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lle sue preghiere la sua famiglia e i domini spagnoli.

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S. Francesco Borgia, allora duca di Candia, lo volle anche egli alcuni giorni ospite del suo Palazzo. Nel nov. 1565, quasi cacciato dalla Spagna per la cecità dei suoi superiori, S. venne mandato a Cagliari in Sardegna, dove, nel convento di Gesù-Maria, passò gli ultimi 18 mesi della sua vita circondato dall'affetto e dalla venerazione di tutti. M. il 18 marzo 1567 .

Il culto si diffuse ben presto specialmente nella Spagna e nei suoi territori, in Sardegna e in tutto l'Ordine francescano. Paolo V il 15 febbr. 1606 concesse a S. il titolo di beato, ratificato da Clemente XI il 29 genn. 1711. S. fu canonizzato da Pio XI il 17 apr. 1938. Festa il 18 marzo.

Biss.: F. Gonzaga, De origine seraphicae religionis, Roma 1587; F. Spinelli, Vita e miracoli del b. S. da H., Firenze 1611. S. Vitale, Madreperla serafica, ossia vita del b. S. da H., ivi 1640: anon., Vida y milagros del b. Salvador, Perpignano 1662; Wadding, Annales, XVI, pp. 542-43; XIX, p. 156 sgg.; XX, pp. 15 sgg., 101 sgg., 167 sgg.; P. Guiso, Historia del b. Salvador de H., Cagliari 1732; F. Segui, Vita, miracoli dopo la morte e culto del b. S. da H., ivi 1882; V. G. Berchialla, Vita compendiosa del b. S. da H., ricavata dai processi autentici, ivi 1887; J. Cobell, Vida del b. Salvador de H., Gerona 1906; P. Foguet, El taumatuego catalan, Vich 1927; A. Casu, Il cuore incorrotta del b. S. da H. (Note storiche), Cagliari 1934; F. Diotallevi, Vita di s. S. da H., ivi 1938; P. Paoli, S. S. da H., Roma 1938. Alberto Cogoni

SALVE REGINA. - La più nota e popolare delle quattro Antifone maggiori, che si recitano in onore della S.ma Vergine al termine delle Ore canoniche. Leone XIII ( 6 genn. 1884) l'ha prescritta anche come prece finale nella celebrazione privata della S. Messa (Leonis XIII Acta, IV, Roma 1885, pp. 5-6).

Il testo e l'autore. - Sembra che l'autore del testo sia quello stesso della melodia antica. Come struttura, la S. R. è una prosa ritmica e può considerarsi una sequenza con unica rima in $e$ ( 1 . misericordie»; 2. "salve»; 3. "Heve»; 4. "valle»; 5. "converte»; 6. "ostende"), salvo le due righe di chiusa (in origine due senari) a rima baciata ("pia", "Maria"). Ma per la ricchezza del ritmo, la breve lirica può essere disposta in vari modi, e tutti parimenti armoniosi (cf. J. de Valois, in La Trib. de St-Gervais, 18 [1912], pp. 10-12). Secondo la melodia antica, illustrata da dom Pothier (v. bibl.), la S. R. si può dividere in sette membri di ineguale lunghezza, con vari incisi :

1. Salve, Regina / Mater misericordiae,
2. Vita, dulcedo' et spes nostra, salve!
3. Ad Te clamamus / exules filii Hevae
4. Ad Te suspiramus / gementes et flentes

In hac lacrimarum valle.
5. Eis ergo / advocata nostra,

Illos tuos misericordes oculos / ad nos converte.
6. Et lesum, / benedictum fructum ventris tui,

Nobis post hoc exilium ostende.
7. O Clemens, / o pia,

O dulcis / Virgo Maria.
Le due parole : Mater, nel primo verso (doppio quinario), e Virgo, nell'ultimo (senario), costituiscono una aggiunta posteriore, dovuta probabilmente, almeno per Mater, ad influsso cluniacense, essendo l'espressione mariana Mater misericordiae assai cara ai primi abati di Cluny, dove la $S . R$. fu accolta con molto onore (cf. P. Cousin, cit. in bibl.). Tale interpolazione risale almeno al sec. xili (cf. H. Thurston, in Rev. Clerg. fr., 1917 [cit. in bibl.], p. 521. Il testo, critica della $S . R$. è dato da G. M. Dreves, Anal. Rymn., L, Lipsia 1907, p. 318 sg.).,

L'autore della gloriosa antiphona, come vien detta da un anonimo del sec. xili (cf. H. Thurston, p. 510), rimane incerto. Caduta l'attribuzione a s. Bernardo (cf. Giovanni l'Eremita, Vita s. Bern., 7 : PL 185, 544), trovano invece ancora credito le attribuzioni a s. Pietro di Messaizo, vescovo di Compostella (986-1000), sostenuta, sull'autorità del Durando (Ration., IV, 22), da Eladio Oviedo Arce e da S. Navarro (v. bibl.), e ad Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy-en-Velay (delegato pontificio nella I Crociata, m. il $1^{\circ}$ ag. 1098 ad Antiochia) preferita dagli autori della Histoire litt. de France (VIII, Parigi 1747, pp. 468-72) e dal Vacandard (v. bibl.). In favore di Ademaro sta infatti l'esplicita testimonianza del
cronista Alberico di Trois-Fontaines (m. nel 1240) che, a spiegare il nome di Antiphona de Podio ("Antifona del Puy") dato alla $S . R$., la dice precisamente composta dal vescovo Ademaro (Chron., a. 1130: MGH, Scriptores, XXIII, p. 828). Ma il Blume (v. bibl.) ha dimostrato che l'autore probabile, se non proprio certo, della $S . R$. è Ermanno Contratto (v.), monaco di Reichena, m. nel 1054 (cf. Ioan. Ego, De vir. ill. Augine Div. : PL 143, 9). Certo è che nel cod. Augiensis 55 . del sec. IX (Landenbibliothek di Karlsruhe), al I. 42 un monaco dalla metà del sec. xi (contemporaneo quindi di Ermanno) ha fatto esercizio di scrittura (probatio pennae) riproducendo l's incipit "dell'antifona (Salve, region misericordiae) e facendolo seguire da un tropus per la prima parte della medesima : segno evidente che il "tropo "scelto era allora familiare ai monaci di Reichena, e molto più doveva esserlo la $S . R$. Che questa abbia come luogo d'origine l'abbazia di Reichenao lo conferma anche il fatto che per il sec. xi non se ne trovano indizi altrove.

L'uso liturgico originario. - La S. R. dovette essere accolta, appena composta, come antifona ad canticum (Magnificat o Benedictus) e come canto processionale. Negli Statuti di Pietro il Venerabile, abate di Cluny, infatti ca. il 1135 , la si prescrive infatti per la processione solita a farsi nella festa dell'Assunta e nel recarsi della comunita alla chiesa di S. Maria (Statuta Conys. Cluniacensis, 76 : PL 189, 1048). I Cistercensi fin dalla metà del sec. xil l'usarono come antifona, al Magnificat ed al Benedictus, per le quattro feste maggiori della Vergine; dal 1218 ne praticarono la recita quotidiana e nel 1251 l'adottarono come canto dopo Compieta. Però i Domenicani la cantavano regolarmente dopo Compieta, a Bologna, verso il 1230, per disposizione del generale b. Giordano di Sassonia, e poi in tutto l'Ordine (Capitolo gen. di Limoges, 1250). Per suggerimento, forse, di Raimondo di Peñafort, nel 1239 il papa Gregorio IX ne ordinò il canto nelle chiese di Roma, dopo Compieta, nei giorni di venerdi (Vita Greg. IX, in RIS. $1^{\circ}$ ed., III, 1, p. 582 IV, cf. P. Godet [v. bibl.], p. 475). Verso questo tempo la $S . R$. si cantava, dopo Compieta, anche nella Cappella del re di Francia, s. Luigi IX (cf. S. Bäumer [v. bibl.], I, p. 375).

