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; e le bombe fecero il resto: la cupola della Cattedrale e altre chiese furono distrutte, le opere religiose soppresse. Da ricordare come segno della ripresa religiosa l' "Österr. Borromäuswerk" (1946) per la stampa cattolica, la Commissione permanente dell'episodio austriaco per la liturgia, con sede nell'Istituto liturgico presso l'abbazia di St. Peter (1947), l' "Österr. Institut für Caritaswissenschaft " per la preparazione dei laici all'opera sociale, e la rinascita dell'Università Cattolica.

L'attuale arcidiocesi ha 9715 kmq., con 456.000 ab., di cui 380.000 cattolici (la sola città di S. conta ormai più di 100.000 ab.). E divisa in 19 decanati con 200 parrocchie. Ha bene organizzati i Seminari maggiori e minori. Esiste inoltre la Facoltà teologica. S. è nota anche come luogo di origine della Società di S. Pietro Claver per le missioni africane.
IV. Università, istituti di cultura. - Nell'abbazia di Sankt Peter (v.) fiorirono sempre gli studi sacri e profani; pertanto essa esercitò di continuo un influsso notevolissimo nella vita spirituale della città e dell'antico principato. Lo stesso vale, relativamente all'abbazia di Nonnberg, per il sesso femminile. Vi fu inoltre nel medioevo la scuola del Duomo. Ma la gloria di S. barocca nel campo scolastico è la sua Università benedettina, sorta, dopo molte difficoltà, con il definitivo aiuto del principe arcivescovo Paria di Lodron e l'appassionata collaborazione dei Benedettini di S. e della Baviera. Nel 1617 sorse dapprima un ginnasio; nel 1620 ( 9 marzo) si ebbe il diploma imperiale; nel 1625 ( 17 dic.) la conferma pontificia di Urbano VIII; nel 1623 l'apertura dell'Università. Intorno al 1700 sorse accanto all'Università la celebre " Kollegienkirche", creazione barocca di prim'ordine. Notevole il fatto che l'Università di S. era l'unica università cattolica nella quale anche la storia avesse un insegnamento pratico e universale. La Baviera la soppresse subito ( 24 dic. 1810); continuò però in suo luogo una specie di liceo, fino al 1850 , quando fu ristabilita la Facoltà teologica.

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Sin dal 1884 esiste il \& Kath. Universitätsverein o per la fondazione e dotazione di una completa Universita cattolica. Dopo un arresto durante e in seguito alla prima guerra mondiale, il periodo nazista distrusse l'opera vicina alla realizzazione. Ora tutto è ripreso; sono stati aggiunti la Facoltà filosofica, e vari Istituti superiori. Dal 1931 si tengono a S. le "Salzburger Hochschulwochen ", corsi superiori estivi internazionali universitari, molto rinomati. A S. esiste poi la "Studienbibliothek " con più di 1200 mss., più di 4600 incunaboli e più di 100.000 volumi. Dal 1880 si ha poi il noto istituto internazionale "Mozarteum" per la musica. A S. infatti ebbe i natali il grande musicista W. A. Mozart (n. nel 1756) che esordl la sua carriera con l'appoggio del principe arcivescovo. Fama mondiale ha il "festival " (Salzburger Festspiele) fin dal 1917, ripreso nel 1925, durante la stagione estiva, con grandiose manifestazioni, soprattutto drammatiche, sul sagrato della Cattedrale.
V. Aetz. - Oggi S. si presenta a prima vista come città barocca : detta anche la Roma germanica per le sue molte cupole dominate da quella della Cattedrale. Questa è il principale monumento sacro della città. E dedicata ai ss. Ruperto e Virgilio. Distrutta la primitiva costruzione iniziata da s. Virgilio (774), si ebbe durante il sec. xir la ricostruzione in grandiose forme romaniche, influenzate dalla Sassonia, con grande atrio tra due torri quadrate, tre navate interne con nave traversa e altre due torri rotonde, cupola ottagona e altre due piccole torri con scale nel presbiterio. Seguirono rinnovamenti gotici e abbellimenti interni: grandiosi altari, sculture e opere d'arte di ogni genere, tanto che la cattedrale di S. era tra le più grandiose della Germania. Gravemente danneggiata da incendio nel 1598 , fu rasa al suolo dal 1600 in poi. Wolf Dietrich di Raitenau, principe arcivescovo, chiamò Vincenzo Scamozzi che elaborò un primo grandioso progetto ispirandosi a S. Pietro di Roma e al Gesù (1606-10), ma nel 1610 quando Wolf Dietrich pose la prima pietra il progetto era già semplificato. Il suo successore, Marco Sittico, fece redigere da Santino Solari un terzo progetto, eseguito dal 1614 al 1628. I due campanili furono terminati nel 1655 . La facciata è di marmo bianco, tutto il resto dell'esterno in pietra grigia (lunghezza 100 m ., larghezza 70, cupola 72 m .). L'esterno è puro Rinascimento, l'interno primo barocco, con ricco arredamento di vari artisti. Nel presbiterio dieci tombe arcivescovili dal 1619 al 1771 e grandioso organo del sec. xviri. Dalla vecchia Cattedrale proviene la vasca battesimale del sec. xir; il Tesoro racchiude cimeli d'ogni età.

La piazza del Duomo con le arcate di G. A. Dario ( 1660 ) forma un grandioso quadriportico, con in mezzo il monumento all'Immacolata (1771), del Hagenauer. Accanto sorge la sontuosa residenza (ora sede del governo) dei principi arcivescovi, sorta sul posto dell'antica del 1120 ca . e rinnovata nel sec. xvi (dal 1595 fino al 1619 , con aggiunte nel 1788 -92), che nel suo insieme attesta la potenza dell'antico principato. Sulla piazza davanti sta la fontana della residenza (1631-61), di Tommaso di Garona, la fontana rinascimentale più bella di oltr'alpe.

Un'altra residenza fu la fortezza di Hohensalzburg, iniziata come castello nel 1077, ricostruito in gran parte da Leonardo di Keutschach, con Palazzo, chiesa e tutti gli accessori. Le sale principesche ("Fürstenzimmer ", soprattutto la "goldene Stube") rivelano grande gusto e raffinatezza; un unicam la stufa in mainlica, del 1501, di cui ogni singola formella ha una plastica propria. La fortezza, ampliata nei secc. xvir e xviri, domina con la sua vastissima mole la città. La residenza del "suffragaues" di Chiemsee fu il Chiemseehof, vastissimo edificio, medievale e barocco, ma poi molto trasformato, ora altra sede del governo. Notevole la "Hofapotheke" la farmacia ufficiale, con interno e arredamento dal 1520 al 1700 . Tutta la città è piena di altri monumenti profani dei principi, come fontane, scuole di cavalleria, bagni per i cavalli, palazzi, case borghesi, di mercanti, con cortili ad arcate, ecc.

