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pur manifestando ampia cultura, vivo calore di stile, pietà sincera, non riusci a fare opera veramente costruttiva; nessuno dei suoi lavori si è imposto alla considerazione dei posteri. Egli è ricordato più che per i numerosi e geniali spunti (che potrebbero essere ulteriormente valorizzati), per opinioni eucaristiche, che fin da principio provocarono sospetti e accuse (cf. Guglielmo di Saint-Thierry, Ep. ad quemdam monachum: PL 180, 344), che neppure in seguito interpreti benevoli sono riusciti a dimostrare completamente infondati. Egli infatti esordì con una concezione decisamente diofisitica del Mistero dell'altare (una specie di nestorianesimo eucaristico, passato alla storia con il nome di "impanazione ${ }^{1}$ ): affermò la presenza simultanea delle due nature (l'umanità di Cristo e la sostanza immutata del pane) unite nella persona del Verbo: "Verbum iandudum caro factum, panis visibilis fit, non mutatum in panem, sed assumendo et in unitatem personae suae transferendo panem " (In Io. 6: PL 169, 181). Ne fu più felice nella terminologia concernente le specie eucaristiche e il modo di presenza del Corpo di Cristo, però nelle opere della maturità attenuò la crudezza di alcune espressioni.

Bebl.: G. Gerberon, Apologia pro R. Taitiemi, Parigi 1669 (PL 167, 23-194); Hurter, I, coll. 25-29; O. Wolff, Mein Meister R. Ein Mönchsleben aus dem 12. Jahrh., Tribunau in Br. 1920; E. Beitz, R. von D. Seine Werke und die bildende Kunst, Colonia 1930; A. de Moureau, La vie apostolique à propos de R. de D., in Revue liturg. et roman!., 21 (1935), pp. 71-78; I. De Ghellinck, L'essor de la littér. latine au XIX siècle, I, ParigiBruxelles 1946, pp. 118-20; id., Le mouvement théol. au XIX siècle, $2^{\circ}$ ed., Bruges-Parigi 1948, v. indice; G. Jacobelli, Il peccato originale in R. di D., Bari 1947; St. Axters, La spiritualité des Pays-Bas, Lovanio 1948, pp. 20-22. Antonio Piolanti

RURALE, QUESTIONE. - Si usa chiamare q. r. quel complesso di problemi sociali che scaturiscono da circostanze di fatto e anche nel moderno assetto economico dell'agricoltura si manifestano, pur con diversi aspetti e modalità, in moltissimi paesi.

Dette circostanze ebbero ed hanno tuttora origini assai varie. Dipesero dalla necessità di combattere l'eccessivo inurbamento o di premiare determinate categorie di cittadini, come nell'antica Roma, creando ed contempo una barriera di popolazione paramilitare romana in zone di confine: ragioni adunque squisitamente politiche e strategiche. Dipendono, oggi, principalmente da motivi economici, quali, p. es., la sproporzione tra terre disponibili e popolazione rurale, o tra fattore capitale e fattore lavoro; o da ragioni sociali, quali la necessità di innalzare il livello di vita di determinati strati della popolazione rurale.

In realtà, l'intensificazione dell'agricoltura e il sorgere e il diffondersi dell'industria, non essendosi verificate in ugual misura nei vari territori del mondo e, comunque, non proporzionatamente alla densità delle popolazioni esistenti nei territori stessi, hanno portato a squilibri gravi. Si è così creata una cattiva distribuzione di uomini e di capitali, che non può essere risolta se non attraverso una integrazione delle diverse attività umane e delle popolazioni dei vari territori.

D'altro canto occorre tener presente che l'impresa agricola, per raggiungere fini economici e commerciali, deve modificare la propria struttura attraverso l'industrializzazione e la meccanizzazione, per la necessità di

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ridurre i costi nei confronti della concorrenza sui mercati internazionali. Di qui quei metodi di lavorazione in cui la mano d'opera trova minore impiego. Ne derivano perciò problemi di disoccupazione, soprattutto nei confronti delle masse bracciantili, ed una diffidenza verso le grandi aziende industrializzate, con tendenza invece ad una agricoltura di autosufficienza, cioè verso la piccola proprietà diretta coltivatrice.

Nei paesi a densa popolazione, come l'Italia, la q. r. può riassumersi in un grave dilemma: da un lato v'è la necessità di industrializzare l'agricoltura, puntando verso bassi costi di produzione, un largo impiego di macchine, produzioni di massa da collocare sui mercati nazionali ed esteri e per approvvigionare le popolazioni delle città ed in genere i ceti non agricoli; dall'altro vi è le necessità di fissare alla terra la più larga possibile quantità di popolazione rurale che viva di una vita a sé stante, con produzione di derrate varie, non elevata in senso assoluto, ma tale da consentire alla famiglia una specie di autosalario a derrate. L'una soluzione comporta minore impiego di mano d'opera non qualificata in senso relativo, ma dà la massa delle derrate occorrenti alla vita della nazione e consente l'organizzazione della produzione basata sulla raccolta dei prodotti, la loro conservazione, lavorazione, preparazione per la distribuzione sui mercati interni ed esteri. L'altra permette di realizzare l'autosufficienza alimentare della famiglia singola e in genere dei soli ceti rurali, ma difficilmente consente la produzione di derrate disponibili sul mercato.

Di fronte a tale dilemma, molti governi - come quello italiano - hanno preferito la seconda soluzione, almeno in buona parte del paese, e ne è scaturita la necessità di nuovi ordinamenti fondiari, manifestantisi attraverso la ridistribuzione di terre, le riforme fondiarie, dei contratti agrari, ecc. Ma anche per raggiungere tali ordinamenti occorrono fortissimi investimenti di capitali, perché è ovvio che la massa delle attrezzature fondiarie aumenta in misura estremamente considerevole, nel caso della creazione di piccole proprietà. D'altro canto, poiché è difficile raggiungere naturalmente il perfetto equilibrio tra grandi, medie e piccole proprietà, come sarebbe auspicabile e tecnicamente razionale, l'intervento dei pubblici poteri in questo campo ed in questa direzione può essere giustificato, purché vengano evitate quanto più è possibile influenze demagogiche.

