ibri Sapientiae, in Collationes Bingenses, 31 (1931), pp. 134-42; id., Analysis libri Sapientiae, ibid., pp. 196-202; P. Van Inschaon, De libri Sapientiae scriptore. De loro et tempore compositionis libri Sapientiae, in Collationes Candasenses, 20 (1933), pp. 117-21, 181-83; R. Schütz, Les idees eschatologiques du livre de la Sagesse, Parigi 1935; S. Lange, The Wisdom of Salomon and Plato, in Journal of biblical literature, 33 (1936), pp. 193-302; H. Bäckers, Die Unsterblichbictrlehre des Weisheitsbuches. Ihr Ursprung und ihre Bedeutung, Münster 1938; J. P. Waisengaff, Death and immortality in the book of Wisdom, Washington 1940; L. Bigot, Sagesse (livre de la), in DThC, XIV, coll. 703-44; L. Allevi, L'ellenismo nel libro della S., in La scuola cattolica, 71 (1943), pp. 337-48.
SAPIENZIALI, LIBRI. - Nella divisione degli scritti del Vecchio Testamento in libri storici, profetici e l. s., si comprendono con quest'ultima denominazione Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza ed Ecclesiastico.
Ora, però, si preferisce chiamarli libri "poetici", con riferimento alla loro forma letteraria, oppure "didattici", in quanto mirano ad insegnare un ideale di vita sociale e religiosa. Quest'ultima denominazione non è esatta in senso stretto, perché i Salmi, il Cantico dei Cantici ed in parte Giobbe sono eminentemente lirici. E meglio, perciò, conservare, come fanno ottimi autori, il termine l. s. per Proverbi, Ecclesiaste, Sapienza ed Ecclesiastico, cui si unisce il Cantico dei Cantici solo a causa di analogie estrinseche.
Tema dei l. s. è la "sapienza", intesa nel senso larghissimo, che ha nel Vecchio Testamento. Si tratta della prima delle virtù, o meglio del loro compendio ( $=$ sapienza soggettiva, concepita come qualità dell'uomo perfetto), oppure della dottrina della sapienza in sé ( $=$ sapienza oggettiva). In questa specie di filosofia etica degli antichi Israeliti si specula sulla sapienza divina, sui suoi pregi, unendovi numerose osservazioni pratiche.
Tali libri contengono anche brani in prosa, ma in massima parte sono composti in poesia, la quale riproduce e spesso sviluppa l'antico nobilil (r detto gnomico!) ebraico, costituito da due membri o stichi, sovente in antitesi fra di loro per il concetto ( $=$ parallelismo antitetico) oppure con la ripetizione della medesima idea in forma diversa ( $=$ parallelismo sinonimo).
SAPONARA. - In Valle di Agri, antica diocesi il cui nome fu Grumentum.
La diocesi era vacante nel 495 (Jaffé-Wattenbach, 678) quando il papa Gelasio ordinò al vescovo Sabino (forse di Consilinum) di consacrare diacono di Grumentum un tale Quarto come visitatore e nel 496 raccomandava allo stesso Sabino e all'ignoto vescovo Crispino due chierici di Grumentum maltrattati dal locale arcidiacono (ibid., 727-28). Nel 558-60 vi fu il vescovo Tulliano (ibid., 1015); una parrocchia "ecclesiae Grumentinae" è ricordata nel 599 (ibid., 1737).
Bial.: Lanzoni, I, pp. 324-25.
Enrico Josi
SAPORE II, re di Persia. - Della dinastia dei Sassanidi ( $310-79$ ), di cui è il membro più noto. Figlio di Ormazd II, è noto nella storia per il suo fanatismo religioso, ereditato dai suoi antecessori, che, di origine sacerdotale, sognarono sempre di instaurare il mazdeismo come religione ufficiale dello Stato.
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Ma S. superò tutti nelle feroci repressioni contro ogni infiltrazione di religioni straniere, specie del cristianesimo. Per lui l'unità religiosa della Persia o Irān rivestiva anche un significato politico, per cui volle costringere i cristiani, sospetti di simpatie per l'Impero romano, nemico ereditario dei Sassanidi, ad abbracciare la religione ufficiale. A Seleucia fece impiccare il vescovo Simone Bar Sabba assieme a un centinaio di membri del clero. Oltre che contro il clero S. si accanì contro i monasteri. La sede di Seleucia rimase vacante un ventennio. Dopo vani tentativi militari di Costanzo II e di Giuliano, nel 363 , Gioviano dovette scendere a patti con S. abbandonando nelle mani persiane Nisibi e l'Armenia, in cui S. si affrettò ad instaurare lo zoroastrismo.
