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elato: 1) il tracciato di un vico che dal sec. II all'xi fu una delle strade principali dell'Aventino e che limita a nord-ovest le costruzioni paleocristiane; 2) l'esistenza di un quadriportico trasversale all'asse longitudinale della Basilica del sec. v; 3) la presenza di un edificio termale del sec. iv, sotto il quadriportico. Gli scavi del 1914, all'ingresso della navata centrale, hanno rivelato, ad 1,76 sotto l'attuale pavimento, l'esistenza di una vasta sala con un "podium" al centro; quelli del 1936-37 un'altra parte della medesima sala di notevoli dimensioni. Le ricerche, ancora parziali, non hanno consentito di restituire la planimetria completa di tale costruzione la quale, molto verosimilmente, già nel sec. iv servì al culto cristiano.
4) Nella navata destra, verso l'abside, la costruzione del sec. v ha usufruito di un muro del sec. iv con elementi costruttivi del sec. it. Dal 1936 al 1939 furono messi in luce edifici destinati al culto di una divinità, che confermano la probabilità del tempio di Giunone Regina.

La Basilica del sec. v. a tre navate, riproduce il tipo perfetto della basilica cristiana; cretta sotto il pontificato di Celestino II (422-32) dalla munificenza di Pietro d'Illiria, membro del clero romano, essa fu probabilmente terminata sotto Sisto III (432-40), come risulta dal musaico di dedica della Basilica ancora conservato. Della decorazione originaria, molto rovinata, restano pannelli in legno della porta lignea e all'interno, lungo la navata, la deco-
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(da D.ACL. XV, coll. 215-86)
SABINA, santa - Pianta degli scavi eseguiti sotto il complesso monumentale della basilica di S. Sabina dal p. M. D. Darsy, O.P. (1936-39).
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(ini, Alinari)
razione in "opus sectile " fortemente restaurata. Inserita nelle fortificazioni medievali dell'altipiano nord-ovest dell'Aventino nei secc. x e xili, la Basilica fu concessa da Onorio III all'Ordine dei Predicatori i quali l'ufficiano ancora oggi.

Bibl.: G. B. De Rosin, Scavi nell'arto di S. S. sull'Aventino, in Monum., Ann. e Boll. pubblicati dall'Ist. di corrisp. archeol., 1823, fasc. II, pp. xlviIi-1,iv; Ch. Descemet, Memoires sur les fouilles esicutées à S. S. (1833-37), Parigi 1863; J. J. Berthier, La porte de S. S. à Rome, Friburgo 1892; id., L'Eglise de S. S. à Rome, Roma 1917; id., Le couvent de S. S. à Rome, ivi 1912; A. Muñoz, Imbocini sulla chiesa di S. S. sull'Aventino, in Studi Romani, 2 (1914), 329-42; id., Studi sulle basiliche romane di S. S. e di S. Pransede (tavv. XXVII-XXIX), in Dissertaz. della Pont. accad. rom. di arch., 27 serie, 13 (1918), pp. 119-28; I. Taurisano, S. S. (Le chiese di Roma illustrate, 11), Roma 1922; H. I. Marrou, Sur les origines du titre romain de S. S., in Arch. Fratr. Predic., 2 (1932), 316-25; A. Muñoz, Il restauro della basilica di S.S., Roma 1938; E. Mille, Rome et ses vieilles églises, Parigi 1942, pp. 29-76; R. Delbrueck, The acclamation scene on the doors of S. S., in The Art bull., 26 (1949), pp. 213-17; M.-D. Darsy, s. v. in DACL. XV, coll. 218-38. M. Domenico Dassy

SABINA e POGGIO MIRTETO, diocesi di. - Diocesi suburbicaria in provincia di Rieti. Conta 88.193 ab. dei quali 88.000 cattolici distribuiti in 72 parrocchie, servite da 82 sacerdoti diocesani e 25 regolari; ha un seminario, 6 comunità religiose maschili e 40 femminili (Ann. Pont. 1932, p. 344).

Il territorio attuale della diocesi di P.M. contiene anche i tre piccoli antichi vescovati di Cures (Passo Corese), Forum Novum (l'attuale Vescovio) e Nomento (oggi Mentana). Il primo, a 22 miglia della Via Salaria, ebbe la sua Cattedrale dedicata a s. Antimo, ricordata dal Martirologio geronimiano l'II maggio (Martyr. Hieronymianum, pp. 246-47). M. Boldetti vide i ruderi della Basilichetta con annesso piccolo cimitero (Osservazioni sopra i cimiteri, ecc., Roma 1720, p. 577; E. Stevenson, in Bull. arch. crist., 5 [1880], pp. 106 sg.; id., in RealEncyclopädie der christlichen Alterthümer, II, pp. 124-25). Secondo L. Duchesne il territorio della diocesi di Cures comprendeva anche Trebula Matusesca (oggi Monteleone) a cui appartengono le martiri Anatolia e Vittoria, ricordate nel Martirologio geronimiano al 9, 10 luglio e 19 dic. (Martyr. Hie-

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(da G. Tomavarti, G. Bassetti, Le diacesi di S., Roma 709, tss. dopo al fiascingecito Sabina e Poccio Mirteto, diocesi di - Cartina della diocesi, stampa del 1617.
ronymianum, pp. 360-62, 364, 653); esse figurano nella teoria di martiri in S. Apollinare in Ravenna (P. Paschini, La Passio delle martiri sabine, Vittoria e Anastola, Roma 1919; H. Delahaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{6}$ ed., Bruxelles 1933, pp. 314, 327).

Vescovi noti di Cures sono: Tiberio nel 465 , Felicissimo nel 487 , Dulcizio nel 501 , Bono nel 558 -601 da una lettera di Pelagio I; nel 593 Gregorio I unì la sede di Cures con quella di Nomentum di cui era vescovo Grazioso (Gregorit Registr., I, 3, ep. 20).

Nomentum (oggi Mentana) si xv miglio della Via Nomentana è noto per i suoi vescovi fin dall'inizio del v sec. per la controversia del vescovo Ursus con il vescovo di Tivoli. Ursus dedicò l'altare sul sepolcro di due martiri deposti al viI miglio della Nomentana (G. Belvederi, La Basilica e il cimitero di S. Alessandro al VII miglio della Via Nomentana, in Riv. arch. crist., 14 [1937], pp. 200, 221 e fig. 19) e in un'altra epigrafe ivi è detto Christi signifer (id., ibid., 15 [1938], p. 243 e fig. 68). Si conoscono poi i vescovi Servusdei (465), Cipriano (487), Sereno alla fine del sec. v, Romano, Felice (531), Romolo (551), Redento (553), Grazioso (593), Costanzo (600). Dallo stesso cimitero si hanno le iscrizioni di un vescovo Adeodato senza data e quella di un vescovo morto nel 569 . La città fu distrutta dai Langobardi (v. Alesandro, evenzio e teopulo).

