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uttanze dei genitori) : sbranò un leone, per difendersi uccise da solo 30 uomini, bruciò le messi mature dei Filistei mandandovi degli sciacalli legati a coppie con una fiaccola accesa legata alla coda; di nuovo per difendersi uccise un gran numero di nemici (Iudc. 14, 1-15, 8). I Filistei allora fecero una spedizione per impadronirsi dell'eroe, mettendosi per la prima volta con Israele in quel rapporto di ostilità che si protrasse per secoli.

Storicamente corrispondono le notizie extrabibliche secondo le quali i Filistei (v.), da ca. un secolo in movimento dopo che erano partiti dalle loro sedi originarie dell'Anatolia e di Creta, insediati sul litorale del Canaan meridionale dopo una sconfitta inflitta loro da Ramses II d'Egitto, tra i secc. xir e xi a. C. cercavano di estendersi anche nel retroterra.

Quella prima volta S. si lasciò consegnare ai Filistei a patto di aver salva la vita. Legato, strappò le funi come

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(fei, Alinari)
Sansone - S. con la mascella d'asino. Dipinto di Guido Reni (ca. 1613) - Bologna, Pinacoteca.
fili e con una mascella d'asino uccise 1000 Filistei. Un'altra volta, chiuso in città, di notte divelse i battenti e le sbarre e portò tutto su un monte. Fu rovinato da una donna, Dalila (v.), che, informata del segreto della sua forza, lo ridusse all'impotenza, facendolo tosare : l'eroe fu preso e accecato. Ma più tardi, essendogli ricresciuti i capelli, segno esteriore del ritorno al nazireato e allo spirito jaboutico, in occasione di una festa filistea del dio Dagon (v.), scrollando a braccia e abbattendo le colonne di sostegno di un tempio, seppelli nelle rovine se stesso e i Filistei.

Che il gusto dei narratori popolari per l'eroico e il meraviglioso nel periodo di trasmissione orale del racconto abbia trovato nelle imprese di S . un po' di soddisfazione è probabile e non è neanche riprovevole : la storia acquista contorni di fantasia e l'esegeta deve saper distinguere. Ma essendo storicamente esatto tutto lo sfondo dell'incipiente pericolo filisteo, determinata la personalità dell'eroe, spiegata convenientemente la ragione delle sue doti, è errato parlare di « mito » e rifiutare come leggendario l'insieme degli episodi. Il senso religioso della narrazione è nell'idea delle grazie provvidenziali per la salvezza d'Israele e nella vicenda personale dell'eroe peccatore e convertito (Iudc. 16, 28).

Bibl.: M.-J. Lagrange, Le livre des Juges, Parigi 1903, specialmente p. 238 sg.; V. Zapletal, Der bibl. Samson, Friburgo 1906; H. Lesêtre, Samson, in Rev. apol., 3 (1907-1908), pp. 334-41; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I. Torino 1932, pp. 306-10; H. Höpfl - A. Miller - A. Metzinger, Introd. in Vet. Test., Roma 1946, p. 144.

Giovanni Rinaldi
Iconografia. - 1. Archeologia. - Nonostante che la figura biblica di S. sia stata avvicinata a quella di Cristo dai Padri della Chiesa (s. Agostino, s. Paolino da Nola, s. Gregorio Magno, ecc.) e che il trionfo sui Filistei abbia assunto presso i cristiani il significato della Redenzione divina e della vittoria sulla morte, l'arte cristiana antica l'ha quasi del tutto ignorata. Tuttavia gli antichi studiosi (Aringhi, ecc.) incorsero talvolta nell'errore di scambiare per S., che reca sul dorso le porte di Gaza, la scena del paralitico guarito con il suo letto, e da taluni è ritenuto cristiano, senza fondamento, un musaico rinvenuto a Malta nella Città vecchia (cf. E. Becker, Malta sotter-
ranea. Studien zur altchristl. und jüdisch. Sepulkreikunst, Strasburgo 1913, p. 79, tav. XXVI). Un'eccezione sembra un frammento di scultura lignea con le sue scene del tradimento di Dalila e del crollo del tempio filisteo (DACL, XV, i, col. 740); un'altra scena è stata restituita da una scultura marmorea del sec. v nel « Martyrion * di Seleucia presso Antiochia (Antioch., III [1941], tav. XVII). La scena di S. che abbatte il leone era rappresentata in una basilica del sec. v, in Spagna, in scene separate, per la quale Prudenzio compose i distici illustrativi (Prudenzio, Distrochaena, nn. 19-20).

Le altre rappresentazioni conosciute appartengono tutte alle arti minori. La decorazione di una stoffa serica custodita al Laterano riproduce l'episodio della lotta con il leone (cf. P. Lauer, Le trésor du Sancta Sanctorum, in Foudation E. Piot, Monum. et mèm., 15 [1906], tav. XVIII). Un gruppo di scene con episodi della vita di S. sono distribuiti sui primi due region: nel foglio miniato $347^{\circ}$ del manoscritto di s. Gregorio Nazianzeno (il Parisinus graecus 510 del sec. ix; cf. H. Bordier, Description des peintures et autres orcements contenus dans les manuscrits grecs de la Biblioth. nation., Parigi 1883-84, p. 63 sgg.). Un'altra figurazione si trova tra simboli cristiani in un medaglione di bronzo pubblicato da G. Ciampini (De duobus emblematibus, p. 4) e da F. Buonarroti (Osservaz. sopra alcuni framm. di vasi ant. di vetri ornati di figure trovati ne' cimit. di Roma, Firenze 1716, p. 2, tav. I, 1).

Pasquale Testini
2. Arte. - Le più antiche rappresentazioni medievali di S. sono presentate in un ciclo di alcune scene consecutive, tratte dalla sua storia; tra questi cicli il più notevole è quello scolpito in diverse formelle di una transenna marmorea romatica (XII-2111 sec.), che si conserva nella cappella di S. Restituta, annessa al duomo di Napoli.

Separatamente si usava anzitutto raffigurare la scena della lotta di S. con il leone; essa veniva ripetuta spesso dalla scultura oltremontana del tardo medioevo; tali sculture gotiche adornano, p. es., il portale settentrionale della cattedrale di Chartres e quello maggiore del duomo di S. Stefano a Vienna. Di Luca Cranach il Vecchio si hanno due pannelli con scene della storia di S.: in uno di essi, di proprietà del Museo del Castello di Weimar, si vede la lotta con il leone; nel secondo, che si conserva nel Museo del Massimilianeum ad Asburgo, è dipinta Dalila che taglia i capelli a S.

Rarissime sono le raffigurazioni di S. nell'arte della rinascita italiana; tra essi si nota una bella miniatura del fiorentino Attavante, databile al 1476, che adorna il testo del Libro dei Giudici nella splendida Bibbia del duca Federico, uno dei più insigni manoscritti della Biblioteca Vaticana. Da notare, inoltre, il quadro di G. Reni, S. vittorioso (Pinacoteca, Bologna).