In taluni altri territori, per contro, la lenta evoluzione dell'impresa agricola ha reso e rende assai modesti i redditi che da essa si possono ritrarre. In genere in essi si nota una estrema povertà delle popolazioni rurali, perché sia che esse conducano in proprio l'impresa agricola, sia che esse trovino sostentamento prestando i loro servigi al conduttore capitalista, la limitatezza della rendita in senso ricardiano consente una remunerazione del lavoro del tutto insufficiente ad un sia pure modestissimo livello di vita. D'altro canto la proprietà fondiaria concentrata nelle mani di pochi crea praticamente un regime di monopolio con le conseguenze inevitabili in questo regime, mentre, ancora, la scarsezza dei redditi ritraibili dall'esercizio dell'impresa minimizza i capitali che sarebbero necessari per la evoluzione dell'agricoltura. Cosicché in entrambi i casi, quello del diretto coltivatore e quello del partecipante o del salariato, a bassa remunerazione corrisponde bassissimo tenore di vita.

Queste sfavorevoli condizioni vengono quindi a modificarsi soltanto nei paesi in cui o la modesta pressione demografica e le particolari condizioni agrologiche hanno consentito una rapida evoluzione dell'agricoltura; o una imponente massa di capitali investiti nella terra ha consentito il sorgere ed il rafforzarsi di una piccola impresa contadina, che attraverso un'evoluzione razionale e il diffondersi di forme cooperative, consortili, di produttori, di trasformatori e di venditori di prodotti ha raggiunto un equilibrio economico e sociale anche nei confronti dei ceti non rurali; dove cioè si è verificata quella compenserazione tra agricoltura e industria, che è riuscita a stabilizzare il rapporto tra produzione e consumo.

La q. r. dunque deriva, come appare, dalla cattiva distribuzione degli uomini sulla superficie del globo e
nelle varie zone dai due rapporti tra terre disponibili e popolazione rurale e tra fattore capitale e fattore lavoro. E poiché il determinarsi di tali rapporti dipende anche dall'intervento dell'uomo, essi sono passibili di modificazione secondo la natura dei fini che l'uomo si propone di conseguire.

Bibl.: D. Zolla, Les questions agricoles d'hier et d'aujourd'hui, Parigi 1894; R. Philippovich, La politique agraire, ivi 1904; A. Nouchon, La crise de la main-d'oeuvre en France, ivi 1914; H. Née, Esquisse d'une hitt. du régime agraire en Europe aux XIXIIe et XIXV siècles, ivi 1921; P. Caziot, La verité sur la richesse agricole, ivi 1924; G. Acerbo, Le riforme agrarie del dopoguerra in Europa, Firenze 1932; R. Cissca-D. Perini, Riforme agrarie antiche e moderne, a cura del Ministero per la Costituente, Roma 1946; A. Serpieri, La riforma agraria in Italia, ivi 1946; id., La struttura sociale dell'agricoltura italiana, ivi 1947. Mario Rava

RUREMONDA, DIOCESI di. - Suffraganea di Utrecht; coincide con la provincia civile del Limburgo olandese con una superficie di 2205 kmq . e 684.105 ab., dei quali 646.717 cattolici, ovvero $94.5 \%$ (censimento 1947); questi sono distribuiti in 300 parrocchie con 808 sacerdoti secolari e 94 regolari. La parte più popolata è quella meridionale, dove si trovano le miniere di carbon fossile. Circa l'inizio del nostro secolo questo centro si venne mutando da regione rurale in industriale. Una tempestiva ed intensiva attività sociale fece che il cambiamento potesse realizzarsi senza perdite per il cattolicesimo. A prendere l'iniziativa fino alla sua morte fu mons. Enrico Paolo, morto il 7 sett. 1948. Oggi i minatori nella massima parte aderiscono al sindacato cattolico.

Quasi tutto questo territorio fece parte della diocesi di Liegi, suffraganea di Colonia fino al 1559; in quell'anno Paolo IV con la bolla Super universos dette una nuova organizzazione ai Paesi Bassi e fondò la diocesi di R. quale suffraganea di Malines. Il 7 ag. 1561 Pio IV nominò il primo vescovo e provvide alla dotazione e alla circoscrizione territoriale della diocesi. Questa era politicamente poco omogenea e non con lo stesso aspetto geografico dell'attuale, perché composta da vari territori, separati l'uno dall'altro da zone della diocesi di Liegi, situazione che rendeva assai difficili le comunicazioni e Maastricht restava fuori della nuova diocesi. Primo vescovo fu il decano dell' Ass. Guglielmo Lindanus, che occupò la sua sede solo nel 1569 per la resistenza di quei vescovi che dovevano cedere parti del loro territorio e di abati, le cui abbazie vennero incorporate come dotazione, ed anche della stessa popolazione che considerava il nuovo vescovo, proposto dal re di Spagna, Filippo II, un esponente della potestà reale, temendo l'introduzione dell'Inguisizione spagnolo. Anche i due successori furono ottimi vescovi: Cuyckius e Castro. Dopo di loro durante il sec. xvir e xviri in seguito ad agitazioni politiche ed anche per la povertà della diocesi la sede fu più volte vacante. Però mentre nelle diocesi settentrionali la "riforma" protestante ebbe il sopravvento, in R. la gerarchia poteva continuarsi e la popolazione rimase cattolica. Il Concordato napoleonico del 1801 soppresse la diocesi, e la incorporò per la maggior parte nella diocesi di Liegi. Dopo la separazione dell'Olanda dal Belgio, il Limburgo diventò nel 1839 una provincia olandese. Il re Guglielmo I fece insistenze perché le zone del Limburgo, ancora sotto giurisdizione di vescovi belgi, ne fossero sottratte. Così il 2 giugno 1840 Gregorio XVI eresse il vicariato di R. e nel 1853, quando fu restituita tutta la gerarchia olandese, divenne diocesi con l'attuale superficie. Primo vicario e poi vescovo fu Giovanni Paredis decano di R., il quale fin dal 1841 aveva aperto un seminario maggiore nell'antica certosa di R. (celebre per i suoi 12 martiri del 1572 e per la dimora di Dionisio Cartusiano, detto il "doctor extaticus e) e nel 1843 quello minore a Roldue, abbazia medievale di Canonici Regolari, fondata nel 1104 da Ailberto, con bella chiesa romanica del sec. xir. Il Capitolo cattedrale fu eretto nel 1850.

I centri più antichi del cristianesimo in questo territorio sono: Maastricht (v.); Susteren (già Suestra) dove

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(da anon., lranografia di $X$, dei nobili $B$, di Btdanu. l'ano 1932, p. 81 Rusca. Niccolò - Ritratto.
s. Willibrordo, il missionario dei Frisoni, fondò un monastero sotto Pipino di Heristal; St-Odilienberg, vicino a R., dove i missionari inglesi Wiro, Otgero e Plechelmo fondarono una chiesa in onore di s. Pietro all'inizio del sec. viII.

