1 luglio 1262 Urbano IV lo chiamò a Viterbo perché gli facesse una relazione della sua attività inquisitoriale in Lombardia.
Scrisse (nel 1250) una Summa de Catharis et Leonistis seu de pauperibus de Lugduno (ed. in E. Martène-A. Durand, Thesaurus novus anecdotorum, V, Parigi 1717, coll. 1761-76; in Duplessis d'Argentré, Collectio Judiciorum de novis erroribus, I, ivi 1724, pp. 48-57; e in A. Dondaine, Un Traité, cit. in bibl., pp. 64-78). È un severo atto di accusa contro gli antichi correligionari; non è propriamente una confutazione degli errori ma un elenco di errori utile agli inquisitori. L'opera (divisa in due parti : la prima dedicata ai catari, la seconda, più breve, ai " poveri di Lione ") ha un grande interesse storico perché, oltre la dottrina comune, enumera le credenze proprie alle varie Chiese eretiche. E la migliore fonte per la conoscenza della dottrina di Giovanni di Lugio.
## Page 908
Bibl.: L. Gieseler, De R. Summa commentatio critica, Gnttinga 1834; A. Dondaine, Un Tratté neo-numichéen du XIIIe siècle: le Liber de duobus principiis, Roma 1939, pp. 57-63; id., Le manuel de l'inquisiteur (1230-1330), in Archivum Fratrum Proed., 17 (1947), pp. 170-74. Alfonso D'Amato
SACERDOTI DELLE SCUOLE DI CARITÀ. Congregazione religiosa, nota anche sotto il nome di Istituto Cavanis, fondata a Venezia dai servi di Dio Antonangelo e Marcantonio Cavanis, il 2 maggio 1802, col titolo di «Congregazione dei chierici secolari delle scuole di carità».
La prima scuola fu aperta il 2 genn. 1804 e il Patriarca di Venezia li approvò il 16 sett. 1819. Gregorio XVI diede il decreto di lode il 13 ag. 1831 e di approvazione il 21 giugno 1836. Ma l'Istituto non fu canonicamente eretto come istituzione religiosa che il 16 luglio 1838. Le sue Costituzioni furono approvate il 23 sett. 1839 e riapprovate con l'introduzione dei voti perpetui il 14 ag. 1891. Dopo la pubblicazione del codice furono rivedute e approvate il 23 maggio 1930 e il 18 giugno 1937.
Scopo dell'Istituto è l'educazione cristiana della gioventù mediante la scuola "gratuita" in tutte le sue forme (primaria, secondaria, d'arti e mestieri) e l'opera degli esercizi spirituali chiusi da svolgersi nelle case dell'Istituto. I religiosi sono divisi in due classi : ecclesiastici e laici, i quali tutti emettono i voti semplici, dapprimo triennali e poi perpetui. Al presente i religiosi sono 118 e i novizi 10 con 9 case. Una ramificazione dell'Istituto collegata idealmente con lo spirito dei fondatori è l'Istituto secolare delle Figlie del S. Nome approvato come istituto secolare dall'arcivescovo di Lucca il 12 dic. 1948.
Bibl.: G. Della Santa, Cenni di sul Cavanis, sognzari della Repubblica veneta, Venezia 1902; C. Chierighin, I rev. fratelli Antonangelo e Marcantonio nobili conti Cavanis, fond. dell'Ist. delle scuole di Carini in Venecia, ivi 1902; F. S. Zanon, I servi di Dio Anton Angelo e P. Marcantonio conti Cavanis. Storia documentata della loro vita, ivi 1922. Agostino Pugliese
SACERDOTI DEL S.mo SACRAMENTO. Congregazione religiosa detta comunemente dei Padri Sacramentini (S.S.S.), fondata a Parigi il 13 maggio 1856 dal b. Pietro Giuliano Eymard (v.), approvata dalla S. Sede l'8 maggio 1863 e poi definitivamente l'8 maggio 1895 .
Si compone di sacerdoti e di fratelli conversi; il noviziato ha la durata di due anni, e dopo tre anni di voti temporanei annualmente rinnovati, viene emessa la professione perpetua. Lo scopo della Congregazione è l'adorazione perpetua del S.mo Sacramento e l'apostolato eucaristico. Non è soltanto contemplativa ma anche attiva, quantunque il suo apostolato esterno sia subordinato all'obbligo personale che ogni religioso si assume di partecipare all'adorazione perpetua del S.mo Sacramento solennemente esposto nelle loro chiese di giorno e di notte. La Congregazione che, vivente il fondatore, contava cinque case, attualmente (1952) conta 1331 membri distribuiti in 71 case e 13 province o vice-province sparse in Europa, Americhe, Australia e Africa.
Le principali opere della Congregazione sono: per il clero: i sacerdoti adoratori (con più di 100.000 iscritti) e la Lega per la Comunione frequente e quotidiana; per i fedeli: l'aggregazione del S.mo Sacramento nel suo triplice raggruppamento: semplice aggregazione e guardia d'onore, fraternità eucaristica, settimane eucaristiche.
Pubblica riviste eucaristiche destinate al clero e ai fedeli; predica sacri ritiri soprattutto ai sacerdoti e nei seminari, organizza l'adorazione notturna e diurna ed i congressi eucaristici.
Bibl.: E. Couet, Le part de notre Congrégation dans l'institution des Congrès eucarist. internat., Roma 1933; C. de Keiser, Les Prêtres du Très St Sacrement, Parigi 1939; F. Geyer, Un Saussure au vingtième siècle, Montréal 1949; H. Evers, L'aggregation du Très St Sacrement, ivi 1951. Giuseppe Missaglia
SACERDOTI DI SANTA MARIA DI TINCHEBRAT. - Furono fondati nel 1851 da p. Carlo Duguoy allora vice-parroco di Tinchebray, diocesi di Séez in Francia.
Il p. Duguoy prima aprì in Tinchebray il Collegio di S. Maria, con l'aiuto di alcuni sacerdoti, i quali emisero i voti di religione; dette vita ad una congregazione di fratelli simile a quella dell'istruzione cristiana di Ploermel.
Questa famiglia religiosa ebbe rapido incremento; ma nel 1880 si scisse: i fratelli, che impartivano l'istruzione cristiana in una ventina di parrocchie, si unirono all'Istituto di Ploermel e la congregazione dei sacerdoti prese il nome di S. di S. M. Nel 1898, il Decestum laudis ne fece un istituto di diritto pontificio che fu definitivamente approvato nel 1939. Nel 1902, quando in Francia divampò la lotta contro i religiosi, l'Istituto vide tutti i suoi collegi chiusi ed i padri dispersi. I più giovani tra i sacerdoti partirono per il Canada occidentale dove affluivano allora molti emigrati europei; rintracciarli, educarli, creare parrocchie, costruire chiese: tale fu la loro opera, prima nella diocesi di St-Alliert, poi in quella di Prince Albert, dove esercitano tuttora il loro ministero. Nella diocesi di Montréal hanno inoltre la parrocchia di Charlemagne con annessa una casa di formazione.
