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 II il problema è visto politicamente : si mira alla sottomissione di tutti i poteri laici ed ecclesiastici all'imperatore. Enrico III raccoglie i motivi fondamentali della politica religiosa dei predecessori, ma l'attività riformatrice svolta dall'I. con durezza determina la reazione della gerarchia ecclesiastica che nel Dictatus Papae gregoriano trova il programma ierocratico e l'affermazione della superiorità dell'autorità religiosa su quella civile.

Tra le due opposte tendenze il contrasto appare nella questione delle investiture: la Chiesa vuole affermare la sua autonomia morale e libertà religiosa, liberandosi dai legami che con la feudalizzazione l'hanno subordinata all'autorità civile. Gli imperialisti sostengono i diritti dell'I. quali sono additati dalla tradizione storica: concordia della Chiesa e dello Stato, protezione e controllo del Papato da parte dell'I. L'inconciliabilità delle due tesi porta a discutere di una separazione netta dello spirituale dal temporale, ma da nessuna parte si è disposti a correre il rischio di una soluzione antitradizionalista: la Chiesa non può fare senza l'elemento civile, l'I. deve appoggiare alla Chiesa. Il Concordato di Worms (1122) è una transazione provvisoria tra Callisto II ed Enrico V, i successori spesso la violarono. Così la lotta riprende tra Federico Barbarossa ed Alessandro III: I. e Papato si oppongono come due monarchie universali che si contendono il dominio del mondo; vi sono vertenze d'ordine territoriale, i beni matildini, i territori dell'Italia centrale, poi appare quella gravissima della conquista del Regno di Sicilia da parte dell'I. che coinvolge il pericolo per il Papato di essere accerchiato e colpito nell'indipendenza politica e religiosa. Ma si discute anche su questioni teoriche : se l'I. sia un beneficio papale, se il papa possa pretendere di sindacare l'elezione ed il comportamento dell'imperatore.

Nello scisma imperiale tra Ottone IV e Filippo, il papa Innocenzo III afferma la sua superiorità per la traslazione (principaliter) e per l'incoronazione (finaliter), poi afferma i diritti ratione peccati. Federico II, ai Papi che sostengono avere il Christus rex et sacerdos de ordine Melchisedech trasmesso all'apostolo Pietro il potere spirituale da esercitare direttamente ed il potere temporale da esercitare per mezzo dei principi, contrappone la teoria gelasiana della distinzione: il potere imperiale viene da Dio direttamente; al principe il diritto ed il dovere di proteggere la cristianità e la Chiesa. Innocenzo IV risponde scomunicando l'Imperatore, lo depose, proscioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, invita i principi ad eleggere un altro imperatore.

Il contrasto si attenua durante l'interregno : i principi rivali si rivolgono al Papa come all'arbitro, Rodolfo d'Asburgo rinuncia alle pretese territoriali tradizionali, ma poi si ravviva sotto Bonifacio VIII che impone ad Alberto d'Asburgo la sua superiorità; Clemente V prima favorisce Arrigo VII nel suo viaggio dell'incoronazione, ria poi nell'azione dell'Imperatore contro il Re di Napoli intravvede un nuovo pericolo per l'indipendenza papale e riafferma l'antica superiorità. Così Giovanni XXII pre-
tende il governo dell'I. durante la nuova lotta civile di Germania, ne affida il vicariato al Re di Napoli, Ludovico il Bavaro si oppone energicamente alle scomuniche papali; sfruttando le concezioni democratiche di Marsilio di Padova organizza in Roma la propria incoronazione per parte del popolo romano, depose Giovanni XXII e lo sostituisce con un antipapa. I principi elettori riuniti si a Rense ( 16 luglio 1338) giurano di difendere le libertà, i diritti, i costumi dell'I., proclamano che la dignità imperiale proviene direttamente da Dio, dichiarano ingiustificate le sentenze papali contro l'Imperatore. Nella "Bella d'oro» del 1336 con si fa più ricordo del diritto papale. Ora la lotta tra Papato ed I. langue e se ne occupano solo i canonisti ed i giuristi; le incoronazioni imperiali del sec. xv non sollevano più discussioni e contrasti : sono semplici cerimonie.

L'I. conserva nella politica europea grande importanza perché continua ad essere il simbolo dell'unità morale europea, poi il primato dell'imperatore si attenua e diventa solo un diritto di precedenza nel cerimoniale, non sempre però riconosciuto e rispettato.

Le relazioni dell'I. con l'Italia mutano nei secoli. Nel sec. x il Regno d'Italia è compreso nell'I. r. come una conquista del re tedesco. Gli imperatori dal sec. x al sec. xil mirano ad integrare la conquista della penisola combattendo Arabi, Bizantini, Normanni. Il problema è risolto con la conquista di Enrico VI. L'organizzazione dell'Italia nel sec. x è affidata alle grandi marche; nel sec. xi il loro feudalizzarsi determina la reazione imperiale. Ora gli imperatori favoriscono la piccola feudalità e le città, ma poi le tendenze autonomiste delle città provocano l'opposizione di Federico Barbarossa che tende a sottoporre le città direttamente alla potestio imperiale. Il Trattato di Costanza (1183) riconosce l'organizzazione cittadina consolare da cui si sviluppa tutto un sistema di governo cittadino indipendente. Federico II dopo la battaglia di Cortenuova progetta l'organizzazione dell'Italia con vicariati imperiali generali, regionali e comunali; svanisce tutto dopo la sua morte. Arrigo VII riprende il piano, ma ora il sistema dei vicariati si concilia con il sistema delle signorie a base democratica sorte nei Comuni; più tardi nel sec. xv la signoria-vicariato con l'adozione dei titoli feudali entra nel sistema gerarchico imperiale feudale. L'I. conserva nella tradizione giuridica diritti speciali (reservata iura) e su diversi Stati italiani ancora nei secc. xvir-xviII afferma diritti fiscali e giurisdizionali.

L'organizzazione dell'I. fu sempre rudimentale, di tipo feudale. Ottone II pensò fugacemente ad una organizzazione romana, creando una capitale definitiva in Roma, con una sorte di tipo bizantino. Tentativi di organizzazione feudale centralizzata si ebbero con Federico Barbarossa ed Enrico VI. Sotto Federico II prevalgono già in Germania le tendenze eccentriche per opera della città libera e dei principi territoriali. L'anarchia dell'interregno fa sensibile il bisogno di un principe che rappresenti la pace e l'ordine, ma le elezioni di Rodolfo, di Arrigo VII portano al trono principi preoccupati solo di creare uno Stato proprio. La "Bolla d'oro» del 1356 fu il riconoscimento dell'autonomia dei principi di riorganizzare l'I., creando un sistema politico che concili l'autorità imperiale, la potenza dei principi e le autonomie delle città. Le discussioni sono più vive sotto Massimiliano (Dieta d'Augusta del 1500). La politica riorganizzatrice pare diventare l'ideale di Carlo V, ma i principi mascherano le loro tendenze separatiste con la protezione del luteranesimo. Alle Diete cesariste di Spira (1505) e di Augusta (1530) risponde la Lega di Smaikalda. La lotta tra la centralizzazione ed il separatismo portò alla Pace di Augusta del 1555: la libertà religiosa concessa ai principi è il riconoscimento che l'I. è diviso nel Corpus evangelicum e nel Corpus catholicum; l'I. perde la sua unità; l'indipendenza dei principi è rafforzata. La guerra dei Trent'anni è l'ultimo tentativo per salvare l'I.; fallisce per gli interventisti antiasburgici di Svevia e di Francia. La Pace di Vestfalia (1648) conferma a tutti i principi tedeschi l'indipendenza assoluta concedendo loro diritto di fare pace e guerra, di trattare alleanze con

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altri principi. L'I. diventò solamente una confederazione di principi e città (ca. 350) con un capo nominale nell'Imperatore, assistito da una dieta senza autorità; la potenza imperiale era data dal complesso degli Stati asburgici: Austria, Ungheria, Boemia. Così visse l'I. sino all'età napoleonica.