I Francescani l'adottarono, insieme alle altre Antifone mariane, verso il 1249 (Wadding, Annales, III, 208 sg.; cf. Anal. Franc., 3 [1897], p. 275). L'uso si diffuse un po' ovunque. Così il Concilio di Peñaliel (1302) la prescrisse per la provincia di Valladolid, "tutti i giorni, dopo Compieta, con le orazioni per la Chiesa, il Papa e il Re" (can. 12 : Mansi, XXV. 105). Secondo le Rubricae novae, messe in luce da Giovanni Mercati (Ross. Greg., 2 [1903], coll. 436-40), la consuetudine francescana fu introdotta nel Breviario romano nel 1350 da papa Clemente VI. La riforma di Pio V (1568) ne ha definitivamente disciplinato l'uso: dalla domenica della Trinità alla prima di Avvento.

La musica. - La melodia originale di Ermanno Contratto, nella forma più libera di sequenza (testo in H. Besseler, Die Musik d. M. A., Potsdam 1931, p. 87 [es. 49]), ha subito molte varianti (le forme principali sono: la "domenicana" e la "cistercense»). Nel sec. xvi e sgg. sorgono nuove melodie, specie per effetto dell'Oratorio filippino. Quella semplice, quasi sillabica, di v tono, ormai popolare, sembra dovuta al p. F. Bourgoing (forma originaria in A. Gastoué, Cours de plain-chant, Parigi 1904, p. 85 sg.; cf. J. de Valois, in La Trib. de St-Gervais, 18 [1912], p. 80). Quella più ornata, di i tono, è di Enrico Du Mont, oratoriano, m. nel 1684 (cf. Eph. Lit., 60 [1946], p. 86). La melodia antica è però superiore per sentimento e per arte.

Seduppe vari. - Come antifona dopo Compieta, la S. R., unita a preci ed altri canti religiosi, diede origine, fin dal sec. xili, ad offici di devozione, extra-liturgici, chiamati, dall'antifona che ne era il centro, Salve (in Francia Salut), cioè saluto vespertino alla Madre di Dio. In certi luoghi tale esercizio di pietà mariana si svolgeva con musica ed organo; verso il Cinquecento si concludeva anche con l'esposizione del S.mo Sacramento. Costumanza analoga vige tuttora nel santuario di Einsiedeln.

Ancora oggi a Lione si canta la $S . R$. nel rito dell'assoluzione dei morti, con i tropari medievali.

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Dopo l'Ave maris stella, la $S . R$. un tempo era il canto preferito dei marinai: cosi, ad es., per i compagni di Colombo. Famoso è ancor oggi il suggestivo canto vespertino della $S . R$., con musica polifonica, nell'abbazia di Einsiedeln (già propaggine di Reichenaul, ove fu istituito da Giovanni di Lenzingen, cistercense, l'11 ag. 1547. Cosi pure nella celebre abbazia di Monserrato in Spagna.

Valore letterario e religioso. - Per l'invocazione iniziale è da ricordare l'inno di Giovanni il Geometra (sec. x): Xaṡz̀ $\mu \mathrm{s}$, § BaoGza (Hymni in Deipar., IV: PL 106, 864). V'e, in esso, anche un certo riscontro di pensieri; ma «il $S . R$. occidentale è di gran lunga superiore per lo slancio del sentimento che supplica fiducioso " (G. Prampolini, Storia Univ. della Lett., II, Torino 1934, p. 298). Tanto dal punto di vista delle parole che della melodia, la $S . R$. "è una di quelle composizioni che equivalgono a tutto un poema" (Pothier [v. bibl.], p. 147), c Dante ne fa riecheggiare la divina dolcezza nel suggestivo sfondo della "valletta amena" (Purg., VII, 82).

Commenti. - I quattro sermoni In antiphonam S.R. (PL 184, 1059-78), attribuiti sia a s. Bernardo di Clairvaux, sia a Bernardo arciv. di Toledo (m. nel 1124), come pure la Meditatio in S. R. (PL 184, 1077-80, e, con varianti in PL 149, 583-90) attribuita ad Anselmo di Lucca (m. nel 1083), sono testi preziosi, ma di dubbia autenticità e di data incerta. Commenti celebri : s. Pietro Canisio, De Maria Virgine, Ingolstadt 1577 (pp. 616-25); Francesco Cimiar, De cantico S. R., Anversa 1587; s. Alfonso M. de' Liguori, Le glorie di Maria (parte 19).

Bbic.: Fr. J. Mone, Hymni Latini medii aevi, II, Friburgo in Br. 1854, pp. 203-16; H. A. Daniel, Thesaurus Hymnal., II, Lipsia 1835, pp. 321-26; J. Pothier, Antienne S. R., in Revue de Chant Grég., 10 (1902), pp. 143-52; E. Oviedo Arce, Memoria sobre el autor de la S. R., Compostella 1903; S. Blumer, Hist. du Brév., II, Parigi 1903, p. 520 (v. indice); J. de Valois, Le S. R. dans l'Ordre de Cîteaux, in La Tribune de Saint-Gervais, 13 (1907), pp. 97-110; id., En marge d'une antienne: le S. R., l'ariqi 1012 (raccolta degli interessanti art. pubbl. nella Trib. de St-Givrais negli anni 1911 e 1912); G. Mercati, Leggendo medievali nella S. R., in Rassegna Gregoriana, 6 (1907), coll. 43-45; P. Godot, L'origine liturgique du S. R., in Rev. du Clergé Français, 63 (1910, 111), pp. 471-76; P. Bauffol, Hist. du Brév. Rom., $3^{\circ}$ ed., Parigi 1911, pp. 244 e 259-62; E. Vacandard, Etudes de crit., IV, ivt 1923, pp. 134-78; H. Thurston, Le S. R., in Rev. du Clergé Fr., 92 (1917, iv), pp. 499-513; 93 (1018, i), pp. 33-47 (trad. di A. Baudinhen, da The Month, 128 [1916, it], pp. 248-60 e 300-14); U. Chevalier, Repertoriens Hymnal., VI, Parigi 1919, p. 85 (indice, s. v.); R. Molitor, Die Mosih in der Reichenen, in Die Kultur der Abtei Reichenau (scritti per il XII centenario, a cura di K. Beyerlet, Monaco 1925, pp. 802-20; Cl. Blume, Reichenaa und die Marianischen Antiphonen, ibid., pp. 821-25 (con la riprud. fat. della pennae probatio); J. Maier, Studien zur Geschichte der Maricaantiphon S. R., Ratisbana 1939 (studia soprattutto il lato musicale); E. M. Rieland, De Completerio Fr. Proed., II, c. 5 (Priscenio ad S. R.), in Etdemerides Liturgicae, 60 (1946), pp. 60-92; W. Apel, Dict. of Music, Cambridge, Mass., 1947, p. 659 sg.; S. Navarro, El autor de la Saba, in Estudios Marianos, 7 (1948), pp. 429-43; P. Cousin, La divation Muriale chez les grands Abbès du Clune, in A Cluny (Congrès scient. 1949), Digione 1950, pp. 210-18. Per altri art. recenti, cf. Les Questions Lit. et Paroissiales, 2a, 1949, 1950 e 1951 (v. indici, s. v.).

