volume-10

Back to Volumes
rk 1903; trad. it., Bari 1911); The problem of Christianity (Nuova York 1913; trad. it., Firenze $1924-25$ ).

Sotto l'influsso del pragmatismo (v.) il R. distingue tra "significato esterno" e "significato interno" dell'idea, la cui verità non consiste nella corrispondenza a una realtà esteriore, ma nel fine (a significato interno") che essa si propone realizzare. L'idea è "strumento" di un fine; più che processo intellettivo, è processo volitivo, è una volontà che vuole realizzarsi. Però il fine di un'idea va considerato in rapporto al fine assoluto (di cui ogni fine è un momento), che può essere soltanto atto di una Coscienza assoluta o Volontà infinita, alla quale sono presenti (e li conserva) tutti i fini o le verità delle coscienze finite. Pertanto questa Coscienza è comprensiva di tutti i soggetti particolari, implica la totalità del tempo, è un presente attuale inclusivo di tutti i momenti del processo temporale. Questa Coscienza è Dio, per il R., è il mondo stesso, che è una "totalità individuale", in cui i frammenti dell'esperienza finita si ritrovano racchiusi e le nostre individualità completate e perfezionate. In Dio cosi concepito trovano posto non solo il tempo, ma anche l'errore, il dolore, la sconfitta ecc. e insieme la correzione e il superamento di tutti questi limiti e, per conseguenza, l'adempimento e la pienezza delle volontà individuali. Il mondo, che è Dio stesso, è il realizzarsi, attraverso di noi, della perfezione di Dio e, con essa, della nostra, in quanto in Dio si conservano, a differenza di quanto aveva sostenuto F. H. Bradley (v.), le coscienze individuali. Era difficile per il R. giustificare questa conservazione dei soggetti finiti in una concezione cosi ra-

## Page 844

dicalmente panteista. Egli tentò due volte l'impossibile impresa: prima, giovandosi della teoria dei numeri di G. Cantor e di R. Dedekind (l'Assoluto - il Mondo o Dio - è un sistema autorappresentativo, in cui è conservata la molteplicità degli individui, che sono uno con lui, in quanto esso è strutturalmente uno - un singolo sistema - e nello stesso tempo infinito come catena dei fini realizzati); e successivamente utilizzando il concetto del Peirce (v.) dell's interpretazione ", come terzo processo conoscitivo (gli altri due sono la percezione e il pensiero). L'interpretazione comporta tre termini: l'interprete che interpreta qualcosa a qualcuno. Ora, per il R., il processo d'interpretazione fa dell'universo una comunità spirituale realizzabile. Nessun individuo nel mondo può salvarsi da solo e da solo trovare la verità; ciò è possibile nella comunità universale. Questo sarebbe, secondo il R., "il problema del Cristianesimo ", specialmente di quello di s. Paolo (v.), che trova realizzato nella Chiesa o comunione dei fedeli il Regno dei cieli. Amore cristiano significa fedeltà alla comunità e la fedeltà a una
![img-44.jpeg](img-44.jpeg)

Ruanda, vicariato apostolicod di - Alherghi moderni Paguldas (1941) e Olympia (1948) - Usumbra.

RUA, Michele. - Salesiano, primo successore di s. Giovanni Bosco, n. a Torino il 9 giugno 1837, m. ivi il 6 apr. 1910.

Incontratosi con d. Bosco nel 1845 , prese a frequentare l'oratorio, da lui diretto, nel 1847 e gli si diede interamente nel 1855 , diventando così il primo salesiano della futura società. Ordinato sacerdote nel 1860, ebbe subito incarichi di importanza, che scippe assolvere con approvazione di quanti lo conobbero: direttore delle scuole e dell'oratorio di Vanchiplia e del primo Collegio a Torino, prefetto della Società salesiana, primo visitatore delle case; nel 1884 vicario generale, nel 1888 successore di d. Bosco nel governo della Congregazione.

Volle essere in tutto simile a lui e si pose quale programma di sostenere e sviluppare le opere iniziate dal fondatore, di seguire fedelmente i metodi da lui insegnati, di imitarlo come un modello. La Società sotto la sua guida vigile e paterna crebbe assai e si sviluppò ampiamente, non solo in Europe, ma anche nelle lontane missioni. Tale la fama comune di santo che presso tutti godeva, che il 15 genn. 1936 venne introdotta la causa della sua beatificazione (AAS 28 [1936], pp. 237-40).

Bibl.: A. Amadci, Il servo di Dio M. R., successore di s. Giov. Bosco, 3 voll., Torino 1931-34; A. Auffray, D. M. R., vers it., ivi 1922; A. Amadei, Un altro d. Bosco. Il servo di Dio M. R., ivi 1934.

Celestino Testore
RUANDA, vicariato apostolicod di. - Situato presso l'estremità settentrionale del lago Tanganika, è sotto mandato belga e amministrativamente unito al Congo Belga.

Rimasto, insieme con il territorio di Urundi, fortemente senofobo e chiuso sia ai bianchi che ai musulmani, i quali ultimi non poterono mai razziarvi schiavi se non assai di rado sulle rive del lago, fu esplorato nel 1894 dal tedesco Goetzen, che scoprì il lago Kivu. I Padri Bianchi vi giunsero al principio del sec. xx, provenienti dall'Urundi, e quantunque tra gravi difficoltà riportarono ottimi frutti di apostolato. Nel 1913 il R.-Urundi, che dal 1878 aveva fatto parte del provicariato apost. di Tanganika e dal 1886 era stato annesso all'immenso vicariato apost. di Unyanemke, diveniti vicariato apost. di Kivu (v.) e il 25 apr. 1922 venne diviso nei due vicariati di R. e di Urundi. E mentre quest'ultimo il 14 luglio 1949 veniva smembrato nei due vicariati apost. di Kitega e di Ngozi (v.), a sua volta quello di R. il 14 febbr. 1952 fu suddiviso nei due vicariati di Kabgayi e di Nyundo. Il vicariato apost. di Kabgayi, che si estende per ca. 20.950 kmq . nella parte sud-orientale del territorio di R. e tra una popolazione di ca. 1.531 .000 ab ., di cui oltre 327.700 sono cattolici e oltre 189.700 catecumeni, è rimasto affidato ai Padri Bianchi; il vicariato apost. di Nyundo invece, che comprende la zona nordoccidentale del territorio di R. e ha una superficie di ca. 3100 kmq . con una popolazione di ca. 360.000 ab., di cui oltre 45.300 sono cattolici e oltre 22.500 catecumeni,

## Page 845

è stato affidato al clero indigeno, molto numeroso nella regione. In realtà nel R. i sacerdoti nativi sono 89 , superando i sacerdoti esteri che sono 88 . Si tratta percio di una plaga floridissima sotto l'aspetto missionario, dove il seme evangelico ha fatto meravigliosi progressi, che trovano pochi confronti nella storia della Chiesa e nell'altre missioni sparse attualmente nel mondo. - Vedi tav. LXXXVII.