Bibl.: Th. Noeldcke. Tubari. Gesch. der Preser und Araber zur Zeit der Sassaniden, Leida 1879; E. T'ioserant, L'Eglise Nestorienne, in DThC, N.I. 163-69; H. Delehaye, Les vassions grevques des oules de, martyrs persans sous Sapor II, in Patrol. Orient., II, Tarief 1905, pp. 403-560; J. Labourt, Le christianisme dans l'Empire Perse, sous la dynastie sassanide (123-830), Parıal 1904; O. Braun, Ausgewählte Aktes persis. Mährische Bibliothek der Kirchenväter, 22), Monaco 1915. Martiniano Roncaglia
SAPPA, diocesi di. - Nell'Albania settentrionale, suffraganca di Scutari. Fu eretta nel ro62 (?) da Alessandro II.
Il primo vescovo, di cui si ha sicura notizia, è Paolo nel 1376. Nel 1428 Martino V unì la piccola diocesi di Dagno (certamente esistente dal 1362) con quella di Sarda (esistente almeno dal 1199). Innocenzo VIII unì poi nel 1491 le due diocesi di Sarda e Dagno con quella di S., costituendola suffraganca di Antivari. Il 22 apr. 1887 passò a quella di Scutari. Nel 1643 Propaganda vi costituì un vicariato apostolico e con decreto del 23 febbr. 1644 vi trasferì l'arcivescovo di Antivari, dopo il quale la diocesi fu sempre retta da vescovi. Il vescovo più celebre di S. fu Giorgio III Blanco (1623-35, 1644-47) il quale liberò la sua patria dai Turchi. Con decreto del 24 giugno 1930 la residenza fu trasferita da Nenshati a Laci. La diocesi dipende dalla S. Congr. de Propaganda Fide ed attualmente è senza pastore. A causa delle condizioni attuali dell'Albania è impossibile avere dati statistici esatti.
Nel 1940 su di una superficie di 1270 kmq . vivevano ca. 16.000 cattolici assistiti da 27 preti secolari e 7 francescani.
Bibl.: D. Farlati-J. Colcti, Blyrium Sacrum. VII, Venezia 1819. pp. 229-32, 271-91; B. Gama, Series episcoporum Eccles. Catlioi, 2 e ed., Lipsia 1931, pp. 405-406, 415-16; MC, Roma 1950, p. 73.
SAPPORO, vicariato apostolico di. - Situato nella grande isola di Hokkaidō nel Giappone settentrionale, la comprende tutta con una superficie di $78.46 \mathrm{x} \mathrm{kmq} . \mathrm{e} 4.185 .506 \mathrm{ab}$.
Il 12 febbr. 1915 il territorio dell'Hokkaidō (eccetto il distretto civile di Oshima e la città capoluogo Hakodate), con le Isole Curili e la parte sud di Sakalin, fu distaccato dalla diocesi di Sendai (allora Hakodate) ed eretto in prefettura apost. e il 30 marzo 1929 in vicariato apost. di S. Successivamente, il $1^{\circ}$ luglio 1935, ne fu staccata la parte sud di Sakalin ed eretta in missione sui turis che fu elevata in prefettura apost. di Karafuto (v.) il 21 maggio 1938. Con decreto di Propaganda Fide, in data 19 giugno 1952, il menzionato distretto di Oshima con la città di Hakodate è stato distaccato dalla diocesi di Sendai ed annesso al vicariato di S. I Minori francescani tedeschi della provincia di S. Elisabetta nel 1909 intrapresero l'evangelizzazione dell'Hokkaidō e mantennero affidata la missione di S. fino al passaggio di questa al clero secolare giapponese, avvenuto il 21 nov. 1940, con la nomina di un amministratore apost. La vasta zona dell'Hokkaidō (un quinto di tutto il Giappone) non è più un mezzo deserto come un tempo, ma vi si è svi-

SAPPORO, vicariato apostolico di - Pronto soccorso nell'ospedale della Missione (4 maggio 1940) - Sapporo (Giappone).
luppata la più importante industria carbonifera del Giappone. Perduta la guerra i Giapponesi, respinti dall'Asia, si sono determinati a popolare e valorizzare quella regione, così ricca di risorse naturali.
Il vicariato apost. di S. conta 5506 cattolici, con 879 catecumeni. Vi sono 28 sacerdoti, di cui io nazionali e 18 esteri; 16 fratelli; 87 suore, 3 seminaristi maggiori e 6 minori; 4 catechisti; 30 maestri e 80 maestre; 2 medici e 10 infermieri. Opere di assistenza e di insegnamento : un ospedale; una farmacia; 2 scuole superiori; 2 scuole professionali; i scuola magistrale. La missione ha 3 vicariati foranei; 20 stazioni primarie e 14 secondarie, con 6 chiese e 17 cappelle.