I religiosi rimasti in patria reggono una scuola elementare nella diocesi di Quimper; a Tinchebray e nei dintorni hanno scuola di agricoltura per i giovani della campagna, mentre altri padri si dedicano all'opera delle missioni parrocchiali. Hanno anche assunto la parrocchia di s. Croce ad Ivry. Già fin dai primi tempi della loro fondazione, i S. di S. M. ebbero una devozione speciale verso l'Addolorata; nel 1908 ottennero dalla S. Sede l'erezione di una associazione di preghiere e di apostolato a favore dei moribondi sotto il titolo di "Associazione di Nostra Signora della Buona Morte". L'opera ebbe meraviglioso incremento; in un decennio si sparse in tutto il mondo e oggi annovera parecchi milioni di aggregati.
L'Istituto conta attualmente (1952) 90 religiosi tra sacerdoti e laici.
Gustavo Fournage
SACERDOTI OPERAI DIOCESANI. - Furono fondati da Manuel Domingo y Sol, sacerdote della diocesi di Tortosa, nel 1881, per la direzione dei collegi «S. José» da lui eretti in alcune città della Spagna e dei seminari diocesani.
I S. o. d. hanno lo spirito di una congregazione religiosa, senza perdere il carattere di sacerdoti secolari, per poter essere in perfetta armonia col clero che debbono formare. La novità di una tale concezione giuridica diede motivo ad alcune difficoltà, che il fondatore seppe superare con molta prudenza. Il 2 febbr. 1884 la «Hermandad» ebbe l'approvazione del vescovo di Tortosa e il $1^{\circ} \mathrm{ag}$. 1887 Leone XIII diede il decreto di lode.
Il $1^{\circ}$ ag. 1927 Pio XI approvò definitivamente l'Istituto e temporaneamente le costituzioni, le quali poi ricevettero l'approvazione definitiva il 23 marzo 1933. Su proposta del Capitolo generale del luglio 1951, la S. Sede con decreto dell'8 dic. successivo annoverà la «Hermandad» fra gli Istituti secolari a norma della cost. Provida Mater. Attualmente i S. o. d. sono 142 con una casa di formazione a Salamanca ed un aspirantato a Buenos Aires; dirigono 20 seminari in Spagna, Argentina, Uruguay e Perù e il Collegio spagnolo di Roma per la formazione ed istruzione dei chierici inviati dai vescovi spagnoli. Sono loro affidati inoltre i templi della Riparazione di Tortosa e Valenza, il Collegio universitario «Pio XII» di Valenza e il Collegio maggiore ispano-americano di Salamanca. Pubblicano le riviste El Congregonio de S. Luis (Tortosa), Sigueme (Salamanca), La Reparación (ivi).
Bibl.: A. Torres, Vida del siervo de Dios Manuel Domingo y Sol, Tortosa 1934; A. Toledo, Las vocaciones Sacerdotales, ivi 1935; J. Ruiz de los Panos, La idea de la Hermandad, Toledo 1936; G. Martí, Manuel Domingo y Sol, apostol del sacerdocio, Madrid 1938; J. Garcia, Fulgores de un sol, Salamanca 1940. Giuseppe M. Javierre
SACERDOZIO. - Da sacra dare, "fornire, compiere l'azione sacra", è la carica e la funzione religiososociale che un individuo riveste in quanto intermediario ufficiale tra il gruppo umano e la divinità.
1. S. NELLA RELAZIONI NON CRISTIANE. - Nei nuclei primitivi le funzioni del sacerdote si fondono con quelle
## Page 909

(da J. Gublmann, Indische Faktta, Friburgo in Br. BII, fig. 56) Sar:anozto - Sacerdoti brahmini a Giava, discendenti dai vecchi colonizzatori Indis.
I) osservando la castità rituale, cioè antecedente all'azione sacra da compiere; a) fuggendo il contatto del sangue; 3) evitando il contatto del cadavere. In qualche religione tali prescrizioni sono perpetue (cellbato ecclesiastico, vegetarianismo degli orfici, degli induisti e dei buddhisti).
Uno speciale rito di passaggio (iniziazione, ordinazione) si richiede per far passare il candidato al s. dallo stato profano a quello sacro. Tale rito può essere unico oppure può venir ripartito in tanti gradi che rendono progressivamente l'individuo idoneo alla sua funzione (gradi di iniziazione mitriaca; Ordini minori e maggiori, nel s. cristiano). Il carattere sacro si conferisce imponendo al candidato le vesti della sua funzione o facendogli toccare gli oggetti relativi, imponendogli sul capo le mani, ungendolo, ecc. Un rito speciale si richiede per togliere al consacrato l'investitura sacra di cui è stato insignito.
Bibl.: J. Lippert, Allg. Gesch. des Priestertums, Berlino 1888-94; R. Ch. Darwin, Die Entwicklung Priestertums u. der Priesterreihe, Lipsia 1949; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, pp. 173-316.
Nicola Turchi
del capo del gruppo (re-sacerdote, re-stregone) in quanto sono soprattutto i suoi poteri magici, la sua capacità di interpretare la volontà degli dèi, quelli che servono al gruppo cui preme assicurare una buona caccia, un buon raccolto, l'incolumità del bestiame, l'immunità da epidemie, la buona riuscita di una guerra. Le funzioni di re e di sacerdote cominciano a separarsi a mano a mano che, sviluppandosi la vita culturale del gruppo, se ne sviluppano le esigenze e il cerimoniale sacro, con una maggiore specificazione delle varie funzioni. Si hanno cosi nelle religioni naturali tre tipi fondamentali di sacerdoti : il sacrificatore, l'esorcista e l'indovino.
Al sacrificatore è demandata l'azione sacrificale che costituisce il centro del culto in ogni religione ; l'esorcista provvede alle purificazioni le quali possono essere dirette contro macchie e colpe di carattere morale (peccati), contro il contagio provocato da nedi spiriti, malocchio, infezioni spiritiche varie; l'indovino sa predire il futuro leggendolo nei più vari elementi (valo di uccelli, fegato di vittime, corso degli astri, ecc.). Questi tre tipi, che possono essere riuniti in una sola persona nei gruppi sociali primitivi, si trovano separati nelle religioni naturali che hanno raggiunto lo stadio cittadino. Nella città antica di Grecia e di Roma, il sacerdote ha solo le funzioni tecniche di esperto del rituale, ma le funzioni religiose sono compiute dal capo dello Stato o da altri magistrati di ordine politico: rimangono prerogative del s., in quanto richiedono una scienza e una tecnica speciale, le mansioni divinatorie ed esorcistiche. Talvolta i sacerdoti sono riuniti in collegio.
Nelle religioni di mistero il sacerdote assume un carattere tutto diverso essendo esse di tipo supernazionale, non legato alla vita politica dello Stato. In esse il sacerdote non è più il consulente tecnico del magistrato, ma il direttore spirituale degli ascritti al mistero, che vive egli stesso e inculca ad essi la vita del dio fondatore o patrono del mistero; che è estraneo alla vita politica, talora anche celibatario, per maggior dedizione al suo culto e ai suoi fedeli.
