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5 fedeli; l'esarcato del Canadà centrale con 107.353 fu diviso nel 1951 in esarcato di Manitoba (sede Winnipeg) ed in quello di Sakatchevan (sede Saskatoon). I R. nel Brasile (ca. 100.000) e in Argentina (ca. 120.000) dipendono dai vescovi latini. Gli emigrati e i recenti profughi ruteni nei paesi dell'Europa occidentale (ca. 150.000) sono amministrati dal visitatore apostolico residente a Roma.
IX. Valutazioni. - I R. uniti - in tutto 5.182.285 - costituiscono il più numeroso gruppo dei cattolici di rito orientale. Essi, coltivando le antiche tradizioni canoniche, liturgiche e spirituali dell'Oriente cristiano, pur rimanendo in comunione con la Sede Apostolica, erano la prova palpabile che la Chiesa cattolica è universale non soltanto de iure ma anche de facto. Superando le difficili vicende storiche i R. hanno dimostrato la loro vitalità vigorosa e feconda. In questo momento solo i R. in emigrazione possono liberamente continuare queste tradizioni orientali e cattoliche. Le antiche sedi vescovili rutene in Halič e in Subcarpazia sono usurpate da vescovi dissidenti, mentre i vescovi, sacerdoti e laici, fedeli all'unione con Roma, sono perseguitati, esiliati, incarcerati. Ma proprio questi perseguitati sono il pegno della futura rinascita della Chiesa rutena.

Bibl.: A. Theiner, Die neueste Zustände der katholischen Kirche beider Ritus in Polen und Russland seit Katherina II. kis auf unsere Tage, Augusta 1841; M. Harasiewicz, Annales Ecclesiae Ruthenae, Leopoli 1862; M. Malinowski, Die Kirchenund Staatszateangen besägl. des Griechischhath. Ritus der Ruthenen in Galizien, ivi 1864; J. Pelexz, Geschichte der Union der Ruthenischen Kirche seit Rom, 2 voll., Würzburg 1881; E. Likowski, Geschichte des allmäligen Verfalles der unierten ruthenische Kirche im XVIII. und XIX. Jahrhundert unter polnischen und russischen Srepten, 2 voll., Poznanis 1883-87; N. Guégan, Un apôtre de l'union des Églises au XVIIr siècle: St Josaphat et l'Eglise gréco-siave en Pologne et en Russie, 2 voll., Parigi 18971898; L. Leocouet, L'Eglise catholique et le gouvernement russe, ivi 1903; E. Likowski, Die ruthenische-römische Kirchenvereinigung, genannt Union zu Brest, Friburgo 1904; A. Korczok, Die griechisch-hatholiche Kirche in Galizien, Lipsia-Berlino 1921; A. Boudou, Le St-Siège et la Russie, 2 voll., $2^{2}$ ed., Parigi 1922 1923; R. Völker, Kirchengeschichte Polens, Berlino 1930; J. Slipyj,

Graecocatholica Academia theologica einsune status et constitutiones, $2^{2}$ ed., Leopoli 1933; A. Martel, La langue polonaise dans les pays ruthéues, Ukraine et Russie-Blanche, 1569-1667, Lilla 1938; C. Gatti-C. Korolevskij, I Riti e le Chiese orientali, Roma 1942, pp. 600-771; N. Andrusiak, Ruthine (Eglise), in DThC, XIV, coll. 382-407; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1947 (con bibl. abbondante in lingue occidentali e slave). Giuseppe Olèr
X. Rito ruteno. - E il rito bizantino come era praticato prima del 1945 nelle cparchie cattoliche di Leopoli, Przemyśl, Stanislaviv in Polonia, di Munkacs e Prešov in Cecoslovacchia, di Krizevci in Jugoslavia, e come è in uso oggi negli ordinariati per i R. in Canadà e negli Stati Uniti, tra i numerosi gruppi di R. nell'America meridionale e tra i dispersi in Europa centrale e occidentale. Fra i cattolici di rito orientale è il gruppo più numeroso.

Il rito ruteno ebbe origine a Kiev quando questo paese accettò nel sec. $x$ il cristianesimo da Costantinopoli e cominciò a celebrare la liturgia nella lingua antico-slava. Le versioni vennero dai Bulgari e dai Serbi, il rito però si sviluppò con caratteri particolari e senza stretta uniformità. Le divergenze si vedono chiare nei codici manoscritti e non sparirono quando si iniziò la stampa dei libri liturgici nel sec. zviI, a Strjatin, Ostrog, Vilna, Kiev, Leopoli. Il vero padre del rito ruteno fu il metropolita dissidente di Kiev, Pietro Moghila (1633-47), specialmente con le sue edizioni del Liturgicus (1629-39) e dell'Euchalogion o Trebuih (1646), Kiev, in quel tempo sotto il dominio della Polonia, subì fortemente l'influsso occidentale nelle scuole, nelle accademie, nelle dottrine teologiche e anche nella liturgia, p. es., sul valore consacratorio delle parole di Cristo, sulla forma di tutti i Sacramenti. La mancanza di comprensione e talvolta il disprezzo dei Latini per il rito orientale fecero omettere, cambiare o amplificare alcune cerimonie. Quando, verso il 1685 , Kiev passò sotto il dominio di Mosca, la riforma moghiliana fu continuata in Galizia dove le eparchie non avevano ancora aderito all'Unione di Brest-Litovsk. Invece nella parte settentrionale (Polotsk, Vilna, Suprasl), dove l'Unione si era ben stabilita, il contatto con i Latini provocò seri cambiamenti nel campo liturgico, che si manifestarono, p. es., nella prima edizione del Liturgicon, fatta a Vilna nel 1692. Quando però i vescovi di Leopoli e di Przemyśl accettarono l'unione, fu necessario riunire un sinodo per cercare di stabilire una più grande uniformità fra nord e sud; il Sinodo di Zamošč (1720) confermò alcuni mutamenti rituali introdotti al nord, ma rimandò altre decisioni a un tempo ulteriore. Cominciò allora una latinizzazione più sfrenata, malgrado l'opposizione costante ma debole della parte conservatrice, e senza l'approvazione della S. Sede. Perpetuandosi quel dualismo fino ai presenti giorni, la S. Sede, su domanda della gerarchia rutena, ha intrapreso l'edizione di libri liturgici con l'intento di salvaguardare il rito autentico e genuino. Sono apparsi la Liturgia di c. Giovanni Crisostomo (1940), il Liturgicon con il calendario (1942), l'Evangeliario, Vangeli scelti (1943), Epistole scelte (1944), l'Uffizio di Pasqua (1944), il Molt Trebuih (1947), il Casoslov (1950) e, in latino, un Cerimoniale per vespri, matrutino e divina liturgia (1945). - Vedi tavv. XCIII-XCIV.