Bibl.: AAS, 5 (1913), pp. 25-26; 14 (1922), pp. 373-74: 42 (1930), pp. 138-39, 213: Van Wing-V. Goemé, Annuaire des MC au Congo Belge et
au R.-Urundi. Bruxelles 1949, pp. 102-21: MC.Roma 1950, p. 152: Archivio S. Congr. de Prop. Vide, pos. pror. nn. $4322 / 51,84 / 52$.

Carlo Curvo
RUBEN. - Primogenito di Giacobbe e di Lia sua prima moglie (Gen. 29, 32). Nel darlo alla luce, la madre esclamo: "Dio vide la mia afflizione", e il nome R. è connesso all'assonanza con rd'ab bé'aujî "vide afflizione", ma propriamente significa: "vedete (o "ceco") un figlio ".

Di R. fanciullo è ricordato l'episodio delle mandragore, che acui la ge-
![img-45.jpeg](img-45.jpeg)
(per cortesia di mons. A. P. Frolas) Rubens. Peter Paul - Particolare del S. Giovanni Battista - Balduina (Padova), chiesa parrocchiale.
suoi pascoli, mentre le altre erano impegnate contro l'oppressore: si da meritare ironico biasimo nel cantico di Debora (Iude. 5, 15-16). Al tempo del re Saul i Rubeniti si dovettero difendere dalle incursioni degli Agareni (I Par. 5, 10. 19-22). Un maggior legame con le tribù cisgiordaniche si ebbe sotto David, a cui R. e le altre due tribù transgiordaniche (God e metà di Manasse) fornirono ca. 120.000 guerrieri (ibid. 13, 3. 7); tra gli eroi di David figura anche Adina capo dei rubeniti (ibid. 11, 42). Anche la tribù di R. partecipò allo scisma delle tribù settentrionali; sembra tuttavia che per qualche tempo, almeno sotto il re loatham (v.), insieme alle due tribù transgiordaniche, obbedisse al re di Giuda (cf. ibid. 5, 17). Infine, al tempo della deportazione assira (v. THEULATHPHALaSAR), R. seguì la sorte delle tribù settentrionali (I Par. 5, 6-26) e non lasciò traccia di sé.

Bibl.: A. Legendre, s. v. in DB, V. coll. 1257-62: L. Fonck. s. v. in Lex. Bibl., III. coll. 784-89; L. Screpanski, Geographia bibl. Palestine antiquae, Roma 1928. pp. 144-47. Gaetano Stano

RUBENS, Peter Paul. - Pittore n. a Siegen (Vestfalia) il 28
giugno 1577, m. ad Anversa il 30 maggio 1640. Di nobile famiglia anversese emigrata in Germania per sottrarsi alle persecuzioni delle guerre di religione e rientrata nel 1587 ad Anversa, quivi il R. compì la sua educazione artistica, prima con Tobias Verhaecht quindi con Adam van Noort e Otto van Veen, romanista fiammingo.

Iscritto come maestro nella Ghilda di S. Luca di Anversa nel 1598, due anni dopo iniziava un lungo viaggio in Italia che ebbe importanza determinante nel configurarsi della sua maniera: prima a Venezia, poi a Mantova, quindi a Firenze ( 1600 ) e a Roma (1602), di nuovo a Mantova donde per incarico del duca Vincenzo Gonzaga si recò in Spagna (1603), a Roma (1605) e a Genova (1607), solo nel 1608 faceva ritorno ad Anversa. Lo studio delle opere del Caravaggio (sua copia della Des. posizione vaticana si conserva nella collezione Liechtenstein a Vienna), del Barocci, del Tintoretto, del Veronese, di Michelangelo, del Correggio, di Raffaello, del l'antico (di cui è singolare testimonianza il dipinto rappresentante la Morte di Seneca, del 1606 ca., nella Pinacoteca di Monaco che riproduce una celebre scultura ellenistica, allora nelle raccolte borghesiane e oggi al Louvre), e, soprattutto, di Tiziano, copiare in gran numero con particolare predilezione, consentì al R. una profonda assimilazione della cultura classico-rinascimentale italiana e lo rese padrone di quella tecnica ricca, sicura e articolata, su cui si fonda la sua produzione di pittura, impressionante per numero e qualità. Tra le opere più significative del periodo italiano sono da ricordare le tre tede con S. Elena, la Crocifissione e la Coronazione di spine eseguite nel 1602 per la chiesa di S. Croce in Gerusalemme a Roma donde furono rimosse nel sec. zviII (oggi si conservano nella cappella dell'Ospedale di Grasse); il Trionfo di Cesare della Galleria nazionale di Londra, 1602-1604, dove appaiono evidenti desunzioni dai Trionfi del Mant regno già nel Palazzo ducale di Mantova e oggi in Hampton

## Page 846

![img-46.jpeg](img-46.jpeg)

Rubens, Peter Paul - Ritratto di Maria de' Medici - Parigi, Louvre.

Court; La famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità, eseguita nel 1605 per la chiesa della Trinità in Mantova e oggi, mutila, nel palazzo ducale; Romolo.e Remo allartati dalla lupa, 1606-1608, della Pinacoteca Capitolina; l'Adorazione dei pastori, 1606-1608, nella chiesa di S. Filippo Neri a Fermo; le tre tele dell'abside di S. Maria in Vallicella a Roma, del 1608, con la Madonna e angeli. i SS. Gregorio Mauro e Papiano e i SS. Domitilla Nereo e Achilleo; la Circoncisione, 1606 o 1607 , in S. Ambrogio a Genova (per la quale chiesa dipinse, alcuni anni appresso, nel 1620 , il Miracolo di s. Ignazio), ecc.

