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ascismo, ma quando si accorse che esso rifuggiva sempre più dall'inserirsi nell'ordine costituzionale, decisamente partecipò a quella che fu detta "l'opposizione nell'aula" (in contrapposto alla secessione aventiniana), e finì poi col ritirarsi a vita privata, senza neppure partecipare ai lavori del Senato, dove era stato nominato nel 1928. Gli ultimi anni dedicò alla stesura delle sue memorie, di cui sono apparsi i due volumi riguardanti La neutralità italiana e L'intervento, entrambi ricchissimi di notizie ed assai oggettivi.

BibL., C. De Bisse, A. S., Roma 1919; A. Torre, s. v. in Enc. Ital., XXX, p. 491 sgg., con bibl.; P. E. Boff, A. S., Piacenza 1923; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia, Torino 1932, pp. 228-39. Renzo U. Montini

SALARIALE, REGIME. - E il regime sociale caratterizzato dal soverchiare, nel mondo del lavoro, della forma retributiva salariale sulle altre forme contrattuali, e quindi della condizione di salariato tra i lavoratori (v. salario). Di fronte a pochissimi imprenditori e capitalisti, che rispettivamente organizzano e finanziano il lavoro, ripartendosene i profitti, e di pochi dirigenti tecnici e amministrativi aventi posizioni sufficientemente stabili e ragguagliate al rendimento, esiste in questo regime una folla di esecutori materiali del lavoro, retribuiti a tempo o a misura, senza garanzia di occupazione.
I. Crisi del r. s. - Tale regime, perché precario, è moralmente insoddisfacente per il lavoratore il quale, elevandosi in quanto a preparazione professionale e a coscienza sociale, sente l'offesa di restare estraneo alla vita dell'azienda, cui partecipa con una crescente somma di intelligenza, di operosità e di iniziativa. Più ancora che dal disagio economico, immediatamente sentito e facilmente espresso, il r. s. è pertanto caratterizzato da un sordo disagio spirituale meno precisamente avvertito e più difficilmente esprimibile; è per questo che la questione sociale assume una virulenza o esplode in forme vendicative che non sono generalmente in proporzione con le cause economiche dichiarate: insufficienza delle paghe o altro. La incontentabilità, anche dei meglio retribuiti fra gli operai, deriva appunto dall'impossibile appagamento delle necessità spirituali con mezzi soltanto economici, e soprattutto dalla mancanza di tranquillità per l'avvenire. Imprenditori e capitalisti, nel secolo del materialismo e del liberalismo economico, non previdero o non compresero il rapido maturare di tali esigenze, e si lasciarono perciò strappare dalle mani le leve del progresso sociale (v. progresso). I lavoratori dal canto loro, obbedendo ad agitatori politici, figli del medesimo secolo, ebbero il torto di porre la questione sopra un piano rivoluzionario universale che irrigidì a difesa la classe padronale, moltiplicandone le ragioni di resistenza: onde alcuni si chiedono se le agitazioni susseguitesi durante un secolo abbiano accelerata o ritardata la evoluzione dei rapporti fra gli elementi della produzione: impresa, capitale e lavoro. Certamente il problema fu posto in modo troppo radicale, tendente a riforme della struttura interna delle aziende che non è possibile riescano felici se attuate in atmosfera arroventata di lotta: e che, a ogni modo, non sono realizzabili allo stesso grado e secondo un eguale modello per tutti gli svariatissimi tipi e dimensioni di azienda, per tutte le situazioni e per tutti i paesi.

Tale intrinseca difficoltà ha funzionato, in effetti, da
freno all'adozione di riforme ormai universalmente auspicate : la minaccia di attuarle mediante imposizioni sindacali o politiche, sempre di scarsa obiettivita o inquinate da demagogismo, ha inutilmente preoccupata la classe degli imprenditori, pur già convinta in massima della opportunità e convenienza di riforme, ma convinte anche della loro pericolosità se realizzate con la violenza, e non accompagnate da altre provvidenze di indole economica atte a rendere tranquille e normali anche le condizioni generali dell'industria e dell'agricoltura, e meno difficili e rischiosi il lavoro produttivo e il commercio.

Anche la maturità professionale e morale dei lavoratori va gradualmente portata all'altezza dei nuovi compiti e delle nuove responsabilità.
II. VERSO NUOVE SOLUZIONI. - Di fronte alla minaccia di una soluzione autoritaria e perciò grossolana, e di insidiose, oggi, soluzioni politico-sindacali che vanno sotto il nome di co-gestione, per cui le nuove strutture nascerchbero inquinate da odi e da errori, si prospetta necessaria una pronta, volontaria, intelligente iniziativa da parte dei singoli imprenditori, nella misura delle reali possibilità offerte da ciascuna azienda; sembrando poter coesistere forme e gradi diversi di collaborazione, associazione e comproprietà, nel modo stesso in cui il progresso dei mezzi di trasporto li lascia coesistere ancora tutti, dal più antico al più moderno, selezionando fra essi opportunamente il lavoro.

Il punto morto può e deve essere superato, e già in Italia e fuori non mancano esempi felici di tali coraggiose iniziative aziendali. Lo spirito cristiano e la solidarieta tra gli imprenditori costituiscono la migliore disposizione per una tale opera: lo prova il successo dell's Union internationale des patrons catholiques * : UNIAPAC (v.) la cui finalità è appunto lo studio, l'incoraggiamento e la realizzazione di consumili iniziative. L'evoluzione del r. s. verso le forme sopraccennate è stata infatti presentata come un conflitto tra capitale e lavoro, ossia tra capitalisti e lavoratori, dimenticando la preminente figura e la funzione sociale dell'imprenditore (v.): ad esso, come colui che chiama il capitale e il lavoro a collaborare con l'idea e l'iniziativa, spetta il privilegio di conservare, o ristabilire quando sia turbata, l'armonia tra i due fattori, attraverso l'armonia tra ciascuno di essi e l'impresa alla quale collaborano. Se la figura dell'imprenditore è andata spesso confusa con quella del capitalista, ciò è forse dovuto all'abuso delle società anonime, nelle quali chi presta il capitale è anche comproprietario dell'azienda, ma non ne esercita le funzioni. La giustizia sociale si realizza col porre sullo stesso piano i tre fattori della produzione, senza privilegi, distribuendo il profitto proporzionalmente al merito. Questa proporzione però non è costante, né rispetto ai vari tipi di industria, né rispetto al tempo: per l'imprenditore e il capitalista, p. es., è generalmente massimo nel periodo iniziale della impresa, quando rischi e incertezze raggiungono il livello più elevato, ma può tornare elevato anche per le imprese più solide, in determinate contingenze politiche, economiche e sociali. Come l'imprenditore può liberarsi dalla mano d'opera esuberante, cosi dovrebbe potersi liberare del capitale divenuto troppo costoso nella fase di normale e sicura vita della azienda, sostituendolo con capitale più a buon mercato.
III. Forme del r. s. - Circa le forme verso le quali il r. s. va evolvendosi, si accenna alle principali. Il cottimo, il salario misto e la retribuzione a incentivo possono venire ancora migliorati e organizzati, fino a dar luogo a piccole imprese quasi autonome, nel seno dell'impresa principale; la compartecipazione agli utili dell'azienda (v. partecipazionismo), l'azionariato operaio e la collaborazione in vario grado dei lavoratori (compresi gli impiegati) alla gestione, il decentramento e l'autonomia di reparti o servizi, i molteplici tipi di contratti in partecipazione e di associazione, di riscatto e di comproprietà sia del prodotto che dei mezzi di produzione presentano una gamma assai ricca di possibilità, alle quali vanno aggiunte

