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 10, 19; 13, 18; 15, 4) è di origine incerta; ma l'identificazione non è dubbia, poiché ne è indicata l'estremità (Ex. 23, 31; I Reg. 9, 26; Ier. 49, 21) nel Golfo Elanitico o di el-'Aqabah.

L'opinione generale, appoggiata dai testi biblici, è che il miracoloso passaggio degli Ebrei attraverso il M. R. (Ex. 15, 4-22) avvenne nel Golfo di Suez, che in quel tempo, mediante canali naturali, era riunito al bacino dei Laghi Amari. Qui crescono anche oggi i canneti, e non è escluso che vi abbondassero anche al tempo dell'esodo, giustificando così l'appellativo ebraico.

Il punto preciso del passaggio è stato variamente determinato: per il Serapeum fra il Lago Timsâh e i Laghi Amari; per Saluf tra i Laghi Amari e Suez; o per il guado che arricamente univa Clysma ( $=$ Suez) a el-Satt. L'opinione più pro-
babile, presentata dal Bourdon e basata sulla geografia, archeologia e lo studio dei papiri, mette il passaggio fra Gebel Geneffef e Gebel Hasan per la pista che conduceva al guado situato nella parte meridionale del Piccolo Lago Amaro.

Gli Ebrei, obbligati a cambiare direzione nella marcia verso la Palestina, dal Serapeum si diressero lungo la via ad ovest del Grande Lago Amaro che conduceva a Suez e, lasciando a destra il terreno paludoso che si estende fra la via ed il lago, chiamato in un papiro con il nome egiziano equivalente a Phihahiroth ("pantani"), si accamparono ai piedi di Gebel Hasan, dove, fin dai tempi di Seti I, era un fortino (Magdal) di fronte alla stele di Beelsephon (Ex. 14, 1-2), con guarnigione per sorvegliare sia la via che conduceva a Suez, sia la pista per il guado dei Laghi Amari.
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Rosso, mare - Il M. R. Miniatura da un Exultet del sec. XII - Roma, Biblioteca Casanatense, cod. 724 B. I 13.

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Rosso, mare - (Sarcofago cristiano del sec. iv con la scena del passaggio del M. R. - Roma, Museo cristiano lateranense.

Gli Egiziani, sicuri che gli Ebrei non si sarebbero avventurati per il guado e sicuri di poter ormai tagliare la strada ai fuggiaschi, attesero che essi si arrendessero. Ma nella notte un violento vento, levatosi dall'est, nascose alla vista i due eserciti, e Mosè, con la protezione del Signore, ordinò il movimento verso il guado dei Laghi Amari, che per la marea si era allargato, e passò a piedi asciutti all'altra sponda, raggiungendo il deserto. All'alba gli Egiziani tentarono anch'essi il passaggio; ma il Signore gettò il panico nelle loro file, e, al gesto di Mosè, mentre essi erano nel mezzo del mare, le acque ripresero il loro corso, ed essi, nel tentativo di tornare indietro, andarono incontro alle onde che li inghiottirono.

Bib.: M.-J. Lugtange, L'itinéraire des Israélites du pays de Gessen aux bards du Sourdain, in Revue biblique, n (1000), pp. 63-83; A. Mallon, Les Hebreux en Egypte, in Orientalia, 3 (1921), pp. 147-81; C. Bjardon, Note sur l'isthme de Bara, in Revue biblique, 37 (1928), pp. 232-36; id., La route de l'Evode de la terre de Gess n à Mara, ibid., 41 (1932), pp. 376 392. 338-49; P. Heinisch, Das Buch Exodus, Bonn 1934, pp. 113-15.

Donato Baldi
Archeologia. - L'arte cristiana espresse la scena del passaggio del M. R. (Ex. 14, 21-36; 15, 1-6) nel sec. iv, nel prospetto di alcuni sarcofagi : ivi per lo più a sinistra da una grande porta escono cavalieri e fanti, preceduti dal Faraone sulla biga, in atto d'inseguire gli Ebrci. Sotto i cavalli, due o tre figure simboliche rappresentano l'Egitto, la terra, il M. R. Segue il momento dello scontro: uomini e cavalli si dibattono nelle onde, affogando. A destra, il gruppo degli Ebrei, liberati con Mosè, giovane imberbe, che percuote il mare con la verga, contrariamente al Testo scritturale, secondo il quale il profeta con la verga aveva aperto il mare e, stendendo la mano, per ordine di Dio, lo fece ricadere sopra gli Egiziani. Degli Ebrei, alcuni osservano la rovina del nemico, altri sono in cammino, tenendo bambini o per mano o sulle spalle; altri portano nel mantello ripiegato la farina impastata senza lievito. La schiera è preceduta dalla sorella di Mosè, che suona il piccolo tamburo e segue la colonna di fuoco, raffigurata da una colonna tortile dal capitello corinzio, con sopra un braciere ardente.

Così in un coperchio di sarcofago, scoperto in S. Lorenzo al Verano, appartenente ad un tale Gorgonio (fine del sec. iv). Delle altre rappresentazioni del passaggio in sarcofagi, sette sono romane, tredici galliche. I sarcofagi celebri sono il Lateranense n. I I I, quelli dei Musei di Spalato, di Arles, di Bellegarde, di Avignone e della chiesa di S. Trofimo in Arles, usato come paliotto di altare.

Altre riproduzioni della scena si hanno in un pannello della porta di S. Sabina e in uno dei musaici della basilica di S. Maria Maggiore (sec. v), in cui il popolo ebreo assiste con Mosè all'annegamento degli Egiziani.

Finalmente il passaggio del M. R. si trova di frequente espresso in miniature, come, ad es., nel codice delle emelie di s. Gregorio Nazianzeno (fine del sec. ix) e in un Salterio del sec. x (H. Omont, Les miniatures des manuscrits grecs de la Bibliothèque nationale, Parigi 1902, tavv. 42 e 9); in Ottateuchi dei secc. xi e xit, come i Vaticani greci nn. 746 e 747 (Wilpert, Mosaiken, p. 455), ecc.

In tale scena G. Wilpert ha ritenuto fosse simboleggiata l'invocazione: «libera l'anima del tuo servo come liberasti Mosè dalle mani del Faraone»; E. Becker vede
invece un'allusione alla battaglia del ponte Milvio con la sconfitta di Massenzio; F. I. Dölger un simbolo del Battesimo, secondo s. Paolo (I Cor. 10, 2).

Bibl.: G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, tav. xxx; III, pp. 99, 180-84, 291; E. Lecher, Protest gegen den Kaiserhati und Verherslichung des Sieges am Pons Milvins in Konstantin der Grosse und Seine Zeit, Triburga in Br. 1013; I. Lamas, Quelques représentations du "passage de la tèse Rome: dans l'art chrétien d'Orient et d'Occident, in Mil. d'arch. et d'hist., 46 (1929), pp. 159-62; F. I. Dölger, Der Durchgang durch das rote Meer als Sinnbild der christl. Taufe in Antike und Christentum, 2 (1930), pp. 70-79; Wilpert, Sarcofagi, II, pp. 244-50, tavv. 105, 4; 209, 1-3; 210, 1-2; 211, 1-2; 216, 2-9.

