. 86; Moroni, LIX, p. 215; Pastor, XVI, 1, pp. 9-11. Vittorio E. Giuntella
II. Fabrizio, cardinale, n. a S. Lucido (Cosenza) il 16 sett. 1744, m. a Napoli il 13 dic. 1827.
Dallo zio card. Tommaso fu affidato per la prima educazione a Giovanni Angelo Braschi, il futuro Pio VI. Compì gli studi nel Collegio Clementino. Entrato in prelatura, venne da Pio VI ammesso fra i referendari delle due Segnature e nominato chierico di camera (1781). Tesoriere generale della Camera apostolica al principio del 1783, si applicò all'attuazione della politica riformatrice del Pontefice; perciò attese ad abolire le barriere feudali, che intralciavano il commercio interno, riordinò le dogane ai confini dello Stato, proteggendo con opportune disposizioni fiscali le manifatture ed agevolando lo sviluppo di una marina mercantile, la coltivazione della canapa e del cotone, le fabbriche di telerie e di torreglie, le filiere di rame e di ferro, la lavorazione del cuoio. Alcuni provvedimenti, come l'abolizione di vincoli produttivistici, l'appoderamento e la concessione in enfiteusi ai contadini di beni camerali, la limitazione dei poteri dei cardinali legati, valsero al R. molte interessate ostilità, che crebbero con l'aggravarsi della situazione politica ed economica dello Stato dopo lo scoppio della Rivoluzione in Francia. Pio VI, per allontanarlo, lo creò cardinale discono il 2r febbr. 1794 (nel Conclanaro del 26 sett. 1791 lo aveva riservato in pectore). Tornato a Napoli, fu dal Re nominato intendente di Caserta, con l'incarico della sorveglianza sulle manifatture della colonia agricola-industriale di S. Leucio. Pio VI vivamente disapprovò l'accettazione di questi incarichi, considerò un'usurpazione il conferimento al R. dell'abbazia di S. Sofia di Benevento, arbitrariamente dichiarata di regio patronato.
Dopo l'invasione dei Francesi, Ferdinando IV. rifugiatosi a Palermo, lo nominò il 23 genn. 1799 vicario generale del Regno affidandogli la riconquista. Sbarcato in Calabria, nei pressi della Punta del Pezzo ( 8 febbr. 1799), quasi solo, senza danaro e senza armi, riuscì a radunare, se non a disciplinare, le masse degli insorti, formatesi dopo la dispersione dell'esercito regolare.
Incline alla moderazione e alla clemenza, non ostante i contrari insitamenti di Ferdinando e di Maria Carolina, si sforzò di contenere la ferocia e la rapina delle sue bande, ma non riusci ad impedire eccessi, come quelli avvenuti a Crotone ( 22 marzo) e ad Altamura (ro maggio). Al successo dall'impresa contribuì l'accorta azione del R. a sollievo delle misere condizioni del popolo minuto, cosicché quasi dovunque l'avanzata dell'armata delle Sante Fede fu accompagnata dalla sollevazione popolare contro le classi abbienti, tra le quali la Repubblica partenopea aveva trovato maggiori consensi. Penetrato in Napoli ( 15 giugno), il R. patteggiò con i difensori dei forti una capitolazione onorevole, che i Sovrani ed il Nelson non vollero rispettare, aggiungendo così alle sanguinose violenze una spietata repressione. Il R., che non aveva mai cessato di raccomandare un largo e generoso perdono per fondare una durevole restaurazione sulla pacificazione degli animi, ormai in disgrazia, nel nov. lasciò Napoli per il Conclave in Venezia.
Durante l'Impero napoleonico, fu tra i cardinali inclini a tollerare la politica religiosa dell'Imperatore. Dopo la restaurazione, Pio VII gli affidò la soprintendenza
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(1st. Enc. Cutt.)
Rufino Turannio - Incipit del Liber historise ecclesiasticae di Eusebio, tradotto da R. T. Ed. G. F. de Lignemine (1476). Exemplare della Biblioteca Vaticana.
delle deputazioni dell'Annona e della grascia e la prefettura delle bonifiche pontine (1821). Passò gli ultimi anni a Napoli, dedito ai suoi prediletti studi di arte militare, di economia e di agricoltura.
Bibl.: Moroni, LIX, p. 216 sgg.: J. A. von Helfert, $F$. R., Firenze 1882; D. Sacchinelli, Mem. stor. sulla vita del card. F. R., Roma 1895; F. P. Badham, Nelson e R., Roma 1907; A. Manes, Un card. condottiero, F. R. e la Repubblica partenopea, Apula 1930; M. Leli, La Santa Fede. La spedic. del card. R. (1799), Padova 1936; V. Giglio Il card., R. e la Santa Fede. in Cultura moderna, 1939, pp. 191-98, 276-80, 348-52: La ricomputita del Regno di Napoli nel 1799. Lettere del card. R., del re, della regina e del ministro Acton, a cura di B. Croce, Bari 1943; E. Piscitelli, F. R. e la riforma economica dello Stato pont., in Arch. della Soc. rom. di stor. patria, 74 (1951), pp. 69-145. Vittorio E. Giuntella
RUFFO SCILLA - I. LugiI, seniore. - Cardinale, n. a S. Onofrio (diocesi di Mileto) il 25 ag. 1750, m. a Napoli il 16 nov. 1832. Eletto da Pio VI l'11 apr. 1785 arcivescovo titolare di Apamea e nunzio apostolico a Firenze, dimostrò prudenza ed abilità nella trattazione di gravi affari e particolarmente di quelli relativi all'attività del vescovo di Pistoia a Prato, Scipione de' Ricci, e al conciliabolo da lui promosso.
Trasferito nel 1795 a Vienna, confermò le sue doti reggendo quella nunziatura in momenti molto delicati, particolarmente per la ripercussione che avevano in Austria gli avvenimenti di Francia, che culminarono con la deportazione e con la morte di Pio VI. Ebbe parte notevole nell'appianare le varie difficoltà affinché il Conclave potesse tenersi in Venezia e Pio VII, il 23 febbr. 1801, lo creò cardinale del titolo dei SS. Silvestro e Martino ai Monti. Il 9 ag. 1802 lo inviò arcivescovo a Napoli. II R. S. iniziò subito la visita, provvide ai restauri della Cattedrale, che dotò di preziosi arredi sacri, eresse, tra l'altro, la sepoltura
dei vescovi, rifece il salone dell'episcopio, fu sempre generosissimo con i poveri e con i sofferenti, specic nel terremoto del 26 luglio 1805 che danneggiò gravemente la città. Per non aver voluto prestar giuramento di fedeltà a Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, dovette lasciare Napoli nel 1806; di là nel 1809 fu trascinato in Francia ove Napoleone avrebbe volutorelegario nell'Ospedale dei pazzi di Charenton; ma poi lo fece esiliare a S. Quintino. Fu nel novero dei s cardinali neri e successivamente relegato a Fontainebleau, a Grosse e a Savona. Tornato a Napoli dopo la restaurazione, fu accolto trionfalmente dal popolo e nel 1817 tenne un sinodo i cui atti diede alle stampe.