La stessa città di R. oltre la sua cattedrale gotica, distrutta durante l'ultima guerra ma ora restaurata, ha una magnifica chiesa monastica in stile romanico del sec. XI-XII.

BibL.: J. elabets-W. Goossens, Geschiedenis van het tegen-zoon-fige biedam Roermond, 4 voll., Ruremonda 1888-92; P. Albers, Geschied, van het herstel der hierarchie in de Nederlanden, Nimega 1903; M. Dierickx, De oprichting der nieuws biademon in de Nederlanden onder Filips II, 1339-70, Anverss-Utrecht 1950. Pietro van den Baar

Martini di R. - Gruppo di religiosi e sacerdoti secolari ivi massacrati dai calvinisti nel 1572.

Nell'aspra rivolta dei Paesi Bassi, le truppe calviniste di Guglielmo il Taciturno, essendosi impadronite con un colpo di mano, il 24 luglio 1572, della città di R., infierirono sul clero locale, facendo morire tra atroci tormenti i sacerdoti Erasmo di Utrecht, Vincenzo di Herch, Mattia di Colonia, Giovanni di Liegi, Guglielmo Wellen, Giovanni Leewis, i diaconi Enrico Wellen, Giovanni Gresserich e i fratelli laici certosini Stefano Alberto Winsemio, Giovanni Sittard.

Insoluta è la questione della connivenza dell'Orange alla carradicina; egli però non intervenne per la salvezza dei seviziati, né prese provvedimenti contro gli assassini.

BibL.: J. Habets-W. Goossens, Geschiedenis van het tegen-zoondige biedom Roermond, II, Ruremonda 1890, p. 67 sgg.; G. Hesse, De martelaren van R., Limburgo 1911. Piero Sannazzaro

RUSCA, Niccolò. - Sacerdote, n. nell'apr. del 1560 a Bedano nel Canton Ticino, allora in diocesi di Como, di nobile famiglia comasca, m. in seguito a torture a Thusis il 4 sett. 1618.

Studiò a Pavia e a Roma, poi al Collegio elvetico da poco istituito a Milano da s. Carlo Borromeo. Ordinato sacerdote il 23 maggio 1587 , fu parroco di SessaMonteggio (Canton Ticino) dal 1588 al 1590, quando
divenne arciprete di Sondrio, allora sotto il dominio dei Grigioni. Teologo valente, partecipò a varie dispute con i protestanti, delle quali le più celebri furono quelle di Tirano (1595; v. Acta disputationis Tiraniensis, Como 1597) e di Piuro (1597). Lo zelo e la fermezza con cui compì il suo apostolato gli valsero, con l'amore dei cattolici, l'odio spietato dei calvinisti. Falsamente accusato nel 1608 di essere il mandante del tentato assassinio di un "predicante", dovette lasciare la città dove ritornò sei mesi dopo (genn. 1609), assalto dal tribunale di Coira. Nel 1617 si oppose all'apertura di un collegio calvinista a Sondrio : ciò fu la causa occasionale di violente agitazioni protestanti. Il R. fu imprigionato ( 24 luglio), sotto pretese accuse, per lo più di carattere politico, e processato dal famoso Strafgericht di Thusis. Morì dopo due giorni di torture. E in corso la causa di beatificazione.

BibL.: Pastor, XII, p. 320 sg.; Reto-Cenomano, Valtellina e Rezia. Vita dell'areipr. N. R. 1563-1618, Como 1909; D. Sesti, Una gloria ticinese, ossia il ven. N. R., Lugano 1918; G. Cerati, Il servo di Dio N. R., Como 1932; A. Giussani, La riscossa dei Valtellinesi contro i Grigioni nel 1620 , ivi 1932, v. indice e specialin. pp. 97-100. Renata Orazi Ainsenda

RUSKIN, John. - Critico d'arte e sociologo inglese, n. a Londra l'8 febbr. 1819, m. a Brunswick (Lancashire) il 20 genn. 1900. Difese l'impressionismo di Turner in Modern painters (2 voll. pubblicati rispettivamente nel 1843 e nel '46). Fu a lungo in Italia, e vi studiò a fondo le arti figurative.

Ammiratore dell'arte precinascimentale, egli giunse al convincimento che soltanto tale arte era genuina in quanto manifestava uno schietto sentire religioso e un autentico amore della virtù e della verità, caratteri a suo giudizio assenti nella grande arte rinascimentale. In nome di tali principi mosse guerra all'industrialismo dominante nella sua epoca e iniziò una lunga campagna per un ritorno agli ideali di vita e d'arte del medioevo. Non intese tuttavia il vero aspetto religioso di quelle epoche e, a differenza dei fautori del "Movimento di Oxford", sebbene le loro vedute coincidessero in parte con le sue, egli fu puritano intransigente e anticattolico. In piena coerenza ai presupposti della sua teoria sulla finalità etica delle arti, egli risalì allo studio della società che le aveva espresse e volse la propria attenzione ai problemi sociali, trasformandosi in sociologo militante. R. interessa i contemporanei principalmente come critico d'arte e per la sua prosa magistrale, ma non si deve dimenticare che molte delle riforme de lui auspicate si sono tradotte in realtà e il R. è stato recentemente rivalutato anche in questa veste di profeta sociale.

Scrisse: Modern painters (2 voll., 1843-46); The seven lamps of architecture (1849); The stones of Venice (1851-53); Pre-Raphaelitism (1851); Unto this last (1862); Time and tide (1867); Sesame and lilies (1868); Fort clacigera (1871-84); Monera pulseris (1872).

BibL.: delle principali opere di R. esistono buone traduzioni italiane; biografia di F. Harrison, Londra 1902; P. Quennel, 3. R., the portrait of a prophet, Londra 1930. Augusto Guidi

RUSSIA. - Nella sua ormai lunga evoluzione storico-politica questo nome ha assunto significati assai diversi.

Il gran pubblico lo impiega di regola come sinonimo di U.R.S.S. (v.), ma è uso improprio: la Costituzione sovietica pone, almeno in diritto, l'elemento russo, che con la sua prevalenza numerica e politica aveva rivendicato a sé una posizione di privilegio nello Stato zarista, alla pari di tutti gli altri elementi etnici che confluiscono nella nuova costruzione federativa. La R.S.F.S.R. (Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa), che di questa costituisce l'unità sotto ogni riguardo più cospicua, è anch'essa talora indicata con il nome di R., in contrapposto alle altre 15 unità, ma si tratta di uso del pari non ufficiale ed improprio (la R.S.F.S.R. abbraccia, in Asia, molti territori che non c'è ragione di chiamare russi), com'è improprio equiparare la R. all'insieme di quelle unità amministrative che hanno la maggior parte del loro territorio ad occidente dei limiti tradizionali fra Asia ed Europa (prima di tutto perché di tali limiti quelle unità non tengono alcun conto.