Carlo Corletti
ROSWEY (Rosweyde), Heribertus. - Gesuita, agiografo, n. a Utrecht il 20 genn. 1564, m. ad Amsterdam il 4 ott. 1629.

Entrate nell'Ordine nel 1588 , si dedicò nei tempi liberi dal suo ufficio agli studi agiografici. Avendo raccolta dalle sue ricerche nelle biblioteche conventuali delle Fiandre la persuasione che le antiche fonti presentavano i santi in luce diversa dalle vite e dalle raccolte popolari, concepì il disegno di compilare una raccolta critica di biografie, fondata sulle fonti più autorevoli. Nel 1607 lanciò il suo programma: Fauti sanctorum, quorum vitae in Belgicis bibliothecis manuscriptae, che doveva abbracciare 18 voll. ( 3 di preliminari, 12 di vite di santi, I di martirologi; 2 di indici e tavole.). Il tempo presogli da altre occupazioni gli impedi l'attuazione del disegno, che fu poi ripreso dal p. Bolland e dai suoi colleghi.

Però pubblicò : Martyrologium Romanum parvum (Anversa 1613), cui aggiunse il Martirologio di Adona; Vitae Patrum... historiam eremiticam complectentes (ivi 1615; anche in PL 73 e 74); Thomas e Kempis, De Imitatione Christi... cum vindicis hengenabus (ivi 1617); Chronicon Canonic. Regularium ordinis S. Augustini Capituli Windesemensis; accedit Chronicon Montis S. Agnetis (ivi 1621).

Bibl.: Sommervogel, VII, coll. 150-207; biografia in Acta SS. Iunvarii, I, Anversa 1613, Procm. § 6; H. Delehaye, A travers trois siècles, l'Oeuvre des Bollandistes 1613-1913, Bruxelles 1920, pp. 7-21; D. A. Strake, Een onontgonnen sold, in One geestelijk, 14 (1941), pp. 337-62; P. Pecters, L'oeuvre des Bollandistes, Bruxelles 1942, pp. 4-17.

Celestino Testore
ROTA (signum Papae). - Leone IX (a. 1048) introdusse nella subscriptio dei privilegi una innovazione che doveva conservarsi nei secoli e dura ancora oggi; in luogo del segno di croce che normalmente precedeva l'antica formola Bene valete (v.), ridotta ora a monogramma, ne pose uno più complesso, comunemente detto r. dalla forma. Essa è costituita da una croce circondata da due cerchi concentrici che formano un anello circolare adatto a contenere una leggenda: nei quattro quadranti interni è segnato il nome del papa (L-E-O-P.) e nell'anello un motto scritturale (Misericordia Domini plena est terra). Questa leggenda è autografa del Papa, così il signum acquista il valore di subscriptio.

Nei successori immediati di Leone IX la r. ebbe varietà di forme e di leggende; ma da Pasquale II (ro99) si fissò il tipo che dura al presente: nei quadranti superiori sono i nomi degli Apostoli scS pethus e scS paulus,

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negli inferiori il nome del papa paschalıs PP II e nell'anello il molto scritturale, che ogni papa muta come divisa personale, preceduto da una piccola croce. Nei privilegi, durati fino al sec. xiv, la piccola croce era sempre autografa e talvolta anche il motto; in seguito (dal sec. xv) le lettere concistoriali ripresero l'antico signum, posto ora al centro sotto il testo, ma la croce e la leggenda non sono più autografe.

Sull'esempio dei papi, usarono la r. nel sec. xi gli arcivescovi di Ravenna, di Benevento e di Trani, e i duchi normenni di Sicilia; l'uso pure in Spagna l'arcivescovo di Compostella Diego (a. 1101) e ad essa s'ispirò la rueda o signo rodado dei re di León (dal 1158), che porta al centro l'emblema del leone in luogo della croce. La rueda, a colori dopo il 1252, fu usata dai re di LeónCastiglia fino a Ferdinando il Cattolico e Isabella (a. 1479).

Bull.: L. Schmitz-Kallenberg, Lehre von den Papstorhunden, in A. Meister, Grundriss des Geschichtswissenschafts, I. u. Lipsia 1913, p. 91 sge.; B. Katterbach e W. M. Pritz, Die Unterschriften des Päpste und Kardinäle in den "Bollae maiores" vom 11. bis 14. 2606., in Abjeell, Fr. Ebrle (Studi e testi, 40), Roma 1924. Dp. 177-274, con 6 tavs.; v. inoltre P. Kehr, Die Urhunden der normannisch-alsitischen Könige, Innsbruck 1502; A. Eitel, Rota o. Rueda, in Archiv. für Urhundenforschung, 5 (1913), pp. 299336 .

Giulio Battelli
ROTA. - Agli inizi del sec. xvr si può constatare, sia nello Stato pontificio come in altre regioni d'Italia, una fioritura di tribunali civili che si fregiano del nome di Ruota o R., nome certamente originato dalla S. Romana Rota (v. tribunali della s. sede, II), che sussisteva già da qualche secolo ed era ormai famosa nel mondo cattolico.

Non tutte le R., però, furono istituite dai romani pontefici, quasi tutte invece ebbero competenza per lo più soltanto nel fòro civile. Sarebbe interessante scoprire la ragione dell'origine quasi simultanea di tanti tribunali simili; indagare perché sia stato scelto quel determinato nome; investigare inoltre quali eventuali rapporti siano intercorsi con la R. romana, e determinare infine tutti gli elementi comuni, ponendo in rilievo anche quelli particolari di ciascuna. Per ora si può dire soltanto che non consta ci sia stata alcuna relazione tra la S. Romana R. e le altre particolari R.; non risulta alcuna relazione di dipendenza, pur dovendosi riconoscere alla R. romana un campo di giurisdizione universale, mentre le altre
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(da J. Battelli, Exempla scripturarum. III, Acta Pontificam. citta del Patinone 1627.
Rota - Da sinistra a destra: R. di Leone IX (Privilegium Iconia IX, a. 1051) - R. di Pasquale II (Privilegium Paschalia II, a. 1216) - R. di Innocenzo III (Privilegium Innocenti III, a. 1207) - R. di Paolo V (Litterae concistoriales Pauli V in forma libelli, a. 1610).
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Rota - R. di Pio XII nella bolla di canonizzazione di s. Luigi Maria Grignion di Montfort (zo luglio 1047) - Roma. Archivio della Postulazione dei Padri Montfortani.
R. ebbero un territorio limitato e una competenza determinata e ristretta.