Stabilitosi ad Anversa dal 1608 (nel 1609 vi sposava Isabella Brandt che ritrasse in numerose tele, come poi Elena Fourment sposata in seconde nozze nel 1630), fu nominato pittore degli arciduchi Alberto e Isabella, iniziando quella prodigiosa attività, oltre che di pittore, di collezionista, di diplomatico al servizio dell'Intanta Isabella per conto della quale svolse brillanti missioni presso varie corti d'Europa, di scrittore (in grande numero si conservano sue lettere), che ne fa uno degli ingegni più versatili del secolo. A capo di una fiorentissima bottega, circondato da allievi e da collaboratori fra i quali J. Jordaens, F. Snyders e il van Dyck, la sua produzione, varia in sommo grado e sempre ardita e grandiosa, andò progressivamente trapassando da una idealizzazione e oggettivazione dell'immagine, tuttavia percorsa da eccezionale vitalità e agitata da un ritmo di movimento e da una foga inventiva pienamente barocchi, verso una libertà formale e un'eccitazione fantastica sempre più accentuate che trovano altissima espressione negli estremi opposti delle tonanti grandi composizioni allegoriche o religiose e delle liriche rappresentazioni di paesaggi sorprendentemente anticipatorie. Fra le maggiori imprese della sua maturità sono da ricordare in particolare le tele della cattedrale di Anversa con la Erezione della Croce (1610-11) e la Deposizione (1611-14; più tarda, 1626, è la Assunzione di Maria nella stessa chiesa); la Comunione di s. Francesco, 1619, ancora sotto l'influsso delle analoghe composizioni della Comunione di S. Girolamo di Agostino Carracci e del Domenichino a Bologna e a Roma, e il Colpo di lancia (1620), del Museo di Anversa; la decorazione della chiesa
dei Gesuiti in Anversa (1620-21), andata distrutta nel XVIII sec., fuorché le due pale con i Miracoli di s. Ignazio e i Miracoli di s. Francesco Saverio conservata nel Kunsthistorisches Museum di Vienna; il grande cielo di pitture celebrative di Maria dei Medici eseguite nel 1621-25 per la Galleria del Lussemburgo oggi al Louvre (di un altro ciclo in onore di Enrico IV, mai compiuto, restano tele agli Uffizi, a Monaco, ecc.); la decorazione del soffitto della Sala dei banchetti ( $1630-35$ ) nella Whitehall a Londra; il Trittico di s. Ildefonso, per la chiesa di corte di Bruxelles (1630-32), oggi nel Kunsthistorisches Muscum di Vienna; la Crocifissione di s. Pietro, 1635-40, nella chiesa di S. Pietro a Colonia ecc. Produzione per gran parte di altissimo valore d'arte, sempre di soprendenti facilità e abilità di esecuzione pittorica, che pone il R., il cui apprezzamento ha lungamente sofferto a causa dei pregiudizi classicistici contro l'arte del periodo barocco (sarebbe molto esaltato dai contemporanei il cui consenso trovò eco alla fine del sec. xvir in Roger de Piles nella nota Querelle des anciens et des modernes, contrapponente il R. al Poussin, idolo dei classicisti ortodossi) come immediato antecedente dei più raffinati raggiungimenti, della pittura francese del sec. xvili nonché quale genialissimo anticipo della pittura del sec. scorso da Delacroix agli impressionisti. In parallelo gli scrittori romantici, da Baudelaire a Fromentin, ne esaltavano l'opera, dando inizio all'alta considerazione attuale del pitore. - Vedi tav. LXXXVIII.

Bibl.: fondamentali tuttora le vecchie opere di Max Rooses, $R$, sa vie et les acuvres, Parigi 1003, di A. Rosenbortz, P. P. R., Stoccarda e Lipaia 1905, c. per i disegni, di G. Glück e F. M. Haberditel, Die Handzeichnungen von P. P. R., Berlino 1028; una completa raccolta della vastissima bibl. su R. a cura di E. de Bon, in Le compas d'or, nuova serie, 5 (1027), aggiornato da G. Glück, s. v. in Thieme-Becker, XXIX, pp. 137-46. Importanti tra le
![img-47.jpeg](img-47.jpeg)
(per cortesia di mano, A. P. Frutaz)
Rubens, Peter Paul - Il Miracolo di S. Ignazio - Genova, chiesa di S. Ambrogio.

## Page 847

## METODO

Della dottrina che i PadridellaCom pagnia diGiesi infegnano a' Neofiti, nelle mifiont della Cina.

Con la rifpofta alle obietnoni di alcuni Moderni che la impugnano.

Opera del Padre Antonio Rubino della Compaggia di Giesin, Vifontare della Pramintia de Giappone e Cima.

Tradotta dal Portoghefein Iraliano, dal Padre GionFilippo de Matuo, della medelima Compagnia.

Aggiontasi al fine con breve manzo della forma del Batofina promontano in lingua Paredim fu propifit alcuni cafi de Matrimonia sub aiserfi.
![img-48.jpeg](img-48.jpeg)

Appefio Horatio Boisset, e Grorgio Reheve.

M. DC. LXV.
Con Aprehatione, e Permifione.
(Int. Enc. Catt.)
Rubino, Antonio - Frontespizio del Metodo, Lione 1662 Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
opere più recenti: J. Burckhardt, Die Landschaften von P. P. R., Vienna 1940; L. van Puyvelde, Les esquises de Rubens, Basilea 1940; J. Burckardt, R., Berlino 1942. Carla Guglielmi

RUBEO (Rossi), Giovanni Battista. - Priore generale dei Carmelitani, n. a Ravenna il 4 ott. 1508, m. a Roma il 5 sett. 1578.

A 17 anni entrò nell'Ordine; laureatosi in teologia a Padova nel 1547, fu professore alla Sapienza, vicario generale ( 1562 ), indi priore generale ( 1564 ). Durante la visita canonica in Spagna e Portogallo, ebbe occasione di conoscere ad Avila (apr. 1567) s. Teresa di Gesù: ne approvò lo spirito, l'incoraggiò a proseguire nella riforma delle monache secondo la Regola primitiva, anzi autorizzò con "lettere patenti" (Barcellona, 16 ag. 1567) la fondazione di due case per Carmelitani "contemplativi". Ma nel Capitolo generale di Piacenza (1575), che lo riconfermò nel suo ufficio, si presero, per mancanza di precise informazioni, severe decisioni contro i "riformati": chiusura dei tre conventi di Andalusia (Granada, Siviglia, Peñuela), ritorno ai conventi di origine per i "contemplativi" provenienti dall'antica osservanza, ingiunzione a s. Teresa di scegliersi un monastero da cui non più uscire. Tuttavia R. conservò sempre stima e venerazione per la santa riformatrice, la quale ne parla con ammirazione nel libro delle Fondazioni (cap. 2).

Tra le diverse sue opere, stampate o manoscritte, si ricorda l'edizione del Doctrinale antiquitatum fidei Ecclesiae catholicae di T. Netter (Waldensis) curata da R. "cum notis" ( 3 voll., Venezia 1571).

Bim.: Cesare de Villiers, Bibliotb. Carmelitana, ed. Wessels, I, Roma 1927, coll. 780-87; M. Ventimiglia, Hist. chronol. priorum generalium Ordinis B. M. Virg. de Monte Carmelo, ed. Wessels, Roma 1929, pp. 189-94; B. M. Zimmerman, La vie de Jean-Baptiste R. de Ravenne, in Regesta Johannis Baptistae Rubei (Rossi Ravennatici, s. I. 1933, pp. 5-26. Nilo di San Brocardo

RUBEUS (de Rubeis), Paulus. - Giureconsulto romano del sec. xvir (m. tra il 1673 e il 1676), figlio del celebre giureconsulto Teodosio di Priverno.

Pubblicò varie raccolte di decisioni della S. Romana Rota: S. Rotae Romanae decisiones selectae ab a. 1618 usque ad a. 1626; Decisiones novissimae ab a. 1626 usque ad a. 1630 ( $2^{\circ}$ ed. Roma 1642); Decisiones diversorum auditorum ab a. 1631 usque ad a. 1634 (ivi 1640); e proseguì la collezione iniziata da Prospero Farinaccio dal vol. V al vol. XVIII (decisioni dall'anno 1618 all'anno 1666): S. Rotae Romanae decisiones recentiores, ecc. (ivi 1645 , Venezia 1716). Ebbe dal papa Urbano VIII il privilegio dell'esclusività della pubblicazione delle decisioni rotali per la durata di venti anni e per tutti i luoghi (lettera del 23 luglio 1641). Scrisse inoltre: Resolutiones practicabiles circa testamenta (Roma 1654); De validitate legali controversiae forenses (ivi 1664). Da non confondersi con l'omonimo uditore rotale di Canino (Viterbo), m. l'8 maggio 1512.