Bibl.: L. Alpago Novello, Il Conclave di Gregorio XVI, Venezia 1924, p. 24; U. Beseghi, I Cardinali Neri, Firenze 1944, p. 121: E. Consalvi, Memorie, ed. da Nasalli Rocca di Cotneliana, Roma 1992, p. 114 e passim; Moroni, LIX, n. 220.
II. Luigi juniore. - Cardinale, n. a Palermo il 16 apr. 1840 , m. a Roma il 29 maggio 1895. Compiuti gli studi in Napoli, entrò nella carriera ecclesiastica.
Dopo essere stato successivamente cameriere segreto soprannumerario e prelato domestico, venne da Pio IX, il 28 dic. 1877, eletto arcivescovo di Chieti ed amministratore perpetuo di Vasto. Si rese grandemente benemerito della diocesi: rimodernò l'episcopio, restaurò in Cattedrale la cripta di S. Giustino e la grande cappella del Sacramento. Leone XIII, nel 1878 , lo inviava suo rappresentante a Londra per le feste giubilari della regina Vittoria. Trasferito il 23 maggio 1887 alla sede titolare arcivescovile di Petra, fu nominato nunzio apostolico in Baviera e dovette sostenere non poche difficoltà sia a causa della tragica morte del re Luigi II (1886), sia per l'esito sfavorevole delle elezioni politiche. Maggiordomo nel 1889, fu poi il 14 dic. 1891 creato cardinale di S. Maria in Traspontina.
Bibl.: neerologio, in L'osservatore Romano del 30 maggio 1895; E. Soderini, Leone XIII, III, Milano 1033, p. 374 e passim. Mario de Camilla
RUFINO TURANNIO. - Scrittore ecclesiastico, n. a Concordia nella Venezia orientale ca. il 345 dalla gente Turannia, della quale si hanno memorie locali; studiò a Roma dove ebbe compagno s. Girolamo (v.), passò ad Aquileia quand'era vescovo s. Valeriano (lo era prima del 371) dove fu istruito da Cromazio, allora prete poi vescovo d'Aquileia (v.), e dai diaconi Iovino ed Eusebio; vi fu battezzato e fece professione di vita monastica. Qui rinnovò l'amicizia con Girolamo che v'era accorso da Treviri.
Verso il 373 un s subitus turbo s, un's impia avulsio s, come si esprimeva Girolamo stesso, ruppe il gruppo che s'era formato intorno a loro. R. allora si portò di nuovo a Roma e nel 374 accompagnò Melania seniore (v.), la grande dama cristiana, in Egitto e rimase fra i monaci, mentre Melania si recava in Palestina. Ad Alessandria, R. ascoltò Didimo il cieco (v.), studiò le opere di Origene e dei Padri greci, fece conoscenza con Giovanni, il futuro vescovo di Gerusalemme, con Teofilo il futuro patriarca di Alessandria ed ebbe a subire violenze da parte degli ariani. Nel 378-79, R. raggiunge Melania a Gerusalemme, prese stanza nel monastero del Monte degli Ulivi e fu ordinato prete nel 390 . Per la Pasqua del 393 Epifanio, vescovo di Salamina, giunse a Gerusalemme per combattervi l'origoniano contro il vescovo Giovanni, sostenuto da R. e da Melania, e vi trovò ascolto presso Girolamo, che con Paola stava a Betiemme: di qui la prima rottura fra lui e R. che venne però composta nel 397. In quell'anno R. torna in Occidente, tutto compreso del proposito di farvi conoscere i Padri orientali, e nella Quaresima del 398 pubblica la traduzione del De principitis ( $\mathrm{II}_{29} \mathrm{I}$ : Ag76iv) di Origene, che non mancò di suscitare scandalo. L'avere egli nella prefazione accennato alla ammirazione avuta un tempo da Girolamo per Origene provocò la seconda rottura tra i due che fu causa d'una incresciosa polemica fra loro. Nel 398-99 R., in occasione della morte della madre, ritornò in Aquileia e vi si incontrò con Paoliniano fratello di Girolamo, già
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ordinato prete. Cromanzio (vescovo dal 388) si intromette per rimetter pace fra R. e Girolamo (Girolamo, Contra Rufin., III, n. 2), senza però riuscirvi, ed incita R. a tradurre la Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea. I turbamenti causati dalle invasioni barbariche, particolarmente pericolose nella Venezia orientale, indussero R. a lasciare Aquileia ed a raggiungere di nuovo Melania a Roma; con lei e con altri parenti di lei si portò verso il 408 in una villa sullo stretto di Messina e colà morì nel 411.
L'importanza di R. nella letteratura cristiana occidentale consiste anzitutto nelle sue versioni dal greco. Egli sa tradurre con esattezza e scrupolo, però molte volte procede con grande libertà giungendo sino ad omissioni, aggiunte e modificazioni del testo. Di questa sua libertà di metodo R. dà larga prova nella sua versione della Storia ecclesiastica di Eusebio nella quale ridusse in nove libri i dieci dell'autore, togliendo quello che gli sembrò importante al decimo e unendolo al nono; aggiunse poi di suo altri due libri per condurre l'esposto dal 324 al 395 (morte di Teodosio). Ma certo la storia non era il forte di R.
Le preferenze di R. vanno verso Origene le cui opere prese a stimare durante il soggiorno ad Alessandria e non abbassionò più in seguito. Egli giunse nel suo breve scritto, De adulteratione librorum Origenis (PG 17, 615-32), a sostenere che i passi di Origene che contrastavano con l'ortodossia erano stati male interpretati o corrotti dagli eretici; non fa meraviglia dopo ciò che, traducendo il Ilzgl 'Aggüv, R. si inducesse ad attenuare e modificare in più luoghi il testo di Origene (ibid., 11, 113-414 ove sono intercalati i frammenti del testo greco originario). Egli aggiunse due prefazioni, una al l. I e l'altra al III. Delle sue traduzioni di Origene si conoscono 17 omelie sul Genes, 13 sull'Eoido, 16 sul Levitico, 28 sul Nucuan, 26 su Giosuè, 9 sui Giudici (ibid., 12, 145-990); inoltre 5 omelie sul salmo 36; 2 sul salmo 37 e 2 sul salmo 38 (ibid., 1319-1410). Tradusse inoltre il prologo al Cantico dei Cantici, 3 libri e parte del IV (ibid., 13, 61-198); ed anche i 10 libri del commento sull'Epistola ai Romani (ibid., 14, 833-1294). L'ammirazione per Origene indusse R. a tradurre il primo dei 5 R. dell'Apologia che il martire Panfilo aveva scritto su di lui (ibid., 17, 541-610) ed è quanto si è conservato di quell'opera. R. ritenne opera di Origene anche quella De recta in Deum fidem (ibid., 11, 1715-1884) di Adamanzio e si affrettò a tradurla per dimostrare con essa l'ortodossia di Origene. R. stesso attesta di avere tradotto 10 orazioni di s. Basilio e altrettante di s. Gregorio Nazianzeno. Ne restano 8 con il nome di s. Basilio (ibid., 31, 1723-95) su vari argomenti, ma la settima non è di s. Basilio; nove di s. Gregorio. Di Basilio, R. tradusse anche i due Imitiuta monachorum formandone una specie di catechismo in 203 domande e risposte. Si sa inoltre di traduzioni da Evagrio e rimane quella delle Sententiae (cf. A. Wilmset, in Rev. bémidict., 28 [1911], p. 143). R. tradusse anche quel romanzo religioso che porta il titolo Recognitiones Clementinae di cui non si ha il testo originale (PG 1, 12051454); così tradusse la epistola di Pietro a Giacomo che precede le omelie apocrife di Clemente (ibid., 2, 31-56). Si sa ora che è una traduzione dal greco anche la collezione Vitae Patrum (Historia eremitica, Historia monachorum: PL 21, 387-462), una raccolta di vite di monaci in cui prendendo occasione da un viaggio in Egitto fa conoscere persone ed usanze monastiche (cf. C. Butler, The Lantiae history of Palladius [Cambridge 1898, 1904], contro A. Preuschen, Palladius und Rufinus [Giessen 1898] che pubblica il testo greco). Assai dubbia è l'attribuzione a R. della versione del De bello Iudaico di Giuseppe Flavio. E sua invece la traduzione delle Sentenze di Sesto, opera di un filosofo pitagorico, rifatta da un cristiano, che comprende 451 proverbi; R. la credette scritta da papa Sixti II e fu ripreso per questo da s. Girolamo.