Le R. locali, di cui nessuna ebbe mai la qualifica di sacra, vollero assumere, e in genere con il beneplacito papale, un nome ormai di fama mondiale, per una certa vanità; tuttavia è necessario riconoscere che dopo il 1500 vi fu un sostanziale mutamento negli istituti giudicanti. Non più un singolo giudice, arbitro assoluto, ma un tribunale collegiale composto di tre, quattro o cinque membri, con facoltà per le parti di appellarsi presso lo stesso tribunale: in ciò si può notare un influsso della S. R., con l'effetto di una maggiore garanzia di giudizio. Per tutelare meglio l'indipendenza dei giudici, questi non venivano scelti sul luogo, ma fatti venire per lo più da altre regioni: si ricorda come le due città di Macerata e di Perugia si scambiassero gli uditori per le loro rispettive R.

La prima R., che, in ordine di tempo, sorge nello Stato pontificio è quella di Perugia, chiesta dalle stesse autorità del luogo al papa Clemente VII e da questo concessa il 28 marzo 1530 con il breve Exponi nobis nuper fecistis. Ai primi del sett. 1532 il nuovo Collegio diede inizio alla sua attività che durò, salva la breve interruzione sotto Paolo III, fino al 1798, cioè fino alla invasione delle truppe francesi nello Stato pontificio. In seguito, si ha poi la R. di Bologna, istituita da Paolo III con la bolla dell'1 I luglio 1535 Ex iniuncto nobis. Al tribunale furono assegnati cinque giudici, da scegliersi fuori della città di Bologna, con incarico per cinque anni. Le cause civili vi potevano essere giudicate in qualsiasi istanza, senza quindi che vi fosse la necessità di ricorrere, per gli appelli, a tribunali estranei. Anche questa R. ebbe vita fino alla Rivoluzione Francese. A Macerata la R. fu eretta da Sisto V, per tutte le province delle Marche, con la bolla Romanus Pontifex supremi Indicis in terris vicarius del 15 marzo 1589. La competenza fu allargata oltre il fòro civile, comprendendo anche le cause ecclesiastiche e quelle miste e in parte quelle criminali. Il tribunale poté considerarsi quasi pontificio, perché lo stesso Pontefice si riservò la nomina di quattro dei cinque giudici. Anche costoro, come quelli di Bologna, non dovevano essere nativi del luogo ed erano eletti per cinque anni : uno per anno, a turno, assumeva le funzioni di presidente. I rotali godevano di tutti i privilegi già concessi a quelli della R. bolognese. Il 22 marzo dello stesso anno Sisto V aggiunse alla R. di Macerata un collegio di cinque notari e uno di otto cursori. Anche a Ferrara, con la bolla di Clemente VIII del 29 maggio 1599 In supremo iustitioe iteuna, fu eretta una R. parimenti composta di cinque giudici, eletti per cinque anni.

Fuori dello Stato pontificio, ma sempre in Italia, sono degne di menzione la R. di Firenze e Genova. Quella di Firenze, che è la prima di tutte, nacque sotto i Medici nel 1502, per limitare i poteri del podestà e per ricevere gli appelli; tuttavia rimase sempre aperta in Toscana la via di ricorso al principe, che si riservava di modificare qualsiasi sentenza. Anche a Lucca e a Siena sorsero due R., simili a quella fiorentina. Questa

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(1st. Ecc. Catt.)
Rotari - L'Edito di R. Cod. Vat. lor., 5350, fol. I Il cod. è palinsesto: la scrittura inferiore, Salterio della vetus latina, è del sec. VII-VIII; la scrittura superiore, le leges Langohardorum, è del sec. IX - Biblioteca Vaticana.
ultima ebbe vita fino al 1833 e a causa dei suoi valenti giuristi ebbe molta reputazione e numerose decisioni furono anche stampate. E degno di nota ricordare che la R. fiorentina fu il primo tribunale a motivare le proprie sentenze (dal maggio 1542); in ciò fu ben presto seguita da quasi tutti i tribunali, compresa la R. romana. Nel 1528 ebbe luogo a Genova una grande riforma che fece mutare la costituzione, e in quell'anno sorse la R. civile come supremo tribunale, composto di uditori, scelti fuori della regione. Ricaveva, per competenza, gli appelli e le domande di revisione; le sue decisioni in materia commerciale e marittima ebbero grande reputazione e in numero di 213 furono stampate in due edizioni, a Genova nel 1581 e a Venezia nel 1582, con il titolo Decisiones Rotae Genuensis de mercatura et rebus pertinentibus ad eam.

Del tutto distinta dalle precedenti è l'origine della R. di Madrid. Fin dal 1500 presso la nunziatura apostolica della Spagna si cominciarono a trattare cause speciali, che non potevano essere risolte dai comuni tribunali. Ufficialmente la R. di Madrid, detta anche Tribunale della R. della nunziatura apostolica di Madrid, fu eretta con il breve Administrandae iustitiae zelus di Clemente XIV del 26 marzo 1771. Il re di Spagna Carlo III con altro decreto del 26 ott. 1773 diede vita al nuovo tribunale. Composto di sette giudici, esso trattava in genere le cause in appello in seconda e in terza istanza, formando nel suo seno turni di tre giudici. La sua autorità era davvero considerata eminente, perché non fu mai permesso l'appello dalla R. di Madrid a quella romana; la sua competenza si estendeva ai cosiddetti affari ecclesiastici, cioè a quelle questioni civili e criminali Regularium aliorumque Sanctae Sedi subiectorum in regno Hispaniarum. Varie furono le vicende della R. madrilena, a causa dei molti rivolgimenti politici, essendo un tribunale sovvenzionato dallo Stato e a lui in gran parte soggetto. Di tutte le R. menzionate è l'unica ancora superstite, in virtù del motu proprio di Pio XII del 7 apr. 1947 (AAS, 39 [1947], pp. 155-63).
Bibl.: V. La Mantia, St. della legislao. ital., Torino 1884; R. Foglietti, Cenni stor. sul Tribunale reper. di Macerata, Mace-
rata 1886; G. Salvioli, St. della procedura civ. e crimin. (St. del Dir. ital. diretta da P. Del Giudice, III), Milano 1925-27; L. Picanvol, De Tribunali Rotae Numtuiatarae ap., Roma 1932; B. Frattergiani, Il Tribun. della R. perugina, Pcrugia 1951. Pietro Santim

ROTARI, Edifto di. - Prima raccolta di consuetudini e usi giudiziari (consuefidae) dei Longobardi. Essa segna l'abbandono del diritto orale, permette di valutare l'influenza, iniziale ma già importante, della civiltà romana (uso della lingua latina, conoscenza dei Codici Teodosiano e Giustinianco, delle Istituzioni e Novelle), dimostra l'influenza del cristianesimo, infine attesta l'affermazione ormai conseguita della supremazia regia sull'assemblea barbarica.