Durante il sec. xix molto si discusse in Germania circa il valore e l'utilità dell'I. medievale dal punto di vista nazionale. Il Sybel rappresentò la tendenza negativa, considerando l'I. e tutta la sua politica romana come uno sperpero di energie che determinò il sopravvento delle forze eccentriche. Il Ficker affermò invece che la politica imperiale è parte essenziale della vita del popolo tedesco e della sua civiltà. Tale problema si può vedere anche dal punto di vista italiano, se l'unione cioè dell'Italia alla Germania abbia significato il prevalere delle forze particolatoie sulla tradizione monarchica centralizzatrice che durò da Alboino a Berengario II; ma non è dubbio che appunto il particolarismo italiano favorito dall'unione all'I. contribuì potentemente a creare la civiltà dai Comuni e delle Signorie, cioè, complessivamente, del Rinascimento.

Bint.: I. Brecc. The Holy Roman Empire, Londra 1864, trad. it., Il S. R. I., $3^{\circ}$ ed., Milano 1904; H. Fischer, The medieval Empire, Londra 1898, di carattere costituzionale; A. Demol, Nucrum Imperium, Monaco 1929, trad. it. Milano 1933, di carattere filosofico. Per gli Ottoni v. E. Schramm, Kaiser, Rom u. Renocatio, Lipsia 1929. Per l'epoca enriciana v. E. Vossen, Papauti et ponvair civil à l'époque de Grégoire VII, Gembloux 1927 e C. Mirbt, Die Publicistik im Zeitalter Gregors VII., Lipsia 1894. Per gli Svevi: M. Krammer, Der Reichsgedanke des staatischen Kaiserhauses, Breslavia 1908. Per l'Italia: G. Below, Die italienische Kaiserpolitik der deutschen Mittelalters, Monaco 1929; per le polemiche circa la politica imperiale: F. Schneider, Neuere Anchancungen der deutschen Histariker zur Beurteilung der deutschen Kaiserpolitik des Mittelalters, Weimar 1938 ; sul Tirolo: K. Zcumer, Heiliges römischen Reich deutscher Nation, ivi 1910; sulla - Bolle d'oro -; id., Die Goldene Bulle, ivi 1908; sulla incerronazione: E. Eichmann, Die Kaiserhrönung im Abendland, Würzburg 1942; F. Hevr, Anleana Europas. Eine Studie zu den Zusammenhänzen zricchen politischer Religianitit, Frommigkeitstit und dem Werden Europas im 12. Jh., Vienna-Zurigo 1949; id., Die Tragödie des heiligen Reiches, Stoccarda 1952, Francesco Caposino

SACY, Isaac Louis Le Maistre de: v. le maisTRE, ISAAC LOUIS, detto DE SACY.

SADDUCEI. - Membri di un partito giudaico politico-religioso dei tempi di Cristo. Il nome $\Sigma \alpha \delta \delta 00 \alpha \alpha \beta \alpha$ sembra derivi dal nome proprio Sadoc ( $[\mathrm{v}$.]; ebr. Siddhōq), trascritto dai Settanta $\Sigma \alpha \delta \delta 0 \hat{\alpha} \alpha$ (dieci volte). Attribuendosi questo titolo i s. si vantavano, sembra, di discendere dal sommo sacerdote Sadoc; secondo altri, da un omonimo capo-partito.

Secondo s. Epifanio (Haer., 14: PG 41, 240) e s. Girolamo (In Mt., 3, 23 : PL 26, 163) il nome deriverebbe dall'ebr. saddiq "giusto ". Negli scritti rabbinici i s. (saddiqla) sono talora chiamati boethosei, da Boethos (v.), capostipite di una famiglia sacerdotale. Quantunque Flavio Giuseppe attribuisca ai s., ai farisei (v.) ed agli esseni (v.) origini molto antiche (Autiq. Iud., XVIII, 1, 2) e sebbene i "figli di Sadoc" ( $\Sigma \alpha \delta \delta 0 \hat{\alpha} \alpha$ ) siano ricordati già in Ex. 40, 46; 44, 15; 48, 11 come sacerdoti nel nuovo Tempio (cf. Eceli. ebr. 51, 12), i s. entrano nella storia come partito, o setta, soltanto al tempo dei Maccabei (v.), in contrasto con i farisei, e scompaiono con la caduta di Gerusalemme ( 70 d . C.). Tra le cause che avrebbero favorito il sorgere e lo svilupparsi del partito, si elencano l'amore per l'ellenismo (J. Klausner), l'opposizione all'usurpazione farisaica del magistero religioso spettante ai sacerdoti (J. Bonsirven), l'insofferenza del predominio politico dei farisei al tempo di Giovanni Ircano (M.-J. Lagrange).

Pochi di numero, ma potenti, specialmente nel campo politico, in quanto costituivano la ricca aristocrazia sacerdotale della nazione, i s. favorirono gli asmonei Giovanni Ircano (135-104 a. C., dopo che
questi passò alla loro setta), Alessandro Ianneo (103176), Aristobulo II (67-63). Al tempo di Cristo e degli Apostoli occupavano i primi posti tra i «sommi sacerdoti» del sinedrio.