La produzione originaria di R. è assai più limitata; oltre si citati De adulteratione e ai due libri della Storia, essa comprende i due libri De benedictionibus Patriarcharum, commento alle benedizioni di Giacobbe ai suoi figli (Gen. 49, 11 sgg.), scritto ad istanza del vescovo Pao-
lino in cui dimostra la sua predilezione per l'esegesi origenista (PL 21, 295-336). Maggiore importanza ha il Commentarius in symbolum Apostolorum, scritto verso il 404 ad istanza di un ignoto vescovo Lorenzo (ibid., 335-86), il primo che sia rimasto su questo tema, in cui l'autore si propone di spiegare il Simbolo battesimale di Aquileia che egli stesso aveva professato nel Battesimo e che differiva alcun poco da quello di Roma. Egli ha per fonte le catechesi di s. Cirillo di Gerusalemme. Alle controversie origenistiche con s. Girolamo si riferisce l'Apologia ad Anastasium Romanae urbis episcopum (ibid., $623-28$, scritta nel 400 ) in cui professa la sua ortodossia a proposito dei rumori messi in giro contro di lui per la versione del De principiois di Origene. Finalmente l'Apologia in Hieronymum in due libri dedicati ad Aproniano (ibid., 541-624), in cui di nuovo spiega la propria posizione dottrinale confutando le accuse contro di lui e imputando a Girolamo anche la sua passione per i classici. Altre opere sono andate perdute ed altre falsamente attribuite (cf. ibid., 633 sgg.).
Bim.: opere : non si ha una raccolta completa delle opere di R.; per le latine PL 21; per le versioni cf. i citati voll. della PG. L'ed. critica della versione della Storia di Eusebio a affiancata al testo greco originale sul Corpus Bórolinense, IX: Eusebius Werbe, 2 voll., Lipsia 1908-1909, dove a p. 953 sta pure la parte riguardante s. Gregorio Tzamatunzo che R. inseri nel I. VII, 28 di Eusebio; a p. 927 seguono i due lib. i originali che R. aggiunse a quelli di Eusebio (questi due libri anche in PL 21, 461-546). La versione da Adamanzio è pubbl. nella stessa collez., vol. IV, Lipsia 1901; A. Engelbrecht, T. R. Orationum Gregorii Naz. monen interpretatio, in CSFL, 46. Vienna 1910 (mancano nell'ed. Maurina); J. F. De Babeis, Dissertat, duae, quarum prima de T. R., ecc., Venesia 1754; G. O. Marzurtini, Collez. delle opere dei Padri della Chiesa aquiliana, vol. II-VII, Udine 1828; Morivca, II, II, pp. 1164-1112; F. R. Murphy, Rufinus of Aquileia, his life and works, Washington 1243; M. Villain, Rufin of Aquilei et l'histoire ecclés, in Recherches de science religieuse, 33 (1946), pp. 164-210; P. Van de Ven, Encore le Rufin grec, in Mélanges Th. Lefort, Lovanio 1946, pp. 281-94. Pio Paschini
RUFINUS, MAOISTER. - Decretista, vissuto nella seconda metà del sec. xir. La nazionalità e le vicende della sua vita non sono certe, anche perché altri omonimi risultano a Padova e a Bologna verso il principio del sec. xiri.
La critica più recente (dal Singer in poi) generalmente lo identifica con il vescovo di Assisi presente al Concilio Lateranense III (1179) e vissuto certamente fino al 1192. La sua preferenza nel citare esempi, persone, usi e località d'Italia lo fanno supporre italiano, anche se di origine longobarda. Glossatore e illustratore del Decreto di Graziano nello Studio bolognese, lasciò scritta tra il 1135 e 1139 la celebre Summa decretorum (ed. critica di H. Singer, Paderborn 1902), molto citata, plagiata, rielaborata e diffusa dai discepoli, specialmente da Stefano di Tournai in Francia e in Germania e da Giovanni Faustino. Il suo metodo espositivo eccelle per chiarezza, precisione e forma giuridica e dimostra competenza nel diritto canonico e civile.
Bim.: J. F. v. Schultz, Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, I, Stoccarda 1875, pp. 121-30; L. Tanon, Rufin et Huguerin, in Nouvelle revue histar. de droit français et étranger, 13 (1889), pp. 618-728; H. Singer, Die Summa decretorum des m. R., Paderborn 1902, pp. viIcxxxviI; Hurter, II, coll. 208-209; S. Kuttner, Repertorium der Kanonistik, Città del Vaticano 1937, passim; B. Kurtschold, Historia iuris canonici, I, Roma 1943, p. 240. Augusto Moreschini
RUFO (Rufus, 'P'Gúpsq). - Nome comune tra gli schiavi e, in genere, tra le persone di condizione umile; ricorre due volte nel Nuovo Testamento: Mc. 15, 21; Rom. 16, 17, restando dubbio se trattisi di un solo o di due personaggi.
Nel primo testo R. è ricordato, col fratello Alessandro, come figlio di Simone di Cirene, che i soldati romani angariarono per portare la croce di Gesù; a Cirene (v.) abitavano molti giudei. Nel secondo testo viene salutato un R. come personaggio eminente ( $\varepsilon \alpha \lambda \varepsilon \alpha \tau \delta \varsigma$ non equivale a "cristiano", ma indica o le qualità o la posizione di R.) della comunità di Roma; e viene salutata anche
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la madre di lui, detta da Paolo madre anche sua. Questa donna aveva avuto quindi particolare cura di Paolo, o in un periodo della sua vita che potrebbe essere quello trascorso a Gerusalemme a ai piedi di Gamaliele» (Act. 22, 3), o in altre circostanze non specificate. Cio deporrebbe per l'identità di R. figlio di Simone e di R. membro della comunità di Roma. La cura di s. Marco di ricordare i due fratelli Alessandro e R. suggerisce che uno di essi, almeno, fosse noto alla comunità cristiana di Roma, per la quale scriveva l'Evangelista.