Nel Geronimiano al 27, 29 maggio e 11 giugno (Martyr. Hieronymianum, pp. 276-77; 280-81; 314-15) viene indicato un s. Restituto al xvr miglio della Nomentana, come nella Passio (BHL, 7197). A. Bosio vide al suo tempo, al xv miglio della Nomentana, i ruderi d'una basilichetta che ritenne costruita sul sepolcro dei martiri Primo (v.) e Feliciano (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 416). Il « castrum Nomentanum " con bolla di Innocenzo II del 3 apr. 1139 passò sotto la giurisdizione del monastero di S. Paolo fuori le mura. Forum Novum (oggi Vescovio) nel comune di Torri (l'antica Gabii) ebbe per cattedrale S. Eutimio, poi S. Maria di Vescovio. La chiesa giunta a noi è quella del sec. ix a nave unica con presbiterio rialzato e abside con cripta semianulare, poi ampliata e con resti di pitture del sec. xir; solo il transetto sembra anteriore di un secolo, con avanzi pittorici a pannelli con stoffe stilizzate. Il presbiterio presenta la recinzione con pilastrini e plutei. Le due pareti dell'aula contengono ancora cospicui avanzi del ciclo iconografico del Vecchio e Nuovo Testamento, mentre la parete d'ingresso interno conteneva, come nelle chiese romane antiche, la rappresentazione del Giudizio Universale (sec. xit). Alla facciata si sovrappose in seguito il campanile, datato da A. Serafini alla fine del sec. x o all'inizio dell'xi (Torri campanarie di Roma e del Lazio, Roma 1927, p. 142). Un sarcofago cristiano contiene sul coperchio i busti dei due coniugi con due fanciulli e
l'iscrizione di un "Aurelius Ursacius". Un s. Getulio, poco lungi da Torri, era venerato nel sec. ix; E. Stevenson ritenne riconoscere al xxx miglio avanzi di un cimitero (Bull. arch. crist., 5 [1880], p. 108), le cui reliquie furono trasferite a Farfa (I. Schuster, L'imperiale abbazia di Farfa, Roma 1921, p. 98). Oriundo della S. fu il papa Landone ( $913-14$ ) che restaurò l'abbattuta cattedrale di Forum Novum. Nel 1341 la Cattedrale era quasi fuori servizio, anche per mancanza di clero; in piena dissoluzione era nel 1452 per l'abbandono della popolazione. Il papa Alessandro VI il 14 ott. 1495 trasferì la sede vescovile a Magliano; per le controversie sorte il papa Giulio II dette il titolo di antigua alla chiesa di S. Maria di Vescovio, mentre la chiesa di S. Liberatore ebbe il titolo di "nova cathedralis Sabinacum", il che venne confermato da Leone X il 21 giugno 1521. La sacca visita del 1572 trovò a S. Maria di Vescovio, solo custode, un padre francescano; a quest'Ordine venne concessa alla fine del sec. xiv; dal 1633 al 1674 vi furono i Conventuali; quindi i Mercedari fino al 1751; da allora i canonici della cattedrale di Magliano ebbero l'obbligo dell'ufficiatura a S. Maria di Vescovio due volte l'anno. Il papa Gregorio XVI, con lettera apost. Studium quo impone afficimur del 23 nov. 1841, smembrò dalla diocesi suburbicaria di S. la parte del territorio più lontano da Roma, creando la diocesi di P. M., uneudovi le parrocchie già soggette all'antica abbazia di S. Salvatore Maggiore. Il vescovo di S. ebbe il titolo di abate perpetuo di Farfa.

Dei vescovi antichi di Forum Novum pochi sono noti, fra questi Paolo nel 465 , Asterio nel 487 e Proiecto nel 499. Del vescovo di S. si trova per la prima volta menzione nella lettera di Pelagio I ( $55^{8-60}$ ) al vescovo Bono. Giovanni VIII (872-82) scrisse una lettera al vescovo di S., Leone (Jaffé-Wattenbach, 2276); Marino II confermò nel maggio del 944 al vescovo Giovanni l'episcopato di S. (ibid., 2779); una controversia tra il vescovo Giovanni e l'abate di Farfa fu portata nel 1051 a Leone IX. Anastasio IV determina i confini della diocesi nel 1153 1154; Lucio III (1181-85) assegna alla diocesi il monte Tancia occupato dal monastero di Farfa.

Fra i cardinali di S. si ricordano Corrado (1153), poi papa Anastasio IV; Goffredo Castiglione (1239-41), poi papa Celestino IV; Guido Fulcodi (1261-65), poi papa Clemente IV; Bessarione nel 1449; Giuliano della Rovere (1479-83), poi Giulio II; Alessandro Farnese (15231524), poi Paolo III; Giovanni Pietro Carafa (1546-50), poi Paolo IV; Scipione Borghese (1629-33); Francesco Barberini (1645-52); Pietro Ottoboni (1681-83), poi Alessandro VIII; Annibale Albani (1730-43); Gaetano De Lai (1917-28), che restaurò la Cattedrale e il Seminario. Il papa Pio XI con la cost. apost. Suburbicariae Sabinae disscesis del 3 giugno 1925 soppresse la diocesi di P. M., mantenendo il nome della diocesi (Mandelen) col suo Capitolo cattedrale e stabilendo che da allora il vescovo suburbicario di S. fosse detto anche vescovo di P. M.; in pari data, con la cost. apost. In altis Sabinae montibus, unì alla diocesi di Rieti le parrocchie di Pratoianni, Vaccareccia, Longone, Valle Cupola, Rocco Vittiana, Poggio Vittiano e Varco Sabino, che insieme col cenobio e la chiesa di S. Salvatore Maggiore vennero unite alla diocesi di Rieti (AAS, 18 [1926], pp. 34-37).

Al xxx miglio della Via Salaria il Martyr. Hieronymianum, pp. 497-98, indica al 9 sett. il martire Giacinto di cui non si conosce la Passio e che potrebbe essere lo stesso deposto sulla Salaria vetus, che si trova venerato anche a Rieti; forse solo reliquie (non il corpo) furono accolte in quella basilica in Sabinis che ricevette in dono da Leone III una "pulcherrima" stoffa (Lib. Pont., II, p. 13; Lanzoni, I, p. 354 ; H. Delahaye, Les origines... cit., p. 314 ).

