volume-10

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t. Istituto Orientale)
(per cortesia del Pont. Istituto Orientale)
In alto a sinistra: CROCE MANUALE IN LEGNO (1852), arte popolare della Podolia. In alto a destra: CROCE MANUALE IN LEGNO (1899), arte popolare degli Huculy. In basso a sinistra: CHIESA DEL MONASTERO DEI BASILIANI, già cattedrale (1510) - Suprazl (Russia Bianca). In basso a destra: OMAGGIO A S. ECC. MONS. GIOSAFAT KOCYLOVSKYJ, vescovo di Peremysl dei Ruteni in occasione di una visita pastorale.

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(da Byzantine slavonic rite catholic diocese of Pittsburgh,
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(per cortesia del Poni. Istituto Orientale)
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In alto a sinistra: CHIESA PARROCCHIALE DEI RUTENI, dedicata a s. Giov. Battista (1892-1910) Landeford, Pennsylvania (U.S.A.). In alto a destra: CHIESA GRECO-CATTOLICA IN LEGNO di tipo degli Huculy (sec. xviri) - Jasina (Ucraina subcarpatica) In basso: CHIESA GRECO-CATTOLICA IN LEGNO (1737) di tipo dei Lemky - Nižný Mirošov (Slovacchia orientale).

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nelle funzioni legislative. Capitale dello Stato è Sirwâh, poi Mârib. Verso il sec. v a. C. subentra un regime laico, facente capo a re; permane l'assemblea e speciali magistrati creditari (habîr) sono incarnati di sorvegliare l'applicazione delle leggi nelle tribù. Verso il 50 a. C. (secondo la cronologia "bassa " recentemente affermatasi, sia pur con diverse gradazioni), S. assorbe il vicino Stato di Qatâbân, che a sua volta aveva annesso il regno dei Minei; i re assumono il titolo di "S. e Dû Rajdân" e spostano la capitale a Zafâr. Con l'ingrandirsi del territorio, aumenta l'importanza dei habîr, che divengono grandi proprietari terrieri, mentre scompare l'assemblea popolare. Il prevalere della tribù dei Himjariti fa sì che da esse spesso le fonti classiche denominimo i Saba (Omeriti). Nel sec. III d. C. anche il Hadramût è annesso da S., che unifica così sotto di sé lo Yemen. Tuttavia gli attacchi etiopici dall'antistante costa, uniti alle discordie interne susseguenti all'introduzione del giudaismo e del cristianesimo, determinano la decadenza dello Stato : dopo una temporanea occupazione nel sec. Iv d. C., esso cade definitivamente sotto l'Etiopia nel 523.

Le iscrizioni sudarabiche dànno indicazioni sulla vita religiosa dei Sabei ed in particolare sul loro pancheon, che fa capo ad un dio lunare (Almaqali), ad una dea solare (Sams) e ad un dio della stella Venere ('Attar). Quanto all'arte, sono venuti alla luce resti di costruzioni religiose e civili (famosa la diga di Mârib), sculture generalmente rozze e primitive e buoni prodotti di generi minori.

Bibl.: J. Ryckmans, L'institution monarchique en Arabie meridionale avant l'Idam (Ma'în et S.). Lovanio 1931. Sulla religione: A. Janane, Le panthéon sud-arabe préislamique, in Muséan, 60 (1947), pp. 37-147; G. Ryckmans, Les religions arabes préislamiques, $2^{e}$ ed., ivi 1931. Sulle notizie bibliche: J. A. Montgomery, Arabia and the Bible, l'iludelfia 1934; v. anche sabelismo.

Sabatino Moscati
SABA, santo, martire. - E commemorato nei Martirologi latini e greci il 24 apr. come martire romano perito sotto Aureliano; è però sconosciuto alle più antiche fonti agiografiche.

Probabilmente si tratta di un duplicato dell'omonimo S. detto il Goto (v.) le cui gesta furono travisate da ignoranti agiografi. Esisteva una favolosa Fussio, oggi perduta, dalla quale fu tratto il latercolo del Martirologio romano.

Bibl.: Acta SS. Aprilis, III. Parigi 1866, pp. 263-65; Symex. Constantinop., p. 627; Martyr. Romanum, pp. 132-34. Agostino Amore
SABA, santo. - Monaco palestinese. Nel Sinassario costantinopolitano e nel Martirologio romano è ricordato il 5 dic.

Secondo il suo biografo Cirillo di Scitopoli (Vita, BHG 1608), n. e Mutalaska, presso Cesarea di Cappadocia, nel 439, m. il 5 dic. 512. Adolescente entrò in un monastero della sua provincia natale. Nel 4560457 si recò in Palestina, dove condusse vita monastica in diversi monasteri, finché ottenne il permesso di ritirarsi a vita eremitica. Visse un quinquennio tra le rovine di una torre di Gebel elMuntur, poi si recò nella valle del Cedron. Ma il crescente numero dei discepoli lo costrinse a reggrupparli e, suo malgrado, a costruire casette e a adattare grotte naturali. Ebbe cosi inizio la "grande laura", divenuta la più famosa della Palestina (478). Sollustio, patriarca di Gerusalemme, confert il sacerdozio a S. e approfittò anche per consacrare la chiesa del monastero (491). Causa i dissensi andò volontariamente in esilio (503-508); e durante questo periodo fondò la "nsa laura" di Thocua (508). Quale archimandrita di Palestina, due volte ( 512 e 531 ) intervenne presso la corte imperiale, dopo riuscita inutile una sua lettera, per far abolire il crisargino (sorte di odiosa coazione) e per difendere la fede contro i monofisiti. Cirillo di Scitopoli saluta in S. e nei suoi monaci «il più forte baluardo della fede cattolica in Palestina». Morì all'età di 93 anni.

Sotto il suo nome è conosciuto un "typikon" per tutto l'anno liturgico (regola, martirologio, breviario insieme). Tuttavia, quale oggi è, non può risalire oltre il
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Saba, santo - Affresco del sec. xili - Roma, chiesa di S. Saba. sec. xit o il xili. Il suo influsso fu considerevole nell'organizzazione di monasteri posteriori.

La cappella sepolcrale di S. si trova nel monastero omonimo della Palestina, ma le reliquie sono a Venezia; a Roma nel sec. IX fu eretta una chiesa in suo onore.