BibL.: A. C. Headlam, s. v. in Dict. of the Bible di J. Hastings, IV, p. 315; L. Fillion, s. v. in DB. V, col. 1267 sgg. M.-J. Lagrange, Evangelio selon St Marc, $4^{4}$ ed., Parigi 1928, ristampa 1947, p. 425 ; J. Huby, St Marc, $43^{2}$ ed., ivi 1948, p. 417 sgg.
Tondorico da Castel San Pietro
RUGGERO, santo. - Vescovo di Canne e patrono di Barletta, n. a Pietra, frazione della medesima città.
Alcuni studiosi sostennero che fosse fiorito nel sec. v, ma senza alcuna prova; i documenti invece venuti in luce nell'Archivio di quel vescovato, ora in Barletta, nell'Archivio Vaticano e in altri, dimostrano che la serie dei vescovi di Canne comincia il rogo e l'unico vescovo R., compreso in detta serie, è quello nato verso il ro6o e fiorito tra il i roo e il 1128 . Nel 1102 R. prese parte alla consacrazione della cattedrale di S. Sabino in Canosa con papa Pasquale II; assistette alla distruzione della sua città, avvenuta per mano di Roberto il Guiscardo col ro83. I cittadini di Canne, costretti dalle guerre, emigrarono a Barletta nel 1276 e vi trasportarono il corpo di R. nel monastero di S. Stefano, dove tutt'ora si conserva in un'urna di argento, che si porta in processione il 30 dic., giorno della sua morte. La S. Congreg. dei Riti, il 27 nov. 1942, approvò il nuovo Ufficio del Santo.
BibL.: Acta SS. Octobris, VII, Parigi 1869, pp. 70-77; N. Monterisi-S. Santeramo, Studi e documenti su s. R. protettor' di Barletta, Barletta 1939; S. Santeramo, I vescovi di Canne" Nazareth e Barletta, ivi 1940.
Salvatore Santeramo
RUGGERO di Marston. - Francescano inglese, filosofo e teologo, n. un po' prima della metà del sec. xili, m. a Norwich ca. il 1303 . Studente a Parigi fra il 1269 e il 1272 , insegnò a Oxford (1277), quindi nel 1285 a Cambridge. Resse la provincia francescana d'Inghilterra dal 1292 al 1298.
Lasciò quattro Quodlibeta e alcuna Quaestiones disputatas. R. di M., per la sua dottrina sull'illuminazione divina e sull'intelletto agente, mostra d'aver subito l'influenza, più che di Bonaventura, di Ruggero Bacone (v.) e di Guglielmo di Alvernia (v.). Il Gilson vede in questa dottrina un caso di agostinianismo avicennizzante. Di recente è stata messa in rilievo anche la sua teoria d'ispirazione agostiniana sulle species intentionales, tendente ad affermare l'essenziale attività dell'atto conoscitivo. A s. Tommaso rimprovera di dar troppo peso agli argomenti dei filosofi per dimostrare l'immortalità dell'anima, che è una certezza solo per la sapienza cristiana.
BibL.: per la vita, gli scritti e le darrine di R. d. M. sono fondamentali i Prologomena in principio del volume: Rog. Marst., Quaestiones disput. de emanatione aeterna, de statu naturae lupiae et de anima, Quaracchi 1932. ove si tien conto anche di precedenti studi; E. Gilson, R. M. un cas d'augustinsme avicennisant, in Arch. d'hist. dactr. et litt. du moyen âge, 7 (1932), pp. 37-42; S. Belmond, La theorie de la conmaist. d'aprts R. M., in La France francisc., 17 (1934), pp. 153-87; S. Vanni-Rovighi, L'inmmort. dell'anima nel maestro francesc. dal sec. XIII, Milano 1936, pp. 152 160; F. Prezioso, L'attivild del soggetto pensante nella gnoseologia di Matt. d'Augussparta e di R. M., in Antonianum, 25 (1950), p. 282 sgg.; B. Nardi, Oggetto e soggetto nella filosofia, antica e mediev., Roma 1952, p. 34 sgg.
Bruno Nardi
RUGGERO I, conte di Calabria e di Sicilia. - Ultimo figlio di Tancredi di Altavilla, giunse in Italia quando il fratello Roberto era già conte di Puglia; da lui fu mandato a guerreggiare in Calabria, ne completò l'occupazione con la presa di Reggio nel ro6o e ne pretese una parte a titolo feudale (ro62), quando già si era intrapresa la conquista della Sicilia. Questa impresa poté apparire come una cro-
ciata, ma era imposta da necessità militari, politiche ed economiche.
Roberto il Guiscardo (v.) che l'aveva promossa vi partecipò solo in qualche momento e investi R. delle terre occupate e da occupare con il titolo di conte di Calabria e di Sicilia. La completa occupazione dell'Isola richiese però altri vent'anni di lotta continua, perché i superstiti nuclei musulmani, rinforzati da elementi continuamente affluenti dall'Africa, si difendevano accanitamente sino talvolta a prendere l'offensiva e poté dirsi conclusa soltanto nel ro99 con la presa di Noto. Alano da avventure rischiose, R. non partecipò alla prima Crociata, ma facendosi cedere dai deboli successori di Roberto il Guiscardo i territori calabresi e siciliani che questi si era riservato, in cambio degli aiuti forniti contro i sudditi ribelli, consolidò la sua signoria siculocalabrese ed attese ad organizzarla, valendosi di elementi normanni e di elementi indigeni, latini, greci o musulmani.
La conquista della Sicilia comportava la necessità di ordinare nell'Isola i rapporti ecclesiastici che la conquista musulmana aveva profondamente turbati e di renderli corrispondenti alle condizioni create delle nuove circostanze. R. si rivolse percio alla S. Nede. Questa però era ancora preoccupata dalle lotte contro Enrico IV imperatore; percio Urbano II il 5 luglio ro98 concesse a R. di procedere nell'assestamento come legato apostolico e fu questo l'inizio di quell'istituto che prese il nome di monarchia sicula (v.) e duro anche quando non sussistevano più le circostanze che l'avevano creato.
Morì a Mileto il 22 giugno 110 r. Ricerche recenti dimostrano come egli, rispettando la proprietà privata esistente, riservasse al demanio regio la massima parte delle terre che sotto i musulmani avevano appartenuto al fisco limitando al minimo le concessioni feudali, mentre il regolare funzionamento della sua autorita sovrana faceva illanguidire e spegnere nelle città quei germi di regime autonomo che si erano manifestati nell'ultimo periodo della dominazione musulmana.