Bibl.: AAS, 7 (1915), pp. 114-12; 21 (1929), pp. 393-96; Arch. di Prop. Fide, Relazione quingrenuale, pos. proc. nn. 2302, 20, 1968:32, 2467:52; MC, 1950, pp. 411-12; New Japan, Tokio 1951, pp. 434-36.
Salvardo Pecorino
SARA (ebr. Sārāh = principessa =, Settanta 28522). - 1. Moglie di Abramo; era sua sorella per parte di padre, ma figlia di un'altra madre (Gen. 20, 12) : probabilmente si identifica con Iescha (v.), figlia di Haran e sorella di Lot (ibid. 11, 27-31), come ritengono Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., I, 6, 9) e s. Girolamo (PL 22, 956 ).
Seguì Abramo (v.) da Ur dei Caldei alla terra di Canson. La carestia il spinse in Egitto, ove S. fu rapita e condotta al Faraone, al quale l'aveva presentata Abramo come propria sorella e non come sposa; ma il Faraone presto la riconsegnò ad Abramo, essendo stato punito da Dio (Gen. 12). Un simile episodio ricorre più tardi nell'incontro di Abramo con Abimelech (v.), re dei Filistei (ibid. 20). Afflitta da lunga sterilità, e tardandosi a compiere le promesse divine, S. diede in moglie ad Abramo, in forza del diritto allora vigente, la propria serva egizia Agar, il cui figlio Ismael (v.) veniva ad appartenerle legalmente. Ma il Signore riconfermò che da S. sarebbe nato il figlio erede delle promesse (Gen. 17, 15 sgg .); ed in quell'occasione ordinò ad Abramo di cambiare il nome suo e quello di sua moglie, che prima si chiamava Sāraj (probabilmente forma antiquata e meno chiara del nome Säräh). La promessa non tardò a compiersi : S. diede alla luce un figlio, Isacco (v.); aveva allora ca. 90 anni (Gen. 21, 1-8). In seguito, per dissapori di gelosia con Agar, S. indusse il marito ad allontanare Ismael e sua madre (ibid. 21, 9-21): s. Paolo, riferendo l'episodio, vede simboleggiati nelle due madri i due Testamenti, l'antico nella schiava Agar e il nuovo in S. libera che genera i figli nella libertà (Gal. 4, 22 sgg.). Morì in Hebron in età di 127 anni, e fu sepolta nella grotta di Makhpēlih (v.), che Abramo acquistò in quell'occasione dagli Hintiti (Gen. 23).
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(per cartesia di P. Orlie)
Saragozza (Zaragoza), arcibiccesi di Madonna del Pilar, statua in alabastro. Santuario del Pilar - Saragozza.
Bibl.: P. Dornstetter, Abraham (Biblische Studien, 7), Friburgo in Br. 1902, passim; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 139-53; I. Schuster-G. B. Holzammer, Manuale di storia biblica. Il Vecchio Testamento, trad. it., ivi 1939, pp. 246$248,258-64,273-81$.
2. Tra le altre donne di questo nome nel Vecchio Testamento è da ricordare S. figlia di Raguel e moglie di Tobia il giovane (Tob. 6-11). Dapprima tormentata dallo spirito malvagio Asmodeo (v.), che le aveva ucciso i primi sette mariti (ibid. 3, 8), ne venne poi liberata per l'intervento dell'angelo Raffaele (v.), che predispose le sue nozze con Tobia suo cugino, quando questi si recò ad Ecbatana nella Media (Volg. Rager, oggi Hamadān nell'İrān) per riscuotere l'antico debito. La liturgia ha adottato nella Messa per gli sposi la bella formola di augurio e di benedizione pronunciata da Raguel nel matrimonio di sua figlia S. con Tobia: «Il Dio d'Abramo, il Dio d'Isacco ed il Dio di Giacobbe sia con voi, ed egli vi congiunga ed adempia in voi la sua benedizione" (Tob. 7, 15). Le feste nuziali celebrate ad Ecbatana si ripeterono poi a Ninive nella casa dei genitori di Tobia (ibid. 11, 15 sgg.). I due sposi trascorsero i loro ultimi anni ad Ecbatana nella casa di Raguel (ibid. 14, 21 sgg.).
Bibl.: I. Schuster-G. B. Holzammer, op. cit., pp. 830-41. Gaetano Stano
SARAGOZZA (Zaragoza), ARCIDIOCESI di. " Città e arcidiocesi metropolitana dell'Aragona (Spagna), situata nella provincia civile omonima e in gran parte di quella di Teruel. Ha una parrocchia nella Navarra, mentre la parrocchia di S. Encrazia, nella città stessa di S., appartiene alla diocesi di Huesca. La città di S. fu definita da Isidoro di Siviglia «loci amoenitate, deliciis prestantior civitatibus Hispaniae cunctis ".