La dottrina dei s. prende risalto dal contrasto con quella dei farisei. Non si posseggono però scritti di s., dai quali sia possibile attingerla direttamente. I s. accettavano solo la S. Scrittura (secondo alcuni solo il Pentateuco), ripudiavano «le tradizioni dei padri a accentuate dai farisei. Non ammetterano "né la resurrezione (cf. Mc. 12, 28; Lc. 20, 27), né angelo, né spiriti" (Act. 23, 8) all'infuori di Dio. Secondo Flavio Giuseppe negavano anche "la sopravvivenza dell'anima, come pure la punizione e i premi laggiù nell'Ade" (Bell. Iud., II, 8, 14). Anche dal "caso" della donna che aveva sposato successivamente sette mariti, sottoposto dai s. a Gesù (Mt. 22, 29-33 e paralleli), sembra che negassero non solo la risurrezione dei corpi, ma anche l'immortalità delle anime. Mentre gli esseni erano fatalisti e i farisei seguivano la via di mezzo nel conciliare l'azione divina con la libertà umana, i s. "negano in tronco il destino ( $\varepsilon i \mu \alpha \varsigma \mu \varepsilon \varepsilon \nu \eta$ ) ed escludono che Dio faccia a guardi alcunché di male" (Fl. Giuseppe, ibid., II, 8, 14). Nel diritto criminale i s., che applicavano rigidamente la Legge mosaica, erano più severi dei farisei, specialmente nell'infiggere la pena del taglione (Fl. Giuseppe, Autiq. Iud., XIII, 10, 6). Nella liturgia i s. divergevano dai farisei in molti punti, tra cui sul giorno in cui si doveva offrire al Tempio il primo manipolo, che secondo Lev. 23, 11 e i s. doveva essere la feria prima (domenica) successiva al sabato dell'ottava pasquale, mentre i farisei intendevano per quel sabato la stessa festa della Pasqua ebraica ( 15 nōsis), ed offrirano il manipolo al 16 nōsis, qualunque fosse il giorno della settimana; la differenza si ripercuoteva anche nella data della Pentecoste (v.), da celebrarsi nel $50^{\circ}$ giorno dalla presentazione del manipolo: questo per i s. capitava sempre il $1^{\circ}$ giorno della settimana, mentre per i farisei poteva capitare in qualsiasi giorno tra il 5 e il 7 del mese nisshu. Queste divergenze di calendario inducevano talora i diversi partiti a modificare di un giorno l'inizio dei mesi lunari (specialmente del nisshu); sembra che per questo motivo gli accusatori di Gesù (s.) non avessero ancora mangiato l'agnello pasquale, già consumato la sera precedente da Gesù e dai farisei (cf. Io. 18, 28). Altre differenze liturgiche riguardavano i riti da compiersi nella festa dell'espiazione, l'ora dell'immolazione dell'agnello pasquale, che secondo Ex. 12, 6 e i s. doveva essere "tra i due vesperi", ossia dopo il tramonto, durante il crepuscolo, mentre i farisei l'anticipavano alla ora $9^{\circ}$ (ca. le attuali ore 15 ).

Giovanni Battista stigmatizzava farisei e s. "come razza di vipere" (Mt. 3, 7). La parabola del ricco spulone ( $L c .16,19-31$ ) presenta il tipo dei s. Nemici tra loro, farisei e s. gareggiavano nel sottoporre a Gesù domande capziose (Mt. 16, 1, e cf. 23, 29-33), si accordavano nel volerne la morte. Quanto i Vangeli e gli Atti degli Apostoli raccontano dei processi di Gesù e degli Apostoli (Pietro, Giovanni, Paolo) e del diacono Stefano dinanzi al sinedrio, riguarda specialmente i s., che avevano in esso le più alte cariche.

Il cosiddetto "documento sādhōqita " non riguarda i s., ma una frazione di farisei.

Bint.: E. Schürer, Gesch. des jüd. Volkes im Zeitalter 7. Chr., II, $4^{\circ}$ ed., Lipsia 1907, pp. 472-89; H. Lesère, Sudduviens, in DB, V (1912), coll. 1337-43; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., II, trad. it., Torino 1913, pp. 132-37 e passim; S. Istoch, Intorno all'origine della setta dei s., Roma 1920; F. Billerbeck, Komm. nom. N. Test. aus Talmud. IV, Monaco 1928, pp. 334-52; M.-J. Lagrange, Le judaizme av. 7. Chr., Parigi 1931, pp. 301-306; U. Hidemeister, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., Torino 1950, pp. 172-86. Pietro de Ambraggi

SADOC (ebr. Sādhōq «giusto *). - Pontefice vissuto al tempo di David (v.), ca. il 1000 a. C. Discendeva da Aronne per la linea d'Eleazaro, cui toccava per diritto il sommo sacerdozio (Num. 20, 28). Ma

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al tempo di S. già da qualche generazione, non si sa per qual motivo, il sommo pontificato era nella linea saronide di Ithamar, nella persona di Abiathar (v.). Ora, mentre Abiathar seguiva David sin dalla persecuzione di Saul (I Sam. 22, 20-23), S. con i suoi serviva il veneratissimo santuario di Gabaon (v.), ove si custodivano il tabernacolo e l'altare degli olocausti costruiti da Mosè (cf. I Par. 16, 39 sg.; II Par. $1,3 \cdot 3,13$ ).

Ambedue le famiglie sacerdotali furono presenti quando David compi felicemente il secondo tentativo di introdurre l'Arca nella capitale (I Par. 15, 11 sgg.). Abiathar rimase poi a Gerusalemme e S. ritornò a Gabaon (ibid. 16, 39 sg.), ma furono di nuovo ambedue con David nel momento critico della rivolta d'Absalom. David non volle però che lo seguissero nell'esilio; li lasciò in Gerusalemme a custodire l'Arca, cosi l'avrebbero tenuto informato degli eventi (II Sam. 15, 24-29; 17, 15 sgg.). Morro Absalom, s'adoprarono perché il popolo richiamasse David (ibid. 19, 11-15).

La strana situazione di due pontefici simultanei si risolse all'avvento di Salomone. Abiathar fu destituito, avendo parteggiato per Adonai (v.), e S. rimase solo nel pontificato (I Reg. 1,5-8; 2, 26 sg.), che i suoi detennero sino al Nuovo Testamento. Cio era stato predetto ad Eli da un "uomo di Dio" (I Sam. 2, 30-36).

A questo S., tramite un testo d'Ezechiele $(44,15)$ interpretato arbitrariamente, professavano di collegarsi i seguaci della "Nuova alleanza" di Damasco (sec. II a. C.), cui probabilmente si devono alcuni dei documenti scoperti (1947) nel deserto di Giuda. Gino Bressan

SADOLETO, Giacomo. - Cardinale, n. a Modena da Giovanni e Francesca Machiavelli il 12 luglio 1477 ; attese allo studio del latino e del greco a Ferrara sotto Niccolò Leoniceno; nel 1503 era a Roma alla corte del card. Oliviero Carafa che gli ottenne un canonicato a S. Lorenzo in Damaso; per cultura e dolcezza di carattere fu amico del Bembo, del Fregoso e di Filippo Beroaldo il Giovane.

Nel 1513 Leone X lo volle suo segretario insieme con il Bembo ed il 24 apr. 1517 gli diede il vescovato di Carpentras. Non lasciò Roma che durante il pontificato di Adriano VI; ma riprese l'ufficio di segretario con Clemente VII. Nel 1527, poco prima del sacco di Roma, si portò al suo vescovato, donde lo richiamò Paolo III, per occuparlo nella progettata riforma della Chiesa nell'ott. 1536, ed il 22 dic. lo creò cardinale insieme con il Carafa, Rodolfo di Carpi, il Polo. l'Aleandro, ed ebbe parte con loro nella commissione che redasse il celebre consilium di riforma e fu chiamata a preparare il Concilio di Trento. Nel 1538 accompagnò Paolo III nei suoi viaggi e ritornò a Carpentras. Richiamato a Roma nel 1542, fu inviato in Francia come legato per la pace di qual Re con Carlo V; era di nuovo a Roma nel 1545, donde più non si mosse e mori il 18 ott. 1547.