Bibl.: Ed. Schwartz, Kyrillos von Shythopolis (Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur, XLIX, 2), Lipsia 1939, cf. la rec. di Fr. Dodger, Kyrillos von Shythopolis, in Byzant. Zeitschr., 40 (1940), pp. 474-84, e le severe critiche cronologiche di E. Stein, Cyrille de Scythopolis. A propos d'une nouvelle edition de ses oeuvres, in Anal. Boll., 62 (1944), pp. 169-86; W. Hascke, Die Glaubensformel des Papstes Hermisdas im aracionischen Schisma (Anal. Gregor., 20), Roma 1939; E. Hoade, Guide to the Holy Land, Gerusalemme 1947; L. Abatnagelo, Attraverso il deserto di Gioda: La Laure di s. S., ivi 1929; S. Vailhé, Le monastère de st S., in Echos d'Orient, I (1898-99), p. 337 199; P. De Meester, Reglement des b. et du pères Sabas le Grand et Théodose le cénobiarque pour la vie des moines cénobites et celliotes (trad. franc. del cod. Par. ar. Coislin 293), Lilla 1977; id., De monachico statu (S. Conor. per la Chiesa orieal., Codificaz. canon. orient., fonti, $2^{e}$ serie, fasc. x). Città del Vaticano 1942; J. Moschus, Le Pré spirituel, vers. franc., Parizi 1946; E. Cannizzaro, L'antica chiesa di s. S. sull' Acentino, in Atti del II Conor. internaz. di arch. crist., Roma 1902, pp. 241-48; H. Leclercq, s. v. in DACL. XIII, coll. 767-83; XV, coll. 189-211; M. Armellini, Le Chiese di Roma dal sec. IV al sec. XIX, ed. C. Cecchelli, II. Roma 1941, pp. 722-24, 1426-28. Martiniano Roncaglia

SABA il Giovane, santo. - Asceta basiliano dal sec. x, di Collesano in Sicilia, m. il 5 febbr. 995. Suo padre, s. Cristoforo, fu monaco a S. Filippo d'Argira; sua madre Cali fondò un monastero di donne; suo fratello, Macario il Giovane, fu con lui uno dei principali asceti del tempo.

L'invasione araba dell'Isola e la carestia del 940-41 lo costrinse a rifugiarsi in Calabria. La famosa eparchia monastica del Mercurion, all'estremo nord-ovest della regione, fu teatro del suo rigorismo ascetico. In continuo vagabondaggio, fondò diversi cenobi in Calabria e in Lucania; fu in pellegrinaggio a Roma; visse per qualche anno in una spelonca presso Amalfi; quindi si trasferì

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vicino Salerno. Fecero ricorso a lui per ottenere la liberazione dei propri figli, ostaggi di Ottone II, il Principe di Salerno, Giovanni, e il Duca di Amalfi, Mamone III.

BibL.: la biografia fu scritta da Oreste, patriarca di Gerusalemme, e si trova nel cod. Vat. gr. 2072, proveniente dal monastero di Carbone, in Lucania (cf. Anal. Bolland., 21 [1902]. 18, 19); fu pubblicata da G. Cozza-Luzzi, Historia et landes ss. Sabae et Macarii, Roma 1893 (catr. da Studi e documenti, 8 [1892]); D. Martire, Calabria sacra e profana, I, Cosenza 1876, 313-22.

Francesco Russo
SABA il Goto, santo, martire. - Subi il martirio il 12 apr. 372 ; in questo giorno è commemorato dalla Chiesa latina e greca.

Le sue vicende sono narrate in una lettera, coeva ai fatti, scritta dai Goti cristiani a s. Basilio, in occasione della traslazione del suo corpo a Cesarea di Cappadocia.

Scoppiata la persecuzione del re Atanarico (370) si adoperò nel sostenere i correligionari a resistere all'Editto che li obbligava a mangiare carne immolata agli idoli. Fu perciò arrestato e cacciato in esilio; ritornò in patria e continuando nella sua attività fu di nuovo scacciato. Trovandosi a celebrare la Pasqua nel 372 presso l'amico Sansala fu sorpreso da una masnada di ladri, trascinato nudo sulle spine, sospeso ad una trave della casa ed invitato a cibarsi di carne immolata; poiché si rifiutò energicamente, fu condannato ad essere annegato. Il corpo riposcatc da alcuni fedeli rimase alquanto inseguito finché il comandante Giunio Soriano lo trasportò a Cesarea. Festa il 21 apr.; presso i Russi il 15 apr.

Bim... Acta SS. Apellis, II, Parigi 1866, pp. 87-90; H. Delehaye, Saints de Thrace et de Mésie, in Anal. Bolland., 21 (1912), pp. 213-21, 288-91; J. Zeiller, Les origines chrét. dans les psou. dansbiennes, Parigi 1918, pp. 423-36; Synax. Constantinople, p. 608; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 59, 254; Martyr. Romanum, p. 135. Agostino Amore

SABA, Salvatore, da Ozieri. - Arcivescovo titolare di Cartagine, n. a Ozieri il 3 sett. 1795, m. a Cotacamund (Nilgiris) il 29 maggio 1863.

Entrò nel noviziato dei Minori Cappuccini il 7 sett. 1811, lettore di filosofia e teologia, consultore della S. Congregazione di Propaganda (1838) e della S. Congregazione del S. Ufficio, definitore generale (1838-44), protetto del Collegio missionario di S. Fedele da Sigmaringa in Roma (1848), ministro generale (1853-59), consacrato arcivescovo il 5 ott. 1862.

Come ministro generale propose nuove norme per il Collegio di S. Fedele (1859), stabili un particolare procuratore per le missioni (1859); curò l'organizzazione delle scuole con i Regolamenti degli studi (Bari 1856) e l'erezione (1857) di uno studio generalizio a Bologna. Pio IX nel 1862 lo inviò come commissario apostolico nelle Indie orientali portoghesi per appianare difficoltà nell'applicazione del Concordato tra la S. Sede e Pietro V di Portogallo. Compiuta la sua missione in Goa e Bombay, s'ammalò a morte mentre si recava a Coimbatour.

Bim.: G. B. Marroen, Elogio funebre di mons. S. S., Roma 1863; Tommaso da Calangiano, Elogio funebre di mons. S. S., ivi 1864; Edoardo d'Alcamo, Collegii S. Fidelis pro missionibus conspectus historicus, ivi 1926, v. indice; G. B. Demelus, L'unum della burrasca, mons. S. S., Frascati 1943; Streit, Bibl., VIII, v. indice; Melchiorre da Pobladuca, Hist. gener. Ord. Capace., III, Roma 1951, pp. 269-70 e indice.

Barino da Milano
SABADEL, Pie de Langogne. - Arcivescovo titolare di Corinto, cappuccino della provincia di Lione, n. a Langogne (Lozère) il 14 nov. 1850, m. a Roma il 4 maggio 1914.

Entrato nell'Ordine, fu successivamente segretario della procura generale (1880-96), consultore di varie congregazioni romane e membro della Commissione per la codificazione del diritto canonico; Pio X lo creò arcivescovo nel 1911. Scrisse il trattato L'ouverture de conscience, les Confessions et les Communions dans les communautés (Parigi 1891, più volte edito; trad. it. Napoli 1892). Nel De bulla Innocentiana sea de potestate Papae committendi simplici praesbytero subdiaconatus et diaconatus collationem (Roma

1902) esamina storicamente e giuridicamente la questione dei poteri che il Papa può conferire eccezionalmente a un semplice sacerdote. In seguito alla cessazione della rivista Aenlecta iuris pontificii (v.) provvide a farla quasi continuare negli Aenlecta ecclesiastica (v.); collaborò ad esse con studi pregevoli, come pure ad altri giornali francesi di Roma. Membre dell'Accademia pontificia dell'Immacolata Concezione, compilò un'opera d'ascetica e di poesia moriana: Le diurnal de Marie. Eulogies quotidiennes (2 voll., Tournai 1889). A facilitare la consultazione del Bullarium Ord. Min. Capuccinorum ne ordinò e annotò il Regestum sive summarium chronologicum (Roma 1892). In difesa della Chiesa fu avversario intransigente del governo della terza Repubblica francese e nella lotta contro il modernismo militò nella corrente rigida.