L'Editto, pubblicato dal palatium di Pavia il 22 nov. 643 , secondo testi ufficiali compilati nella Cancelleria regia con l'autenticazione del notaio Ansoaldo, costituì la sola legge del Regno da allegarsi nei placiti. Monumento legislativo di carattere originale (Leicht), la cui struttura generale appare derivata dal diritto romano (Paradisi), mentre le norme germaniche ne formano la parte più caratteristica, se non anche la più vitale (Besta), mostra ripetizioni, richiami e contrasti già attribuiti ad una affrettata redazione, ma dovuti forse a due diverse redazioni o al lavoro non coordinato di vari scribi. Esso si distingue delle anteriori compilazioni barbariche già con il titolo di Edictum dispositionis regina. Questo, in apparenza più modesto ed improprio, gli fu imposto da R. (quale rex e non magistrato imperiale) o per accortezza politica verso i Romani e i Bizantini viventi nel regnum che non ne erano destinatari, o perché gli scribi romani restavano fedeli alla terminologia classica, o per opportunità diplomatica verso il lontano Imperatore ed il vicino Pontefice. Ma si è anche supposto per tradizione dell'Editto teodoriciano in Italia, o per il carattere di legislazione autonoma che l'Editto aveva presso le popolazioni germaniche e italica. Il Re volle preveniren corregere legem que priores omnes renovet et emendet (come nella Nov. 7 giustinianca), mentre nell'epilogo affermò di averla composta inquirendo et rememorando antiquas leges patrum quae scriptae non erant. Poiché la versione dei codd. Cavense e Vaticano pubblicata dal Baudi di Vesme (Torino 1845): - quam priores homines renovent et emendetet.... - cioè i principes successores o i dignitari del Regno, anziché le «leggi anteriori» - è oggi rifiutata (Bluhme, Padelletti), il problema rimane aperto. Si è creduta ammissibile una sostanziale verità nelle due parti in contrasto, in base a motivi di carattere tecnico (Besta), oppure si è pensato a due tempi diversi fra prologo ed epilogo (Bognetti), a due edizioni dell'Editto ed a precedenti leggi regie accanto alle consuetudini (Paradisi). Le altre tesi ritengono prologo ed epilogo solo copia letterale dei precedenti modelli e l'Editto una raccolta di norme già tramandata oralmente (Calisse), rifiutando come non conclusivi i tentativi d'accordo (Colasso). L'Editto è in forma semplice e intelligibile, pur nel basso livello culturale dell'epoca, ma non giunge ancora a riunire le norme speciali sotto quella generale, né i singoli capitoli sotto rubriche collettive. Per non limitare sviluppi futuri, Rotari ammise per sé ed i successori aggiunte e integrazioni : già i capitoli di Grimoaldo mitigarono quanto nell'Editto appariva, a venticinque anni di distanza, inhumanum et impium: si aggiunsero poi, a questi, i capitoli di Liutprando, il primo re cattolico, che accentuò il potere sovrano e determinò una più vasta influenza romana e cristiana; di Ratchis; di Astolfo che volle nel prologo giustificare e difendere le più recenti conquiste longobarde con il principio, preso da fonti ecclesiastiche, di una traditio divina, ma determinò con l'intervento franco l'inizio del declino politico del suo popolo e concluse inconsciamente nei suoi capitoli la legislazione dei re longobardi. L'estensione dell'Editto ai nuovi sudditi romani sembra mirare a quella unificazione tra vincitori e vinti che forse, nelle mire ambiziesse di Astolfo e di Desiderio, avrebbe favorito il dominio di tutta Italia ed una renovatio imperii longobarda, mentre l'Editto stesso testimonia il lento ma inarrestabile progresso del diritto romano e del cristianesimo nel piegare alla civiltà i primitivi usi barbarici.

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Bun.: I'cd. piu autorevole è di F. Bluhme. in MGH. Leger, IV, pp. 1-206. Lert.: T. De Sartori Moniceroce, Corso di stor. del diritto pubbl. germano., Trento-Venezia 1908, pp. 96-99; N. Tamanis, Storia delle fonti dall'età romana ai tempi nostri, Padova 1928; C. Calisse, Stor. del diritto ital., Le fonti, Firenze 1930, pp. 32-39; A. Solmi, Stor. del diritto ital., Milano 1930, pp. 132-36; G. Schioli, Stor. del diritto ital., Torino 1030, p. 36 sgs.; G. F. Bognori, Longobardi e Romani, in Studi Besta, IV, Milano 1939, pp. 353-412; P. S. Leicht, Stor. del diritto ital. Le fonti, ivi 1947, p. 42 sgr.; Il diritu pubblico, ivi 1030, p. 73; F. Calasso, Lezioni di stor. del diritu ital., le fonti del diritto, Milano 1948, pp. 81-91; B. Paradisi, Stor. del dir. ital., le fonti nel basso Impero e nell'epoca romano-barbarica, Napoli 1951, pp. 288-301; E. Besta, Le fonti dell' E. di R., in Atti del I Congr. intera, di studi longobardi, Spolato [1951], pp. 51-69. Fulvio Cronara

ROTARY CLUB. - E un'associazione di uomini d'affari e di liberi professionisti fondata il 23 febbr. 1905 a Chicago dall'avvocato americano Paul P. Harris. Ha struttura democratica e si propone di portare i suoi membri ad un più alto grado di amicizia e di dedizione al
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l'osb. Enc. Catt 1
RotoLo - Lettura di un r., rilievo romano del sec. III- Roma, Museo Lateranense.
bene della società.

L'associazione ebbe un rapido sviluppo non solo negli Stati Uniti d'America, ma anche negli Stati del continente nuovo e nelle altre parti del mondo. Attualmente conta 250 Distretti ( $1^{\circ} 87^{\circ}$ è quello italiano), retti da un governatore e suddivisi in $R$. (clubs), e centinaia di migliaia di membri, sparsi in tutte le parti del globo e professanti le più disparate convinzioni religiose e politiche.

In seguito precisò meglio il programma e la struttura organizzativa. Il primo si raccoglie attorno a quattro punti fondamentali: 1) profonda amicizia fra i membri; 2) dedizione alla professione nel rispetto più scrupoloso della onestà; 3) dedizione alla collettività nelle opere di beneficenza e di assistenza; 4) sviluppo della comprensione vicendevole nel rispetto delle diverse fedi e convinzioni politiche, appoggiando con tutti i mezzi gli organismi internazionali che propugnano la cooperazione internazionale e la collaborazione fra i popoli (O.N.U., Consiglio d'Europa, ecc.). L'organizzazione centrale è retta da un segretario generale che ha sede a Chicago e da tre sottosegretariati mondiali che hanno sede rispettivamente a Londra, Zurigo e Bombay. Il R. attirò presto l'intenzione della gerarchia cattolica. Il 4 febbr. 1929 una risposta della S. Congr. Concistoriale dichiarava non essere conveniente che gli Ordinari permetessero ai chierici di diventare membri del R. o di prendere parte alle loro adunanze (AAS, 21 [1929], p. 42). I motivi della decisione non erano indicati. In ogni caso però la risposta della Congregazione non si occupava che dei chierici e per questi si restringeva a dichiararne sconveniente l'iscrizione o la partecipazione alle adunanze. Nulla si diceva dei laici. Il silenzio dell'Autorità ecclesiastica fu rotto da alcune prese di posizione episcopali, per altro non concordanti. Infatti mentre l'episcopato olandese, con una sua dichiarazione del 12 luglio 1930, vietava anche ai laici d'adesione al R., la Quinzaine religieuse de Savoie (cf. Semaine religieuse, n. 29, nov. 1929) l'autorizzava espressamente. Recentemente la S. Sede è tornata sulla questione. Un decreto del S. Uffizio dell' 1 i genn. 1951 stabiliva che ai chierici non era lecita né l'iscrizione, né la partecipazione alle adunanze del R.; ai laici si doveva raccomandare di uniformarsi al can. 684 del CIC (AAS, 43 [1951], p. 91). Con tale decreto si comincia a precisare che per i chierici non si tratta solo di sconvenienza, ma di illicetà. "La proibizione fatta ai sacerdoti di appartenere al R. C. o di prendere parte alle sue adunanze... va intesa in senso limitato alle riunioni dei soli membri del R. e in quanto trattano dei loro affari economici e professionali. Non si estende, quindi, a quelle riunioni che, pure indette dal R., siano aperte anche agli estranei per fini consoni alle attività sacerdotali, come, p. es.,
promuovere iniziative di beneficenza o assistenza caritatevole. Quanto poi ai laici, il decreto del S. Uffizio non contiene una proibizione, come fa per gli ecclesiastici, ma si limita ad esortare i cattolici a regolarsi secondo il disposto del can. 684 del CIC, il quale nella sua parte positiva loda i fedeli che dànno il loro nome e il loro appoggio alle associazioni costituite dalla Chiesa o da essa raccomandate, mentre nella parte negativa mette in guardia dalle associazioni cui possa applicarsi una delle qualifiche elencate nel canone stesso" (v. A proposito del R. C., in L'osservat. romano, 27 genn. 1951).