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Bibl.: P. Sperandio, S. sagra e profana, antica e moderna, Roma 1790; F. A. Maroni, De ecclesia et episcopis Sabinentibus, Roma 1798; G. A. Guattari, Monumenti sabini, I-III, Roma 1827-32; L. Duchesne, Le sedi episc. dell'antico Ducato di Roma, in Arch. della Soc. rom. di st. patria, 13 (1892), pp. 473-503; H. Grisar, Archcologia, nn. 39-42, in Civ. Catt., 16* serie, 1896, 111, pp. 219-27; A. Stegensch, Uber die gut erhaltene Kathedrale in Vesconia aus dem 10. 70bch. mit ihren Wandgemälden, in Röm. Quartal., 16 (1902), pp. 7-24; A. Bernasconi, I seatuari della D. Vergine in S., Siena 1906; P. Fr. Kchr. Italia Pontif., II, Berlino 1907, p. 57 sgg.; G. Tomassetti - G. Bissotti, La diocesi di S., Roma 1909; O. Vehse, Die päpstl. Herrschaft in der S. bis Mitte des 1o. 70bch., in Quellen und Forsch. aus italien. Arch. und Bibliothek, Roma 1920-30, pp. 120-75; Wilpert, Sarcofagi, 190, 70, 2 e p. 14; R. van Marle, Gli affreschi del Docente in S. Maria in Vesconio Cattedrale d. S., e P. Cavallini, in Boll. d'arte del Minist. d. pubbl. istrazione, 72* serie, 1927, p. 3 sgg.; B. M. Apolloni-Ghetti, La chiesa di S. Maria di Vesconio, antica cattedrale di S., con append. epigr. di C. Pietrangeli, in Riv. di arch. crist., 23-24 (1947-48), pp. 253-303; Eubel, I, pp. 37-38; II, pp. 60-61; III, p. 64; IV, p. 38 ; V, p. 42 .

Enrico Josi
SABINIANO, PAPA. - Di Blera nella Tuscia, dopo essere passato attraverso i gradi della gerarchia fu detto pontifice alla morte di s. Gregorio I il 13 ott. 604 ; m. il 22 febbr. 606. La sua iscrizione sepolcrale, di cui si conserva ancora un frammento, informa che durante il suo pontificato nessuno fu turbato da "bellicus furor" e lo presenta come largo distributore d'olemosine e misericordioso tanto che "nec index culpae sed medicina fuit».

BibL.: l'iscrizione in G. B. De Rossi, Inscriptions christianae Urbis Romae, II, Roma 1888, p. 127, n. 6, p. 211, n. 41. Cf.: Lib. Pont., I, p. 325; Jaffe-Wattenbach, p. 220; A. Crivellucci, Il pontificato di S., in Studi storici, 8 (1899), pp. 203-11; Pliche-Martin-Frutas, V, p. 408 sgg.

Carlo Callovini
SABINO, santo, martire: v. SAVINO, santo, martire.

SABINO di CANOSA, santo. - E commemorato nel Martirologio romano il 9 febbr.

Era già vescovo di Canosa nel 528 quando fu accusato di magia; fu presente al Sinodo di Roma del 531 e nel 537 fu mandato dal papa Agapito a Costantinopoli presso Giustiniano, per comporre la questione dei monofisiti. Partecipò al Concilio dell'anno successivo, nel quale furono deposti Antimo e Severo. Durante il suo episcopato si adoperò molto per il bene dei fedeli restaurando chiese e mostrandosi a tutti modello di virtù. Fu amico di s. Benedetto, e s. Gregorio Magno esaltò il suo spirito profetico. Morì verso il 566 dopo ca. 50 anni di episcopato. Una biografia, scritta nel sec. viII-IX, non regge alla critica.

BibL.: s. Gregorio, Dialoghi, II, 15; III, 3; Acta SS. Februarii, II, Parigi 1864, pp. 310-36; Lanzoni, pp. 289-94; Martyr. Romanum, p. 36.

Agostino Amore
SABINO di Piacenza, santo. - Già diacono della Chiesa di Milano, partecipò al Sinodo romano del 368 e fu incaricato di portare in Oriente la lettera sinodale.

Verso il 376 fu fatto vescovo di Piacenza e nel 381 partecipò al Concilio di Aquileia nel quale svergogno l'ariano Palladio. Fu presente ancora al Sinodo di Milano del 387 e a quello romano del 300 adunato dal papa Sirticio contro Gioviniano. S. Ambrogio lo stimava molto e sottopose al suo giudizio parecchi suoi scritti; gli scrisse anche parecchie lettere esponendogli il suo pensiero sul paradiso terrestre. la dottrina di Apollonare ecc. S. Gregorio Magno ne loda le virtù e riferisce un miracolo da lui operato per arginare le acque del Po. Incerta è la data della sua morte (ca. 420): nel Martirologio romano è commemorato l' 11 dic. Fu sepolto nella chiesa degli Apostoli da lui stesso edificata.

Bibl.: s. Ambrogio, Epistulae, in PL 16, 1191-1204, 12281232; S. Gregorio, Dialoghi, III, 10; Lanzoni, p. 815 sgg.; Martyr. Romanum, p. 278; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia, La Lombardia, II, n. Bergamo 1932, pp. 135-40; Pliche-MartinFrutas, III, p. 275 sg.

Agostino Amore
SABIONA: v. REZIA.

SABOREI. - "Ragionatori "o "interpreti ", classe di dotti la cui attività durò soltanto poche diecine di anni e mirava ad appianare le difficoltà che si riscontravano nel testo talmudico (v. TALMCD).

Bibl.: H. L. Strack, Einleitung in Talmud, 2* ed., Monaco 1921, p. 149; J. Krengel, in Tüd. Lexikon, V, col. 27 sgg.

Eugenio Zolli
SABOTAGGIO. - S. (dal francese sabater, camminare in zoccoli e quindi condursi da insolente, scalpitare) significò in un primo tempo il fuorviare o rendere impossibile le azioni dell'avversario in modo ingiusto, far danno all'altro e, in seconda linea, trarne vantaggio per sé. Più tardi significò il mezzo di lotta sociale, con cui si danneggia altri (imprenditore) per averne un profitto proprio (lavoratore).

Però le prime forme di s., nel suo significato ultimo, si trovano in Inghilterra ( 1839,1842 ), dove la proibizione di associazione diede origine alla rivoluzione nelle officine. In Francia fu l'avversione contro ogni rappresentanza indiretta degli interessi dei lavoratori a dare origine ad un'azione diretta contro l'apparato economico del capitalismo : azione che si sviluppò con scioperi, dimostrazioni, s. Scioperi e s., oltre al successo momentaneo, miravano a mantenere rigoroso ed aggressivo il socialismo (v.).

Il s., per cui man mano fu elaborato tutto un sistema minuzioso, si attuava in forme diverse, dalla resistenza passiva al rendere inutilizzabili i prodotti, al lavoro fittizio, alla simulazione, all'insudiciamento dei viveri, al danneggiamento degli impianti, degli strumenti di lavoro e di trasporto, della stessa viabilità, all'intimidazione e impedimento del lavoro dei non scioperanti, ecc. Oltre che nelle officine e nel campo del lavoro, può attuarsi anche nel campo militare, dove è espressione di tradimento o di ispirazioni politiche, pre-rivoluzionarie; o in quello coloniale, dove viene usato come arma contro le potenze occupanti, per raggiungere l'indipendenza.

I. Nel diritto penale italiano. - Il Codice penale italiano del 1930 prevede sotto il nome di s. due distinti tipi di reati. Disciplina una prima volta il s. nel titolo dei delitti contro la personalità dello Stato (art. 223), poi come delitto contro l'ordine economico. La partizione è una innovazione del Codice penale del 1930, che trae i suoi motivi: dalle tristi esperienze della prima guerra mondiale.