Bibl.: I. Peleš, Pasticchae Bogoslovie, Vienna 1883, pp. 265 877; I. Dolnitskii, Tipih tzvrhve rusba-batolivchaja, Leopoli 1899; J. Bocian, De modificationibus in textu Slavico liturgiae I. Iuannu Chrisostomi apud Ruthenou introductio, in Chrysostomico, Roma 1908, pp. 929-69; A. Bass, Le rituel ruthène depuis l'Union de Brest, in Or. Christ. periodica, I (1935), pp. 361-92; id., Le Liturgicon ruthène depuis l'Union de Brest, ibid., 8 (1945), pp. 93143 . Alfonso Racs

RUTH. - Virtuosa donna moabita, sposa di Booz, ava di David (Mt. 3, 3-6), del tempo dei Giudici (Ruth 1, 1), la cui storia è oggetto del libro omonimo.
R., vedova senza prole, non abbandona la suocera Noemi che, perduti marito (Elimelech) e figli, ritorna in patria (ibid. 1). A Betlemme, per il loro sostentamento, R. va a spigolare, e si guadagna la stima di Booz, parente di Elimelech (ibid. 2). Booz gradisce l'invito di

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sposare R., secondo il costume del levirato (ibid. 3). Ottenuta la rinunzia di un parente che aveva diritto di precedenza, Booz sposa R.; dal loro figlio Obed, nascerà Isai, padre di David, progenitore del Messia (ibid. 4). "Lo stile, semplice e terso, la grazia del racconto, la viva pittura dei caratteri e dei costumi pongono $R$. tra i migliori modelli di prosa narrativa, che presenti il Vecchio Testamento" (A. Vaccari).

L'autore, che è ignoto, ha voluto dare la genealogia di David (Ruth 4, 18-22) e mostrare l'azione particolare della Provvidenza in essa; come conservare i molti preziosi insegnamenti contenuti nel vivido e soave racconto. Non v'è traccia alcuna di natura polemica. Fu scritto non prima del Regno di David (ibid. 1, 1; 4, 7. 18-22), e, assai probabilmente, non molto dopo. Molteplici infatti sono le tracce in $R$. dell'antichità e storicità del racconto. Elimulech (ibid. 1, 2) risponde a Ilimilku dei testi di el-Amiżnah e Rās Samrah; "Efratei" (ibid. 1, 2) di Betlemme dimostra che la fusione tra gli abitanti di Betlemme e il clan giudeo (Efratei) che li colonizzo non era ancora avvenuta ( $\Gamma .-\mathrm{M}$. Abel, Geographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 276). La concezione del dio territoriale (Ruth 1, 15; 2, 11 sgg.) è caratteristica del tempo antico: cf. Iudc. 3, 20; 11, 24; certo inspiegabile dopo l'esilio (cf. R. Tamisier [v. bibli], p. 312). La formula di giuramento solenne (Ruth 1, 17) è in uso solo in Samuele-Re. L'estensione del levirato (ibid. 3-4) risponde agli antichi costumi ittiti e accadici (cf. Gen. 38; C. H. Gordon, Paralleles nouziens aux lois et coutumes de l'Ancient Testament, in Revue biblique, 42 [1935], p. 37); Deut. 25, 5-10 limita tale legge al cognato (R. Tamisier, p. 322 sgg.). Si osservino inoltre gli antichi costumi presentati in Ruth 4, 1+10. 16 sgg., insieme alla nota redazionale (ibid. 4, 7), e ai paralleli di Nuxi (cf. R. Tamisier, p. 323 sgg.). Il fatto che David porta in salvo la famiglia dall'ira di Saul, presso il re di Moab (I Sam. 22, 3), fa supporre che esistessero particolari relazioni di David con Moab e aggiunge una forte presunzione in favore della storicità di $R$. Infine, l'idillio e i particolari trovano esattamente posto nel periodo dei Giudici (Indc. 3, 11.30) e nella vita del tempo (L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 87 sg., 100 sg.).

Alcuni cattolici, concordi per la difesa integrale della storicità di $R$., ne rimandano tuttavia la redazione a dopo l'esilio (P. Joüon, J. Goettesberger : per gli aramaismi; R. Tamisier : per la dottrina teologica, universalità della salvezza, sofferenza del giusto, come in Giobbe). La direzione del P. Istituto Biblico, nel pubblicare il R. di P. Joüon (v. bibli), "crede suo dovere avvertire che ritiene molto più probabile che $R$. sia stato scritto prima dell'esilio. Infatti il confronto della lingua di $R$. si poco lontana dall'ebraico classico dell'epoca migliore (l'autore stesso ne conviene) è tutta in favore d. una data antica. (cf. lo stesso giudizio di S. R. Driver, Ed. König). Le particolarità morfologiche rilevate dall'autore sono veri arcaismi, indici di un'epoca remota. Il tono sereno del racconto, l'aria di gioia sparso su tutto questo idillio sono difficilmente conciliabili con le circostanze penose che dovette attraversare la piccola comunità giudaica al ritorno dall'esilio, fino al trionfo degli sforzi politici di Neemia. Infine la vividezza e la freschezza del racconto, l'abbondanza dei minuti particolari sembrano indicare che l'autore sacro non era lontano dagli avvenimenti che raccontava" (P. Joüon, p. 13; A. Schulz). Le idee accennate dal Tamisier si ritrovano nelle fonti più antiche ebraiche e (per le sofferenze del giusto) anche babilonesi; né in $R$. esse sono in un rilievo particolare.

Non hanno fondamento le varie opinioni critiche acattoliche, che rimandano $R$. a dopo l'esilio e ne fanno una pura novella (J. Wellhausen) causata da I Sam. 22, 3 (!); un midhrāt (K. Budde) per inculcare l'applicazione della legge del levirato (Deut. 25, 5-10); o per posizione polemica contro Deut. 23, 4 sg.; o più comunemente (A. Bertholet, H. Gratz, A. Kuenen, W. Nowack) per protestare contro le norme esdrine sui matrimoni con straniere (Eid. 9-10; Neh. 13, 23-29). Oltre agli aramaismi, costoro arguiscono dai nomi propri Noemi, Mahalon, Chelion, che ritenevano simbolici; ma nulla di più arduo e di più
fragile che l'affidarsi alle etimologie; R., Orpha, Booz resistono, p. es., a qualsiasi spiegazione.

Isolati rimasero i tentativi mitologici di H. Winckler, H. Gunkel : culto rurale, morte e ritorno in vita della vegetazione, rispettivamente di Tammuz-Ištar, o di IsideOsiride; riuniti insieme da M. Haller. E il tentativo di E. Reuss di spiegare Efratei per Ephraimiti (Indc. 2, 5; I Sam. 1, 1), attribuendo a R. la rivendicazione dei diritti di Giuda su Ephraim! Ma Efratei indica certamente qui Betlemme (I Sam. 17, 12; Mi. 5, 1).

Nella Bibbia ebraica $R$. sta tra i Kéthübhím («Scritti 3; non mancano testimonianze e indizi che il suo posto primitivo era immediatamente dopo il libro dei Giudici (versione greca dei Settanta, Volgata), cui fu talvolta congiunto (Origene, In Ps. 1: PG 12, 1084; s. Girolamo, Prol. gal.: PL 28, 522 sg.; Melitone di Sardi: PG 20, 396; Giuseppe Flavio, Contra Apion., 1, 8). Con ogni probabilità, lo spostamento deriva dal tardo raggruppamento delle méghillōth (v.), in cui $R$. sta al secondo posto : si leggeva nella Pentecoste, per la viva descrizione della messe dell'orzo (Ruth 2-3). Il testo masoretico è mediocre; letterale la versione dei Settanta; elegante ma molto libera la Volgata.