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l'enfiteusi (v.) e la mezzadria (v.) nel campo agricolo; tutte forme sporadicamente sempre esistite e che, anche nei tempi del capitalismo integrale, hanno consentito e tuttora consentono notevoli arricchimenti e un flusso continuo di individui dalle condizioni di salariato alle situazioni indipendenti di piccoli, medi e anche grossi imprenditori, negozianti, commercianti e proprietari.

Le forme cooperative, dove compatibili anche con il fatto produttivo, costituiscono sempre un campo fecondissimo aperto agli operai che mirano a un lavoro indipendente e responsabile : una migliore selezione professionale e una più efficace organizzazione del credito ne consentirebbero senza dubbio uno sviluppo assai più largo, specialmente nei campi dell'artigianato e della piccola industria, del commercio e dei trasporti.
IV. Impostazione marxista e cattolica del problema. - La posizione marxista dinanzi alla evoluzione del r. s. è nota : l'illusione che abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e avocandola allo Stato in nome dei lavoratori questi non saranno più sfruttati in quanto a salario, e si sentiranno effettivamente padroni delle aziende, e l'ostacolo principale a una distensione dei rapporti fra i diversi fattori della produzione, nonché ad un esame obbiettivo della situazione e dei suoi problemi. Del resto la ideologia marxista, pur prevedendo la dittatura del proletariato, non contempla affatto l'abolizione o la trasformazione del r. s., e nella pratica ripudia ogni forma di associazione tra impresa, capitale e lavoro, ovvero di partecipazione agli utili industriali.

L'errore d'impostazione, e di metodo, consiste in questo: che mentre le circostanze storiche e ambientali legate a un certo stadio di civiltà economica hanno prodotto o consentito determinate strutture e istituti, oggi si pretende di mutare tali strutture e istituti senza preoccuparsi di trasformare l'ambiente economico che li ha determinati : ambiente legato essenzialmente al progresso tecnico della produzione, dei trasporti, delle comunicazioni, dello scambio, del credito e delle monete, oltre che alla moralità, e al grado di maturità della cultura. Se non si affrontano e non si risolvono (con mezzi rispettivamente economici o morali, e non politici) questi problemi generali, e quelli specificamente economici della misurazione del valore, dell'assicurazione del risparmio, della mobilità dei capitali, del finanziamento razionale delle imprese, nel perfezionamento delle borse e dei mercati, qualsiasi nuova struttura sociale si troverà a dover lottare contro le stesse difficoltà che fanno gemere le vecchie strutture.

La Chiesa cattolica, dichiarando che il r. s. non è per se stesso contrario alla giustizia e alla morale, si è sempre mostrata favorevole alla sua naturale evoluzione, affrettandola con le opere sociali e con i suoi convegni di studio (v. sFtTIMANE SOCIALI) secondo la formula: Tutti proprietari! invece dell'altra che vorrebbe tutti proletari. E ciò fin da quando la comune interpretazione dei principi della Rivoluzione Francese non consentiva ai lavoratori di organizzarsi e di agire per la difesa dei propri interessi (v. DOTTRINA SOCIALE CATTOLICA).

Nel 1889 si organizzò l'Università cattolica di Friburgo che presto divenne il centro degli studi sociali cristiani. Dopo due congressi internazionali cattolici delle opere sociali (Liegi 1887 e 1890), le attività promosse, le aspirazioni coltivate e gli studi maturati, unitamente ai suggerimenti di G. Toniolo (v.) e dei cardd. Manning (v.) di Londra e Gibbons (v.) di Baltimora, trovarono uno sbocco concreto e un sovrano sigillo nell'encicl. Rerum Novarum (v.) di Leone XIII (1891) dalla quale data un movimento mondiale di rinascita operaia ispirato o vere necessità integrali di una vita migliore nel senso umano e cristiano.

Nei congressi succedutisi in quegii stessi anni venne progettata la necessità di avviare il r. s. verso nuove forme, e vennero proposti fino da allora il salario familiare, la compartecipazione agli utili, l'azionariato operaio (Congresso di Milano, 1894), conferendo vita rigogliosa al movimento cooperativo.

Oggi l'evoluzione del r. s. verso nuove forme può essere accelerata e precisata, oltre che da reali progressi dell'economia, da intelligenti iniziative sociali da parte
degli imprenditori, dalla cultura professionale e dalla moderazione dei lavoratori, infine dalla serietà d'intenti degli uni e degli altri.

Bibl.: R. Rieca Salerno, La teoria del salario nella storia delle dottr. econom., Palermo 1900: C. Cornelissen, Théorie du salaire et du salariat, Parigi 1908; E. Lévasseur, Salariat et salaires, ivi 1909: G. Del Vecchio, Lezioni di economia applicata, parte 15. Padova 1927: U. Tonneau, Salaire, in DTNC, XIV. coll. 978-1016: M. Nigro, La democrazia nell'azione, Roma 1946: M. Lalaire, Les relations sociales au sein de l'entreprise, Parigi 1947: La partecipaz. agli utili dell'impresa, Roma 1948: A. Grazialei, Il salario e l'interesse nell'equilibrio sociale, ivi 1949: J. Haende, L'etica crist. del lavoro, Milano 1949; A. C. L. L. Appunti sull'evoluz. sociale dell'impresa, ivi 1949: P. Pavan, Per una coscienza sindacale, Roma 1949: G. Di Domenico, Il pensiero sindacale e la giusta impostazione del problema econ., Roma 1950: F. Magri, Crisi del salario (Neo-capitalismo del lavoro), Milano 1950: G. Mira, Storia del movimento operaio, Roma 1950: U. C. I. D., Relazioni umane nell'impresa moderna, ivi 1950.