Bibl.: K. Künste, Ihonographie der christlichen Kunst, I. Friburgo in Br. 1028, pp. 297-99. Witold Wehr
SANSONE, Francesco. - Teologo francescano, n. a Brescia da padre oriundo senese Nannis (Joannis) nel 1414, m. a Firenze il 26 ott. 1499.

Entrò tra i Francescani a Siena e nell'Ordine ebbe varie cariche; fu nel 1469 ministro provinciale di Terra Santa, nel 1470 della Toscana, inquisitore a Siena, nel 1475 ministro generale dell'Ordine. Il $1^{\circ}$ dic. 1483 fu nominato consigliere dell'Impero da Federico III. Nel convento di Siena fece costruire due chiostri e tre in quello di Brescia, oltre la sagrestia; a S. Francesco di Piacenza (1471) eresse un grande monumento al maestro Francesco Maironi, detto l'Illuminato. Generale per 24 anni, lavorò per la disciplina e l'organizzazione dell'Ordine, redigendo le Constitutiones pro reformatione provinciae Marchiae, emanate il 13 ott. 1478; e le Ordinationes per tutto l'Ordine (Capitolo generale di Cesale, 1485). Favorì e provosse l'espondersi del movimento dell'Osservanza. In una disputa tenuta a Roma sull'Immacolata Concezione nel 1477 davanti a Sisto IV seppe così bene confutare le obiezioni degli avversari da esser chiamato, dal Pontefice, S.

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Fra i suoi scritti si ricordano: Quaestiones super octo libros physicorum, che il Wadding credette erroneamente opera incompleta, e edite con il titolo Recollectae in forma quaestionum (Venezia 1496); e secondo il Papini, Commentaria super Ethicam Aristotelis.

Bib1.: Waddine, Scriptores, p. 95; Shayslea, II, p. 299; N. Papini, L'Etruria francescana, Siena 1797, pp. (S-10; A. Zanelli, Muntro F. S. Nolitic e documenti (1212-20), in Bollettino onore di storia potria, 6 (1897), pp. 83-90; G. Abate, Ricercta ordinis S. Frantieri, in Miscellanea Francescana, 22 (1921), p. 146 sgg.; 38 (1936), pp. 325236 (rimasto incompleto: ivi e edito il regesto del S.). Gaudenzio Melani

SANSOVINO, Andrea Contucci detto il. - Architetto e scultore, n. a Monte S. Savino (da cui il nome) nel 1460, m. probabilmente ivi nel 1529.

Recatosi assai giovane a Firenze, fu forse allievo del Cronaca (v.) e certamente suo collaboratore nell'atrio della sagrestia di S . Spirito, ove gli sono attribuiti alcuni capitelli; nella stessa chiesa è suo l'altare del Sacramento eretto per la famiglia Corbinelli, ancora legato alla tradizione di Benedetto da Maiano (1490-91). Nel periodo immediatamente successivo si dovrebbe porre il suo soggiorno in Portogallo, ricordato dal Vasari, ma oggi negato dalla maggior parte degli studiosi. Certo si è che in Portogallo nessuna delle opere attribuitegli può considerarsi realmente sua. Ancora più tardi, dopo un breve soggiorno fiorentino, il S. si recò a Roma, ove esplìcò grande attività sotto i pontificati di Giulio II e di Leone X. Risalgono a questo periodo i monumenti al card. Manzi in S. Maria in Aracoeli (1504) e al card. Sforza (1505) e al card. Basso (1507) in S. Maria del Popolo. Nel primo, nonostante il poderoso senso plastico, il S. è ancor legato ai modelli del Bregno nella semplicità della concezione architettonica e nella minuzia degli ornati; ma le tombe di S. Maria del Popolo per la monumentalità dell'architettura, ideata come un arco trionfale, e per la classicita delle sculture, rivelano l'ispirazione dall'antico, dapprima elaborata con freddo intellettualismo, poi penetrata e rivissuta. La cultura classica è sempre più manifesta nelle opere successive, sia di scultore (statue della Vergine con il Bambino sopra le porte di S. Giacomo in Augusta e di S. Maria dell'Anima, del 1509; gruppo della Vergine con il Bambino e s. Anna in S. Agostino, del 1522), sia di architetto (fra le quali è particolarmente da ricordare il portico di S. Maria in Domnica, eretto fra il 1513 e il 1514 , già attribuiti a Raffaello o al Peruzal). Da Leone X. venne inviato dopo la morte di Bramante a Loreto, dove ebbe la parte principale nel rivestimento marmoreo della S. Casa, e continuò la costruzione del Palazzo Apostolico e della Basilica, discostandosi, sembra, dai disegni bramanteschi; tanto che nel 1520 , a seguito del giudizio sfavorevole dato da Antonio da Sangallo il G. sulla sua opera, venne sostituito nella carica di architetto da Cristoforo di Simone Ressa da Imola. Gli rimase invece affidata la parte scultorea, alla quale attese fino alla morte. Altre opere sicure del S. sono il cortile del Palazzo comunale di Jesi, la scalinata innanzi al duomo di Arezzo e la casa che costrui per se stesso nel paese natio; verosimile è anche l'attribuzione del Palazzo eretto in Roma a Piazza dei Caprettari per Giuliano de' Medici e passato poi a Lante. - Vedi tav. CXVII.

Bib1.: G. Vasari, Vite, ecc., ed. Milanesi, IV, Firenze 1879. pp. 209-27; Venturi, X, 1, pp. 102-74 e XI, 1, pp. 127-76, Milano 1935-38; E. Lavagnino, Artisti ital. in Portogallo, Roma 1940; G. Giovannoni, La chiesa di S. Maria della Navicella in Roma nel Cinquecento, in Palladio, 7 (1943), pp.132-38. Mario Zecca

SANSOVINO, Jacopo Tatti detto il. - Architetto e scultore, n. a Firenze il 2 luglio 1486, m. a Venezia il 27 sett. 1570. Allievo di Andrea Sanso-
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(frf. Alinari)
sansovino, Jacopo Tatti detto il - La Deposizione, Bassorilievo in bronzo della porta della basilica di S. Marco - Venezia.
vino, dal quale prese il soprannome, operò in un primo tempo a Firenze e a Roma, dove soggiornò dal 1503 al 1510 ca., e dal 1518 al '27.

Fin dalle prime opere mostra di aver assimilato la grazia toscana del suo maestro e di sentire l'influenza di Raffaello, subordinando ogni ricerca di energia formale, ispirata da Michelangelo e dallo studio degli antichi, a quella di effetti pittorici e di eleganze lineari. Capolavoro di questo periodo è il Bacco (1514, Museo del Bargello) vibrante di gioiosa vitalità. Altre opere: le statue di S. Giacomo in S. Maria del Fiore e in S. Maria di Monserrato a Roma e la Madonna del Parto in S. Agostino, ivi, di classica maestà.

In Roma il S. compì anche le sue prime opere d'architettura: il progetto per S. Giovanni dei Fiorentini, non realizzato, il rifacimento dell'interno di S. Marcello (ivi è suo il monumento del card. di S. Angelo e del vescovo Uras) e il Palazzo Gaddi-Amici, che nella decorazione del cortile dà un primo esempio di quelle qualità pittoriche che l'artista svilupperà in pieno a Venezia dove riparò nel 1527 e divenne nel 1529 l'architetto ufficiale, con la carica di Proto di S. Marco.