BibL.: fonti: Amato di Montecassina, Hist. Normannorum, a cura di V. de Bartholomusio, Roma 1933; Guglielmo di Puglia, Gesta Roberti Wiscardi, in RIS, V; MGH, Scriptores, IX; Goffredo Malaterra, De rebus patris Rugerii conotis et Roberti Piscerdi diviti fratris eius, in RIS, V, 1, nuova ed. a cura di E. Pontieri, Per i diplomi normanni; R. Pieri, Sicilia sacra, Palermo 1733 e le raccolte di pernassone e diplomi greci e arabi del Cusa e dello Spata, ecc.; G. Fasoli, Problemi di storia mediev. siciliana, in Sicolorum gymnasium, Palermo 1951, pp. 1-20; cf. C. A. Garufi, I diplomi med. dell'età normanna, doc. per servire alla storia della Sicilia, 1* serie, XVIII, Palermo 1899 e K. A. Kehr, Die Urkunden der normannisch-akral. Könige, Berlino 1902. Studi : una ricchissima bibl. sistematicamente ordinata si trova in F. De Stefano, Stor. della Sicilia dal sec. XI al XIX, Bari 1948, cui vanno aggiunti: E. Jordan, La politique ecclisiasa. de Roger I et les origines de la légation sicilienne, in Moyen age, $2^{\circ}$ serie, 24-25 (19221923); C. Ceci, Normanni d'Italia e Normanni d'Inghilterra, in Arch. scientifico, 7 (1932-33); M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia mediev., Roma 1947; E. Pontieri, Tra i Normanni nell' Ital. merid., Napoli 1948; F. Giunta, Bizantini e bizantinismo nella Sicilia normanna, Palermo 1950. Gina Fasoli
RUGGERO II, re di Sicilia. - Figlio di Ruggero I e di Adelaide del Monferrato, n. nel ro95; perduto il padre nel 110 r , rimase sotto la tutela della madre. Vigorosa tempra di uomo di Stato, appena uscito di minorità R. II iniziò una politica di espansione mediterranea che sospese quando la morte senza eredi dell'ultimo duca di Puglia, Guglielmo, gli offrì la possibilità di raccoglierne la successione, non senza contrasti.
Onorio II tentò di opporsi alla rottura dell'equilibrio fra i tre Stati normanni di Sicilia, di Puglia, di Capua, e si mise a capo di una coalizione che riunì i Normanni di Capua ed i signori pugliesi, ostili a R., ma vinto in battaglia dovette concedergli l'investitura del Ducato di Puglia. Vinti anche i recalcitranti pugliesi, R. convocò a Melfi una dieta ed emanò una serie di provvedimenti diretti ad assicurare la pace nei suoi nuovi domini. Per preparare la propria promozione alla dignità regia con
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(fol. J. Mulders)

(fol. A. Da Cruz)
In alto: CASE DEL PERSONALE INDIGENO DELLA BANCA DEL CONGO - Usumbra. In basso: NOBILI WATUTSI, schierati per la visita del Principe Reggente ( 25 luglio 1947) - Nyanza.
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ASSUNZIONE DELLA VERGINE Roma, Galleria Colonna.
ULTIMA CENA
Milano, Pinacoteca di Breza.
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l'approvazione dei suoi più fedeli, aderì all'antipapa Anacleto II e si fece solennemente coronare in Palermo il 25 dic. 1130. Ma la bolla, che estendeva la sua autorità regis dalla Sicilia e dalla Puglia al Principato di Capua e alle sue dipendenze, gli suscitò contro una coalizione promossa da papa Innocenzo II, nella quale, accanto ai principi di Capua, entrarono l'Imperatore d'Oriente e quello d'Occidente, in nome dei rispettivi diritti o pretese, e le Repubbliche marinare di Pisa e di Venezia, preoccupate dell'espansione mediterranea normanna. In capo a nove anni di guerra e di anarchia, R. riusci ad isolare e a vincere Innocenzo II, che riconobbe e confermò il suo titolo regio ( 22 luglio 1139), mentre Roberto di Capua abbandonava il principato. Unificata cosi l'Italia meridionale, R. riprese il programma di espansione mediterranea con una serie di fortunate spedizioni contro l'Africa settentrionale, che riusci ad occupare da Tripoli a Capo Bon, e con azioni contro l'Impero bizantino. Morì a Palermo il 26 febbr. 1145.
R. si atteggiava a successore del Basileus e continuò la tradizione, intitolandosi \& coronato da Dio \&, facendosi anche rappresentare in un musaico nell'atto di ricevere la corona direttamente dal Cristo Pantocrator. Nella Dieta di Ariano espresse chiaramente il concetto che aveva della sua sovranità nel presentare ai suoi grandi una serie di leggi che vengono indicate come le Assise di Ariano e che provvidero al riordinamento del diritto pubblico e del diritto penale in tutto il Regno.
Bibl.: font: : Alessandro di Telese, De rebus gestis Hogerii Sestine regis e Falcone Beneventano, Chronicon, in G. Del Re, Comnisti e scritti, sinergni napolet., I, Napoli 1845; Romualdo Salernitano, Chronicon, RIS, VII, a cura di C. A. Garufi. Per i diplomi, valgono le indicazioni pià date per Ruggero I (v.), ino c. il regesto di R. II in E. Caspar, Roger II., Innsbruck 1904, studi : alle indicazioni date per Ruggero I (v.), aggiungere G. M. Monti, Il testo e la stor. interna delle Assise normanne, in Ntudi in onore di C. Calisse, Milano 1939; A. Marongiu, Lo spirito della monarchia normanna nell'allocoz. di R. II ai suoi grandi, in Atti Congress, intern. di dir. rom. e st. del dir. di Verona 1942, IV, Milano 1951. Gina Fasoli
RUGGIERI, Michele (Pompllio). - Gesuita, missionario, n. a Spinazzola (diocesi di Venosa) nel 1543, m. a Salerno l'1 i maggio 1607.
Laureatosi in utroque iure a Napoli, entrò nell'Ordine a Roma nel 1572, cambiando il nome di Pompilio in quello di Michele; e già nel 1577 passava con il p. M. Ricci nell'India, sbarcando a Goa nel 1579. L'anno seguente veniva destinato alla missione da aprirsi in Cina; fu perciò a Macao nel 1579 per apprendere la lingua cinese; nel 1580 entrò con alcuni mercanti a Canton, dove tornò altre tre volte; l'ultima ( 1582 ) fu accolto con stima e onori dal viceré di Sciaochin, dove poi il $1^{\circ}$ genn. 1583 poté celebrare la prima Messe e fu raggiunto dopo alcuni mesi dal p. Ricci. Rimaste senza successo alcune sue iniziative, fu inviato nel 1588 a Roma per preparare una ambasceria pontificia a Pechino, ma fallita anche questo, il R. si ritirò a Nola e poi a Salerno, dove morì.
Oltre a parecchie lettere assai importanti, compose nel 1581 un catechismo, a dialogo, tradotto poi in cinese da alcuni suoi interpreti e pubblicato, dopo accurata revisione, nel nov. 1584 con il titolo di Vera esposizione del Signore del cielo.
