lasciò vari scritti: Dovori dei cattolici nelle presenti condizioni d'Italia (Bologna 1861); Conforti e speranze (ivi 1862); Spiritualitd dell'anima umana (Genova 1876); Catechismo e ateismo (ivi 1878); 57 lettere pastorali, ricche di dottrina.
Bibl.: R. A. Vigna, I vescovi domenicani liguri, Genova 1887, pp. 423-60; anon., Mons. G. R., in Il Rosario. Memorie domenicane, 16 (1899), pp. 116-24; P. Rosso, Vita di mons. G. R. O. P., vescovo di Sarzana, La Spezia 1940. Alfonso D'Amato
ROSSI, Pellegrino. - Statista, n. a Carrara il 13 luglio 1787, assassinato a Roma il 15 nov. 1848. Allievo degli Scolopi a Correggio, si laureò in giurisprudenza nel 1806 a Bologna. Fu brevemente nella magistratura del Regno italico come segretario della procura generale della R. Corte di Bologna, finché, poco più che ventenne, ebbe la cattedra di diritto penale a Bologna stessa.
Plaudi nel 1815 al tentativo murattiano. Autore, a quel che sembra, del cosiddetto Proclama di Rimini, assunse, in nome di re Gioacchino, il Commissariato civile dei quattro dipartimenti emiliani. Sconfitto Murat, si ritirò nella Svizzera e dopo corsi liberi da lui tenuti presso l'Università di Ginevra, ebbe nel 1819 la cattedra ufficiale di diritto penale, nonostante che lo statuto universitario
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tific fioncratio cittadino per le ciferite. stant del (E)l. (Inocente) a P. R. in fint. reso, Polizia N.B. dopo (realitaplite) Rossi, Pellegrino - Ritratto ad olio di N. Boni (sec. siti) - Carrara, Camera
dol commercio.
nale. Invitato a insegnare a Parigi economia politica nel 1833, l'anno successivo diventava ordinario di diritto costituzionale al Collège de France. Liberista in economia e liberale in politica, le sue lezioni destarono l'arghisima eco, e il re Luigi Filippo, che numerose volte si recò ad ascoltarlo, propose al giovane e famoso professore di farsi cittadino francese per potere assumere cariche ufficiali. Il R. aderì : nel 1839 fu innalzato alla dignità di Pari del Regno, e nel 1845 fu inviato a Roma quale ambasciatore presso Gregorio XVI. Caduta la monarchia di luglio, rimase a Roma come privato cittadino pur partecipando attivamente alla vita politica, e conforto con la sua approvazione e con i suoi suggerimenti gli inizi dell'esperimento costituzionale di Pio IX, persuaso dell'opportunità di imprimere nuova vita, attraverso sagge riforme, allo Stato della Chiesa.
Pio IX lo avrebbe voluto al governo subito dopo la caduta del gabinetto Mamiani (luglio 1848), ma il R. non trovò sufficienti appoggi nell'ambiente politico romano e l'incarico venne allora conferito al Fabbri; ma alle insistenze del Papa, dopo le dimissioni del Fabbri, R. finalmente accertò il mandato ( 10 sett.). Rimancndo Presidente dei ministri e ministro degli Esteri il card. Soglia-Ceroni, il R. assunse il portafoglio dell'Interno con l'interim delle Finanze e affidò gli altri dicasteri al card. Vizzardelli (Istruzione), al Cicognani (Giustizia), all'ab. Montanari (Commercio), al duca di Rignano (Armi e Lavori pubblici), al Galletti (Polizia), con il Guercini ministro senza portafoglio e il Righetti sostituio alle Finanze. Era un ministero liberale, ma tendente, come oggi si direbbe, a destra nel senso e con le aspirazioni federaliste del neoguelhismo. Il R. era soprattutto deciso ad infrenare la demagogia delle sinistre che avevano a loro esponente lo Sterbini : di qui la campagna di odio che condusse alla tragedia del 15 nov.