La sua attività letteraria è molteplice : fu ammirato per i suoi poemetti (il più notevole quello sul Laocoonte) e le sue orazioni latine e fu uno dei più convinti ciceroniani dell'età sua come si può vedere dal suo copioso epistolario (Epistolarum libri XVI, 7 voll., Roma 1559-67; oltre le altre lettere pubblicate in seguito). Nel 1533 pubblicò a Venezia l'opera De liberis recte instituendis, che gli dà un posto insigne fra i pedagogisti di quell'età. In un armonico quadro di educazione umanistica famigliare, fa convergere lo studio delle arti tecniche e liberali verso la formazione morale che si attua nelle virtù dell'autodominio e del giusto mezzo e nell'indirizzo di tutte le facoltà intellettuali verso la filosofia, sola guida alla scoperta della dignità dell'uomo e della sua somiglianza con Dio e quindi alla felicità. Con lo stesso intento umanistico è composto il De laudibus philosophiae (Lione 1538). Il S. fu oltre che umanista notevole teologo. Scrisse un'interpretazione del salmo 50 (Roma 1525) ed un'altra del salmo 93 (Lione 1530); quindi a proposito delle controversie del tempo un Commentarius
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(16) XII Confluntion 27 , imagines of rhume, Aherma 202, sec. 21

Sadoleto, Giacomo - Ritratto, Incisione di Teodoro Galleo (sec. xvI).
in Pauli epistolam ad Romanos (ivi 1535), dove, seguendo gli indirizzi di Erasmo, nella questione della Grazia, inclina ad una specie di semipelagianismo; per questo fu ripreso dal Badia, maestro del S. Palazzo; scrisse un'apologia e corresse l'opera sua in una nuova edizione del 1536. Una operetta, De peccato originali, fu pubblicata dal Ritter solo nel 1912.

Bibl.: opere: un'ed. Opera omnia si ebbe a Magonza nel 1607 e poi a Verona nel 1737; le epostole furono ordinate e pubblicate da V. A. Costanzi in Epistolac pontificiar, Roma 1759 e Epistolae Jumillares, 3 voll., ivi 1760-64; Epistolarum appendix, ivi 1767; inoltre: A. Ronchini, Lettere del card. 7. S. e di Paolo S. con nipote, Modena 1872; il priscino del De extraetinae Cath. Eccl. fu pubbl. da A. Mai, in Spicilegium Romanum, 11, Roma 1839, p. 101 sg.; il De republ. christ. a cura di P. Lazzeri, Roma 1754; l'orazione per il card. O. Carafa, da A. Altamura in Roriegna star. napol., nuova serie, 1 (1940), pp. 317-38. Ne scrissero la vita: G. Tiraboschi, Bibl. modourse, IV, Modena 1783, p. 424 sgg.; A. Ferrajoli, Il ruolo della corte di Leone X, in Arch. Sor. rom. di st. patrio, 28 (1915), pp. 213-81, 425-52. V. anche A. Joly, Etude sur 7. S., Caen 1827; W. Friederuburg, Ginc. Morsme and der Brief Sodolets on Melanchtom vom 17.6.1537, in Arch. Jär Reformationsgesch., 1 (1904), pp. 74-82; G. Schultheze-Rechberg, Der Kund. 7. S., in Beiträge zur Gesrh. d. Humanismus, Eartzo 1009; S. Ritter, Un umanista teologo: 7. S., Roma 1912; W. H. Woodword, La pedagogia del Rinascimento, trad. it., Firenze 1923, p. 167 sg.; G. Toffanin, prefaz. all'ed. dell'Elogio della sapienza (De Land. Phil.), a cura di A. Altamura, Napoli 1950.

SAFFI, Aurelio. - N. a Forli il 13 ott. 1819, m. a S. Verano il 10 apr. 1890.

Fu uno dei triumviri della Repubblica romana de! 1849, insieme con il Mazzini e l'Armellini; si occupò prevalentemente dell'amministrazione e della legislazione, continuando l'attività esplicata in qualità di ministro dell'Interno prima di assurgere al supremo magistrato, attività volta in modo particolare, sebbene senza troppo successo, al mantenimento dell'ordine pubblico.

Esule per molti anni in Svizzera e in Inghilterra, fu uno dei più attivi collaboratori del Mazzini nel diffondere l'idea repubblicana e destare agitazioni politiche in Italia e specialmente nello Stato Pontificio; nel tempo stesso professò letteratura italiana all'Università di Oxford e collaborò alle maggiori riviste britanniche di parte liberale.

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Rimpatriato nel 1860, raggiunse Garibaldi in Sicilia, opponendosi all'annessione delle province meridionali. Deputato di Accennza nel 1861, si dimise dopo Aspromonte e tornò per un quadriennio a Londra. Nel 1867, stabilitos definitivamente in Romagna, si occupò di amministrazione locale, di politica sociale e di studi storici e giuridici, che gli valsero la cattedra di diritto pubblico nell'Ateneo bolognese. Arrestato a causa dei torbidi del 1874, pati breve prigionia, la quale destò qualche commozione nell'opinione pubblica.

Biel.: A. Saffi, Ricord e scritti, in 17 voll., Firenze 1892 1902; P. Rebora, A. S. cattedrativo, in Studi urbinati, 14 (1942), pp. 3-20; G. Quadiotti, A. S., Roma 1944. Renzo U. Mentini

SAFFIRA: v. ANANIA E SAFFIRA.
SÁFI'ITA, RITO. - Una delle quattro grandi scuole, o riti o sistemi giuridici dell'islamismo ortodosso, fondata nel sec. IX dall'imäm Mubammad ibn Idris aš-Šāf'í, n. a Gaza in Palestina nel 767 , vissuto nel 'Irāq e in Egitto, m. quivi nell'820 d. C.

Caratteristica del suo sistema è una posizione intermedia o effettica fra l'atteggiamento positivo e tradizionalistico del sistema mālikita, poi esasperato dal hanbalismo, e il metodo indipendente, facente larga parte al giudizio personale (ra'j) del sistema banaftta. L'uso del ra'j o criterio personale, applicabile soprattutto nella deduzione analogica (qijās), è infatti ammesso e praticato dallo šāf íismo, benché in misura minore dello banañismo, i cui seguaci sono per eccellenza ahl ar-ra'j (seguaci del criterio individuale) contrapposti all'ahl al-hadit (mālikiti e hanbaliti). Le dottrine di aš-Šāfíi son conosciute da suoi scritti originali, conservatisi nella raccolta del Kitāb al-umm, e in quelli di suoi discepoli più o meno diretti, come al-Muzanī, al-Humajdī, Ibn Hanbal stesso, Abū Tawr, ecc. Centri principali di diffusione furono Bagdad ed il Cairo, ove il maestro insegnò, e donde il sistema conquistò nell'alto medioevo buona parte del mondo musulmano. Attualmente il blocco maggiore di seguaci della scuola šāfíita è tra i musulmani dell'Indonesia (ca. 50 milioni); esso domina inoltre nel Basso Egitto, nell'Africa orientale (salvo l'Eritrea), in Palestina, nella Arabie occidentale e meridionale, nelle zone costiere dell'Indio. In totale, esso si può considerare al secondo posto per numero di seguaci fra i quattro riti musulmani, con ca. 75 milioni di aderenti di fronte a 1 io milioni di banaliti. In passato, lo šāf íismo dominava inoltre in paesi donde attualmente è stato scalzato, come nella Turchia (sopraffatto nel sec. xvi dallo banañismo) e nella Persia (passata nella stessa epoca all'eresia šíita).

Francesco Gabrieli
SAGARI, santo, martire. - Vescovo di Laodicea, m. verso il 175, durante la persecuzione di Marco Aurelio.