Mario Baronci
SALARIO. - Allorché un lavoratore cede la sua opera a prezzo fisso, cioè per una quantità fissa di moneta, oraria, giornaliera, settimanale, quindicinale o mensile, senza alcun riferimento con la reale produttività del lavoro ceduto, la remunerazione prende il nome di s. e il lavoratore è un salariato : e salariato vengono anche detti l'istituto contrattuale e il regime economico che lo concerne (la parola s. ricorda il sale che serviva, ai tempi dell'antica Roma regia, per compensare i soldati e il lavoro proletario impiegato in opere pubbliche). Anche oggi il termine s. è adoperato per designare la retribuzione corrisposta ai lavoratori del braccio, mentre per gli altri che svolgono un'attività di pensiero e di responsabilità direttiva si usa il termine stipendio.

Il s. può essere: 1) a tempo, se fissato in base all'unità di tempo impiegata nel lavoro (un tanto all'ora). Solo impropriamente si parla di s. a cottimo, se fissato assumendo come criterio l'unità di lavoro (un tanto per ogni lavoro), e di s. a premio, se si prende a base l'unità di lavoro da eseguirsi in un tempo massimo e si retribuiscono con premi le frazioni di tempo risparmiate; 2) assoluto, se fissato in rispondenza ad una famiglia media tipo, in modo da non fare differenza tra lavoratori sposati e non sposati; 3) relativo, se fissato in base alle unità famigliari a carico del lavoratore.
I. Caratteristiche del contratto di s. - Caratteristica sostanziale del contratto salariale è quella di essere senza termine e senza garanzia : onde il rapporto contrattuale può venire rescisso in ogni momento. Pur essendo ineccepibile, se considerato in astratto, come etica e diritto, il salariato rappresenta la condizione meno favorevole che possa venire fatta a un lavoratore capace e volenteroso : sia dal punto di vista del giusto prezzo del lavoro, sia dall'altro della precarietà dell'occupazione e della situazione morale che ne consegue. Purtroppo tale istituto contrattuale è collegato a situazioni e condizioni generali delle industrie, non solo di quelle stagionali o agricole, ma anche di tutte le altre che sono legate alla instabilità dei mercati, e a situazioni politiche ed economiche imprevedibili, fluttuanti e incerte. Per queste ragioni ogni volta che le industrie debbono potersi liberare della mano d'opera eccedente i bisogni reali, e ciò senza eccessivi carichi di indennità, il salariato è abbandonato alla sua sorte. Allo stato attuale delle cose però la maggior parte delle industrie non è in grado di garantire all'operato, e in particolare a quello generico e non specializzato, una condizione materialmente e moralmente diversa dal salariato. Al sistema del s. è connessa una penosa condizione spirituale che ne è la diretta conseguenza : essa, se poté essere scarsamente avvertita e non gravare eccessivamente quando la massa operaia era incolta e avvezza a un regime di vita assai parsimonioso, è divenuta oggi insopportabile per una crescente schiera di lavoratori, la

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più sana, che attraverso la migliorata cultura, l'osservazione dei fatti, la preparazione professionale, la capacità di critica, la vita più varia e confortevole, infine la partecipazione alla vita pubblica, ambisce oramai alle soddisfazioni soprattutto morali dovute al merito, alla collaborazione e all'iniziativa. Si aggiunga che il più stretto contatto con i datori di lavoro e dirigenti non ha, generalmente, giovato all'antico prestigio di costoro agli occhi dei lavoratori.

A tale complesso stato di cose si è cercato di portare attenuazioni e correttivi auspice la Chiesa stessa (v. Quadragismo arno; abrum novarum) mediante provvidenze sociali di varia specie, progressivamente adottate in questo ultimo secolo in tutte le nazioni civili. Tali sono : le integrazioni salariali rappresentate dalle molte indennità per lavori straordinari, gravosi e pericolosi; la garanzia dei contratti collettivi di categoria su scala provinciale, regionale o nazionale, particolarmente per quanto concerne i minimi salariali, le classifiche di specializzazione, i trattamenti di ferie, di malattia, d'infortunio, di quiescenza, il preavviso di licenziamento, le commissioni interne di fabbrica; la scala mobile per l'adeguamento semiautomatico dei s. al costo della vita; le molteplici forme di assistenza, di previdenza e di assicurazione; il contratto di cottimo, che retribuisce alcuni lavori a misura o a numero, e i contratti misti o a incentivo (s. a compito); la meandria, agricola e industriale; i premi di produzione che sotto varie forme compensano i lavoratori più attivi e capaci; la categoria degli intermedl, che rende partecipi gli operai salariati più anziani e sperimentati di alcune condizioni contrattuali, più favorevoli, proprie della categoria impiegatizia; infine il s. familiare, che adegua in qualche misura la retribuzione al bisogno effettivo, zumentandola di tanti separati assegni per quante sono le persone della famiglia a carico del lavoratore.

Tale regolamentazione, che si va facendo sempre più complessa e minuta, ha un suo innegabile valore umano e sociale, tutelando la dignità intrinseca del lavoro: non se ne debbono, però, passare sotto silenzio i lati negativi, consistenti principalmente nel fatto che essa avvantaggia soprattutto i meno meritevoli e meno preparati, senza stimolarli al miglioramento spirituale e professionale, mentre nei riguardi dei più meritevoli e sperimentati essa porta a limitazioni della liberalità generalmente osservata dalle aziende verso i loro più validi e affezionati collaboratori. Ne consegue che all'accrescimento degli oneri sociali obbligatori, si accompagna anche il malcontento dei migliori e un generale minore rendimento del lavoro.
II. Soluzione del problema salariale. - Il s. in moneta dicesi nominale, in quanto non dà la misura dell'effettivo benessere guadagnato dal lavoratore: ragguagliato ai prezzi delle cose indispensabili alla vita, cioè tradotto in prodotti e servigi comparabili con la moneta del s., questo diventa reale.

Le agitazioni sindacali non possono influire che sul s. nominale; da ciò la loro scarsa efficacia pratica nel complesso. Per accrescere is. reali è necessario invece influire sui prezzi e, ciò che è lo stesso, sul potere d'acquisto della moneta, con mezzi economici che il sindacalismo operaio ignora o non è in grado di manovrare (v. prezzo). Accade così che gli aumenti salariali determinando, da soli, un accrescimento dei costi di produzione o una diminuzione dei profitti industriali, fanno generalmente salire i prezzi (v. salariale, regime). Passato, almeno sul terreno delle idee, il periodo cruciale delle rivendicazioni salariali, con le conquiste a cui si è accennato, è opportuno ormai avviarsi a soluzioni integrali e decisive.