Non si accede al s., anche se questo abbia regime di casta, senza una speciale iniziazione che ponga il candidato in possesso di quei poteri superiori che lo renderanno efficace intermediario tra gli uomini e la divinità. Ma per esservi ammessi si richiedono alcune condizioni, la mancanza delle quali rende il candidato, nell'estimazione del gruppo, inadatto a svolgere la sua funzione : esse sono l'immunità da difetti fisici, la nascita legittima, l'integrità corporale, la buona foma. Obbligo consecutivo all'investitura del s. è di mancanersi in stato di purità rituale, sì da essere idoneo a compiere in ogni momento la sua funzione di intermediario. Tale purità si ottiene :
II. S. nella S. Schittura. - 1. Nel Vecchio Testamento. - Nella religione d'Israele l'importanza del s. era correlativa a quella dei sacridei, base del culto. Ricalcando J. Wellhausen, i critici del Pentateuco attribuiscono al tempo di Esdra (sec. v a. C.) la distinzione dei sacrifici e le conseguenti funzioni sacerdotali (supposto «codice sacerdotale» 19) ma i documenti di Ugarit (sec. xv a. C.) dimostrano che tutti i sacrifici descritti nel Pentateuco erano noti e praticati, nell'ambiente cananeo, almeno dieci secoli prima di Esdra. In Israele era di rigore l'unità del culto, riflesso dell'unità di Dio. Dapprima il culto legittimo si svolgeva nella tenda o tabernacolo (v.) detto "di riunione", ove si conservava l'arca (v.) dell'alleanza; ma prima della costruzione del Tempio (v.) a Gerusalemme (sec. x a. C.) erano frequenti le deroghe all'unità cultuale con l'erezione di altari in vari luoghi. Può ritenersi che, prima dell'unificazione, ad opera di David e Salomone, della vita nazionale e religiosa in Gerusalemme, si prestasse il culto sacrificale a Jahweh in vari luoghi, ove era stato eretto un altare o anche un modesto santuario.
L'originalità del s. d'Israele deriva dal monoteismo etico, cui si ispira il suo culto. Ne è escluso il s. femminile; in ebraico biblico manca un termine che significhi a sacerdotessa ". Gli è totalmente estranea sia la divinazione, sia la magia o stregoneria, tipiche "abominazioni delle genti" (Deut. 18, 9-14). Unico termine designante il sacerdote legittimo nella Bibbia ebraica è köhēn (Settanta isosós), che ricorre anche in fenicio, in aramaico-siriaco (kähēn), in arabo (kähin), in etiopico (kähēn). Dai più köhēn è considerato una forma participiale di köa, con il senso di "colui che sta in piedi"; infatti il sacerdote "sta in piedi ('ámadh) davanti a Jahweh per servirlo e per benedire in suo nome" (Deut. 10,8; 18,7). Benché köhēn designi anche i sacerdoti dei falsi dèi, era usato per questi l'apposito termine spregiativo kémárim (sempre al plurale). Il verbo denominativo köhēn (sempre al píel) significa ( $x 3$ volte) " compiere i riti sacri spettanti al sacerdote", per lo più ( 14 volte) con la determinazione "a (per) Jahweh». Da köhēn si è altresi formato l'astratto köhannäh «s., servizio sacerdotale», usato 13 volte (Settanta isparata). Molto hanno speculato A. Kuenen, B. Stade, A. Bertholet ed altri sul fatto che l'arabo kähin oggi significa "indovino"; ma questo senso non è originario : kähin ( $=$ «sacerdote») fu dai cristiani preislamici chiamato il sacerdote idolatrico, che era considerato generalmente un "indovino", e questo senso rimase e si accentuò coll'Islām, che non ha s.; i cristiani di lingua araba dànno tuttora a kähin il senso di "sacerdote".
Prima di Mosè e di Aronne, il s. era esercitato, tra i monoteisti discendenti da Sem e Abramo, in base ad
## Page 910
una tradizione che doveva risalire ai primordi dell'umanità. Il ius sacerdotale spettava, presso tutte le genti più antiche, ai capi del popolo e ai padri di famiglia. Una tradizione giudaica (Zëbhüblm. XVI, 4) ritiene che prima di Mosè il culto era compiuto dai primogeniti; la riproducono s. Girolamo (Quaest. Hebr. ad Gen. 27,15 e 49, 3, ed Ep. 73 ad Esmeg.: PL 23,980.1056; 22,680) e s. Tommaso (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{er}}, 103,1$ ad 3). Ogni capo famiglia offriva direttamente i suoi sacrifici (Caino ed Abele, Noè, Giobbe, Mosè); i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe compiono tutte le funzioni sacerdotali: «invocare il nome di Dio", sacrificare. Vi era qualche santuario, ove si interrogava l'oracolo (Gen. 25, 22) e al sacerdote del quale si pagavano le decime, come a Bethel (ibid. 28, 22). Vestigio dell'antica funzione sacerdotale del capofamiglia rimase l'immolazione dell'agnello (v.) pasquale (Ex. 12, 3-11, 21-27). Sembra esistessero veri sacerdoti in Israele prima della consacrazione di Aronne, poiché compaiono al Sinai (Ex. 19, 22-24; 24, 4-5). L'esistenza di una classe sacerdotale è affermata già dalla più antica raccolta di leggi, il «Libro dell'alleanza" (Ex. 20, 24; 21, 13; 22, 8: accenni a un santuario con sacrifici, asilo, oracolo). Ancorché fosse per lo più giovane (Indc. 17, 5-18,20), il sacerdote era onorato del titolo di "padre" (ibid. 17, 10; 18, 19). Mosè «segregò» i figli di Levi, consacrati a Dio in sostituzione dei primogeniti d'Israele che spettavano a Dio (Ex. 22, 29; Num. 3, 13; 8, 18) per farne un corpo speciale di sacerdoti (Ex. 32, 28-29); tra i Leviti (v.) scelse Aronne (v.) e i suoi figli e li consacrò sacerdoti (Ex. 28-29. 39; Lev. 6-10. 21-22). La superiorità gerarchica del s. aronitico fu resa sensibile dal diritto sulle oblazioni e sulle vittime dei sacrifici; fu confermata da vari interventi miracolosi di Dio (Num. 16-18). I sacerdoti avevano sotto di sé, per i servizi ausiliari, i leviti semplici. Poiché il Deuteronomio e i profeti chiamano i sacerdoti "sacerdoti leviti ", i "critici " affermano a torto che, secondo la legislazione del Deuteronomio (scritto, secondo loro, nel 622 a. C.), qualunque discendente di Levi era per ciò stesso sacerdote, adducendo passi (Deut. 10, 8; 18, 6-7; 31, 9) in cui le mansioni dei sacerdoti e dei leviti appaiono identiche; affermano che, dato che i sacerdoti sono detti "figli d'Aronne" nel "codice sacerdotale" ( $P$ : Levitico) e mai nel Deuteronomio, il s. "aronitico", distinto dal "levitico", fu un'innovazione postesilica.