La superficie dell'arcidiocesi è di 20.409 kmq . con una popolazione di 570.000 ab . tutti cattolici, distribuiti
in 371 parrocchie, servite da 474 sacerdoti diocesani e 257 regolari. Ha tre seminari: il Reale di S. Carlo Borromeo, fondato nel 1588 e affidato ai Gesuiti, che vi rimasero fino alla loro espulsione sotto Carlo III; il Pontificio di S. Valero, fondato nel 1788; il minore di Belchite. Vi sono inoltre 22 comunità religiose maschili e ros femminili (Ann. Pont., 1932, p. 369).
La città sulla destra dell'Ebro fu abitata dai Cantabri e si chiamò Salduba o Salluvia; distrutta nel 45 a. C. venne ricostruita dai Romani che la chiantarono "Colonia Caesar Augusta ". Venne invasa nel 409 dai Vandali; nel 452 dagli Svevi, ca. il 466 dai Visigoti, ca. il 714 dagli Arabi, che la chiamarono Saraqustah, donde la denominazione odierna. Gli Arabi la fecero capitale d'uno degli Stati sorti dopo la distruzione del califfato di Cordoba. Contesa dai re di Aragona e da quelli di Castiglia, fu conquistata da Alfonso I d'Aragona, detto il Batallador, il 19 dic. 1118; fiorì allora fino a divenire il centro della vita politica aragonese, primato che perdette con la formazione del Regno di Spagna; insorse invano alla fine del sec. xv1; Filippo II le tolse gran parte delle sue costituzioni amministrative del sec. xv che avevano servito per modello ad altre città del Regno di Aragona; risollevatasi per favorire Carlo d'Austria, venne stremata da Filippo V. Nella guerra contro Napoleone quasi la metà dei suoi cittadini caddero durante due mesi d'assedio eroico che conferirono alla città il titolo di "siempre heróica".
Il cristianesimo in S. è attestato dalla metà del sec. III; s. Cipriano nel 254 chiama il suo vescovo Felice " fidei cultor ac defensor veritatis" (PL 3, 1066 A; ed. G. Bayard, II, Parigi 1925, op. 67, 6, p. 231). Al principio del sec. Iv il vescovo di S. figura al Concilio di Elvira.
Tra i vescovi di S. anteriori all'invasione araba si ricordano Massimo (ca. 592-619) che fu presente ai Sinodi di Barcellona e di Égara; a lui successe s. Braulio (v.) che andò al IV. V e VI Concilio di Toledo; quindi Samuele Tzione (v.) che andò ai Sinodi di Toledo degli aa. 653,655 e 656 ed è autore dei Libri Sententiarum (PL 80, 727-990; Z. García Villada, Historia eclesiástica de España, II, II, Madrid 1933, p. 90 sgg.). Durante l'invasione araba si conoscono i vescovi Senior (ca. 850), Elna che si rifugiò nell'89o a Oviedo. Paterno che inviato a Cluny ne introdusse poi la riforma nell'abbazia di S. Juan de la Peña e a S. Salvador de Leyre. Dopo la riconquista, il primo vescovo fu Pedro de Librana, confermato da Callisto II. Tra i suoi successori si ricorda Bernardo ( $1138-52$ ), che istituì i canonici nelle due cattedrali di S. Salvatore e di N. S. del Pilar. Cedendo alle istanze del re Giacomo II di Aragona, il papa Giovanni XXII il 18 giugno 1318 elevò la diocesi di S. a metropolitana, dandole per suffraganee le sedi di Calahorra, Tarazona, Pamplona, Huesca e Segorbe. Col Concordato del 1851 vi furono altre modifiche; oggi le sue suffragance sono: Albarracin, Barbastro, Huesca, Jaca, Pamplona, Tarazona, Teruel, Tudela. Primo arcivescovo di S. fu P. Lopez de Luna; i suoi successori furono della casa di Aragona per circa un secolo, cioè Giovanni (1458), Alonso (1478-1520), Giovanni II (1520-30), Fernando (1539-75) già abate del monastero cistercense di Veruela (Cottineau, II, coll. 3349-50). L'arcivescovo García Fernández de Heredia fu assassinato nel 1411 da Antonio de Luna.
Fra gli arcivescovi elevati alla porpora si notano Guilelmo Campfullas (1347-51), Manuel García Gil (18581881) che fu uno dei teologi al Concilio Vaticano, Fr. de Paula Benavides y Navarrete (1881-94) e il card. J. Soldevila y Romero, assassinato nel 1923 (AAS, 15 [1923], p. 605).