Bim..: Edouard d'Alençon, Nierod., in Anal. Ord. Min. Capucc., 30 (1914), pp. 213-20, e in Etrudios Francis:.. 13 (1914), pp. 216-20, 307-11; Théotime de St-Juste, Les Capucins de Lyon, St-Etienne 1942, pp. 221-25; Melchior e Pobladuca, Hist. gener. Ord. Min. Capucc., III, Roma 1951, pp. 322, 332, 371, 395; Lexicon Capucc., ivi 1952, col. 1514. Barino da Milano

SABAOTH. - Vocabolo cbraico (sébbia'ôth) trascritto spesso in greco, specie in Isaia (più di 50 volte). Nella Volgata è trascritto una volta (Jer. 11, 20). Si legge nel Nuovo Testamento (Rom. 9, 29; Iac. 5,4 ) e quindi fu accolto nella liturgia.

E il plurale di sâbhâ', che vuol dire "esercito", ma in stato costruito con hoi-himajin puo significare anche "astri" (cf. Is. 34, 4; 40, 26; 43, 12 ecc.) oppure "angeli" (cf. I Reg. 22, 19; II Par. 18, 18). Al plurale mantiene spesso il suo significato ordinario. L'espressione comunissima Yaloseh Sebhâ'ôth (" "Jahvah degli eserciti") presuppone il concetto che Dio fosse l'invisibile "capitano" delle schiere israelitiche in numerose guerre, specialmente contro i Filistei (cf. I Sam. 17, 45; II Sam. 5, 24). Già prima si usava parlare degli "eserciti del Signore" (cf. Ex. 7, 4; 12, 41; Ios. 5, 14).

Nei Salmi e nella letteratura profetica si trovano accenni (cf. Ps. 23, 10) a tale prerogativa divina. Ma di solito si preferisce riferire l'epiteto alle schiere celesti, ossia agli angeli, alle stelle ed alla totalità degli esseri creati. Il riferimento alle stelle includeva il concetto del dominio assoluto di Dio su tali creature. In pratica cosi l'epiteto venne a significare "Dio onnipotente, padrone assoluto di tutto ". Non per nulla : Settanta lo tradussero il più delle volte $\pi \varepsilon \nu \pi \alpha \rho \varepsilon \pi \alpha \rho$ ( 1 onnipotente ").

Bim.: F Vigouroux, s. v. in DB, V, coll. 1288-89; O. Borchet, Der Gottesmome Yaloseh Zebaoth, in Theologische Studien und Kritiken, 69 (1896), pp. 619-42; E. Kautesch, Zebaoth, in Realencybl. f. prot. Theol. u. Kirche, XXI, pp. 620-27; B. N. Wandavia, L'epithete divine Yalme ( $\dot{\eta} \dot{\varepsilon} \dot{\alpha} \dot{\alpha}$ ), Tangerine 1947.

Angelo Penna
SABARIA (Szombathely), diocesi di. - Nell'Ungheria occidentale, fondata nel 1777 da Maria Teresa ed eretta da papa Pio VI.

Superficie 4707 kmq .; ab. 391.597 ; cattolici 338.456; chiese 287; parrocchie 165 . Numero dei sacerdoti secolari (diocesani) 261; sacerdoti religiosi 94; seminaristi 42 (dati statistici del 1948). Nel territorio della diocesi erano 10 case di religiosi degli Ordini maschili con 177 membri, e 35 case di religiose degli Ordini femminili con 401 membri. La diocesi aveva le seguenti scuole cattoliche : 265 scuole elementari, 5 scuole magistrali femminili, 2 istituti superiori per la formazione delle maestre, 2 ginnasi.

Il monumento più insigne della città è la Cattedrale; iniziata nel 1791 sotto l'episcopato di Szily János, fu costruita dall'architetto Hefele Menyhert nella stile barocco-classicizzante dell'epoca e consacrata nel 1815 dal vescovo Somogyi Lipót. Nobilissima nella linea, ricca internamente di rivestimenti di marmo rosa, di dorature, fu quasi completamente affrescata da Maulbertsch. Purtroppo è andata distrutta con i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma è stata interamente ricostruita con l'ammirevole collaborazione di tutto il popolo e consacrata dal card. Mindesenty. Il primo vescovo della diocesi, costituita dal territorio delle diocesi adiacenti di Győr,

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Veszprem e Zagabria, è stato Szily Janos (1777-99) che impresse un'orma indelebile nella vita della giovane diocesi. Suo successore fu il card. Herzan Ferenc (1799-1804), grande umanista. Periodo glorioso per la diocesi fu l'episcopato di Somogyi Lipót, che terminò la costruzione della Cattedrale, fece costruire una casa per i sacerdoti anziani e tenne un sinodo diocesano nel 1821; morì in concetto di santità. Durante gli anni difficili per la Chiesa del sec. xix. il vescovo Bóle András (1824-43) combatté contro il liberalismo; il vescovo Hidasy Kornél fece rifiorire la vita cattolica dopo il periodo dell'assolutismo. Vescovo di Szomathely fu pure l'oró incarcerato arcivescovo di Kalocsa, mons. Grosz Jozeaf. Il vescovo attuale è mons. Kovács Sándor, consacrato dal card. Mindszenty il 23 marzo 1944.

BinL: J. Gefin. Storia della dincesi di S. (in ungherese), 3 voll., Sohoria 1929; O. Szekely, Steinamanger, in LThK. 1N. 108, 789-90. Giulio Toth

Sabatier, Auguste. - Teologo protestante, n. il 22 ott. 1839 in Vallon (Alsazia), m. il 12 apr. 1901 a Parigi. Fu professore di teologia protestante, prima a Strasburgo, poi a Parigi.

Opere principali: Essai d'une théologie critique de la connoissance religieuse (Losanna 1893); Esquisse d'une philosophie de la religion d'opérs la psychologie et l'histoire (Parigi 1897); La religion et la culture moderne (ivi 1897); La religion d'autorité et la religion de l'esprit (ivi 1903); La doctrine de l'expiation (ivi 1903).