La soluzione vera del problema non sta, evidentemente, nei precari accordi sull'altezza del s. tra gli interessati a farli crescere, e gli interessati a mantenerli costanti : ma forse nel riportare sotto questo nuovo clima di rivalorizzazione umana del lavoro, la concorrenza tra i salariati e i datori di lavoro, dopo aver risolta la questione del finanziamento industriale, nel senso di poter equilibrare l'offerta di lavoratori con la domanda di mano d'opera, assicurando quindi ai lavoratori la facoltà e la materiale possibilità di scelta dell'impiego.

Soltanto attraverso tale libertà di scelta i s. salgono
e il merito individuale trova il modo di manifestarsi e di essere apprezzato. Ogni altra provvidenza non rappresenterebbe che un surrogato parziale e di scarsa efficacia. Impediscono attualmente tale libertà l'insufficienza dei capitali, l'impreparazione professionale della mano d'opera, nonché la scarsa mobilità dei capitali e delle forze del lavoro, cui viene impedire dalle politiche di incontrarsi dove e quando sarebbe utile, necessario e possibile.

Nessuna azienda può vivere e prosperare, pur lottando e perfezionandosi, se le vanga sottratto il governo della mano d'opera in quantita, specie e retribuzione; ciò è vero anche per i regimi totalitari e per le aziende statali. E per questo che il problema salariale, nonostante che per urgenza e gravità abbia attirato e attiri l'attenzione e desti le preoccupazioni delle classi e dei governi, non solo non è preminente tra i problemi economici ma, se considerato tale, svia le intelligenze e le buone volontà dallo studio dei problemi sostanziali che sono quelli del risparmio, dell'assicurazione del risparmio e dell'impiego razionale del risparmio (v.).

Dopo un secolo di lotte, è prevalsa nel campo sociale la massima che vieta di considerare il lavoro come una merce soggetta alla legge dell'offerta e della domanda, rivendicando invece al lavoro il suo nobile carattere umano. E una massima però morale e non economica. E vero: la morale sociale può, anzi deve intervenire per correggere le asprezze delle leggi naturali, quindi anche di quelle economiche, ad es., col s. minimo e con quello familiare, come ormai è stato fatto in quasi tutte le legislazioni sociali (v.) : ciò non autorizza però a confondere la scienza economica con la morale fino al punto di negare a quella ogni autonomia nel proprio campo di azione (v. lavoro; salariale, regime).

Il sofisma marxista per cui l'impossibilità per l'operaio di acquistare col proprio s. la merce prodotta col proprio lavoro sarebbe prova di un furto del capitale sul s. del lavoratore, è tutt'uno con il crollato assionad del valore misurato dalle ore di lavoro. Produzione e cambio sono due atti distinti che si realizzano sotto regimi e secondo leggi diverse : il costo di produzione, che non è formato soltanto di s., non ha relazioni obbligate col valore di scambio che viene stabilito o consentito dal mercato (v. scambio).

Bim... oltre le tabl. alla voce salariale, regime: D. Le-fchure-D'Ovidio, Le leggi speciali del s., Napoli 1934.

Mario Baronci
SALATHIEL (ebr. Sēealtī̄ēl - " domandato da Dio "). - Padre di Zorobabel (v.) in Est. 3, 2; 5, 2; Neh. 12, 1; Agg. 1, 1. 12. 14; 2, 3. 24; I Par. 3, 17 e nelle genealogie di Gesù (Mt. 1, 12; Lc. 3, 27).

Siccome in I Par. 3, 19 Zorobabel è detto figlio di Phadaia, fratello di S., sorge la questione se S. sia padre naturale o soltanto legale (per la legge del levirato [v.], o per altri motivi) di Zorobabel (parecchi codici greci però hanno S. al posto di Phadaia in I Par. 3, 19). Una questione analoga sorge dal fatto che in $L c .3,27$ S. è detto figlio di Neri, mentre in Mt. 1, 12 è detto figlio di Iechonia (come in I Par. 3, 17). Anche in questo caso, l'uno può essere il padre naturale, l'altro il padre legale. Non è probabile l'opinione di Cornelio e Lapide che distingue il S. dei Vangeli da quello del Vecchio Testamento. In Judt. 8, 1, nella Volgata, si legge S. tra gli antenati di Giuditta; ma questa è una variante di Salaniel.

Bib...: F. Vigouroux, s. v. in DB, V (1912), col. 1368 sg. Pietro De Ambroggi

SALAZAR, Francisco Domingo de. - Domenicano, primo vescovo di Manila, n. nel 1512 a Labastida (Roja) sull'Ebro, m. a Madrid il 4 dic. 1594. Entrò nel convento domenicano di S. Esteban a Salamanca il 16 nov. 1546, dopo aver studiato presso quella Università dove ebbe per maestro Francisco de Vitoria (v.).

Nel 1548 si recò nel Messico, dove insegnò teologia ed ebbe il grado di "magister". Poi fu missionario nella

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provincia di Guajaca, dove energicamente prese le parti degli Indiani. Dal 1558 al 1560 accompagnò una spedizione spagnola alla Florida. Fu poi priore in Messico, vicario provinciale e primo consultore del S. Uffizio nel Nuovo Mondo. Fu inviato a Madrid per difendere gli interessi della provincia e tutelare i diritti degli Indiani; fece impressione sul re, Filippo II, che lo presentò come primo vescovo di Manila, cretta il 6 febbr. 1579 come suffraganea di Messico. Con 20 domenicani e 6 sacerdoti secolari salpò per il Messico, donde le navi solevano fare vela per le Filippine. Causa la peste S. arrivò con due soli domenicani nel Messico, di cui uno dovette rimanervi a motivo della malattia. Altri 4 gesuiti gli si unirono. Nel marzo del 1581 approdò a Manila. Ivi costruì la Cattedrale e un ospedale per gli indigeni ed il 16 ott. 1582 tenne il primo Sinodo diocesano, approvato con breve di Gregorio XIV il 18 apr. 1591. Il 14 apr. 1586 riunì i missionari in una giunta, la quale decretò di mandare il gesuita Alonso Sanchez in Spagna per difendere gli indigeni. Coi religiosi, e specialmente con gli Agostiniani, sostenne un lungo conflitto per far valere i diritti del vescovo contro i privilegi dei religiosi. Il 18 giugno 1583 scrisse a Filippo II una lettera sostenendo che la Spagna aveva il diritto di occupare militarmente la Cina, sebbene situata nella sfera d'influenza portoghese, e di aprire con le armi ai missionari la via alla evengalizzazione della Cina fino allora chiusa. Dopo sette anni, in un'altra lettera a Filippo II del 24 giugno 1590 ritratto tale teoria, per cui sarebbe stato lecito aprire la strada ai missionari con le armi.