Igino Cecchetti
"SALVETE CHRISTI VULNERA". - Inno delle lodi nella festa del Preziosissimo Sangue (v.), di autore ignoto del sec. xvili (cf. U. Chevalier, Rupert. hymnologicum, II, Lovanio 1897, n. 18329).

Al saluto rivolto alle ferite di Cristo e all'accenno degli episodi della Passione segue un pressante invito al peccatore di venire a lavare in questo sangue le sue colpe.

Bbic.: C. A. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 299-301; V. Terroni, Gli inni dell'Uffice divino, Mondovì 1950, p. 228; A. Mirra, Gli inni del Brev. rom., Napoli 1947, p. 137.

Silverio Matrei
SALVEZZA. - L'idea di s. include quella di incolumità e di conservazione. E anche il senso del greco ourrgia che ritorna spesso nella S. Scrittura. Trasferito sul piano della vita spirituale, significa liberazione dal male e raggiungimento del bene; particolarmente liberazione dal peccato e dalle sue conseguenze e raggiungimento del bene ultraterreno. L'anelito alla s. nasce infatti dal senso del peccato e della decadenza umana che ne è conseguita; dà origine a una problematica, sia dinanzi alla constatazione della insufficienza umana e della difficoltà di redimerci, sia per il timore o la paura di colui che si è offeso, legislatore e giudice. S. significa pertanto guarigione da questo stato patologico dello spirito umano, liberazione dal male, incolumità e scampo dal pericolo sempre incombente di una perdizione definitiva, eterna.

1. Soluzione cristiana. - Di questo problema, il cristianesimo dà una soluzione che è sintesi di opposti, e sta quindi al centro tra le soluzioni contrastanti, armonizzando gli elementi di verità che contengono.
2. Il Vecchio Testamento. - Già vi si contengono le tracce della soluzione. Per uscire dal peccato è necessaria anzitutto l'osservanza della Legge, raccomandata da Dio stesso o da Mosè e dai Profeti a nome di Dio (cf. Deut. 4. 1 sgg.; 6, 4 sgg.; 12, 28 sgg.; Lev. 18, 5; Ec. 18, 5 sgg.; cf. Tob. 12, 9). Occorre insieme la fiducia in Dio che salva, come inculcano specialmente i Salmi, e soprattutto la fede in Dio e in Colui che Dio manderà al suo popolo come Messia-Salvatore (cf.: Is. 62, 1; 11; 12, 3; Zach. 9, 9; Mi. 7, 7). La circoncisione è il segno dell'ingresso nello stato di giustizia ed è prescritta per chi vuole beneficiare con il resto del popolo eletto, del governo speciale di Dio. Ma egli diventa erede delle promesse fatte ad Abramo, solo se passa in lui la fede di Abramo.

Purtroppo quando scese la "notte del legalismo" molti ridussero la via della s. al ritualismo e al formalismo e la loro attesa di s. venne temporalizzata nel messianismo politico. S. Paolo condusse una grande battaglia contro l'idolatria della Legge, affermando il senso genuino della fede e sostanendone l'essenziale importanza e principaLità. Ma anche se il grosso del giudaismo rabbinico chiuse gli occhi al vero senso della missione del futuro Messia. vi furono sempre delle anime poi e timorate di Dio, vicenti di fede e con giustizia, nella attesa del Salvatore (cf. Lc. 1, 75 sgg.; 2, 25 sgg.; cf. M.-J. Lagrange, Le Messianisme chez les Juifs, Parigi 1909).
3. Il Nuovo Testamento. - Il mistero della s. venne rivelato nel suo concetto integrale, secondo il beneplacito divino, nell'ora da Dio voluta (Col. 1, 26), con il cristianesimo, che è un grande annuncio e messaggio di s. (Lc. 2, 11; Rom. 8, 3; Col. 1, 13-14; Hebr. 1, 1-3; Io. 1, 29.36). Gesù venne come Salvatore (Mt. 1, 21; Lc. 2, 25.30), e si presentò come tale (Mt. 15, 24; Me. 2, 17; Lc. 19, 10; cf. Mt. 18, 12-23; Lc. 15, 1-8). Questa è la sostanza stessa della sua missione: guarire, salvare le peccatelle perdute, dare la sua vita per il mondo. Nei Sinottici è costante questo concetto di s., cui corrisponde nel IV Vangelo quello di " vita " e di " vita eterna ". E un concetto che si intreccia con quello di Redensione (v.) che, già latente nei poemi del Servo di Jebweh (Is. 42, 1 sgg.; 49, 1-6; 50, 4-9; 52, 1-3; 53, 12), ma sconosciuto ai Giudei nel suo senso pieno, affiora chiaramente dal Vangelo, sia nelle affermazioni di Cristo che dicesi venuto per i peccatori (cf. Mt. 9, 13; Mc. 2, 17), sia nelle parabole della s., sia nella esplicita dichiarazione dell'offerta della vita per * i molti* (Mt. 20, 28; Mc. 10, 45;

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cf. F. Prat. La théologie de st-Paul, I, $19^{\circ}$ ed., Parigi 1930, p. 516 ), per la remissione dei peccati ( $M t .25,27$; cf. Mc, 14, 24; Lc. 22, 19, 20; I Cor. 11, 24). S. Paolo s'vòse ulteriormente questi concetti, ponendo i fondamenti di tutta la teologia della Redenzione e della s. (cf. J. Rivière, Le dogme de la Rédemption. Etude théologique, Parigi 1914, pp. 46-70).

La s. consiste dunque nel ricevere da Cristo i beni messianici, costituiti non da un regno terreno ristabilito secondo le speranze giudaiche, che Gesù respinge, ma dal regno di Dio che è spirituale e trascendente (Lc. 17, 21; 10. 18, 36) e dalla vita eterna, in cui si attua la felicità perfetta, ma che già sulla terra si realizza inizialmente in chi crede in Cristo (Io. 3, 36; 5, 24; 6, 47). Qui è il punto cruciale del messaggio e dell'opera della s. Se secondo il cristianesimo la s. viene da Cristo e consiste in Cristo, spontaneamente si domanda che cosa sia richiesto da parte dell'uomo, quali siano cioè le condizioni necessarie per essere salvi.
3. Errori. - Vi è una posizione che si può chiamare pelagiana e semipelagiana (e che tradotta in termini laici è il razionalismo e l'umanesimo che asserisce l'autoredenzione umana), secondo la quale la s. viene dall'uomo e dalle sue opere, poiché con le sole sue forze naturali egli puo giungere alla fede, e realizzare (Pelagio [v.]) o almeno cominciare (semipelagiani [v.]) l'opera della sua perfezione. La Chiesa ha condannato questa teoria, nel Concilio II di Orange (529), affermando la necessità e la gratuità della Grazia, anche per l's initium fidei ", poiché senza Cristo non si può far nulla (Io. 15, 5) e tutta la nostra capacità viene da Dio (II Cor. 3, 5) che opera in noi la volontà e l'azione in virtù della sua benevolenza (Philem. 2, 13). Secondo la Chiesa fedele al Vangelo, la s. non può venire soltanto dalle opere, soltanto dall'uomo (cf. Denz-U, 174-200; 200 a, 200 b). Per la teoria di Socino v. redenzione.