Il ministero si costituì durante la vacanza del Parlamento, per cui il R. governò senza l'appoggio delle Camere, con ostentato scandalo della stampa e dei circoli democratici : il che non gli impedì di prendere provvedimenti di notevole importanza, come la soppressione del Ministero di polizia, l'inizio di impianti telegrafici, l'innposizione di una tassa sui beni ecclesiastici, l'emissione di buoni del Tesoro garantiti da ipotesi sui beni ecclesiastici stessi, la creazione di una Corte di Cassazione; progettò la costruzione di ferrovie, la riforma del sistema giudiziario e penitenziario, l'istituzione di un ufficio statistico, la creazione di scuole di economia e diritto commerciale ed altre riforme di larga portata. Per garantire l'ordine pubblico, prese misure severe contro i mestiatori, sostituì numerosi funzionari dei vari gradi, affidò cariche direttive a persone di sua fiducia, e si decise ad inviare in Romagna
la "Legione romana ", cioè i volontari reduci dalla campagna primaverile nel Veneto, che con il loro atteggiamento fazioso e indisciplinato costituivano un costante pericolo per la pubblica tranquillità. Di qui, dopo la politica esitante e remissiva del Mamiani e del Fabbri, la taccia di dittatura contro il fermo ed onesto governo del R.
In politica estera federalista convinto, il R. temeva, specialmente dopo i vani tentativi per una lega fra i principi promossa da Pio IX, l'ingrandimento del Regno sardo a scapito degli altri Stati italiani. Perciò contrastò energicamente il piano, di cui si fece interprete a Roma il Rosmini, di una lega militare fra il Piemonte, la Toscana e lo Stato Pontificio, che gli sembrava un espediente per procurare a Carlo Alberto l'appoggio degli eserciti toscano e romano. Propose invece una confederazione dei principi della penisola, compreso l'Imperatore d'Austria quale re del Lombardo-Veneto, sotto la presidenza del Papa. Confederazione, di cui doveva essere organo coordinatore e propulsivo un congresso da riunirsi in Roma, con il compito di assicurare l'indipendenza degli Stati contraenti, dirimerne gli eventuali contrasti, tutelare il mantenimento delle istituzioni liberali e "dare opera al progresso regolare e graduale della prosperità e civiltà, della quale è parte principalissima la religione cattolica n. Programma, che fece nomio al R. i fautori del Piemonte e quanti desideravano che Pio IX abbandonasse la politica di neutralità del 29 apr. per dichiarare guerra all'Austria, nonché tutti i demagoghi della estrema sinistra mazziniana. Sprezzante della campagna ostile della stampa democratica, il 15 nov. 1848 il R. si recò alla riapertura della Camera, nel Palazzo della Cancelleria, dove, attorniato da un gruppo di congiurati, senza che la forza pubblica intervenisse a proteggerlo, venne brutalmente assassinato.
Gli esecutori materiali dell'efferato delitto rimasero sconosciuti, e fondati sospetti gravano su Luigi Brunetti, figlio di Ciceruacchio; mandanti e ispiratori, lo stesso Ciceruacchio, lo Sterbini, il colonnello della Legione romana Luigi Grandoni e Luciano Bonaparte, principe di Cenino. L'assassinio determinò l'insurrezione che impose, con l'assalto al Quirinale del 16 nov., la costituzione del ministero Muzzarelli-Galletti-Sterbini, inducendo di li a poco il Pontelice a lasciare Roma per Gaeta.
Il R. fu sepolto per volere di Pio IX, che molto l'amava, in S. Lorenzo in Damaso, nella tomba erettagli dal Tenerani, con la bella epigrafe: "Caussam optimam mihi tuendam assumpsl. Miserebitur Deus».