La teologia del S. è stata indicata col termine di "fidaismo simbolico" o "simbolismo critico " e si collega direttamente alle posizioni di Kant e di Schleiermacher (v.), in quanto fa scaturire l'atto di religione dalla sfera affettiva e irrazionale : perciò l'unica analisi valida della religione, del suo oggetto come del suo valore, è la riflessione psicologica nell'analisi dei propri stati di coscienza, come fece Pascal al quale il S. espressamente si richiama. La constatazione fondamentale, che ben presto ciascuno è obbligato a fare, è l'intima contraddizione della coscienza che da una parte aspira al bene, al vero, al bello... infinito e tuttavia si vede angustiata e impedita da ogni parte di raggiungere, perché preda del dolore, dell'errore, della morte e di miserie di ogni genere; è da questo senso di disagio che nasce la religione. La religione perciò si definisce il commercio, il rapporto cosciente e voluto, nel quale l'anima angustiata (en détresse) entra con la potenza misteriosa da cui essa sente di dipendere e da cui dipende il suo destino (Esquisse, p. 24) : pertanto l'atto essenziale della religione è la "preghiera ", nella quale l'anima attua questo suo commercio con Dio. In questa linea di idee la "rivelazione" non può essere una comunicazione di dottrina oggettiva, ma è il fatto e il progresso della presenza di Dio all'anima e dell'anima a Dio, ovvero la "creazione e chiarezza progressiva della coscienza di Dio nell'uomo individuale e nell'umanità" (ibid., p. 35). I caratteri essenziali quindi della Rivelazione sono di essere "interiore, evidente e progressiva" e pertanto fondamentalmente individuale, cosi che ogni Rivelazione divina e ogni esperienza religiosa valgono in quanto si possono ripetere e rivivere in ogni anima nella "situazione storica" in cui essa si trova (ibid., p. 60). E chiaro perciò che a questo modo il miracolo e l'ispirazione biblica non hanno valore come fatti esteriori, ma unicamente nell'ambito della pietà interiore e individuale; il dogma si riduce alla trascrizione, in termini oggettivi, dell'esperienza interiore, a traverso la quale deve passare ogni Rivelazione "prima di arrivare all'oggettività storica". Perciò l'elemento costante nei dogmi è precisamente l'emozione affettiva, mentre l'elemento intellettuale è essenzialmente variabile a causa delle diversità dei mezzi espressivi propri di ciascuna epoca- (ibid., pp. 268-308). Con questi principi il S. afferma la necessità dell'evoluzione illimitata dei dogmi e questo, posto che nel protestantesimo nessuna Chiesa può dirsi infallibile, obbliga il credente a rinnovarsi di continuo nella sua aspirazione interiore, a rifugiarsi nell's istinto religioso ", che difende lo spirito contro le minacce della natura. Di qui il carat-
tere provvisorio e puramente "simbolico" di ogni formola dogmatica e di ogni elaborazione teologica: soltanto a questo modo, secondo S., il fiume della divina verità scorre attraverso i secoli nella coscienza umana come vita sempre campillante (ibid., p. 389). Il S. fu l'ispiratore della cosiddetta "Ecole de Paris", che intendeva interpretare il dogma cristiano in funzione del pensiero moderno, e al suo "simbolismo critico" il modernismo (v.) attinse i principi fondamentali dell'immacenza religiosa allargandone la sfera di applicazione a tutto l'ambito delle scienze sacre.

BinL: E. Monsana, La ibid. d'd. S., Parigi 1901; A. Berthoid, A. S. und Schleiermacher, Ginevra 1902; I. Michalcescui, Darstellung u. Kritik der Religionsphilosophie Sabatier, in Berner Studien zur Philos. u. ihrer Gesch., XXXIV. Berna 1903; J. Vienot, Fr. Puaux, E. Roberty, H. Mounier, A. S. sa vie, sa pensée et ses travaux, Parigi 1903; Fr. Hicler, Alfred Lany, Der Vater des katholisch. Modernismus, Monaco 1947 (per l'influsso di S. su Lnisy, cf. p. 46); W. Ziegenfuss - G. Jung, A. S., in Philosophen-Lehrhon, II. Berlino 1920, p. 397 sg. (con bibl.). Cornelio Fabro

Sabatier, Paul. - Pastore calvinista francese, professore e storico, n. a Saint-Michel-de-Chabrillanoux (prov. dell'Ardèche) il 3 ag. 1858, m. a Strasburgo il 4 marzo 1928.

Compiuti i corsi letterari a Besançon e a Lilla, studiò medicina a Montpellier. Nel 1880 s'iscrisse alla Facoltà di teologia protestante di Parigi dove insegnava A. Sabatier (v.) e frequentò le lezioni di Renan al Collegio di Francia. Andò in Germania nel 1884 e finì gli studi di teologia a Parigi nel 1885 con una tesi di baccellierato sul testo della Didaché, scoperto da poco. Vicario a S. Nicola di Strasburgo dal 1885 al 1889, poi pastore a St-Cierge-la-Serre, nel 1890 vi cominciò a redigere la biografia di a. Francesco, al quale lavoro, come egli disse, lo aveva spinto Renan (Etudes inédites, Parigi 1932, pp. 69-70). Di salute delicata dovette interrompere il ministero parecchie volte sinché nel 1894 lo lasciò. Da quel momento S. si diede completamente ai suoi lavori di storia, soggiornando nel corso dei venti anni che seguirono in Italia e specialmente ad Assisi.

Nel 1894 pubblicò a Parigi la Vie de st François, le cui 46 edizioni successive sino a quella, postuma, del 1931, detta nel sottotitolo "vifusa e definitiva" e numerose traduzioni, ne dimostrano i meriti dovuti all'arte del narratore, alla perfetta conoscenza delle fonti e dell'ambiente storico e al modo seducente di presentare l'eroe, di definirne la personalità e la missione di rinnovamento della Chiesa secondo il "puro" Vangelo. L'opera lascia trapelare il pensiero liberale del biografo e i suoi pregiudizi contro Roma quando narra i rapporti di Francesco, legislatore del proprio Ordine, con la Curia, accusata di avere ostacolato le idee del Santo e sviato il movimento francescano dalla sua prima linea; fu messa all'Indice l'8 giugno 1894. Diverse teorie concernenti l'origine e il valore delle fonti hanno suscitato discussioni (v. questione francescana). S. ha sempre preferito gli scritti che fa risalire a fra' Leone ed ai primi compagni: la Speculum perfectionis che fissò al 1227 e la Legenda trium sociorum, da lui ritenuti testimoni fedeli dei fatti e dello spirito del fondatore che i biografi ufficiali, Tomaso da Colano e a. Bonaventura, avrebbero sviitato. Ora è ammesso che gli scritti attribuiti a fra' Leone sono compilazioni tardive.

Il contributo di S. agli studi francescani è insigne : testi antichi furono scovati nei fondi manoscritti delle biblioteche, come lo Speculum perfectionis, il Tractatus de Indulgentia S. M. de Portiuncula di fra' Bartoli d'Assisi, la Regula mitiqua del Tract'ordine francescano, gli Attus b. Francisci ecc., tutti documenti preziosi che nutrirono i dotti studi della Collection d'études et de documents sur l'histoire religieuse et littéraire du moyen âge e gli Opuscules de critique historique, fondati rispettivamente nel 1898 e nel 1901. Sotto il suo impulso furono create a Assisi la "Società internazionale di studi francescani" nel 1902 ed a Londra la "British Society of Franciscan studies" nel 1908. La formazione teologica derivata dal protestantesimo liberale di Augusto Sabatier e la dimesti-

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chezza con certi ambienti ecclesiastici francesi, italiani e inglesi, ne spiegano l'attiva partecipazione al movimento modernista salutato da lui come "la primavera spirituale" della Chiesa cattolica. Se ne fece divulgatore e sostegno con la parola e la penna (Les modernistes, Parigi 1909) a tal punto che fu chiamato scherzosamente il "papa del modernismo ". Il suo ottimismo sul risultato della crisi non fu menomato dalle sanzioni romane contro gli innovatori e le loro dottrine (L'orientation religieuse de la France actuelle, ivi 1912). Con eguale energia sostenne la leggi francesi di separazione fra Chiesa e Stato giudicate atte a rigenerare la Chiesa ( $A$ propos de la séparation des Eglises et de l'Etat, ivi 1906). Le sue Lettres d'un frangais a un italien (1914-15) gli crearono nuova celebrita: esse legittimavano l'intervento francese e alleato cercando di chiarire il carattere spirituale del conflitto mondiale. La stampa inglese (The Times, 22 gen. 1915) e italiana (Giornale d'Italia e altri quotidiani) contribuirono molto alla loro diffusione. Durante gli anni della guerra, S. riprese il proprio ministero nel paese natale; nel 1919 fu nominato professore di storia ecclesiastica alla Facoltà di teologia protestante di Strasburgo. Fu sepolto nel cimitero di St-Michel-de-Chabrillanoux.