Adone lo introdusse nel Martirologio desumendone la notizia da Eusebio (Hist. eecl., IV, 26 e V, 24) il quale, a sua volta, inseri nella sua Historia quanto aveva lasciato scritto Melitone di Sardi nel suo opuscolo Sulla Pasqua. Ma Adone sull'indicazione eusebiana «Sub Sergio Paulo proconsule Asiae» credette di riconoscervi il proconsole Sergio Paolo di cui parlano gli Act. 13, 7-12, senza pensare all'anacronismo del sec. I con il II sec. Melitone aveva ricordato che al tempo del martire S. a Laodicea era sorta la grande questione sulla Pasqua. Nel Martyrologium Romanum la memoria di S. è registrata al 6 ott.

Biel.: M. Lecuion, Orient christianus, I, Parigi 1740. p. 703; Acta XX Octobrii, III, Anverso 1770, pp. 261-62; Martyr. Romanum, pp. 437-38. Martiniano Roncaglia

SAGGIO, Nicola, beato. - Religioso minimo, n. a Longobardi (Cosenza) il 6 genn. 1650, m. a Roma il 3 febbr. 1709. Figlio di contadini, entrò tra i Minimi a Paola, professando quale oblato.

Fu questuante, portinaio, sacrestano in vari conventi della Provincia. Nel 1681 fu inviato a Roma nel Collegio dei Minimi calabresi, cui era annessa la cura parrocchiale, compagno del parroco. Dovunque rifulse per regolare
osservanza, spirito di penitenza, profonda umiltà, per amorevole assistenza ai poveri. Favorito di straordinari doni di orazione, fu caro ai pontefici Innocenzo XII e Clemente XI che lo chiamavano spesso alla loro presenza. Fu beatificato da Pio VI (nel 1786, unitamente al suo confratello p. Gaspare de Bono, provinciale spagnolo); il suo corpo riposa nella chiesa conventuale romana, di fronte alla monumentale cappella di S. Francesco di Paola, che lo stesso beato aveva costruito con le elemosine raccolte.

Biel.: G. Perrimessi, Vita del servo di Dio N. S., Roma 1713; G. Roberti, Il b. N. S. nel II centenario della morte, ivi 1909; id., Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, III, ivi 1922. pp. 432-43; E. Frangella, Il b. N. da Longobardi, $2^{2}$ ed., Napoli 1930.

Gennaro Moretti
SAGINAW, diOcesi di. - Diocesi e città nello Stato di Michigan, U.S.A.

La diocesi copre una superficie di 10162 miglisq. con una popolazione totale di 443.900 ab. dei quali 114.225 sono di religione cattolica. Vi sono 128 sacerdoti diocesani e 17 religiosi (Congregazione dello Spirito Santo, Francescani e Premestratensi) e 71 seminaristi. Le suore sono 408 appartenenti a 9 congregazioni diverse. Le sacre funzioni sono fatte nelle 94 parrocchie, 51 cappelle e 23 missioni. Le opere caritative comprendono i orfanotrofio e 2 ospedali.

La diocesi di S. è recente, essendo stata eretta con la cost. apost. Ad animarum bonum da Pio XI, il 26 febbr. 1938. Pio XI smembrò l'arcidiocesi di Detroit (Michigan) e la diocesi di Grand Rapids per creare la nuova diocesi. S. è formata dalle contee di Huron, Tuscola e Sandac prese dall'arcidiocesi di Detroit e dalle contee di S., Cristiot, Midland, Bay, Gladwin, Arenac, Ogemaw, Iosco, Oscoda, Alcona, Montmorency, Alpena, Presque ed Isle prima nella diocesi di Grand Rapids.

Biel.: AAS, 30 (1930), pp. 327-29; The Official catholic directory, Nuova York 1950, pp. 514-16. Gastone Carrière

SÄGMULLER, Johannes Baptist. - Uno tra i più noti canonisti moderni e storico del diritto, n. a Winterreute (Württenberg) il 24 febbr. 1860, m. a Tubinga il 22 ott. 1942.

Ordinato sacerdote il 28 luglio 1884, seguì corsi universitari a Tubinga e Rottenburg e si laureò in filosofia (1888), ma nel 1893 passava ad insegnare storia a Tubinga, ove nel periodo 1896-1926 fu ordinario di diritto canonico e di pedagogia. Collaborò pure alla composizione del CIC.

I suoi primi lavori sono di storia ecclesiastica: Die Papsttzahlen und die Staaten von 1447-1555 (Tubinga 1890); Das staatl. Recht der Exklusive in der Papsttzahl (ivi 1892, Magonza 1895); Zur Gesch. des Kardinalates (Roma-Friburgo in Br. 1896); Die Entwicklung des Archipreshyterats und Dehanats bis zum Ende des Karolingerreichs (Tubinga 1898); indi si orientò verso gli studi giuridici: Lehrbuch des kath. Kirchenrechts (Friburgo in Br. 19001904; la $4^{a}$ ed. ivi 1925-1934 adattata al CIC, ma rimasta incompiuta); Kirche und Staat (Stoccarda 1904); Trennung von Kirche u. Staat (Magonza 1907); Die Bischofszahl bei Gratian (Colonia 1908); Wissenschaft u. Glauben in der kathol. Aufklärung (Essen 1910); Unwissenschaftl. und Unglauben in der kirchl. Aufklärung (ivi 1911); Der rechtl. Begriff der Trennung von Kirche und Staat (Rottenburg 1916); Papst. Völkerrecht u. Völkerfrieden (Rottenburg 1924); Staat u. Kirche (Lipsia 1924); Formel a salva sedis apostolicae auctoritate e in den päpstl. Précilegien, in Acta congr. juridici intern., III, Roma 1935, pp. 153-71.

Biel.: H. Jedin, Necrologio, in Rev. d'hist. ecelés., 38 (1942). p. 343; A. Hagen, Necrologio, in Zeitschr. Sactjmy-Stiftung f. Recht., Kanon. Abt., 22 (1943) pp. 369-70; A. van Heve, Prolegomena, $2^{2}$ ed., Malınes-Roma 1945, pp. 586, 596, 601, 639. Pietro Palazzini

SAGONA (SaONA). - Antica diocesi nella Corsica (v.) già suffraganea di Pisa, soppressa il 29 nov. 1801 da Pio VII e unita alla sede di Ajaccio. Suo ultimo vescovo fu il francescano mons. Matteo Guasco.

Biel.: Eubel, I, p. 428; II, p. 250; III, p. 306; IV, p. 391; V, p. 339. Enrico Josi

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

Sacra di san Michele - La prima chiesetta risale a s. Giovanni Vincenzo, discepolo di s. Romualdo ( 998 ca.). La chiesa attuale è dei sece. xil e xiv.

SAGRA DI SAN MICHELE. - Denominazione popolare di un'antica abbazia benedettina, in diocesi di Susa, costruita su uno sperone (Monte Pirchiriano, m. 916) all'imbocco della Valle Segusina, vicino al luogo in cui Desiderio contrastò il passo a Carlomagno (il vero nome è S. Michele delle Chiuse, nel medioevo si disse coenobium Clusinum).