Sinodi e Martiri. "Nel 380, con l'intervento di 10 vescovi spagnoli e 2 della Gallia, fu tenuto il primo Sinodo contro il priscillianismo; il secondo fu tenuto il $1^{\circ}$ nov. 592 dal vescovo Magno, il terzo nel 691 sotto il vescovo Valdaredo; un quarto dall'arcivescovo Andrea Santos (1578-85) per l'applicazione dei canoni del Concilio di Trento. Al clero di S. appartenne il diacono Vincenzo (v.) martirizzato nel 304 a Sagunto, come attesta Prudenzio che gli dedicò il carme 4 del suo IIepiorregá́vav. Lo stesso poeta ricorda i nomi di 18 martiri di S., cioè Ottato, Luperco,
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Successo, Marziale, Urbano, Giulio, Quintiliano, Publio, Frontone, Felice, Ceciliano, Evoto, Primitivo, Apodemo, quattro di nome Saturnino e tre confessori: Engratia, Caio e Cremenzio (ibid., vv. 145-64). I quattro dal nome Saturnino sono sostituiti da Eugenio di Toledo con Cassiano, Gennaro, Matutino e Fausto (Carmen de Basilica sanctorum XVIII martyrum, IX, 15-20, in MGH, Anctores antiquiss., XIV, p. 240), nomi che tornano nel Sacramentario mozarabico (M. Ferotin, Le liber mozarabicus Sacramentorum et les manuscrits mozarabiques, Parigi 1912, p. 276). H. Delehaye osserva che i nomi Fausto, Gennaro e Marziale corrispondono ai tre martiri di Cordova (Les origines du culte des martyrs, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Bruxelles 1933, p. 364). Nel 1250, al tempo del vescovo A. de Peralto, gli Ebrei crocifissero il piccolo s. Dominguito del Val le cui reliquie si conservano nella cappella a lui dedicata nella Cattedrale.
Chiese. - S. ha due cattedrali: la a Seo a, da Seder, dedicata al S.mo Salvatore, e il santuario di "Nuestra Señora del Pilar", patrona di tutta la Spagna. Clemente X con la bolla in data 11 febbr. 1675 stabilì l'unione delle due Cattedrali: il Capitolo presta servizio a turno nelle due, metà in una, metà nell'altra, scambiandosi ogni anno. Il papa Pio XI, in data 17 maggio 1922, concesse l'uso della mitra ai canonici soltanto nella festa di N. S. del Pilar ( 12 ott.) a condizione che la Messa pontificale venga celebrata dall'Ordinario "pro tempore". La "Seo" ebbe l'edificio primitivo distrutto dagli Arabi invasori. Hanos ben Abdala vi costrui la moschea principale che venne trasformata in cattedrale fin dalla riconquista nel 1118 ; i lavori, iniziati nel 1119, continuarono nei secoli seguenti. L'arcivescovo Alonso de Aragona nel 1490 rialzò le due navi laterali all'altezza della centrale e ne aggiunse altre due, ingrandendo l'edificio a cinque navate, divise da quattro file di pilastri con capitelli figurati; il coro ha stalli lignei dell'inizio del sec. xv e il "transcoro" eretto da Tudelilla nel 1538 con statue dei martiri Lorenzo e Vincenzo e rilievi con scene della loro vita. Nel centro, sotto un baldacchino a cupola dorata, è la statua del Salvatore risorto. Nella "Capilla mayor", sull'altare, retablo gotico in alabastro iniziato nel 1431 da Pere Iohan e finito nel 1477 da Hans con scene della vita di G. Cristo e di santi (riprodotto sopra a tav. 43); vi è poi la tomba gotica dell'arcivescovo Lopez Fernández de Luna (1382). Nella cappella di S. Bernardo è il monumento dell'arcivescovo Fernando di Aragona. All'esterno nel lato nord-ovest è una facciata greco-romana su disegno del Contini ( 1685 ), fiancheggiata da una torre ottagonale. Nel lato nord-est la decorazione esterna è a mattoni in stile mo resco, ad est è un portale del Rinascimento. La seconda cattedrale di S. è "Nuestra Señora del Pilar" o la "Virgen del Pilar" che ha avuto origine da una piccola cappella consacrata all'immagine taumaturga della B. Vergine che sarebbe apparsa all'apostolo s. Giacomo maggiore. L'edificio attuale (m. 130 e 65 ) fu costruito nel 168: su disegno dell'architetto Herrera; è a tre navate divise da dodici pilastri, con dieci cupole e quattro torri angolari. Ad est si trova la "capilla de Nuestra Señora del Pilar", di forma ovale e imitante la S. Casa di Loreto; è sormontata da una cupola decorata da A. Velazquez e risplende di bronzi, argenti e marmi preziosi. Nell'interno sono tre altari: quello di destra ha sopra un pilastro (pilar) la piccola immagine taumaturga in alabastro, posata sopra un dado d'argento; l'altare centrale ha la Vergine in trono; sull'altare di sinistra è un bassorilievo rappresentante s. Giacomo con i suoi discepoli. Nella cripta sono le tombe di molti arcivescovi. Ad ovest della cappella si trova la nuova Cattedrale che ha sull'altare maggiore un retablo gotico con scene della vita della Vergine di D. Forment (1505-15). Nella navata nord le piccole cupole furono affrescate da Goya e Bayeu (1781-82). Altre chiese di S. sono: quella della Madda-

(Art. Garrabella)
SARAGOZZA (Zaragoza), ARCIOIOCESI di - Navata laterale della a Seo ( 1490 e sgg.) - Saragozza.