Biel.: A. Fontana, Amphitheatrum legale seu Bibliot. legalis ampliss., I, Parma 1688, coll. 208-209; E. Ceschieri, Capellani Papae, II, Roma 1920, p. 86; G. Ernini, Guida bibl. per la studio del dir. comune pontif., Bologna 1934, pp. 57 e 71. Augusto Moreschini

RUBINO, Antonio. - Gesuita, missionario, n. a Strambino (diocesi di Ivrea) il $1^{\circ}$ marzo 1578, m. il 22 marzo del 1643 a Nagasaki (Giappone).

Entrato nell'Ordine nel 1586, partì nel 1602 per l'India, dove, ordinato sacerdote nel 1603, sortì come campo di lavoro il regno di Bintagar. Restò in India fino al 1638 e, sempre dedito all'insegnamento, alla catechesi, alla predicazione, a missioni importanti, vi compì un bene immenso. Né trascurò la sua istancabile attività scientifica; alcune lettere al p. Clavio e al Griemberger, professori del Collegio Romano, una breve descrizione di tutto il mondo e una descrizione del regno di Bintagar attestano la sua perizia nella cosmografia e cartografia, mentre il suo interesse per le scoperte galileiane, rilevato dalle stesse lettere, lo mostra valente cultore delle scienze matematiche, e la Catena evangelica, in 7 grossi tomi, un esperto esegeta.

Ma un'opera soprattutto, composta nel 1641, illustra il teologo e l'uomo apostolico: Metodo della dottrina che i Padri della Compagnia di Giesi insegnano ai neofiti nelle missioni della Cina con la risposta alle obiettioni di alcuni moderni che la impugnano. Nel 1638, infatti, era passato in Cina, con la carica di visitatore della provincia giapponese e viceprovincia cinese, e per la sua immediata applica-
![img-49.jpeg](img-49.jpeg)
(Int. Enc. Catt.)
Rubino, Antonio - Parte della lettera del p. R. al p. Cristoforo Clavio ( 25 ott. 1609) da Chandregi (India), in cui ringrazia dell'invio del volume sulla geometria pratica, informa che i Brahmiani si occupano di astronomia, ma sono gelosi delle loro cognizioni ed aggiunge che sta facendo la descrizione del regno di Binnuja, e chiede l'Astrolobio - Roma, Archivio della Università Gregoriana, Miscellanea N. 329, f. 37.

## Page 848

zione allo studio delle lingue e dei libri cinesi e giapponesi fu ben presto in grado di venir a disputa con i bonzi. Con il Metodo della dottrina egli intendeva giustificare la condotta dei suoi missionari in Cina, esponendo con chiarezza la prassi seguita nell'evangelizzazione, per confutare le obiezioni dei religiosi di altri Ordini e di alcuni fra gli stessi Gesuiti (v. RITI, QUESTIONE dei). L'opera scritta in portoghese non fu stampata se non molti anni dopo la morte dell'autore, tradotta in italiano da un altro missionario, il p. G. F. Marini (Lione 1665). Nel 1680 fu messa all'Indice, dove ancora rimane. Nel 1643 imbarcatosi egli e i suoi compagni, tutti travestiti da cinesi, per il Giappone, approdarono il 12 ag. all'isola di Satsuma; ma scoperti delle spie dei persecutori, furono presi, condotti a Nagasaki e dopo dura prigione condannati, a quanto sembra, al supplizio della fossa.

Al R. venne attribuita dagli avversari giansenisti e illuministi l'opera: Difesa del giudizio formato dalla Santa Sede Apostolica. Torino 1760 (?), intorno ai riti e alle cerimonie cinesi, dove sono contenuti giudizi iconoclastici contro l'uso del Crocifisso nelle Chiese e sugli altari. La calunnia cade semplicemente da sé, perché alla data del decreto di Clemente XI sui riti cinesi (1704) a cui si riferisce l'opera, e più ancora alla data della sua promulgazione a Pekino per mezzo del card. di Tournon (1707), il R. era già passato da questa vita. L'autore è invece un dottore della Sorbona (cf. anon., La verita difesa col disvelarsi nella sincera esposizione dei fatti, Firenze 1761).

Bon.: Sommervogel, VII, 287-80; G. Saroglia, Vita del p. A. R. da Strambino, Trento 1894; [E. Rosa], Breve mem. della vita del v. p. G. A. R. della C. di Gesù, martire del Giappone, Torino 1898; P. Tacchi Venturi, Alcune lettere ad p. A. R., vi 1901.

Margherita Letizia Fontanes
RUBRICHE. - I. Nozione. - Per r., in senso titurgico, s'intendono le prescrizioni che regolano lo svolgimento del culto della Chiesa. Esse si trovano o riunite in appositi libri (p. es., il Caeremoniale episcoporum e il Memoriale ritum) o raggruppate all'inizio dei libri liturgici (come nel Messale, nel Breviario e nel Martirologico), o all'inizio delle singole parti o tituli (come nel Rituale, prima del rito di ogni Sacramento e delle benedizioni), o, infine, inserite tra una formola e l'altra. Per distinguere meglio i testi dalle norme che ne regolavano l'uso, nei codici si cominciò a scrivere le norme in rosso; di qui rubricae.

Nella Roma classica, r. si chiamò una terra che, stemperata nell'acqua, serviva ai falegnami per tracciare le righe o fare i segni, nel punto in cui bisognava fare il taglio del legno con la sega (cf. Orazio, Sat., 2, 7, 98). Gli amanuensi delle raccolte legislative se ne servirono per scrivere in rosso i titoli delle leggi. Dai titoli il nome passò a designare la legge stessa. Lo ricorda Giovenale quando scrive: Perlege rubras maiorum leges (Sat. 14). Anche nel campo giuridico ecclesiastico, r. indicò poi il titolo e il breve sommario premesso ai singoli canoni. Dal diritto canonico il termine passò alla liturgia, probabilmente quando, per maggiore praticità, si riunirono in uno stesso volume le formule dei Sacramentari, Lezionari, Graduali, ecc. le norme direttive furono scritte in rosso e il testo in nero, e il nome r. finì per indicare le leggi liturgiche in genere, anche quando esse furono regolarmente scritte in nero.
II. Formazione. - Le prime r. (o piuttosto norme rituali) semplicissime, come semplicissimi erano i riti, dovettero essere trasmesse oralmente. I Sacramentari racchiudono già embrionalmente qualche indicazione rubricale. Difatti il Gelasiano ne ha 67 , il Gregoriano, nel fondo primitivo, 26, mentre il Leoniano nessuna. Gli Ordines romani (v.), che sono le prime raccolte sistematiche rubricali della Chiesa latina, costituiscono veri e propri cerimoniali. Nell'Ordo di Aimone da Faversham (m. nel 1244), generale dei Francescani, ben noto nella storia liturgica, si legge sei volte l'espressione rubrica Ordinarii. La parola era allora passata dal campo giuridico a quello liturgico. Più frequente è l'uso di rubrica per Ordo o Ordinarium : ad es., Incipit Rubrica sive Ordo per circulum
anni secundum consuetudinem Ecclesiae civitutis Austriae... E ancora: Hec Rubrica sive Ordo est qualiter et quo tempore episcopi....