Vi esordì con il restauro delle cupole della chiesa marciana e con il compimento della Procuratie vecchie, ponendo poi mano alle chiese di S. Giminiano e di S. Francesco della Vigna ed alla Scuola della Misericordia, opere condotte innanzi, come tante altre del S., a lungo e faticosamente, tra modifiche e interventi di aiuti, e non tutte ultimate. Nel 1534 egli data la Madonna dell'Arsenale, nel 1535 termina un rilievo nella basilica del Santo a Padova, lasciato incompiuto dal Minelli, e l'anno dopo ne inizia un altro, con il Miracolo di Carilla. Il 1537 segna l'inizio di un eccezionale numero di opere: la Zecca, la Libreria, la Loggetta del campanile, il Palazzo Comer, e un gruppo di rilievi per il presbiterio di S. Marco, completato nel 1544. Dal 1546 è la porta della sacrestia di S. Marco, del 1530 la statua di Ercole commessa dal Duca di Ferrara e ora a Brescello, del 1554 l'inizio delle statue di Marte e Nettuno per il Palazzo Ducale e la fusione della statua di T. Rangone per la facciata di S. Giuliano, costruita dallo stesso S. in collaborazione con il Vittoria. Di questi anni sono anche le Fabbriche Nuove di Rialto.

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la facciata di S. Giminiano, il progetto della Scala d'oro nel Palazzo Ducale. Quasi ottantenne compi il monumento al doge Venier in S. Salvatore.

Nel clima artistico veneziano, specie a contatto con pittori come Tiziano, il S. poté esprimere appieno il suo temperamento: i rilievi della porta della sacrestia di S. Marco, di impostazione glabertiana, sono pieni di drammatica foga, realizzati con maniera impressionistica e vibranti di luce; mirabili, nella stessa chiesa, le statue degli Evangelisti, condotti a colpi di stecca simili a pennellate tintorettesche" (Venturi), e i rilievi con le storie di S. Marco. L'intensità drammatica, che anima anche la statua del Battista ai Frari, piena di slancio nervoso, diviene composta e solenne dolcezza nelle numerose immagini della Madonna con il Bambino, a rilievo e a tutto tondo (Arsenale, Loggetta, Museo Correr e Ca' d'oro a Venezia; Vittorio Veneto; Bargello; Berlino; Louvre). Lo sforzo accademico raffredda invece i colossali Giganti delle scala ducale, mentre una grazia manieristica impronta le quattro immagini pagane del fronte della Loggetta. Particolarmente felici numerose sculture a carattere decorativo, o inserite in complessi architettonici : la statua di T. Rangone a S. Giuliano, il camino già a Ponte Casale, le tombe Pocodaturo a S. Sebastiano e Venier a S. Salvatore.

Anche nel massiccio e severo edificio della Zecca il S. ricava effetti pittorici dal variare del bugnato, che impiega poi nel pianterreno di Palazzo Corner, i cui piani superiori, con il motivo delle colonne binate e la ricca ornamentazione dei pennacchi delle finestre, mostrano quella ricerca di moto chiaroscurale e di fasto solenne che avranno un'altra mirabile realizzazione nel doppio loggiato della Libreria. Quest'ultimo motivo darà vita anche alla massa grandiosa della Villa Garzoni a Ponte Casale ed al Palazzo Dolfin. Architettura e scultura gareggiano nel rendere pittoresca e fastosa la loggia del campanile.

Meno fortunato il S. nelle sue costruzioni religiose: demolite le chiese di S. Giminiano e di S. Spirito in Isola, alterato durante l'esecuzione l'interno di S. Francesco della Vigna, poco felice la facciata di S. Giuliano ci è rimasto tuttavia un tipico esempio del suo stile pittorico nel completamento di S. Fantino. Tra le numerose altre sue opere si citano : il sepolcro Quignone in S. Croce a Roma, i rilievi con l'Ascensione in S. Marco e al Bargello, il rilievo con sacra conversazione a Berlino, i due bronzi di Marte e Netuno a Detroit. v Vedi tav. CXVIII.

Biol.: H. R. Weihrauch, Tatti Jacopo d'Antonio, in ThiemeBecker, XXXII, pp. 463-70 (con bibl. precedente); F. Sansovino, Venetia città mobilisima ecc., Venezia 1581; G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, VII, Firenze 1906, pp. 485-532; id., Vita di 7. T., con introduzione e note di G. Lorenzetti, Firenze 1913; W. Bode, Italienische Bildbaver der Renaissance, Berlino 1897; L. Coggido Pittoni, 7. S. scultore, Venezia 1909; G. Lorenzetti, Di alcuni bassorilievi attrib. a 7. S., in Arte, 12 (1909), pp. 289-301; id., La loggetta al campanile di S. Marco, ibid., 13 (1910), pp. 108-33; id., 7. S. scultore, Venezia 1910; id., La Libreria sanzoniniana di Venezia, in Accad. e Bibliot., 2 (1928-29) e 3 (1929-30); id., Itinerario sanzonin. di Venecia, Venezia 1929; G. Giovannoni, Un'op. sconosciuta di 7. S. in Roma, in Boll. d'arte del Minist. pubbl. istruz., 1917, pp. 64-81; L. Planiscig, Venettantsche Bildbauer der Renaissance, Vienna 1921, pp. 349-86; A. Callegeri, Il Pal. Garzoni a Ponte Casale, in Dedalo, 6 (1925-26), pp. 569-98; V. Moschini, La villa Garzoni a Ponte Casale, in Arte, 33 (1930), pp. 532-40; A. Venturi, Bronzo di 7. S. in S. Marco a Venezia, ibid., 34 (1931), pp. 30-42; Venturi, X, I, pp. 172-77; X, II, pp. 610-71; XI, III, pp. 92-174; H. R. Weihrauch, Studien an bildnerischen Werbav d. 7. S., Strasburgo 1933; E. P. Richardson, Two bronzes by 7. S., in Art Quarterly, 1930, pp. 3-11.

Nolfo di Carpegna
SANTA ALLEANZA. - Nel sett. 1815 lo zar Alessandro I di Russia, di cui è noto il temperamento mistico, redigeva personalmente - sia pure influenzato dalla baronessa von Krüdener - un documento che sottoponeva in Parigi, il giorno 26, alla firma dell'imperatore Francesco I d'Austria e del re Federico Guglielmo III di Prussia. Si trattava di una vera e propria dichiarazione di principi, per la quale
i tre Sovrani, riconoscendosi debitori a Dio della vittoria riportata su Napoleone e considerandosi come "delegati della Provvidenza a governare tre rami di una medesima famiglia", si impegnavano a "prendere per regola della loro condotta i precetti de.la santa religione cristiana", a governare i loro popoli "quali padri di famiglia", ad assicurarsi inalterabile reciproca amicizia e fraterna collaborazione, al solo scopo di "proteggere la religione, la pace e la giustizia ".