L'origine risale alla fine del sec. x, allorché Hugues le Décousu de Montboissier, nobile d'Alvernia, dovendo erigere un monastero per ingiunzione penitenziale del Papa (Giovanni XIV o XV, secondo alcuni: ma più probabilmente Silvestro II), lo fondò presso una piccola chiesa dedicata all'arcangelo Michele, costruita o piuttosto restaurata qualche anno prima da s. Giovanni Vincenzo, già vescovo di una città del territorio ravennate, ritiratosi in romitaggio sul Monte Caprasio, di fronte al Pirchiriano.

Già con il primo abate (Avverto) l'abbazia salì a notevole importanza che si accrebbe soprattutto sotto il governo di Benedetto I (sec. xi.in.). Benedetto II (m. nel 1091, fondatore della scuola abbaziale e maestro del monaco Guglielmo, cronista clusino), Guglielmo I (sec. xil, in.), Stefano (metà sec. xit), Elia (sec. xill, prima metà), e raggiunse il massimo splendore (ca. 300 monaci, 140 chiese e badie sotto la sua giurisdizione) con Rodolfo di Mombello (m. nel 1359). Nella seconda metà del sec. xiv si determinò una rapida decadenza, iniziatasi con l'elusione simoniaca al seggio abbaziale di Pietro III (1362) e culminata nel 1381 con il passaggio al regime commendatario, sollecitato da Amedeo VI di Savoia per frenare la corruzione dei monaci. La commenda fu per vari anni, durante il sec. xvı, appannaggio dei Ferrero, nobile famiglia biellese; toccò pure varie volte ai Savoia, e su richiesta di Emanuele Filiberto papa Gregorio XV soppresse la comunità monastica, destinando i redditi della abbazia all'erezione della collegiata di Giaveno, cui il monastero rimase in custodia. Carlo Felice scelse la cripta del tempio a sepoltura dei membri di un ramo laterale di casa Savoia. Nel 1803 il territorio fu passato da Pio VII sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di Torino, e finalmente nel 1836 Gregorio XVI vi stabili i Rosminiani.

Del complesso edilizio, irregolare per la natura stessa del luogo e per il sovrapporsi delle vicende architettoniche, sono notevoli la chiesa e il cosiddetto "sepolcro dei monaci», edificio a pianta circolare di età romanica, ora in rovina. La chiesa risulta di tre fasi distinte: la cripta, identificabile forse con la chiesetta di s. Giovanni Vincenzo, le tre absidi romaniche (di cui la mediana più ampia) poggiate su enormi sostruzioni alte 23 m ., risalenti al sec. xir; il corpo, del sec. xiv, in stile gotico. L'accesso, attraverso una gradinata tagliata sulla roccia ("scalone dei morti"), è interessante per la "porta dello
zodiaco», che reca la firma di un Nicolaus, identificato da alcuni, per certe affinità di motivi scultorei, con l'autore del portale destro del duomo di Piacenza.

Bibi.: fonti documentarie a Torino (Arch. di Stato, Arch. arci-esc., Arch. dell'Economato dei benefiai vacanti) e a Giaveno (Arch. della Collegiata) : cf. P. F. Kehr. Itulia pontif., VI, it. Berlino 1914, pp. 120-29. Fonti letterarie: Chronicon coenobis S. Michaclis de Clusa, in Hist. patrioe Monum., V. Torino 1848, coll. 249-66; e in MGH. Scriptores, XXX (1926-34), pp. 939-70; Ven. Benedicti Clusensis abbatia vita, ibid., coll. 273-300 e in MGH. Scriptores, XII (1856), pp. 196-208; S. Tohonnis Baucmuntis archiepiscopi... vita, in RIS, I. II, Milano 1725, pp. 364-66 e in Hist. patrioe Monum., vol. cit., coll. 277-44. Studi: si trovano elencati, sia pure confusamente, in Cottincau, I, col. 772 se. Si aggiunga P. Toccau, Stor. dell'arte itul., I: Il medioevo, Torino 1927, v. indice.

Alessandro Pratesi
SAHAK (Isaac) I, il Grande. - Celebre hatholihós armeno, n. ca. la metà del sec. iv e m. probabilmente il 7 sett. 439. Fu figlio del hatholihós Nerses il Grande
e vero patriarca delle lettere armene. Sotto la sua protezione e quella di Mesrop i «santi traduttori» fecero la versione della S. Scrittura e di notevoli scritti greci e siriaci.
S. diventò hatholihós dell'Armenia ca. il 300 e vi restò fino al 420 finché fu deposto dall'imperatore persiano Iezdegerd I per motivo dell'ortodossia mantenuta da S . sia contro il paganesimo sia contro l'eresia. S. restò però, come prima, il capo spirituale dell'Armenia. Alcuni anni più tardi S. fu avvertito dal vescovo di Edessa Rabbúla dal pericolo della dottrina di Teodoro di Mopsuestia, mentre altri vescovi gliela raccomandavano. Un sinodo nazionale armeno, probabilmente nel 435 , decise di domandare precise informazioni a Proclo di Costantinopoli, provocando il suo Tomus ad Armenios. S. rispose a Proclo e ad Acacio di Melitene pieno di entusiasmo per l'ortodossia e riconoscendo alla Madonna il titolo di Theotobus. Gli armeni venerano S. come santo.

Sembra che S. non sia stato un autore molto fecondo, benché Koriun gli attribuisci "molti commenti biblici". Mosè di Cheren ne ha conservate 3 lettere (Storia Arm. 3, 57). Quelle indirizzate a Proclo e ad Acacio si trovano nel Libro delle lettere (Tiflis 1901); quella a Proclo fu anche edita da A. Vardanian in Wiener Zeitsch. für die Zunde des Morgenlandes, 27 (1913), pp. 415-41. Una costituzione canonica attribuita a S. (cf. F. C. Conyheare, The armenian Canons of St. N., in The American Tournal of Theol., 2 [1898], pp. 838-48) contiene probabilmente un nocciolo autentico.

Bibi.: BHO (v. Isaac), p. 122; Bardenhewer, V, pp. 195-97; N. Akivian, Die Vision des hl. S. I., Vienna 1948.

Ienazio Ortiz de Urbina
SAIGON, vicariato apostolic o. -. Comprende, oltre a parecchie provincie civili della Ciscincina, anche tre provincie dell'Annam. E affidato ai Padri della Società delle Missioni Estere di Parigi, che vi arrivarono nel 1684.

Il gesuita Alessandro de Rhodes può essere, a buon diritto, considerato il primo evangelizzatore ed organizzatore di comunità cristiane in Cocincina, ove giunse nel 1624. Il 9 sett. 1659 il vicariato di Cocincina fu affidato a mons. Pietro de la Motte. Il 2 marzo 1844 la missione fu divisa in vicariato apost. di Cocincina orientale (oggi di Quinhon) e vicariato apost. di Cocincina occidentale (oggi Saigon). I cristiani subirono una prima persecuzione sotto il re Minh-Mang e una seconda, ben più tremenda, sotto il re Tu-Duc, durante la quale molti furono i martiri, alcuni dei quali beatificati nel 1900 e nel 1908. L'intervento francese segnò la tregua della persecuzione religiosa, mediante il Trattato di pace del 5 giugno 1862, ratificato a Hué l'anno seguente. Nel 1875 venne proclamata definitivamente la libertà religiosa. Il 30 ag. 1850 dal vicariato di Cocincina occidentale fu distaccato

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quello di Cambogia (odierno vicariato apost. di Phnompenh) con la parte contigua del Laos (oggi prefettura apost. di Thakhek).