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e in secondo luogo perché vi si comprenderebbero anche territori non russi).

E percio preferibile conservare al nome R. il suo valore tradizionale, cioè, in definitiva, un valore storicogeografico. R. e il territorio europeo abitato in prevalenza e politicamente organizzato dalle genti russe e rimasto il nucleo vitale dello Stato sovietico. Giuseppe Caraci
I. Storia civile. - La R., quasi fin dai primi momenti in cui esce dalle nebulosità della preistoria, si presenta ad un tempo come estremo baluardo dell'Europa contro le orde nomadi dell'Asia e come organismo antagonistico delle formazioni statali europee che confinano con essa ad occidente. Da ciò, spesso, una duplicita di interessi e di aspirazioni, di sogni e di realtà.

Rjurik, primo sovrano russo, equivale in certo qual modo al Romolo dei Latini. Gli albori della storia russa sono, come presso altri popoli, rischiarati dalla luce della leggenda (che diventerà più tardi fonte di poesia) : la leggenda frammista a realtà è, in questo caso, la "chiamata dei duchi", cioè l'invio di ambasciatori russi a principi variaghi, affinché questi venissero a regnare e placare le discordie intestine. I primi duchi inisiarono infatti
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(da G. K. Lankowski, La via et les moturs en Russie, Parigi 1925, tnv. 33, 93) Russia - Un'ioha russa.
"privilegio - si rivelò molto vantaggioso; a mano a mano che i duchi di Mosca tendevano a trasformarsi in unici sovrani della R. (sia pure sotto la dominazione formale dei Tatari) e che Mosca appariva un centro sicuro e tranquillo, il clero russo - abituato secondo la tradizione bizantina a parteggiare per una salda autorità - non lesinò l'appoggio morale al Ducato (v. mosca, patriarcato di). Mentre Genghis-Khan muoveva con le sue orde dall'Asia, i territori russi occidentali entravano intanto in conflitto con l'Ordine Teutonico, con gli Svedesi e con i Lituani (Mindaunas e soprattutto Ghediminas, morto nel 1341, crearono la monarchia lituana, con centro a Vilna). La lotta, in grandi linee, si delineava già chiaramente per i Russi su due fronti.

Nel 1380 i Tatari subirono una disfatta a Kulikovo per opera dei Russi, guidati dal principe Demetrio Donskoj. Non fu ancora la liberazione della R., perché i Tatari si ripresero, ma fu il preludio della liberazione. L' emancipazione totale dai Tatari fu poi conseguenza della politica unificatrice dei sovrani di Mosca.

Ancora più notevoli successi e ingrandimenti del principato di Mosca vengono a coincidere, sul piano europeo, conl'epoca della conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi e con l'invasione turca in Ungheria e lungo le frontiere della Dalmazia veneziana. La posizione della R. (è già lecito usare questo termine) ne esce rafforzata e dalle più diverse parti d'Europa si volgono sguardi speranzosi verso Mosca. Con lo sposalizio tra Ivan III e Zoe (Sofia), figlia di Tommaso Paleologo, fratello di Costantino XI, difensore di Costantinopoli, nacque in certo qual modo il mito di Mosca "terza Roma", che, coloritosi di elemento nazionale, avrà ulteriori sviluppi nei secoli successivi ed infine la sua massima fioritura nel pensiero politico e letterario degli "slavofili". Le guerre contro i Tatari, i Lituani, ecc., avevano intanto trasformato la R. in una specie di fortezza, con limiti ben scarsi per la libertà individuale. Sotto Ivan III si venne sempre più delineando l'assoggettamento dei sudditi allo Stato (cioè al sovrano).

Questi aspetti - da un lato di despotismo e dall'altro di potenza militare - appaiono in piena luce sotto Ivan IV, detto il Terribile (sebbene il termine russo groznij significhi forse più esattamente "il potente", "il severo"). Il regno di Ivan (che doveva essere il primo zar) va dal 1533 al 1584 ; fin da fanciullo fu abituato a vedere attorno a sé scene di crudeltà e di servilismo: egli fu effettivamente crudele e spietato, pur non andando mai esente da un drammatico, intimo desiderio di purificazione e da una sincera devozione verso lo Stato. Riorganizzò l'amministrazione civile e militare dello Stato, conquistò Kazan', Astrachan' e la Siberia, precorse Pietro il Grande nel desiderio di aprirsi una finestra sul Baltico, per fare uscire la R. dal "periodo asiatico" della sua storia. I Russi occuparono Narva e Dorpat, giungendo fin sotto Riga: la reazione della Svezia e della Polonia fece peraltro sì che i successi

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(da Les archives principales de Moscou du Ministère des affaires étrangères, Mésou 1856, tui- 18)

Russia - Primo trattato fra la città di Novgorod e il granduca Jaroslav Jaroslavitch (1564-65), in caratteri cirillici su pergamena. Mosca, Archivio del Ministero degli esteri.
iniziali di Ivan venissero praticamente annullati. Divenuto sempre più sospettoso nel corso degli anni, sempre più geloso della sua posizione di autocrate, deliberò di schiacciare, sul piano interno, la classe dei boiari, da cui temeva manifestazioni di egoismo antistatale e tradimenti. Appoggiandosi ad una speciale guardia del corpo, la repressione compiuta da Ivan il Terribile fu tra le più spietate e barbariche.