lena fondata nel 1148 , modificata nel sec. xili; quella di S. Paolo fondata nel 1259 dove era l'antica parrocchia di S. Biagio; ha a nord un portale scolpito di stile gotico e a sud uno del sec. xviII; ha una grande torre ottagonale; l'interno è a tre navate; la chiesa di S. Gaetano con facciata del Villanuova ( 1678 ); la chiesa di S. Felipe è del 1691, contiene un Ecce Homo del Picard e statue lignee policromate degli Apostoli del Ramirez (sec. xvII); la chiesa di S. Agostino e quelle di S. Nicola di Bari e di S. Miguel de los Navarros con navata decorata di musaici; la chiesa di S. Rocco del sec. xvili presenta due torri a mattoni; la chiesa di S. Juan de los Panetes con campanile pendente è trasformata all'interno in museo lapidario; la chiesa del N. S. del Portillo; la chiesa di S. Engracia fu ricostruita alla fine del sec. xix: nella cripta a cinque navi sono le reliquie dei martiri di S. e sarcofagi cristiani (Wilpert, Sarcofagi, I, tav. 158, 1; II, tav. 229, 8 e figg. 146-47).
L'Università fu fondata dal papa Sisto IV nel 1474. Ebbe privilegi dal re Carlo I, dai papi Giulio III e Paolo IV. L'edificio venne eretto nel 1593 per munificenza di P. Cerbuna, ma fu danneggiato dai Francesi nel 1809, quando andò distrutta anche la Biblioteca, riformata in seguito. S. ha inoltre un Museo archeologico provinciale, un Museo di pitture, un Museo commerciale di Aragona (1910) e la sezione etnografica (Casa An sotana). - Vedi qvr. CXXIII.
Bipl.: Eubel, I, p. 123; II, p. 126; III, pp. 128-59; IV, p. 126; V, pp. 132-33; Cortineau, II, col. 2950; G. Wilpert, Restauré di sculture crist. ant. e antichità moderne, in Rm. arch. crist., 4 (1927), pp. 80-81, fig. 17; P. Fr. Kehr, Papsturhunden in Spanien, II, Berlino 1928, p. 218 sgg.; anon., Zaragoza, in Enc. Eur. Am., LXX, coll. 1037-90; N. Pérez, Apuntes histor. de la devación a N. S. del Pilar de S., Saragozza 1930; J. Vincke, Die Errichtung des Erebistum S., in Spanien Forschungen, 2 (1930), pp. 114-32; id., Staat und Kirche in Katalonien und Aragon, Barcellona 1931; id., Documenta selecta, Barcellona 1936; Ch. H. Lynch, Saint Brasilio bishop of Saragossa (631-51). His life and writings, Washington 1938.
Enrico Josi
SARAIA (ebr. Sérdjáh). - Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento.
1. Segretario (letteralmente "scrivano") alla corte di David (II Sam. 8, 17).
2. Sommo sacerdote alla fine del regno di Giuda, condotto prigioniero in Babilonia (II Reg. 25, 18).
3. Personaggio insigne alla corte di Ioakim (Jer. 36,26).
4. Fratello di Baruch, che fu inviato da Sedecia in un'ambasceria in Babilonia (ibid. 51, 59).
5. Capo di bande militari, che si unì a Godolia in Maspha (Jer. 40, 8; II Reg. 25, 23).
6. Membro della tribù di Giuda della stirpe di Cenez (I Par. 4, 13.14).
7. Padre di Esdra (cf. Esd. 7, 1).
8. Sacerdote ritornato dall'esilio con Zorobabel (Neh. 12, 1).
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9. Contemporaneo di Neemia, il quale sottoscrisse la rinnovazione del patto con Dio (Neh. 10, 2).
Angelo Penna
SARAJEVO (VrHbosna), ARCIDIOCESI di. - E situata in Jugoslavia e comprende parte della Bosnia ed Erzegovina. Negli atti dei Sinodi provinciali di Spalato del 530 e 533 si menziona un "Andreas episcopus Bestoensis \%. Pare che nel sec. vir fosse sede metropolitana.