Nel primo caso la legge attuale rende a tutelare la personalità internazionale dello Stato, in pace e in guerra, affinché non venga pregiudicata la sua preparazione o efficenza militare per fatti di distruzione e s., diretti contro navi, aeromobili, strade, ecc. La pena prevista per il reato di cui all'art. 253 è la reclusione non inferiore agli otto anni. Lo stesso articolo poi prevede due aggravanti : «se il fatto è commesso nell'interesse di uno Stato in guerra contro lo Stato italiano; se il fatto ha compromesso la preparazione o l'efficenza bellica dello Stato, ovvero le operazioni militari».

In ambo i casi è sancita la pena dell'ergastolo. In ogni caso, se nel reato ricorrono gli elementi che qualificano il fatto come colposo si applica la pena da uno a cinque anni di reclusione. Se il soggetto attivo è un militare, tali fatti, in quanto possono rappresentare la violazione dei doveri specifici inerenti alla qualità del colpevole, assumono il carattere di reati militari. Provvede in tal caso il Codice penale militare di pace (1940), il quale all'art. 167 dispone analogamente all'art. 253 del Codice penale e prevede nell'ultimo comma anche l'ipotesi del reato colposo.

Costituiscono un reato autonomo gli atti di s. considerati sotto il particolare aspetto della tutela dell'ordine economico. L'art. 508 del Codice penale punisce a chiunque con il solo scopo di impedire e turbare il normale svolgimento del lavoro invade od occupa l'altrui azienda agricola o industriale, ovvero dispone di altrui macchine, scorte, apparecchi o strumenti destinati alla produzione agricola o industriale». E al capoverso dello stesso articolo si trova sanzionata una più grave pena contro a chi

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danneggia gli edifici adibiti ad azienda agricola o industriale, ovvero un'altra delle cose indicate alla disposizione precedente ${ }^{\text {a }}$.

L'interesse che muove siffatte norme è la tutela dell'economia nazionale dell'ordine del lavoro. L'interesse del privato è protetto solo di riflesso; direttamente esso è garantito dalle disposizioni di cui all'art. 633 concernenti i delitti contro il patrimonio. Per la punibilità dei delitti previsti nell'art. 508 del Codice penale è necessario il dolo, cioè l'intenzione di produrre i fatti previsti nell'articolo stesso. Non è sufficiente la colpa. Con una disposizione analoga il Codice penale militare di pace disciplina i fatti di ostruzione o s. sui lavori perpetrati dai mobilitati civili. Infatti per l'art. 250 è punito a chiunque. ostacola il corso dei lavori ovvero esegue lavorazione difettosa o deteriora il materiale di lavoro affidatogli ${ }^{2}$.
II. S. e tirannia. - Negli Stati in cui trionfa il partito unico, il s. è punito con la qualifica di ostruzionismo della produzione agricola ed industriale, e spesso diventa un pretesto per l'eliminazione di nemici politici o di incapaci.
III. Valutazione morale. - Le forme di s., che si arrestano ad un resistenza passiva o ad una simulazione di lavoro, possono venire giustificate solamente quando rappresentano il modo unico per difendersi da un sopruso o per ottenere una riparazione, essendo preclusa la via a mezzi legali. Per la legittimazione è poi necessario vedere la proporzione tra il danno subito dai sabotatori e il danno che si minaccia a colui contro cui è diretto il s.; è necessario anche vedere il danno collettivo che può nascere da una sospensione violenta di attività economiche. Una buona legislazione sociale (v.) dovrebbe prevenire queste situazioni, che obbligano a farsi giustizia da sé in modo assai pericoloso e difficilmente contenibile entro limiti morali.

Nel campo generale della vita nazionale, può essere legittima una maniera di s. che si concreti in resistenza passiva per arrestare una guerra ingiusta, per liberarsi da un governo tirannico. Ma anche qui è difficile contenerlo nei limiti e sarebbe auspicabile che un'organizzazione internazionale efficace eliminasse tali situazioni senza costringere a ricorrere a questa ultima ratio.

E difficilmente giustificabile il s. che si concreti in danneggiamento positivo di impianti, di merci, ecc. Molto meno se si concreti in danno alle persone. E pure da condannarsi senza riserve il s. come arma di un partito politico per imporsi agli altri partiti ed al governo legittimo.

BibL.: P. Di Vico, Dir. pen. militare, $2^{\circ}$ ed., Milano 1917, p. 323 sgg.; G. Balladore-Pallieri, La guerra, Padova 1932, p. 244 sgg.; V. Manzini, Trattato di dir. pen., Torino 1936, IV, p. 150; VII, p. 136; G. Maggiore, Dir. pen., II, Bologna 1950, passim. Francesco Ercolani

SACCARDO, Francesco. - Giornalista cattolico, n. a Venezia il 12 sett. 1862, m. a Chirignago (Venezia) il 22 ott. 1931.

Laureato in giurisprudenza, dopo un breve esercizio d'avvocatura si diede al giornalismo collaborando dapprima in riviste letterarie. Nei primordi del giornalismo quotidiano, gli fu maestro il valente polemista cattolico Giuseppe Sacchetti (v.) nella redazione de La Specola di Padova, e a lui successe nel 1888, quale direttore de La Lega lombarda di Milano. Nel '98 la fiducia del card. Sarto lo chiamò a dirigere La difesa, quotidiano cattolico di Venezia, e vi rimase fino al nov. del 1917 quando, per le tristi condizioni della città dopo la rotta di Caporetto, il giornale non poté più reggere.

Consigliere comunale di Venezia durante l'amministrazione Grimani, si occupò di importanti interessi cittadini. Fu quindi presidente dell'amministrazione provinciale e della Soc. cattolica d'assicurazione di Verona. In linea politica, fu sempre tra i cattolici anelanti ad una giusta convaliazione fra la S. Sede e lo Stato italiano, trattandone con equilibrio di pensiero e forma temperata negli scritti e nei discorsi. Aderente dapprima al Partito popolare italiano, si iscrisse più tardi al Centro cattolico nazionale.

BibL.: A. Bisacco, F. S. nella vita, nelle opere, nella parola. Venezia 1932; A. Vian, F. S., Milano 1934. Agostino Vian

SACCARELLI, Gaspare. - Oratoriano, n. a Torino nel 1723, m. a Roma nel sett. 1803. Recatosi a Roma, entrò nella Congregazione nel 1749 e fu a lungo prefetto della Biblioteca Vallicelliana.

Dedicatosi agli studi storici pubblicò un corso di storia ecclesiastica in 26 voll. in lingua latina, edito in Roma nel 1771. In quest'epoca raccolse i documenti riguardanti il periodo seguente a quello trattato dal Batorio nei suoi Annales e fece studi critici su questioni controverse. Durante l'Anno Santo del 1775 fu penitenziere.

Bibl.: C. Villarosa, Memoric degli scrittori filippini, I, Napoli 1837; Hurter, V, 1, p. 128. Carlo Gasbarri
SACCHEGGIO. - Nel senso più comune è l'atto in cui si abbandona alla mercé della soldatesca vincitrice la depredazione dei beni mobili di una città o una parte del territorio di uno Stato nemico.