Si meritò il nome onorifico del «Las Casas delle Filippine» per la sua lotta contro i tributi imposti dagli Spagnoli agli indigeni e specialmente contro il governatore Gomez Perez Dasmariñas. Nonostante la tarda età il 26 giugno 1591 si mise in viaggio verso la Spagna per far trionfare presso il Re la causa missionaria delle Filippine. Filippo II si dichiarò disposto a dotare l'arcidiocesi di Manila e le diocesi di Nueva Segovia, Nueva Cáceres e Cebú. Con bolla del 14 ag. 1595 Manila fu separata da Messico ed elevata a provincia ecclesiastica autonoma. S. era già morto a Madrid all'età di 82 anni.

BibL.: II. M. Ocio y Viana, Reseña Bibliocr. de los Reliziosos de la Preo: del S. Rosario de Filippua desde su fundación hasta nuestros dias, Manila 1801, parte 1a. pp. 34-49; J. FerrandoJ. Fonseca, Hist. de los pp. Dominicos en los Islas Filipinas y su sus Misiones del Japón, China, Tung-hin y Fornona, Madrid 1870, t. I. passim; H. Bernard, La théorie du protectorat civil des Missions en pays refable (Suárez), Lovanio 1937, pp. 261-83 (non parla della ritrattazione del S.).
Nicola Kowalsky
SALE (Nella liturgia). - Il s. era usato nei sacrifici presso gli Ebrei (Lev. 2, 13), i Romani e i Greci.

I Romani attribuivano al s. un effetto apotropaico, ossia la potestà di cacciare i demoni; davano infatti al neonato nel giorno lustrale, l'ottavo dopo la nascita, un po' della mala salsa. Deriva forse da questo rito l'uso del s. nel Battesimo? Nella Chiesa latina infatti il s. esorcizzato e benedetto si dà al battezzando fin dal tempo di s. Agostino (Conf., I, cap. 11; De catechizandis rudibus, cap. 25). La prima testimonianza romana è la lettera di Giovanni Diacono (Papa Giovanni I, 324-26?) al Senato. Presso i cristiani il S. simboleggia la infusione della sapienza (dice infatti il battezzante: "Accipe sal sapientiae... "), la lotta contro la putredine del peccato e la integrità della vita morale. Questo rito, detto a Sacramentum cathecumenorum», che si ripeteva nel corso della preparazione, non si trova nei riti orientali. Il s. benedetto inoltre viene tenuto in grande venerazione dal popolo e usato contro molti mali sia delle persone che degli animali, nei campi, contro le tempeste e contro il fuoco.
![img-17.jpeg](img-17.jpeg)

Salem, diocesi di - Catechiste di Maria Immacolata che si dedicano all'assistenza dei poveri della diocesi.

Il s. esorcizzato si adopera inoltre: a) per la confezione dell'acqua santa; b) nel rito della consacrazione della chiesa, per la consacrazione dell'altare, per fare un'acqua benedetta speciale detta "acqua gregoriana»; c) nella benedizione detta "maggiore", "ad omnia valde necessaria et maxime pro peste animalium "o "ad pecora "o "pro mortalitate», in uso dal sec. a. Mangiare il s. è simbolo di unione e di fedeltà (Num. 18, 19 e II Par. 13, 5) sia presso gli Ebrei che presso i popoli orientali ancora oggidì.

BibL.: A. Franz, Die kirchlichen Benediktionen in Mittelalter, I. Friburgo 1909, pp. 154-92, 221-29; L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturgik, I, ivi 1932, pp. 304-306 e II, ivi 1933, pp. 247-48, 269-70, 455-60. Pietro Saffrin

SALE, diocesi di. - E situata nello Stato di Victoria (Australia) e fu eretta il 10 maggio 1887 con territorio distaccato dall'arcidiocesi di Melbourne, della quale fu dichiarata suffraganea.

Comprende il Gippsland. Ha una superficie di kmq. 26312 con una popolazione di 69.000 ab . I cattolici sono 18.000 e gli altri protestanti. Sacerdoti diocesani 23, religiosi 3, fratelli 11, suore 102. Distretti 15, chiese 39. Scuole primarie 14, secondarie 4.

BibL.: P. Moran, History of Catholic Church in Australia, Sydney s. d., pp. 849-50; Australasian Catholic Directory, Sydney 1952, p. 294 sgg. Saverio Paventi

SALEM (ebr. Sálēm, Settanta $\Sigma \alpha \lambda \varepsilon \dot{\varepsilon} \mu$ ). - Città cananea, di cui era re Melchisedech (Gen. 14, 18; Hebr. 7, 1-2) e che corrisponde a Gerusalemme, come mostra il parallelismo con "Sion" in Ps. 75 (76), 3. Il rapporto con il nome Gerusalemme, accad. Urusalim, Uruslim(mu), non è chiaro: S. può essere un'abbreviazione, con allusione al nome di un'ipotetica divinità S., Salim.

Secondo la Volgata, i Settanta e il siriaco di Gen. 33, 18, Giacobbe, di ritorno dalla Mesopotamia, venne a S., "città dei Sichemiti». Ma, secondo l'ebraico, è da intendersi che da quel viaggio "Giacobbe arrivò sano e salvo (ī̄lēm) nella città di Sichem ".

Secondo il greco di Iudt. 4, 4 (omesso nella Volgata), una vallata in Samaria si chiamava S.; qualche studioso l'identificò con una odierna località di nome Salim, a est di Nábulus (Sichem).

Giovanni Rinaldi
SALEM, diOcesi di. - Nell'India meridionale. La missione fu iniziata nella parte sud della diocesi dal gesuita Roberto de Nobili, i cui confratelli la estesero poi nella parte nord.

Le vicende della evangelizzazione si confondono con quelle della missione del Maduré (v. mADHURAI, diocesi

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(101. Euc. Catt.) Salernitana, scuola - Prescrizioni terapeutiche di Gualtiero Salernitano. Cod. del sec. xili - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 7674, f. $50^{\text {r }}$.
di). Nel 1675 predicò nella regione s. Giovanni di Brito. Dopo la conquista fatta dai re di Srirangapatnam la massima parte del territorio passò alla missione di Mysore, mentre la parte settentrionale fu aggregata alla missione carnatica. Soppressa la Compagnia di Gesù, i missionari delle Missioni Estere di Parigi ebbero prima cura dei cristiani esistenti nei territori di dominio francese, poi degli altri nelle diverse missioni già affidate ai Gesuiti. Il 26 maggio 1930 le zone del distretto di S., incluse nella diocesi di Kumbakonam e Mysore e nell'arcidiocesi di Pondicherry, vennero staccate per erigervi la diocesi di S., dichiarata suffraganca della metropolitana di Pondicherry e affidata alla Società delle Missioni Estere di Parigi. Il 3 marzo 1949 la diocesi di S. venne affidata al clero secolare indiano. I suoi limiti sono gli stessi del distretto civile di S. che fa parte della presidenza di Madras.