Alla morte di Ivan, la situazione interna russa si era fatta assai grave, specialmente per la lotta tra gli opričniki (la guardia del corpo dello zar), che volevano mantenere le loro posizioni, ed i residui della vecchia classe dei boiari (nobili) che cercavano di riprendere il sopravvento. Lo Zar lasciò due figli, Demetrio, di due anni, e Teodoro, temperamento debole e addirittura infantile, per quanto maggiorenne. Il «vero sovrano» divenne Boris Godunov, fratello della moglie dello Zar semideficente. Godunov riusci a sfruttare abilmente per la R. i dissensi tra i suoi nemici, costrui fortificazioni nella steppa contro le incursioni tatare, infine ottenne l'istituzione del patriarcato a Mosca. I riconoscimenti ufficiali dei suoi successi furono adombrati presto da gravi sospetti al suo indirizzo per l'improvviso morte (1591) nella città di Uglie del piccolo Demetrio. Un'inchiesta del boiaro Sujskij stabili che il bambino, durante un attacco di epilessia, era caduto su un coltello : tuttavia si continuava a bisbigliare che Boris Godunov avesse fatto uccidere il
fanciullo, per dischiudersi la via al trono. Godunov, successivamente, ebbe l'abilità di farsi supplicare lungamente per accettare il trono; tuttavia ció non fu sufficiente per mettere a tacere le insinuazioni al suo indirizzo. Una grave carestia che tormento la R. dal 1601 al 1603 aggravà la situazione e creò nel paese uno stato di brigantaggio più o meno latente. In quel periodo si diffuse, evidentemente ad arte, la voce che il piccolo Demetrio non fosse morto. Un "falso Demetrio", forte dell'aureola derivariegli - agli occhi di chi credeva in lui dal suo discendere dalla dinastia di Rjurik (appoggiato poi concretamente dalla Polonia e da bande di Cosacchi e servi fuggiaschi), si preventò minaccioso dinanzi a Godunov, la cui improvvisa morte ( 1603 ) mise peraltro ogni ostacolo al trionfo dell'abile avversario. Il falso Demetrio - regnò soltanto undici mesi ( 1605 -1606), deludendo la Polonia in varie speranze da essa riposte in lui ed offendendo nello stesso tempo i Moscoviti per i suoi modi primitivi e per l'inosservanza delle tradizioni russe. Anima del complotto contro di lui fu quel medesimo Basilio Sujskij che aveva fatto l'inchiesta ad Uglić (e che successivamente divenne zar). Intanto l'anarchia divampava in forme sempre più tragiche in tutto il paese (si tratta dei cosiddetti "tempo turbidi"), mentre Polacchi e Svedesi cercavano di profittare di siffatta situazione. La ribellione nel paese e la lotta di tendenze e di persone in seno alla nobiltà si placarono soltanto con l'elezione a zar del giovanissimo Michele Romanov (1613) con il quale vall al trono una famiglia che doveva regnare in R. fino alla Rivoluzione del 1017.

Dal momento dell'elezione di Michele Romanov la posizione della R. si andò di nuovo rafforzando sul piano internazionale, mentre sempre nuovi elementi di tecnica e (in parte) di civiltà europea penetravano, sia pure lentamente, nel paese. Tuttavia la R. non andò esente da disordini interni. La più grave sommossa fu senza dubbio, durante il regno dello zar Alessio, quella capeggiata da Sten'ka Razin (1670-72), figura poi romanticamente esaltata nei canti popolari. Appoggiandosi a Cosacchi, contadini, servi fuggiti e, in parte, a nuclei etnici affogeni, Razin riusci a dominare per un certo tempo nelle regioni del medio e del basso Volga.

A cavallo del xvir e xviI sec., con la potente figura di Pietro il Grande (v.) la R. subisce profonde trasformazioni sul piano interno e si presenta in Europa come potenza di primo piano. L'affermarsi, sotto di lui, della " vita " e dell'attivismo, in contrapposizione alle "traffazioni ed agli "atteggiamenti contemplativi», non significa, come nel clima dell'umanesimo e del Rinascimento occidentali, un richiamo ai valori della civiltà classica, ma si concreta invece talvolta in orge brutali e in canzonature della religione. Della civiltà occidentale che vuole introdurre in R. (in nome della potenza futura del suo paese), Pietro sente quasi esclusivamente gli aspetti tecnici e materiali. Le sue grandiose riforme hanno sempre qualcosa d'improvvisato. La sua volontà industrializzatrice s'identifica in buona parte con un'economia di guerra: è, ad ogni modo, lo Stato che ordina la creazione di fabbriche, in un paese di scarsi capitali, senza intraprenditori e con pochissimi acquirenti (dato il predominio della produzione artigiana). Sorgono centri urbani, non per uno spontaneo arricchimento materiale e spirituale, ma perché lo Stato ha bisogno di nuclei amministrativi. Sorgono anche scuole da cui dovranno uscire ufficiali, costruttori di strade e ponti, medici, funzionari, ingegneri, artiglieri. Lo studente, dal momento in cui inizia i suoi studi, comincia a "prestar servizio " per lo Stato: si sviluppano così i primi caratteristici germi dell'intelligéncija. Il nuovo, dispotico Stato laico taglia le barbe e vista i caftani : nello stesso tempo vuole dischiudere ai giovani più audaci ed abili il mondo della tecnica moderna (che molti di questi giovani scambiaranno senz'altro con la civiltà). Le feroci repressioni di Pietro contro i suoi avversari non escludono peraltro nell'energico sovrano - creatore della nuova capitale sulle rive paludose del golfo di Finlandia - un profondo rispetto per l' utilità pubblica e e gli interessi dello Stato. Tra vicende belliche non sempre ugualmente fortunate,

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Pietro realizzò tuttavia grandiosi successi militari, culminati con la vittoria di Poltava contro Carlo XII che eliminò praticamente la Svezia dal numero delle grandi potenze.

Le riforme di Pietro il Grande presentavano peraltro il difetto di tutte le riforme imposte violentemente dall'alto e non maturate gradualmente da bisogni reali e da aspirazioni ideali di un popolo (o, almeno, dalla parte più colta e più cosciente di esso). Al rispetto per gli interessi dello Stato (e soprattutto per il pubblico denaro) dovevano succedere spesso i capricci e gli egoismi di despofi e di "favoriti" per lo più di origine straniera. Le rivoluzioni di palazzo erano l'indice tipico di un clima. Notevole, peraltro, fu la figura dell'imperatrice Elisabetta che spalancò le porte all'arte, al gusto ed alle eleganze francesi, pur sottolineando, d'altro parte, il suo sincero attaccamento alle tradizioni russe. Con Elisabetta, intorno alla metà del sec. xvili, si vengono affermando in R. alcuni spunti caratteristici di «assolutismo illuminato».

La figura dominante in R. nella seconda metà del Settecento è peraltro Caterina II, che ebbe, per il suo Stato, un'importanza certo non minore di Pietro il Grande. L'utilitarismo di Pietro aveva creato, con la guerra, l'industria, la tecnica, l'arte militare, gli "uomini nuovi": ma il "progresso" non era stato concepito da lui in funzione "umanitaria ". Con Caterina II penetra invece in R. il clima dell'enciclopedismo, dell'illuminismo, delle velleità emancipatrici e riformatrici. Si vuole abolire la tortura e si voglion prevenire i delitti. Sorgono nuove scuole, si diffondono le dottrine fisiocratiche, Voltaire, Diderot, Beccaria diventano di moda nei salotti colti ed eleganti. Ma una grande rivolta negli Urali e lungo il Volga, capeggiata da E. Pugačëv (ripetizione minacciosa della precedente ribellione di Razin) convince l'Imperatrice dell' "aspetto pericoloso" di idee che le sembravano tanto attraenti nei salotti. L'Imperatrice subisce così un'involuzione nettamente conservatrice, che viene ancor più sottolineata in seguito allo scoppio della Rivoluzione Francese. Notevoli successi furono realizzati, sotto il suo regno, dalla R. contro i Turchi. In seguito alle successive spartizioni della Polonia, la R. si annesse gran parte del territorio di quello Stato, rafforzando ancora più la sua posizione di grande potenza.