Tutti i figli di Israele erano votati al culto divino; sono detti perciò "regno di sacerdoti (mamléhheth hōhänho: Ex. 19, 6). Tra tutti Jahweh "scelse» la tribù di Levi e in questa la famiglia di Aronne (Num. 3, 10), cui assegnò il s. ereditario. Prerogativa dei sacerdoti era "l'accedere a Jahweh" (Ex. 19, 22); Dio li chiama "coloro che si avvicinano a me" (qérōbhaj: Lev. 10, 3; qérōbhîm: Ex. 42, 13); Dio li ha scelti per farli avvicinare a sé (Num. 16, 5; Ex. 44, 13) e ad essi consegna i leviti "donati a Jahweh, perché facciano il lavoro del tabernacolo di riunione" (Num. 18, 6). Era quindi gravissimo delitto arrogarsi le funzioni sacerdotali: "l'estraneo (haz-adr) che si avvicini (haq-qérébh) morrà" (Num. 3, 10); terribile infatti fu il castigo del levita Core (v.) e dei suoi congiunti (Num. 16), del re di Giuda Azaria-Ozia (II Par. 26, 16-21). Poiché il s. era creditario tra i "figli di Aronne", per essere conptato tra i sacerdoti si richiedeva, oltre la legittimità dei natali, la discendenza da Aronne in linea retta ininterrotta, da dimostrarsi con le tavole genealogiche; non potendo produrre queste, varie famiglie furono escluse dal s. dopo l'esilio (Esd. 2, 61-63 = Neh. 7, 63-65); Fl. Giuseppe, invece, poteva esibire la sua genealogia sacerdotale (Vita, 1).
I sacerdoti erano i mediatori necessari tra il credente e Dio, pregando, offrendo, sacrificando, purificando per tutti. "Mettevano il nome di Jahweh sui figli di Israele" benedicendoli con il triplice auspicio di divina custodia, grazia, salvezza-pace (Num. 6, 23-27). "Segregati» da Dio dal popolo d'Israele, "segregato" da tutti i popoli (Lev. 20, 24, 26; Deut. 14, 2; 26, 18 sg.), erano i mediatori della "santità». Ad essi, e mediante essi a tutto Israele, si rivolge il comando divino che riecheggia nella "Legge di santità" (Lev. 17-26): "Siate santi, perché sono santo,
Io Jahweh, Dio "ostro" (ibid. 19, 2; 20, 26; 21, 8); "Io sono Jahweh che vi (o li) santifica" (ibid. 20, 8; 21, 8; 22, 32; ecc.). La loro "vicinanza" a Dio impone ai sacerdoti una rigorosa "segregazione" da ogni contatto profano; per chi si avvicina a Dio la santità esige anche la perfezione del corpo (ibid. 21, 17-23; 22, 9. 16). Al ripristino e alla tutela della santità mirano anche la "Legge dei sacrifici" (ibid. 1-7) e la "Legge di purità" (ibid. 11-15). Uno degli uffici principali del sacerdote era di "distinguere il santo (qōdho?) dal profano (hō?), l'impuro (tōmē") dal puro (tōhōr) e di insegnare ai figli d'Israele tutte le leggi loro ingiunte da Jahweh" (ibid. 10, 10-11). Le norme sulla santità dei sacerdoti (ibid. 21, 1-22, 16), che iniziano l'ultimo gruppo di leggi cultuali del Levitico (21-25), manifestano l'alto scopo: "saranno santi per il loro Dio" (21,6). La Mišnāh (Bēhhōrōth, VII) porterà a 142 le "irregolarità" che escludevano dalle funzioni sacerdotali. I sacerdoti, nel tempo in cui assolvevano il ministero sacro, dovevano astenersi dal "bere vino o bevanda inebbriante" (Lev. 10, 8-11) e dall'uso del matrimonio, che rendeva impuri i due coniugi fino alla sera (ibid. $15,16-18$ ).
Gli aroniti idonei all'esercizio del culto divino erano pubblicamente consacrati, prima di iniziare il servizio sacro, con la "santificazione" (descritta in Ex. 29, 1-37; 40, 12-15; Lev. 8, 1-36), che consisteva in un doppio rito, di purgazione (Num. 8, 6-7) e di oblasione. Dopo un bagno (Lev. 8, 6), indossavano le vesti sacre e ricevevano l'unzione con l'olio sacro: "l'unzione conferì loro il s. in perpetuo" (Ex. 40, 15). Il sommo sacerdote era "l'unto" (hom-mutōah) per autonomaria (Lev. 4, 5. 5, 16; ecc.), e può darsi che gli altri sacerdoti fossero solo aspersi con l'olio misto a sangue (Ex. 29, 21; Lev. 8, 30). Poi i nuovi sacerdoti offrivano per sé i vari sacrifici: un giovenco "per il peccato", un ariete in olocausto, un ariete in speciale "salutare" o "pacifico" d'investitura (detto millu'lm "riempimento" [della mano]) con il cui sangue si spalmavano l'estremità dell'orecchio destro e i pollici della mano e piede destro del consacrato; dell'ariete del "riempimento" le parti più nobili (i grassi, la spalla destra), con un pane, una focaccia e un ozimo, erano poste sulle mani del nuovo sacerdote che le "agitava", onde raffigurare l'invito a Dio di accettare e gradire, poi erano bruciate sull'altare, e il resto era mangiato con pani dai nuovi sacerdoti nel luogo sacro. Questo rito d'investitura, detto millé' jādh "riempire la mano" (cf. l'accadico mullū qōtā), si ripeteva per 7 giorni; l'80 i nuovi sacerdoti benedicevano il popolo e iniziavano il loro ufficio (Lev. 9, 1-23). L'unzione sacerdotale conferiva una dignità perpetua, indelebile (ibid. 10, 7; 21, 12). Ma molti ritengono che per i semplici sacerdoti non vi sia stata altra consacrazione dopo quella conferita ai figli d'Aronne "con valore perpetuo" (cf. Ex. 40, 13) e che il novello sacerdote dovesse poi solo assumere l'abito sacro e presentare l'offerta prescritta in Lev. 6, 12-16. Può rimnersi, con i rabbini medievali (Levi ben Gerson, Isacco Abrahamel), che non fosse considerato obbligatorio il rito consacratorio per i singoli sacerdoti comuni, bensì solo per il sommo sacerdote.
I discendenti dei due figli superstiti d'Aronne, Eleazar e Ithamar, divennero numerosi e furono divisi in turni corrispondenti a ogni famiglia (bēth 'ōbhōth). Al tempo di David, vi erano 16 capi famiglia tra i discendenti di Eleazar e 8 tra i discendenti di Ithamar; si stabilì con le sorti l'avvicendamento loro nel servizio cultuale (I Par. 24, 3-19; II Par. 8, 14); le varie classi (mahlōqōth * divisioni *, o mišmärōth * custodie ") funzionavano nel santuario per una settimana: "entravano" e "uscivano" di servizio il sabato (II Par. 23, 4, 8). Al ritorno dall'esilio rimanevano solo 4 capifamiglia sacerdotali (Neh. 7, 39-42); essi ricostituirono le 24 classi con gli antichi nomi (cf. $L c .3,5:$ Abia). I sacerdoti, come tutti i leviti, vestivano di lino (la lana era esclusa). Quattro elementi obbligatori, di color bianco in prevalenza, costituivano le loro "vesti sacre", che non potevano indossare (eccetto le mutande) fuori del luogo sacro (Ex. 28, 43; Ez. 42, 14; 44, 19): le mutande, la tunica talare con maniche, la cintura di bisso policromo, la tiara o turbante costituito da una fascia
## Page 911

(ft. Jibart)
A sinistra: SACRA FAMIGLIA detta Tondo Dani. Liquato di Michelangelo (ca. 1507) - Firenze, Galleria degli Uffizi. A destra: SACRA FAMIGLIA. Dipinto del Pinturicchio (sec. xv) - Siena, Galleria dell'Accademia.