Ha una superficie di kmq. 17.656 e una popolazione di 2.810 .000 ab., dei quali ca. 35 mila sono cattolici, 5 mila protestanti, 75 maomettani e 2.700 .000 indù. Vi lavorano una trentina di sacerdoti indiani, 22 missionari di Parigi, 6 salesiani, 2 gesuiti e 13 fratelli di s. Gabriele dediti alla scuole. Ca. 7 suore indigene e 50 di nazionalità straniera, appartenenti a varie congregazioni, si occupano dell'istruzione della gioventù femminile e di opere di carità. Tutta la diocesi è divisa in 20 distretti con residenza del sacerdote; le stazioni primarie sono 26 , quelle secondarie 75 con un totale di 21 chiese e 66 cappelle. Il Seminario minore con l'annesso probandato conta complessivamente 75 slunni; alcuni chierici studiano nel Seminario regionale di Bangalore. Vi sono parecchie scuole elementari, medie e superiori; orfanotrofi 6, i ricovero per vecchi. La diocesi possiede anche una tipografia. Fiorenti le associazioni di Azione Cattolica, le confraternite e le opere pie.
BibL.: AAS, 23 (1931), pp. 36-38; MC, 1950, pp. 244-45. Pompeo Borgna

SALERIO, Carlo. - Missionario e fondatore delle Suore della Riparazione, n. a Milano il 22 marzo 1827, m. ivi il 29 sett. 1870. Da chierico partecipò alle barricate del 1848 , poi si arruolò nel battaglione volontario degli studenti lombardi (nella compagnia dei seminaristi), operando a Mantova e Custoza.

Tornato al Seminario e ordinato sacerdote, fu tra i primi allievi del nascente Istituto delle Missioni Estere ( 1850 ) e parti con la prima spedizione ( 1852 ) per la Melanesia e Micronesia, dove lavorò tre anni, esponendo più volte la sua vita e comprometterndo la sua salute per sempre. All'epocrolato abbinò lo studio del suo campo di lavoro, si che i risultati delle sue ricerche geografico-ctno-logico-religiose furono pubblicate dalle Mittheilungen di Goche (1862) e le sue raccolte formarono il primo Museo missionario del Seminario delle missioni e arricchirono quelle del Museo civico di Milano.

Professore d'inglese al suo Seminario, fu anche infaticabile apostolo, confessore, conferensierc e predicatore, accoppiando la larga veduta alla più rigida pratica e direzione spirituale. Nel 1857-59 dette vita ad una nuova istituzione, chiamata allora Istituto delle Pie Signore di Nazareth, dedito all'educazione delle minorenni pericolanti o pericolate, unendo, in seguito, il nuovo cenacolo a quello consitudo fondato a Venezia dalla ven. Anna Marovich. Giovane di irrefrenabile vivacita e pur di fermissimo proposito, mori a neppure 43 anni e lasciò larga copia di scritti inediti di sacra oratoria e di direzione spirituale.

BibL.: anon., Memorie della vita del venerato p. fondatore e superiore don C. S., Milano 1912; G. B. Tragella, C. S. Apostolo della fede e dello riparazione 152:47-, Milano 1947.
Giovanni B. Tragella

SALERNITANA, SCUOLA. - In essa, in Salerno, si rifugiano il più puro spirito classico e la medicina monastica che ivi si trasforma in medicina laica, restando, però, indenne da pratiche magiche o superstiziose. Pur non avendo prodotto nulla di nuovo, la s. s. ha il merito indiscusso di aver tramandato il pensiero medico nella espressione più pura e di esser stata la prima scuola fiorita nell'Occidente cristiano.

Le prime notizie risalgono al 904 , quando, secondo documenti, un salernitano era medico alla Corte di Francia; nel 984 il vescovo di Verdun, Adalberone, andò a Salerno per curarsi. Tralasciando le leggende sull'origine della s. s. il problema si restringe sull'origine laicale, asserita dal De Renzi, e su quella monastica sostenuta dal Puccinotti. Secondo le più moderne vedute, i Benedettini furono i primi esponenti ed animatori della scuola; essi, più che negli altri loro numerosi monasteri, in Salerno trovarono una tradizione medica e qui ebbero centri di ospedalità aggregati ai monasteri, dove anche per regola venivano ospedalizzati i pellegrini. Comunque, nel primo periodo (precostantiniano), i principali nomi sono in prevalenza di ecclesiastici, a cominciare da Guarimpoto o Garioponto, vissuto nel sec. xi, ritenuto dal Cappuccini ecclesiastico e chiamato subdiaconus nel Liber Confratrum della Confraternita dei Crociati di Salerno. Anche la sua opera, Passionarias, dimostra già dal titolo il carattere religioso. Pietro Clerico fu contemporaneo di Guarimpoto e scrisse una Practica, assai simile all'opera del precedente. Altro esponente di questo periodo è l'arcivescovo Allano I (v.), m. nel 1085. Accanto a questi ecclesiastici, però, non mancano noti laici che costituivano intere famiglie quali i Cofoni ed i Platesri; né mancano le donne dedicate all'arte medica, tra cui eccelle Tracta, che si dedicò all'arte ostetrica lasciandoci il libro De mulierum passionibus in, ante et post partum. Tra le opere anonime scritte intorno al 1000 non vanno dimenticate lo Speculum hominis, in versi, e l'Antidotario salernitano, codificazione delle ricette usate nella pratica ospedaliera. In questo periodo va particolarmente notata nel pensiero medico e nelle opere, di cui nessuna è originale, l'assenza completa di dottrine magiche ed astrologiche.

Caratterizzano il secondo periodo (periodo di fulgore constantiniano, 1100-1300) la venuta di Costantino

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l'Africano (v.), il maggiore esponente della s. s., e un moderato influsso arabistico, che coincidono con il diffondersi della fama della scuola e il conseguente maggior afflusso di studenti e di maestri di chiara fama. Aggiungasi che lo Stato intervenne a regolamentare la scuola conferendole un carattere ufficiale. Federico II, infatti, con le sue Costituzioni Federicioue stabiliva non potersi esercitare l'arte medica se non con l'approvazione di una commissione di maestri di Salerno; il corso di studio doveva avere la durata di cinque anni, preceduti da tre di logica; i chirurghi, infine, dovevano aver frequentato per almeno un anno le lezioni di chirurgia e dimostrare di aver seguito le lezioni di anatomia.