BNL.: i) introduzioni: A. Clamer, s. v. in DThC, XIV. coll. 372-82: H. Höpfl, Introductio...., 5* ed., Roma 1946, pp. 146148. 2) Commenti: A. Bertholet, Tubinga 1898; G. A. Cooke, Cambridge 1913; P. Joüon, Roma 1924; A. Schulz, Bonn 1926; A. R. S. Kennedy, Londra 1928; H. J. Grimmelsmann, Chicago 1931; C. Latter, Londra 1933; C. J. Goslinga, Kämpen 1938; W. Rudolph, Lipsia 1939; M. Haller, Tubinga 1940; A. Vaccari, La S. Bibbia, II, Firenze 1947, pp. 131-62; R. Tamisier, La Sie Bible (ed. L. Pirot, 7), Parigi 1940, pp. 301-26, 3) Studi : A. Rahlfs, Das Buch R. griechisch als Probe einer kritischen Handausgabe der Septuaginta, Stoccarda 1922; M. Burrows, The marriage of Booz and R., in Journal of biblical literature, 20 (1940), pp. 23-33. 445-54: M. David, The date of the book of R., in Oudtestamentische Studien, I (1941), pp. 55-63: H. H. Rowley, The marriage of R., in Harvard theological review, 40 (1947), pp. 77-99. Francesco Spadafora

RUTSKIJ, Josif VeljamIN. - Basiliano, metropolita di Vilna, n. a Ruta (Russia Bianca) nel 1574, m. a Vilna nel 1637. In un suo viaggio attraverso la Germania, a Würzburg, si converti dal calvinismo al cattolicesimo e più tardi entrò nel Collegio Greco di Roma. Per espresso desiderio del papa Clemente VIII, R. prese il rito bizantino-slavo, benché per lungo tempo non si decidesse a ordinarsi sacerdote.

Per uno speciale disegno della Provvidenza, entrò nel 1609 nel monastero basiliano di Vilna, di recente fondazione, ne divenne presto archimandrita e poi nel 1613 metropolita per gli uniti a Roma. Come tale si adoperò, senza successo del resto, per la fondazione di scuole per i laici e di un seminario per il clero. Quando gli scismatici fondarono una nuova gerarchia (1621), R. cercò di promuovere una "seconda unione" con essi, ma ancora invano. Riuscì invece a riformare l'Ordine dei Basiliani, facendo di loro un Ordine clericale sopradiocesano esente dai vescovi e dal metropolita. Con ciò egli diventò, certamente senza accorgersene, l'ideatore del rito "ruteno" come è tutt'ora. La memoria del R. è veneratissima presso i suoi consazionali.

Papa Urbano VIII lo chiamò "l'Atanasio della Chiesa rutena ".

BibL.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 261-71, 285-300.

Alberto Maria Ammann
RUTTEN, JOSEPH. - Missionario, n. a Clermont (Liegi) il 15 ott. 1874, m. a Peu (Francia) il 18 marzo 1950, appena tornato dalla Cina.

Entrò nella Congregazione di Scheut nel 1894. Ordinato sacerdote, parti il 15 sett. 1901 per il vicariato apost. di Sivann-tze, Mongolia centrale. Durante tre anni attraversò la regione in tutti i sensi, stendendone la prima carta geografica. Fondò la scuola di Nanhao-chan, rimodernando l'insegnamento. Eletto superiore generale nel

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1920, resse la Congregazione per 10 anni. Fondò nel 1920 la casa di studi di Pechino, perché i giovani missionari in arrivo si applicassero allo studio della lingua cinese, iniziativa poi seguita da altri Ordini e Congregazioni; nel 1921 il Seminario regionale di Tatung (il primo della Cina) che in 25 anni procurò più di 200 sacerdoti indigeni alla missione; lo stesso anno l'ospedale centrale della Mongolia a Kwei-Sui (prov. di Sui-Yuan) con scuole per infermieri e infermiere; e inoltre nuove case della sua congregazione in Belgio e in Olanda.

Nel ritorno in Mongolia dopo la fine del generalato (1930), con il consiglio e l'aiuto di Pio XI, passo in Polonia per studiare il tifo esantematico, presso il prof. Rudweigl a Lwòv; inviò giovani medici cinesi a Lovanio per lo stesso scopo; fondò, poi, presso l'Università cattolica di Pechino un laboratorio per preparare sul posto vaccini e sieri salvando i giovani missionari dalla terribile malattia. Membro della Commissione sinodale per i seminari e l'igiene, passo gli ultimi anni della sua vita nello studio della romanizzazione interdialettale della lingua cinese.

Giuseppe Nevejan
RUTTEN, Martin-Hubert. - Vescovo di Liegi (Belgio), n. a Geystingen (Limburgo) il 18 dic. 1841, m. a Liegi il 17 luglio 1927.

Ordinato sacerdote nel 1867 , fu professore nella Scuola Normale di St-Trond: nel 1873 direttore del Seminario minore di St-Roch; nel 1877 del Seminario minore di St-Trond; nel 1879 vicario generale del nuovo vescovo di Liegi, al quale successe poi nel 1901. Sotto il suo episcopato ebbe notevole incremento la scuola libera, mediante la creazione di nuovi collegi e di istituti professionali o tecnici, e l'Azione Cattolica, che allora nasceva. L'ultimo quarto del sec. xix aveva visto l'imporsi della questione sociale in maniera piuttosto vivace. Fin dall'inizio del suo episcopato, R. si era trovato in mezzo a lotte appassionate che dividevano i cattolici democra. tici dai cattolici conservatori. Egli tentò, con scarso successo, di far da mediatore tra i contendenti, dopo avere nei primi anni ostacolato con energia, forse eccessiva, le tendenze ardimentose, anche se talvolta non chiare, dello schieramento democratico. Dopo la guerra 1912-18 favori invece moltissime riforme sociali. Un altro grande problema che egli si trovò a dover affrontare fu il movimento fiammingo, sviluppatosi nel Belgio alla fine del sec. xix e all'inizio del xx.

Tale movimento sorse dal desiderio di dare alla cultura fiamminga un posto non dissimile da quello che aveva nella vita del Belgio la cultura di ispirazione francese, ed anche dal desiderio di favorire il riavvicinamento delle classi sociali mediante l'uso della stessa lingua. Fin dalla giovinezza, il R. si distinse per il forte attaccamento alla lingua materna. Pubblicò appunto in quella lingua parecchie opere letterarie, particolarmente di carattere drammatico, e diede appoggio a tutte le istituzioni che miravano a darle incremento. Quando poi divenne vescovo, fu tra i più ardenti promotori di tutto quello che il movimento fiammingo conteneva di aspirazioni legittime. Si oppose, inoltre, con fortezza a tutti i tentativi di separatismo, soprattutto degli attivisti, durante la prima guerra mondiale. Avvenuta l'occupazione del Belgio da parte dei Tedeschi, il R. fu uno dei più intrepidi difensori del popolo contro le violenze del nemico : ne fanno fede le sue lettere e i suoi discorsi raccolti in volume da mons. Simenon (Un évêque, défenseur de la cité). Due suoi libri ebbero, allora, grande successo: Manuel d'apologétique e l'Église et les promesses divines.