Bibl.: opere : per alcune lettere, v. Nuovi Avisi del Giapane, Venezia 1586; altre in P. Tacchi Venturi, Opere stor. del p. Matteo Ricci, II, Macerata 1913, appendice, nn. 1-4, 10-13; la redazione latina del catechismo, edita per la prima volta, ibid., pp. 498240. Per la biografia cf. P. D'Elia, Fonti Ricciane, I, Roma 1942, pp. 20110-C; III, ivi 1949, indice, pp. 247-48. Inoltre: L. Fè. stor, Notices biogr. et bibliogr. sur les Jésuites de l'ancienne mission de Chine, Sciangai 1932, pp. 13-21; L. Wager, Notes sur la première cathéchèse écrite en chinois, 1561-64, in Arch. hist. S. I., 1 (1932), pp. 72-84; P. D'Elia, Quadro storico-sinologico del primo libro di dottrina cristiana in cinese, ibid., 3 (1934), pp. 193222. Celestino Testore
RUGI. - Popolazione germanica, venuta, a quanto pare, dalla Scandinavia (Jordanes, Getica, 25) ad abitare le coste della Prussia occidentale. E ricordata da Tacito (Germania, 43) e da Tolomeo (III, 58) che non ne segnano però in modo preciso le sedi.
Dopo queste fuggevoli menzioni per molto tempo non si parla più di loro.
Non può dubitarsi però che, come avvenne di altre popolazioni germaniche, esse cercarono costantemente di spostarsi verso sud, ed invero nei primi anni del sec. v raggiunsero il medio Danubio, dove ebbero a subire la vicinanza sopraffatrice degli Unni di cui seguirono le sorti; sono presenti infatti tra le bande saccheggiatrici di Attila. Dopo la morte di lui e il conseguente crollo dell'Impero unno furono accolte come federate di Roma, stanziate in parte in Tracia (intorno a Bizze e Arcadiopolis) in parte nel Norico. Quelli del Norico ebbero migliore fortuna per la scomparsa di ogni autorità romana nel Paese, e due loro sovrani, Flaccitheus e il figlio di lui Fetwa, raggiunsero una certa considerazione, governando abbastanza pacificamente e procurando al paese una certa prosperità. Importanti notizie su questo loro periodo si hanno nella Vita s. Severini scritta nel 511 da Eugippo. Severino (v.) fu l'apostolo del Norico e seppe farsi ascoltare dai sovrani del R., dinanzi ai quali difese le dottrine cattoliche (i R. erano, come quasi tutti i barbari, sciani) e gli interessi della popolazione romana del Norico. Morto nel 482 il Santo, il fratello del re Fetwa ne saccheggiò e distrusse i monasteri. Quando le relazioni tra l'Impero di Costantinopoli e Odoacre divennero tese, i R. per suggestione dell'imperatore Zenone attaccarono Odoacre, ma furono gravemente sconfitti: il loro re Fetwa, portato in Italia prigioniero, fu ucciso. I R. superstiti si appoggiarono allora ai vicini Ostrogoti, e al seguito di Teodorico scesero in Italia contro Odoacre. Vissero forse in Italia insieme con gli Ostrogoti, e insieme a loro scomparvero dopo la riconquista bizantina d'Italia.
Bibl.: L. M. Hartmann, Gesch. Italiens im Mittelalter, I, Gotha 1897, pp. 71, 721; L. Schmidt, Gesch. der deutschen Stämme, $2^{2}$ ed., Monaco 1934, pp. 117-26. Roberto Paribeni
RUINART, Thierry. - Benedettino Maurino, agiografo e editore di opere patristiche, n. a Reims l'11 giugno 1657, m. nell'abbazia di Hautvilliers il 29 sett. 1709.
Entrato nell'abbazia di St-Remi a Reims nel 1675, fu chiamato nel 1692 a St-Germain-des-Prés, come collaboratore del Mabillon, al quale fu legato da amicizia e venerazione.
Oltre alla collaborazione all'opera del Mabillon, Acta Sanctorum O. S. B., voll. V e VI, il R. deve la sua fama a molte opere, tra cui la più importante rimane quella degli Acta primorum martyrum sincera et selecta (Parigi 1689; ed. seguita da innumerevoli altre, ultima quella di Ratisbona del 1839; vers. it., 4 voll., Roma 1777-79, e un'altra, 4 voll., Milano 1859). L'opera, per la mole delle informazioni e per il momento della pubblicazione, incontrò il favore dei denti del tempo. Altre opere di R. : Historia persecutionis Vandalicae, Parigi 1694; Sancti Georgii Florentii Gregorii ep. Turonensis opera omnia, necnon Fredegarii Scholastici epistome et chronicon, ecc. (ivi 1699); Apologie de la mission de St Maur ...., avec une addition touchant st Placide, premier martyr de l'Ordre de st Benoist (ivi 1702); Dissertatio historica de Pailio archiepiscopali (ivi 1724); Synopsis vitae Urbani papae secundi (ivi 1724); Abrégé de la Vie de dom fean Mabillon (ivi 1709).
Bibl.: R. Massuet, Domni Theoderici R. vitae compendium, in G. Mabillon, Annales O. S. B., V. Parigi 1713, p. xxxiv sgg.; H. Jadart, Dom Th. R., ivi 1886; E. D. Perella, Lettere ined. del Mabillon. del Gerouain, del Montbacon, dell'Estiemoz, del R. e del Fontanini, in Riv. stor. bened., 7 (1912), pp. 229-96; R. Delensleeuw, La vie de Mabillon par D. R., in Revue liturg. et monast., 8 (1932), pp. 307-15; H. Leclercq, n. v. in DACL. XV. coll. 163-82.
Ambrogio Mancone
RUIZ, Juan (ArcipreSTE de Hita). - Scrittore spagnolo, n. ad Alcalá de Henares verso la fine del sec. XIII (1283?), m. alla metà del XIV ca. (1348 ?).
Arciprete di Hita (Guadalajara), fornito di notevole cultura, sembra godesse la protezione di Gil de Albornoz, arcivescovo di Toledo, che gli affidò l'incarico di reprimere la scandalosa condotta dei chierici di Talavera.
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(fot. Enc. Gati.)
Rumart. Thierry - Acta primorum martyrum sincera et selecta. Anteporta della $2^{a}$ ed.. Amsterdam 1713 - Exemplare della Biblioteca Vaticana.
Forse per delazione di costoro, da lui satireggiati, fu imprigionato negli ultimi anni della sua vita.
Una specie di autoritratto offre il R. nell'opera $E l$ libro de buen Amor, una delle ultime manifestazioni del "mester de clerecia", ma con elementi meglio riferibili al "mester de juglaria ". I vari episodi sono collegati dalla figura del narratore, che domina con la sua personalità il mondo trecentesco, presentato in tutta la sua varietà di problemi e di aspetti.
Nel libro satire violente contro i chierici e la società si alternano a momenti di commossa elegia e di patetica religiosita e a compiaciute descrizioni dell'amore sensuale. Le frequenti derivazioni cólte appaiono completamente rinnovate dal R., che si impone con la sua violenta sensibilità e con la sua concezione dinamica della vita e di quella del suo secolo in particolare. Sotto questo aspetto il R. è stato spesso avvicinato a Boccaccio e a Chaucer.
L'opera che con la rappresentazione del vizio e delle sue conseguenze dovrebbe spingere all'amor divino, si ripiega spesso in tormentata e angosciosa sete di redenzione, in commosso e trepido abbandono alla Vergine, in esaltazione della potenza di Cristo vincitore della morte.