Agli albori dell'Ottocento la R. è ancora scarsamente conosciuta in Occidente, ma sempre più si comincia ad intuirne, da parte della diplomazia, l'importanza politica ed il peso militare. Sotto il regno di Alessandro I, durato dal 1802 al 1825 , la R. passa nuovamente attraverso un interessante periodo di riforme: ma molte riforme resteranno allo stato di progetto e dall'insoddisfazione che questo fatto produce, sorgerà il primo tentativo rivoluzionario. Anno di decisiva importanza sarà il 1812 : gli eserciti napoleonici invadono la R. e Mosca viene data alle fiamme perché l'invasore non trovi un ricovero. Dopo la vittoria delle armi russe comincerà a svilupparsi tra le classi colte un nuovo e più «moderno» nazionalismo : il patriottismo russo si identificava fino allora con un sentimento religioso ("ortodosso") e dinastico; di più in più, sotto l'influsso di idee provenienti dalla Francia e dalla Germania, si vorrà assegnare alla R. una grande «missione» nel mondo. Appena salito al trono, Alessandro I cercò di imprimere al suo regno un tono genericamente liberale : residui illuministici della sua educazione si mescolavano curiosamente in lui con sogni romantici; ideali di libertà nati dalle letture dei classici greci e latini s'intrecciavano alle abitudini di una corte semidispotica. Molti giovani ufficiali che a lungo avevano creduto di "collaborare" con lo Zar in un'artività ed in una propaganda riformatrice (soprattutto per quel che riguardava l'abolizione della servitù della gleba), si trovarono quasi inavvertitamente a diventare cospiratori
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(da T. Copenchil, L'art byzantin chez les slaves. Parigi 1622. Ruzsla - I ss. Giovanni e Procoro. Minuatura del principio del sec. xiv. Frontespizio del Vangelo di Teodoro il Nero da Jaroslav. Jaroslav. Museo.
e rivoluzionari, a mano a mano che Alessandro I si veniva scostando dalle sue giovanili tendenze liberali. Si giunge cosi (dic. 1823) alla cosiddetta insurrezione dei "decabristi" (da debabo ${ }^{1}$, che in russo significa dicembre). Fra i congiurati si delineavano in grandi linee due tendenze: quelli che miravano ad una monarchia costituzionale di tipo più o meno inglese e quelli che si richiamavano a ideali genericamente giacobini, con inserimento di spunti pre-socialistici. L'insurrezione venne abbastanza facilmente repressa, ma essa doveva essere il preludio di intenzi e profondi movimenti rivoluzionari. La debolezza e l'astrattismo fantastico di Alessandro I si rivelarono particolarmente in occasione del sorgere della "Santa Alleanza" e dei suoi sviluppi, non sempre consoni ai sogni contradditori del misticheggiante Imperatore.

Il regno di Nicola I (1823-55) comincia con lo stroncamento dell'insurrezione decabrista. Da un lato il nuovo Imperatore vuole combattere a fondo ogni germe rivoluzionario, dall'altro, con lo sviluppo in R. del moderno capitalismo, con il diffondersi dell'industria e delle ferrovie, si gettano le basi di inevitabili trasformazioni sociali e di future agitazioni. La R. sembra, sotto il suo regno, inaccessibile alla rivoluzione : d'altro lato la guerra di Crimea mostra numerose, gravi debolezze tecniche e materiali, mentre l'agitazione politica e sociale, per quanto tenuta in sordina, dilaga sempre più, specie verso la fine del suo regno. Lo spirito di solidarietà antirivoluzionaria è più forte in Nicola I che l'immediata voce degli interessi nazionali e statali della R. (lo si vide nei rapporti con l'Austria nel 1849). Uomo, in certo modo, tutto d'un pezzo, egli non capi però la necessità di iniziare per tempo riforme politiche ed una trasformazione e redistribuzione dei rapporti sociali. L'insurrezione della nazione polazza ( 1850 -51) e la dura repressione attirarono contro la R. profonde inimicizie nei più diversi e opposti settori dell'opinione pubblica europea (cattolici, liberali e democratici di sinistra).

Ad una grandiosa opera di riforme volle invece dedicarsi Alessandro II, che regnò dal 1855 al 1881. L'infelice esito della guerra di Crimea e l'orientamento sempre più esplicito di influenti settori della società russa rendevano non più dilazionabili le grandi riforme. Opera fondamentale fu l'emancipazione dei contadini (1861),

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(da N. P. Kondokov, L'eroe russe. Proge 202, tan. 24)
Russia - Battaglia dell'armata di Jaroslav contro quella di Sviatopold il Maledetto. Icona del principio del sec. xvi - Mosca, Museo russo.
mediante l'abolizione della servitù della gleba. Non meno importanti la riforma giudiziaria e quelle militare e scolastica, tutte quante improntate a spirito "europeo" e genericamente democratico. L'autocrazia non veniva abolita, ma in essa venivano in certo qual modo inseriti spunti decisamente liberali e trasformazioni di carattere sociale. Il fallimento di queste grandi riforme è dovuto in parte alle esitazioni dello stesso Zar, fermatosi spesso a pericolose soluzioni intermedie: ma il caotico e brusco sergere di un ceto medio, privo di tradizioni, di equilibrio e di cultura e dominato, specie nei suoi elementi giovani, da idee estremiste, fece il resto. Come freno alle riforme democratiche agl pure la grande ribellione polacca del 1863 , la quale, in pratica, non approdò che a nuove, dure repressioni. Durante il regno di Alessandro II prese sempre più piede in R. il movimento rivoluzionario (che in Occidente si conosceva sotto il termine alquanto generico ed impreciso di « nichilismo "). Idee radicali del Settecento francese si intrecciavano nel " nichilismo" alle più spinte idee materialistiche e democratiche dell'Ottocento, con preannunci ben chiari in senso socialistico e collettivistico. Non solo un'arte "avulsa dalla vita ", non solo una filosofia "spiritualista ", ma l'arte e la filosofia stesse venivano respinte da questi giovani rivoluzionari, ai quali apparivano un'inutile "perdita di tempo ", di fronte ai "concreti problemi rivoluzionari " ed ai quesiti posti dalla scienza. C'era anche nei loro animi ingenui e generosi un sentimento di vergogna nel godere di ciò che il "popolo" non poteva godere.