## Page 912

(da V. Leroquais, Les Sacramentaires et Missels mss. des bibl. publ. de France, IV, Parigi 1924, tav. 2)

(da V. Leroquais, op. cit., tav. 25)

(da DACL, I, coll. 3202-3208)

(per cortesia di mons. A. P. Fratus)
In alto a sinistra: TE IGITUR CON CROCIFISSIONE. Miniatura del Sacramentario di Gellone (fine sec. viII) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 12048, f. 143v. In alto a destra: INIZIO DEL PREFAZIO DEL SACRAMENTARIO DELL'ABBAZIA DI MARMOUTIERS, f. 8 (sec. Ix). Nei tondi la Natività e il Battesimo di Cristo, e l'Ultima Cena. In basso a sinistra: TE IGITUR. Miniatura del Sacramentario di Figesc, secondo l'uso di Moissac (sec. xi) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 2293, f. 19v. In basso a destra: GESU CRISTO INCORONA ENRICO II. Miniatura del Sacramentario dell' imperatore Enrico II (1002-14) Monaco, Biblioteca di Stato.
## Page 913

(da J. Dahlmann, Induchs Fahrten, Friburga in Br. 1587, 89. 158)
Sacerdozio - Personale di un tempio brahminico: sacerdoti, suonatori e baladere - Benares.
di bisso ravvolta. Compivano le sacre funzioni scalzi, per rispetto al luogo della presenza divina (cf. Ex. 3.5; Ios. 5, 15). Insigni personalità ebbe il s., tra cui Esdra, Mattatia e i Maccabei, i profeti Geremia e Ezechiele.
Il sommo sacerdote (bah-höhēn hag-gädhäl, Volg. sacerdos mugnus), più spesso detto "il sacerdote" (bahhöhēn) per antonomasia, al vertice della gerarchia dei ministri sacri impersonava l'unità del culto. Era a vita; aveva un vicario ("il sacerdote secondo ") che lo sostituiva quando era impedito. Ad Aronne successe nell'alto ufficio il terzo figlio Eleazar, e a questo suo figlio Phineas; ma Eli (sec. xi a. C.) discendeva da Ithamar, $4^{\circ}$ figlio di Aronne. All'inizio del regno di David coesistevano due sommi sacerdoti: Sadoc (da Eleazar) e Abiathar (da Ithamar). Ma Salomone ripristinò l'unità destituendo Abiathar, e da Sadoc in poi il s. rimase nella stirpe di Eleazar sino al re siriano Antioco IV Epifane (175-164 a. C.), che cominciò a destituire il sommo sacerdote sostituendogli sue creature; da allora il sommo s. rimase alla discrezione del potere civile. Dopo la distruzione del primo Tempio ( 587 a. C.) era consacrato con la sola vestizione (così Giomsta Maccabeo: I Mach. 10, 21) e con il sacrificio, non più con l'unzione, perché l'olio sacro dell'unzione era scomparso, né poteva essere confezionato di nuovo (Ex. 30, 33).
Oltre la direzione suprema del culto, la più importante funzione speciale del pontefice era l'annuale espiazione (v.) del hippile (Lev. 16, 3-34) : dopo aver sacrificato per sé un giovenco per il peccato, entrava "oltre il velo" e nel "santissimo" incensava e spalmava il "propiziatorio" sull'area dell'alleanza con il sangue del giovenco e poi con il sangue di un capro espiatorio per il peccato del popolo; quindi, imponendo le due mani sulla testa del capro vivo ('āzá'zál), confessava "tutte le iniquità dei figli di Israele ". "Uomo di presagio" (Zach. 3, 7), doveva inoltre consultare Jahweh, mediante gli 'ärim (v.) e tummim (perduti con l'esilio), nei dubbi intorno a decisioni che interessassero la vita nazionale. Somma era l'autorità del pontefice; Filone (De virtutib.; De vita Mos., III) dimostra che il sommo s. trascende la dignità regale quanto la cura delle cose divine quella delle cose umane.
Il sommo sacerdote portava l'abito sacerdotale comune, con cui entrava nel "santissimo" il giorno della
espiazione; al di sopra indossava sontuosi indumenti (Ex. 28, 3-39; 39, 1-31; Lev. 8, 7-9): 1) una speciale tunica ( $m \vec{e}^{\prime} \hat{i}$ ) senza maniche, ornata all'orlo inferiore di melograne ricamate alternate a campanellini d'oro; 2) lo ephod (v.) formato di due quadrati che coprivano il petto e la schiena; 3) sul davanti vi era sovrapposto il pettorale-oracolo (v. razionale), specie di borsa ornata di 12 gemme, sulle quali erano incisi i nomi delle 12 tribù d'Israele, che conteneva gli 'ärim e tummim; 4) la tiara, più alta di quella dei sacerdoti comuni, con sul davanti una lamina d'oro su cui era scritto qäähäl íl-Jahweh ("santo a J."). Le preziose vesti del pontefice erano conservate dagli Asmonei, poi dai Romani, nella fortezza "Saria" divenuta poi "Antonia"; nel 45 i Giudei ottennero da Claudio imperatore che tornassero nel Tempio.
Il simbolismo delle vesti sacre del sommo sacerdote è stato rilevato da giudei e cristiani. S. Girolamo afferma "vestes Aaronis et totum ordinem Levitarum caelestia sacramenta spirare" (PL 22, 545) e nelle singole vesti sacre vede le virtù che debbono risplendere nel pontefice (PL 25, 844 e 1557); così anche s. Tommaso (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{ac}}}$, 102, 5 ad 10). I Padri vi videro spesso allegorie cristologico-ecclesiologiche (Tertulliano: PL 2, 387; s. Girolamo: PL 25, 270 sgg.; s. Agostino: PL 34, 637 e 641 ; ecc.). Minuzioso e ardito è l'allegorismo cosmico (cf. Sap. 18, 24) esposto da Filone (De vita Mos., III, ecc.), seguito da Fl. Giuseppe (Antiq. Ind., III, 7), da Clemente Aless. (PG 9,64) e Origene (PG 12, 591), sostenuto da s. Girolamo (PL 22, 619) e ben noto a s. Tommaso (loc. cit.).
2. Nel Nuovo Testamento. - Con la distruzione definitiva del Tempio di Gerusalemme, il s. d'Israele, già svuotato dal sacrificio del Cristo, fu soppresso anche di fatto; la religione giudaica rimase senza s., perché privata dei sacrifici che si offrivano nel suo unico tempio. Il Nuovo Testamento, il cui compito caratteristico è la spiritualizzazione del culto (Io. 4, 23; Act. 7, 48; Rom. 2, 29), traspone le istituzioni cultuali mossiche nell'ambito messianicoceleste. I "ministri (Sväxavoi) del Nuovo Testamento", affrancati dalla lettera che uccide, servono allo spirito che vivifica (II Cor. 5, 6). Hebr. e Apoc. descrivono come Gesù, crocifisso e risorto, è il supremo sacerdote, unico perché divino ed eterno; la sua croce è l'altare, la sua morte è il sacrificio, il cielo, sede della sua vita gloriosa, è
## Page 914

(da 2. Braun, De vestire sacerdotum Helveticrum, Lrida 656, s. 555) Saccerdozio - Gran sacerdote con gli abiti sacerdotali - Exemplare della Biblioteca Vaticana.