BibL.: anon., Necrologio, in Ephem. Theol. Lovan., 3 (1927), pp. $74^{8-49}$ ed una cronaca, ibid., p. 330. Giovanni Vieujean

RUUSBROEC, Jan di, beato. - Principe della 'mistica fiamminga, detto Admiralilis e Doctor divinus, n. a Ruisbroek (Bruxelles), nel 1293, m. a Groenendael il 2 dic. 1381. Sacerdote a 24 anni, R. ottenne in seguito un posto di vicario.

In possesso di un'esperienza sublime, perché aveva fatto proprio quanto avevano prodotto di più solido ed
![img-31.jpeg](img-31.jpeg)
(per cortesia del Dircstore della R. Gonoulschop) Ruusbroec, Jan di, beato - Riratto antico - Anversa, Ruusbroec Genootschap.
elevato i suoi predecessori fiamminghi e la recente speculazione mistica renana, R. si senti chiamato a farsi guida e difensore dell'ortodossia presso le folle, conquistate da movimenti mistici ai quali si mescolavano errori come quello di Heilwig, detta Blomardinne o Blommaerdine (m. ca. il 1336), nobile e influente brussellese, fautrice del «libero spirito».

Verso il 1330 R. cominciò a scrivere in lingua volgare. Dei suoi 11 trattati 6 furono composti a Bruxelles: Dar Rijche der Ghelieven ( 11 regno degli amanti s); Die gheestelike Brulocht ("Le nozze spirituali "); Vanden blinckenden Steen ("La pietra sfolgorante"); Vanden vier Be coringhen ("Le quattro illustizni "); Vanden kerstenen Ghelove ("La fede cristiana"); Vanden gheestelihen To bernahel (" Il tabernacolo spirituale ").

Per dedicarsi alla vita contemplativa e alla lode divina con la celebrazione dell'Ufficio divino più raccolta di quella cui partecipava, nel 1343 R. si isolò nella foresta di Soignes, insieme con il suo parente J. Hinckaert e con il canonico Francon de Coudenberg, "magister artium ", occupando un antico romitaggio a Groenendael. Nel 1350 adottarono la Regola dei Canonici di S. Vittore di Parigi; ma non si posero sotto la dipendenza di questa casa madre. Sotto Francon come prevosto, R. fu il primo priore.

Là scrisse: Vanden VII Sloten ("I 7 chiostri "); Een Spieghel der eenwigher Saticheit ("Lo specchio della salvezza eterna"); Vanden VII Trappen ( 1 I 7 scalini "); Dat Boecshen der Verclaringhe (" Il libretto del chiarimento" o "Ritrattazione"); Vanden XII Boghinen ("Le 12 beghine" o "La più alta contemplazione "). R. lasciò inoltre 7 "Lettere" che lo rivelano direttore spirituale prudente e perspicace; le quali solo in parte sono conservate nella lingua originale; il resto rimane nella traduzione latina di L. Surius. Tra gli altri scritti attribuiti a R., due soli possono essere autentici : una Chiosa sol Pater, estratta da un trattato perduto sull'orazione, e un'allocuzione sull'Eucaristia. Fin dal principio gli scritti di R. ebbero larga diffusione in tutte le contrade fiamminghe. L'invio del suo capolavoro, Le nozze spirituali (1350) agli

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"Amici di Dio * dell'Oberland, diede origine alla traduzione dell'opera in un dialetto germanico. Dopo pochi anni segui la traduzione latina di Jordaens, e poi quella più letterale di Geert Groote (v.) : di queste due traduzioni latine la prima si diffuse principalmente nei paesi romanzi, la seconda nei paesi germanici.

Fondati su di una sintesi vigorosa, gli scritti di R. sono caratterizzati dalla forma didattica e dall'esposto concentrico. Nella sostanza la sua mistica è nettamente trinitaria e cristologica; sistematizzata con un ritmo platonizzante cristiano, di flusso e riflusso, che mette in meravigliosa luce il dinamismo naturale e soprannaturale deposto nell'anima ad immagine della S.ma Trinità.

L'influsso di R. fu e rimane europeo, come è attestato dai ca. 250 manoscritti noti delle sue opere, dalle numerose edizioni e versioni diffuse in tutte le nazioni di Europa, e dagli estratti che ne fanno altri scrittori. Non meravigli quindi di scorgere l'influsso di R. presso mistici notevoli, come Giovanni di S. Sansone in Francia, Giovanni degli Angeli e s. Giovanni della Croce in Spagna. Nuovo interessamento si nota nel nostro secolo: i Benedettini di Nisques ne diedero una nuova versione francese e si ebbero traduzioni parziali in inglese, italiano, polacco, russo.

Festa il 2 dic. Il suo culto fu confermato dal b. Pio X, il 9 dic. 1908 (AAS, I [1909], pp. 164-67).

Bial.: la Vita di Pomerius fu edita dai Bellandisti in Analecta (bid., 4 (1882), p. 283 sgg . L'ed. completa delle opere melle lingua originale fu curata dalla R. - Genootschap di Anversa: R., Werben. $2^{2}$ ed., 4 voll., Tielt 1944-48. La rimibore traduzione rimane quella del Surius in una delle tre cdd. di Colonia (1552, 1609, 1602). Si ha la bibl. completa su R. fino al 1931 in R., Lesen en Werben, Malines-Amsterdam 1931, p. 325 sgg. ( 237 numeri). Gli studi più recenti sono uscit per lo più nella rivista di storia della spiritualità dei Pacsi Bassi (her mystafith Erf, tra cui primeggiano, per la dottrina di R.: J. van Merlo, R.'s hettrojding der hetterii, 6 (1932), p. 364 sgg .; L. Reypens, R.'s mystiek als behroving der tohecringstheorie, ibid., p. 237 sgg .; A. van de Walle, Is R. paatheist?, ibid., 12 (1938), p. 356 sgg. e 13 (1939), p. 66 sgg .; U. Notebaert, R's devotie tot het H. Hart, ibid., 12 (1938), p. 5 sgg .; L. Reypens, Donsbrouwstudien, I. Het mystieke "gherinen", ibid., p. 138 sgg . H. Natuurlifhe en bovennatuurliibe mystiek, ibid., p. 392 sgg . Nella sua grande opera in corso, A. Confess, Essai sur la critique de R. par Gerson, finora 2 voll., Parigi 1945 e 1948, tenta di scusare Gersone. Il primo studio sistematico completo della dottrina mistica di R. è stato intrapreso in vaste proporzioni da A. Ampe, Keraproblemen uit de leer van R., I. De grondlijnen van R.'s Drievahvoldser als anderboote van den zielenopgang. Tielt 1950; II. De geestelijke grondslagen van den zielenopgang, naar de leer van R., ivi 1951; III. De zielenopgang volgens de mystiche leer van R., ivi 1952.

Leonzio Reypens
RUVO, OIOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Bari, della cui metropolitana è rimasta sempre suffraganea. R. ha una superficie di 39.880 kmq . con una popolazione di 57.387 ab . dei quali 57.200 cattolici, distribuiti in 21 parrocchie, servite da 71 sacerdoti diocesani e 5 regolari; i semimario minore; I comunità religiosa maschile e 10 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 343). La Cattedrale è dedicata alla B. M. V. Assunta; protettore della diocesi è s. Biagio vescovo.