Bibl.: G. Marghain-H. Lemaitre, P. S. Notes biograph. et bibliogr. complète, in Rev. d'hist. francisc., 3 (1928), pp. 1-22. ed. a parte, ivi 1931. Complementi bibliogr. in Arch. Franctac. hist., 23 (1932), pp. 334-35. Cf. inoltre: A. G. Little, P. S. Historian of it. Francis, Manchester 1929; Boll. della Soc. interuaz. di studi frasercr. in Assiri, 25 (1928), fasc. x, pp. i-60; N. Van, La francuvana amicizia di G. Salvadori e P. S., in Convivium, nuova racc., 5 (1931), pp. 321-53. Su l'opera letter. francese. del S., cf. F. van den Borne, Die Franzishusforschung in ihre Entwicklung, Monarc 1917, pp. 44-77. L'aziona modernista del S. è esposta in J. Rivière, Le modernisme dans l'Yglise, Parigi 1929, pp. 105-108, 443-46. Clemente Schmitt

SABATIER, PIERRE. - Teologo maurino, n. nel 1682 a Poitiers, fece professione tra i Benedettini il 30 giugno 1700, m. il 22 (24?) marzo 1742.

La sua formazione scientifica a St-Germain-des-Prés (Parigi) ebbe da Th. Ruinart (v.), sempre venerato amico e maestro, di cui dal 1702 fu collaboratore in Annales bénédictines. Con il successore R. Massuet (dopo il 1709) sorgeva una "différence d'humeur et de caractère" (Tassin), che indusse i superiori a destinare S. alla sua opera provvidenziale : raccogliere i resti della versione biblica pregeronimiana (v. Latine versioni della bibbia). Quest'opera, insieme con la carica di blibliotecario (la "vita" in Bibliarum sacrorum..., III, Parigi 1731, p. xxviit sgg. loda i suoi cataloghi scientifici), occupa per il resto della vita il suo zelo e la sua tenacia. Relegato a St-Nicaisse (Reims) perché sospetto di giansenismo (v.), essendosi con la maggioranza dei suoi confratelli opposto alla bella Unigenitus, non smise le ricerche assidue, erudite e sagaci. Nel 1735 con un sussidio del Duca d'Orléans si poté iniziare la stampa di Bibliarum sacrorum Latinae versiones antiquae, seu Vetus Italica... (Reims 1743-49; Parigi 1751); alla morte di S. il vol. II era quasi finito.

All'edizione, C. Clémencey aggiunse l'introduzione generale ed altre notizie, tutto nello spirito di S. L'edizione rimase classica per due secoli, benché non fosse priva di difetti. Tra l'altro, S. credette per errore in una sola versione pregeronimiana, l'«italica» (sic). Il Denk (v.) riprese l'opera su basi moderne e lasciò il suo vastissimo schedario all'arcibadia di Beuron (v.), nella quale lo studioso di palinsesti A. Dold si diede con altri a perfezionarlo, aggiungendo fonti non edite e controllando le edizioni spogliate dal Denk con il ricorso ai manoscritti. Il «Nuovo S.», intitolato Vetus Latina. Die veste der altlatehnischen Bibel, procede ora regolarmente. Oltre il fascicolo delle sigle (Friburgo in Br. 1949) ne sono apparsi due sul Genesi, fino a Gen. 27, 23. Mercé un sussidio della "Deutsche Forschungsgemeinschaft", l'ultimo ostacolo alla sua pubblicazione regolare sembra rimossa. Sarà una serie monumentale di 27 voll.

Bibl.: E. Mangenot, in Revue des sciences ecclés., 58 (1888), pp. 97-132. Pietro Nuber

SABATINI, ANDREA: v. ANDREA da SALERNO.

SABATINO, PRIVILEGIO. - Si fonda sull'apparizione e la promessa della S.ma Vergine di liberare dal Purgatorio le anime dei confratelli del Carmine il sabato dopo la loro morte. Condizioni del privilegio sono: per i religiosi perseverare nell'Ordine; per i confratelli ad esso aggregati indossare il "segno del santo abito" (preso alla lettera; la cappa, ma praticamente lo scapolare), osservare la castità conforme al proprio stato, recitare l'Ufficio piccolo della Madonna o, non potendo, astenersi dalle carni il mercoledì e il sabato; quest'ultima condizione può essere commutata dai sacerdoti aventi facoltà con la recita di sette Pater, Ave. Gloria.

L'apparizione e privilegio sono esposti nella cosiddetta "bolla sabatina" di Giovanni XXII, Sacratissimo uti culmine (1322), nota attraverso un transunto nella bolla confirmatoria di Alessandro V (1409) autenticato nel 1421, poi inserito nella bolla di Clemente VII Ex elementi ( 1530 ).

Il decreto del S. Uffizio dell'11 febbr. 1613 chiari: «Si permette ai Padri carmelitani si predicare che il popolo cristiano può piamente credere... che la S.ma Vergine aiuterà le anime dei frati e dei confratelli dopo il loro transito... con le sue continue intercessioni, suffragi, meriti e particolare protezione, specialmente nel giorno di sabato, che la Chiesa consacra alla medesima Vergine...». Anche gli ultimi papi hanno ripetutamente ricordato il p. s., ultimo Pio XII nella lettera commemorativa del VII centenario della visione di s. Simone Stock (i i febbr. 1950).

Però l'autenticità materiale della bolla di Giovanni XXII è stata fortemente contrastata, sia perché non contenuta nel Registro ufficiale, sia per il tenore poco curiale e alquanto strano del testo. Allo stato attuale della documentazione la divozione si trova pienamente sviluppata nella seconda metà del sec. xv.