Bibl.: edd. dal Libro de buen Amor: a cura di J. Ducamin, Tolosa 1901: di A. Reyes, Madrid 1917. Studi: S. Bamaglia. Il Libro de buen Amor, in La Cultura, 9 (1930), pp. 721-32 e 10 (1931), pp. 12-33 (con bibl.); F. Lecoy, Recherches sur le Libro de buen Amor" de 7. R., Parigi 1938; M. R. Lida, Notas para la interpretación, influencia, fuentes y texto del Libro de buen Amor, in Rev. de filol. hisp., 2 (1940), pp. 105-50; F. Lacaro,
Los amores de d. Melón y d. Endrina. Notas sobre el arte de 7. R., in Arbor, 62 (1951), pp. 210-36. Guido Mancini
RUMOR, Giacomo. - Organizzatore cattolico e sociale, n. a Vicenza il 26 genn. $185^{8}$, m. ivi il 24 febbr. 1931.
Esponente di una famiglia che, sul suo esempio, si è anche in seguito largamente distinta nel campo del laicato cattolico, fondò la tipografia di S. Giuseppe e vivendo con gli operai in cristiana fratellanza di lavoro la fece prosperare, rendendola editrice (poi vescovile e pontificia) di molte pubblicazioni librarie e giornalistiche. Per un trentennio vi si stampò il quotidiano cattolico Il Berico, a cui si aggiunse il settimanale L'operaio cattolico, creato dal R. stesso. Ideatore, e principale tra i fondatori, della Banca cattolica vicentina, fondò pure la prima Societa cattolica operaia ed una scuola popolare di cultura cattolica. La maggior somma di lavoro fu da lui dedicata, fin dall' 83 , al Mutuo soccorso, promovendo le società cattoliche operaie e agricole che nel 1887 si riunirono in una federazione di cui fu eletto presidente: in un decennio ne sorsero un centinaio. Al Mutuo soccorso si aggiunsero poi le Unioni professionali sul tipo raccomandato dal Toniolo. la Federazione delle casse rurali, le letterie ed i caseifici cooperativi, le assicurazioni del bestiame agricolo. Il R. compendió la storia di queste istituzioni in un opuscolo dal titolo: Ricordi gloriasi di Astane cattolica sociale (Vicenza 1921). Fu presidente della Giunta diocesana per l'Azione Cattolica, presidente dell'Associazione degli elettori cattolici di Vicenza e della Sezione elettorale diocesana per un quarantennio (chiamato : il grande elettore»). Consigliere comunale (1895), provinciale (1895), presidente della Camera di commercio, nel campo della beneficenza promosse le cucine economiche popolari, i dormitori economici e durante la guerra mondiale del 1915-18 le mense per le famiglie decadute.
Bibl.: G. De Mori, G. R.. Vicenza 1933. Agostino Vian
RUMOR, Sebastiano. - Sacerdote, fratello del precedente, letterato, bibliografo e storico, n. a Vicenza il 30 maggio 1862, m. a Gerusalemme il 17 giugno 1929.
Per lungo tempo direttore della Biblioteca Bertoliana di Vicenza, si dedicò in modo speciale ad illustrare avvenimenti, memorie e personaggi della sua città, lasciò numerose pubblicazioni di notevole importanza fra cui una Storia del santuario mariano di Monte Berico, un copioso Dizionario degli scrittori vicentini dell'Ottocento ed una biografia di Antonio Fogazzaro, del quale fu amico e familiare. Compose anche due romanzi, di cui uno, Via smarrita, ebbe l'onore d'una prefazione del Fogazzaro stesso. Morì mentre era in pellegrinaggio in Terra Santa.
Bibl.: G. De Mori, S. R., Vicenza 1930. Agostino Vian
RUNA. - Si indicano con questo nome (r. $=$ segreto) i segni alfabetici in uso presso le tribù germaniche prima del cristianesimo. Si compongono di aste verticali a cui si innestano altre aste rettilinee, rarissimamente curve : sono graffite o incise su pietre od oggetti vari; in un secondo tempo anche dipinte ("barbara fraxineis pingatur runa tabellis»: Venanzio Fortunato, Carmina, VII, 1, 8). Furono, almeno parzialmente, in uso fino al sec. xiv.
Le r. sono distribuite in 3 gruppi di 8 , in tutto 24 , quante le lettere dell'alfabeto germanico, e salirono poi a 33 : esse servono anche come cifre.

Questo aggruppamento è detto futhark dalle prime sei lettere della prima riga; ad esso era attribuito un valore apotropaico. Presso gli Anglosassoni invece le lettere sono raggruppate secondo l'alfabeto latino.
La tradizione nordica attribuisce alle r. un'origine magica in relazione con il significato magico-mistico del nome e dei numeri che esse rappresentano.
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La tradizione è narrata nell'Edda. Il dio Odino sarebbe venuto in possesso della scienza delle r. e quindi avrebbe ottenuto il dominio su tutta la natura bevendo una pozione nella quale, insieme a miele e al sangue del savio Kvasir, sarebbe stata versata la polvere risultante dall'abrasione dei segni graffiti su tutti gli oggetti della natura stessa.
L'ipotesi più probabile circa l'origine grafica delle r. (esclusa quella greca attraverso i Goti, e la latina) è che quei segni siano giunti fino al nord di Europa con la scrittura alfabetica in uso tra le popolazioni nord-etrusche stanziate presso i grandi laghi dell'Italia settentrionale, donde hanno potuto raggiungere il bacino del Reno (Marstrander).
Bibl.: F. Kauffmann, Balder, Mythus und Sage, Strasburgo 1902, pp. 177-203; F. Dornseiff, Das Alphabet in Mystik und Magie, Lipsio-Berlino 1922; C. Marstrander, in Norsk Tidsskr. J. Spragud, i (1928), p. 92 sgg.; H. Arntz, Handbuch der Rosenkunde, Halle 1935; id., Die Rosenschrift, ihre Geschichte und ihre Deuknaller, ivi 1938; id., Die Runen: Urschrift der Menschheit?, in Zeitschr. für deutsche Philologie, 67 (1942), pp. 121-36; J. G. Pevyier, Hist. de l'écriture, Parigi 1948, pp. 501 517; C. Mastrelli, L'Edda, Firenze 1951. Nicola Turchi
RUPERTO (Hruobert, Ruprecht), santo. Primo vescovo di Salisburgo, m. il 27 marzo 718 (?). Monaco, irlandese o scozzese, se non di nascita, almeno per educazione e formazione spirituale, fu chiamato, nei primi anni di Childerico III, re dei Franchi (691-711), a Ratisbona dal duca Teodone di Baviera per la conversione del suo popolo. R. era a Worms vescovo, o, almeno, corepiscopo.
R. stabilì la prima sede episcopale sulle rive del Wallersee, costruendo una chiesa in onore di s. Pietro, patrono della cattedrale di Worms (l'attuale Seekirchen, Austria superiore); ma ben presto ebbe da Teodone in dono una località più adatta, sulla Salzach, fra le rovine dell'antica Iuvavum (oggi Salisburgo). R. si dedicò con energia all'opera di conversione e di civilizzazione delle vaste regioni subalpine e alpine (fino ai Tauri e all'Enns), erigendo come centro di irradiazione l'abbazia di S. Pietro (Saale Peter, a Salisburgo), e quella di monache, intitolata S. Maria (Nonnberg), con a capo sua nipote s. Erentrude.