Storia. - La tradizione che l'origine della sede vescovile risalga all'episcopato di Cleto, che fu dopo Lino il $2^{\circ}$ successore di s. Pietro, non è sostenibile. Non è del pari sostenibile l'assurdo catalogo dei primi sette vescovi di R., i cui nomi, come ben vide il Lanzoni, sono sconosciuti all'anomastica pugliese fino al sec. IV. L'ottavo della serie, un Joannes, è citato in una Vita et translatio s. Sabini (BHL, 7443) di Canosa come presente nel 493 alla benedizione della chiesa di S. Andrea a Barletta, fatta dal pontefice Gelasio I. L'istituzione della diocesi ruvestina potrebbe essere avvenuta durante il periodo della dominazione bizantina, quando gli orientali, divenuti padroni di Bari e del litorale pugliese, si adopera-
rono a creare un po' dappertutto nuove sedi vescovili, per trarre quelle popolazioni nell'orbita della Chiesa di Costantinopoli. Se così fosse, la diocesi di R. potrebbe essere sorta nel sec. viI o poco più tardi. Nel sec. XI si trova il primo presule, Gioacchino de Zonicis, che il Coleti assegna al 1009 e che, sulla fede di un indiculus Episcoporum hains Ecclesiae, avrebbe governato la diocesi per soli 44 giorni. Anche il successore Abiatario de Barghettinis è dubbio, data la mancanza di ogni documento probativo. Guilberto (o Giolberto), secondo l'anonimo cassinese, intervenne nel 1071 alla consacrazione della chiesa di Montecassino fatta da Alessandro II e, secondo Lupo Protospata (Chr. ad an. 1082), donò al priore di Monte Peloso la chiesa di S. Sabino di R. in cambio di 4 libbre annue di cera e della scorta di un cavaliere, ogni volta che si fosse recato a Bari o a Canosa.

I motivi di questi viaggi se sono spiegabili per Bari, residenza del metropolita, sono del tutto oscuri per Canosa, a meno che allora tra le due Chiese non esistessero relazioni oggi ignote. Tra i successori è un Pietro non meglio indicato, che sarebbe vissuto nel 1110 (ma è molto dubbio); Orso che consacrò la chiesa della Madonna dei Martiri a Molfetta (1162); Daniele che partecipò al Concilio Lateranense di Alessandro III (1179), noto già anche prima (1177) per aver ricevuto cospicue donazioni dal normanno Roberto conte di Conversano e signore di R., a favore della chiesa della S.ma Trinità «pro espia tione Roberti patria sui suorumque parentum s. Degli altri infine si ricordano: Domenico Ursi di R. (1417), citato in un istrumento di concessione ad enfiteusi conservato nell'Archivio capitolare; e Domenico Galezio (1676), che consacrò la chiesa dei Cappuccini e lasciò il suo nome legato ad infelici lavori compiuti nella Cattedrale. Nel 1818 Pio VII, con bolla De ulteriori Dominicae, unì a R. anche la chiesa episcopale di Bitonto, disbiaranclola a aeque principaliter : concattedrale.

Monumenti. - Molte delle più antiche chiese di R. sono oggi distrutte; così S. Sabino, la S.ma Trinità e S. Giovanni, che una tradizione vuole sia stata la prima cattedrale. Del medioevo rimane soltanto la magnifica Cattedrale romanica dalle forme severe, che reca nelle sue strutture i segni dei tentativi compiuti e delle innovazioni dovute alle vicende politiche. La chiesa, a croce latina, ha tre navate absidate in posizione obliqua rispetto alla facciata; la sua pianta originaria risultò poi allargata per l'apertura di varie cappelle nelle pareti laterali, cappelle che vennero eliminate durante gli ultimi lavori di restauro. La facciata, alta e a forte pendenza, ha caratteri del tutto diversi dalle altre cattedrali pugliesi, ad eccezione di quella di Trani : niente lesene divisionali e scarsa predilezione per i vuoti. In alto la figura seduta in cattedra, che alcuni vogliono sia quella del fondatore, chiude per cosi dire la serie degli archetti pensili che orna gli spioventi e inizia quel verticalismo decorativo che segue con il mera-
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(fot. Michals Ficarrilli)
RUVO, diocesi di - Il Duomo dopo i restauri (inizio sec. xili).

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(da F. de Fillppi, II R., Milano 1961, tav. tra pp. 128-21). RuWENZORI, vicariato apostolicO di - Il pianoro fiorito di Busmba.
viglioso rosone a raggiera trapunto come trine, con la bella trifora centrale e termina nei tre portali in basso. Anche qui nulla è compiuto: i soprarchi e le colonne addossate senza alcuna funzione statica sono gli avanzi di un portico mai costruito. In sua vece, gli artisti costruirono un elegante protito con leoni stilofori, grifi e talamoni, che mirabilmente completano la ricchissima decorazione del portale maggiore, ove si trova, tra ornati, simboli dell'Apocalisse e contestamentari, un fantastico repertorio figurativo rappresentato in maniera singolare. Nell'interno le forme vivono di contrasti assurdi, dai capitelli diversissimi agli archi falcati, alle basi disuguali. E tutto incompiuto: le lunghe paraste tra i grandi archi pieni di un matroneo mai costruito, il ballatoio sostenuto da grandi mensole ornate, la crociera interrotta alle imposte degli arconi che avrebbero sostenuto una cupola. La cattedrale di R. nacque romanica e fini per accogliere elementi gotici, fu concepita dallo spirito delle maestranze indigene e si permeò d'influssi nordici ed orientali. Non si sa quando fu iniziata, ma una data è segnata in un trilobato del rosone: 1237. Chi disse che uno Svevo l'avesse compiuta, aveva ragione: fu Federico II di Svevia.

Il campanile a fianco, in origine torre di difesa e di osservazione, poi trasformato in prigione e da ultimo in torre campanaria, è forse anteriore al Mille. Delle altre chiese, quella di S. Angelo serba solo il ricordo nei rifesi. menti settecenteschi della sua origine basiliana. Qualche arco rimane nella romanica chiesa di S. Luca; poche vestigia nella duecentesca S. Lucia e solo mura superstiti nella chiesetta dei Cappuccini. La cripta della chiesa del Purgatorio non è che un avanzo di aula termale romana.

BibL.: Ughelli, VII, pp. 762-68; Moroni, LIX, pp. 343-48; Gams, pp. 918-19; Lanzoni, I, p. 291 e spec. 303-304; Eubel, I, p. 426; II, 226; III, 287; S. Fenicia, Monografia di R. di Magna Grecia, Napoli 1857, pp. 31-45; S. Quagliarella, Monografia di R. apula, Napoli 1861, pp. 61-69; E. Bernik, La cattedrale e i monumenti di R., Bari 1901; A. Avena, Monum. dell'Italia merid., Roma 1902, pp. 117-37; E. Bertaux, L'art dars l'Italie mérid., V. Parigi 1904, pp. 633 sgg., 664 sgg., 676 sgg., 696 e passim; M. Wackernagel, Die Plastik der XI. und XII. Suhrh. in Apulien, II, Lipsia 1911; A. Vinaccia, I monum. madiev. di Terra di Bari, II, ivi 1912, pp. 56-57; G. Jatta, Cenno stor. sull'antichissima città di R. nella Pencezia, $2^{\circ}$ ed., ivi 1929, pp. 111 sgg. e $120-22$.