Gli attentati politici divenivano sempre più numerosi e vittima di un attentato cadde lo stesso zar Alessandro II nel marzo 1881. Il suo successore Alessandro III, che regnò dal 1881 al 1894, volle imprimere alla politica interna russa un tono più energico, nella speranza di estirpare, con un atteggiamento fermo, la "piaga del terrorismo ". Anche il regime di Alessandro III conobbe tuttavia oscillazioni, tra la politica rigidamente autoritaria e antiliberale del Pobedonoscev (Pobiedonostzev) ed il vago liberalismo di Loris-Melikov, che mirava ad "iso-
lare" i rivoluzionari, con graduali concessioni in senso costituzionale alle correnti moderate e riformiste. Del resto, l'ulteriore industrializzazione del paese (specialmente in alcuni grossi centri) e lo sviluppo notevole delle ferrovie contribuirono ad aumentare le masse proletarie, istintivamente e primitivamente rivoluzionarie. In grandi linee, la politica di Alessandro III ebbe un carattere decisamente antiliberale, in contrasto con quella del suo predecessore: tuttavia, sul piano della politica estera, Alessandro III alleó la R. alla Repubblica francese, facendo cioè prevalere gli interessi nazionali alla tradizionale amicizia fra gli Imperi a tendenza conservatrice (R., Austria, Germania). L'alleanza con la Francia significava per la R. una garanzia di aiuto contro eventuali "elleità espansionistiche tedesche ed austriache e dischiudeva alla R. il mercato finanziario francese.

Con Nicola II, che regnò dal 1894 al 1917, le grandi agitazioni rivoluzionarie entrarono nella loro fase decisiva. Il nuovo Imperatore, pur essendo convinto fautore dell'autocrazia, era un uomo debole. Di fronte alle agitazioni rivoluzionarie, faceva concessioni, che poi cercava di ritirare (del tutto o in porte), quando il momento dell'estremo pericolo sembrata superato. Di tutte le possibili linee politiche, questa era probabilmente la più infelice. La corruzione e l'intrigo, tra le sfere dirigenti, avevano assunto aspetri allarmanti. A corte, a mano a mano, si erano affermati uomini servili ed avventurieri, come il famigerato Basputin. Tuttavia non mancarono, durante il suo regno, tentativi seri di arginare le agitazioni e di risollevare le finanze: da citare, p. es., la riforma monetaria legata al nome del ministro Witte e il successivo tentativo di riforma agraria fatto, con sistemi forse discutibili, da Stolypin. La grandiosa costruzione della ferrovia transiberiana contribuì a sviluppare l'emigrazione interna. Gli attentati terroristici contro membri della famiglia imperiale, governatori, esponenti della polizia, si succedevano tuttavia con un ritmo impressionante.

La guerra contro il Giappone (1904-1905) accelerò il ritmo rivoluzionario. Grande potenza che andava dal Mare Artico al Mar Nern, dal Mar Baltico all'Oceano Pacifico, la R. era portata a guardare verso l'Asia, tutte le volte che la sua espansione in Europa subiva punti d'arresto. Gli scarsi successi diplomatici ottenuti da Alessandro II dopo le sue vittorie contro la Turchia nella Penisola balcanica (Trattato di Berlino, 1878) spinsero infatti la R. (dove vasti strati di opinione pubblica si sentivano "delusi") ad un accentuato espansionismo nell'Asia centrale ed in Estremo Oriente. Una "piccola" guerra con il Giappone (da cui ci si aspettava un brillante successo) poteva inoltre apparire come un utile diversivo contro le ormai croniche agitazioni politiche e sociali. La disastrosa sconfitta della R. ad opera del Giappone doveva invece, in breve tempo, esasperare l'agitazione rivoluzionaria.

Gli uomini che rappresentavano l'indirizzo più marcatamente "autocratico" non si rendevano conto che profonde trasformazioni d'ogni genere erano necessarie, specie sul piano sociale, per togliere l'acqua al mulino della rivoluzione. I liberali vivevano su un piano di semilegalità e non disponevano di un ceto medio maturo e conscio del senso del limite: deboli e travagliati da lotte interne, in parte monarchici e in parte repubblicani, essi assecondavano talvolta l'agitazione rivoluzionaria, facendo poi bruscamente macchina indietro. Nebulosa, debole, demagogica era la via tracciata da vaghe e indeterminate correnti che cercavano di conciliare le tradiziose religioea "ortodossa" col "progresso". Sempre più decisi si dimostravano invece i partiti apertamente antimonarchici e più o meno rivoluzionari. I cosiddetti "socialisti-rivoluzionari " avevano i loro aderenti in quasi tutte le classi sociali ed esercitavano un forte fascino sugli studenti con le loro formazioni terroriste clandestine : romantici ed eclettici, essi tendevano alla repubblica democratica, a formole vagamente quarantottesche (nel senso europeo del termine), ad un socialismo non marxista, esaltando la "personalità umana " e simpatizzando con i contadini. I bolscevichi (v. bolscevismo) erano una minoranza attiva, autoritaria, centralisticamente organizzata e, nei momenti

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di punta, avevano generalmente un peso ben maggiore del loro apporto numerico. I menschevichi corrispondevano, in grandi linee, al socialismo democratico europeo, ma mancavano di seguito per la mancanza in R. di operai qualificati e bene retribuiti, per l'estremismo che, specie nei giovani, era diventato quasi un istinto, per la lentezza e la contradditorietà delle riforme e delle misure governative.