Attualmente quindi si deve concludere : 1) i chierici(e i religiosi) non possono iscriversi al R.; anche se non iscritti, non possono prendere parte ai convegni propri del R. dove si trattano i problemi economici e professionali dell'associazione. 2) I laici sono messi sull'avviso che qualche pericolo spirituale può derivare loro dalla presenza nel R. La neutralità ch'esso proclama può facilmente diventare indipendenza dall'insegnamento della Chiesa anche nel campo della fede e dei costumi e favorire l'infiltrazione di elementi massonici e anticlericali. Se tale pericolo c'è, i fedeli non possono aderire al R.; se tale pericolo non esiste, non ci sono difficoltà. 3) Il giudizio concreto non è lasciato ai singoli fedeli, ma è devoluto ai vescovi. Per conseguenza 4) là dove i vescovi espressamente non hanno dichiarato che il R. deve considerarsi come associazione sospetta i laici potranno rimanere tranquilli in coscienza. Giovanni Battista Guzzetti

ROTA, SACRA ROMANIA: v. Thibunali della s. sede, III. Sacra Romana Rota.

ROTOGALCO: v. fotomeccaniche, arti.
ROTOLO. - Ai libri dell'antichità su carta di papiro, e ad alcuni documenti membranacei medievali, si dette comunemente la forma di r. (eolumen, rotulus), sul quale si scrivevano in colonne disposte in senso parallelo alla lunghezza (paginae, schedae) i testi letterari, e nel senso opposto, senza divisione in colonne, i testi documentari. La scrittura occupava quasi sempre una parte sola, cioè l'interna, mentre l'esterna serviva da copertina.

Quando si voleva leggere il libro, lo si faceva srotolare, in modo che la scrittura apparisse a poco a poco, su un cilindro di legno o di osso (ambilirus), le cui estremità solevano essere tinte o dorate e vagamente intarsiate. L'atto dell'avvolgere e svolgere venne detto plicare ed esplicare: il libro svolto e letto sino alla fine fu detto liber explicitus (donde il compendio explicit in fine di un'opera che, analogamente all'incipit liber nei titoli, fu, nel medioevo, preso per un verbo e coniugato). Il titolo

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(fot. Sansaini)
Rotoio liturgico - Benedicionale (inizio sec. xI). Deesis, con lofferente e la sottoscrizione "Primierius opus Silvester hoc fero poenus" ai piedi del Gesù Cristo - Bari, Archivio della Cattedrale.
dell'opera era segnato su un cartiglio, per lo più di pergamena, che sporgendo al di fuori consentiva di individuare il testo senza svolgere il r.; talora esso recava pure il numero delle colonne e delle linee di scrittura. Furono generalmente a forma di r. i libri egiziani, su carta di papiro. Il più antico che si conosca risale al 2400 a. C., ma è provato che il r. era già stato utilizzato per la scrittura nel periodo dei geroglifici, dal fatto che uno dei geroglifici rappresenta appunto un r. di papiro.

A forma di r., su pergamena, mirabilmente miniata, si conserva ancora qualche raro testo liturgico della Chiesa (v. ROTOlo litURGICO). Numerosi esempi sopravvivono per i testi ebraici, poiché il rotolo membranaceo rimase a lungo nell'uso presso la Sinagoga.

Bibl.: E. Egger, Histoire du liore depuis ses origines jusqu'd nos jours, Parigi s. a., pp. 13-15; W. Schubart, Das Buch bei den Griechen und Hl concern (Handbücher der höniglichen Museen zu Berlin), Berlino 1907, pp. 26-97; Th. Birt, Die Buchrolle in der Kunst, Lipsia 1907; id., Kritik und Hermeneutik nebst Abriss des antiken Buchwesens (Handbuch der blasl. Altertumswiss., 1. III), Monaco 1913, pp. 263-80, 327-35; S. Dahl, Histoire du liore de l'antiquité à nos jours, trad. dal danese, Parigi 1933. v. indice.

Renzo Frattarolo
ROTOLO LITURGICO. - Le cerimonie liturgiche del Sabato Santo dettero luogo nell'Italia meridionale ad un uso particolare: i testi per le benedizioni del cero e del fonte e per la S. Ordinazione venivano scritti a parte su rotoli distinti, riccamente decorati ed illustrati con quadri intercalati nel testo. Solo il più recente (Vat. lat. 3784 A) è senza miniature. Si conservano, fra interi e frammentari, 31 r . l. che vanno dal sec. x al xiv; di essi 28 contengono l'Exultet (v.) con le preghiere che lo seguono, due la Benedicto fontis e uno il cerimoniale delle Ordinazioni (Pontificale). Le dimensioni sono ineguali : la larghezza varia da 20 a 50 cm ., la lunghezza giunge fino ad oltre 5 metri.