Prende nome da una delle montagne più alte dell'Africa, cioè da quella detta anticamente "Monte della Luna", oggi "Ruwenzori" (m. 5200), che si trova entro i confini del vicariato. Esso comprende quattro regioni (Bunyoro, Toro, Ankole e Kigezi), con una superficie di kmq. 18.130 e una popolazione di oltre 1.160 .000 ab . Il territorio, nella parte verso il Victoria Nile e il Lago Alberto, è un altopiano (ca. 1200 m . sul mare), nella parte meridionale ( Kigezi) è montuoso. Sebbene vi siano zone malariche, il clima in genere è sano e la natura del luogo amena. In origine la regione fu abitata da Pigmei (Batwa), di cui si trovano ancora discendenti nel territorio di Kigezi. Pigmoidi sono i Bomba a nordovest, i Bakonyo a sud-est, i Bahunde a occidente. La odierna maggioranza di abitanti è Bambi, venuti forse dal sud e che hanno nome "Bairu"; essi sono agricoltori. I cattolici sono 212.641 e i catecumeni 31.460 ; protestanti ca. 114.000 , musulmani ca. 14.500 . Il vicariato conta 19 stazioni missionarie principali, 15 sacerdoti notivi, 63 esteri, un noviziato con 36 novizi, 11 fratelli laici esteri, 90 suore estere, 1200 catechisti, 212 scuole. Vi fiorisce l'Asione Cattolica con 2363 soci e due periodici, che hanno una tiratura complessiva di 1000 copie. I numerosi Battesimi di adulti ( 4423 nel 1951) e la moltitudine dei catecumeni mostrano che il vicariato è in pieno sviluppo. Specialmente nella parte sud-occidentale (Kigezi) si nota un grande slancio delle popolazioni verso il Vangelo. Cio è dovuto principalmente al fatto che non vi sono grandi centri, i quali sono in genere un terreno poco favorevole alla morale cristiana, e che i "Bakiga" stanziati in quella regione sono una tribù di gente semplice e onesta, senza multe tradizioni pagane, e hanno un carattere energico. Parecchi capi indigeni sono cattolici e praticanti convinti. Si segnalano casi edificanti di apostolato da essi esercitato nei riguardi degli altri capi da loro dipendenti.

BibL.: AAS, 27 (1935), pp. 269-70; A catholic Directory of East Africa, Mombasa 1950, pp. 43-48; MC, Roma 1950, pp. 192-93; Arch. S. Congr. Propaganda Fide, pos. prot. nn. 4146/51, 1276/52.

RYAN, Patrick Joinn. - Vescovo, n. il 20 febbr. 1831 a Thurles (Irlanda), m. l'11 febbr. 1911 a Filadelfia. Dopo aver frequentato il Collegio di S. Patrizio a Carlow, donde nel 1852 uscì diacono, emigrò negli Stati Uniti.

Sacerdote nel sett. 1853 a St. Louis, fu curato in quella Cattedrale, parroco della chiesa di S. Giovanni Evangelista e, nella guerra di secessione, cappellano dei prigionieri sudisti, dei quali egli converti buon numero. Accompagnò il vescovo Kenrick, come veslogo, al II Concilio di Baltimora; durante l'assenza di lui, che si era recato al Concilio Vaticano, fu suo vicario generale. Coadiutore del Kenrick nel 1872, divenne assai noto come predicatore. Venuto a Roma nel 1883, ritornò in patria l'anno successivo quale arcivescovo titolare di Salamina, partecipò al III Concilio di Baltimora e fu trasferito di li a pochi mesi alla sede metropolitana di Filadelfia, dove diede grande impulso alla costruzione di nuove chiese, fondò vicino a Morristown un brefortofio, si interessò all'istituzione di scuole e di circoli ricreativi per operai. Dal 1890 alla morte diresse la American catholic quarterly review. Per il fervore con cui appoggiò l'opera missionaria presso gli Indiani, R. fu chiamato dal presidente T. Roosevelt a far parte del "Board of Indian commissioners".

BibL.: R. J. Purcell, R., in Dict. of american biography, XVI, Nuova York 1935, pp. 263-64 con bibl. Silvio Furlani

RYGERZ NIEPOKALANEJ (IL CAVALIERE dell'Immacolata). - Periodico fondato a Cracovia nel 1922 dal p. Massimiliano Kolbe O.F.M. Conv.,

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trucidato dai tedeschi nel 1941, nel campo di concentramento di Oswiecim (Auschwitz).

II C. dell'I. era stato ideato dal suo fondatore come rivista mensile illustrata per diffondere la devozione e il culto dell'Immacolata. Venne pubblicato in lingua polacca a Niepokalanow ( $=$ Città dell'Immacolata, 42 km . da Varsavia) dal 1927 al 1939; fu sospeso dalle autorità tedesche durante la guerra. In un suo viaggio missionario nel Giappone il p. Kolbe creò pure a Nagasaki nel 1930 un'edizione del C. dell'I. in lingua giapponese, con il titolo Mungenzai Ne Sono.

Bib.: A. Rieziardi, L'Eroe di Otwiesim, Roma 1947, con bibl.

Witold Wehr
RYLAND, paribi di. - La Biblioteca dedicata alla memoria di John R. fu fondata a Manchester nel 1899 e ottenne in pochi anni un posto fra le più celebri. Una parte importante dei suoi manoscritti è formata da grandi
collezioni di papiri demotici, greci, copti, arabi e da pochi papiri latini. Vennero pubblicati man mano in grandi "cataloghi» che ne dànno una accurata descrizione e il testo. Tra i papiri greci e copti si trovano vari papiri biblici, di cui due greci, i papiri Ryl. Gk. 457 e 458 , benché piccoli, hanno un valore eccezionale.

Il papiro Ryl. Gk 457, nel sistema di Gregory designato P 52, fu pubblicato nel 1935. E un frammento del Vangelo di s. Giovanni, trovato in Egitto, contenente resti di 14 righe del cap. 18. La sua importanza gli viene dal fatto che, a giudizio di ottimi paleografi, fu scritto nella prima parte del sec. II d. C.; è quindi il più antico frammento del Nuovo Testamento.

Siccome il papiro era parte di un codice che circolo a quell'epoca in Egitto, probabilmente nel medio Egitto, e il Vangelo di s. Giovanni ebbe origine nella distante Asia Minore, questo deve essere stato scritto nel primo secolo. La pubblicazione di questo papiro dette dunque il colpo di grazia all'opinione dei critici radicali che il Vangelo di s. Giovanni sarebbe stato composto appena nel sec. II o in d. C. Il frammento è scritto su ambedue le facciate e perciò si può completare il testo che manca fra i due brani conservati e determinare la grandezza originale del foglio.

Il papiro Ryl. Gk 458, pubblicato nel 1936, contiene resti di 14 versetti di Deut. 23-28 nella versione dei Settanta. Essendo stato scritto nel sec. II a. C., appena un secolo dopo l'origine della versione greca, è uno dei più antichi frammenti di questa versione e uno dei più antichi manoscritti del Vecchio Testamento.