Negli antichi usi bellici era considerato un diritto del vincitore abbandonare al s. città e luoghi che avessero opposta resistenza senza scendere a patti a tempo; ciò andava a profitto dei soldati per i quali la licenza prodotta dalla vittoria concedeva la rivalsa per le sofferenze e perdite patite, giungendo sino alla strage ed all'abuso delle donne. Nel caso di milizie mercenarie molte volte il s. entrava nei patti, almeno taciti, della loro condotta, oppure era il supplemento di paghe non corrisposte.

Il s. può anche avvenire entro la circoscrizione di uno Stato nelle lotte di partito o di bande avvolte fuori legge. In questi caso si ha un delitto di carattere non più internazionale, ma nazionale.
I. Nel diritto penale italiano. - In questo la configurazione del fatto è più dettagliata; il s. assume diversa qualificazione giuridica a seconda della direzione dell'attività dell'agente. Nel Codice penale vigente è apparso logico al nuovo legislatore come tali fatti possano anzitutto essere commessi al fine di attentare alla sicurezza dello Stato.

In questo caso si realizza uno dei crimini previsti contro la personalità dello Stato e per la loro massima gravità sono puniti con la pena massima succeduta alla pena di morte, l'ergastolo (art. 285 Cod. pen.). Inoltre, il nuovo Codice penale contempla nell'art. 419 il delitto di devastazione e di s., la cui attività criminosa è diretta contro l'ordine pubblico. Gli stessi fatti, abbiettivamente considerati, di devastazione e di s. qualificati da un particolare dolo specifico, assumono diversa specificazione di reato. Nel primo caso il delitto si determina dal fatto che il fine del delinquente deve essere in ogni caso quello di attentare alla sicurezza dello Stato. Nel secondo caso invece per sé si pregiudica solo la sicurezza delle cose. Ma poiché si ha la conseguenza di allarmare e intimidire la popolazione (artt. 419-22), il delitto non si considera solo commesso contro le singole cose e beni patrimoniali (la cui tutela è garantita dagli artt. 624-25), bensì contro la proprietà, intesa come istituto sociale interessante strettamente l'ordine pubblico (v. proprietà).
II. Nel diritio internazionale. - Nel campo del diritto internazionale la figura del s., come quel complesso di atti commessi dai soldati dell'esercito vincitore e diretti all'appropriazione con la forza e con la violenza delle cose che si trovano nella fortezza o nella città presa d'assalto, è oggetto di opinioni contrarie. Alcuni pubblicisti ritengono (meglio si direbbe «sostenevano») giustificata tale usanza come misura di punizione contro una città presa d'assalto. Altri sostengono (o sostenevano) come lecito il s. diretto contro il belligerante violatore delle leggi della guerra, riallacciandosi ad antiche teorie (Cicerone, De officiis, I, 3, c. 6), a cui non erano alieni neppure i teologi, purché si trattasse di guerra giusta (Sum. Theol., $2^{2}-2^{20}$, q. $66, \mathrm{e} .8$, ad 1). La più recente dottrina è contraria però alle tradizionali teorie e condanna concorde gli atti di s. Ora il s. è vietato formalmente dagli atti che esprimono la parte migliore del diritto internazionale attuale (Instruct. americ., art. 74; Déclaration de Bruxelles, artt. 18 e 39; Manuel d'Oxford, 1880, art. 32 e 1913, artt. 18-29).

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Pertanto, non deve più ritenersi ammissibile il s. né a titolo di punizione, né a titolo di rappresaglia (v.), né giustificato per il fatto che esso può rivelarsi strumento efficace per eccitare i soldati all'ardimento. Ai termini degli artt. 23 e 28 del Regolamento della Convenzione dell'Aja, 29 luglio 1899 c 18 ott. 1907, è vietato a un belligerante "distruggere o impossessarsi della proprietà nemica, salvo i casi in cui queste distruzioni e spoliazioni fossero impariosamente imposte dalle necessità della guerra s. E gli artt. 46 e 47 del Regolamento stesso contengono disposizioni generali sul rispetto della proprietà privata e la proibizione del lontano e del s. Nessuna eccezione può essere consentita alla regola, poiché la spoliazione forzata dei privati di quello che ad essi appartiene è di per se stessa un mislatto e non può mai diventare lecito in occasione della guerra.

Per quanto riguarda l'ordinamento giuridico italiano si trovano in esso sanzioni emanate in adempimento degli impegni, derivanti dalle convenzioni internazionali. Cosi nel Cod. pen. militare di guerra: "Chiunque commette un fatto diretto a portare il s. in città o altri luoghi, ancorché presi d'assalto, è punito con la morte e con degradazione", art. 186 che attua l'art. 28 del Regolamento della Convenzione dell'Aja del 1899.

Non è da confondersi tuttavia con il s. il bottino o preda di guerra, consentito entro certi limiti, anche nel diritto internazionale odierno. E cioè è lecito al belligerante, in occasione di incursioni ed occupazioni più o meno stabili di territori nemici, impadronirsi di certi beni dello Stato nemico, come armi, navi, danaro ecc., in complesso di tutti quel beni che sono utili per il proseguimento della guerra.

Vanno però osservati certi limiti e cioè: 1) il diritto di preda può essere esercitato solo dallo Stato belligerante e non dai singoli; 2) non può essere eseguito se non nel territorio o nelle acque territoriali degli Stati belligeranti o in alto mare; 3) non deve estendersi ai beni dei privati (cf. artt. 23 e 52 della Convenzione dell'Aia, 1907).

Meno chiaro è il diritto di preda marittima, mancando una legislazione internazionale comune e una prassi uniforme fra gli Stati. Se è comprensibile che le navi da guerra assieme alle armi possano formare oggetto di preda, meno comprensibite è invece che ciò possa farsi con le navi mercantili. Il principio difeso a questo riguardo nel sec. XVII dall'Alleanza degli Stati neutrali "nave libera s, fatta eccezione per le merci costituenti contrabbando di guerra, non fu però da tutti accettato.

Anche il principio invalso prima della Conferenza internazionale di Parigi ( 1856 ), che considerava oggetto di legittima preda solo le navi e le merci appartenenti allo Stato nemico o ai suoi sudditi, fu praticato solo da alcuni Stati.

Lo stesso avvenne dei due principi, accettati dalla Conferenza di Parigi : a) la bandiera dello Stato neutrale copre le merci che in essa si trovano, salvo il contrabbando di guerra; b) le merci di Stati neutrali non sono oggetto di preda anche su navi nemiche, salvo anche qui il contrabbando di guerra. Infine anche le dichiarazioni di Londra (1909) non furono mai ratificate dagli Stati; né ebbe pratica attuazione il Tribunale internazionale permanente delle prede marittime, costituito alla Conferenza dell'Aja (1907).