Una setta di manichei, chiamatisi secondo i tempi e le circostanze paoliciani, fundariti, encratiti, marcioniti, cristopoliti, e passati nella storia sotto il nome di bogomili (v.) dal nome del sacerdote bulgaro Bogumil, causarono alla Chiesa della Bosnia gravi difficoltà. La diocesi di Bosnia è ricordata nella bolla falsificata di Alessandro II del 18 marzo 1067 e nella genuina di Clemente III dell'S genn. 1089 come suffraganea di Antivari; nel 1192 fu sottoposta alla metropolitana di Spalato, e nel 1247 da Innocenzo IV a quella di Kalassa. Dal 1292 i Francescani portarono il peso principale della cura d'anime. Quando nel 1463 Stefano Tomasevic, ultimo re indigeno della Bosnia, cadde nelle mani dei Turchi e fu decapitato, molti cattolici e la più grande parte dei bogomili passarono all'islàm. I Francescani presero la cura dei rimanenti cattolici dalla Dalmazia, con rischio della propria vita.
Con decreto del 5 sett. 1755 Propaganda nominò un francescano vicario apostolico con carattere vescovile e con giurisdizione su tutta la Bosnia di dominio ottomano. Questo vicariato apost. fu diviso nei due vicariati apost. di Bosnia e di Erzegovina il 24 sett. 1847. Dopo l'annessione della Bosnia e della Erzegovina da parte dell'Austria nel 1878, Leone XIII eresse il 5 luglio 1881 l'arcidiocesi di S. con le suffraganee di Banjaluka e Mostar, affidandole tutte a Propaganda. Data la situazione politica in cui si trova, non è possibile fornire le statistiche: l'ultima è del 1940. In quel momento su 1.410 .000 ab. vi erano 341.700 cattolici con 252 sacerdoti.
BibL.: F. Rački, Monumenta spectantia historiam Slavorum meridionalium, III, Zagabria 1877, p. 199 sgg.; MC, 1950, p. 77 .
Nicola Kowalsky
OLOVO (Piombo). - Piccola città della Bosnia orientale in diocesi di S. e celebre santuario mariano dei Balcani durante la dominazione turca (secc. XV-xyit), dove confluivano da tutte le regioni della Bosnia, Croazia, Slavonia, Serbia, Bulgaria, Ungheria, Romenia, Albania (e anche dall'Italia, Germania e Polonia) innumerevoli masse di pellegrini non solo cattolici, ma ortodossi, maomettani e ebrei, e dove si operavano continuamente miracoli cosi strepitosi, da paragonarsi soltanto a quelli narrati nel Vangelo. Da questo santuario si irradiava poi, come da un centro propulsore di vita cristiana, l'opera missionaria dei Francescani attraverso le terre balcaniche. Le lontane origini del convento francescano e della venerata miracolosa immagine della Madonna, dipinta su tavola, risalgono all'epoca che precede la dominazione turca. I Turchi, impadronitisi della Bosnia (1463), continuamente sottoponevano il santuario ad angherie, esorbitanti estorsioni di denaro e multe, finché il $1^{\circ}$ ag. 1704 fu diedero alle fiamme, in mezzo alle quali sparí anche la sacra immagine. Ciononostante il popolo non desistette mai dal recarsi a venerare la Madonna su quelle macerie, dalle quali i Francescani della Bosnia, solo dopo 234 anni (1938), riuscirono a far sorgere una nuova modesta chiesa, ravvivando cosí l'antica devozione popolare.
BibL.: V. Batinic, Nieboliko priloga b bosanshoi crhvenai poviesti, in Starine, 17 (1882), pp. 117-22; S. Zlatovic, Izviestaj o Bosni god. 1640 O. Pavla iz Rosinja, in Starine, 23 (1890), pp. 26-28; J. Jelenic, Spomenici kulturnaga rada bosnashih franjenaca, ibid., 36 (1918), p. 139; D. Mandic, Prilezi za povijest franjenachog samostana u Olovu, in Franjenachi Vijennik, 39 (1932), pp. 227-47; 274-86, 307-14; L. Zlousic, Prostost i obnavlianje olovchoga prosteništa, Zagabria 1933; P. Čapkun, Kakoa je bila sudatvorna slika Gocpe Olovska, in Franjenachi Vijennik, 45 (1938), pp. 305-402.
Pietro Capkun
SARAVIA, Adriano. - Teologo calvinista, n. nel 1538 ad Esda in Artesia, m. a Oxford nel 1613. Nel 1559 a causa delle persecuzioni religiose si rifugiò
in Inghilterra dove disimpegnò mansioni varie alternandole però con altri incarichi ad Anversa, Gond, ecc.
Nel 1582 venne nominato ministro della Chiesa vallona a Leida e presto professore di teologia in quella Universita. Esputso nel 1587 , tornò in Inghilterra e stette a servizio della Chiesa anglicana.