E tuttavia già affetto da alcuni errori di trascrizione. La concordanza dei codici posteriori con questo papiro mostra con quanta cura e fedeltà il testo sacro fu trasmesso attraverso i secoli. Interessanti sono pure parecchie varianti piuttosto rare che si trovano in codici della recensione di Luciano e che mostrano così a quale antichità rimontano le radici di questa recensione.

BibL.: sulla Biblioteca: H. Guppy, The John R. Library. A Record of its History, Manchester 1924. Edizioni dei papiri: F. L. Griffith, Catalogue of the Demotic Papyri of the John R. Library, ivi 1909; W. E. Crum, Catalogue of the Coptic Manuscripts, Londra 1909; D. S. Margolinuth, Catalogue of the Arabic Papyri, Manchester 1933; A. S. Hunt, Catalogue of the Greek Papyri, I. Literary Texts, ivi 1911; J. M. Johnson-V. Martin-A. S. Hunt, Catalogue of the Greek Papyri. II. Documents of the Pro-
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(da C. H. Roberts, Two biblical papari in the John Rylands library, Manchester 1858, sec. on-ctro (contemporary) a) Deut. 25, 1-3; b) Iliade, I, 244-50; c) copia di documento del sec. II a. C.
lemaic and Roman Periods, ivi 1915; C. H. Roberts, Catalogue of the Greek and Latin Papyri. III. Theological and Literary Texts, ivi 1938 (a pp. 1-8 i due pap. 457 e 458); id., An unpublished Fragment of the Fourth Gospel, Manchester 1935 (= pap. 457); id., Two Biblical Papyri, ivi 1936 (= pap. 458 e 460).

Sul pap. Ryl. Gk 457: H. J. Bell, in Journal of Egyptian Archaeology, 21 (1935), pp. 266-67; G. Ghedini, in Aegyptus, 13 (1935), p. 425 sg.; F. Benoit, in Revue biblique, 45 (1936), pp. 269-72; A. Merk, in Biblica, 17 (1936), pp. 99-101; L. G. da Fonseca, in Verbum Domini, 16 (1936), pp. 57-59; H. Lietzmann, in Zeitschrift für neutest. Wissenschaft, 34 (1936), p. 283. Sul pap. Ryl. Gk 458 : P. Katz, in Theolog. Literaturzeitung, 61 (1936), p. 340; H. G. Opitz-H. H. Schaeder, in Zeitschrift für neutest. Wissenschaft, 35 (1936), pp. 115-17; W. Caspari, in Theolog. Sind. und Kritiken, 107 (1936), pp. 347-51; J. A. Montgomery, in Journal of Bibl. Literature, 25 (1936), p. 310; W. F. Albright, ibid., 96 (1937), p. 174; J. Hempel, in Zeitschrift für alttest. Wissenschaft, 14 (1937), pp. 115-27; A. Allgeier, Deut 23, 1-3 im Manchester-Papyrus, in Biblica, 19 (1938), pp. 1-18. Ernesto Vogt

RYLLO, Maksymilian. - Gesuita missionario, n. a Podvrosk (Russia) il 31 dic. 1802, m. a Karthum (Sudan) il 17 giugno 1848.

Entrato nell'Ordine a Roma il 29 ag. 1820, parti per l'Oriente con l'incarico di missioni confidenziali in Mesopotamia e Siria e fondo a Beyruth, come punto centrale di irradiamento, l'effimero Collegio Asiatico (1841) prescursore della celebre Università di S. Giuseppe. In seguito esercitò il suo apostolato a Malta e in Sicilia, finché nel 1844 fu nominato rettore del Collegio Urbano di Propaganda Fide. Nell'autunno del 1845 riporti per l'Oriente, a capo di una spedizione missionaria nell'Africa centrale, e fissò la sede a Karthum, aprendovi la missione dell'Alto Egitto.

Riceo di rare doti, e di un coraggio che non si arrendeva di fronte ad alcuna difficoltà, ebbe però a subire contrarietà e persecuzioni di assai vasta ripercussione, per la sua originalità impetuosa e le difficili congiunture politiche in cui venne a trovarsi. Nell'occasione del centenario della sua morte la Legazione polacca a Beyrouth fece applicare nella sala di entrata dell'Università di S. Giuseppe una lapide commemorativa.

BibL.: M. Germinski, O. M. R., Towarzystwa Yezusowego Mizynara Apostolabi, a voll., Cracovia 1911-12; J. A. Otto, Gründung der Neuen Yenitenmission durch General P. Z. F. Roohhaan, Friburgo i. Br. 1939, pp. 151 sgg., 178 sgg., 237 sgg.; J. Kantck, Le p. M. R. Un ami du Proche-Orient. L'heuane aux grandes visions, mort à la peine, Beyrouth 1950, Celestino Testore

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SA, Christovão da. - Arcivescovo di Goa, C. da S. oppure da Lisbona, città nativa, professò il 9 giugno 1584 nel convento di Belem dell'Ordine dei Gerosolimitani, m. a Goa il 31 marzo 1622.

Il 30 ag. 1604 nominato vescovo di Malacca, fu consacrato il 21 nov. del medesimo anno a Belem. Nella primavera dell'anno seguente partì per la sua diocesi. Nel 1610 fu trasferito all'arcidiocesi di Goa. Il 17 luglio 1613 pose la prima pietra della nuova Cattedrale nella sua residenza. Paolo V, con breve del 6 febbr. 1616, l'incarico della delimitazione delle diocesi di Granganore e Cocino.

Il S. avversò il metodo di evangelizzazione inaugurato dal gesuita De Nobili (v.) e nel febbr. 1619 convocò a Goa una nuova conferenza per l'esame della questione, inviandone gli atti a Roma. Morì in Goa prima che fosse giunta la decisione romana.

Biel.: M. Müllbauer, Geschichte der katholischen Mission in Ostindien, Friburgo in Br. 1832, p. 464; F. de Amcida, Historia da Igreja em Portugal, III, III, Coimbra 1912, pp. 1016-30. Nicola Kowalski

SA (Sá, SaA), Manoel da. - Teologo portoghese, n. a Villa do Conde nel 1530, m. ad Arona in fama di santità nel 1596. Gesuita dal 1546 , si distinse in teologia morale e in esegesi nel Collegio Romano a partire dal 1557. Fu inoltre gran predicatore, anche nella corte papale e in parecchie città d'Italia.

Tra le opere: Aphorismi Confessariorum ex Doctorum sententiis collecti (Venezia 1595 sgg.). Frutto di 40 anni di lavoro, è un trattato classico. Siccome S. difese la confessione per lettera, il libro venne messo all'Indice nel 1603, donec certigatur. Fatte queste correzioni, nel 1608, l'opera ebbe molte edizioni. Le opere esegetiche spiegano il senso letterale con chiarezza, precisione, brevità, un po' alla maniera di una "chiave" dei passi più difficili : Scholia in quatuor Evangelia (Anversa 1596 sgg.); Notationes in totam S. Scripturam (ivi 1598 sgg.).