Questa iniziativa dei tre firmatari, che si dichiaravano vicari dell'unico Re, il Divino Salvatore Gesù Cristo, doveva essere aperta all'adesione di quante Potenze avessero voluto aderire "à cette Ste Alliance ". Tale espressione, che si riporta nell'originale francese, ha dato il nome di S. A. alla comunita "cristiana " proposta dal documento, cui aderirono ben presto quasi tutti gli Stati di Europa, con la sola eccezione del Re d'Inghilterra e del Pontefice. Il ministro britannico degli Esteri, Lord Castlereagh, la considerò infatti "un monumento di misticismo e di sciocchezze sublimi ", mentre nella Corte di Roma si guardò con diffidenza una simile dichiarazione che poneva sul medesimo piano il cattolicesimo, il pronstatuesimo e l'ortodossia " in un singolare e nebuloso sincretismo cristiano. Se fosse rimasta su questo piano iniziale, la S. A. non avrebbe avuto alcuna pratica conseguenza e rimarrebbe nella storia unicamente come una generosa utopia. Per estensione, si è dato invece l'improprio nome di S. A. al Patto politico stipulato il 20 nov. 1815 fra la Russia, la Prussia, l'Austria e l'Inghilterra per il mantenimento della pace europea attraverso il rispetto dello statos quo uscito dal Congresso di Vienna. Sorse cosi il "sistema" della S. A., che si trasformò ben presto in un organismo internazionale rivolto a tutelare l'assolutismo monarchico contro l'insorgente liberalesimo europeo, secondo le direttive dell'onnipotente Cancelliere austriaco, il principe di Metternich. Il grande statista impegnò difatti gli Stati aderenti al " sistema " a consultarsi periodicamente sugli sviluppi della situazione politica internazionale ed a prestarsi reciproco aiuto militare in caso di insurrezioni o di attacchi esterni. Si annoverano così i Congressi di Anpiogezina (1818) per decidere il ritiro delle truppe alleate presidianti la Francia, di Karlsbad (1819) e di Troppau (1820) per concretare le misure da prendere contro i moti studenteschi germanici, di Lubiana (1821) per l'intervento armato dell'Austria contro i movimenti costituzionali di Napoli e del Piemonte, di Verona (1822) per la repressione, ad opera di un exercito francese, della Rivoluzione spagnola. A tali Congressi intervenivano, oltre ai rappresentanti delle quattro Potenze firmatarie, i plenipotenziari di quelle volta a volta interessate ai diversi problemi. La Conferenza di Londra nel 1827, nella quale Inghilterra, Francia e Russia si accordarono per interporre i loro buoni uffici tra il Sultano di Turchia e i Greci che gli si erano ribellati, con l'astensione dell'Austria e della Prussia, inclini invece a sostenere i "legittimi diritti" della Porta, segnò la prima incrinatura del "sistema ", destinato a sfaldarsi quando la Gran Bretagna si oppose a un intervento europeo nel Sud America per ricondurre gli Stati americani all'obbedienza spagnola e soprattutto allorché la Rivoluzione Francese del 1830 portò la cosiddetta Monarchia di luglio a sostenere la "politica del non intervento", in appoggio alla Rivoluzione belga contro il Re d'Olanda. Nonostante questa grave crisi, la S. A. pervenne ancora ad erginare i moti liberali del 1831 con gli interventi austriaco in Italia e russo in Polonia, ma negli anni immediatamente successivi Francia ed Inghilterra uscirono di fatto dalla S. A. appoggiando le Regine costituzionali della Spagna e del Portogallo contro i "Carlisti " e i "Miguelisti " sostenitori del regime assolutistico, mentre Austria, Prussia e Russia rinnovavano a Münchengrätz (sett. del 1833) i patti di alleanza del 1815. Termina a questo punto, attraverso tale "dislocazione" - come fu chiamata - delle Potenze europee, la storia della S. A., di cui sono unicamente

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A sinistra: S. ANNA E LA VERGINE CON IL BAMBINO - Roma, chiesa di S. Agostino. A destra: MONUMENTO AL CARD. GIROLAMO BASSO - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo.

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Tav. CXVIII
SANSOVINO JACOPO
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lontana eco le platoniche profferte di aiuto della Confederazione germanica all'Austria impegnata in Lombardia nel 1848 e l'intervento militare russo in Ungheria, a sostegno degli Absburgo, nel 1849. Nei quindici anni del suo massimo splendore (1815-30) la S. A., ben diversamente dalla esecuzione iniziale delle zar Alessandro, fu pertanto "uno strumento di lotta e di oppressione contro i movimenti liberali e nazionali e produsse spedizioni e repressioni violente: donde il significato odioso che è rimasto legato al suo nome" (Silva). Giova ancora ricordare come la S. Sede, rimasta estranea all'originaria S. A., abbia assunto atteggiamenti diversi nei confronti della politica dell'intervento: contraria, p. es., nel 1821 , per bocca del legato card. Spina, alla spedizione austriaca di Napoli, appoggiò invece la campagna di Spagna del 1822; subì, senza averlo provocato, l'intervento austrofrancese in Romagna e nelle Marche del 1831-32 e rimproverò energicamente allo Zar le atrocità della repressione polacca dello stesso periodo. Il governo pontificio, anche sotto i papi, ai quali si volle dare la fama di "reazionari" (Leone XII, Pio VIII e Gregorio XVI), non partecipò quindi nappure al "sistema" della S. A., contrariamente all'opinione corrente.

Bibl.: E. Muhlenbeck, Etude sur l'origine de la S. A., Parisi 1885 ; M. H. Weil, Les dessous du Congrès de Vienne, iv 1917; R. Capeligue, St. d. Restaurazione, trad. it., III, Milano 1846, p. 118 sgg.; N. Bianchi, St. doc. d. diplomazia europea, Torino 1865 sgg., passim; C. K. Webster, The Congress of Vienna, Oxford 1919; Cresson, The Holy Alliance, Nuova York 1922; H. von Srbik, Metternich, 2 voll., Monaco 1925; N. Mikhailovitch, Le true Alexandre I, Parigi 1931; J.-H. Pirenne, La Sainte Alliance, 2 voll., Neuchâtel 1946-49; C. K. Webster, The foreign policy of Castlereagh (1817-13), 2* ed., Londra 1950; id., The foreign policy of Castlereagh (1815-22), $3^{\circ}$ ed., ivi 1951; F. Lemmi, A. (S.), in Enc. Ital., II, 532-33 con ult. bibl.; H. Nicholson, Il Congresso di Vienna, vers. it., Firenze 1952, pp. 245-50. Per altra bibl. cf. Bestalurazione Renzo U. Montini

SANTA CATERINA: v. FLORIANOPOLIS.
SANTA GROCE DELLA SIERRA (SANTA Cruz de la Sierra), diocesi di. - Città e diocesi dello Stato di S. Cruz nella Bolivia (America meridionale). La diocesi comprende i dipartimenti di S. Cruz e di Beni.