Bibl.: contro l'autenticità J. Launay, De Simon's Stachii visu, de sabbatisme bollae privilegia... dissertationes s. $2^{\circ}$ ed., Parigi 1653. In difesa: Ireneo di s. Giacomo, Tract. theol. de singulari immaculatus Virginis protectione, ivi 1630; T. Raynaud, Scapulare maximum illustratum et defensim, ivi 1654. Autori moderni : B. Zimmerman, Mon. hist. Carnalitana, Letino 1907, pp. 356-63; E. Magenan, The sabbatine privilege of the scapular, Nuova York 1923. Bartolomeo Xiberta

SABATO (ebr. žabbāth). - Nella Bibbia così è chiamato ogni settimo giorno, che rivestiva uno speciale carattere sociale-religioso, perché "il settimo giorno è il s. del Signore" ed il terzo precetto del decalogo (v.) imponeva per quel giorno l'astensione da ogni lavoro, obbligando anche i forestieri ed indirettamente anche le bestie; e questo perché Dio nei sei giorni aveva creato il mondo ed il settimo s'era riposato (Gen. 2, 3; Ex. 20, 8-11). Specificamente il s. era proibito avere e mietere (Ex. 34, 21); nemmeno si doveva nelle case accendere il fuoco; chi "lavorerà in esso sarà ucciso" (ibid. 35, 2-3). Mosè condannò infatti a morte un uomo trovato a raccoglier legna un giorno di s. (Num. 15, 32-36); durante il viaggio per il deserto, la manna non cadeva il s., perché la sua raccolta significava violazione del riposo; era permessa la preparazione del cibo (Ex. 16, 22-30), non però l'accensione del fuoco.

Da testi profetici (Jer. 17, 21-27; Am. 8, 5) e da Neh. 13, 15-22 si conosce che anche il mercato era proibito in tal giorno.

Dopo l'esilio la legge del s. acquista importanza sempre maggiore. Si insiste sulla sua osservanza e si moltiplicano i casi di azioni interdette. P. es., al tempo dei Maccabei, c'era chi riteneva illecito ogni atto di difesa (I Mach. 2, 32-41; cf. II Mach. 8, 26); ma tale caso di coscienza viene risolto da Mattatia, che dichiara lecita la difesa, ma non un'azione offensiva. Dai Vangeli l'astensione dal lavoro appare estesa considerevolmente dai fa-

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risci, contro i quali insorge spesso Gesù (cf. Mt. 12, 1 sgg.; $L c .13,10$ sgg.; 14, 1-6; Io. 5,8 sgg.; 9,14 sgg., ecc.), il quale dichiara che il s. è per gli uomini, non questi schiavi di quello (Mc. 2, 27). Il culmine della meticolosità è raggiunto nella Misinäh, che contiene un intero trattato in proposito (Sabbäth), e specifica 39 azioni proibite, ma nello stesso tempo si dànno consigli ingegnosi per soddisfare alle necessità indispensabili della vita, senza venir meno alla lettera del precetto.

In Num. 28, 9 si prescrive di immolare il s. due agnelli di un anno senza macchia, oltre quelli prescritti per il sacrificio quotidiano. Nella legislazione proposta da $E z .46$, 4 figura l'offerta di sei agnelli e di un ariete. Nel periodo successivo, specialmente nella diaspora, i Giudei in tal giorno si raccoglievano in preghiera nelle sinagoghe, per leggere la Bibbia e recitare i salmi (cf. Act. 13, 14. 15; 15, 21; 16, 13). Però tale servizio liturgico appare legato al giorno del s. solo in un secondo tempo, mentre primitivo ed essenziale risulta, e sempre, il concetto del riposo. Tale precetto aveva un motivo sociale ed umano, in quanto sanciva la necessità di interrompere il lavoro. Ma in fondo predomina sempre il concetto religioso, quello di una specie di offerta, che il popolo faceva a Dio (cf. Ex. 16, 23; 20, 10; Lev. 23, 3; Deut. 5, 14).

Si è cercato di spiegare il s. israelitico con l'esempio di altri popoli. Ma presso nessun altro popolo semitico si mostra simile uso. Testi babilonesi parlano di un settimo giorno, ma esso appare intimamente connesso con le fasi lunari, mentre quello israelitico ne è indipendente. Inoltre in Babilonia tale giorno era concepito "nefasto" (änid. limud); durante esso si compivano sacrifici di penitenza per placare gli dèi. Solo da un testo si può dedurre che nel II millennio a. C. il settimo giorno era sacro al pianeta Saturno (Sabbäth) e che in esso erano proibiti alcuni lavori, come quello del fabbro. Ma è ben difficile dedurre da ciò l'estensione dell'usanza e solo con molte ipotesi è possibile affermare, basandosi su Am. 5, 25, che gli Ebrei presero dai Babilonesi l'usanza del s. Né hanno condotto a conclusioni più sicure le osservazioni circa il carattere del popolo, che praticò per prima il s. Sensa dubbio la sua osservanza si addice più ad un popolo agricoltore che non ad uno dedito alla pastorizia.

Il s. rimane perciò una caratteristica inconfondibile del popolo ebraico. Dagli ebrei i cristiani presero il raggruppamento dei giorni in una settimana. Ma il carattere di giorno religioso fu posticipato alla Domenica (v.), non senza contrasti da parte dei primitivi giudeo-cristiani (cf. Col. 2, 16).

Bibl.: W. Lote, Sabbath, in Realenc. f. prot. Theol. v. Kirche, XVII, pp. 283-91; H. Lesêtre, Sabbat, in DB. V. coll. 1291-1302; J. Hehn, Siebenzohi und Sabbat bei den Babyloniern und im Alt. Teit., Lipsia 1907; id., Der israelitische Sabbat, Münster 1909; id., Zur Sabbatfrage, in Bibliehe Zeitschrift, 14 (1917), pp. 198-213; K. Budde, The Sabbath and the work, in Journal of theol. studies, 30 (1928), pp. 1-15; J. Meinhold, Zur Sabbathfrage, in Zeitschrift f. d. alttest. Wissensch., 48 (1930), pp. 121-38; K. Budde, Antwort auf 7. Metabolik" Zur Sabbathfrage", ibid., pp. 138-45; Ed. Kolt, Sabbath, in Bibliehes Reallexikon, II (1939), coll. 532-56; F. Nötscher, Bibliehe Altertumskunde, Bonn 1940, pp. $350-52$.
Angelo Penna

SABAZIO, MISTERI di. - Dio traco-frigio, ipostasi di Dioniso (Diodoro Siculo, IV, 4, 1) il cui culto, iniziatosi in Grecia nel sec. v, fu largamente diffuso, specie sul finire del paganesimo, in Asia Minore e nel mondo romano.

Una prima testimonianza relativa ai suoi misteri si trova in Demostene (De corona, 259 sgg.). In essi aveva grande importanza il serpente, simbolo del dio, che gli iniziati si lasciavano svolgere attraverso il seno: 6 Bıà xG̀xou $\theta$ ećc (Clemente Aless., Protr., II, 13, 5), sino alle parti sessuali: inferioribus parribus atque imis (Arnubio, Adv. nat. V, 21); antico rito di adozione o di nuova nascita per gli iniziati. Forse a questi misteri allude s. Ambrogio (De virg., I, cap. 4, n. 16): "Quid de sacris Phrygia loquar, in quibus impudicitia disciplina est.... Quid de
orgiis Liberi ubi religionis mysterium est incentivum libidinis ?".