Delle molte chiese va soprattutto ricordata quella dei Francescani, fino al 1583 chiesa parrocchiale della città : sorta nel sec. viri, ricostruita nel sec. xiri, in forme romaniche pesanti, dedicata nel 1221. Il coro romanico fu sosti-
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(101. Bildarchiv d. G. Nationalbibliothek)

Salisburgo - Antifonario (sec. xir). Ministara raffigurante l'offerta del libro a s. Pietro - Abbazio di St. Peter.
tuito nel $1408-32$ ca. dal maestro Hans Stethaimer con un luminoso coro gotico, in forma di "Hallenkirche", con pilastri altissimi, in forma di palme, e un deambulatorio di effetto grandioso. Il campanile è del 1486-98. Per l'altare maggiore si chiamò l'artista più grande delepoca, Michele Pacher, ma del suo lavoro (1486-98) non rimase che la statua della Madonna; il resto fu sostituito dall'altare barocco di J. B. Fischer v. Erlach (1709-11). Da notare il camposanto, presso la chiesa di S. Sebastiano, di A. Bertoleto ( 1595 -1600), con arcate intorno, e moltissimi monumenti; nel suo mezzo il mausoleo a cupola di Wolf Dietrich.

L'aspetto barocco di S. le viene dalle molte chiese a cupola in questo stile. In un primo tempo vi costrui molto Gaspare Zugalli, con aiuto di altri artisti italiani; di lui soprattutto le chiese di S. Erardo (1685-89) e di S. Gaetano ( 1685 - 1700), molto caratteristiche, in forme barocche italiane. Segue il periodo di J. B. Fischer v. Erlach, architetto imperiale di Vienna. Di lui sono la chiesa della S.ma Trinità (1694-1702), con le due ali della Paggeria e del Seminario; la sua opera maggiore a S. è la "Kollegienkirche", cioè chiesa dell'Università (16941707) dedicata all'Immacolata. Meno grandiosa la costruzione delle chiese di S. Giovanni, dell'ospedale (1699-1714) e delle Orsoline (1699-1705). Tutte queste chiese sono decorate da vari artisti locali e di fuori, con molto gusto.

Fra i vari castelli sono da ricordare Mirabell, costruito nel 1606 da Wolf Dietrich di Raitenau, ricostruito da J. L. v. Hildebrand nel 1721-27, con grandioso parco; dopo l'incendio del 1818 rimaneggiato da P. Nobile. Si è conservata la scalinata interna, con i celebri puttini in piombo fuso di R. Donner (1726). Il castello di Hellbrunn (1613-15) costruito dall'architetto della Cattedrale, S. Solari, celebre soprattutto per i vari giunchi d'acqua (1615-19); il teatro all'aperto, per commedie italiane, e il "Nonatsschlössl " costruito in un mese. Del già nomi-

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nato J. B. Fischer v. Erlach è anche il castello di Klessheim, di forme molto sobrie, quasi classiche, mentre il castello di Leopoldskron (1736) è più semplice e intimo. Nella città sarebbero ancora da nominare il Municipio del 1407 , rimaneggiato nel 1616 , e il truforo sotto il Mönchsberg, il "Neutor" ( 123 m .) dell'inizio del sec. xvir.

Puori della città di S. non si può omettere di mentovare alcune fra le opere d'arte più rinomate. Mattsce, fondata nel 777 , collegiata romunica con decorazione barocca; Tamsweg, nel Lungau, con chiesa in onore di s. Leonardo, piena di opere d'arte (vetrerie medievali, affreschi dei secc. xiv e xv, e tcle della famiglia dei pittori Lederwasch. che conta almeno 18 maestri durante due secoli). Vicino è Mariapfarr con altri celcchi affreschi nella chiesa parrocchiale. Tra i santiari mariani il più frequentato è quello di Maria Plain, presso S., chiesa di A. Dario (1671-74); per l'incoronazione della statua W. A. Mozart scrisse la nota "Krdnungsmesse", - Vedi tav. CV.

Bini., fonti: A. v. Meiller, Regesta archiepice, Saluburg. 17-6-1546, Vienna 1866; A. Brachmann, Germania Pont.. I. Provincia Saluburg. et etnographia Tridentina, Gotinga 1910-11; W. Houthaler-F. Martin, Salzburger Urkundenbuch, 3 voll., Salisburgu 1898-1918. Studi: W. Hund, Metropolis S., Innebradt 1582; $2^{\circ}$ ed., di Gewold, 1620 (ancora utile per la ricchezza di noizze). M. Hansiz, Germania sacra, II, Augusta 1720; H. Dalham, Cumulus Saluburg., Augusta 1783; J. Dürbriger, Heitor. Statist. Handbuch der Ereditäz. Salzb. in ihren hentigen Grenzen, 3 voll., Salisburgo 1862-67; G. Reitlechner, Mietunischer Salzburg. Innsbruck 1904; H. Widmann, Gesch. Salzburg., 3 voll., Salisburgo 1907-14; P. Lindner, Monastieun Metropolis Salisb., ivi 1908; A. Brac?mann, Die Kurie und die Salzburger Kirchenprovinz., Vienna 1912; G. Swazzenski, Die Sulzb. Malerei, Vienna 1913; J. Mühlmann, Der alle Dom zu Sulzb., ivi 1923; F. Martin, Kunstgesch. von Sulzb., ivi 1923; id., Sulzb. Fürsten in der Berachzeit, Salisburgo s. a.; Ch. Greina, Die fürstercbisehäß. Kurie und das Stadtdekanal Sulzb., ivi 1929; E. Tronck. Kirchengesch. Österreichs, I, Innsbruck 1932; II, ivi 1940, passim (v. indicii; W. Mayer, Der Tiroler Anteil des Eb. Salzburz. hiechen- kunst- und heimatgesch., dal 1936 in corso di pubblicaznone; K. Ginhart, Die bildende Kunst in Österreich, 3 voll., Baden 1936-39 (indici: molto materielc); K. O. Wagner, Alt-Sulzb., Vienna 1947; R. Schaffran, Kunstgesch. Österreichs, ivi 1948; R. K. Dunn, Vinz. Scamozzi u. der Einfluss Venedige auf die Sulzb. Architektur, Innsbruck
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(lat. Fides)
Salisbury, vicariato apostolic o di - Il missionario porta gli ultimi conforti della Fede ad un negro morente.

1948; V. Redlich, Die Sulzb. Benediktiner-Universität als Kulturerscheinung, in H. Tausch, Bovediht. Mönchtum in Osterr., Vienna 1949; F. Hagen-Dempf, Die Kallegiechische in Sulzb., ivi 1949; H. Decker, Sulzb. Flügelaltar des Veit Stoss, ivi 1950; L. Santifaller, Forschungen u. Vorarbeiten zur "Austria Sacra". I, parte 10, Vienna 1951; A. Riegl, Sulzb. Stellung in der Kunstgesch., ivi s. a.; A. Schmiedbauer, Sulzb. Gestalt und Antlitz, Salisburgo 1952. La pubblicaz. più specifica per l'arte sono i volumi della Osterr. Kunsttopographie, pubbl. dalla Soprintendenza delle arti (Vienna). Per S. vengono in considerazione i voll.: 17 (1918), per la peristoria; 9, 13, 16 (1912, '13, '14) per la città stessa; 10, 11, 20, 22, 23, 28 (1913, '16, '27, '28, '34, '40) per il paese e i suoi distretti (pubblicaz. ufficiale, completa, critica).