I Minori adoperarono il termine in questo senso. Così la Rubrica Parisiensis è un vero Ordo per le antifone speciali prima di Natale, pubblicato nel 1263 per ordine del Capitolo generale di Pisa (Arch. frnuc. hist., 4 [1911], p. 69). Tre anni dopo il Capitolo di Parigi raccomandò l'osservanza dell'Ordo di Aimone: Uniformiter se habeant (frateri) secundum Ordinationem et rubricam illam...Indutio planeta. Questo senso si mantenne fin dopo la metà del Trecento, quando si è informati che Aimone fecit illam rubricam de agendis in missa (Annl. Franc., 3 [1887], p. 247). Ma certi statuti francescani d'Aquitania alla fine del ' 200 ancora più genericamente dicono: In divino officio servetur rubrica et cantus Ecclesiae Romanae (Arch. frunc. hist., 7 [1914], p. 473). Sicché i due significati generico e specifico nella seconda metà del ' 300 sono promiscuamente usati (contro l'opinione del Vykoukal, s. v. Rubrihen. in LThK, VIII, coll. 1032-33, secondo il quale il termine r. non apparirebbe prima del ' 300 ). Si può aggiungere che s. Bonaventura, generale dei Francescani, dal 1260 al 1272 , rimanda varie volte alle r., intese nel duplice senso. Lo stesso Aimone nell'Ordo Breviarii conosce il termine nel senso moderno.

In conclusione la doppia terminologia risale almeno alla prima metà del sec. xili. Errata è pure l'opinione, frequente negli autori moderni, di assegnare a s. Pio V le raccolte generali delle r. (rubricae generales). Già i' cod. di Oxford (Bibl. Bodley, segn. Can. onscell. 75) nella seconda metà del sec. xiv chiama le Ordinationes francescane: Rubricae de modo officii ecclesiastici. Nel 1481 Filippo di Rotingo pubblicò la Rubricae ad informandos pusillus. Nello stesso anno, a Venezia, Francesco Ranner stampo un Breviario romano con la Rubricae declaratoriae seu correctoriae. Senza parlare delle Rubricae novae, segnalate da G. Mercati (v. op. cit. in bibl). Da questo periodo si va celermente verso il significato, poi rimasto, del termine e verso le ufficiali raccolte generali e particolari della liturgia unificata. Le edizioni tipiche dei libri rituali della liturgia latina, cioè Breviario (1568), Messale (1570), Martirologio (1583), Pontificale (1598), Cerimoniale dei vescovi (1600), Rituale (1614), furono corredati da abbondanti r. generali e particolari. L'interpretazione e l'aggiornamento furono affidati da Sisto V alla S. Congr. dei Riti (1587). Nei secc. xvı-xvıı1 le r. dei libri liturgici furono oggetto di accurati ed ampi studi da parte di buoni liturgisti come il Gavanti, Merati, Quarti, Cavalieri, Bauldry (poi A Carpo, de Herdt, Martinucci, Menghini, Baldeschi, Moretti, Le Vaussæur-Haegy), che hanno posto le basi del diritto liturgico.
III. Divisione. - r. In base al loro oggetto le r. si dividono in : a) essenziali, e sono quelle che appartengono all'essenza di un rito e dalla loro osservanza dipende la validità dell'atto che si pone; b) accidentali sono le r. riguardanti cerimonie introdotte dalla Chiesa, generalmente non richieste per la validità, ma per la licarità dell'atto, come nel Battesimo gli esorcismi, le rinunce, la veste candida, la lampada ardente.
2. Secondo l'estensione le r. sono : a) generali e costituiscono come i principi fondamentali, da applicarsi a tutte le cerimonie, contenute in quel dato libro liturgico; b) speciali, quelle che regolano il compimento di una cerimonia o rito particolare.
3. In base alla loro obbligatorietà le r. sono : a) precettive, se prescrivono tassativamente qualcosa o sono indispensabili per il compimento di un rito; b) direttive, se prepongono qualche cosa per modum consilii o lasciano facoltà di scegliere tra due modi di agire o tra il compiere o non compiere un'azione. Le r. direttive sono dette anche facoltative.
IV. Obbligatorietà. - Per secoli si è disputata fra moralisti e liturgisti (rubricisti) la questione, se tutte le r. obbligano in coscienza, e fino a qual punto.

Per un esame oggettivo della questione va premesso : le r. sono leggi vere e proprie e come tali obbligano (CIC, can. 818), per conseguenza rientrano necessariamente nell'ambito della morale, come ogni atto umano,

## Page 849

c ammettono una gradazione di bontà e di responsabilità. La questione può perciò proporsi in questi termini: a) le r. essenziali evidentemente sono precettive. Si tratta dell'essenza e quindi della validità dell'atto liturgico, che non si può frustrare (la gravità va computata secondo i principi morali, circa la materia, l'imputabilità morale della colpa, ecc.). Quando la r. accidentale non dice apertamente se é o non è facoltativa, né ciò si può desumere da altri elementi, allora la presunzione sta dalla parte della legge e deve ritenersi che la r. obblighi in coscienza. Si prova: a) dal pensiero della Chiesa: il Concilio di 'Trento (sess. VII, c. 13) dice : «Si quis dixerit, receptos et approbatos Ecclesiae Catholicac ritus... sine peccato a ministro pro libito suo omitti, aut contemni, aut in novos alios per quemcumque ecclesiarum pastorem mutari posse: anathema sit» (cf. Rituale romamm, tit. I, 1, 2). Le costituzionipontificie poste all'inizio dei libri liturgici: "distratte", "in virtute sanctae obedientiae praecipiunt", "auctor. tate apostolica decernunt", "iubent" "mandant", ecc. sono espressioni che manifestano l'evidente volontà della Chiesa che quelle norme e quelle formole siano osservate per l'unità e la purezza del culto. La stessa S. Congr. dei Riti ha ribadito e ribadisce continuamente lo stesso pensiero, serventur rubricae, unsta Coaremoniale [Episcopurunt], standum Rituali, mandat... in omnibus et per omnia servari rubricas Missalis». Il Cathechismus ad parochos (II, 1, 18) afferma: «Caeremoniae... praetermitti sine peccato non possunt»; e il Conc. Romano del 1725 (tit. 13, c. 1) : "Ritus qui in minimis etiam sine peccato negligi. omitti vel mutari haud possunt, peculiari studio ac diligentia serventur»; b) dalla natura delle r., fissate perché non possa restare dubbio sulla validità del Sacramento e perché non si apra la porta all'arbitrio e al lassismo. Solo se si osserva il rito (cerimonie e formole) della Chiesa la liturgia costituisce il suo culto ufficiale; c) dalla comune sentenza dei Dottori, che con s. Alfonso dicono precettive le r.