Una posizione opposta è quella dei protestanti, che ritengono raggiungibile la s. per mezzo della sola fede. Lutero (v.) e Calvino (v.) distinsero una doppia fede: quella dogmatica, intellettuale, che è adesione alle verità rivelate; e quella affettiva, o fede fiduciale, che si appoggia sulla predicazione di Cristo e sulla interiore esperienza della s., ed è la sola necessaria per avere il perdono divino ed essere salvi.

Si può dire che quasi fin dal principio si manifestarono resistenze e proteste tra gli stessi seguaci di Lutero e di Calvino (cf. J. Rivière, Justification, in DThC, VIII, II, coll. 2149-52). Oggi poi vi è in seno al protestantesimo una forte reazione contro questa dottrina, fino all'ammissione da parte di alcuni, che il peccato viene realmente cancellato (cf. J. Rivière, ibid., coll. 2203-2207).
4. La dottrina cattolica. - Fissata dal Concilio di Trento (cf. Denz-U, 792-843), è rispondente all'autentico messaggio di s. contenuto nella S. Scrittura, e valorizzatrice e appagante per l'uomo. La sostanza di questa dottrina è che la s. consiste non in una semplice non-imputazione, e nemmeno soltanto nella remissione del peccato, ma anche nella "santificazione " e rinnovamento dell'uomo interiore mediante l'accettazione volontaria della Grazia e dei doni (cf. ibid., 792, 799). Si tratta di una infusione di Grazia e di santità, non di un semplice favore divino esterno (ibid., 821). E certamente un'opera divina, ma condizionata da una preparazione morale da parte dell'uomo (ibid., 797, 819), il cui primo atto e più importante è la fede, "humanae salutis initium, fundamentum et radix omnis justificationis" (ibid., 801; cf. 1793). Non si tratta però soltanto della fede fiduciale nella misericordia divina (ibid., 822), ma della fede che consiste nel considerare vere le rivelazioni e le promesse divine, specialmente quella che il peccatore è giustificato dalla Grazia di Dio (ibid., 798). Ma oltre la fede è necessario avere anche la preparazione delle buone opere, poiché la fede non salva né giustifica, né può dare, come pretendono i protestanti, la certezza della s. (ibid., 819; cf. 791, 798, 8or, 804).

La funzione principale nell'opera della s. umana è infatti quella della Grazia divina, poiché tutti sono giustificati gratuitamente per la Grazia di Dio, mediante la
redenzione che è in Cristo Gesù (Rom. 3, 24). A torto i protestanti accusano il cattolicesimo di violare questo principio. Si è convinti che "ora, indipendentemente dalla Legge, è stata manifestata una giustizia di Dio..., vale a dire, la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo per tutti i credenti" (Rom. 3, 21 sgg.; cf. Gal. 3, 22). Questa dottrina è fissata chiaramente dal Concilio di Trento (cf. Denz-U, 793-94; 811-12), che riassume e riafferma solennemente (ibid., 797-98) la posizione già presa dalla Chiesa contro i pelagiani, intorno alla necessità della Grazia per salvarsi (cf. ibid., 103-104), e contro i semipelagiani, sulla derivazione dalla Grazia anche dell's initium fidei ", primo passo dalla s. (cf. ibid., 178).

Come insegna s. Tommaso d'Aquino, riportando le parole di Gesù che dice: "Nessuno viene a me se il Padre mio non lo attrae" (Io. 6, 44), " l'uomo non può prepararsi a ricevere il lume della Grazia, se non con l'aiuto gratuito di Dio che lo muove interiormente" (Sum. Theol., $1^{0}-2^{60}$, q. 109, a. 7), e che "l'uomo non può far nulla se non è mosso da Dio", secondo quanto è detto in Io. 15, 5: "Senza di me non potete far nulla. Pertanto anche quando si dice che l'uomo fa tutto quello che è nelle sue capacità si intende ciò che è in potere dell'uomo in quanto è mosso da Dio" (ibid., ad 2; cf. Guetano, in h. l., n. VI; A. Stolz, Anthropologia theologica, Friburgo in Br. 1940, pp. 120-21; R. Garrigou-Lagrange, De Gratia, Torino 1947, pp. 67-71). L'iniziativa della s. viene dal Padre, che eternamente preconosce, e "quelli che ha preconosciuti, li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del suo Figliuolo, affinché quest sia il primogenito tra molti fratelli : e quelli che ha predestinati li ha anche chiamati, e quelli che ha chiamati li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificati li ha anche glorificati" (Rom. 8, 29-30), ossia portati alla s. nella sua forma integrale e definitiva. "Sta scritto nel Profeti, dice Gesù : E saranno tutti ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e si è lasciato ammaestrare da lui, viene a me" (Io. 6, 45).

I protestanti accusano il cattolicesimo di sottrarre qualcosa ai meriti di Cristo con il porre questa esigenza della libera cooperazione umana. Ma l'accusa è falsa, poiché è nell'ordine della Redenzione che la s. si attua con il nostro concorso e, d'altra parte, lo stesso nostro concorso, in quanto si pone soprannaturalmente in modo salutare, è già effetto della Grazia (cf. Sum. Theol., $3^{2}$, q. 49, a. 1 ; ad 2, 3; a. 2, 3).

In concreto, la parte dell'uomo nell'opera della s., da s. Tommaso d'Aquino e dal Concilio di Trento è determinata in base alle leggi obiettive della psicologia umana: è chiaro che la prima disposizione necessaria è quella della fede. I protestanti hanno ragione quando ne inculcano la necessità (cf. S. Hareni, Foi, in DThC, VI, coll. 512-14), ma è proprio il Concilio di Trento a definire che essa è l's initium humanae salutis ", la "radix omnis iustificationis ", e che per essa si è gratuitamente giustificati, non per merito delle opere umane (cf. Denz-U, 801).

Il concetto integrale di questa fede implica certo anche la fiducia, la speranza, l'ubbandono, come pure l'obbedienza (cf. Rom. 4, 20-22; 1, 6, 15, 18; II Cor. 10, 4-6). Essa, per giustificare, dovrà essere la fede "viva", accompagnata dall'amore. Ma ha fondamentalmente un carattere intellettuale, come rispondenza alla predicazione della verità evangelica (cf. Rom. 8, 13-17; II Cor. 10, 5; I Tess. 3, 13; Dabr. 11, 1), che importa la sottomissione della mente a Dio, un raddrizzamento della ragione, sicché sia la visione della vita, sia la pratica morale diventino teocentriche, finalistiche, quasi divine (cf. Conc. Vaticano, in Denz-U, 1787; cf. Mouroux, Io credo in Te. Brescia 1950; R. Spiazzi, La civiltà cerca Cristo, Milano 1949, pp. 262 sgg., 302 sgg.).