Tali r. l. - definiti "una delle più preziose raccolte di documenti grafici lasciati dal medioevo" (Bertaux) - sono di singolare importanza per la liturgia, per la storia del testo, per le note musicali che lo accompagnano (spesso modificate per introdurre un nuovo sistema), per la decorazione, ma soprattutto per la natura e la varietà delle scene illustrative. Specialmente quelli degli Exultet, in cui le figure sono disposte in senso inverso alla scrittura,
in modo che il popolo - mentre il diacono compiva la cerimonia e il r. si svolgeva lentamente dall'alto dell'ambone restando pendente all'esterno - potesse contemplare successivamente i quadri mano a mano che si offrivano al suo sguardo. Non si può stabilire quando e dove quest'uso sia sorto, ma si deve ritenere comune a tutta la regione (almeno per gli Exultet) ed anzi ad essa esclusivo. Dei r. l. rimasti, solo due sono scritti fuori dell'Italia meridionale ed anche questi strettamente collegati ad essa: uno, conservato nel duomo di Pisa, proviene da un monastero benedettino dell'Italia centrale dipendente da Montecassino e l'altro, ora nel Museo civico di Pisa, fu eseguito nel sec. xir da artisti toscani sul modello di un r. monastico più antico, in scrittura beneventana, conservato nello stesso Museo. I nomi di papi e di sovrani aggiunti negli Orenius di un Exultet di Napoli dimostrano il suo uso nel sec. xvi; un r. era usato nella cattedrale di Salerno fino ai nostri giorni. Per il testo è interessante osservare che nell'unico Exultet del sec. x, in 9 del sec. xi e in uno del principio del xil (a Troia) compare la Vetus latina; in 3 di questi 11 r. il testo primitivo fu poi sostituito con la Volgata. Tutti gli altri 17 (dei secc. xi (metà)xiv) hanno la Volgata, conservando talvolta dalla Vetus latina i testi biblici contenuti
nell'elogio delle api. Le figure sono il commento e l'illustrazione del testo. Nei benedizionali si ha la rappresentazione della cerimonia in varie fasi, e poi Mosè che fa scaturire l'acqua, le nozze di Cana, il Battesimo del Signore, la Crocefissione, il Battesimo amministrato da s. Pietro e da s. Andrea, il Battesimo dei bambini. Nel pontificale, appartenuto al vescovo Landolfo I di Benevento (937-84), dodici quadri illustrano le cerimonie del conferimento degli Ordini.

Assai varie sono le figure degli Exultet. Qui pure compaiono alcune scene del Vecchio Testamento (il peccato di Adamo e il passaggio del Mar Rosso), ma dominano quelle tratte dal Vangelo: l'Annunciazione, la Narinità, l'Adecazione dei Magi, le presentazione al Tempio, la Samaritana, la guarigione del cieco, la resurrezione di Lazzaro, le tentazioni del Signore, l'ingresso a Gerusalemme, l'ultima Cena, il bacio di Giuda, la Crocefissione, la discesa al Limbo, la Resurrezione, l'apparizione del Risorto, i discepoli di Emmaus, la Trasfigurazione. In quasi tutti i r. sono raffigurati, in forme diverse, i simboli della Tellus e della Mater Ecclesia, né manca l'«angelica turba»; l'elogio delle api, una composizione poetica attribuita a s. Agostino, offre occasione alla rappresentazione vivace e ingenua di scene agresti. Altri quadri illustrano la cerimonia stessa della benedizione del cero. Particolarmente importanti per i costumi e per i riferimenti storici sono le figure del papa, dell'imperatore o del re, del vescovo, del popolo e dell'exercitus. Talvolta è rappresentato alla fine il santo protettore della chiesa o del monastero, con l'autore del r. in atto di offerente. Solo alcune scene, però, si trovano in quasi tutti i r.; alcune sono rare, altre addirittura uniche. Non si può dunque parlare di un vero e proprio ciclo iconografico; ciò dimostra la varietà delle fonti, alle quali gli artisti attinsero. Essi fusero insieme motivi locali con elementi dell'arte carolingia ed ottoniana, bizantina ed orientale, ora seguendo le forme semplici della pittura locale, ora prendendo le forme più avanzate postate da artisti bizantini, dando luogo in ogni caso ad un insieme originale che non trova esempio altrove.

Bibl.: I. Elenco dei r. l. : Pontificale: Roma, Bibl. Cassinstense, cod. 724 B I 13, proveniente dal monastero di S. Vincenzo al Volturno (aa. 957-84). Benedizionali: i. Bari, Arch. della Cattedrale, di prov. locale (sec. xi in.); 2. Roma, Bibl. Cassinstense, cod. 724 B I 13, prov. del Mon. di S. Vincenzo al Volturno (sec. x ex.). Exultet: i. Avezzano, Arch. vescovile, prov. forse da Montecassino (sec. xi med.): 2. Bari, Arch.

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della Cattedrale, Exultet I, di prov. locale (ca. a. 1000); 3. ibid., Exultet II, di prov. locale (sec. xi ex., riscritto nel sec. xili); 4. ibid., Exultet III, di prov. locale (sec. xit ex.); 5. Capus, Arch. della Cattedrale, prov. forse da Montecassino (sec. xi in.); 6. Città del Vaticano, Bibl. Ap. Vaticana, cod. Vat. lat. 3784, prov. da Montecassino (ca. a. 1060); 7. ibid., cod. Vat. lat. 3784 A, prov. da Napoli (ca. 1334-42); 8. ibid., cod. Vat. lat. 9820, prov. dal M.m. di S. Vincenzo al Valturno (ca. 981-87, riscritto nel sec. xil); 9. ibid., cod. Barb. lat. 592, prov. da Montecassino (sec. xi ex.); 10. Gacis, Tesoro della Cattedrale, Exultet I, di prov. locale (sec. xi in., riscritto nel sec. xiv); 11. ibid., Exultet II, di prov. locale (secc. xi-xit); 12. ibid., Exultet III, di prov. locale (sec. xil); 13. Londra, British Museum, Add. ms. 30337, prov. da Montecassino, dove si trovava ancora al principio di questo secolo (sec. xi ex.); 14. Manchester, John Rylands Library, Ms. 2, prov. da località ignota dell'Italia merid. (secc. x-xi); 15. Mirabelle Eclano (Avellino), Arch. della Collegiata, Exultet I, di prov. locale (sec. xi in.); 16. ibid., Exultet II, di prov. locale (secc. xi-xil); 17. Montecassino, Arch. della Badia, Exultet I, prov. da località incerta dell'Italia merid. (sec. xi); 18. ibid., Exultet II, prov. da Sorrento (sec. xil); 19. Parigi, Bibl. nazionale, Nouv. Acq. lat. 710, prov. dall'antica cattedrale di Fondi, da dove fu sottratto nei primi anni di questo secolo (sec. xil in.); 20. Pisa, Arch. del Duomo, prov. da un monastero dell'Italia centrale (sec. xi med.); 21. Pisa, Museo civico, Exultet I, prov. da un monastero dell'Italia merid. (sec. xi); 22. ibid., Exultet II, di scuola toscana (sec. xili ex.): 23. Roma, Bibl. Casanatense, cod. 724 B I 13, prov. da Benevento (sec. xil); 24. Salerno, Arch. capitolare, prov. da località incerta dell'Italia merid. (sec. xili); 25. Troia, Arch. della Cattedrale, Exultet I, di prov. locale (sec. xi med.); 26. ibid., Exultet II, di prov. locale (sec. xil in.); 27. ibid., Exultet III, di prov. locale (sec. xil) 28. Velletri, Museo della Cattedrale, prov. da Montecassino (sec. xi ex.). H. Riprestazioni: A. M. Latif, Le miniature nei r. dell'Exultet, Montecassino 1889 (riproduce otto r. a colori); E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, I, Parigi 1904, pp. 213-40 (ne esamina e descrive 16); M. Avery, The Exultet rolls of south Italy, II: Plates, Princeton-Oxford 1936 (in questo $2^{\circ}$ parte dell'opera, sola finora uscita, si pubblicano in 189 tnv. tutti i r. noti). III. Studi: E. M. Bannister, The Vetus Itala text of the Exultet, in Journal of Theological Studies,
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(Int. Sansone)
Rotolo liturgico - Exultet del sec. xil. La miniatura raffigura l'Imperatore (da notare che la miniatura è in senso inverso della scrittura) - Roma, Biblioteca Casanatense, cod. 724 B I 13.
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(da Opeter Roestius..., Norimberga 1881, tav. di fronte a toi. 17) Rotsvirta - B, offre il libro delle proprie opere all'imperatore Ottone. Incisione su legno di scipila tedesca - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