Giuseppe Löw
SALISBURY, vicariato apostolic o di. - E situato nella Rhodesia meridionale e ha origine dalla Missione "sui iuris" dello Zambesi eretta il 2 luglio 1879, con territorio in parte distaccato dal vicariato (post. di Natal, ora arcidiocesi di Durban, avendo il vicario apost. rinunziato (cf. lettera della S. Congr. di Prop. Fide, 10 ag. 1876) a un tratto del territorio estendentesi fino al $18^{\circ}$ di latitudine meridionale.

Nel 1881 il card. prefetto di Propaganda estese le facoltà dei missionari gesuiti anche al territorio portoghese del basso Zambesi. L'area della missione era di $1.206 .975 \mathrm{kmq}$. e si estendeva dalle sorgenti alle foci del fiume Zambesi. Nel 1890 il territorio portoghese fu distaccato dalla missione. Il 28 giugno 1912 furono modificati i confini con il vicariato apost. di Nyassa. Il 9 marzo 1915 fu elevata a prefettura apostolica. Il 14 luglio 1927 la regione settentrionale al corso dello Zambesi fu eretta in prefettura apost. di Broken-Hill e il restante territorio fu chiamato prefettura apost. di S. Il 4 genn. 1931 da essa fu distaccata la zona meridionale e occidentale per formare la Missione «sui iuris» di Bulawayo, che il 18 luglio 1932 fu elevata a prefettura e il 15 apr. 1937 a vicariato. La prefettura apost. di S. il 3 marzo 1931 fu elevata a vicariato apost. Il 14 nov. 1946 i distretti sud-orientali furono distaccati per formare la prefettura apost. di Fort Victoria, elevata a vicariato il 24 giugno 1950.

Ha ora una superficie di 120.127 kmq ., con una popolazione europea di $84.57^{0}$ e non europea di 995.000 ab . I cattolici sono : europei 5500 , indiani 345 , di colore 111 , na-

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(da H. Schafer-G. Andras, Die Kunst des alten Oravels, Berbina 1855, tav. 16).
Salmanasan - Parte superiore dell'obelisco di S. III; nella seconda scena il re ebreo Iehu offre il tributo.
tivi 41.888, catecumeni 7727 . Sacerdoti 79, fratelli 41, suore europee 311, native 118 . Catechiati 193, Chiese 69. Scuole 174, ospedali 12, orfanotrofi 11. Stazioni missionarie ca. 30.

Biol.: AAS, 4 (1912), p. 473; 7 (1913), p. 148; 19 (1927), pp. 376-77; 23 (1931), pp. 376; MC, 1930, p. 138; The Catholic Directory of South Africa 1932, Città del Capo 1932, pp. 414-28. Saverio Paventi
SALISTRI, Giovanni Crisostomo. - Scolopio, n. a Firenze il 4 marzo 1654, m. a Roma il 10 dic. 1717. Ad una vasta cultura filosofica, teologica e soprattutto ascetica accoppiò le virtù proprie di un santo.

Chiamato ancor giovane a Roma, fu il fondatore ed organizzatore del celebre Ospizio apostolico di S. Michele a Ripa, voluto da papa Innocenzo XI, Odescalchi, cui il S. fu carissimo. Nominato visitatore delle case dell'Ordine in Polonia, compì un viaggio faticosissimo : in tale occasione scrisse e diede alla stampa in Varsavia il volumetto Theopistos per difendersi dalle accuse di molinismo mossegli in sua assenza presso la Curia romana. Pienamente giustificato, ebbe al suo ritorno più cariche, e soprattutto quella di generale delle Scuole Pie, con cui l'onorò Clemente XI nel 1706. Il suo governo fu uno dei più esemplari. Terminato il sessennio, si ritirò al suo diletto Ospizio apostolico. Pubblicò molte opere erudite e di carattere ascetico e mistico.

Biol.: G. Jericó, Memorie storiche intorno ai venerabili delle Scuole Pie (versione dallo spagnolo), Genova 1846, pp. 293370; G. Font, in Bollettino bibliografico scolapico, Roma 1936, pp. 10-11.

Leodegario Picanyol
SALLUSTIO. - Filosofo neoplatonico della scuola di Pergamo, vissuto nel sec. Iv d. C. Dissuase l'imperatore Giuliano, di cui era amico, dal mandare a morte i cristiani (Teodoreto, Hist., III, 2), ma fu come lui strenuo difensore del paganesimo.

La sua opera Degli dèi e del mondo, ispirata alle dottrine di Plotino (v.), di Porfirio (v.) e di Proclo (v.), è
una delle ultime apologie dei motivi fondamentali del pensiero e della tradizione religiosa, scritta per il popolo in una forma semplice e disadorna. Non si può dire che il suo intento sia scopertamente polemico: eppure, nella difesa delle ragioni ideali del politeismo accanto al valore metafisico del monoteismo, nonché della funzione propedeutica delle favole e dei miti, nell'insistenza con cui pone in risalto la preectristica morale della tradizione e difende la divinità e l'eternità dell'universo, non si può non avvertire la presenza di una problematica, suscitata non più dal gusto di accademiche esercitazioni, ma dalle sollecitazioni di un vivo conflitto.

Biol.: Ilsp: $\pi \varepsilon \hat{\varepsilon} \varepsilon \nu \mathrm{~s} \alpha \mathrm{\alpha}$ : $\pi \dot{\alpha} \alpha \mathrm{\alpha} \alpha \mathrm{\alpha}$, ed. di G. Noudé, con trad. lat. di L. Allatius, Roma 1638; ed. crit. moderna di A. Darby Nork (con trad. inglesc), Cambridge 1926; trad. francese di A.-J. Festugière, in Trois divots polemt, Parigi 1944; E. Passamonti, La dottrina dei miti di S. filatolo neopl., in Rend. dell'Assail. dei Lincei, cl. sc. mor. stor. e filol., $5^{\circ}$ serie (1892), pp. 643664; F. Cumont, S. le philosophie, in Rev. de philat., 1892, pp. 49-56; E. Bionniuti, Il nexvalere del paganesimo, in Riv. relig., 4 (1928), p. 339 sg.; cf. Uberwec, I, p. 153 sg. Giuseppe Faggin
SALMANA (ebr. Salmnnnā). - Principe dei Madianiti, che insieme a Zebec uccise i fratelli di Gedeone. Questi, chiesto invano aiuto agli abitanti di Soccoth e di Phanuel, loocilità nei pressi del fiume Iaboc, li catturò ed uccise, probabilmente dopo di averli condotti in Ophra, sua città (Indc. 8, 4-21). Gedeone, oltre che usare di un diritto di guerra, intese vendicare così il sangue dei suoi fratelli (cf. Ex. 21, 12; Num. 35, 16-18). L'episodio è rievocato anche in Ps. 82, 12.
Angelo Penna
SALMANASAR ("Sulmānn-aíarid [a]). - Il nome (= Sulmān [dio guerriero del tipo di Ninurta] primeggia ${ }^{\circ}$; ebr. Salman'éser) appartenne a 5 re assiri fra il 1200 e il 700 a. C. Tra quelli. S. III (858-824) e S. V (727-722, nominato in II Reg. 17,3 sgg., 18, 9 sgg.) sono d'importanza per la storia d'Israele.
S. III, politico abile e guerriero tenace, è fra i grandi re che "gettarono le basi della potenza imperiale dell'Assiria" (Sidney Smith).