Queste ragioni inducono a ritenere che le r., anche se accidentali, prese nel loro insieme sono precettive ed obbligano; ma non si può affermare che prese singolarmente abbiano la stessa forza; anzi talune non possono ammettere in nessuna maniera la colpa (come la r. del Messale Riti, serv. I, 3 che prescrive al celebrante di infilare prima il braccio destro e poi il sinistro nell'indossare il camice). Può darsi anzi, che nelle cose di minor conto con l'andar del tempo si sia introdotta qualche consuetudine, che l'autorità o direttamente o indirettamente approva, e così il fatto nuovo, diventato legittimo, muta l'obbligatorietà della r.
V. Integrabrazione. - Per conoscere se una r. sia precettiva o no è necessario esaminare: a) i termini, con cui è formulata; b) la materia, se cioè appartiene all'essenza o integrità del Sacramento o della funzione, se tocca i principi fondamentali della liturgia o è basilare per il senso dottrinale o il significato simbolico; c) le dichiarazioni, se ve ne sono, date dalla S. Congr. dei Riti; d) le opinioni dei probati auctores di liturgia e di morale.

Bibl.: trattati generali: P. Piacenza, Expositio novits, rubric. Brev. rom., in Ephem. lit., I (1887), p. 21 sgg.; G. R. Menghini, Elemm. iuris iiturgici, Roma 1907, pp. 106-23; C. Callewaert, De s. Liturgis universim, Bruges 1922, pp. 106-11; L. Eisenbeder, Handb. der bathol. Liturgib, I, Friburgo in Br. 1932, pp. 50-51; F. Oppenheim, Justit. systematico-bistor. in sacram liturgiam, t. III, parte 2*, Torino 1939, pp. 68-99; M. Righetti, Man. di stor. liturg., I, Milano 1950, pp. 18-21. Studi particolari: G. Mercati, Appunti per la stor. del Brev. rom. nei secr. XIV-XV, tratti delle "Rubricae novae", in Russ. gregor., 2 (1903), pp. 298-444; A. Van Dijk, Il carattere della correz. liturg. di Ira Aimone da Pacersham O.F.M. (1741-44), in Ephem. liturg., 59 (1945), pp. 177-223; 60 (1946), pp. 309-67. Annibale Bugnini

RUBRUQUIS (Guglielmo da Rubruk). - Francescano, missionario itinerante del sec. xilt. N. a Rubrouck presso Cassel, Fiandra, ora Francia settentrionale (da non confondersi con Ruisbroek, Brabante), tra il 1215 e il 1220 , m. cs. il 1270.

Da giovane entrò nell'Ordine e studiò a Parigi. Nel 1248, forse con la spedizione di Luigi IX, partì per la Terra Santa, rimanendo ad Accon fino al 1252 allorché volle partire missionario verso la terra dei Mongoli.

Molti autori sostennero in passato che il suo viaggio ai Tartari fosse una missione diplomatica per incarico di Luigi IX, per invitarli in suo aiuto contro i Saraceni, ma è stato dimostrato che la finalità del R. fu totalmente missionaria: Luigi (la tuttavia l'appoggio e gli diede una lettera di raccomandazione per il Gran Kan. Parti il 7 maggio da Costantinopoli e giunse alla corte di questo il 27 dic. dell'anno seguente ( 1253 ), dopo esser passato per le corti di molti principi subalterni e aver superato molti pericoli. Ottenne di fermarsi alla corte qualche tempo, ma all'inizio del luglio 1254 dovette prendere la via del ritorno, con un itinerario diverso che nell'andata, e giunse l'anno seguente, in estate, in Terra Santa, ove i superiori lo destinarono nuovamente ad Accon, come lettore. Non avendo ottenuto il permesso di recarsi da Luigi IX, a Parigi, per raccontargli a voce i risultati della sua spedizione, indirizzò a lui il suo Itinerarium, che è una delle relazioni più preziose che ci abbia lasciato il medioevo sui Tartari, per le minute descrizioni degli usi e costumi, le importanti notizie geografiche, l'esattezza delle informazioni, e cui contribuì la vasta preparazione culturale che il R. vi dimostra. Ottenuto mediante il Re di Francia il permesso di recarsi a Parigi, lo si trova poco dopo alla corte; poi se ne perde completamente la traccia.

Bibl.: F. M. Schmid, Cber Rubrohs Reise von 1233-31. Berlino 1883; A. Batton, Wilhelm von R., Migrator in V. 1921; A. Van de Wynspert, Sintica Franciot., I, Quararchi 1929, pp. LXV-LXVII, 145-63 e l'ed. critica della relaz. a pp. 164-322.

Alberto Ghinau.
RUCELLAI, FAMIGLIA. - Famiglia fiorentina. Capostipite conosciuto è un Alamanno, che nel sec. xili, per avere estratto da una pianta detta oricella una tinta per colorare le lane, ebbe il soprannome "oricellario".

I R., arricchitisi con la mercatura, si segnalarono per attività culturale e mecenatismo. Giovanni di Paolo (1403-81) fece costruire, su disegno di Leon Battista Alberti, il palazzo familiare e la facciata di S. Mario Novella. Bernardo di Giovanni ( $144^{8-1514}$ ) sposò Nannina, nipote di Cosimo il Vecchio: favorito da Lorenzo de' Medici fu, invece, osteggiato da Piero; più tardi, in odio al Soderini, si ravvicinò ai Medici; fu autore di storie; e gli «Orti Oricellari», divennero sede dell'Acadamia platonica (per suo figlio Giovanni v. sotto). Altri ecclesiastici furono: P.Chdouro di Giovanni (14361497), domenicano di S. Marco con il nome di fra Santi, onorato nell'Ordine come venerabile; Simone di Vanni (1460-1514), canonico fiorentino, rettore dello Studio di Pisa, collettore apostolico di Toscana sotto Alessandro VI e cameriere di Giulio II; Francesco di Filippo (1466-1503), vescovo di Pesaro nel 1499, vicelegato a Bologna nel 1502; Annibale di Luigi (m. il 28 genn. 160: a Roma) che, vissuto in Francia dove ebbe il vescovato di Carcassona ( $1^{\circ}$ apr. 1569), al suo ritorno in Italia fu da Clemente VIII nominato legato di Bologna e Ancona e maestro di casa; Luigi di Orazio (m. nel 1627), che seguì in Francia Maria de' Medici e dopo averle dato larghi siuti, caduto in disgrazia del Richelieu, si dette alla milizia e morì in battaglia. Nel sec. xvili va ricordato Giulio di Paolo Benedetto (1702-78), professore nell'Università di Pisa, ministro delle finanze sotto Pietro Leopoldo, ispiratore della politica giurisdizionalistica di lui.

Bibl.: L. Passerini, Genealogia e storia della famiglia R., Firenze 1861 ; A. Mercati, Frammenti di una corrispondenza di Giovanni R. nunzio in Francia (1511), in Arch. Soc. romana storia patria, 71 (1948), pp. 1-47. Roberto Palmarocchi

Giovanni, poeta, n. a Firenze il 20 ott. 1475, m. a Roma il 3 apr. 1525 .

Cugino di Leone X, pur nelle cure politiche compose due tragedie: la Rosmunda e l'Oreste. Divenuto ecclesiastico, fu nominato da Clemente VII custodiano di Castel S. Angelo, nella cui causa mori alla vigilia di ricevere il cappello cardinalizio. L'opera sua più nota è l'elegante poemetto didascalico Le Api, dedicato al Triasino, e in gran parte condotto sul IV l. delle Georgiche di Virgilio.