Bibl.: Sommervogel, VI, coll. 349-53; Hurter, III (1907), coll. 222-23; A. Perez Coyena, in Estudios eclesiásticos, 5 (1926), pp. 251-55; H. Bernard, in Arch. hist. S. 7., 5 (1936), p. 296 sg. Pietro Nober

SA'ADJĀH ben Jósēph. - Gaonita, n. a Fajjūm nell'882, m. nel 942. Fu grammatico, esegeta, traduttore della Bibbia in arabo, teologo, polemista, fondatore della filosofia religiosa ebraica medievale. Sino all'età di 30 anni visse in Egitto, poi in Palestina, Siria e Babilonia ove fu nominato nel 928 capo delI'Accademia talmudica di Sūrā.

Nel 931 compì il suo commento al Sépher jésiräh, nel 933 la sua principale opera filosofica: Libro delle opiezioni e delle dottrine religiose (in arabo: Kitāb al-amānāt wa 'l-i'tiqādāt; in ebraico: Sépher ha-'èmūnāth wē-ha-dē'ōth). Anche i suoi commenti biblici sono di intonazione filosofica. Si oppone ovunque, al concetto trinitario cristiano, al dualismo zoroastrico, alle teorie islamiche opposte alla Rivelazione biblica. Seguace del kaläm nel suo aspetto razionalistico mu'tazilita, favorisce il concetto dell'unità di Dio e del libero arbitrio nell'uomo. La verità religiosa è quella rivelata ad Israele; la ragione è la base comune delle più svariate religioni, dovute ad uomini anziché a Dio. La Rivelazione persegue uno scopo educativo senza voler annullare nell'uomo la sua attività razionale che mira a dimostrare la verità di quanto fu rivelato da Dio stesso e conservato dalla tradizione storica, la quale deriva dalla consapevolezza collettiva che esclude ogni illusione ed ogni errore. E vero quanto a tutti risulta essere storicamente vero.

L'esistenza del mondo presuppone l'esistenza del Creatore e la creazione è una forma di Rivelazione. Il mondo è composto di parti soggette a continuo divenire e perire. Gli accidenti sorgono nel fluire del tempo e sono limitati dal tempo stesso. Il mondo non è eterno. La morale, voluta da Dio, mira a rendere l'uomo felice (eudemonismo). La teodicea presuppone l'aldilà, come elemento di equiparazione. Il dolore è un mezzo di pu-
rificazione e un avviamento verso l'umiltà e il benessere in un secondo tempo. La risurrezione presuppone il riunirsi dell'anima al corpo e coinciderà col tempo della redenzione messianica.

Oltre le suddette vanno ricordate: 'Aghrōn, specie di dizionario ebraico ad uso dei rimatori con aggiunto uno studio sulle varie forme della poesia; I Libri sulla lingua, la più antica grammatica a noi prevenuta; un commento ai 70 hapax legómena della Bibbia; contro i caraiti: Il Libro della confutazione di 'Anon e Il Libro della distinzione.

Molte opere di S. furono tradotte in ebraico e in varie lingue europee.

Biel.: J. Gothmann, Die Philosophie des Judentums, Monaco 1933, pp. 69-84 e passim; M. Ventura, La philosophic de S. Gaon, Parigi 1934; G. Vajda, Introduction à la Pensée juive du moyen âge, ivi 1947, cap. 2, p. 219 sgg.; E. Gilson, La philosophie au moyen age, ivi 1947, pp. 369 e 376.

Eugenio Zolli
SAAVEDRA Y RAMIREZ de Baquedano, Angel de. - Scrittore e uomo politico spagnolo, n. a Cordova il 10 maggio 1791, m. a Madrid il 22 giugno 1865 .

Nobile andaluso, educato nel Seminario dei nobili di Madrid. liberale da giovane e, nella maturità. conservatore, subì le suggestioni del costume inglese (fu per 11 anni esule in Inghilterra, Italia, Malta) e delle correnti romantiche. Tornato in patria, fu ambasciatore a Napoli e Parigi e ministro dell'Interno.

Nel 1835 pubblicò il Don Alvaro o la fuerza del sino, tragedia truculenta, sforzosamente scenografica (S. fu anche pittore), in cui il romanticismo si gonfia di barocco e il fato imperversa ossessivo: si ricordi il commento musicale del Verdi. Particolarmente rilevata l'intima lotta, nel protagonista, tra il puntiglio d'onore, reclamato dai sentimenti del cavaliere di un tempo, e la volontà di perdono cristiano, imposto dal nuovo abito religioso. Del 1842 è il dramma simbolico El desengaño en un sueño, in cui, con echi di Calderón e di Shakespeare e per la sua esperienza di esule, S. sostiene come solo lontano dalla società sia possibile all'uomo esser felice. Nel Romances históricos (1840) S., attingendo alla storia patria o alla fantasia, ricrea un genere caro alla tradizione spagnola, con uno stile personalissimo, con compiacenze di suono e di colore.

Bibl.: edd.: Obras completas, 7 voll., Madrid 1894-1904; Romances, ivi 1916. Studi: E. Allison Piers, R. and Romanticism in Spain, Londra 1923; G. Bouzsagol, A. de S. Duc de Rivas. Sa vie, son oeuvre poétique, Tolosa 1926; V. Cerny, Quelques remarques sur les sentiments religieux chez R. et Espronceda, in Bibliot. Hisp., 36 (1934), p. 71 sgg.

Enzo Navarco

SABA. - Nome di uno Stato nello Yemen antico. Menzioni di S. si trovano in alcuni passi del Vecchio Testamento: oltre a qualche notazione genealogica, vi è narrato l'omaggio reso da una regina di S. a Salomone (I Reg. 10, 1-13; II Par. 9, 1-12). Altre brevi informazioni indirette provengono da iscrizioni assire del sec. viII a. C., che pure dànno notizia di omaggi di capi sabei : è probabile che si tratti di colonie dell'Arabia settentrionale. Infine, dal sec. III a. C., gli scrittori classici parlano anch'essi dei Sabei e delle ricchezze favolose della loro terra ("Arabia felice ").

A partire dalla metà del secolo scorso, l'esplorazione archeologica dello Yemen (v.), che è proseguita fino ai nostri giorni (spedizioni recentissime di Albright e Ryckmans), ha portato alla luce una serie di fonti dirette sull'antico Stato sabeo: si tratta, oltre ai monumenti, di numerose iscrizioni in caratteri alfabetici ed in lingua semitica, contenenti in specie notizie storiche ed architettoniche o dediche votive e sepolcrali. I documenti più antichi risalgono al sec. viII a. C.: presentano uno Stato di tipo teocratico, governato da "principi sacerdoti" (mhrb, vocalizzato generalmente muharrib) e costituito da tribù raccolte in comunità religiose sotto il patronato di proprie divinità; un'assemblea popolare assiste i muharrib

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(per cortesia del Pont. Istituto Orientale)
(per cortesia del Pont. Istituto Orientale)
In alto a sinistra: CROCE MANUALE IN LEGNO (1852), arte popolare della Podolia. In alto a destra: CROCE MANUALE IN LEGNO (1899), arte popolare degli Huculy. In basso a sinistra: CHIESA DEL MONASTERO DEI BASILIANI, già cattedrale (1510) -