Delle sue gesta informano numerose iscrizioni cuneiformi, specialmente gli "Annali " (riguardo al genere letterario e alle edizioni assire differenti cf. gli studi di J. M. Peñuela e R. Follet). S. consolidò ed entese le conquiste del padre Aššur-nāṣir-agal (883-859). Debelló in cinque spedizioni Aḅuni di Bit-Adini, lo Stato più potente degli Aramei "fra i due fiumi" (859-855), impossessandosi della via carovanaera sull'Eufrate. Più impegnativa fu la lotta per la sottomissione degli staterelli neo-hittiti sull'Oronte inferiore, sull'Amano ed in Cilicia, per rendere libero l'accesso ai cedri ed alle miniere del Tauro ed alla via carovanaera sulla costa del Mediterraneo, nel quale già nell'858 "lavò (ritualmente) le mani " del suo esercito. Ma quel bel successo economico gli arrise soltanto dopo avere sostenuto varie dure battaglie (caduta definitiva di Quē e di Tarso nel 732). S. era contrastato da una forte coalizione capeggiata da Irbuleni di Hamāb e Madaú-idri (Hadad-ezer) di Damasco. Nella guerra accanitissima S. vinse sempre più; ma non poté distruggere il nemico, nemmeno con la "mobilitazione generale" di tutti gli uomini capaci di portar armi che fece nella primavera di quasi ogni tre anni. Fu probabilmente una vittoria avversaria la famosa battaglia di Qarqar ( 853 a. C.) : il "monolito" di S. dà di essa un "comunicato di guerra", che insiste sulle " enormi perdite" del nemico e sull'immediato ritorno dalla "vittoria" spettacolare; la battaglia è di somma importanza per la cronologia biblica: anche ad Akabba mai Zor'dejā, da identificarsi con il re d'Israele Achab (v.), S. avrebbe annientato 2000 carri e 10.000 fanti. Anche le invasioni dell'848 e 849 fallirono. La situazione però cambiò nell'841, dopo che Hazael (v.) ebbe trycidato Hadadezer e Iehu (v.), abbandonata la coalizione: Hazael fu battuto nonostante che si fosse fortificato sul Monte Senir (Hermon) e dovette ritirarsi a Damasco le cui mura però S. non seppe forzare; allora S. devastò il paese, specialmente i frutteti attorno a

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Damasco, fino ai monti del Hawrân. Raccolse però vantaggi politici : non solo Iehu (scena dell'obelisco nero) pagò tributo, ma anche Tiro e Sidone; e l'Assiria ebbe poi il controllo non contestato della costa mediterranea da Byhlos al Tauro.

All'est S. è forse il primo re assiro che invase la Media (v.); a sud-est del Lago di Urmia e nel Parsuaš i suoi successi furono effimeri. Lo stesso deve dirsi delle spedizioni alle fonti dell'Eufrate e del Tigri, al Lago di Van, sulle cui rive nella capitale a Turuipaš regnava Sarduris I, re dell'Urartu (v.): vi esercitò forte pressione, ma non ebbe successo decisivo.

Brilla però l'abilità politica di S. nelle relazioni con la Babilonide, nella quale affermò l'influenza assira. Buon vicino ed amico di Nabû-apal-iddin (m. nell'852), continuò la stessa politica con l'erede legittimo Marduk-zâkir-šumî. Questi chiamò S. in aiuto al nascere della ribellione del fratello Marduk-bêl-usâtê, che aiutato da gran parte del popolo babilonese si era affermato all'est del Tigri. In due campagne S. ridusse il ribelle e castigò inoltre le tribù caldee a sud di Babilonia. Il «liberatore» allora ritornò, visitando da pio re i santuari più notevoli dell'antico Sumar e offrendo, specialmente a Babilonia, sacrifici (e pranzi) spettacolosi, con ricchi doni ai cittadini.
S. fu amministratore avveduto dei suoi paesi e di quelli conquistati. Seppe scegliersi ottimi collaboratori e consiglieri. Perciò durante la ribellione del figlio Asbur-dan-apal (827), che fu aiutato da 27 città, e la guerra civile fra lui e Samši-Adad V (823-811), l'Impero non scoprìo: ciò si spiega, sembra, con le guarnigioni e le colonie ben salde e con tutta la rigida amministrazione delle province assire.

Di S. V (727-722), a causa della brevità del regno (e forse per opera di Sargon II, che lo depose), non si trovano quasi iscrizioni cunciformi. Così il suo regno si svolge nel buio della storia. A detta di Menandro di Tiro assedì una volta Tiro. La Cremaca babilonese gli attribuisce un saccheggio di Sabara'in, ben identificabile con Si bhirajim (Ez. 46, 16). In tale occasione deve avere iniziato la guerra contro il re d'Israele Osca (v.) e l'assedio di Samaria (v.). Regnò in Babilonia con il nome Ululai.

Bibl.: su S. V bastano i commenti biblici. Su S. III: A. L. Oppenheim, in Ancient Near Eastern Texts relating to the Obi Testament, Princeton 1950, pp. 276-81. Sui testi ora trovati del Museo dell' 'Irâq: J. M. Peñuela, Las inscripciones de S. III, in Sebirad, 3 (19:3), pp. 251-88; id., La data de reconstrucción del templo de Anu-Adad en Asur, ibid., 4 (1944), pp. 119-56; E. Michel, Die Assurtexte S. III, in Die Welt des Orients, 1 (1947-92), pp. 3-20, 57-71, 235-71, 383-96, 454-73 (con tavole; studio magistrale); G. G. Cameron, The annals of S. III, a new text, in Samar, 6 (1930), pp. 6-26; Paul Safar, A further text of S. III, ibid., 7 (1951), pp. 3-22; R. Fuller, Nova quaedam de suo Annalium S. III..., in Verbum Domini, 30 (1952), pp. 227-33; J. M. Peñuela, in Biblica, 34 (1953).

Pietro Nabor
SALMANTICENSI. - Teologi carmelitani scalzi di Salamanca, che scrissero due grandi cursus di dogmatica e di morale. Dopo che il Collegio dei Carmelitani scalzi di Alcalá (Complutum) aveva iniziato (1624), con grande successo, il Cursus Complutensis di filosofia, per decreto del supremo consiglio dell'Ordine (cioè della Congregazione di Spagna) venne pubblicato dai Padri del Collegio teologico di Salamanca (fondato nel 1581) un corso di teologia sotto il titolo: Collegii Salmanticensis Fratrum Discalceatorum B. M. de M. Carmelo cursus theologicus summam theologicam D. Thomae complectens.