(olxovópor) dei misteri di Dio" (I Cor. 4, 1), rinnovano il sacrificio di Gesù (v. eucaristia; Le. 22, 19; I Cor. 11, 25 sg.); governano la Chiesa (Mt. 18, 18), rimettono i peccati, insegnano il Vangelo, mossi dallo Spirito Santo (Jo. 20, 21-23; cf. 14, 16-26; 16, 12-15; Mt. 10, 19-20). Il loro è «il ministero della riconciliazione», identico a quello di Cristo (II Cor. 5, 17-21): il ministero degli apostoli e dei loro successori è, con il sacrificio di Cristo sacerdote, uno dei due aspetti della redenzione del mondo. Gli Apostoli trasmisero a loro volta a fedeli prescelti il loro s. con l'imposizione delle mani (Act. 13, 3; 14, 22), ed in seguito la successione nel s. fu assicurata con lo stesso rito (I Tim. 4, 14; 5, 22; II Tim. 1, 6). Ma, fino alla seconda metà del sec. II, il sacerdote non era designato con il titolo esplicito iepcós, per evitare confusioni con il s. giudaico o pagano; iepcós, come izpareia e iepátxu$u x$, negli scritti neotestamentari si riferisce sempre al s. israelitico (o pagano: Act. 14, 13); invece del tecnico iepcós, al sacerdote "ministro di Cristo" è applicato il titolo epesDórepos, lat. presbyter, onde "prete" (termine divenuto esclusivo in molte lingue moderne: prêtre, priest, Priester). Vi equivale spesso éctoxomos (Act. 20, 28; v. vescovo; cf. F. Puzo, Los obispos presbiteros en el N. T., in Estudios Biblicos, 5 [1946], pp. 41-71, con bibl. precedente). I presbiteri erano "segregati" (Act. 13, 2), come gli Apostoli (Rom. 1, 1; Gal. 1, 15), come il s. d'Israele; venivano stabiliti in ogni città (Tit. 1, 5); si identificano probabilmente con i "preposti" (epolatráuevos: I Thess. 5, 12; Rom. 12, 8; cf. I Tim. 5, 17) e i "superiori" ( $\dot{\eta} \gamma \dot{v} \dot{\varepsilon} \varepsilon v o t:$ Hebr. 13, 7.17.24).
Per il s., quale sacramento, v.: presbitero e presbíterato.
BibL.: W. v. Baudissin, Die Geschichte des altestamentlichen Priesterthums untersucht, Lipsia 1889; id., Priests and Levites, in A Dictionary of the Bible, IV (1902), pp. 67-97; A. Büchner, Die Priester und der Cultus im letzten Jahrzehnt des terusalemischen Tempels, Vienna 1895; A. van Hoonacker, Le sacerdote lévitique dans la loi et dans l'histoire, Londra-Lovanio 1899; F. von Hummelauer, Das vormosaische Priesterthum in Israel, Friburgo in Br. 1899; O. Kluge, Die Idee des Priesterthms im Israel-Juda und im Uechristeutum, Lipsia 1906; H. Strunk, Die hehepriesterliche Theorie im Alten Testamente, Halle 1906; id., Das alttestamentliche Oberpriestertum, in Studien und Kritiken, 1908, pp. 1-26; E. F. Morison, The relation of Priest and Prophet in the history of Israel before the exile, in Journal of theological studies, 11 (1910), pp. 211-42; J. Gabriel, Untersuchungen über das alttestamentliche Hohepriestertum, Vienna 1922; H. Thiersch, Ependytes und Ephod. Gottesbild und Priesterkleid im alten Vorderasien, Stoccarda 1936; A. C. Welch, Prophet and Priest in Old Israel,
Londra 1936; H. Hoschander, The Priests and Prophets, Nuova York 1938; G. Schrenk, 'leggis, Apysepzós, in Theolog. Wörterbuch zum N. T. di G. Kittel, III (1938), pp. 257-84; A. Romeo, Il s. nel V. T. Il s. nel N. T., in Euciclopedia del t. di G. Cacciatore, Firenze 1953, caps. 2-3.
Antonino Romeo
SACERDOZIO di CRISTO. - I. Docu-
MENTI DELLA RIVELAZIONE. - Il rapporto religioso tra creature e Creatore non si esaurisce in una comunicazione interna esteriore e sociale, che si traduce in una mediazione. Il sacerdozio è appunto una mediazione tra Dio e gli uomini esercitata da un ministro scelto e spesso consacrato con rito particolare.
L'uomo, individualmente e socialmente, sente la necessità di un mediatore per i suoi rapporti con Dio. Questa necessità ha forse le sue radici nella coscienza del peccato, più profondamente nel sentimento del proprio nulla di fronte all'Infinito. A rispondere adeguatamente a tale sentimento non poteva bastare un uomo, sia pure auroolato di santità; occorreva un uomo sovrumano, che cioè trascendesse le condizioni del semplice uomo.
Qui s'innesta l'origine e la ragione d'essere del s. di C., che esaurisce e supera ogni altro sacerdozio, realizzando la perfetta mediazione tra l'uomo e Dio nell'opera di riconciliazione dell'uno con l'altro.
Che Cristo sia sacerdote è verità esplicitamente rivelata da Dio. Già nel Vecchio Testamento il futuro Messia è preannunciato Sacerdote con una formula solenne: «Iuravit Dominus et non poenitebit cum: Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech" (Ps. 110).
S. Paolo riprende e sviluppa il motivo di questo giuramento divino, dimostrondone l'attuazione in Gesù, di cui delinea la dignità e la funzione sacerdotale in quell'epistola agli Ebrei che può dirsi il codice del s. di C. redentore (v. ebrei, EPISTOLA agli).