I protestanti ritengono che le "opere" richieste per la s., da noi siano intese in senso formalistico, di osservanze materiali e che comunque, ponendone l'esigenza, noi mettiamo l'uomo al posto di Dio, nell'opera della s., da semipelagiani. Ma la Chiesa proclama che gli atti esterni non hanno valore se non sono animati dalla fede e dalla carità, che il primato va allo spirito di fede e all'amore, i quali devono vivificare anche tutte le opere

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esteriori. E tutta questa attività umana, questo concorso nell'opera della s., proviene già dalla Grazia che come un torrente trascina l'uomo e ne suscita l'adesione a Cristo.

I protestanti però si richiamano a s. Paolo, che ritengono l'annunciatore della s. per mezzo della sola fede, in contrasto con s. Giacomo, che insiste sulle opere. Ma non si deve isolare s. Paolo né dare alle sue parole un senso che non hanno, né togliere dalla Bibbia quello che non piace (come la Lettera di s. Giacomo). Si noti : "la fede" di cui parla s. Paolo va intesa nel senso pieno, in armonia al suo pensiero abituale, ossia come adesione a Dio e alla nuova economia di s. inaugurata da Cristo, nella quale "l'essere circoncisi o il non essere circoncisi non ha valore, quel che ha valore è la fede operante per mezzo della carità" (Gal. 5,6 ). E aggiunge s. Paolo: "Quando avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho la carità sono un niente" ( $I$ Cor. 13, 2). Non c'é differenza tra queste affermazioni di s. Paolo e quella di s.1Giacomo, quando dice che "come il corpo senza lo spirito è morto, cosi la fede senza le opere è morta" (Inc. 2, 26). Quando s. Paolo oppone la fede alle opere (Rom. 3, 27 sgg.), non intende trattare delle condizioni pratiche della s. come se si fosse proposto di scrivere un trattato di morale, ma solo di sviluppare la sua visione teologica del piano della Redenzione, secondo la quale nella sua economia della fede è superata la legge mosaica con le opere da essa prescritte. In sostanza da s. Pietro che esortava: "Studiatevi, fratelli, di rendere sicura con le buone opere la vostra vocazione ed elezione, perché facendo questo non avverrà mai che pecchiate" (II Pt. 1, 10) fino al Concilio di Trento risuona nella Tradizione e nel magistero della Chiesa l'identico messaggio di s. annunciato da Gesù, che chiedeva agli uomini corrispondenza alla sua opera di Salvatore, non soltanto con il suscitare in essi vaghi sentimenti o delle adesioni puramente intellettuali, ma facendo appello alla loro buona volontà, allo sforzo etico dei peccatori che voleva convertire e dei giusti che voleva portare alla definitiva s. nei cieli.

Con la Grazia operante nell'uomo disposto dalla fede e dalle opere alla sua azione, Cristo opera come un rivolgimento dello spirito umano, la pecsívora; che è opera sua e opera dell'uomo. Allora rimette e cancella realmente i peccati (Denz-U. 792, 799), poiché ciò che conta per lui non è il legalismo esteriore, la giustizia dei sepolcri imbiancati, ma il rinnovamento interiore dell'uomo che, come un albero, dà frutti buoni o cattivi secondo il suo stato interiore (cf. Mt. 12, 33-35; 7, 16-20; Le. 6, 43-46). L'Agnello che toglie i peccati del mondo (Io. 1, 29) non può certo contentarsi di coprire i peccati dell'uomo, ma porta una vera purificazione interiore e opera un'interiore santificazione.

La soluzione cattolica del problema della s. è dunque in questa comunicazione all'anima dei frutti della Redenzione operata da Cristo. Il Sacramento del Battesimo opera questa comunicazione, incorporandoci sacramentalmente (ex opere operato) in lui e dandoci la s., ma oltre questa incorporazione sacramentale è necessaria quella che s. Tommaso chiama incorporazione " mentale", per la quale il Capo comunica alle membra "il suo senso spirituale, che consiste nella conoscenza della verità, e il movimento spirituale, che avviene per l'istinto della Grazia" (Sum. Theol., $3^{0}, 9,69,2,5$, e ad 1). Cosil l'uomo, attraverso la "istituzione di salute", la Chiesa come società visibile, organizzata per l'attuazione del piano della s., entra nella " comunità di salute " che inizia sulla terra e compie in cielo l'opera della nostra s. In definitiva, la soluzione dell'antico e tormentoso problema si ha nella Chiesa, fondata e governata invisibilmente da Cristo e vivificata dallo Spirito; in essa e per mezzo di essa l'uomo riceve i beni messianici, partecipa alla vita eterna.

Bibl.: oltre le opere cit. nel corso dell'articolo, cf. E. Tobac, Le problème de la justification dans st Paul, Gembloux 1914.
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(1st. Enir)
Salvi, Nicola - Prospetto della Fontana di Trevi (1762) - Roma.
pp. 210-25; H. Lange, De Gratia, Friburgo in Br. 1929, pp. 230250; M. J. Scheeben, I misteri del cristianesimo, trad. it., Brescia 1949, pp. 472-81. Raimondo Spiazzi

SALVI, Nicola. - Architetto, n. a Roma il 6 ag. 1697, m. ivi l'8 febbr. 1751. Fu scolaro del pittore Niccolò Ricciolini e dell'architetto Antonio Canevari.

Eaponente caratteristico della corrente architettonica romana della prima metà del sec. xvili, caratterizzata dalla facoltà di rielaborare le forme proprie dalla antica tradizione classica, cui aveva largamente attinto anche il Bernini, con gusto scenografico e pittorico vivacemente barocco. Ciò è chiaramente dimostrato dal prospetto della Fontana di Trevi, capolavoro suo e del Settecento architettonico romano, iniziata nel 1732 ed il cui schema ci riporta ad un arco romano di trionfo. Altre opere del S. sono, oltre vari progetti per apparati di feste e fuochi artificiali, nonché per costruzioni non eseguite, la sistemazione della cappella Ruffo in S. Lorenzo in Damaso a Roma; la ricostruzione di S. Maria in Gradi a Viterbo; la collaborazione con il Vanvitelli per l'ingrandimento del Palazzo Odescalchi pure a Roma, ove gli vanno anche assegnate alcune parti del Palazzo del Monte di Pietà verso la Trinità dei Pellegrini; ed altre imprese di minor conto.

Bibl.: H. Voss, N. S., in Jahrb. d. preuss Kuntiammd., 31 (1910), p. 127 sg.; V. Mariani, Le stile pittoresce della Fontana di Trevi, in Architettura e arti decorative, 8 (1928-29), p. 3 sgg; V. Golzio, s. v. in Enc. Ital., XXX, p. 583; id., Seicento e Settecento, Torino 1949; A. De Rinsidis, L'arte in Roma dal Seicento al Novecento, Bologna 1948. Emilio Lavagnino

SALVIANO di Marsiglia. - Scrittore cristiano, n. verso il 400 . Dopo pochi anni di matrimonio, entrò nel monastero di Lérins (425); divenuto sacerdote, si trasferì a Marsiglia poco prima del 439 e vi mori poco dopo il 480 .