Non è un ordinario commento alla Summa theologica dell'Aquinate, ma una vasta trattazione ( 14 voll.) scolastica, che ha per fine di spiegare e approfondire la dottrina di s. Tommaso; secondo lo Scherben è l'opera più grande e più completa della scuola romistica. Gli autori furono : il p. Antonio della Madre di Dio (1583-1637), che se ne fece iniziatore e abbozzò per il corso intero il metodo da seguire. Scrisse il vol. I: De Deo uno (Salamanca 1631), il II: De Deo trino (Segovia 1637) e il III: De angelis (ivi 1637). Dopo la sua morte il p. Domenico di S. Teresa ( $1604-60$ ) compilò il IV: De fine ultimo, de beatitudine (Salamanca 1647).

Il p. Giovanni dell'Annunciazione (1633-1701) aggiunse i voll. V-XI con i trattati: de Gratia, de iustifcazione, de merito, de fide, spe, caritate, de statu religioso, de Incarnatione, de Sacramentis in genere, de Eucharistia (Lione 1679 e 1687; Barcellona 1694). Ai quali il p. Antonio di S. Giovanni Battista (1641-99) aggiunse il vol. XII in due parti : de paenitentia (Lione 1704, Madrid 1712). Così la pubblicazione di questo corso si protrasse quasi un secolo, sia per la morte prematura dei primi autori, sia per le difficoltà tipografiche. Nonostante la diversità degli autori e il lungo decorso della composizione, l'opera sembra di un solo getto e segue costantemente la dottrina di s. Tommaso. Un compendio dello stesso corso pubblicò il p. Paolo della Concezione nella sua opera: Tractatus theologici iuxta s. Thomae et cursus Salmanticensis doctrinam ( 5 voll., Madrid 1722-29). L'ultima edizione di tutta l'opera uscì in 20 voll. (a Parigi 1870-83) presso il Palmé.

Il medesimo Collegio di Salamanca pubblicò anche un corso di teologia morale, sotto il titolo: Collegii Salmanticensis FF. Discalceatorum B. M. de M. Carmelo cursus theologiae moralis ( 4 voll., Salamanca 1665-68). Altre edizioni di questo corso a Lione 1670, Anversa 1672, Madrid 1709, ivi 1717-24. Gli autori sono : p. Francesco di Gesù Maria (m. nel 1677), p. Andrea della Madre di Dio (m. nel 1674), Sebastiano di S. Giosechino (m. nel 1714). Anche di questo corso morale venne pubblicato un compendio del p. Paolo Girolamo di S. Elena (1683-1770), intitolato: Sacrae theologiae moralis medulla (Colonia 1734, Bologna 1772), nonché dal p. Antonio di S. Giuseppe (1716-94) sotto il titolo: Compendium Salmanticense universae theologiae moralis (Roma 1779, ivi 1787, Venezia 1789, Pamplona 1791, ivi 1797, Barcellona 1817, Madrid 1846) e, dopo il nuovo Codice, dal p. Nicola del S. Cuore di Maria (Burgos 1931). Inoltre esiste di quest'ultimo compendio una versione in lingua costigliana del p. Marco di S. Teresa (Pamplona 1805, Madrid 1808, 1849).

Bibl.: Elisco della Natività, Les Carmes de Salamanque, in Etudes carnalitaines, 20 (1935), pp. 122-33; Th. Deman, s. v. in DThC, XIV, coll. 1017-31; F. Stegmüller, s. v. in LThK, IX, col. 1220; Marcello del Bambino Gesù, Les Salmanticenses, in El Monte Carmelo (Burgos), 35 (1937), pp. 339-48; Oridio del Niño Jesus, Para una bibliografia de los Salmanticenses, ibid., 42 (1938), pp. 145-52; Silvetio di S. Teresa, Hist. del Carmen disc. in España, IX, Burgos 1940, pp. 46-56; XI, ivi 1941, pp. 392-617; O. Nerl, Theologia Salmanticensis, Ratisbona 1947 (erudita monografia).

SALMAS, diocesi di. - Diocesi caldea in Persia. Ebbe una serie cattolica di vescovi dal 1560 al 1643 , poi, dal 1709, fu suffraganea di Urmia e diretta dallo stesso vescovo di Urmia. Fedeli (1937) 3500, sacerdoti 4.

La diocesi ha sofferto molto durante la prima guerra mondiale. Nel 1913 contava 10.460 fedeli.

Bibl.: Statistica con cenui storici, in Ann. Pont. 1931. Città del Vaticano 1951, p. 244; Orientalia christiana per., 3 (1938), p. 273 .

Guglielmo de Vries
SALMERON, Alfonso. - Gesuita, esegeta, n. a Toledo l'8 sett. 1515, m. a Napoli il 13 febbr. 1585.

Mentre studiava teologia a Parigi, si aggregò tra i primi compagni di s. Ignazio, con cui fece i voti a Montmartre il 15 ag. 1534. Ordinato sacerdote a Venezia (1537) predicò con successo in varie città d'Italia; nel 1546 fu con il Lainez al Concilio di Trento, come teologo del Papa; nel 1549 si addottscò in teologia a Bologna; indi predicò a Ingolstadt sulla lettera di s. Paolo ai Romani (1549-50); passò di nuovo al Concilio (1551); fondò e diresse il Collegio di Napoli (1551-53); accompagnò il nunzio Lippomani alla Dieta di Asburgo e in Polonia e il card. Caraffa in Belgio (1555-58); fu provinciale a Napoli ( $1558-76$ ) partecipando nel frattempo per la terza volta al Concilio. Dal 1576 alla morte attese alla composizione delle sue opere.

La principale è costituita dai 16 voll. dei Commentari sulla S. Scrittura, dove non solo spiega i passi biblici, ma tratta, all'occasione, gli argomenti dogmatici, morali

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e di diritto ecclesiastico, che vi si connettono: voll. I-XI, in evangelicasa historiam (Madrid 1597-1601, Colonia 1602-1604); XII, in Acta Apostolorum (ivi 1604); XIII-XV, in omnes epistolas b. Pauli (ivi 1604); XVI, in epistolas canonicas et in Apocalypsim (ivi 1604). Altre opere: Sermones in parabolas evangelicas (Anversa 160x); le Epistoloe furono stampate in Monumenta hist. S. I, 2 voll., Madrid 1906-1907; il trattato sulla giustificazione secondo la lettera ai Romani, in Concilium Tridentinum; Diariorum, Aetorum, ecc., XII, a cura di V. Schweitzer (Friburgo in Br. 1929), pp. 727-36. Inedita rimane la maggior parte delle altre sue opere: prediche, controversie, ecc.

BibL.: G. Boero, Vita del p. A. S., Firenze 1880; I. Torres, Vida del p. A. S., Barcellona 1887; A. Astrain, Hist. de la Compañia de Jesús en la asistencia de España, II, Madrid 1903; III, in 1909, v. indice; J. Olozaren, En el IV centenario de un voto tridentino del jesuita A. S. sobra la doble justicia, in Estud. ecclesióst., 20 (1946), pp. 211-40; P. Tacchi Venturi, Storia d. C. d. G. in Italia, II, I e II, Roma 1950-51 (v. indice).