Ordinariamente, all'inizio della guerra son costituiti tribunali per le questioni in merito.
III. Nella rzologia morale. - Il s. contro lo Stato costituisce violazione della giustizia legale (v. giustizia) e del diritto di proprietà o dei privati o dello Stato stesso che è da riguardarsi come un comune proprietario, quando si tratta di beni propri. Anche la resistenza a un governo usurpatore o a leggi imposte non giustifica atti di s., potendosi concepire anche la resistenza attiva senza atti di s. Quando poi il s. è diretto contro privati, individui, gruppi di persone o persone morali costituisce un ingiusto danneggiamento. Nell'uno e nell'altro caso seguono obblighi di restituzione (v.) e sorgono i problemi di cooperazione (v.) al male.

Nel diritto internazionale, anche quando gli Stati
conducono una guerra giusta, devono rispettare per quanto è possibile il diritto di proprietà dei legittimi possessori dei beni catturati.

La guerra infatti non toglie il diritto di proprietà e non pone i nemici fuori di ogni legge. Ciò vale anche in caso di preda marittima o nei confronti non solo dei privati, ma anche degli Stati neutrali, salvo il diritto di impedire, nei modi legittimi, il contrabbando di guerra.

Bini.: P. Di Vico, Dir. pen. militare, $2^{\circ}$ ed., Milano 1917, p. 323 sgg.; F. Fanchille, Traité de droit internat. public, II, 84 ed., Parigi 1922, pp. 123, 258 sgg.; J. Foliet, Sforale internat., ivi 1933, p. 127 sgg.; anon., S., in Nuova diaprioritaliano, XI, pp. 934-36; V. Mansini, Diritto penale italiano, IV, Torino 1949, p. 453 sgg.; G. Maggiore, Diritto penale, II, Bologna 1950, p. 74.

SACCHETTI, Franco. - Poeta, n. forse a Ragusa ca. il 1330, m. ca. il 1400 . Il nome compare fra quelli delle più antiche e illustri famiglie nel canto della nobiltà di Firenze, il XVI del Paradiso; ma la loro condizione sociale era ormai scaduta e la vita di Franco di Benci trascorse tra vicende diverse e spesso drammatiche di politica, in patria, di mercatura, e di viaggi in più parti d'Europa, di cariche pubbliche in città e a Bibbiena, a S. Miniato, a Faenza.

Uomo di meditazioni severe, di ricche letture, di curiosità vivaci, mentre la cultura andava organizzandosi nell'umanesimo filologico e già deduceva dalle poetiche dei grandi trecentisti i principi della classicità volgare egli si sottrae agli impegni, ma anche alle astrattezze dei nuovi letterati, e attende a comporre in due direzioni che paiono opposte : la religiosità schietta e spesso austera delle Spasizioni di Vangeli, la moralità severa che risalta dalle Lettere (ma in ogni sua opera, a tratti, appare il volto di un moralista risentito e cruccioso che vede troppo bene il declino della vita e del costume cittadino); e la festa inesauribile di una realtà varia e pittoresca, mobilissima nel disperso e allegro tumulto dei suoi gesti, cui tuttavia non s'abbandona: pare anzi che la guardi da una certa distanza, come rammentandola; ed è il giuoco di un ricordare continuamente divertito, e continuamente sorpreso dalle circostanze, il tema più assiduo del Trecentonovelle.

Si avverte bene ch'egli è in crisi fra la sintesi religiosa offerta al suo vivere e al suo pensare dal cristianesimo riccamente partecipato e meditato, e l'apparenza dispersiva in cui si frantuma e si dissipa il reale. La cultura cittadina era il frutto più vistoso della civiltà cristiana, e il francescanesimo aveva insegnato all'Italia il prodigio di una vita che si anima nell'afflato spirituale e si riconcilia a Dio amoroso creatore di una natura benigna: la sintesi fra la verità divina e la realtà, che è gioconda occasione di un ritrovamento spirituale, pure accennare a ridosolversi, nel S. Ed egli attende a disporre un rapporto che ricollughi, in una cristallizzazione formale artisticamente irreprensibile, l'unità della vita e la molteplicità del reale. Da questa intenzione ricevono luce e prestigio, nelle Rime, le sue ballate, i suoi madrigali, le sue cacce. S. tenta una limitata ma originalissima soluzione formale del suo contrasto, cercando l'armonia di una danza e di una musica che incantano e sospendono la realtà fuggente. Quella vita cittadina si arresta, mimicamente si atteggia, e si riassume in ritmo. Anche la spiritualità francescana s'era valsa delle tradizionali forme coreutiche, composte di parole, di musica, di danza, per illustrare l'itinerario dell'anima a Dio; ma le Rime del S. e anche le sue novelle, che lette attraverso le Rime rivelano come sia sempre pronto alle soluzioni formali, interrompono quel movimento saliente di cui Dante era stato il grandissimo poeta, e si limitano a riosservare una realtà circoscritta in se stessa, limitatamente armoniosa, spesso onomatopeica, eppure, nella grazia dell'intento poetico, non immemore del dono onde la vita spirituale presta alla profana taluna delle sue più pure cadenze.

BinL.: Il libro delle rime, a cura di A. Chiari, Bari 1936; La battaglia delle donne, Lettere, Le spazizioni di Vangeli, a cura

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(1st. Alinari)
Sacchi, Andrea - Miracolo di s. Gregorio Magno - Pinacoteca Vaticana.
di A. Chiari, ivi 1938: Trecentonovelle a cura di E. Li Gotti, Milano 1946; a cura di V. Pernicone, Firenze 1946; A. Chiari, Alcune osservas nella composiz. dei - Sermoni evangelici - di P. S., in Comitision, a (1930), pp. 341-68; E. Li Gotti, V. Forotta, Il S. e la tecnica musicale del Trecento ital., Firenze 1935; M. Apollonio, Storia del teatro ital., I, ivi 1938, p. 129 sgg.; E. Li Gotti, P. S. uomo - disculo e grotto -, ivi 1940; L. Cavetti, Saggio sul S., Bari 1951. Mario Apollonio

SACCHETTI, Giulio. - Cardinale, n. a Firenze nel 1587, m. a Roma il 26 giugno 1663.

Fu vicelegato a Bologna, vescovo di Gravina (1623) e nunzio in Spagna (1624). Cardinale il 19 genn. 1626 fu trasferito al vescovato di Fano ( 17 marzo) e nominato legato a Ferrara e poi a Bologna ove rimase tre anni. Due volte papabile ( 1644 e 1655 ), la Spagna si oppose alla sua elezione ritenendolo francofilo. Fece parte di varie commissioni e resse per 23 anni la Segnatura. Patrocinò, con il card. G. B. Pallotta, l'erezione della chiesa di S. Maria di Cibona o di Monte Urbano tra Tolfa e Allumiere, e dell'annesso convento ove presero stanza gli Eremiti del Monte Senario (Servi di Maria). Edificò una villa e un palazzo ad Ostia, e a Roma comprò con i fratelli il Palazzo di via Giulia, tuttora della famiglia. Furono pubblicate alcune sue lettere e relazioni ed un memoriale ad Alessandro VII che ebbe vasta risonanza.