Nel 433 pubblicò sotto lo pseudonimo di a Timoteo 4 libri Ad Ecclesiam, opera di carattere sociologico, in cui sostiene che, per risolvere la questione sociale, tutti i proprietari, specialmente i chierici, debbono fare donazione dei loro beni alla Chiesa ed ai poveri, almeno alla loro morte. La sua opera principale è il De gubernatione mundi in 8 libri, fonte storica di fondamentale importanza per il periodo di decadenza che seguì le invasioni barbariche. In essa ribatte l'obbiezione allora tanto in voga, secondo la quale Dio non si cura di ciò che accade sulla terra, poiché altrimenti non si spiegherebbero le aventure del mondo. Difende l'esistenza della divina Provvidenza, servendosi della ragione, della storia e della Scrittura. Dio inizia il suo giudizio sulla terra già nel tempo presente prima della fine del mondo. E a questo punto descrive in modo realistico l'im moralità e la perversità dei costumi dominanti tra i cattolici romani della Gallia, della Spagna e dell'Africa puniti ora con l'invasione dei bar-

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bari. Verso questi ultimi accentua la sua simpatia e ne elogia alcune virtù: Mutuo amant, omnes paene Romani se mutuo persequuntur ( $(5,15)$; vivono nella castità $(5$, 64 ; 107); non conoscono le atrocià del circo e del teatro ( 6,35 ); ritengono crimine la fornicazione, che è invece una gloria per i Romani ( 7,24 ). Come meravigliarsi, dunque, che piovano sventure su di noi $(7,62) ?$ " iden (Deus) nos perferre haec mala patitur, quia meremur ut ista patiamur ( $(4,54)$. Si devono incolpare i Romani anche delle egesie dei barbari. Invece ben si dovrebbe riconoscere nei barbari un mezzo salutare di emenda per le nostre turpitudini: "barbari ad emendandam nostrarum turpitudinum labem exatiterunt * ( 7,94 ).

Di S. inoltre restano 9 lettere. Le sue opere di correttezza classica, benché con tracce di decadenza latina, sono una testimonianza della sua formazione umanistica.

Birl. : ediz. PL 23. 22-238; E. Pauly, in CSEL, 8, Vienna 1883; C. Hahn, in MGH, Anct. antiz., I, 1, 1887. Studi: G. Bardy, s. v. in DThC, XIV, 1026-48; C. Sternberg, Das Christentum des V. Tahr. im Spiegel der Schriften des Salsianns von Massilia, in Theol. St. und Krit., 82 (1900), 29-78, 163-202 (sul cristianesimo nel sec. v); U. Moricca, S. e la data del De. gubernatismo Dei, in Riv. blos., 16 (1918), pp. 241-55 (per la cronologia delle opere); L. Rochus, La latimité de Salvien, Bruxelles 1934; M. Iannelli, La caduta di un impero nel capolonese di S., Napoli 1948.

Giuseppe Madoz
SALVIATI, FAMIGLIA. - Di Firenze. Il primo dei S. di cui si ha memoria certa è Cambio di Salvi, gonfaloniere di giustizia a Firenze nel 1335, ed i suoi discendenti tennero alte cariche durante il periodo repubblicano. Francesco, sino dal 14 ott. 1474 arcivescovo di Pisa, offeso per non aver ottenuto la sede di Firenze causa Lorenzo de' Medici, partecipò alla congiura dei Pazzi e fu ucciso nel 1478. Alamanno sposò Caterina di Averardo de' Medici e fu padre di Giovanni; il figlio di questo, Iacopo, marito di Lucrezia di Lorenzo de' Medici, difese la libertà fiorentina nel 1530 e morì nel 1533. Dei figli di Iacopo, Maria sposò Giovanni delle Bande Nere e fu madre di Cosimo I; Giovanni fu cardinale; Bernardo (m. nel 1568), vescovo di Clermont, fu nominato cardinale nel 1561 .

Da un altro ramo provenne Alamanno di Averardo, che fu tra i maggiorenti fiorentini nel periodo savonaroliano e mori nel 1509. Sua figlia Maria sposò Francesco Guicciardini. Nel sec. xvi sono pure da ricordare Leonardo ( $1540-89$ ), accademico della Crusca, critico del Tasso, ma dotto grammatico e competente nelle questioni della lingua; Alessandro di Pietro, che difese Siena nel 1544 e fu fatto giustiziare da Cosimo I; Lorenzo di Iacopo, che ebbe il titolo marchionale da Clemente VIII e ducale da Urbano VIII.

Eccelle attraverso il sec. xvi un gruppo di cardinali di questa famiglia : il primo fu Giovanni figlio di Iacopo S. segretario papale e di Lucrezia de' Medici sorella di Leone X, n. a Firenze il 25 marzo 1490, creato cardinale diacono il $1^{\circ}$ luglio 1517 . Ebbe il vescovato di Fermo in commenda l'8 febbr. 1518 e lo tenne sino al 1521 ; poi quello di Ferrara il 12 sett. 1520 , e lo tenne sino al $1^{\circ}$ maggio 1550 . Clemente VII lo inviò legato in Lombardia nel 1524 e nel 1525 dopo la battaglia di Pavia per trattare la pace. Si trovò come legato in Francia durante il sacco di Roma (1527); e, sebbene poco socorramente, si adoperò per la liberazione del Papa; poi fu presente a Bologna alla coronazione di Carlo V (1530). Da Clemente VII ebbe in commenda i vescovati di Valterra il 30 luglio 1530 (sino al 1532) e di Teano il 21 giugno 1531 (sino al 1535), l'arcivescovato di S. Severina il 15 nov. 1531 (sino al 1535), il vescovato di Bitetto il 10 genn. 1532 (sino al 1539); il 16 nov. 1533 fu costituito legato a Roma durante l'assenza del Papa. Con la morte di Clemente VII cessa ogni influenza del cardinale, che ebbe in commenda il 12 ag. 1538 il vescovato di St-Papoul in Francia e divenne vescovo di Albano il 7 genn. 1543. Morì a Ravenna il 28 ott. 1553. Fratello del card. Giovanni fu Bernardo, cavaliere giovannita,
che come tale combatté nel Mediterraneo sulle navi dell'ordine e fu priore di Roma. Ebbe il vescovato di StPapoul il 5 giugno 1549 per rinuncia del fratello e l'8 ag. 1561 quello di Clermont che tenne fino al marzo 1568; fu anche clemosiniere della regina Caterina de' Medici. Pio IV lo creò cardinale il 26 febbr. 1561 ; m. a Roma il 6 maggio 1568 .

Nipote dei due precedenti fu Anton Maria S., anch'egli cavaliere giovannita, n. il 21 genn. 1537 , che ebbe il vescovato di St-Papoul per rinuncia dello zio l'8 ag. 1561 e lo tenne sino al 1567 . Fu nunzio in Francia per Pio IV; chierico di Camera, tenne in Curia anche altri uffici, finché Gregorio XIII lo creò cardinale di S. Maria in Aquito il 12 dic. 1583 , e Sisto V lo inviò legato a Bologna nel 1585 . Sino al 1579 , quale prelato-guardiano dell'ospedale di S. Giacomo in Augusta, provvide alla ricostruzione di quell'ospedale e nel 1592 anche a quella della chiesa. Ricostrul anche la sua chiesa di S. Maria in Aquiro e provvide all'annesso orfanotrofio con dotazione nuova. Allargò le suc provvidenze all'ospedale delle partorienti a S. Rocco ed alle Celate. Morì a Roma il 28 apr. 1602. Più tardi Alamanno S., n. a Firenze il 22 marzo 1669 , nunzio in Francia nel 1707 , creato cardinale da Benedetto XIII l'8 febbr. 1730 , fu prefetto della Segnatura di Giustizia nel 1731 ; m. a Roma il 24 febbr. 1733. Gregorio S., n. a Roma il 12 dic. 1722, fece la sua carricre prefetizia quale chierico e poi uditore di Camera, finché fu creato cardinale diacono da Pio VI il 23 giugno 1777 ; m. a Roma il 5 ag. 1794. Gregorio, avendo una sua nipote sposato Francesco Borghese, lo lasciò erede del nome e del titolo; per conseguenza Scipione (1823-92), figlio di Francesco, si chiamò S. Dopo il 1870 Scipione fu a capo del movimento cattolico in Italia.