Il rituale misterico di S. si ricollega in primo luogo a quello della Magna Mater e di Attis e poi all'orfico. In età ellenistica, chiaro esempio di sincretismo, S. viene ad identificarsi con Zeus "Ǵ̛́ $\omega$ toç" o "altissimo", e poi per le strette influenze giudaiche monoteistiche con il xópos $\Sigma \alpha \mathrm{S} \alpha \mathrm{G} \theta$ degli Ebrei derivandone alcuni oggetti del culto come le lampade (CIG, III, add. 4380, n. 2) ecc. Dallo stesso rituale derivano forse le numerose mani votive che nel gesto della benedicto latina, in precedenza già in uso nei misteri di Bacco Trace, recano una statuina del dio benedicente e proteggente i suoi fedeli. La prima menzione del culto di Giove S. in Ostia si ha in una epigrafe, trovata in un edificio avente le stesse caratteristiche dei mitrei (Vaglieri, in Notizie scavi, 1909, p. 22). Giove S. aveva anche un sacello sul Campadoglio sul lato di Aracoeli (CIL, VI, 30948-49). Nei misteri di S. era fortemente sentita l'esigenza di una vita oltremondana con il giudizio dell'anima e la sua ieductio per mezzo di un angelos bonus ad un banchetto presieduto da beati la cui partecipazione avrebbe dato diritto alle gioie eterne.

Un cospicuo esempio di questa concezione è il ciclo di pitture murali, risalenti al III-iv sec. d. C., che un tal "Vincentius", numinis entistes Sabazi, fece fare in un ipogeo in onore di sua moglie Vibia (l'iscrizione in Dessau, 1361). L'ipogeo si trova presso il cimitero di Pretestato e per molto tempo fu ritenuto cristiano, ma è più probabile che tale vicinanza sia giustificata dal fatto che l'uso del seppellimento fu imitato anche dai pagani del sec. III d. C. dopo che andò in disuso il sistema della cremazione.

Bibl.: Eisele, s. v. in Roscher, Reallex., IV, coll. 232-64; F. Cumont, Les religions orientales dans le paganisme romain, Parigi 1929, $4^{2}$ ed., pp. 60-62; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, pp. 274-77; M. Nilsson, Gesch. der griech. Religion, II, Monaco 1950, pp. 631-40 (con bibl.); H. Jeannoire, Dionysus, Hist. du culte de Bacchus, Parigi 1951, p. 95 sg. e passim. Sul ciclo di Vibia: L. von Sybel, Christl. Antike, I, Marburgo 1906, pp. 201, 270, 292. Lanfranco Fiore

SABBATICO, ANNO. - L'ultimo di una settimana di anni, presso gli Ebrei. In Ex. 23, 10 sg. è prescritto che in tale periodo la terra doveva essere abbandonata ad un riposo assoluto. Quanto fosse stato prodotto spontaneamente dal suolo doveva essere lasciato per i poveri e per il bestiame.

La legge è ripetuta in Lev. 25, 3-7 con una piccola variante: i frutti spontanei potevano essere consumati da chiunque, anche dal padrone e dal forestiero, non solo dai poveri e dalle bestie. In Deut. 15, 1-11, invece, si parla del settimo anno come di un periodo di remissione e di condono generale. Solo il debitore straniero era escluso da questo generoso privilegio. Il legislatore insiste nel rilevare l'importanza sociale della disposizione ed ammonisce che qualsiasi evasione maliziosa avrebbe attirato la maledizione divina.

Tale legge appare più idealistica che pratica. Essa era destinata ad affermare la padronanza di Dio sul suolo, che doveva riposare in suo onore, ed una completa uguaglianza fra gli uomini, i quali almeno per un anno avrebbero avuto il medesimo diritto di accesso ai mezzi necessari alla vita. Ma la sua osservanza, forse perché appariva impossibile, fu completamente trascurata, almeno prima dell'esilio (cf. Lev. 26, 34, 35, 43; Neh. 10, 31). Per una epoca più recente si hanno alcune documentazioni circa la sua osservanza, ma sempre con il rilievo sulle difficoltà pratiche che ne conseguirono (cf. I Mach. 6, 49.53: Flavio Giuseppe, Antiq. Ital., XI, 343; XV, 7).

Bibl.: H. Lesêtre, Sabbatique (année), in DB. V. coll. 1302 1306; Ed. Kalt, Sabbathjahr, in Bibliehes Reallexikon, II. coll. 537-58; F. Nötscher, Biblieche Altertumskunde, Bonn 1940, pp. 135, 352.
Angelo Penna
SABBETHAJ ZEBHI. - Pseudo-messia ebreo, n. a Smirne il 7 luglio 1626, m. a Berat (Albania) il 30 sett. 1675. Da giovane si dette allo studio della cabbala (v.), ma ben presto dette segni di squilibrio. Nel 1650 un mistificatore gli fece credere di essere

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il messia e più tardi Abraham Nathan Benjamin Ashkenazi (detto Nathan da Gaza o Nathan il profeta) lo radicò decisamente in questa convinzione (se S. era il messia, Nathan era Elia). Il popolo fu preso da entusiasmo fanatico per lui, mentre i rabbini lo guardavano con diffidenza, ritenendolo malato di mente. Infatti le sue stravaganze passarono il limite e le autorità turche lo arrestarono. Non resistendo alla vita del carcere, negò di essere il messia e si converti all'islamismo.

Il sabbatianismo, corrente dei seguaci di S., minacciò di trascinare il giudaismo nell'anarchia religiosa; fu il primo caso in cui idee di carattere cabbalistico si posero a disintegrarne le basi. Dovendo infatti a tutti i costi giustificare l'apostasia di S., i sabbatiani fecero una chiara distinzione tra realtà interiore e realtà storica, tra mondo interiore e esteriore a tutto svantaggio di quest'ultimo. Mentre il cabbalismo precedente tendeva a presentare il mondo esteriore come il simbolo del mondo interiore, ora si stabiliva un'antitesi fra di essi. Il fatto storico del l'apostasia di S. perdeva qualsiasi valore, quando veniva presentato come l'unico atto capace di salvare tutto il popolo dal destino di diventare marrano (nome che in Spagna si dava a coloro che abbandonavano il giudaismo solo apparentemente, restandovi attaccati col cuore). Il messia aveva dovuto accettare questo sacrificio, essendo l'unica anima capace di sopportare una simile prova senza subirne danno. Il pericolo per il giudaismo era grande, perché il mondo esteriore svalutato dal sabbatianismo era rappresentato dal rabbinismo; si arrivò a dire che la Tôrâh doveva dissolversi, come il seme nella terra, per mostrarsi poi in tutta la sua gloria messianica.

La fortuna di S. va ricercata nell'acuirsi dell'interesse messianico che si ebbe in seguito alla cacciata degli Ebrei dalla Spagna. Nel sabbatianismo si determinano due correnti : una secondo la quale la condotta del messia doveva servire d'esempio per tutti e che sosteneva la santità del peccato, che solo poteva essere vinto buttandocisi dentro; l'altra che riteneva invece che la condotta di S. era giustificabile solo nel suo caso. Si ebbero due casi di apostasia in massa : uno da parte degli adepti della setta detta dai Turchi degli apostati, che passarono all'islamismo a Salonicco nel 1683 ; e l'altro da parte dei frankiati (v. frark, jacob) in Galizia nel 1759, che passarono al cattolicesimo. Al sabbatianismo si collega il movimento frankiata che, per il suo spirito antirabbinico, è considerato come l'origine remota del movimento riformista che si ebbe in Germania nel sec. xvili.