Ha una estensione di 126 mila migliaq, con una popolazione di 150.000 ab. tutti cattolici; conta 29 parrocchie servite da 14 sacerdoti diocesani e 23 regolari; ha un seminario, 4 comunità religiose maschili e 4 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 361). La diocesi fu eretta il 5 luglio 1605 , quale suffraganea di Lima, ma nel 1609 passò alle dipendenze della diocesi di La Plata, l'attuale arcidiocesi di Suare. Primo vescovo fu mons. Antonio Calderon. Si deve ricordare l'opera missionaria nel sec. xvir dei Gesuiti con a capo il p. Cipriano Baraza, per la conversione degli indiani. La Cattedrale è dedicata alla S.ma Croce.

Bibl.: anon., s. v. in Cath. Enc., XIII, p. 456; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LIII, pp. 1505-1508. Enrico Josi

SANTAGROCE PUBLIGOLA, FAMIGLIA. Ricordata come antichissima già nel sec. xiri nei registri di Innocenzo IV. Furono creati prìncipi da Clemente XI, che eresse in ducato il loro feudo di Oliveto.

Il più illustre fra gli ecclesiastici fu Prospero (n. il 24 sett. 1513, m. 18 nov. 1589), uditore di Rota, vescovo di Chissamo ( 22 marzo 1548 : vi rinunciò il 10 dic. 1572), fu inviato nunzio presso re Ferdinando ( 5 apr. 154825 apr. 1550); poi fu nunzio in Francia nel 1552-54. in Spagna nel 1560 , quindi di nuovo in Francia (ott. 1561 1566). In questo frattempo fu creato cardinale il 12 marzo 1564 ed ebbe in amministrazione l'arcivescovato di Arles ( 17 giugno 1566), che tenne sino al is marzo 1574. Delle lotte civili cui assistette parla nei suoi De civilibus Galliae disseminisibus commentatorum libri III, che vanno dalla morte di Francesco I al 1562 . Antonio, arcivescovo di Seleucia e nunzio in Polonia, fu creato cardinale da Urbano VIII il 19 nov. 1629; divenne arcivescovo di Chieti ( 10 marzo 1631), poi di Urbino ( 9 giugno 1639 , rinunciò nel 1639). M. a Roma a 43 anni il 25 nov. 1541.

Marcello, referendario di Segnatura, fu creato cardinale da Innocenzo X il 19 febbr. 1652 e poi vescovo di Tivoli il 14 ott. 1652 ; m. a Roma il 19 dic. 1674. Da ricordare anche Pietro, che all'inizio del sec. xvi fu governatore di Castel S. Angelo, militò agli ordini di Ferdinando il Cattolico nel Regno di Napoli e poi al servizio della Chiesa sotto Leone X. La famiglia si estinse con Antonio nel sec. xix.

Bibl.: Eubel, III - IV, passim; Pastor, V - VII, passim. Roberto Palmarocchi
SANTA FE, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e città nello Stato del Nuovo Messico (U.S.A.). Nel 1598, Juan de Onate prese possesso del Nuovo Messico in nome del Re di Spagna. I Francescani lavorarono a S. Gabriele, ma il centro delle attività religiose fu traferito poco dopo a S. F.

Oggi la provincia ecclesiastica è composta dalle diocesi di S. F., El Paso e Gallup. Vi sono 470.000 ab. e 240.000 cattolici nella diocesi che copre un territorio di 74.860 migliaq., 207 sacerdoti ( 85 religiosi di 9 congregazioni diverse) esercitano il sacro ministero nelle 72 parrocchie, 40 cappelle, 374 missioni e stazioni. Vi sono inoltre 19 congregazioni femminili ( 580 suore), i seminario diocesano, i scolasticato, 2 collegi, 2 orfanotrofi e 9 ospedali.

Il successo fu scarso all'inizio perché i governatori militari pretendevano che i religiosi lavorassero fra i soldati ed i bianchi piuttosto che fra gli indigeni. I Francescani insisterono nondimeno per ottenere il permesso di darsi alla conversione degli indigeni. Le conversioni furono numerose dopo il 1620 e dopo una ventina d'anni tutti gli indigeni Pueblo (Tiguex e Quirix) si convertirono (ex. 40.000). I religiosi erano allora 50 , in 30 residenze. Il governo spagnolo chiese a Roma la fondazione di una diocesi, ma i religiosi pensarono che la popolazione non fosse ancora matura. Le difficoltà sorsero pochi anni dopo; il 10 ag. 1680, 21 francescani furono uccisi e molte missioni distrutte. All'inizio del sec. xix vi erano 34 francescani occupati specialmente fra la popolazione bianca. Poco dopo il Messico espulse tutti gli Spagnoli. Con il Trattato di Guadalupe Hidalgo, il Messico cedette il Nuovo Mexico agli Stati Uniti e, su domanda dei vescovi americani, la S. Sede eresse il vicariato apostolico di nuovo Messico nel 1850 e mons. Giovanni Lamy (originario di Francia) venne nominato vescovo. Lo smembramento da Durango (Messico), non era canonicamente fatto, il che causò molte difficoltà al nuovo titolare; perciò nel 1853 venne eretta canonicamente la diocesi di S. F.

La diocesi comprese allora i seguenti Stati : Nuovo Messico, Arizona e Colorado. Nel 1873, quattro nuove provincie ecclesiastiche furono erette negli Stati Uniti: Boston, Filadelfia, Milwaukee e S. F. Quest'ultima ebbe il vicariato apostolico di Utah-Colorado e d'Arizona come suffraganea.

Bibl.: J. Gilmary Shea, The history of the Catholic Church in the United States, IV, Nuova York 1893, pp. 661-66; J. Derschen, s. v. in Cath. Enc., XIII, pp. 456-57; The Official Catholic directory, 1930, Nuova York 1950, pp. 213-16; Th. Roemer, The Catholic Church in the United States, St-LouisLondra 1950, pp. 21 sgg., 226 sgg., 266 sgg. Gastone Carrière
SANTA FE, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi della provincia omonima nella Repubblica Argentina.

Ha una superficie di 104.665 kmq . con una popolazione di 786.000 ab. dei quali 730.000 cattolici; conta 107 parrocchie servite da 137 sacerdoti diocesani e 83 regolari; ha un seminario, 20 comunità religiose maschili e 55 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 361). Fu elevata a diocesi il 15 febbr. 1897 per smembramento dalla diocesi di Paraná. Suo primo vescovo fu mons. Juan Augustin Bonen. Il papa Pio XI con la cost. apost. Nabilis Argentinae Nationis, del 20 apr. 1934, la elevò a metropolitana. La Cattedrale è dedicata a s. Giuseppe. Due suffraganee sono le diocesi di Resistencia, Rosario e Tucuman.

Bibl.: AAS, 27 (1935), p. 261; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LIV, p. 31; A. A. Mac Erlean, s. v. in Cath. Enc., XIII, p. 457. Enrico Josi

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SANT'AGATA DEI GOTI, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Benevento. Ha una superficie di 50 kmq . con una popolazione di 38.000 ab. tutti cattolici; conta 31 parrocchie servite da 47 sacerdoti diocesani; ha un seminario diocesano, 47 comunità religiose maschili e 4 femminili (Ann. Pont. 1932, p. 362). E suffraganea di Benevento.