Birl.: Eubel, III, passim; Pastor, IV, v. indice.
Roberto Palmarocchi
SALVIATI, Giorgio Benigno: v. draciátć, GIORGIO.

SALVIATI, Scipione. - Uno degli uomini più rappresentativi del laicato cattolico, n. a Parigi il 23 giugno 1823 , m. a Roma il 15 giugno 1892.

Figlio del principe Francesco Borghese e della principessa Adele de la Rochefoucauld, nipote del card. Gregorio Salviati, ultimo di questa famiglia. Per volontà del card. Salviati, Scipione ne credito il cognome e il titolo ducale; e sostituì al suo cognome quello di S. Scipione percorse gli studi in Roma dove la famiglia si era trasferita, dimostrando elevata intelligenza. Nel 1848 si arruolò nella guardia civica; ma nel 1849 , sopraggiunto il triumvirato di Mazzini, si rifugiò in Francia e ritornò a Roma appena ripristinato il governo pontificio. Nel 1860 fu tra i principali promotori d'un movimento in Roma e propose al Papa di costituire un corpo armato di cattolici d'ogni parte per fronteggiare l'invasione piemontese. Quando invece, nel 1867, Garibaldi tentò la conquista di Roma, si formò un battaglione di volontari romani ed il S. con il grado di capitano si distinse in operazioni militari.

Dopo il sett. 1870 fondò la "Società primaria romana per gli interessi cattolici»; più ancora si occupò dell'opera dei Congressi e Comitati cattolici (v.). Tenne la presidenza effettiva del I Congresso a Venezia nel giugno 1874; del II a Firenze nel sett. 1875 in cui l'Opera fu stabilmente costituita; del III a Bologna nell'ott. del 1876. Nel maggio 1878 successe al conte Acquademi (v.) quale presidente del Comitato generale permanente e tenne la presidenza effettiva anche del V Congresso a Modena nell'ott. del 1879. Ma la salute scossa gli impedì di presiedere il VI a Napoli nel 1883, e lo costrinse a rinunciare alla presidenza del Comitato generale nel 1885. Leone XIII lo confermò quale capo morale dell'Azione Cattolica italiana con il titolo di presidente onorario. Oltre che all'Opera dei Congressi, il duca S. diede la sua zelante attività alle molteplici iniziative della Gioventù cattolica italiana, alla Società di S. Vincenzo de' Paoli e ad altre istituzioni di beneficenza in Roma.

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(fot. Alinari)
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(ver cartista del p. U. Sideri)
In alto: SALA DEL TRONO, in Casa Cavassa, ora Museo civico. A sinistra tavola con Madonna e devoti, tra i quali Ludovico II Marchese di Saluzzo e Margherita di Foix (1449) - Saluzzo. In basso:

CORO DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI, in stile gotico-piemontese (sec. xv) - Saluzzo.

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(per cortesia delle Suore Gríale di Montréal)
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(per cortesia delle Suore Gríale di Montréal)
In alto: PANORAMA con il collegio e la cattedrale di S. Bonifacio e l'Ospizio Taché fondato nel 1845 dalle Suore Grigie. In basso: OSPIZIO TACHE fondato nel 1845 per vecchi e vecchie. Parte centrale dell'edificio San Bonifacio.

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BibL.: necrologi nell'Osservatore romano del 18 giugno 1892; nella Voce della Verita del 16-17 giugno 1892 (accurata biografia); R. Della Casa, I nostri : quelli di ieri e quelli di oggi, Treviso 1903.

Agostino Vian
Salzano, Tommaso Michele. - Scrittore e arcivescovo domenicano, n. a Napoli nell'apr. del 1807, m. a Nocera Inferiore il 12 sett. 1890 . Ricopri importanti cariche nell'Ordine, nello Stato e nella Chiesa. Pio IX prima lo elesse vescovo titolare di Tanes ( 13 genn. 1854), poi ( 22 dic. 1873 ) lo promosse all'arcivescovato titolare di Edessa. Prese parte attiva al Concilio Vaticano. Leone XIII nel 1882 lo voleva chiamare a Roma come maestro dei SS. Palazzi.

Lasciò numerose e pregiate pubblicazioni, specialmente di diritto canonico e di storia, tra cui: Lezioni di diritto canonico pubblico e privato (4 voll., Napoli 1845 , che ebbe 13 edizioni); Corso di storia ecclesiastica dalla creazione del mondo sino ai giorni nostri (4 voll., ivi 1855 ); Il entodistimo nel sec. XIX (ivi 1880); Saggio sul pauperismo nel sec. XIX (ivi 1883).

Bunl.: anon., Necrologio di mont. T. S., in Il Rosario. Memorie domestiche, 7 (1892), pp. 383-91; B. Minichini, Ritratto storico di mont T.M.S., Napoli 1891; Hurter, V, col. 1640; V. ArangioRuiz, s. v. in Euc. Ital., XXX, p. 389; M. Vanni, T. S., in Alba Bonanicuna, 4 (1946), p. 36.

Abdo Redigondo
SAMAIA. - Nome (ebr. Sēma'jāh) abbastanza frequente nella Bibbia, reso due volte con S. nella Volgata, che altrove preferisce Semeia (v.). In I Par. 4, 37 figura nella genealogia dei discendenti del patriarca Simeone. In I Par. 12, 4 ha tal nome un gabaonita, amico di David: era il capo dei "trenta", ossia del corpo più fidato e più stimato per il valore militare.

Angelo Penna
SAMARAI, prefettura apostolica di. - Nella regione orientale della Nuova Guinea australiana.

Eretta il 13 giugno 1946 con territorio distaccato dal vicariato apost. di Papua, che nel medesimo tempo prese il nome di Port Moresby (v.). E affidata alla provincia australiana dei Missionari del S. Cuore di Gesù, i quali lavoravano dal 1929 nelle tre divisioni civili che la compongono.

Ha un'acrea di ca. 200.000 kmq . e una popolazione di ca. 100.000 ab. di razza papuasića e melanesiana, di cui 1308 cattolici e 585 catecumeni, assistiti da 9 missionari, 7 fratelli e 13 suore. Stazioni primarie 5 e secondarie 26. Dispensari 4 , scuole elem. 19, medie 5 , professionali 5 . I protestanti sono 72.000 avendo iniziata la loro attività ca. cinquant'anni prima. I pagani sono ca. 25.000 .

Bun.: MC, 1950, pp. 474-75; AAS, 38 (1947), pp. 82-83; Archivio S. Congr. de Prop. Fide, pos. prot. 1468/90.