Bibl.: A. Galanté, Nouveaux documents sur S. Z., Istanbul 1933; H. G. G. Scholem, Les grands courants de la mystique julos, Parigi 1950, cap. 8.

Eugenio Zolli
SABEISMO. - Nome applicato nei vecchi trattati alla religione degli Arabi preislamiti, specialmente della regione meridionale, dove già nel primo millennio a C. appaiono i regni dei Minci, Sabei, Qatâbân, Hadramût; tra questi, quello dei Sabei finì per assumere nel sec. III d. C. una posizione preponderante.

Il pantheon di detti Arabi era costituito, non esclusivamente ma in maniera preponderante, da divinità astrali : 'Aftar, il pianeta Venere (Iftar dei Babilonesi, Astarte dei Cananei), Sams, il sole (Samas dei Babilonesi); la luna, Wadd tra i Minei, Ilumquh tra i Sabei, Sin nell'Hadramût, uguale al dio Luna babilonese. Nell'Arabia dal nord la grande divinità femminile è Allât da identificarsi con il sole: al- ${ }^{-}$Uzzâ la potentissima da identificarsi con il pianeta Venere sotto i due aspetti, mattutino (Phosphoros, Azizos) e vespertino (Xisperos, Monimas); mentre contro Nielsen - manca presso gli Arabi del nord il culto della luna. Sarebbe esagerato ridurre al dio Venere, al dio Luna e alla dea Sole tutto il pantheon dell'Arabia del sud. Certo essi vi hanno avuto una posizione preponderante.

Né vi manca la menzione di vari ba'al, ossia dèi locali protettori di una località o di una tribù. E assai im-
portante la menzione di Allah estesa a tutti gli Arabi, conforme alla radice al comune a tutto il pantheon semitico (Ilum degli Accàdi, El dei Cananei, 'Elâah ed 'Elâhîm degli Ebrei). I nomi teofori, abbondanti nell'Arabia del sud, rivelano il concetto che Sabei e Jemeniti si facevano della divinità, come si vede dagli appellativi di padre, signore, re, potente, giusto, tenace, lucente.

Bibl.: G. Ryehmans, Les religions arabes préislamiques, in M. Gorce - R. Martier, Hist. gèn des religions, III, Parigi 1947, pp. 313-32; A. Janme, Le pantheon sud-arabe préislamique, in Muséon, 60 (1947), pp. 37-147; M. Guidi, La relic. nell' Arabie preislamica, in Studi e mat. di it. delle relig., 21 (1948), pp. 1-11; S. Moscati, Storia e civiltà dei Semiti, Bari 1949, pp. 176-89. Nicola Turchi

SABELLIO e SABELLIANISMO: v. MODALISMO.

SABETTI, Luigi. - Teologo moralista, n. a Roseto-Valfortore (Foggia) il 3 genn. 1839, m. a Baltimora il 28 nov. 1898.

Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1860, i turbamenti politici del tempo lo costrinsero a compiere i suoi studi in Francia e poi ad emigrarc negli Stati Uniti (1871), dove, invece di passare alla relazione tra i Pellirossa, ebbe la cattedra di teologia morale nello scolasticato di Woodstock. Ebbe il merito di essere il modernizzatore dell'opera del p. P. Gury, adattandolo al mondo anglosassone, con il suo Compendium Theologiae moralis (Cincinnati $1884 ; 33^{\text {a }}$ ed. a cura di 'I'. Barret, iv. 1931), pregato oltre che per la dottrina, per la limpidezza e precisione dell'esposizione. Prezioso è anche il suo Decree's Quemadmodum (17 dic. 1890) with explunatims (Baltimora 1892); e il contributo prestato nella fondazione della American Ecclesiastical Review, dove fin dall'inizio pubblicò la soluzione dei casi di morale.

Bibl.: necrologio, in Amer. Ecclesiastical Revicte, 20 (1890), pp. 63-67; anon., Father Abyssin S. - An autobiography with Reminiscence, in Voodstock Letters, 29 (1906), pp. 208-33; Hurter, V. col. 2055.

Enrico eloffmann
SABINA (Savina), santa. - Nell'agiografia cristiana primitiva i Bollandisti hanno rilevato tre anniversari : il 30 genn., S. di Lodi, vedova; il 29 ag., S. vedova martire di Vindena; il 27 ott. S. martire in Avila. Inoltre, una confusione tra la forma maschile e femminile del nome ha dato origine ad una sorella di s. Saviniano, celebrata il 29 genn. Una S. figura nel corteo musivo delle martiri di S. Apollinare nuovo di Ravenna. A Roma il «titulus Sabinae» risale nella sua forma attuale agli inizi del sec. v, ma il nome e l'uso liturgico dell'edificio sembrano anteriori alla Basilica.

Nella "Regio XII e e, probabilmente, nelle vicinanze della Basilica, la Notitia regionum urbis Romme segnala la presenza della "privata Hadriani" da cui potrebbe trarre origine una "domus Sabinae». L'identificazione di tale personaggio con una martire venerata è documentata nella storia del "titulus" dal coperchio del sarcofago nel quale papa Eugenio II (823) raccolse con le sue ossa quelle dei martiri di Nomentum; il personaggio ivi menzionato è conosciuto da una Passio leggendaria del sec. vi e fa parte del gruppo S.-Serafia, ricordata, la prima il 29 ag. e la seconda il 29 luglio. La Passio presenta Serafia come ortunda d'Antiochia (Siria), alloggiata da una S., vedova di Valentino, "illustrasimus vir" e figlio di Erode soprannominato Metallarius il quale, sotto il Regno di Vespasiano (69-79), aveva dato tre volte i giochi ai Romani. Tutte e due abitavano a Vindena. Serafia converti S. e fu condannata alla decapitazione dal magistrato Berillus; subì il martirio il 29 luglio. A sua volta S., chiamata davanti al prefetto Elpidio, fu condannata e decapitata il 29 ag. e seppellita dai cristiani di Vindena "ad arcum Faustini in monumento ipsius ubi ipsa venerabiliter reposuerat magistram fidei suae virginem Xit Serapiam». La città di Vindena, oggi scomparsa, era vicino a Terni, probabilmente a Rocca S. Zenone. L'ipotesi

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di G. P. Kirsch, relativa ad una colonia di Vindenati sull'Aventino, non ha suffcicinte appoggio nella critica testuale della Pasta. Conviene ammettere una traslazione dei corpi di Serafia e di S. a Roma, tra l'epoca della costruzione della Basilica e il principio del sec. ix.

Gli scavi eseguiti a varie riprese e, soprattutto, durante i restauri di A. Muñoz (1914-19 e 1936-39), hanno rivelato: 1) il tracciato di un vico che dal sec. II all'xi fu una delle strade principali dell'Aventino e che limita a nord-ovest le costruzioni paleocristiane; 2) l'esistenza di un quadriportico trasversale all'asse longitudinale della Basilica del sec. v; 3) la presenza di un edificio termale del sec. iv, sotto il quad