L'attuale S. A. dei G., secondo alcuni, sorgerebbe probabilmente sulle rovine di Saticula, che fu teatro di guerra durante le lotte tra Romani e Sanniti nel iv sec. a. C., e finì poi colonia e città fedele a Roma; secondo altri, meno probabilmente, sorgerebbe dov'era l'altra città sannitica Plistia. Nel v sec. d. C. vi si installo, dopo una sconfitta, una colonia di Goti, ai quali risale anche il nome della città; nell'viri sec. passò ai Longobardi e nell'zi ai Normanni; papa Gregorio IX l'ebbe fedele nel 1230; in seguito divenne possedimento di varie famiglie comitali del Regno di Sicilia.

Il primo vescovo di cui si ha notizia certa è un tale Madelfrido (970), eletto e consacrato da Ladinulfo, metropolita di Benevento, il quale, nella bolla di nomina di Madelfrido conservata a tutt'oggi, afferma di aver voluto ricostituire la diocesi di S. A. perché essa ebbe sempre un vescovo proprio: ut alim semper episcopum habituram. Storicamente dunque bisogna porre l'inizio della serie episcopale di S. A. in una data anteriore al sec. x. ma mancano i dati per stabilire il punto di partenza. Tra i vescovi che illustrarono la cattedra santagatense si trovano: Giovanni Beroaldo (m. nel 1566), il quale prese parte ai Concilio di Trento; Felice Peretti, che fu poi papa con il nome di Sisto V; s. Alfonso de' Liguori, Dottore della Chiesa (1762-75). Della città medievale restano ancora le mura, il castello, le chiese di S. Menda, consacrata da papa Pasquale II nel 1114, e di S. Francesco del 1267. La Cattedrale, dedicata all'Assunta, appartiene al sec. x-xir, ma fu trasformata e imbarocchita nel Settecento.

Nel 1849 la diocesi, in seguito al trasferimento di mons. Iavorone, perdette i Comuni di Arienzo (dov'è ancora il Palazzo episcopale abitato da s. Alfonso), di Cervino, di S. Maria a Vico e di S. Felice, aggregati alla vicina diocesi di Acerra.

Bibl.: Ughelli, VIII, pp. 344-38; Cappelletti, XIX, pp. 303319; Cottineau, II, col. 2576; Eubel, I, p. 75; II, p. 81; III, p. 97; IV, p. 313.

Gennaro Auletta

SANT'AGOSTINO (Saint Augustine), diOcesi di. - Città e diocesi nello Stato di Florida (U.S.A.).

La diocesi copre oggi un territorio di 46.959 migliaq. con una popolazione totale di 2.734 .116 ab., dei quali 72.000 cattolici. Conta 81 parrocchie con 111 sacerdoti diocesani e 78 regolari; 11 comunità religiose maschili con 73 religiosi (redentoristi, benedettini, salesiani, gesuiti, giuseppini) e 52 femminili, i scolasticato (O.S.B.), i collegio, 6 ospedali, 3 orfanonofi.

Filippo II di Spagna nominò Menéndez de Aviles governatore di Florida nel sec. xvı. Sbarcato in Florida, Menéndez edificò un forte e nelle vicinanze stabili S. A., la prima città permanente della Florida spagnola, nel 1565. La Florida era stata scoperta da Ponce de León nel 1513. Nella sua spedizione il Menéndez aveva con sé alcuni sacerdoti secolari, ma cercava missionari per la conversione degli indigeni. Il sacerdote Martin Francisco Lopez de Mendoza Grajales fu il primo parroco di S. A., la prima parrocchia negli Stati Uniti. Menéndez ottenne due domenicani e nel 1566 s. Francesco Borgia mandò tre gesuiti e dieci nel 1568; quelli che non furono uccisi dagli indigeni furono richiamati in Europa nel 1572. A questi succedettero i Francescani nel 1577. Molti fra loro furono pure uccisi, ma nel 1609 parecchi indigeni a S. A. domandarono il Battesimo; cosi cominciò l'età d'oro per le missioni della Florida.
S. A. era prima una parrocchia della diocesi di Santiago de Cuba e la prima visita del vescovo risale al 1606. Vescovi ausiliari vi si fermarono dal 1709 al 1710, dal 1735 al 1745 , dal 1751 al 1755.

Quando la Florida fu ceduta all'Inghilterra nel 1763, i cattolici fuggirono dal territorio. Nel 1787 la Florida passò sotto la giurisdizione di S. Cristoforo di Havana e soltanto nel 1793 Pio VI formò la diocesi della Luisiana e delle Floride con mons. Luis Peñaler y Cardena (residente a Nuova Orleans) come vescovo. Nel 1806 il territorio passò sotto la guida di Baltimora fino al 1825 , quando la S. Sede creò il vicariato apost. di Alabama e di Florida. Nel 1850 la diocesi di Savannah era formata e comprendeva anche la parte della Florida ed est del fiume Apalachicola.

Questa parte fu elevata a vicariato apost. nei 1875 ed a diocesi di S. A. nel 1870, da Pio X. Il primo vescovo fu mons. Agostino Verot, consacrato il 25 apr. 1858. Attualmente mons. G. Hurley, reggente della nunziatura apostolica a Belgrado, ne è arcivescovo a titolo personale.

Bibl.: J. Giloucy Shea, History of the Catholic Church in the United States, I, Nuova York 1866, pp. 100-82. 454-78; III, pp. 351-94; Th. Boemer, The Catholic Church in the United States, St. Louis-Londra 1950, pp. o. 255; The Oflir, Cath. Directory 1051, Nuova York 1951, pp. 217-20; I. Vede, Florida, in Cath. Eoc., VI, pp. 113-21.

Gianino Certire
SANTA INFANZIA, OPERA PONTIFICIA della: v. OPERE PONTIFICIE MISSIONARIE, III. O. p. della S. Infanzia.

SANT'ALESSANDRO DI OROSCI. - Abbazia nullus immediatamente soggetta alla S. Sede, situata all'interno dell'Albania settentrionale fra le montagne della Mirdizia.

In antico fu abbazia dei Basiliani (secondo altri dei Benedettini) dedicata a s. Alessandro martire. Dopo la sua distruzione il territorio venne diviso fra le parrocchie di Oroshi e di S. Nicola di Spaci, dipendenti della diocesi di Alessio. Date però le difficoltà di comunicazione con detta diocesi, Propaganda con decreto del 25 ott. 1888 distaccò la abbazia nullus, attribuendo a questa 5 parrocchie cui furono aggiunte altre 3 nel 1890 . Infine con decreto del 2 luglio 1906 le furono attribuite 2 parrocchie della diocesi di Sappa. L'abate fu eletto tra il clero secolare albanese. L'ultima statistica è del 1940 , secondo la quale su un territorio di 1400 kmq . lavorano 13 sacerdoti in mezzo a 18.160 cattolici.