11 (1909), ott., pp. 43-54; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, p. 1050 e passim; E. Moneti, Considerazioni e ricerche mi r. liturgici minuiti dell'Italia meridionale, in Scritti in onore di V. Federici, Firenze 1946, pp. 241-53. Giulio Battelli

ROTSVITA. - Benedettina e poetessa sassone, n. ca. il 935 , m. probabilmente dopo il 973 . Secondo il Seidel, il nome Hrotavit è abbreviazione di quello laico di Helena von Rossow; altri, come il Gottsched, vi vedono l'etimologia di «rosa bianca»; nella prefazione alla raccolta dei suoi drammi, R. si nomina : "Clamor validus Gandeshemensis».

Di nobile famiglia, entrò giovanetta nel convento di Gandersheim, ove fioriva una scuola di latinità. Sotto la guida di Gerberga, nipote di Ottone il Grande, studiò gli autori latini e, dopo tentativi fatti «clam cunctis et quasi furtim», si impraticbi della versificazione classica.

Della sua produzione, interamente latina e rimasta ignorata dopo la sua morte, l'umanista Corrado Celtes scoprì l'archetipo verso la fine del sec. xv nel convento benedettino di S. Emmerano a Ratisbona e ne diede la prima edizione (Norimberga 1501, con otto silografie del Dürer). Raggruppata cronologicamente in tre sillogi, esso comprende, oltre a un carme in esametri sulle gesta di Ottone I sino al 962 e alla narrazione, pure in esametri, delle origini del suo monastero, 8 poemetti sacri in esametri leonini, 6 atti unici in prosa rimata e un'appendice di 35 versi su episodi dell' Apocalisse. Perduto è il codice dove, per testimonianza del monaco Bodone, erano contenute le vite, anch'esse in esametri, dei ss. pontefici Anastasio e Innocenzo.

I poemetti, di pregevole fattura, comprendono: la Historia Nativitatis della B. Vergine, desunta dall'apocrifo di s. Giacomo; l'Ascensio Domini, derivata da un testo greco tradotto in latino dall'arcivescovo Giovanni; le Passiones dei ss. Gongolfo e Pelagio (del martirio di quest'ultimo, avvenuto a Cordova sotto i Saraceni, ascoltò

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(da A. Loiart, La catbidralc de R., Porigi s. a.)
Rouen, arcidiocesi di - Pianta della cattedrale di R.
il racconto da un testimonio oculare); la Conversio Theophili Vicedomini, dall'Ebert giudicata il più antico travestimento poetico della leggenda di Faust; Basilius, narrazione di un miracolo del Santo; la Passio s. Dionysii; la Passio s. Agnetis, che R. prenderà a modello per le eroine dei suoi drammi. Questi, forse destinati alla rappresentazione nel convento, sono Gallicanus I e II, Dulcilius, Calimachus, Abraham, Pafnatius, Sapientia e furono scritti, come R. dice nella prefazione, per sostituire agli argomenti scabrosi delle commedie di Terensio, la "sacrarum castimonia virginum ". La materia è derivata da leggende religiose degli Acta Sanctorum, fedelmente rispettate; solo la trama è ampliata con elementi atti a ravvivare il clima della vicenda e che vanno da un tono di fervida drammaticità a un comico grottesco. Né mancano situazioni ed espressioni alquanto audaci, ma scevre di malizia e suggerite soltanto dal desiderio di conferire più intenso rilievo alla virtù delle protagoniste. Il teatro di R. non è ancora il dramma sacro medievale ma, partito dall'imitazione di modelli classici, rimane un fatto nuovo per l'originalità della forma e per la schietta religiosità che lo pervade.

Bibl.: edd. a cura di P. v. Winterfeld, Berlino 1902 e di K. Strecker, $2^{\circ}$ ed. Lipsia 1930. Trad. it. del teatro: a cura di S. Dolanz, Roma 1926 (con proemio): di T. Sorbelli, Lanciano

1927; parziale quella di G. Bosio con introd. di S. D'Amico, Milano 1927. Studi: E. Panzacchi, Sivara R., in Suggi critici, Napoli 1896, pp. 243-55; Mentiius, I, pp. 619-32; F. Ermin. Poeti epici latini del sec. X (con: bibl.), Roma 1920, pp. 1-10: M. Rigobon, Il teatro e la latinità di Hrotectiba, Padova 1932; E. Franceschini, Per una revisione del teatro lativo di R., in Riv. ital. del dramma, 2 (1938), pp. 300-16; S. D'Amico, Storia del teatro drammatico, I, Milano 1939, pp. 282-91; C. Grünanger, Einführung in die Geschichte der altgermanischen und der frühdeutschen Dichtung, ivi 1947, pp. 127-28. Lanfranco Fiore

ROTTENBURGO, diocesi di. - Città e diocesi nel Württemberg in Germania.

I Ha una superficie di kmq. 19.155 con una popolazione di $3.316 .865 \mathrm{ab}$. dei quali 1.320 .624 cattolici, distribuiti in 754 parrocchie, servite da 1026 sacerdoti diocesani e 264 regolari; conta due seminari, uno a R. e l'altro a Mergentheim; 30 comunità religiose maschili e 24 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 342). La diocesi è suffraganea di Friburgo in Brisgovia.