Anche in questo periodo non mancano le famiglie dei medici; delle già nominate, i Cofoni hanno il loro maggiore esponente in Cofone il Giovane, autore di un trattatello di anatomia; i Plateari, con Giovanni II e III e Matteo il Vecchio; quella dei Ferrario, originata da un tal Giovannaccio, di cui si deve ricordare Giovanni II medico e signore di Gragnano. Tra i medici isolati di questo periodo, degni di nota: Giovanni da Procida, Giovanni Afflacio e Niccolò Salernitano. Fu allievo della s. s. anche Pierre Gilles de Corbeil, ecolaro di Musandino e Plateario, fiorito nel sec. xir, il quale, tornato in patria, fu archiatra di Filippo Augusto.

Il dottrinario salernitano, pur basandosi sulla teoria umorale ippocratica, si completava con tutte le branche allora di dominio della pratica medica. Particolare interesse era dato all'uroscopia che studiava le urine nei loro aspetti più esterni, quantità e colore; la s. s. portò a nuove interpretazioni diagnostiche, facendo virare l'uroscopia verso l'uromanzia, scienza prettamente medievale. Maestro Mauro scrisse un trattato De urinis e si occuparono della materia anche i maestri Sacco, Ursone, Giovanni Plateario e Pierre Gilles de Corbeil. Di contro, coltivarono l'oculistica maestro Zaccaria. Davide Armenio, autore del Tractatus de oculis, Camanosoli che tratta della nosologia, della terapia e della chirurgia oculare secondo la s. s.; ma eccelle Benvenuto Grasso o Grafeo, della seconda metà del sec. xirI, autore dell'Ars probata oculorum.

Merito indiscusso della s. s. è quello di aver riportato in onore il pensiero anatomico e lo studio dell'anatomia, che, dall'epoca di Galeno, era decaduta e quasi dimenticata. Con le Costituzioni federiciane, invece, come si è detto, lo studio dell'anatomia era imposto a quanti volessero esercitare l'arte chirurgica. Ma dall'editto di Federico non può provarsi che si trattasse di anatomia humanorum corporum e che venissero fatte autopsie umane, limitandosi lo studio anatomico umano alla sola conoscenza dei testi galenici. La più nota opera salernitana in tale campo rimane l'Anatomia porci di Cofone il Giovane, fiorito alla fine del sec. xi; trattatello assai breve, in esso ci si limita a una elencazione dei principali organi e alla posizione di quelli più appariscenti alla sezione; tra brevi osservazioni personali, si nominano i vasi lattei dell'intestino che poi Gaspare Aselli identificava con i vasi chiliferi da lui scoperti. Si occuparono anche di anatomia maestro Mauro (ca. 1170) e maestro Ursone, cui devesi attribuire un trattatello già ritenuto anonimo.

Vero vanto della scuola fu la chirurgia che subì notevole incremento per lo sbarco nell'Italia meridionale dei Crocati Reiti, reduci di Terra Santa. Ed ecco che in Salerno la chirurgia, decaduta, e solo esercitata da empirici ciarlatani, torna in mano a illustri maestri. Primo a riabilitare la chirurgia è Pietro Clerico, vissuto dopo il mille e autore di una Practica. Ma grande esponente è Ruggero di Frugardo, nativo di Parma e vissuto tra il sec. xir e xiri, autore dell'opera Post mundi fabricam, meglio nota come Rogerina. Ancor più noto Rolando da Parma, autore di una Cirurgia meglio nota come Rolandina, allievo del precedente e, fiorito intorno al 1250 . Si trattava soprattutto di chirurgia esterna, ma in casi di necessità non rifuggiva
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Salerno, arcidiocesi di - Panorama dall'aereo - Salerno.
dal ricorrere a una vera chirurgia cavitaria, sia pure a solo scopo riparatore.

Anche la terapia medica era assai progredita e dai testi si può desumere come fosse stato assimilato quanto di meglio era nelle opere di Galeno e di Avicenna, senza pertanto che fosse posta una netta distinzione con le norme igieniche. Compendia la terapia e l'igiene salernitana l'opera anonima Reginem salernitanum in versi leonun, che la tradizione vuole primieramente scritta per Roberto di Normandia e che dai 556 versi iniziali fu man mano ampliata.

Segue un terzo periodo (p. di decadenza) dovuto sia al sorgere delle università come scuole ufficiali, sia ai privilegi concessi da Federico II allo Studio napoletano. Tuttavia con alterne vicende la scuola seguitò a vivere fino al sec. xix e venne abolita ufficialmente solo per il decreto di Gioacchino Murat in data 29 nov. 1811.

Bibl.: S. De Renzi, Stor. documentata della scuola med. di Salerno, $2^{\circ}$ ed., Napoli 1827; F. Puccinotti, Stor. della medie., II, parte 10, ivi 1860, p. 317 e sgg.; A. Pazzini, Il pensiero medico nei secoli, Roma 1946, pp. 112 e sgg.; id., Stor. della medicina, I. Milano 1947, p. 401 e sgg.

Gustavo M. Apolloni
SALERNO, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi della Campania. Ha una popolazione di 276.950 ab., tutti cattolici; conta 164 parrocchie, servite da 229 sacerdoti diocesani e 103 regolari; ha 24 comunità religiose maschili e 65 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 347).

Storia. - Fino al sec. viI, quando cioè nel 646 S . venne strappata a Bisanzio dai Longobardi, la città era passata dai Romani ai vari conquistatori senza notorietà. Durante l'occupazione romana in S . si era stabilita una comunità di Ebrei, e ciò può aver favorito l'introduzione del cristianesimo nei primi secoli dell'Impero, come attestano alcune iscrizioni sepolcrali databili prima del sec. v (CIL, X. 1, nn. 664-74). L'istituzione della sede vescovile può essere avvenuta tanto nel sec. Iv quanto prima, ma mancano le fonti. Manca pure ogni testimonianza sui primi vescovi, quantunque non solo siano considerati tali, ma venerati come protettori della città. Si ricordano Bonoso (Acta SS. Maii, III, p. 373), Gramszio (ibid., Octobris, V, p. 671). Vero (ibid., IX, p. 47), Eusterio (ibid., VIII, 436) e Valentino o Valentiniano (ibid., Novembris, I, p. 657). Altri autori variano l'ordine e spostano il tempo del loro governo, ma senza fondamento: tutti restano avvolti nell'ombra, come due altri presuli santi, "Cyrinus* e *Quingesius* o «Quingesius», nonostante che a favore di questo ultimo, se a lui veramente bisogna considerarle dirette, restino tre lettere di Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 743, 654, 712 ).