Bibl.: per le opere cf. C. A. Biggini, s. v. in Enc. Ital., XXX, pp. 144-45. Per la biografia e pensiero v.: H. D'Ideville, Le cause P. R. Sa vie, son encore, sa mort (1767-1848), Parigi 1887; R. Giovagnoli, P. R. e la rivulus, rom., 3 voll., Roma 1911; L. Ledermann, P. R. L'homme et l'économiste, Parigi 1929; C. A. Biggini, Il pensiero giurid. e polit. di P. R. di fronte ai problemi del Risorg. ital., Roma 1937; G. Maioli, Append. bibliogr. to P. R., in Rasc. stor. del Risorg., 25 (1938), pp. 606-701; G. Brigante Colonna, L'uostismo di P. R., Milano 1938; T. Armani, P. R. ministro costituzionale e federalista, in Nuova Antologia, $1^{\circ}$ luglio 1939, pp. 79-92; P. E. Schamnann, P. R. et le Suisse, Ginevra 1939; W. E. Rappard, La costitux. feder. della Svizzera, Locarno 1948, v. indici; P. Dalla Torre, P. R., il neo-quelfismo e l'Italia, in Arch. della Soc. romana di st. patria, $3^{\circ}$ serie, 71 (1948), pp. 163-68.
Renzo U. Montini
ROSSIGNOLI, BERNARDINO. - Gesuita, scrittore di ascetica, n. ad Ormea nel 1547, m. a Torino il 6 giugno 1613 .
Entrato nell'Ordine nel 1563, dopo 11 anni d'insegnamento della filosofia e teologia a Milano, esercitò la carica di rettore al Collegio romano e a Torino, e di provinciale delle province romana e milanese. Di segnaclata virtù e perfezione, fu anche un assai ricavato direttore spirituale.
Scrisse due opere di grande valore ascetico: De disciplina christionae perfectionis pro triplici hominum statu. incipientium, proficientium et perfectorum (Ingolstadt 1600), che ebbe 5 edd., due versioni, francese e polacca, e molti imitatori; De virtutibus (ivi 1603), che ebbe 4 edd.; entrambe dànno grande parte alla dottrina dei Padri. Falsamente invece gli sono attribuiti lo Stimulus virtutis (Roma 1592) e la Historia Thebea (Torino 1589), che
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(Iti. Ballerini d I'rollai, Fircnce)
Rossini, Gioacchino - Ritratto.
sono rispettivamente del canonico Guglielmo Baldesani di Torino e di un certo Alpiodi Carmagnola.
BibL.: E. Ruiz v. Fresta, De p. B. R., in Archiv. hist. Soc. Iesu, 2 (1925), pp. 32-43.
Arnaldi M. Lanz
ROSSIGNOLI,
Giovanni Pietro. Filosofo e sociologo, n. a Borgomanero il 3 sett. 1851 , m. a Novara il 24 marzo 1909. Nel 1870 s'iscrisse alla Facoltà di medicina a Torino, ove polemizzò con le dottrine materialiste dei suoi insegnanti nell'Unità cattolica (1871) e fece parte della redazione della Palestra (1875), pubblicando una Teoria fisiologica e psicologica dell'istinto animale e della volontà umana, che doveva più tardi meritargli l'abilitazione all'insegnamento filosofico. Il suo pensiero s'orientò e aderì al movimento neoscolastico.
Abbandonata la medicina, riprese gli studi ecclesiastici e ricevette l'ordinazione nel 1878. Insegnante nel Seminario di Novara, scrisse un Corso di filosofia assai apprezzato allora e diffuso in parecchie edizioni. Canonico della Cattedrale (1897), poco dopo fu nominato socio dell'Accademia romana di S. Tommaso. Si occupò intensamente di questioni sociali e presiedette l'Opera dei congressi (v.) nella sua diocesi. Nel 1897 fu istituita per sua iniziativa una cattedra di sociologia nel Seminario ed egli ne divenne il titolare. Oltre a numerosissimi articoli sulla Scuola cattolica e la Rivista internazionale di scienze sociali, e altre opere letterarie, poetiche e agiografiche, scrisse ancora: Il determinismo nella sociologia positiva (Roma 1893-94); Concetto dell'autorità politica nella sociologia cristiana (Siena 1905); La famiglia, il lavoro, e la proprietà nello Stato moderno (Novara (1907).