## Page 850

Contiene un accenno (vv. 358-79) all'elezione al pontificato di Clemente VII.

Bibl.: Le Api, a cura di S. Fasini, Milano 1904. Studi: G. Toffanin, Il Cinquecento, $2^{2}$ ed., Milano 1941, pp. 453-56. Lanfranco Fiore

RUCH, Charles. - Teologo e vescovo, n. a Nancy il 24 sett. 1873, m. a Strasburgo la notte sul 29 ag. 1945.

Sacerdote nel 1897 , l'anno seguente iniziò il suo insegnamento dogmatico nel seminario di Nancy, e con indagini particolari sullo sviluppo storico del dogma diede consistenza positiva alle tesi della teologia scolastica, soprattutto a quelle riguardanti i Sacramenti. Frutto maturo sono gli ampi articoli Confirmation, Eucharistie dans l'Ecriture, Extrême Gaction, Messe dans l'Ecriture et dans les Pères jusqu'à st Irénée, pubblicati nel DThC. Vicario generale e coadiutore del suo vescovo mons. Turinaz (1907-14), cappellano militare durante la guerra (1914-18), gli successe nel 1918. Trasferito a Strasburgo nel momento delicato del ritorno dell'Alsazia alla Francia, mons. R. con tenace prudenza si affermò vindice delle più belle tradizioni religiose della regione; nella guerra del 1939-45 al farvido spirito patriottico congiunse l'esercizio della carità.

Bibl.: L. Berra, La Francia nel volto di due etá, Milano 1936. pp. 121-32; P. Lorsun, Ch. R. de'qque de Strasbourg, Stra-sburgo-Paigi 1948. Antonio Pielant

RUCHERAT: v. GIOVANNI DI VESALIA.
RUDIGIER, Franz Josef, venerabile. - Vescovo di Linz (Austria superiore), n. a Parthenen (Vorarlberg) il 6 apr. 1811 , m. a Linz il 19 nov. 1884.

Dopo gli studi ecclesiastici a Bressanone, fu ordinato sacerdote ( 12 apr. 1835 ), entrò nella cura d'anime, ma presto fu mandato per gli studi superiori a Vienna, quindi fu professore nel seminario di Bressanone. Richiamato a Vienna (1845) come direttore del Frintanaeum (Istituto di studi superiori ecclesiastici), venne nominato cappellano della corte e precettore dei futuri imperatori Francesco Giuseppe (Austria) e Massimiliano (Messico). Nel 1848 tornò in diocesi, come prevosto di S. Candido, e dal 1850 come canonico della cattedrale di Bressanone e rettore del Seminario. Nel 1852 Francesco Giuseppe nominò il R. vescovo di Linz ( 19 dic.), che venne consacrato il 5 giugno 1853.

Il R. fu vescovo zelante, esemplare, strenuo difensore della libertà e dei diritti della Chiesa, e dei diritti della sua sede. Fece parte, secondo la costituzione, delle diverse camere a Linz e a Vienna. In seguito ad una lettera pastorale sulla scuola e il matrimonio cattolico fu accusato, condannato, ma graziato per diretto intervento dell'Imperatore; ebbe lunghe lotte a causa del sequestro ingiusto dei beni della mensa vescovile (1869-71). Fu grande predicatore, sostenne la stampa cattolica, favorì il movimento sociale cattolico, le varie associazioni ecclesiastiche e civilì dei cattolici, difese validamente la scuola confessionale. La diocesi esisteva soltanto da mezzo secolo, ed il R. fece moltissimo per la sua definitiva sistemazione; considerando l'insufficienza della Cattedrale, la ex-chiesa dei Genalti, iniziò nel 1862 la grandiosa nuova Cattedrale gotica, di cui egli stesso vide terminate la cappella votiva e parte del coro, nonché il campanile (la consacrazione del complesso ebbe luogo soltanto nel 1924). L'introduzione della causa della sua beatificazione si ebbe il 6 dic. 1905.

Il suo successore, mons. Doppelbauer, pubblicò le prediche scelte ( 2 voll., $2^{2}$ ed. 1901-1905), gli esercizi ( 2 voll., $2^{2}$ ed. 1908); le pastorali ( 1888 ) e altri volumi di prediche ( 2 voll., $2^{2}$ ed. 1908).

Bibl.: K. Meindl, Leben und Wichen des Bischofs R., 2 voll., Linz 1891. Vita popolare: B. Scherndl, Der Ehrze. Diener Gottes F. 7. R., $2^{2}$ ed., ivi 1913. La sua vita fu anche romanzata con molto gusto: A. Müller-Guttenbrunn, Es war eimal ein Bischof, Vienna 1912; e drammatizzata: A. Bleibtreu, R., Linz 1931; A. Innerkofler, Bischof R., Vienna 1937. Giuseppe Löw

RUDINI, Antonio Starabba, marchese di. Statista, n. a Palermo il 16 marzo 1839, m. a Roma
![img-50.jpeg](img-50.jpeg)
(da B. Scherndl, F. J. H. Ratisbaun-Hama 1969. Rudigier, Franz Josef, venerabile. Ritratto.
putato, capeggiò la destra. Nel 1891 (prima caduta di Crispi) divenne presidente del Consiglio e tornò ad esserlo nel 1896, dopo Adua.

Fu rigido restauratore delle finanze ( $=$ ministero della lesina -) e anticolonialista (- politica del picde di casa -); in politica ecclesiastica fu seguace del Tanucci come assertore della supremazia statale. Gli scandali politici e le agitazioni sociali culminate nei fatti del maggio 1898, che non seppe fronteggiare con energia e discernimento (nelle violente repressioni furono coinvolte in un unico fascio con le associazioni del socialismo le nascenti organizzazioni sociali cattoliche, provocando più tordi l'epistola pontificia Spesse volte del 5 sett. 1898), lo costrinsero a dimettersi e a ritirarsi dalla vita politica. Alla sua morte non volle i Sacramenti, ma il Crocifisso.

Bibl.: S. Cilibrizzi, Storia parlamentare politica e diplomatica d'Italia. I, Roma 1922, pp. 561-62; II, ivi 1925, pp. 421-48; III, ivi 1925, pp. 1-87; M. Rosi, L'Italia odierna, II, III, Torino 1927, pp. 1956-83; D. Farini, Diario del 1896, Milano 1942. Augusto Moreschini
RUDNAY, Alexander. - Cardinale primate d'Ungheria, n. a Svätý Križn. Vähom (Slovacchia) il 4 ott. 1760 , m. a Strigonia il 13 sett. 1831.
${ }^{1}$ Vescovo di Transilvania (1815), arcivescovo di Strigonia e primate (1819), divenne cardinale nel 1828. Fin dal 1820 aveva deciso di trasferire nuovamente nell'antica sede la metropolitana strigoniense, che dal 1543 era a Trnava nel retroterra di Strigonia. A tal fine intraprese la grande costruzione della nuova Cattedrale dedicata alla Vergine ed a s. Adalberto sul promontorio strigoniense, al posto di quella distrutta dai Turchi. Nel 1822 tenne il Sinodo nazionale in Bratislava. Fu, tra l'altro, autore di pregevoli prediche nella lingua slovacca, poi pubblicate in volume.