Celestino Testore
SALMI. - Composizioni poetiche, di preghiera o d'insegnamento, adibite nel culto sia israelitico sia cristiano, la cui collezione di 150 forma nella Bibbia il libro dei S. o Salterio (v.). Il libro dei $S$. occupa tra i libri sacri un posto di primo piano: presso gli Ebrei solo il Pentateuco lo precede in importanza; nel Nuovo Testamento è il libro più citato, dopo quello di Isaia. La Chiesa lo accolse come espressione della preghiera pubblica e come libro profetico, e pertanto fra i libri del Vecchio Testamento è il più usato e più commentato.

Il nome del Salterio, nel testo masoretico Tëhillim ("Laudi"), non si può applicare con rigore ai singoli s., che sono vari per indole e contenuto. Lo stesso è del nome greco $\psi \alpha \lambda \mu \circ i$ : $\psi \alpha \lambda \mu \circ ́ c$ infarti traduce l'ebraico mizumbr "canto da eseguirsi con strumenti a corda".

Il numero dei s. tanto nel testo masoretico che presso i Settanta è di 150 ; ma si deve notare che per i Settanta (seguiti dalla Volgata) Ps. 9 comprende Ps. 9-10 ebr., e Ps. 113 comprende Ps. 114-15 ebr.; sono invece divisi in due i Ps. 116 e 147 ebr. (rispettivamente Ps. 114-15 e 146-47 gr.) : all'ingrosso la numerazione del testo masoretico supera di un'unità quella dei Settanta da Ps. 10 a Ps. 147. Entrambe le numerazioni sono imperfette (p. es. Ps. 42 e 43 formano certo un solo s.); però gli studiosi moderni seguono in generale la numerazione ebraica. Alcune ripetizioni riducono poi alquanto il numero reale dei s. Così Ps. 53 ripete Ps. 14; Ps. 70 ripete Ps. 40, 14-18; Ps. 108 risulta di Ps. 57, 8-12 più 60, 7-14.

Le divisioni del Salterio sono testimoni della progressiva formazione del libro. Anzitutto il testo masoretico divide i s. in 5 ll. (1-41; 42-72; 73-89; 90-106; 107-50), distinti da una breve dossologia posta alla fine dei primi quattro, ed estranea al contesto dei s. in cui si trova. Questa divisione non è accennata dai Settanta, che però, traducendo le quattro dossologie, ne sono un autorevole testimonio indiretto. Anzi il fatto che 1 Par. 16, 36 citi la fine di Ps. 106 e la dossologia che chiude il quarto libro, permette di far risalire la divisione in cinque libri forse al tempo di Neemia.

Ma lo studio comparativo del testo ebraico rivela tre sezioni più ampie e più antiche. Nei ll. I e IV-V infatti per Dio prevale il nome personale Jahweh; invece nei ll. II-III la netta preferenza è data al nome della natura divina, 'Elöhîm, che però si rivela spesso secondario e sostituito all'originale Jahweh (cf. Ps. 14 con 53; 40, 14-18 con 70; inoltre Jahweh è richiesto dalla grammatica in Ps. 50, 6; 80, 5. 8. 20; e dallo stile in Ps. 43, 4; 45,$8 ; 48,15 ; 50,7$ ). La sezione formata dai ll. II-III ebbe dunque, per un periodo, esistenza indipendente dalle altre due, e allora subì la ritrattazione di cui porta le tracce. E probabile che ciò sia avvenuto al tempo del dominio persiano.

Nei ll. II-V si riconoscono inoltre altre collezioni minori e più antiche : tali i s. dei figli di Core (42-49), quelli di Asaph (50; 73-83), tre raccolte davidiche (51-72;

108-10; 138-45), i s. graduali (120-34), quelli del Regno di Dio (92-100), quelli alleluiatici (105-107; 111-18; 134135; 145-50).

La lunga elaborazione che il Salterio dovette subire prima di pervenire allo stato in cui lo trovarono i Settanta è sufficiente da sola a far cadere la sczi cara a parecchi critici indipendenti, che colloca l'origine almeno della maggior parte dei s. all'età dei Maccabei (sec. II a. C.).

I titoli che si trovano in principio di molti s. sono una conferma della loro antichità. In molti con infatti i traduttori alessandrini non riuscirono più a capirne il significato; il che suppone un periodo di tempo lungo quanto basta a farlo scordare. Questi titoli riguardano la natura del s., l'occasione e la modalità dell'esecuzione, gli strumenti su cui devono essere accompagnati, le melodie su cui vanno eseguiti, e specialmente gli autori. Molto si è discusso sul loro valore. Non si possono negare le oscurità e le non infrequenti incertezze dei testi manoscritti. Ci sono anche alcuni errori evidenti, come nel caso di Ps. 136, canto degli esuli in Babilonia, che i Settanta e la Volgata attribuiscono a David. Ma in generale si può dire che l'antichità di cui godono questi titoli e la coerenza con cui sono posti (p. es., i s. davidici si assomigliano per formo e contenuto, e concordano con l'indole di David quale è nota dai libri storici), sono una notevole conferma della tendenza tradizionale.

Gli autori a cui alcuni s. sono concordemente attribuiti sono: David (69), Asaph (12), i figli di Core (10), Salomone (2), Mosè, Eman ed Ethan (1). Gli altri s. sono anonimi o di incerta attribuzione. La questione più importante riguarda David, a cui la critica indipendente ha tentato di sottrarre almeno la maggior parte dei s. che portano il suo nome. E però da notare che i critici procedono principalmente sulla base di pregiudizi sistematici, essendo tutti gli argomenti positivi che si posseggono, in favore dell'« amabil cantor d'Israele» (I Sam. 23, 1). Quanto di lui storicamente si sa attesta il suo talento musicale e poetico; i canti a lui attribuiti ne rispecchiano fedelmente l'anima eroica e gentile, tenera nella amicizia, tutta fiduciosa in Dio, ma talora anche violenta. Non si vuol con ciò escludere che certi s. davidici siano stati, p. es., per ragioni liturgiche, alquanto ritoccati, o abbiano subito qualche aggiunta: ciò non intacca la sostanza della loro autenticità.

Ai problemi storici posti dal Salterio fa riscontro il problema letterario, alla cui soluzione ha dato recentemente un notevole contributo l'analisi dei generi letterari, di cui fu pioniere H. Gunkel. Egli distingue i generi letterari dei $S$. in base alla loro "situazione nella vita", che, trattandosi di testi cultuali, si risolve nella "situazione nel servizio divino", ossia nella destinazione e funzione dei singoli s. nel culto ebraico. Su questa base Gunkel distinse 4 generi fondamentali di s.: inni, lamentazioni pubbliche, lamentazioni private e canti di ringraziamento. Vi sono anche generi minori, come : canti di intronizzazione di Jahweh, s. reali, canti didascalici o sapienzali, canti di pellegrini, ecc. E relativamente facile notare come ognuno di questi generi abbia una struttura fondamentale costante (seppur trattata presso gli Ebrei con assai maggior libertà e varietà di ispirazione che nei generi affini riscontrati in altre letterature orientali). P. es., nei s. di lamentazione individuale si trovano questi elementi : una invocazione iniziale, l'esposizione del caso, un'espressione di fiducia in Dio, una preghiera, e per lo più una promessa finale di grazie e di lodi.