Bibl.: A. Cavigioli, Necrologio, in Riv. internaz. di scienze sociali, 1 (1909), pp. 148-52; A. Gemelli, Necrologio, in Riv. di filosofia neoscolast., 1 (1909), pp. 403-408. Augusto Moreschini
ROSSINI, Gioacchino. - Musicista n. a Pesaro il 29 fabbr. 1792, m. a Passy (Parigi) il 13 nov. 1868. Studiò a Bologna e a Lugo; tornato a Bologna, frequentò al Liceo musicale i corsi del p. Mattei.
Diplomatosi nel 1810 , affrontò il pubblico di Venezia con la Cambiale di matrimonio, a cui seguirono ben 39 opere, altrettante gloriose tappe della storia dell'opera buffa. Il periodo veneziano-milanese della produzione rossiniana va dal 1813 al 1815 , poi si apre il periodo napoletano-romano, fino al 1823, quando R. viaggiò all'estero: Vienna lo accolse con grande entusiasmo e così pure, dopo un breve soggiorno londinese, Parigi, che gli affidò la direzione del "Théâtre italien" (1824). Tornato a Bologna nel 1836, andò a Firenze e dal maggio 1855 si ritirò a Parigi. Le opere di genere sacro da lui composte non sono poche, ma si avvicinano, come era naturale nel suo stile, più al genere della musica da teatro che a quello della musica da chiesa. Compose uno Stabat Mater per 4 voci, cori e orchestra nel 1831-41, una Ave Maria a 4 voci, e 3 messe: una per voci da uomo (Bologna 1808), una "solenne" (Napoli 1819), ed infine, la Petite Messe solennelle, per 4 soli e cori con accompagnamento d'orchestra, a pianoforti (Parigi 1863-64), a cui aggiunse, nell'ultima pagina, il famoso congedo in forma di preghiera, umile e scherzosa: "Bon Dieu, la voilà terminée cette pauvre petite Messe. Est-ce bien de la musique sacrée que je viens de faire, ou bien de la sacrée musique? J'etais né pour
l'opéra buffa, tu le sais bien! Peu de science, un peu de coeur, tout est là. Sois donc béni et accorde moi le Paradis. Passy, 1863. G. Rossini -
Bibl.: fra la vantroina bibliografia rossiniana si citano: N. Bettoni, R. e la tua musica, Milano 1824; S. Silvestri, Della vita e delle opere di G. R., ivi 1874; L. Dauriac, R., Bruxelles 1907; E. de Guizon, R., 1er 1920; G. Rediciotti, G. R. (opere fondamentale per gli studi rossiniani), 3 voll., Tivoli 1928-35; R. Bacchelli, R., Torino 1941.
ROSSO FIORENTINO, Giovan Battista di Jacopo di Gaspare, detto il. - Pittore, n. a Firenze nel 1495, m. a Fontainebleau nel 1540.
La formazione del R., difficilmente definibile, si svolse nell'ambito della scuola di Andrea del Sarto, con derivazioni da Piero di Cosimo, dal Dürer e, successivamente, con riprese marginali da Michelangelo, arrivando spesso a soluzioni parallele a quelle del Beccafumi. Prima sua opera documentata superstite è l'affresco con l'Assunzione nel chiostrino dell'Annunziata a Firenze, commissionatogli nel 1517, che mostra evidenti desunzioni, oltre che da Fra' Bartolomeo, dal Dürer: indice della posizione eccentrica dell'artista nei confronti della cultura figurativa contemporanea e coambientale. Del 1518 la Madonna e quattro santi per l'ospedale di S. Maria Nuova, ora agli Uffizi, che quasi spaventò il committente per l'interpretazione bizzarra del tema sacro, mentre proprio in essa appaiono particolarmente apprezzabili al gusto attuale il fondamento espressionistico dello stile e la sorprendente libertà mentale. Ugualmente agli Uffizi si conserva l'angelo musicante qui riprodotto a colori. Nel 1521 il R. ferma la Deposizione ora nella Pinacoteca di Volterra, altra opera capitale di acceso slancio patetico. Dello stesso anno

(Iti. diliari)
Rosso Fiorentino - La debolezone dalla Croce. Volterra, Palazzo dei Priori, Pinacoteca.