A causa della secolarizzazione del 1803 il Württemberg, fin allora del tutto protestante, ottenne territori cattolici, amministrati dalle diocesi di Costanza, Augusta, Würzburg, Worms, Speyer e dalla prepositura Ellwangen. Per semplificare questa situazione il governo per i territori del Württemberg cresse un vicariato generale a Ellwangen, con Seminario e Facoltà teologica. Vicario generale divenne il vescovo auxiliare di Augusta, già prevosto di Ellwangen, Franz Karl Fürst von Hohenlohe. La sua nomina non fu nel primo momento regolare dal punto di vista ecclesiastico; e solo in seguito egli ebbe la conferma del primate v. Dahlberg. La S. Sede, invece, solo nel 1816 riconobbe il vicario generale e nominò il rev. von Keller pro-vicario, con diritto di successione. Nel 1817 furono uniti al vicariato gli ultimi territori del Württemberg, non ancora dipendenti dal nuovo vicariato. Nello stesso anno la sede del vicariato fu trasferita a R. e la Facoltà teologica fu trasferita a Tubinga. La bolla Provida solleesque del 16 sg .1821 e quella Ad Dominici dell'11 apr. 1827 costituirono poi la diocesi, determinando i diritti del vescovo e quelli del Capitolo. Primo vescovo divenne lo stesso vicario generale von Keller (1828-45), seguito da Joseph Lipp, parroco di Ehingen. La vita religiosa ebbe notevole incremento per opera di missioni popolari e opere assistenziali. Sotto Karl Joseph v. Hefele (1869-93), mentre in tutta la Germania inferiva il Kulturhampf la diocesi non ne fu quasi toccata. Il vescovo Wilhelm von Reiser (1893-98) si distinse per le cure dedicate ai cattolici dei territori prevalentemente protestanti della diocesi (diaspora). Il vescovo Wilhelm von Keppler (1898-1926) è noto per la sua oratoria e per l'opera di restauro dei monasteri di Neresheim e Weingarten. Il vescovo J. B. Sproll (1927-49) lottò contro gli errori del nazismo e dovette vivere per 6 anni in esilio.

La diocesi conta 1089 chiese, 744 parrocchie, 1026 sacerdoti diocesani; dei 3.317 .000 ab., 1.302 .000 sono cattolici.

Bibl.: J. Zeller, Das Generalvik. Ellwangen 1812-17. Rottenburgo 1928; F. Stärk, Die Dioc. Rattenb. u. ihre Bischöfe 1828-1928, ivi 1928; A. Hagen, s. v. in I.ThK, VIII, coll. 1016-19. Bruno Wuestenberg

ROUEN, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi capoluogo del dipartimento della Seine Inférieure in Francia; la diocesi ha la stessa superficie del dipartimento, cioè kmq. 6146, con una popolazione di 915.628 ab. dei quali 870.000 cattolici. E divisa in 5 arcidiaconati e 46 decanati comprendenti 717 parrocchie, servite da 740 sacerdoti diocesani e 70 regolari; ha due seminari; 9 comunità religiose maschili e 39 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 342). Ha per suffraganee le diocesi di Bayeux, Evreux, Séez, Coutances. Patrona della diocesi : la B. Vergine Assunta. Fino alla fondazione della sede vescovile di Québec (1674) gli arcivescovi di R. ebbero giurisdizione sul Canadà.

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La provincia ecclesiastica di R. formò la maggior parte della Neustria all'età dei Merovingi, ma soffri molto a causa dei pirati discendenti dal Nord. L'arcivescovo di R. fu il titolo di primate della Normandia. Si hanno molte liste episcopali che si possono raggruppare in due categorie di manoscritti: una redatta in prosa, l'altra in poesia, conservate nel Libro di avorio della Cattedrale e nel Libro nero dell'abbazia di St-Ouen. La differenza è costituita dal nome di s. Nicasio che in un gruppo si trova a capo della lista. Gli Acta episcoporum Rathomagensium sarebbero stati compresi alla fine del sec. xi da un mosaico di St-Ouen. Il primo è Mallonio, festeggiato al 22 ott.; poi Aviziano presente al Concilio d'Arles nel 314; seguirono Severo, Eusebio, Marcellino, Pietro, Vitricio noto da due lettere di s. Paulino (Ep. 18, 37); fu a Roma nel 403 e ricevette dal papa Innocenzo una decretale il 15 febbr. 404 (Jaffé-Wattenbach, 286); amico di s. Martino di Tours e in corrispondenza con s. Ambrogio, costruì la chiesa poi cattedrale, ponendovi molte reliquie, accolte solennemente come attesta la sua omelia De laude Sanctarum (PL 20, 445 sgg.), da cui si apprende che già al suo tempo le vergini sacre, gli asceti e i continenti costituivano l'« élite" della popolazione della sua diocesi (cf. L. Vacandard, St Victrice, Parigi 1902; P. Andrieu-Guitancourt, La vie ascétique à R. un temps de st Victrice, in Mélanges Jules Lebreton, II, ivi 1952, pp. 90-100). Suoi successori Innocenzo, Evodio, Malsono, Germano che fu al Concilio di Tours nel 461 , Gildaredo a quello di Orléans del 511 e Flavio ivi ai Concili del 538 e 541 ; Pretestato intervenne a quello di Tours nel 567 e a Parigi tra il 556-73; a Mâcon nel 585 ; inviato in esilio e poi tornato fu fatto assassinare da Fredegonda nella sua chiesa il giorno di Pasqua 14 apr. 586 (Gregorio di Tours, Hist. Franc., V, 18; VII, 16; VIII, 20, 31, 41; IX, 20, 39); Melanzio fu sostenuto dalla regina Fredegonda (id., loc. cit., VII, 19; VIII, 31 e 41). Nel 601 Gregorio I si rivolse a Melanzio «Rotumo» (MGH, Epist., II, p. 315) per raccomandargli i monaci inviati a s. Agostino per evangelizzare l'Inghilterra. Nel sec. xir un Martirologio della regione di R., verosimilmente di StOuen, inserì al 16 genn. la notizia di s. Melanzio, che si sparse prima in Normandia, poi nelle regioni di Liegi e in alcuni monasteri italiani, in rapporto con i Normanni (B. De Gaiffier, St Mélance de R. sénéré à Malmédy et st Melos de Rhinoculure, in Annl. Bolland., 64 [1946], pp. 54-71). Ildulfo fu nel 614 al Concilio di Parigi; Romano è commemo to al 23 ott., Edoneo ( $64 \mathrm{r}-84$ ) fu al Concilio di Ch en-sur-Saône, nel 650 . Ausberto, già abate di Fonte lie, morì internato a Hautmont (Cambrai) nel 68 I della stessa abbazia fu Ugo, poi vescovo di Parigi Bayeux e abate di Jumièges, m. nel 730 ; Giorno nel 744 ebbe il pallio dal papa Zaccaria che lo ricorda nelle sue lettere (Jaffé-Wattenbach, 2270, 71); come pure Ragenfrido (Jaffé-Wattenbach, 2287); Remigio, figlio di Carlo Martello, venne a Roma presso Paolo I dal quale ottenne l'arcicantor Simeone per istruire i suoi monaci che inviò anche a Roma (Jaffé-Wattenbach, 23442371); poi Mainardo, Willeberdo, Ragnoardo, presente al Concilio di Thionville nell'835; Guntaldo fu ai Concili di Germigny nell'843 e di Parigi nell'846 in cui papa Sergio II lo scelse per dirimere la questione tra Ebbene e Incmaro (Jaffé-Wattenbach, 2589-91); Paolo che nell'853 fu missus dominicus; Wenilo fu presente al Sinodo di Kiersy nell'858; Adalardo a quello di Douzy nell'872; Witto a quello di Reims nel 901 e nel 909 a Trosly. Giovanni di Avranches (1068-79) scrisse De officiis ecclesiasticis (PL 147); Pietro di Colmieu (1236-45) fu legato di Innoc