Quest'analisi letteraria (quando non si fermi al punto di vista estetico) può molto giovare alla comprensione del contenuto dottrinale del Salterio. Appunto perché espressione del culto di Israele verso Dio, i s. sono necessariamente espressione della sua fede e della sua religiosità, e perciò sono il documento più ricco e più vario del Vecchio Testamento per la dottrina sia riguardo a Dio che riguardo all'uomo e alle sue relazioni con Dio, che si concretano nella fede messianica. Di Dio per lo più

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è supposta l'esistenza come fatto certo ed indiscutibile; ma talora viene anche espressamente dimostrata (Ps. 8; 19, 2-3; 94, 8-10; 104 ecc.); ma soprattutto vengono esaltati i suoi attributi : bontà, giustizia, fedeltà, misericordia. L'uomo è visto principalmente come incardinato nel popolo e nelle promesse implicate nel Patto; ma anche come individuo se ne esalta la grandezza e se ne afferma l'immortalità come fatto (lo stato dopo la morte è invece circondato di oscurità). L'idea del Messia concorda nei $S$. con quella di tutto il Vecchio Testamento : ha portata universale ed implica il giudizio di Dio su tutte le nazioni. Spesso l'interpretazione messianica dei $S$. è impostata sulla tipologia; non mancano però espressioni e profezie riferentisi al Messia come individuo concreto, come nei s. " messianici " appunto.

Questa ricchezza di contenuto dottrinale e profetico-religioso, unita all'esempio di Gesù, che nei punti culminanti della sua vita usò la parola dei $S$. come espressione dei suoi sentimenti, e alla pratica degli Apostoli e dei primi cristiani palestinesi, spiegano perché la Chiesa abbia fatto dei $S$. la sua preghiera per eccellenza. In questo modo inoltre il libro dei $S$. assurge alla funzione di segno, il più tangibile, se non il più reale, della continuità dei due Testamenti.

Bbai, per il testo della Valgata: G. Haberg, Die Psalmen der Valgata übersetzt u. nach dem Literalienn erhldrt, Friburgo in Br. 1906; J. Knabenbauer, Commentarius in Psalmas, Parigi 1912. Per le traduzioni dal testo ebraico e commenti: F. Wurz, Die Psalmen terzfertisch untersucht, Monaco 1923; D. M. Triveri, I Cantici divini. Introduzione, traduzione, commento estetico, Roma-Turma 1923-26; M. Sales, I S., ivi 1934; H. Herkesten, Das Buch der Psalmen, Bonn 1936; J. Calès, Le livre des Posumer traduit et commenti, Parigi 1936; A. Vaccari, La S. Bibbia tradutia dai testi originali..., IV. I libri poetici, t. Firenze 1949; E. Zolli, Il S., Milano 1931 (versione dell'ebraico e commento). Commenti protestanti: A. F. Kirkpatrick, The book of Psalm, Cambridge 1901; R. Kittel, Die Psalmen übersetzt u. erhldrt, Lipsia 1922; H. Gunkel, Die Psalmen, Gottinea 1933; H. Schmidt, Die Psalmen, Tubinea 1934. La nuova versione latina ufflciona dal testo ebraico fu pubblicata dal Pont. Istituto Biblico: Liber Psalmorum cum Canticis Breviarii Romani, Roma 1943; A. Bos, Il nuovo o, latino. Chiarimenti sull'origine e lo spirito della traduzione, $2^{\circ}$ ed., ivi 1946; P. Galetto, I S. e i Cantici del Breviario romano, ivi 1929.

SALMODIA. - I. Definizione. - Si chiama s. il canto dei salmi e dei cantici della Chiesa. La tradizione liturgica indica tre modi di cantare i salmi, d'onde tre sistemi salmodici : diretto o continuo, responsoriale e antifonico. Il salmo è formato da versetti, ciascuno dei quali consta a sua volta di due membri, separati, nei nostri libri, da un asterisco e rispondentisi secondo il parallelismo proprio della poesia ebraica. Il primo membro è a volte diviso in due incisi a causa della sua lunghezza. Ogni versetto è rivestito d'una formula musicale come nel canto strofico, composta di due parti corrispondenti a quelle del verso. La loro struttura consta di tre elementi : intonazione, tenore, cadenza.

L'intonazione è un breve disegno melodico che serve ad unire il tenore con l'antifona che lo ha preceduto, o, in mancanza dell'antifona, a dargli una intonazione più o meno solenne. A volte si omette; nella s. semplice dell'Uffion, p. ex., non c'è introduzione che al primo membro del primo versetto. Il tenore è formato da tutte le note dell'unisono comprese fra l'introduzione e la cadenza. Si dice anche dominante. A volte è ornata da podatus d'accento. La cadenza consta della melodia con la quale termina il verso. Incomincia al momento preciso quando la voce si stacca dal tenore. La cadenza con la quale termina la prima parte del verso si dice mediante, ed ha solo una proprietà sospensiva; quella con la quale termina il verso è detta finale, ha generalmente un carattere conclusivo ed è quasi sempre più sviluppata. Nel caso della suddivisione del primo membro la nuova cadenza così introdotta si chiama flexa. Questi tre elementi si trovano in tutte le formole salmodiche, qualunque ne sia lo sviluppo melodico, semplice, neumatico, ornato.

1. Sistema diretto. - Tutti i versetti del salmo son cantati di seguito senza interruzione e dai medesimi cantori. Il salmo allora è detto directus, indirectus, tractus. E questa la maniera più semplice di tutte e la più comoda: s. Benedetto la propone per le ore minori e quando la comunità è poco numerosa; ma non precisa il modo di esecuzione. Il salmo è cantato da un solista o dal coro? Il sistema è vario. Presso i monaci egiziani uno solo canta il salmo o la serie dei salmi, mentre gli altri ascoltano in silenzio.