La trama, abbastanza evidente, si svolge intorno a tre punti fondamentali: la trascendenza di Cristo come figlio di Dio riguardo agli angeli e ai profeti; il s. vero e proprio del Redentore; il suo sacrificio. Tre punti su cui domina il concetto di mediazione. Mediatori sono i profeti, mediatori gli angeli, mediatore classico è Mosè, ma Cristo li supera tutti come mediatore in virtù della sua condizione di Figlio, mentre gli altri sono servi e ministri. Anche nella sua umanità, che lo fa simile a noi e inferiore agli angeli, Cristo trascende tutto il creato perché quell'umanità è propria del Verbo «splendore della gloria (del Padre) e impronta della sua sostanza" (Hebr. 1, 3). Pressistente, come Dio, nel seno del Padre fin dall'eternità, già creatore del mondo, viene nel mondo per la rivelazione definitiva del Padre e si riveste di carne per poter assolvere la missione redentrice con il s., che è mediazione in atto tra cielo e terra. Nessun sacerdozio, nessun sacrificio era riuscito a placare la divina giustizia, a riconciliare l'uomo con Dio; per questo il figlio prende un corpo, per immolarlo in omaggio alla divina volontà (ibid. 10, 5 sgg.). Così Gesù Cristo nasce sacerdote, secondo l'eterno disegno di Dio, che lo manifesta suo figlio vero e sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech (ibid. 5). L'Apostolo dimostra la superiorità del sacerdozio di Melchisedech su quello di Aaron, per concludere che Cristo abolisce il sacerdozio giudaico, instaurando il suo che sarà eterno, tanto più grande dell'antico quanto più grande è il Nuovo Testamento di cui Cristo è il mediatore (ibid. 9). E la mediazione di Cristo è perfetta per l'intima comunione vitale di lui con il Padre, in forza della divinità, e con gli uomini, in forza dell'umanità. In terzo luogo, s. Paolo esalta il sacrificio cruento del Pontefice del Nuovo Testamento, mettendolo in contrasto coi sacrifici dell'Antico.
I Padri hanno sotto gli occhi una rocca messe per attingervi la dottrina del s. di C., che ritorna insistente e salda in tutta la Tradizione. Il Salvatore è chiamato «Pontefice eterno" (sempiternus Pontifex: s. Policarpo, Phil. 12, 2); «Sommo Pontefice» (s. Ignazio martire, Ep. ad Philadelph., 9, 1); «Nostro Sacerdote e Dio» (s. Giustino, Dial. cum Tryphone, n. 115). S. Gregorio Nazianzeno (Or., 38, 16) sottolinea la condizione singolare di Cristo sulla
## Page 915
Croce, sacerdote e vittima insieme : ut agnum offerri et ut sacerdotem offerre. Ma la questione del s. di C. è agitato e approfondita al tempo dell'eresia nestoriana (sec. v) e nelle altre lotte cristologiche che si trascinerano fino ai sec. vir. Si veda, ad es., s. Giovanni Crisostomo, nel commento all'epistola agli Ebrei. Ma più di lui dovette occuparsi dell'argomento s. Cirillo Alessandrino in contrasto con Nestorio e altri antiocheni, i quali, dividendo Cristo Dio (Verbo) da Cristo Uomo, non volevano riconoscere alcuna funzione sacerdotale al primo, ma soltanto al secondo. S. Cirillo, in forza della profonda unità ipostatica e della conseguente comunicazione degli idiomi, rivendica il titolo di pontefice e di sacerdote allo stesso Verbo in quanto unito con la natura umana.
Cristo, secondo la divina Rivelazione, è certamente Sacerdote e Pontefice che accetta il Sacrificio come Dio e l'offre come uomo, essendo lui nello stesso tempo offerente e vittima: "Pro nobis sibi victor et victima et ideo victor quia victima; pro nobis sibi sacerdos et sacrificium, et ideo sacerdos quia sacrificium" (s. Agostino, Confess., X, 43, 69; cf. id., De Civ. Dei, X, 20).
Le reazioni contro questa verità trasmessa nelle prime generazioni cristiane, derivano dagli errori intorno alla persona di Cristo. Il magistero della Chiesa adotta la dottrina di s. Cirillo Alessandrino, che nell'anatematismo mette in rapporto la mediazione con il sacerdozio e attribuisce l'una e l'altro al Verbo secondo la natura umana, richiamando la divina Rivelazione: "Mediator homo Christus Jesus (I Tim. 2, 5) Pontificem et Apostolum confessionis nostros factum esse Christum divina Scriptura commemorat... ". Il Concilio di Trento riconferma la verità del s. di C. e la sviluppa nella sfera eucaristica (sess. XXII, cap. 1). Pio XI nell'encicl. Quas primas (AAS, 17 [1963], p. 398 sgg.) unisce in una stessa trattazione la Regalità e il s. del Redentore.
II. Teologia del s. di C. - La teologia, in possesso di questa copiosa testimonianza della Rivelazione scritto e orale, fiorisce e si sviluppa, sulla traccia del pensiero dei Padri, nell'epoca scolastica. Il frutto di questa elaborazione teologica si trova in s. Tommaso (v. specialmente: Sum. Theol., $3^{2}$, q. 22).
1. Perfezione e caratteri del s. di C. - L'Angelico studia la natura e la perfezione del s. di C. alla luce del concetto di mediazione. Il vero sacerdote è il mediatore tra Dio e gli uomini (ibid., q. 22, s. 1), in quanto il suo ufficio consiste nel comunicare le cose divine agli uomini e le cose umane a Dio. Atteso il peccato originale, la mediazione sacerdotale assume una funzione riparatrice, che si concentra nel Sacrificio espiatorio. Ora Cristo è perfetto mediatore, come è rivelato in s. Paolo (I Tim. 2, 5). Difatti il mediatore è veramente tale se secondo la linea dell'essere si trova fra due termini estremi (mediazione ontologica) e se è capace di congiungerli comunicandone i beni a vicenda (mediazione morale). Cristo come Uomo-Dio attua pienamente in sé queste condizioni : egli si distingue dal Padre e dallo Spirito Santo personalmente e secondo la natura umana assunta dista da Dio; inoltre si distingue e dista dagli uomini, perché la sua natura umana è unita ipostaticamente con il Verbo ed è piena di grazia e di santità incomparabile. D'altronde la consustanzialità lo unisce al Padre e allo Spirito Santo nell'unità di natura e la consustanzialità con noi ne fa un uomo della nostra natura specifica. Per questo doppio vincolo Cristo è nelle condizioni di assolvere la funzione conciliatrice tra Dio e gli uomini, che è il fine proprio dell'Incarnazione. Egli è dunque il mediatore perfetto, di cui i profeti e i sacerdoti del Vecchio Testamento non sono che immagini approssimative (Sum. Theol., $3^{2}$, q. 26, aa. 1-2). Per logica conseguenza Cristo è costituito Sacerdote di una perfezione singolare, come è singolare l'unione ipostatica, su cui poggiano la sua mediazione e il suo s.