Il 22 luglio 1870 ne vennero distaccate altre due province ed unite al medesimo vicariato di Cambogia. Il 9 febbr. 1900 e il $1^{\circ}$ luglio 1907 al vicariato di Cocincina occidentale furono annessi alcuni distretti tolti al vicariato di Cocincina orientale. Il 2 dic. 1924 la missione di Cocincina occidentale ricevette l'attuale nome di Saigon.

Esso ha una superficie di 35.000 kmq , e una popolazione di ca. 2.800 .000 ab . Secondo i dati statistici 1950-51, vi sono 119.033 cattolici con 2717 catecumeni; 6000 protestanti e 2.700 .000 pagani. Personale missionario: 170 sacerdoti, di cui 101 indigeni, 26 padri delle M. E. F., 3 lazzaristi, 26 redentoristi canadesi, 7 benedettini e 7 minori francescani; 153 fratelli, di cui 29 nativi; 1069 suore; 40 seminaristi maggiori e 136 minori; 11 catechisti; 86 maestri e 313 maestre. Opere di insegnamento e assistenza: 105 scuole elementari; 10 scuole medie; 3 scuole superiori; 3 asili; 11 ospedali; 5 orfanotrofi; un lebbrosario. Vi sono 252 edifici sacri; 13 vicariati foranei; 16 quasi-parrocchie; 73 stazioni primarie e 181 secondarie. Vi si pubblica un giornale dal titolo Tongs Do con una tiratura di 6000 copie. La città di residenza dell'Ordinario è Saigon, importante porto del Vietnam meridionale.

BNL.: Arch. della Congreg. di Prop. Fide, Relazsons quinquennale, pos. prot. n. 3917-30; e Prospectus status missionis 1950-51, pos. prot. n. 4280-51; AAS, 17 (1925), pp. 25-26; MC, 1950, pp. 283-284. Edoardo Pecorain

SAILER, Johann Michael - Teologo e vescovo, n. ad Arcsing (Alta Baviera) il 17 nov. 1751, m. a Ratisbona il 20 maggio 1832. Di umile origine, a 10 anni entrò nel Collegio dei Gesuiti a Monaco ove si appassionò per la letteratura tedesca (soprattutto a contatto con la Messiaide di Klopstock).

Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1770 a Landsberg, soppressa questa (1774) continuò gli studi teologici a Ingolstadt, presso i Gesuiti (soprattutto lo Statthr), rimasti ad insegnare come preti secolari. Sacerdote a Eichstädt nel 1773, due anni dopo fu dato per assistente allo Statthr, in qualità di ripetitore di filosofia e di teologia. Divenuto titolare della seconda cattedra di dogmatica (1780), pubblicò la prolusione De iden theologi christiani (Monaco 1781), rivelando l'originalità del suo metodo. Per il riordinamento dell'Università di Ingolstadt, voluta dal principe di Baviera Carlo Teodoro, il S., lasciata la cattedra, si ritirò a Monaco, dove compose importanti opere tra cui : Vernunftlehre für Menschen wie sie sind (ivi 1785); vi sono attaccati i principi dell'illuminismo, sebbene l'autore non riesca a sollevarsi da concezioni affini a quelle di Leibniz e Jacobi. Nel 1784 per intervento dell'arcivescovo di Treviri Clemente Venceslao di Sassonia, il S. fu nominato professore di teologia morale e pastorale nell'Università di Dillingen, ove attrasse un gran numero di studenti, ai quali s'impose per la nobiltà del carattere e la novità del metodo (usava nella scuola la lingua tedesca). Qui ebbe per discepoli il Wessenberg (v.) e Cristoforo von Schmid. Uscirono in quel tempo: Grundlehren der Religion e Glückseligkeitslehre.

Esonerato nel 1794 dall'insegnamento per sospetti sull'ortodossia, si ritirò a Monaco, ove tradusse e commentò l'Imitazione di Cristo, stvivendone lo spirito d'interiorità. Nel 1799 ebbe la cattedra di morale e di pastorale all'Università di Ingolstadt, che l'anno seguente fu trasferita a Landshut. Fu qui che il S. contrasse intima amicizia con il Savigny (v.), influendo sulla sua vita privata, e gettò le basi del rinnovamento cattolico della Germania attraverso i suoi alunni di allora, divenuti in seguito gli esponenti maggiori della vita pubblica bavarese (il medico Ringseis, il giurista Schenck, il re Luigi di Baviera) e dell'attività cattolica di vari ambienti tedeschi (il barone d'Andlaw, futuro capo dei cattolici del Baden, il principe Alessandro von Hohenlohe, l'antico ufficiale prussiano Melchiorre von Diepenbrock, poi arcivescovo di Breslavia, il Brentano). Durante il sog-
giorno a Landshut pubblicò: Über Erziehung für Erzieher (Monaco 1807); Neue Beiträge zur Bildung der Geistlichen (2 voll., ivi 1809-11).

Nel 1815, nel riordinamento ecclesiastico della Germania, il cancelliere prussiano Hardenberg lo designò arcivescovo di Colonia; il S. rifiutò per non abbandonare la sua Baviera. Nel 1818, dopo il concordato tra la S. Sede e la Baviera, fu presentato come vescovo di Augusta, ma Roma non accettò per il giudizio sfavorevole dato intorno alla sua dottrina da s. Clemente Hofbauer; in seguito, dissipata l'accusa con un memoriale redatto dallo stesso S., ad insistenza del principe reale Luigi, nel 1821 fu nominato decano del capitolo di Ratisbona, poi (1822) vescovo titolare di Germanoeoli e coaudiatore con diritto di successione del vescovo di Ratisbona.

Nel 1823, salito al trono Luigi di Baviera, trasferita a Monaco l'Università di Landshut, che divenne un grande centro di cultura cattolica, il S. influì nella nomina dei migliori professori (Görres, Möhler, Doellinger), nell'esclusione dell'illuminista Salat, e fece difficoltà per la scelta di Schelling (v.). Divenuto vescovo di Ratisbona nel 1829, l'anno seguente il S. ebbe occasione di opporsi al suo regale discepolo, Luigi di Baviera, nella questione dei matrimoni misti, mostrando, egli mite per carattere e per virtù, singolare fermezza apostolica. Lavoro importante dell'ultimo perido fu lo Handbuch der christlichen Moral (3 voll., Monaco 1817). Tutte le opere furono edite in 40 voll. a Sultsbach, dal 1830 al 1845.

Maestro molto amato dai discepoli, qualunque sia la riserva sul suo pensiero necessariamente fluttuante per il periodo incerto in cui si maturò, nessuno può dubitare della sua sincera adesione a tutta la verità cattolica. Per la larghezza di animo e la conquistatrice dolcezza, con cui accostò increduli e protestanti, fu volentieri paragonato a s. Francesco di Sales. Pedagogista di fine intuito psicologico, ebbe la rara fortuna di formare al più schietto sentire cattolico un giovane destinato al trono, meritandosi il titolo di Fénelon della Germania.