Birl.: G. Negri, Istoria degli scritl. fiorentini, Ferrara 1722, p. 312; Pastor, XIII-XIV, v. indici; G. Ceccarelli (Ceccarius), I S. (Le grandi famiglie romane, 3), Roma 1946, pp. 11-24. Renata Orazi Ausenda

SACCHETTI, Giuseppe. - Giornalista, n. ad Arlesega (Padova) il 21 maggio 1845, m. a Firenze il 20 ott. 1906.

Prese parte attiva al movimento cattolico intransigente; volontario nelle milizie pontificie (1869), polemista efficace e difensore convinto della formola "né eletti, né elettori ", diresse successivamente alcuni periodici e quotidiani veneti (Letture cattoliche, Codino, Veneto cattolico, negli anni 1870-90), aderenti a tale corrente; a Milano: La lega lombarda; a Roma: La voce della verità
(1889-93), e infine, per vari anni (1803-1906): L'unità cattolica di Firenze, insieme ad Enrico Mastracchi. Fu stimatissimo da Leone XIII e da Pio X, che lo ebbe amico personale.

BibL.: anon., Necrologio, in Circ. Catt., 1006, iv, pp. 362-63; F. Olgiati, Storia dell'Azione Cattolica, Milano 1021, pp. 77, nota 1, 189, 203. Enrico Lucatello

SACCHI, Andrea. - Pittore, n. a Nettuno (Roma) il 30 nov. 1599, m. a Roma il 21 giugno 1661.

La sua grande opera pubblica è la pala d'altare con il Miracolo di s. Gregorio, dipinta per la Basilica Vaticana nella Cappella Clementina, ordinatagli dal card. Fr. Maria de' Monte nel 1625 e che, forse per accontentore il gusto di costui, è tra le opere del S. quella che più dimostra un certo, se pur lievissimo contatto con il mondo caravag. gesco e con quello di Rubeto. La pala che rappresenta il Miracolo del Carporale si trova ora nella sala capitolare del Vaticano, poiché nel ' 700 fu sostituita con una copia a mosaico. Altre opere importanti di sicura attribuzione al S. sono le quattro pale d'altare eseguite per i quattro altari dei pilastri della basilica di S. Pietro: S. Veronica, la Decapitazione di s. Langina, L'Invenzione della Croce e il S. Androst, che ora si trovano anche cose nella sala capitolare della Basilica Vaticana. L'opera riconosciuta quale capolavoro del S. è S. Rominido morrante la sua visione della Pinacoteca Vaticana, dipinta nel 1640. L'ultima sua notevole pala d'altare rafligura il Trassito di s. Anna (S. Carlo ai Catinari, Roma). Altri quadri riconosciutigli dalla critica sono: l'Ebbrescia di Noc. di cui esistono due esemplari, l'uno nella Galleria Sciarra in Roma (ora proprietà Chimirri a Catanzaro) e l'altro nel Kaiser Friedrich Museum di Berlino; La festa dei Loperculi (Musco del Prado, Madrid), già attribuito a Pietro da Cortona; la Festa del Gesù, in cui è dipinta con vivo realismo la scena della visita del papa Urbano VIII alla chiesa del Gesù in occasione del centenario dei Gesuiti (1630).

Il S., lento nel lavoro, con la sua pennellata larga e pastosa e le sue creazioni di una particolare grandiosità patetica piena di naturalezza, tra l'asciutta severità dei veri e propri caravaggeschi e l'abbondanza decorativa di un Lanfranco e di un Pietro da Cortona, segna un momento di sereno classicismo sia formale che cromatico, interessantissimo per gli ulteriori sviluppi della pittura romana del Seicento e del Settecento.

Figlio ed allievo fu Giuseppe, frate conventuale morto nel suo convento a Roma. Dipinse un quadro notevole per la chiesa dei SS. Apostoli a Roma. Una tavola a olio con s. Francesco che riceve le stimmate fu rimossa ed alienata con decreto della S. Congreg. dei Vescovi e Regolari del 7 sett. 1703. Una Sibilla a Varsavia, attribuita a Giuseppe Sacconi, potrebbe'sser sua.

BibL.: L. Pascoli, Vite dei pittori, I, Roma 1730, pp. 15-20; II, v. indice; G. B. Passeri, Vite dei pittori, Roma 1772, pp. 136-38; H. Voss, Die Malerei des Barock in Rom, Berlino 1924, pp. 229-33; H. Posse, s. v. in Thieme-Becker, XIX, pp. 289-92.

Emilia Durini
SACCHINI, Francesco. - Gesuita, storico e letterato, n. a Paciano (Perugia) il 10 nov. 1570, m. a Roma il 16 dic. 1625.

Dopo aver insegnato retorica a Firenze e al Collegio Romano, fu incaricato nel 1606 di continuare la storia dell'Ordine, iniziata dal p. Orlandini; durante questo lavoro fu anche per 17 anni segretario del generale Mercuriano. Pubblicò con lievi ritocchi il vol. I della Historia Societatis Jesu, lasciata dall'Orlandino (1614), indi seguirono: il vol. II, sul Lainez (Anversa 1620); il III sul Borgia (Roma 1649); il IV sul Mercuriano (ivi 1652), la prima parte del V sull'Acquaviva (ivi 1661). In quest'opera, l'amore vivo per la verità si esplica chiaramente nella valutazione delle fonti, nell'osservanza della cronologia e nella ricerca documentata dei particolari più minuti. Nel campo della pedagogia lasciò De ratione libros cum profecta legendi deque vitanda moribus nuxia (Ingolstadt 1614); Protrepticon ad magistros scholarum inferiorum (Roma 1625); Paraenesis ad magistros scholarum inferiorum (ivi 1625); ricchi tutti di entusiasmo per l'arte

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dell'insegnamento e di acute osservazioni sui caratteri degli alunni.

BibL.: Sommersogel, VII, 362-68; Cenus biografici del p. P. Poussines nel proemo al vol. V della Historia: G. B. Gerini, Gli scrittori pedagogici italiani del sec. XVII. Torino 1900, pp. 41-56. Celestino Testore

SACCO, Giuseppe. - Orientalista, n. a Sciacca (Agrigento) il 3 nov. 1871, m. a Chianciano (Siena) il 5 maggio 1950.

Ordinato nel 1895 , si perfezionò negli studi biblici e lingue orientali a S. Stefano di Gerusalemme, alla scuola del p. Lagrange (v.), e dal 1913 insegnò lingua ebraica e greco neotestamentario all'Ateneo Lateranense e poco dopo anche a quello di Propaganda Fide. Molto apprezzate nel campo della filologia biblica: La Koinè del Nuovo Testamento e la trasmissione del S.mo Testo (Roma 1928); La Volgata Latina e il testo greco del Nuovo Testamento (ivi 1935); L'Epistola ai Romani nella versione della Volgata e in una versione del greco (ivi 1935). Notevole anche il volume: Le credenze religiose di Maometto. Laro origini e rapporti con la tradizione giudaico-cristiana (ivi 1922) e le Conference al Laterano; Il Mare Morto (Roma 1919), Petru e i monumenti funerari dei Nidates (ivi 1920), Il santuario della Nativitú (ivi 1914). Ritiratosi nel 1938 in un es-convento a Chianciano, passo gli ultimi anni nella meditazione delle lettere pasline.