Bibl.: Memoria Basilicae Strigoniensis, Pestini 1856.
Michele Lacko
RUFFINI, Francesco. - Giurista e storico, n. a Lessolo Canavese il 10 apr. 1863, m. a Torino il 29 marzo 1934. Laureatosi in giurisprudenza a Torino nel 1886, perfezionò i suoi studi a Lipsia alla scuola di E. Friedberg. Nel 1891 libero docente in Diritto ecclesiastico, poi incaricato della stessa materia nell'Università di Pavia (1892-93), indi straordinario in quella di Genova (1893). Dal 1899 tenne la cattedra di storia del Diritto italiano nell'Università di Torino, passando nel 1908 a quella di Diritto ecclesiastico nello stesso Ateneo. Cessò dall'insegnamento nel 1932, essendosi rifiutato di prestare giuramento al regime fascista. Fu presidente dell'Accademia delle scienze di Torino, senatore del Regno dal 1914, ministro della Pubblica istruzione nel 1916-17, socio nazionale dell'Accademia dei Lincei.

## Page 851

Fu uno dei capiscuola del diritto ecclesiastico nelle Universita statali italiane ed il suo apporto fu decisivo per l'affermazione della autonomia scientifica e didattica della disciplina. A differenza di altri giuristi laici, che limitavano lo studio del diritto ecclesiastico alla parte interessante la legislazione statale, il R. sostenne sempre la fondamentale importanza del diritto canonico. Dello studio di quest'ultimo egli fu riconosciuto come il restauratore in Italia, dopo il lungo e graduale decadimento culminato con l'abolizione delle facoltà teologiche nel 1873, in cui questa disciplina era caduta.

Caratteristica del pensiero del R. è la concezione storica della scienza giuridica, che egli considerava l'unica veramente positiva. Questa profonda sensibilità del R. per la storia poté farlo giudicare da alcuni più storico che giurista positivo. Ma, come esattamente scrisse il Croce, - il R. era fondamentalmente un giurista, ed alla formazione dei principi ed istituti giuridici andava sempre il suo occhio nella considerazione della storia ". Tra i suoi lavori giuridici principali, vanno ricordati, oltre la celebre traduzione del Trattato di diritto ecclesiastico del Friedberg, con ampie note e appendici relative all'Italia (Torino 1893), i saggi sopra l'Actio spoli (ivi 1889), La buona fede in materia di prescrizione (ivi 1892), Le tasse di risoendicazione e esinculo (ivi 1894), La rappresentanza giuridica delle parrocchie (ivi 1896), Le decine contrattuali (ivi 1902), La quota di concorso (ivi 1904), Le spese di culto delle opere per (ivi 1908), Il «ius exclusivae» nell'elezione del Pontefice (ivi 1910); nonché i fondamentali studi su la Classificazione delle persone giuridiche in Siniboldo dei Pirochi e in C. F. Soriguy (1898-1909), ed altri importanti temi di diritto pubblico e privato. Vastissima parte della sua produzione è poi dedicata ai problemi della libertà religiosa nella storia dell'idea e nei suoi riflessi giuridici (1901-24), nonché alle questioni inerenti ai rapporti fra Chiesa e Stato in Italia e in Francia (1902-31). Largamente noti, fuori del campo strettamente giuridico, i suoi studi sul socinianismo e sul giansenismo, a cui sono connessi i lavori sul Cavour (1912-31) e quelli, molto discussi nelle conclusioni, ma sempre preziosi per ricchezza di materiali e per ricostruzione di ambienti, sulla vita religiosa del Manzoni (1925-31); opere nelle quali si riflette particolarmente l'espressione della coscienza politico-religiosa del R., informata a un liberalismo dottrinale spesso tollerante.

Bibl.: E. Dervieux, Bibl. di F. R., in L'Opera cinquantenaria della R. Deput. di stor. patria, Torino 1934, pp. 473482; M. Falco, in Riv. di dir. priv., a (1934), p. 202; A. C. Jemolo, F. R., in Arch. giur., 112 (1934), p. 110 sgg.; G. Solari, La vita e l'opera scientifica di F. R., in Riv. intern. di Rlor. del dir., 12 (1935), p. 191 sgg.; S. W. Halperin, F. R., in Some historians of Modern Europe. Essays in historiography..., Chicago 1945, p. 329; A. Bertola, La vita e l'opera di F. R., in Ann. dell'Univ. di Torino, 1946-47, p. 20 sgg. e in Giurisprudenza italiana, 1949, parte $4^{2}$, p. 89 sgg. Arnaldo Bertola

RUFFINI, Giovenale di Nonsberg: v. GiOVENALE DI VAL DI NON.

RUFFINO d'Assisi, beato. - Uno dei primi compagni di s. Francesco, imparentato con s. Chiara di Assisi.

Si distinse come uomo di alta contemplazione. Intimo di s. Francesco, fu spesso a parte delle sue rivelazioni e dei suoi segreti : fu tra i pochissimi che ne constatarono le stimmate, specie quella del costato, fin che era in vita. Il suo nome è legato alla Legenda trium sociorum (v. quesstione francescana) che egli, con frate Leone e frate Angelo, scrisse sulla vita di s. Francesco, firmando la lettera-prologo da Greccio il 12 ag. 1246. M. nel 1270. Fu tosto venerato, ma il culto non fu mai riconosciuto.

Bibl.: oltre i vari sccenni offerti dalle fonti biogr. di s. Francesco (cf. Anal. Franc., X, indici) una vita che risale ai primi del Trecento si ha nella Chronica XXIV Generalium, in Anal. Franc., III, Quirarchi 1897, pp. 66-24; P. Sabatier, Attus $k$. Francisei, Parigi 1902, pp. 107-20; Wadding, Annales, IV, pp. $331-35$.

RUFFO. - I. Tommaso, cardinale, n. a Napoli nel 1663, m. a Roma il 16 febbr. 1753.

Completò la sua educazione nel Collegio Clementino, dimostrando passione per gli studi di diritto, per attendere ai quali ricusò l'incarico di internunzio a Bruxelles, offertagli da Innocenzo XI. Vicedelegato a Ravenna, nuncio in Toscana, maestro di camera di Innocenzo XII e di Clemente XI, il quale lo creò cardinale ( 17 maggio 1706). Governò come legato Ravenna, Ferrara, Bologna e di nuovo Ferrara, della quale fu vescovo dal 1717 e che per lui fu eretta in arcivescovato. Vescovo di Ostia e di Velletri, nel 1740 fu nominato vicecancelliere di S. Chiesa e segretario del S. Uffizio. Nel Conclave del 1740 la sua candidatura, che incontrava favore, fu osteggiata dall'Austria e dalla Francia.

Bibl.: L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali, VIII, Roma 1794, p. 86; Moroni, LIX, p. 215; Pastor, XVI, 1, pp. 9-11. Vittorio E. Giuntella
II. Fabrizio, cardinale, n. a S. Lucido (Cosenza) il 16 sett. 1744, m. a Napoli il 13 dic. 1827.

Dallo zio card. Tommaso fu affidato per la prima educazione a Giovanni Angelo Braschi