Saverio Paventi
SAMARIA ( $\dot{\eta} \Sigma \alpha \mu \alpha \rho \varepsilon i ́ \tau \iota \varsigma$ ). - Una delle tre regioni storiche della Palestina, al centro dell'altopiano, avendo il Giordano per confine ad est, la pianura costicca del Saron ad ovest, la piana d'Esdrelon a nord. Il confine meridionale con la Giudea si è spostato spesso, secondo le vicissitudini politiche.

Il nome, che prima dell'esilio era applicato al territorio del Regno del nord (II Reg. 10,32; 15,29; 17,28; II Par. 25,13), distrutta la capitale e il Regno indicò gli abitanti della provincia assira di Samarina, poi del distretto Somaraja. In un primo tempo comprendeva nel suo territorio i villaggi di Bethel, Bethoron e Gerico, ma dopo il ritorno dei Giudei dall'esilio al confine meridionale perdette le toparchie di Aphairema ( $=$ et-Tajjibeh), Lydda, Ramathaim (Rentis), Acrabattene.

Secondo Flavio Giuseppe (Bell. Ind., III, 3,4), la S. cominciava al nord del villaggio di Ginea ( $=$ Genin) sul margine meridionale della piana d'Esdrelon, appartenente alla Galilea, e si estendeva verso sud sino alla toparchia di Acrabatta ( $=$ el-'Aqrabeh). Altrove però lo stesso scrittore (Vita, 14) indica Casaloth ( $=$ Iksal) come il punto più meridionale della Galilea, lasciando cosi fuori dei confini la pianura d'Esdrelon, dominio di Berenice, che vi possedeva dei granai (Vita, 24). Probabilmente la piana restò divisa tra la Galilea e la S. dallo storico fiume

Cison (Nahr el-Muqatta'), toccando a nord-est il confine del territorio di Scitopoli ( $=$ Bejsân) e a nord-ovest la Fenicia al punto di Anuat-Borcaeus (Bell. Ind., III, 3,3), corrispondente ad 'Ajn Berqit fra Cesarea e Dora. Il confine con la Giudea a sud era costituito, secondo lo stesso autore (Bell. Ind., I, 6, 5), da una linea che partendo da Antipatride (Qal'at Rās el-'Ajn) risaliva per il Wâdî Dejr Ballûṭ sino a Hirbet Berqit, e di là, dirigendosi su el' 'Ormeh, discendeva su Corea ( $=$ Qarāwah) e poi per il Wâdî Fâr'ah al Giordano, che dal Wâdî Mâlîh sino al Wâdî Kefrinğ̄i costituiva il lato orientale, mentre l'occidentale risaliva dal Nahr el-'Awğā sino al Nahr ez-Zerqâ. Questi confini rimasero quasi immutati sino al tempo dei conquistatori arabi, che retrocessero i confini meridionali del distretto di Nâbulus a sud di Lubbân e di Sejlûn.

La regione è un massiccio, che continua con i monti della Giudea. Le alture più eminesi sono tra i 700 e i 900 m ., superando i 1000 m . soltanto nel Tall 'Aqûr (1011 m .) presso il margine orientale; ad occidente però il gruppo, noto un tempo con il nome di "monti d'Ephraim s. è meno elevato. Nel centro della regione, i due celebri monti del Hebal (v.), oggi Gebel es-Slemijjeh, ( 938 m .) e del Garizim, oggi Gebel et-Tôr ( 868 m .), sono l'uno di fronte all'altro; e in mezzo la valle e piana di el-Mahnah, dove era situato Sichem (v.), presso cui è l'odierna Nâbulus con 20.000 ab . Vicino era il pozzo di Giacobbe, sull'orlo del quale il Salvatore converti la Samaritana (Io. 4). Nelle valli convergono numerosi wâdi, per formare il fiume più importante della S., il Nahr el'Awğā, e ad est è il Wâdî Fâr'ah.

Estesi sono i campi di cereali. La regione è percorsa, da nord a sud, dalla strada che da Gerusalemme corre per Genin, altro centro importante della S. Con la nuova divisione politica della Palestina, Genin forma il limite settentrionale del Regno di Giordania; l'altra via di comunicazione dall'est all'ovest, che da Nâbulus conduce alla costa, è interrotta a Tôl Karm, frontiera fra Israele e la Giordania.

Bisc., L. Szczepanski, Geografia hist. Palaestinae antiquae. Roma 1926, pp. 69-71, 197-200; G. A. Smith, The historical geography of the Holy Land, Londra 1931, pp. 243-52, 323-63; F. M. Abel, Cing. de la Palest., I, Parisi 1933, passim. Donato Baldi

SAMARIA (ebr. Sömērôn; ass. Samarina, gr. $\Sigma \alpha \mu \alpha \dot{\alpha} \rho \alpha \alpha$ ). - Città fondata nell'88o a. C. da Omri (v. AMRI), sesto re d'Israele, al centro del suo Regno, sulla cima di un colle ( 443 s . m.), comprato per due talenti d'argento, da un certo Somer (I Reg. 16,24); l'odierno villaggio arabo di Sebastijjeh a 10 km . a nord-ovest di Nâbulus ne occupa l'antico sito.

Ottima fu la scelta del sito (Is. 28,1), all'incrocio delle principali vie di comunicazione, con la possibilità di ben fortificarne i fianchi.

Gli scavi archeologici, intrapresi parzialmente, nel 1908-10 e 1931-35, hanno posto in luce le vicende storiche della città di Omri (880-721 a. C.), di Sargon (721331 a. C.), di Alessandro Magno (331-323 a. C.) e di Erode il Grande ( 30 a. C.).

Omri, appianato il lato occidentale della cima, allora non occupato, ma che i reperti archeologici mostrano utilizzata da un agglomerato cananeo nel III millennio a. C., costrul il palazzo reale, amplificato ed abbellito da Achab e poi da Ieroboam II. Sotto Achab la cittadella con il palazzo e il tempio fu recinta da doppio muro parallelo, framezzato da vuni, e a sud-ovest fu eretta una torre di guardia, da cui forse provenne il nome Sömêrôn ("custode"). Nella parte meridionale del grande cortile occidentale del palazzo, nei ruderi di un ampio edificio furono trovati 75 ostraca, scritti in ebraico arcaico, con inchiostro nero a mezzo di una canna, i quali contrassegnavano le giarre d'olio o di vino ai magazzini reali. In essi sono ricordati 22 nomi di villaggi del territorio di Manasse e i nomi degli intendenti regi, e vi è frequente l'elemento Ba'al, che conferma i dati biblisi riguardanti le condizioni religiose del Regno d'Israele dopo Omri (I Reg. 16, 31-33; II Reg. 10,18). Nell'angolo nord-ovest della cittadella, un'ampia vasca ( $10 \times 5 \mathrm{~m}$.), in parte scavata nella roccia ma tutta cementata, rappresenta forse

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(do J. H'. Croufost - K. Kongon-E. L. Lukyach, The Bouldings
at S., Londra 1912, for. 36, 31
Samaria - Torre rotonda scavata a S.
a la vasca di S. " (I Reg. 22,38) nella quale fu lavato il carro di Achab dopo la fatale battaglia di Ramot in Galaad. Nel 1932 fu scoperta, fra i ruderi della cittadella, una ricca co