Il ministro dell'interno Plehve fu assassinato nel luglio del 1904, senza che il fatto causasse deplorazioni nell'opinione pubblica: ciò costituiva un fatto davvero sintomatico. Tutto il paese era ormai scosso da una violenta febbre rivoluzionaria. Vaghe speranze che lo zar concedesse la Costituzione non si realizzarono. Il 9 genn. 1905 si ebbe a Pietroburgo una tragica "domenica di sangue", quando la polizia sparò contro una imponente folla che voleva recarsi al Palazzo d'inverno per recare allo zar una petizione. La rivoluzione sembrò prendere davvero il sopravvento : particolarmente attivi si
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fra G. R. Laubanski, Le Krenche de Mousse et un trésor d'art, Parigi s.a., taz. 65. Russia - Dalmatica ricamata (1587) - Mosca, Gromlino, sacrestia patriarcale.
mostravano gli stu-
denti e gli operai. Mentre i contadini (aspiranti a diventare piccoli proprietari) bruciavano molte ville signorili, Mosca e Pietroburgo erano scosse da sanguinose agitazioni rivoluzionarie e da scioperi totali. Nel Mar Nero si ebbe una grave ribellione nella flotta militare. Tra gli operai si costituirono i primi sovety ("consigli»). Il 17 ott. 1905 lo zar si decise a concedere al popolo russo una parziale costituzione (la parola "costituzione" era tuttavia evitata). L'ondata rivoluzionaria si placo affine alquanto, anche per esaurimento interno. Si ebbero, azzi, violente manifestazioni controrivoluzionarie, specie nella R. sud-occidentale, accompagnate da eccessi contro gli ebrei. Si distinsero nelle violenze le cosiddette "centurie nere".

La prima "Duma" (parlamento) era dominata da elementi di sinistra e di estrema sinistra: il governo si decise perciò a scioglierla (luglio 1906); la seconda "Duma" ebbe la stessa sorte (giugno 1907). La terza Duma, eletta sotto svariate pressioni, si mostrò più docile. Nel paese l'ondata rivoluzionaria poteva apparire in regresso; il mondo della cultura si veniva alquanto allontanando dalla "mistica materialista" e dalle soluzioni rivoluzionarie. Era forse lecito pensare ad un graduale "europeizzarsi" della R., sia pure tra alti e bassi di ulteriori ribellioni e repressioni.

Lo scoppio della prima guerra mondiale doveva in breve riaccendere la fiamma della rivoluzione. Nell'estate del 1914 una vigorosa ondata patriottica si diffuse sulla R., facendo anche presa su numerosi elementi popolari. Dopo le prime vittorie sugli Austriaci, gli eserciti russi subirono peraltro una clamorosa serie di disfatte; vasti territori furono abbandonati si Tedeschi. Le comunicazioni ferroviarie erano insufficienti, l'esercito male rifornito, nelle grandi città scarseggiavano i viveri; tra i circoli vicini a corte si ventilavano più o meno vagamente propositi di pace separata con gli Imperi centrali. Tra i diplomatici dell' "Intesa" c'era chi sperava da una rivoluzione democratica un'intensificazione dello sforzo bellico. Nel fabbr. del 1917 la polizia si mostrò incapace di reprimere sul nascere agitazioni di donne e di operai, causate dalla mancanza dei viveri e dalla stanchezza per una guerra che si prolungava. Le agitazioni assunsero
presto un carattere minaccioso. Costretto lo zar ad abdicare, dopo pochi giorni non era ormai più psicologicamente possibile neppure l'ascesa al trono del granduca Michele, fratello dell'ex-sovrano. La R. che non aveva ancora conosciuto un regime costituzionale di tipo europeo, era improvvisamente divenuta una repubblica. Il " governo provvisorio" si trovò immediatamente dinanzi alle massime difficoltà : tutte le categorie sociali del paese entravano in violenta agitazione, i partiti mancavano di tradizioni politiche, le minoranze etniche tendevano più o meno palesemente a staccarsi dalla R.. l'esercito era in pieno sfacelo, essendo stata abolita praticamente ogni effettiva disciplina. Il capo dei liberali Miljukov, deciso a continuare la guerra accanto agli Alleati e sempre più sospettoso verso gli estremisti, fu gradualmente sostituito dal debole e demagogico Kerenskij, il quale voleva anche lui che la guerra continuasse a fianco dell'Intesa, ma non era in grado con le sue astratte formole politiche di ristabilire l'ordine nel paese ed al fronte (singoli, tardivi provvedimenti da lui presi contro sabotaggi e tradimenti non facevano che esasperare momentaneamente gli estremisti, senza approdare a nessun effettivo risultato). Lenin (v.), capo della frazione bolscevica, energico e deciso nei suoi mezzi di lotta e nei suoi scopi, ottimo tattico e stratega della politica, era intanto rientrato in R., servendosi del famoso "vagone piombato" messogli a disposizione dalla Germania (che, stanca anch'essa della guerra, sperava in un crollo militare della R.). Poco dopo raggiunse la R. Trockij (Trotzki [v.]), brillante ed energico rivoluzionario che, dopo qualche dissidio ideologico, si era schierato con i bolscevichi. Menscevichi e socialisti-rivoluzionari erano divisi in "frazioni" e mostravano spesso marcati complessi d'inte riorità di fronte al partito di Lenin. Il regime flacco ed impotente di Kerenskij fu spazzato via, dopo pochi mesi, dalla Rivoluzione bolscevica ( 7 nov. 1917, secondo il calendario europeo). Un precedente tentativo insurrezionale di destra era fallito. Invano Kerenskij si era illuso di disporre di "forze più che sufficienti" per soffocare il colpo di mano bolscevico. I bolscevichi, giunti al potere in condizioni molto difficili, dovettero firmare con la Germania imperiale la pace di Brest Litowsk. Poco dopo, la guerra civile divampava in tutto il paese, con gli orrori che una guerra civile porta sempre con sé. La famiglia imperiale venne uccisa nel 1918. Le masse contadine che avevano appoggiato la Rivoluzione, nella speranza di impadronirsi della terra, erano di più in più irritate dalle requisizioni. Ma anche i cosiddetti eserciti «bianchi» mancavano di unità e i capi delle forze controrivoluzionarie mostravano scarse capacità diplomatiche e propagandistiche. Il caos causato dal cosiddetto "comunismo di guerra" nella R. sovietica fu in parte attenuato dalla Nop ("Nuova politica economica»): con abile mossa, infatti, Lenin aveva dato una decisa sterrata all'economia, ammettendo provvisoriamente certi settori "capitalistici" ed un margine per l'iniziativa privata. Alla morte di Lenin (genn. 1924), si prodiò sempre più sul primo piano il georgiano Stalin. Con l'inizio dell' "èra staliniana" la R. (divenuta dopo la rivoluzione "Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche") iniziò una serie di gran-

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(da G. K. Loukanski, Le Kremba de Miséra et ses trésors d'art. Parigi t.a., Iar. 27)
Russia - Croce pettorale (sec. xvir). Mosca, Cremlino, sacrestia patriar-
cale.
diosi «piani quinquennali» allo scopo di trasformars i sempre più in potenza industriale e di collettivizzare l'agricoltura. Successi tecnici notevoli furono ottenuti a prezzo di duri sacrifici. Stalin, a differenza del suo avversario Trockij, era convinto che fosse possibile di costruire il socialismo anche nella sola R.