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ROSSO FIORENTINO

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(da De Memd de Buiston, Les peintures de la Synagogue de Doura Europas. Roma 509, sec. 17; Rosso, mare - L'uscita dall'Egitto e il passaggio del M. R. Affresco del sec. III. Dura Eúropos, sinagoga.
la pala d'altare' di Villamagna. Del 1522 la grande pala Dei già in S. Spirito e ora a Pitti, che rivela maggior studio di equilibrio formale e compositivo, certo per influsso di analoghe composizioni sartesche. In S. Lorenzo lo Sposolizio di Maria, del 1523, anch'esso studiosamente composto su modelli tradizionali ma acutissimo nei particolari; dello stesso anno lo straordinario Mosè e le figlie di Jefro: arditissima composizione risolta attraverso sprezzature formali veramente anticipatorie. Nel 1523 il R. si trasferiva a Roma dove, fuorviato dai soverchianti esempi di Raffaello e di Michelangelo, affrescò in S. Maria della Pace la Creazione di Eva e il Peccato originale, forse le sue opere più deboli. Fuggito a causa del sacco del 1527 si recava a Perugia e ad Arezzo: di questo periodo sono la Deposizione (1528) in S. Lorenzo di Borgo S. Sepolcro e la Trasfigurazione per il duomo di Città di Castello ( 1528 -30). Nel 1530 si trasferiva in Francia. Le opere quivi eseguite non sono pervenute fuorché la Deposizione del Louvre (1537-40), in quanto la Galleria di Francesco I nel castello di Fontainebleau, dipinta con collaboratori tra il 1534 e il ' 37 , è stato gravemente sfigurata da manomissioni e rifacimenti. L'opera del R. in Francia ebbe grande influenza nel configurarsi della scuola di Fontainebleau.
Importantissima la produzione grafica, giunta in numerosi esemplari (Parigi, Londra, Firenze, ecc.).
La personalità del R., lungamente misconosciuta, è stata soltanto di recente rivalutata come una delle più alte, originali espressioni del primo manierismo toscano.
Bibl.: \{G. Vassri, Vite, ed. Milanesi, V. Firenze 1906, p. 155 sgg.; F. Goldschmidt, Pontormo, Rosso, und Bronzino, Lipsia 1911; H. Voss, Die Malerei der Spätrenaissance in Rom und Florenz, I. Berlino 1920, p. 182 sgg.; K. Kusemberg, Le R., Parigi 1931: id., R. Giov. Battista, in ThiemeBecker, XXIX, pp. 61-63; Venturi, IX, v, p. 193 sgg.; L. Becherucci, Manierismi toscani, Bergamo 1944, p. 25 sgg.; \{P. Barocchi, Il R. F., Roma 1950; R. Longhi, Recensione a P. Barocchi, op. cit., in Paragone, n. 13 (1951), p. 58 sgg.
Carla Guglielmi
ROSSO, MARE (gr. $\dot{\eta} \dot{\varepsilon} \rho \cup \vartheta \rho \alpha \theta \dot{\alpha}-$ $\lambda \alpha \sigma \sigma \alpha$; cbr. jäm süph). - Gran tratto di mare che si estende dall'ingresso di Bâb el-Mandeb, fra l'Asia sud-occidentale ad est e le coste dell'Africa nord-orientale ad ovest, sino al capo Mohammed al nord, dove si biforca nei due rami del golfo
di Suez (Sinus Arabicus) a ovest, e del golfo di el-'Aqabah (Sinus Aelaniticus) a est. L'appellativo ebraico jäm süph "mare delle alghe" o "canne" (Ex. 10, 19; 13, 18; 15, 4) è di origine incerta; ma l'identificazione non è dubbia, poiché ne è indicata l'estremità (Ex. 23, 31; I Reg. 9, 26; Ier. 49, 21) nel Golfo Elanitico o di el-'Aqabah.
L'opinione generale, appoggiata d