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Salerno, arcidiocesi di - Interno della Cattedrale, costruita nel sec. xI. rifatta nella $1^{\text {a }}$ metà del ' 700 - Salerno.

Il primo storicamente certo è il sesto della serie, quel Gaudenzio (499) che partecipò al Concilio romano di papa Simmaco. Il successore Asterio ( 536 e 555-60) intervenne quale legato della S. Sede al Concilio di Costantinopoli (Mansi, VIII, pp. 877-1141; Jaffé-Wattenbach, 958); nel secolo seguente Luminoso, a quello romano di Martino I (649) e Giovanni, a quello di papa Agatone (680). Dei presuli del sec. viII si hanno molti nomi, ma nessuna testimonianza, ad eccezione di Leone (n. nel 761). Dal secolo seguente la serie dei vescovi è pressocché continua, forse anche perché, divenuta S. nell'839 la capitale di uno Stato longobardo indipendente, in conseguenza del nuovo prestigio e del sempre maggiore sviluppo della città, le cronache si fanno meno aride e le testimonianze storiche più numerose. Si sa così che il vescovo Pietro (834) edificò la chiesa di S. Giovanni Battista; che sotto il vescovo Landemario (872) si costruì la chiesa di S. Massimo e che Bernardo ( 909 ) eresse fra l'altro il campanile della chiesa di S. Giovanni. Un altro presule dello stesso nome trasferì nel 954 da Porto a S. le reliquie di s. Matteo patrono della città.

L'ultimo della serie dei vescovi e primo di quella degli arcivescovi fu Amato (981), sotto il quale nel 984 Benedetto VII elevò S. a sede metropolitana con giurisdizione prima su Acerno e Campagna, quindi su Satriano, Capaccio, Pesto e poi sulle altre attuali. Il successore Dauferio (991) vide la devastazione del monastero di S. Benedetto ad opera dei Saraceni; Grimoaldo (993) ottenne da Giovanni XVI la tutela e la protesione della S. Sede; Benedetto (ror6) il privilegio del pallio. Già da questi primi arcivescovi ha inizio quel potere feudale della Chiesa salernitana che, favorita invece che danneggiata dalla conquista normanna ad opera di Roberto il Guiscardo (1075), diventa nel xiri sec. effettivamente il più grande feudo dell'Italia meridionale, secondo soltanto a Palermo. Nel ro58 saliva sulla cattedra di S. il grande Alfano, eccellente poeta (RIS, VI, p. 34) e presule nobilissimo, che ottenne dal Pontefice la facoltà di nominare e consacrare undici vescovi suffraganei, intervenne al Concilio romano di Niccolò II (ro59) e a quello di Benevento, vide erigere il duomo da Roberto il Guiscardo (1079) e accolse l'esule Gregorio VII che riposa nel bel sepolcro erettogli dal duca normanno. Al successore Alfano II toccò di accogliere nel ro93 Urbano II, il Papa che sei anni dopo accordava a S. il primato su Conza e Acerenza, confermato nel 1100 da Pasquale II, Romualdo, nominato nel 1121, fu cardinale di S. Maria in Via Lata
c assistette all'incoronazione di Ruggero I; di lui si ricorda il pavimento musivo della Cattedrale. Altro benemerito presule fu Romualdo Guarna (1153), il celebre cronista dell'epoca che trattò la pace tra Adriano IV e Guglielmo I, ospito Alessandro III (1165) ed ebbe un ruolo di prim'ordine nelle trattative di pace tra il Pontefice e Federico Barbarossa. Alla morte di Niccolò d'Ajello (1221), che con il fratello aveva subito il carcere in Germania ad opera di Enrico VI e con lui era stato liberato da Filippo di Svevia per le preghiere di Celestino III ed Innocenzo III, il papa Onorio III, non tenendo conto dei diritti del Capitolo, nominò direttamente Cesario d'Alagno di Amalfi, al quale il clero salernitano aveva negato in precedenza il canonicato. Ma Federico II non riconobbe questa elezione e fece sapere che avrebbe impedito l'ingresso nella diocesi. Per cinque anni, a causa di tale dissidio, la sede fu vacante; e quando il nuovo eletto potè entrare nella diocesi si dice abbia esclamato: Quem soluisti in fratrem, habetis in pastorem. Fu questo il più grave episodio che infranse le antiche tradizioni nella nomina dei presuli, cosi che quando nel 1263 fu eletto Matteo della Porta, l'amico di s. Tommaso d'Aquino, l'opposizione di Manfredi costrinse a rimandare la consacrazione.

Questo stato di cose indusse Bonifacio VIII ad abolire l'elezione capitolare, riarrivandone il diritto alla S. Sede. Infatti, dopo la morte di Filippo Capuana (1298), egli nominò arcivescovo il provenzale Guglielmo di Godorio il quale inaugura la serie dei prelati francesi che sedettero sulla cattedra salernitana. Un tentativo del Capitolo per riavere il privilegio perduto non trovò l'accordo necessario e Clemente V poté ancora servirsi della nuova prerogativa. Cosi, con la scomparsa di quella consuetudine, la Chiesa salernitana perdeva di colpo il suo alto prestigio ed iniziava una lenta decadenza interrotta soltanto dall'epoca d'oro dei Sanseverino. Non pochi tuttavia furono gli uomini illustri, tra cui taluni cardinali, che cenarono la sede salernitana. Si ricordano soltanto Giovanni d'Aragona, principe della casa di Spagna (1472), e il card. Marco d'Ostos, spagnolo (1692), riformatore del clero e restauratore di numerosi edifici cittadini.

Nel 1818 Pio VII con la bolla De uiliari dominicae limitò a suffraganee di S. soltanto le diocesi di Capaccio, Policastro, Marsico Nuovo, Nocera dei Paganí e Nusco, e nello stesso tempo nominò l'arcivescovo di S. perpetuo amministratore della cattedrale di Acerno.

Per la regione conciliare, v. Lucania.
Monumenti. - La Cattedrale, eretta da Roberto il Guiscardo (1079-84) e dedicata a s. Maria degli Angeli, fu consacrata dal pontefice Gregorio VII. Costruita sull'area dell'antico Duomo, venne del tutto trasformata dai restauri settecenteschi dell'arcivescovo Bonaventura Poerio e Paolo de Vilhana Perlas; poi parzialmente ripristinata durante i grandi lavori eseguiri nel primo trentennio del secolo. Consta di un atrio, della chiesa superiore e della cripta. L'at