BibL.: E. Florit, Mons. G. S., in L'osserv. rom., is maggio 1920, p. 5, col. 4.

Antonio Piolanti
SACCO, Vincenzo. - Giurista, n. a Bologna il 14 maggio 1681, m. ivi il 25 marzo 1744.

Nel 1709 si diede all'insegnamento del diritto civile e, successivamente, di quello canonico. Per il suo acume giuridico fu chiamato a far parte del Consiglio legale che pronunciò sentenza sui Capitoli nuziali relativi al matrimonio della granduchessa Margherita Luigia d'Orléans. Alternò la cattedra con incarichi politici e fu consigliere di Stato degli elettori palatini Giovanni Guglielmo e Carlo Filippo. L'imperatore Carlo VI lo nominò cavaliere del S. Romano Impero e conte palatino; il papa Clemente XII gli conferì il titolo di conte. Nella città natale fu magistrato degli Anziani, assessore delle Acque, giudice del Foro dei Mercanti e presidente del S. Monte di Portà.

Scrisse: Introductio ad studium utriusque iuris (Bologna 1711); Institutiones iuris canonici libri quatuor (ivi $1713,3^{\circ}$ ed. 1741); In quatuor libros institutionum iuris civilis commentaria cum municipali Bononiae iure (ivi $1716 ; 4^{\mathrm{a}}$ ed., accresciuta a cura del figlio Filippo, Venezia 1760); Observationes politico-legales ad statuta Bononiae (ivi 1763).

BibL.: G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, Bologna 1769, pp. 249-53. Cosimo Petino

SACCONI, Antonio Maria. - Frate minore, vicario apostolico dello Shansi e Shensi, al secolo Vincenzo, n. ad Oximo il 23 marzo 1741 e m. a Taigun il 3 febbr. 1783.

Ordinato sacerdote il 24 febbr. 1764, nel 1771 parti per la Cina, giungendo a Macao il 13 ag. 1772. Destinato alla missione di Shantung vi arrivò il $1^{\circ}$ maggio 1774 dopo aver superato parecchie difficoltà. Attese subito allo studio della lingua e nell'ott. del 1775 poté iniziare il suo apostolato, visitando frequentemente i fedeli minacciati dalle persecuzioni. Il 2 sett. 1778 fu nominato vicario apost. delle provincie di Shansi e Shensi, e il 4 dello stesso mese fu eletto vescovo di Domiziopoli. I brevi di nomina furono spediti per la Cina il 26 sett. 1778 e vi giunsero nell'apr. del 1780 . Fu consacrato il 24 febbr. 1781, a Si-gan-fu. Le condizioni del vicariato di Shansi e Shensi sono simili a quelle dello Shannan. In quelle immense province alle quali si aggiungevano il Kansu e l'Hukwang lavoravano soltanto 11 missionari di cui 5 nello Shensi, 3 nello Shansi, 2 nell'Hukwang e 1 nel Kansu. Nel 1784 durante una nuova persecuzione mons. S. fu costretto a nascondersi nei dintorni di Taigun, ma per evitare rappresaglie ai cristiani si presentò alle autorità che lo imprigionarono e m. l'anno dopo in carcere.

BibL.: G. Ricci, Biogr. di mons. A. M. S. vesc. francesc., morto per la Fede nelle carceri di Pechino nel 1763, Roma 1913; E. Zani, A. S. vicario apost. dello Shansi e Shensi, Roma 1932.

Nicola Kowalsky
SACCONI, Giuseppe. - Architetto, n. a Montalto nelle Marche il 5 luglio 1854, m. a Collegigliato di Pistoia il 23 sett. 1905.

Scolaro nel 1874 dell'Accademia romana di Belle Arti, ove fu discepolo di Luigi Rosso, il S. fece le sue più interessanti esperienze romane presso il Carimini di cui fu collaboratore nei restauri della basilica di Loreto, ed i cui principi imitativi di un sobrio rinascimento il S. stesso seguì nella prima opera da lui compiuta: la collegiata di S. Francesco a Force cominciata a costruire nel 1880. In tale anno venne anche iscritto il concorso per il monumento a Vittorio Emanuele II in Roma; dopo varie vicende il S. ne fu proclamato vincitore nel 1884.

Opera ammiratissima nei progetti originari, non poco modificata nel corso della esecuzione al cui compimento, morto il S., procedette una commissione formata dagli architetti G. Kock, M. Manfredi e P. Piacentini, quindi vilipesa oltre misura, oggi per essa può esprimersi un più sereno giudizio. Indubbiamente grandiosa di concezione e riflettente con estrema chiarezza il gusto della sua età, molto accurata e perfino elegante in alcuni particolari, nella grande mole sono da riconoscere due errori fondamentali. Il primo e più grave fu commesso dal S. in campo strettamente architettonico quando non seppe differenziare strutturalmente la grandissima base, nei fianchi enorme, liscia, levigata, piatta, dalle parti alte dell'edificio caratterizzato dal portico senza sfondo e dai due tempietti grecizzanti. Il monumento che doveva dare il senso di una acropoli - come era appunto nel progetto per quella base non differenziata ora dà il senso di essere la traduzione in marmo ed in forme gigantesche della - alzata e di un mobile. L'altro errore è dato dalla inopportuna scelta del botticino per il rivestimento della mole. Al primo di tali errori si può obiettare che il S. trovò il terreno del Campidoglio inadatto alla erezione di una acropoli, al secondo che la scelta del marmo fu imposta da altri per ragioni extra artistiche. Completamente assorbito dai lavori del Vittoriano il S. ebbe scarse occasioni di operare altrove; tuttavia si ricorda l'altare della cappella degli Spagnoli e il coro di quella dei Tedeschi disegnati in stile gotico per la basilica di Loreto, di cui il S. diresse i lavori dal 1886 alla morte.

BibL.: N. Tarchiani, L'architettura ital. dell' 's oo, Firenze s. d.; F. Sapori, Il Vittoriano, Roma 1947. Emilio Lavagnino

SACCONI, Raniero. - Inquisitore domenicano, n. a Piacenza all'inizio del sec. zIII, m. il 21 luglio 1262.

Educato nell'eresia e capo di eretici, per opera di s. Pietro da Verona abiurò l'errore e vesti l'abito domenicano (1245). Da allora collaborò con s. Pietro per la repressione dei catari. Sfuggì per caso al complotto ordito contro di lui e Pietro da Verona, nel quale quest'ultimo cadde martire ( 6 apr. 1252). Da 1254 fu capo dell'Inquisizione di Lombardia. Nel 1259 fu costretto ad allontanarsi da Milano per l'opposizione del nuovo podestà Uberto Pallavicini. Il 21 luglio 1262 Urbano IV lo chiamò a Viterbo perché gli facesse una relazione della sua attività inquisitoriale in Lombardia.

Scrisse (nel 1250) una Summa de Catharis et Leonistis seu de pauperibus de Lugduno (ed. in E. Martène-A. Durand, Thesaurus