BNL.: Hurter, IV, coll. 906-10; R. Stölzle, s. v. in Cath. Enc., XIII, p. 328; G. Goyau, L'Allemagne religieuse. Le catholicisme, I, Parigi 1903, pp. 291-309; J. Dibbold, La théol. morale cath. en Allemagne au temps du philosophisme et de la restauration, Strasbourg 1926, p. 185 sgg.; B. Lang, Bischof Z. und seine Zeitgenosse, Ratisbona 1932; id., s. v. in LThK, IX, coll. 74-76 (con bibl.); G. Fritz, s. v. in DThC, XIV, coll. 749-54; F. Schnabel, Storia religiosa della Germania dell'Ottocento, trad. it., Brescia 1944, pp. 48-60; J. M. Nielsen, Y. M. Sailer. Der weise und gütige Eraicher seines Volkes, Francoforte sul Meno 1948; H. Shiel, Y. M. S. Leben und Briefe, Ratisbona 1948; L. Weilner, Gottseige Junigheit. Die Grundhaltung der relig. Seele nach Y. M. S., ivi 1949; E. Hocedez, Histoire de la théologie au XIXe siècle, I, Bruxelles-Parigi 1949, pp. 203-208 e passim (v. indice).

Antonio Piolanti
SAILER, Sebastian. - Predicatore e scrittore premostratense, al secolo Johann Valentin, n. a Weissenhorn il 12 febbr. 1714, m. a Obermarchtal il 7 marzo 1777. Prese l'abito (ca. 1731) nell'abbazia imperiale di Obermarchtal (Svevia), nel 1738 fu ordinato sacerdote, insegnò quindi diritto canonico nell'abbazia, poi per molti anni fu parroco successivamente a Reutlingendorf e Dieterskirch, dal 1773 di nuovo nell'abbazia.

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S. fu predicatore di eccezionale popolarità (s il Cícerope di Sivecia n). Per i suoi lavori drammatici, per lo più di carattere umoristico, adoperò il dialetto svevo, divenendo cosi l'antesignano di questo genere letterario in Svevia. Pubblicò fra l'altro una imitazione di Maria (Kempensis Marianus, sive Libellus unicus de imitatione Mariae Virginis et Matrix Dei..., Günzburg 1764), più volte riedita e tradotta in varie lingue. Per la sua vasta cultura, originalità, prontezza nel ribattere e il buon umore S. ricorda molto Abramo da S. Chiara (v.), suo celebre compatriota.

BibL.: la maggior parte delle sue opere sono unite nel Des chruördigen P. Sebastian Saifer... Geistliche Reden, bey mancherley Gelegenheiten und über zerschiedene (sic) Materien gesprochen, 3 voll., Augusta 1766, 1768 e 1770, e nel Sebastian Sailevs Schriften im schwebischen Dialekte, Buchen 1819 (ed. da Sixt Buchmann), nuovamente ed. da K. D. Hassler nel 1843, ed. $4^{2}$ nel 1893. Cf. L. Goovaerts, Ecrivain, artistes et savants de l'Ordre de Prénamtré, II, Bruxelles 1903. pp. 122-31; W. Kosch, Deutsches Literaturlexikon, II, Halle 1930, col. 2133.

Agostino Huber
SAINCTES, Claude de. - Teologo e vescovo, n. nel 1525 nel Perche, m. nel castello di Crèvecoeur, presso Lisieux, nel 1591.

Studio filosofia e teologia nel Collegio Navarra a Parigi; laureatosi in teologia nel 1555, accompagnò il card. di Lorena al colloquio di Poissy (v.) e al Concilio di Trento (v.). Nominato vescovo di Evreux ( 30 marzo 1575), favorl la convocazione del Concilio di Rouen (1581) per l'applicazione del Concilio di Trento. Implicato nella politica della lega, nel 1591 fu condannato a morte, sotto l'accusa d'aver approvato l'assassinio di Enrico III; la pena fu commutata, a istanza del card. di Borbone, nella reclusione nel castello, dove mori. Le sue numerose opere lo mostrano ardente polemista contro gli ugonotti; sono da segnalare: Examen de la doctrine de Calcin et de Bèze touchant la Cène du Seigneur, d'après les écrits des docteurs de cette doctrine (Parigi 1566); De rebus Eucharistiae controversis repetitiones seu libri 10 (ivi 1575).

Bibl.: J. Carreyre, s. v. in DThC, XIV, coll. 754-56; P. Polman, L'élément historique dans la contrecor, relig. du XIV siècle, Gembloux 1932, passim; R. Snocka, L'argument de tradition dans la contrav. eucharist. entre catholiques et réformés français au XVIJr siècle, Lovanio-Gembloux 1951, pp. 71, 313.

Antonio Pidanti
SAINT ALBAN. - Antica abbazia benedettina nel Hertfordshire in Inghilterra, poco lontano da Londra. Fu fondata ca. il 793 per espiazione da Offa re di Mercia, presso la chiesa dedicata al martire Albano; è già ricordata da Beda il Venerabile all'inizio del sec. viII (Hist. escl., I, 7). All'inizio del sec. xI gli abb. Aldredo ed Edmero cercarono materiale per riparare la chiesa tra le rovine della città romana di Verulanum. L'edificio attuale risale al 1077 al tempo dell'ab. Paolo di Caen e costituisce la più grandiosa chiesa romanico-gotica d'Inghilterra. Papa Adriano IV dichiarò l'abbazia esente dalla giurisdizione vescovile e le conferì la precedenza su tutte le altre abbazie inglesi; ebbe altri restauri nel secc. xIII e xiv, quando soprattutto fiori. Allo scriptorium di St. A. appartengono Ruggero di Wendower, Matteo di Parigi e Giovanni di Tynemouth. St-A. nel 1521 fu data in commenda al card. Volsey e fu soppressa da Enrico VIII nel 1540. Nel 1553 l'abbazia fu riscattata dalle autorità locali e trasformata in chiesa parrocchiale; essa subí un cattivo restauro nel secolo scorso. Dal 1877 serve di cattedrale per la diocesi anglicana di St. A.

BibL.: W. Dugdale, Monasticon Anglicanum, II, Londra 1846, pp. 178-225; H. Riley, Chronicon monasterii S. Albani, ivi 1872; Perkins, Cathedral church of St. A., ivi 1910; W. Galbrith, The abbey of St. A. from 1300 to the dissolution of the monasteries, ivi 1912; id., The Historia aurea of Yohn, vicar of Tynemouth and the sources of the St. A. chronicle, in Essays presented to Reginald Pole, Oxford 1927, pp. 379-98; A. Gasquet, Abbot

Wullingford, an inquiry into the churges made aquinst him and its monks, Londra 1912; C. Jenkins, The monastic chronicles and the early school of St. A., ivi 1028; W. Lowe - E. Jacob, Illustration to the life of st. A., Oxford 1924; Cottinesu, II, coll. 2578-79.

Enrico Josi
SAINT-AMOUR, Louis-Gobin de. - Giansenista, n. a Parigi il 27 ott. 1619, m. a So-Denis il 14 nov. 1687. Professore e poi rettore della Sorbona, noto per le sue polemiche antigesuitiche e per la difesa delle cinque proposizioni estratte dall'Augustinus di Giansenio e condannate dalla S. Sede.

E famosa una sua pubblicazione: Jou