Bibl.: A. Mihacevic, Serafushi Perivaj, 23 (Sarajevo 1909), p. 126; MC, 1950, pp. 72-73.

Nicola Kowalsky
SANTA MARIA, diOCesI di. - Suffraganea di Porto Alegre, nello Stato di Rio Grande do Sul, in Brasile.

Ha una superficie di 71.313 kmq . con una popolazione di 900.000 ab., di cui 680.000 cattolici. La diocesi fu creata dal papa Pio X il 15 ag. 1910, con la bolla Przedecessarum nosterum, conta 84 parrocchie, con 97 sacerdoti diocesani e 105 regolari. Ha un seminario minore, 48 comunità religiose maschili e 83 femminili. Titolare della diocesi è il S. Cuore di Gesù e della cattedrale N. S. dell'Immacolata Concessione.

Bibl.: AAS, 2 (1910), pp. 681-82; Ann. Pont. 1r 52, p. 362; O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 353-40.

Virginio Battezzati
SANTA MARIA AUSILIATRICE DI BELMONT. - Abbazia nullus benedettina, detta popolarmente "Abbazia di Belmont". Il $1^{\circ}$ ag. 1875, una proprietà denominata "piantagione Caldwell", nella contea di Gaston (Nord Carolina), fu offerta all'abbazia benedettina di S. Vincenzo in Pennsylvania da mons. J. Gibbona vescovo di Richmond. Uno dei monaci, d. H. Wolfe, fu inviato a prendere possesso il 21 apr. 1876, chiamando il luogo Maria Stein. A lui seguirono altri sacerdoti e fratelli laici.

Le costruzioni cominciarono subito e la scuola fu aperta nel sett. successivo, con appena 4 studenti. La prima Messa fu celebrata nella cappella l'8 sett. 1877, e ca. nello stesso tempo il nome fu cambiato in Maria S.ma Ausiliatrice dei Cristiani. I progressi furono lenti e per

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stimolare un più grande interesse della nuova fondazione, l'ab. Wimmer di S. Vincenzo decise di rendere l'abbazia indipendente. Il Capitolo accettò e la S. Sede confermò la decisione il 9 nov. 1884. Il rev. O. Moosmuller fu nominato abate, ma poiché egli declinò l'elezione, L. Haid, benedettino, fu eletto in suo luogo il 14 luglio 1885 e benedetto il 26 nov. dello stesso anno. Tre anni dopo fu nominato vicario apost. del Nord Carolina e il $1^{\circ}$ luglio 1888 fu consacrato vescovo titolare di Messene.

In considerazione dell'attività apostolica e del lavoro che i monaci esplicarono nei campi di missione del Nord Carolina, Georgia e Virginia, il b. Pio X l'8 giugno igio eresse l'abbazia a nullius a e assegno ad essa le 8 contec di Catawba, Cleveland, Burke, Gaston, Lincoln, Polke, McDowel e Rutherford. Per il progressivo sviluppo del distretto i lavori superarono la capacità della comunità: la S. Sede, alla richiesta dell'abbazia, cedette l'intero territorio originale, eccetto la contea di Gaston, alla diocesi di Raleigh, con breve dell'8 genn. 1944. L'abbazia a nullius a ora comprende soltanto la contea di Gaston con un'area di 363 migliaq. ed una popolazione di 110.706 anime, di cui 16.000 negri. Il numero dei cattolici è di 730 , inclusi 140 negri. Vi sono diverse cappelle e missioni, 3 parrocchie e 3 scuole parrocchiali nel distretto. I monaci dirigono il Collegio dell'abbazia e una scuola militare rispettivamente a Savannah, in Georgia e a Richmond in Virginia. Il vescovo Haid morì il 24 luglio 1924 e gli successe il rev. V. Taylor, benedettino, tuttora titolare. La comunità è ora composta da più di 60 sacerdoti e clero e io fratelli laici.

Ulrico Beste
SANTA MARIA D'ARABONA. - L'abbazia di S. M. A. sorge nel territorio di Manoppello (Chieti) nei pressi di un luogo ove era un tempio dedicato alla dea Orbona o Ara Deac Bonac.

Fondata nel 1208 da monaci cistercensi provenienti forse da Casamari (Enlart), o dalla abbazia romana delle Tre Pontane presso S. Paolo (Bertaux), è uno dei più cospicui monumenti dell'architettura borgognona nell'Italia centrale. Suo primo abate fu s. Aldemaro. Costruita, al pari di Casamari e Fossanova, in travertino, è assai simile ad esse nell'icnografia. All'interno, il fittissimo incrociarsi delle ogive e dei costoloni, che si tendono nervosamente dai capitelli e dalle mensole alle chiavi di vòtta, la collega strettamente ai prototipi della Borgogna. La costruzione, iniziatasi dal coro, non fu però condotta a termine: i lavori si interruppero per ragioni imprecisate alla seconda campata delle navate che si può supporre dovessero prevederne almeno altre cinque. In un restauro recentemente ultimato (1951) sono state consolidate le malferme fondazioni, isolate le absidi, liberati l'interno e l'esterno da sovrastrutture e rinnovato il muro di facciata sulla sezione che oggi funge da prospetto. L'attuale pianta risulta perciò a croce greca. Il coro è rettangolare e il transetto ha da ambedue le parti due piccole cappelle disposte sull'asse dell'abside. Sulle pareti delle testate e nel fondo del coro s'apronotre grandi rosoni. Predomina nell'edificio il sistema dell'arco triplo, o a doppia ghiera, già usato in Abruzzo in S. Clemente a Cassuria, tipico elemento costruttivo dello stile borgognone. La decorazione scultorea dei capitelli e delle mensole, a caulicoli e fogliami stilizzati, è anche essa di derivazione oltremontana.

Il rigore costruttivo che si palesa nel coro e nel transetto rallenta però nelle navate: da ciò si può arguire che la costruzione dové protrarsi nel sec. xim, dapprima sotto la diretta sorveglianza dei costruttori cistercensi e poi con l'intervento di maestranze locali. Dai documenti risulta che il cenobio dopo breve florida vita già decadeva nel 1330. Nel 1587 diveniva commenda del Collegio di S. Bonaventura di Roma. Nel coro, oltre al ciborio e
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Santa Maria Ausiliatrice di Belmont - Veduta panoramica (sec. xx). Belmont (U.S.A.).

al candelabro per il cero pasquale, databili contemporaneamente all'inizio della fabbrica, e notevoli esemplari della vasta produzione scultorea abruzzese del medioevo, si conservano due affreschi, una Madonna col Bambino e una Crocifissione firmati dal pittore Antonio d'Atri nel 1373, con insistenti richiami senesi.

Dell'antico convento, oggi adibito ad uso privato, restano scarsi avanzi, quasi tutti alterati nel corso dei secoli. Di grande interesse è però la sala capitolare, le cui strutture originali sono riconoscibili al di sotto del rivestimento ottocentesco.