Nella liturgia ambrosiana il coro interno canta con voce comune, mentre a Roma l'Ordo Romanus I non indica che un solo cantore, così Amalario a Metz. Propria della s. diretta è dunque la mancanza dell'alternativa e dell'antifona: sine antiphona in directum, dice s. Benedetto. Nell'uso attuale la s. diretta semplice si riduce ad una recita recto tono con una leggera flessione alla cadenza. La forma ornata si trova al Tractus della Messa. Non esistono che due tipi melodici del Tractus: in sol e in re; il primo, forse il più antico, è il più semplice e il più usato, poiché offre al solista una melodia semplice, facile a cantare e a ritenersi a memoria. Si riscontrano nel tractus questi caratteri comuni : una formola d'intonazione speciale per il primo versetto; una di cadenza molto più ampia sulle ultime sillabe dell'ultimo verso, un tenore doppio, e, infine, la presenza di più cadenze mediane in ogni verso.
2. Sistema responsoriale. - I due altri sistemi appartengono alla s. alternata, dove le voci si rispondono. Qui l'alternativa si realizza fra un solista ed il coro : il solista canta i versetti e il coro intercala una risposta, generalmente breve, di melodia semplice. Questo sistema era comune nei primi secoli e permetteva ai fedeli di partecipare al canto liturgico anche senza una conoscenza perfetta del salterio. I responsori si distinguono per la ricchezza della loro melodia. Fatta eccezione delle melodie semplici come i responsori brevi, o l'Incitatorio, la maggior parte sono ornati : quali i nostri Graduali, gli Alleluja, e ciò si spiega perché queste melodie erano riservate al solista.
3. Sistema antifonico. - Questo sistema, forse meno antico, prese ben presto un rapido sviluppo, soprattutto nelle comunità monastiche. In Occidente fu introdotto principalmente da s. Damasi e s. Ambrogio. Ai tempi di s. Benedetto era già stabilito definitivamente. Esso consiste nell'alternarsi delle due parti del coro al canto dei versetti del salmo e nel riunirsi al canto dell'antifona al principio e alla fine, a volte anche durante il canto dei versetti. Le formole sono più semplici che nel sistema precedente, ed è questo sistema che porta propriamente il nome di s. - Il repertorio gregoriano comprende otto formole salmodiche classificate in otto modi gregoriani (v. canto) (con l'aggiunta del "tonus peregrinus * e del a tonus irregularis *, ambedue fuori serie, estrassi). Questi toni sono determinati soprattutto dal loro tono di recitazione.

Nella s. l'antifona determina il modo e il salmo è cantato nel tono corrispondente. Gli elementi sono identici a quelli degli altri sistemi, benché più semplici. Essi sottostanno a leggi rigorose. a) Nell'intonazione come nelle cadenze i gruppi neumatici sono indivisibili : un gruppo per sillaba. b) Il tenore è unico, ad eccezione del a tonus peregrinus * che ha due tenori. c) Solo le cadenze presentano qualche difficoltà nell'adattamento delle parole alla formula melodica. Il meccanismo ne è tuttavia semplice.

Il medesimo tono salmodico ha più cadenze finali, salvo il secondo e il sesto, i quali non ne hanno che una. Le finali variate sono dette "differentiac " e son destinate a facilitare la ripresa dell'antifona dopo il verso del salmo; e siccome le antifone non incominciano tutte allo stesso modo, è stato necessario modificare la finale delle cadenze per adattarle alle diverse intonazioni delle antifone. Il numero di queste "differentiac " è molto ristretto nell'uso attuale del canto gregoriano; il tono più ricco non ne conta che dieci. Nel canto ambrosiano, invece, sono più numerose; tuttavia ciascuna di esse può essere comune a più toni. Da notare che in questo canto ogni tono ha più tenori possibili, ma non mediante.
II. Uso della littordia. - La s. diretta si usa nella sua forma semplice alle Ore minori dell'Ufficio del

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Salome - S. porta ad Erode e Erodiade la testa di s. Giovanni. Musnici eseguiti sotto il doge A. Dandolo (1343-54) - Venezia,
Trituo sacro, di Pasqua e sua ottava, del a nov., ed in particolari circostanze: alle litanie dei santi, alle Rogazioni, ecc. S. Benedetto la prescrive nei salmi a di attesa a del Mattutino e delle Lodi e alla Compieta di ogni giorno. Tutti questisalmi si cantano, come si è detto, senza antifona.

Alla Messa è usata nel canto del Tractus in una forma ornata. Il Tractus segue una lettura o il canto del Graduale (in seguito alla soppressione della lettura intermedia). Si canta fra la Settuagesima e la Pasqua tutte le domeniche, nelle feste dei Santi e nelle ferie della Quaresima; durante l'anno si trova nel sabato delle Quattro Tempora e nelle Messe dei defunti. Oggi il Tractus non è più cantato da un solista, ma alternativamente, come negli altri sistemi. Non è lecito sopprimerlo né abbreviarlo, non è neppure permesso di recitarlo semplicemente, a meno che l'organo durante il tempo non lo accompagni.
III. S. RESPONSORIALE. - La sua forma più semblice si trova nelle Ore minori dell'Ufficio, dopo il Capitolo: è il responsorio breve, molto corto, quasi sillabico. Il cantore canta il responsorio, il coro lo ripete appresso; poi il cantore dice il versetto e il coro ripete la seconda parte del responsorio, il cantore dice il versetto e il coro ripete tutto il responsorio.

L'Antifonario romano ha conservato melodie diverse per i vari tempi dell'anno. S. Benedetto ha stabilito il responsorio breve non alle Ore minori, ma a quelle maggiori : le Lodi e il Vespro. Lo stesso sistema, un po' più ornato, si ritrova nell'invitatorio e nell'inno Benedictus es del sabato delle Quattro Tempora.

La forma ornata si trova nei grandi responsori del Mattutino, composti come i responsori brevi, ma con un testo più lungo ed una melodia molto più ornata. Questi responsori si cantano dopo ogni lezione. Alcune liturgie monastiche hanno anche un grande responsorio del genere ai Vespri delle feste solenni, al Graduale, all'Offertorio e all'Alleluja delle Messe solenni. Tali brani hanno percuto, oggi, quasi tutta la loro forma di s. Il Graduale è intonato dal solista e continuato dal coro; poi il solista canta il verso e il coro si unisce a lui per cantare la fine del verso a guisa di ritornello. L'Alleluja segue il canto del Graduale ad eccezione del tempo di penitenza. Il solista intona l'Alleluja che è ripreso dal coro e prolungato da un lungo melisma o jubilus, esprimente la gioia; il versetto è poi cantato dal solista e termina con un
jubilus cantato da tutti: poi di nuovo il solista canta Alleluja e il coro continua il jubilus. Il canto dell'Offertorio accompagnava in antico l'offerta del pane e del vino da parte dei fedeli; oggi di questo salmo non resta che una antifona. Solo l'Offertorio della Messa dei defunti ha conservato la forma responsoriale.
IV. S. ANTIFONICA. - Costituisce la parte più importante dell'Ufficio divino. La forma più semplice è usata per i salmi delle differenti Ore. Cantata o semplicemente annunciata l'antifona, il cantore intona il primo versetto del salmo, continuato poi dal primo coro; poi il secondo coro canta il secondo versetto, e cosi di seguito alternativamente sino alla fine. Solo il primo versetto ha una intonazione, gli altri cominciano con il tenore. Nei cantici evangelici però l'intonazione si fa ad ogni versetto. Esiste negli otto toni una modulazione più ornata per la prima parte del verso, della quale si può far uso nei cantici delle feste solenni.

Questo sistema si trova anche all' Introito e alla Comunione nella Messa. Dell' Introito non resta oggi che l'antifona, il primo verso del salmo e il Glorio. I toni sono più ornati di quelli della s. semplice dell'Ufficio: sono anche i meglio conservati nei manoscritti. Vi si riscontra una intonazione a tutti i versetti ed anche a ciascuna parte del verso; le cadenze hanno un disegno melodico più complesso, la cadenza finale del Gloria Patri è ancora p