I caratteri essenziali di questo s. si possono ridurre a tre. a) Cristo si costituisce sacerdote non per una vocazione additizia, ma in virtù dell'unione ipostatica. Siede Cristo non diventa, ma nasce sacerdote, quando il Verbo si fa carne. La funzione di mediazione e di sacerdozio certo non si addice al Verbo come tale, perché quella funzione
importa necessariamente una certa inferiorità di fronte a Dio. Per questo s. Paolo ammonisce che Cristo è mediatore come Uomo (I Tim. 2, 5) e i Padri e i teologi, con s. Tommaso, dichiarano che il soggetto del s. di C. è la sua umanità (Sum. Theol., $3^{2}$, q. 22, a. 3, ad 1). Ma è pur vero che quella umanità non può pensarsi né sussistere indipendentemente dal Verbo, che l'ha assunta. Già s. Agostino aveva prevenuto le difficoltà quando scriveva (Serm., 12, 21): "Ecce mediator: divinitas sine humanitate non est mediatrix, humanitas sine divinitate non est mediatrix, sed inter divinitatem solam et humanitatem solam mediatrix est humana divinitas et divina humanitas Christi». Più concisamente s. Tommaso (loc. cit.): "Licet Christus non fuerit sacerdos secundum quod Deus, sed secundum quod homo, unus tamen et idem fuit Sacerdos et Deus». b) Cristo è sacerdote e vittima insieme (Sum. Theol., $3^{2}$, q. 22, a. 2). Fine del s. e del sacrificio è quello di elevare l'anima e unirla con Dio. Il peccato aveva scavato un abisso fra le creature e il Creatore: abisso che nessun uomo avrebbe potuto colmare, perché il peccato, avendo in sé dell'infinito moralmente esigeva una riparazione infinita. La soluzione del problema è l'Incarnazione, per cui viene a costituirsi un mediatore capace di soffrire, per la sua umanità, e capace di soddisfare infinitamente con le sue sofferenze, perché Persona Divina sussistente in quella natura umana. Cristo mediatore e sacerdote offre l'unico Sacrificio degno di Dio, cioè la sua umanità immolata sulla Croce per la redenzione degli uomini. c) Il s. di C. è eterno, come afferma s. Paolo. Bisogna distinguere l'eternità di stato e l'eternità di funzione. Lo stato sacerdotale di Cristo, derivante dalla stessa unione ipostatica, che è indissolubile, evidentemente è eterno. Ma non è eterna la funzione sacerdotale, almeno nel suo atto principale, che è il sacrificio. Cristo si è immolato una volta per sempre e pertanto nella sua vita gloriosa non può più celebrare il sacrificio di sé.
2. Gli atti sacerdotali di Gesù Cristo. - Mediatore tra Dio e gli uomini, il sacerdote esercita la sua missione, come si è detto, offrendo le cose umane a Dio e le cose divine agli uomini. Due gesti: uno ascendente, l'altro discendente. Il primo si esprime specialmente col sacrificio accompagnato dalla preghiera; il secondo con la distribuzione dei doni divini (grazie). a) L'atto sacerdotale per eccellenza è il sacrificio (v.). E di fede che Gesù Cristo con la sua morte di Croce offri al Padre un vero e perfetto sacrificio (Conc. Efesino, anathem.. 10; Conc. Trid., sess. XXII, cann. 3-4). Più di tutti s. Paolo insiste sul carattere sacrificale della morte del Salvatore: Cristo, nostra pasqua, si è immolato ( $\varepsilon \tau \hat{v} \hat{\tau} \eta$, termine tecnico proprio del linguaggio sacrificale: I Cor. 5, 7); Cristo si è dato per noi ablatiomen et bastiam ( $\tau \rho \circ \sigma \varphi \varepsilon \chi \lambda \nu$ vati Sualav = offerta e vittima cruenta; Efes.. 5, 2); Cristo è victima pro peccato ( $\dot{\xi} \rho \lambda \alpha \gamma \varepsilon i \alpha$ : II Cor. 5, 21), è vittima propiziatoria (Uzanté́ $\mu \alpha \nu$ : Rom. 3, 24). Nella lettera agli Ebrei (9-10) il Sacrificio di Gesù viene esaltato al disopra di tutti i sacrifici del Vecchio Testamento. Anche s. Pietro (I, 1, 18-19) parla di Gesù agnello immacolato che ci ha redento col suo sangue prezioso. Unanime il pensiero dei Padri. Origene, In Num., 24, 1: "In his omnibus hostiis unus est agnus, qui totius mundi potuit auferre peccatum et ideo cessaverunt ceterae hostias, quia talis haec fuit hostia, ut una sola sufficeret pro totius mundi salute». S. Agostino, De Trin., 4. 13: a Morte sua quippe uno verissimo sacrificio oblatio... ". S. Cirillo Alessandrino, Adv. Nestor., 3, 1: «Seipsum Patri pro nobis tanquam odoratissimam victimam obtulit s; e nel X anatematismo: "Obtulit autem semetipsum pro nobis in odorem suavitatis Deo et Patri s. S. Tommaso fa oggetto di profonda meditazione teologica la morte di Cristo (Sum. Theol., $3^{2}$, qq. 46-48). La libera obbedienza e soprattutto l'amore, con cui Cristo va incontro alla morte predefinita dal Padre, sono la ragione formale del Sacrificio della Croce. Il patibolo si trasforma in altare e la morte riveste un carattere sacrificale di valore infinito per l'amore con cui Cristo accompagna la sua immolazione (ibid., q. 48, a. 13). Invano Fausto Socino nell'opera De Jesu Cristo Salvatore, II, e Augusto Sa-
## Page 916
batier nell'opera La doctrine de l'expiation et son évolution historique (Parigi 1903) hanno tentato di togliere alla morte di Cristo il valore sacrificale. La loro teoria, fondamentalmente eretica, resta confutata da quel che si è esposto sopra, intorno alla dottrina rivelata da Dio nel Vecchio e Nuovo Testamento e definita dal magistero infallibile della Chiesa.
Ma anche tra i cattolici la questione del sacrificio di Cristo è stata variamente agitata nell'età moderna. E specialmente la scuola francese dell'Oratorio (card. De lérulle, Condren, Olier) che si occupa con fervore mistico del s. e del sacrificio di Cristo, parlando con insistenza d'un sacrificio celeste, eterno, di Cristo.
Con la migliore teologia, sotto la guida di s. Tommaso, si può concludere con questi punti fermi : a) Cristo Sacerdote non ha celebrato altro vero e proprio sacrificio che quello della Croce, di cui l'eucaristico è una anticipazione e una continuazione. Quel sacrificio è essenzialmente oblatione e immolazione. b) Cristo Sacerdote entra in cielo con la sua umanità glorificata e quindi impossibile, incapace di subire ulteriore trattamento sacrificale, anzi spogliata ormai definitivamente d'ogni carattere di vittima. c) Pertanto Cristo in cielo, pur permanendo nel suo essere sacerdotale, non continua formalmente il suo sacrificio né come oblazione né come immolazione, ma ne applica i frutti alle anime le quali in tal modo conseguono la vita eterna. Questa è la consumnatio sacrificii, ammessa nel cielo anche da s. Tommaso (Sum. Theol., $3^{4}$, q. 22, s. 5), il quale spiega cosi l'eternità del Sacerdozio di Cristo in quanto "virtus illius hostiae (Christi crucifici) semel oblatae permanet in aeternum" (ibid., ad 2). d) La funzione sacerdotale di Cristo in cielo si esercita, secondo il testo di Hebr. 7, 25, per mezzo dell'interpellatio, che i teologi interpretano in vario senso. S. Tommaso, In Ep. ad Hebr. commenta cosi : "Interpellat pro nobis primo humanitatem suam, quam pro nobis assumpsit, repraesentando. Item sanctissimue animae suae desiderium, quod de salute nostra habuit, exprimendo, eum quo interpellat pro nobis ". Dunque l'applicazione dei frutti della Redenzione, che è funzione sacerdotale, ha luogo in cielo in virtù dell'umanità assunta dal Verbo e immolata sulla Croce per la redenzione degli uomini. Umanità che paria per se stessa, con le sue cicatrici gloriose e col desiderio ardente dell'anima per la nostra salvezza.
Per il Sacrificio eucar