Bibl.: G. Cherubini, Intorno alle pitture di Antonio de Adria in S. M. d'A., in Album pittor. letter. abruzzese, 1 (1860), pp. 103-104; V. Bindi, Mamon. stor. ed artist. degli Abruzzi, Napoli 1880, pp. 651-55; C. Enları, Origines françaises de l'archit. gothique en Italie, Parigi 1894, pp. 45-48; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, ivi 1904, p. 648 sgg.; G. Pansa, S. M. d'A. e le are sacrificali alla «Bona dea», in Riv. abruzzese, 33 (1018), p. 482 sgg.; I. C. Gavini, Stor. dell'archit., in Abruzzo, I, Milano 1926, pp. 382-83; E. Lovagnino, L'arte medioec., Torino 1942, p. 494; U. Chierici, Saggio di bibl., per la stor. delle arti figurative in Abruzzo, Roma 1947, v. indice; P. Torsca, Il Trecento, Torino 1951, p. 691.

Giovanni Carandone
SANTA MARIA DI GROTTAFERRATA, bADIA GRECA di. - Sorge tra i colli Tuscolani ed Albani al piedi del Monte Cavo, a ca. 18 km . da Roma sull'antica Via Latina.

La sua fondazione risale al 1004, per opera di s. Nilo di Rossano, il quale, dopo aver organizzato la vita cenobitica orientale nella sua nativa Calabria, risalì nella Campania e venne poi nel Lazio, accolto dal conte Gregorio di Tuscolo, che gli concesse quella vasta zona di terreni che formavano il Tusculanum di Cicerone. Ivi esistevano, e in parte esistono tuttora, grandiosi avanzi di villa romana dell'epoca repubblicana. Il più importante per la storia della badia è un doppio ambiente in opus quadratum, che in origine costituiva una cella sepolcrale della villa. Trasformata in oratorio cristiano fin dal primo medioevo ad uso dei pochi abitanti della zona, come si rileva da tracce di decorazioni e graffiti greci, assunse il nome caratteristico di a Crypta feresta * per le finestre romane a doppia inferriata, tuttora esistenti, su ogni parete. Il documento più antico che riporta questo nome è una bolla di Benedetto IX del 1037. Intorno a quel modesto oratorio campestre, e utilizzando i resti di altre costruzioni romane, sorse il cenobio e la chiesa, che venne portata a compimento da s. Bartolomeo, terzo successore di s. Nilo, e consacrata dal papa Giovanni XIX dei Conti di Tuscolo il 17 dic. 1024; è dedicata alla Vergine S.ma sotto il titolo di S. M. di G., la cui antica icone troneggia nel tempio, ove richiama numerosi fedeli. I sommi pontefici concessero alla badia privilegi e donazioni, riguardando sempre uno benevolenza questa istituzione monastica greca, sorta alle porte di Roma pro-

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Santa Maria di Grottarerrata, badia greca di - Il Salvatore in trono fra la Vergine e s. Giovanni. Ai piedi l'abate di S. M. di G. Musaco del sec. xiii - Grottaferrata.
prio nel periodo in cui Bisanzio spiritualmente se ne allontanava.

I primi due secoli di vita della badia, ad onta delle lotte tuscobino-romane, furono contrassegnati da un'intensa attività liturgica e letteraria, come è attestato dai numerosi e preziosi manoscritti esistenti ancora. Ad imitazione dei fondatori, i monaci trascrivevano e componevano, tenendo viva la tradizione iconografica indigreca e quella calligrafica iniziata dallo stesso s. Nilo. Ma l'acuirsi delle lotte, che culminarono poi nella distruzione dell'antica città di Tuscolo (1191) da parte dei Romani, avevano costretto la comunità di Grottaferrata a trovare temporanea ospitalità nel monastero del S. Speco a Subiaco. Al ritorno si ripresero le attività e alla chiesa venne ridato nuovo splendore sia all'interno con musaici, come quello dell'arco trionfale, ancora in ottima conservazione (rappresentante i dodici Apostoli ai lati di un trono vuoto nella cui parte inferiore è raffigurato l'agnello apocalittico) e con pitture in affresco sulle pareti, di cui soltanto una piccola parte fu risparmiata dal tempo e dagli uomini; sia all'esterno con l'apertura di bifore sui lati e del rosone sulla fronte, nonché con la costruzione della massiccia mole campanaria, accentuando il carattere romanico della costruzione sui motivi bizantini del primo periodo. Più tardi la badia venne travagliata dai torbidi del periodo avignonese del papato e dello scisma d'Occidente, subendo inoltre parecchie devastazioni durante le lotte baronali della prima metà del Quattrocento, finché Eugenio IV ne affidò il governo all'energico ab. Pietro Vitali, il quale prese parte anche al Concilio di Firenze per l'unione dei Greci alla Chiesa cattolica.

Col Bessarione si inizia la serie dei cardinali commendatari, che si succedono fino al periodo post-napoleonico. Il card. Bessarione rirardinò materialmente e moralmente la badia e vi favorì gli studi e la liturgia greca. Il suo successore Giuliano della Rovere (poi Giulio II) la circondò di fossati, mura merlate e torri per opera, a quanto sembra, dal Sangallo o di Baccio Pontelli, dandole il caratteristico aspetto che conserva tuttora di un'ampia fortezza medievale. Del palazzo abbaziale riusci a portare a compimento solo un lato, nella cui fronte interna si srm mira il portico detto del Sangallo. Poi furono successivamente tre membri della famiglia Colonna che ebbero in comincada Grottaferrata, a cui subentrarono i Farnese. Per oltre un secolo, dal 1626 al 1738 , tennero la badia i Barberini, lasciando di loro un solo degno ricordo nella cosiddetta "macchina bezniniana", costruita nel 1665 per sostenere la prodigiosa icone della Vergine e successivamente adattata ad iconostasi greca. Il card. Giannantonio Guadagni ad essi succeduto trasformò e decorò con stucchi l'in-
terno della chiesa. con irreparabile danno delle colonne marmoree e delle pitture del Duecento e togliendole quasi del tutto il carattere romanico-bizantino. Nello stesso periodo la comunita monastica provvedeva alla nuova spaziosa fabbrica di abitazione per i monaci e a quella della Biblioteca monumentale. Ultimo cardinale commendatario fu Ercole Consalvi; Leone XII soppresse la commenda.

La bufera napoleonica, pur nella dispersione quasi totale dei monaci, aveva risparmiato la badia, dichiarata monumento nazionale. La stessa qualifica le venne data dal governo italiano dopo il 1870 , rimanendo affidata ai monaci basiliani, i quali poterono cosi evitare la completa soppressione dell'Ordine. Da allora le storia della badia di S. M. di G. si identifica con quella della Congregazione basiliana d'Italia (v. babilant d'italia). Benedetto XIV con la cost. apost. Inter multa del 24 apr. 1747 e Leone XII con la lettera apost. Inter coeteras del 12 nor. 1824 avevano già fissato che fosse seguito il rito latino per la cura delle anime da uno dei monaci e da un cooperatore. Il papa Leone XIII, con decreto in data 12 apr. 1882 della S. Congregazione di Propaganda per gli affari di rito orientale, richiamò a nuova vita il rito greco nell'abbazia. La stessa S. Congregazione col decreto