La figura e l'opera del Santo sopravvissero nella venerazione del popolo; uno dei primi successori, s. Virgilio, trasportò le reliquie di R. nella nuova Cattedrale ( 24 sett. 774), ciò che, secondo la prassi del tempo, equivale ad una vera canonizzazione. R. è patrono della città, diocesi e provincia di Salisburgo, veneratissimo anche nella Baviera, patrono delle miniere di sale, ricchezza di

(da L'Edda, trad. e comm. di C. A. Mastrelli, Firenze 1821, tav. 3; Ruma - Stele di Sanda, con incisione tunica (ca. 1000 d. C.). Nella parte superiore è rappresentato probabilmente l'arrivo di un guerriero nella Valholl. A destra Odino, a sinistra Frigg. Nella scena inferiore si scorgono tre uomini che sembrano portare i simboli della triade odinica: la lancia di Odino, il martello di Thor e la faice di Freyr - Sanda (Gotland).

(da Die Legende des heiligen Herzog Ruprecht, Gtgtenheim 1873, tar. centro p. 7; Ruperto, santo - S. R. innanzi al Crocifisso; dietro al Santo, la madre Berta e s. Pietro di Salisburgo. Incisione del 1524. quelle regioni, per cui viene rappresentato quasi sempre con una botticella di sale in mano. Festa il 27 marzo.
Bibl.: fonti: vita primigenia ( 870 ca.), cioè l'inizio del Li bellus de conversione Bumuriorum et Carantamorum, in MGH, Scriptores, XI, pp. 4-5; da inquadrare con le notizie più antiche, ma molto sommaie della Notitia Arnonis e delle Breces notitiae (storia del vescovato di Salisburgo, del 790 ca.), in Salisburger Urkundenbuch. I, Salisburgo 1910, p. I sgg.: Vita o Gesta Hruodberti ( 740 ca., secondo altri però ca. 850), in MGH, Script. rerum Meraniag., VI, p. 140 sgg. La letteratura intorno al R. è assai vasta, soprattutto a causa della questione sul tempo in cui visse. Le trattazioni recenti in E. Tomek, Kirchengesch. Gsterr., I. Innsbruck 1935, pp. 65-70; W. Hauthaler, Die dem hl. R., Apostel v. Bayern, grveidten Kirchen u. Kapellen, Salisburgo 1885; J. Braun, Tracht u. Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1943, pp. 636-37.
Giuseppe Löw
RUPERTO di Deutz (Ruperzus Tuitiensis). - Teologo e abate benedettino, n. a Liegi ca. il 1075, m. a Deutz nel 1130. Monaco a S. Lorenzo di Liegi, nel 1110 fu ordinato sacerdote e nel 1115 passò al monastero di S. Michele di Sieburg (Colonia). Eletto abate di S. Eriberto di Deutz (1120), ebbe il dolore di assistere all'incendio del suo monastero (1128).
Scrittore di sorprendente fecondità, toccò prevalentemente temi esegetici e teologici. Dopo alcuni saggi giovanili (imi e cronaca di S. Lorenzo di Liegi), nel 1111 redasse la prima grande opera De divinis officiis (PL 170, 11-332) spiegazione, fortemente simbolistica, dell'Ufficio divino (l. I), della Messa (l. II) e dell'anno liturgico (ll. III-XII). Il De voluntate Dei (ibid. 437-54) e il De omnipotentia Dei (ibid. 453-78) si riferiscono alla sua
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(1st. Ene. Catt.)
Ruperto di Deutz - Incipit del Libellus in Canticum Canticorum (sec. xiv) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1293, f. 3.
polemica (dopo il 1114) con Anselmo di Laon (v.) e Guglielmo di Champeaux (v.) sulle relazioni della volontà divina con il male. Vasto e di particolare interesse il commento In Evangelium s. Johannis ll. 14 (PL 169, 201-826), scritto verso il 1116 per difendere la reale presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nell'Eucaristia contro Berengario di Tours (v.), che fu occasione di una nuova controversia sul preciso significato della Transustansiezione.
Il De S.ma Trinitate et eius operibus ll. 42 (PL 167), scritto nel 1114-17, è una prolissa esegesi dei primi libri del Vecchio Testamento, dei Profeti maggiori e dei primi capitoli dei Vangeli, in cui R. si ferma sui passi che meglio rispondono al suo scopo. Gli ultimi 9 libri trattano delle opere e dei doni dello Spirito Santo. Seguirono i commenti: In Job (PL 168, 963-1196) : compendio dei Moralia di S. Gregorio Magno; In Prophetas minores (ibid. 9-836) : interpretazione mistica; In Canticum Canticorum (ibid. 939-62) : applicato all'Incarnazione e alla Vergine; In Librum Ecclesiates (ibid. 1195-1306); In Apocalipsim (PL 169, 827-1215) : interpretata (con certo rispetto del senso letterale) come profezia riguardante la vita concreta della Chiesa nel suo sviluppo storico; è forse la migliore opera esegetica di R. Il De victoria Verbi Dei ll. 13 (ibid. 1215-1502), scritta a richiesta dell'abate Cunone (ca. 1118), è un abbozzo di teologia della storia, dalla caduta degli Angeli alla vittoria di Cristo sull'Anticristo. L'opera è completata dal De gloria Filii hominis super Matthaeum Il. 13 (PL 168, 1307-1634), in cui si combatte l'adozia. nismo (v.) del sec. xit. Il De glorioso rege David ll. 14 (perduto) era un commento ai libri dei Re, ove R. esaltava il regno di Cristo prefigurato da quello di Davide. A istanza di Cunone, ormai vescovo di Ratisbona, R. scrisse due opere di polemica antigiudaica: Annulus seu
dialogus christiani et iudaci ll. 3 (PL 170, 559-610) e De glorificatione Trinitatis et processione Spiritus Sancti (PL 169, 9-202) : in quest'ultima cerca dimostrare che il Vecchio Testamento contiene in semine la dottrina cristiana sul Mistero trinitario. Il De incendio oppidi Tuitii (PL 170, 333-50; RGUI, Scriptores, XII, pp. 629-37) ha importanza storica; è invece un saggio d'interpretazione personale della vita benedettina il Super quaedam capita regulae divi Benedicti abatis (ibid., 477-538), scritto dopo la sua visita a Montecassino (1124-25). R. chiuse la laboriosa esistenza con il De meditatione mortis (ibid., 357-90), dialogo dell'autore con la propria anima.
Allegorista spinto in esegesi, antidialettico dichiarato in teologia, R. di D. fu di una febbrile e indisciplinata attività, in cui, pur manifestando ampia cultura, vivo calore di stile, pietà sincera, non riusci a fare opera veramente costruttiva; nessuno dei suoi lavori si è imposto alla considerazione dei posteri. Egli è ricordato più che per i numerosi e ge