Per la sua concezione episcopale della Chiesa occupa un posto a parte tra i teologi calvinisti. Su tale argomento, polemizzò con Teodoro Beza (1594), si pronunciò contro la teoria del regicidio (1593); prese la difesa del catechismo di Heidelberg ( 1583 ) e sembra aver collaborato alla versione
olandese della Confessione di fede di Guy de Brès. BibL.: C. Sepp. Het godgeleerd onderwijs in Nederland, I, Leida 1873; A. van Schelven, S., in Nien'se Nederl. Biogr. Woordenb., IX, ivi 1933, pp. 934-39. Ponziano Polman
SARAWAK, PREFETURA APOSTOLICA di. - Si trova nella parte sudoccidentale del Borneo Britannico.
I territori di S., Brunei, Nord-Bornco e l'Isola di Labuan il 27 ag. 1855 furono eretti in prefettura sotto il nome di Labuan e Nord-Bornco. Ne fu primo prefetto apostolico il sacerdote spagnolo d. Carlos Cuarterón, che nel 1879 lasciò la missione per far ritorno in patria. Nel 1881 giungevano nel Borneo Britannico i padri della Società di S. Giuseppe di Mill-Hill ad assumere la cura della stessa prefettura, ove lavorano tuttora. Il 5 febbr. 1927 la missione venne dismembrata nelle due prefetture di S. e Borneo settentr., le quali il 14 febbr. 1952 sono state elevate a vicariati apostolici, rispettivamente di Kuching e di Jesselton. In pari data, dal vicariato di Jesselton è stato distaccato il territorio di Brunei ed annesso a quello di Kuching. La regione di S. nel 1946 ottenne lo stato giuridico di a British Crown Colony" ed è amministrata da un governatore britannico. Essa comprende una superficie di 150.000 kmq . e una popolazione di 546.000 ab. E ripartita in cinque divisioni amministrative, a ciascuna delle quali presiede un "resident" britannico. Le stesse divisioni, a loro volta, sono suddivise in distretti, con a capo un a district officer».
Secondo il Prospectus Status Missionis, 1950-51, vi sono 13.755 cattolici e 3189 catecumeni; 27 sacerdoti, di cui uno indigeno; 5 fratelli; 54 suore tra estere e native; 6 seminaristi minori. Sta per essere portata a compimento la costruzione del seminario. Vi sono 39 catechisti; 132 maestri; 3 ospedali; 3 dispensari; 1 orfanotrofio; 1 ospizio per vecchi, 47 scuole elementari; 2 scuole medie. Questa missione ha subito notevoli danni, a causa della guerra, ma lo zelo dei Padri di Mill-Hill ha saputo compiere ben presto l'opera di ricostruzione ed imprimere al movimento missionario un discreto progresso.
BibL.: AAS, 19 (1927), pp. 248-49; Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, Relazione con sommario, pos. prot. n. 29/92; ibid., Relazione con sommario, pos. prot. n. 24/52; ibid., Prospectus Status Missionis 1930-31, pos. prot. n. 4143/51; MC, 1950, p. 438.
Eduardo Pecorulo
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Sarcofagi - S. strigilato del sec. iv. Da sinistra a destra sono raffigurati il miracolo della fonte, l'orante con il pavone e il miracolo
(fot. Pont. romm. arch. sacro)
SARBIEWSKI, Matthias Kasimierz. - Gesuita, umanista, detto "l'Orazio polacco", n. a Sarbiawo, castello di famiglia presso Plonsk, il 24 febbr. 1595, m. a Varsavia il 2 apr. 1640.
Entrato nell'Ordine nel 1612, fu a Roma dal 1622 al 1623 , chiamatovi da Urbano VIII per la riforma degli inni del Breviario; ma in questo non ebbe gran parte (gli si attribuiscono: Superne regum rex bone e Rex magne, res altissime e le correzioni all'Ad regias Agni dapes); indi insegnò retorica, filosofia e teologia a Polosk e a Wilno: nel 1633 fu predicatore e confessore del re Ladislao IV.
Oltre a prediche in latino e in polacco, lasciò grande fama di poeta lirico con una serie di carmi latini sullo stile e la forma di Orazio, in cui celebra avvenimenti patriottici o religiosi : Lyricorum libri tres (Colonia 1623), diventati nelle successive edizioni quattro, con inoltre l'aggiunta di Epigrammotum liber unus ed Epodon liber unus. Incompiuto e inedito rimase il poema epico (io canti) calcato sull'Eneide di Virgilio: Lechiodes, in cui celebra il fondatore del Regno di Polonia. Cosi classico e fine egli si dimostra nella fluida vena poetica, che il libro delle sue odi venne per lungo tempo usato come testo scolastico in luogo di Orazio.
BibL.: ed. completa e critica: Poémata omnia, a cura di J. Wall, Storawies 1892, che contiene anche il poemetto Siholndia, Studi: Snomervogel, VII, coll. 627-46; J. R. Diel, M. K. S., der Vorgänger Balde's, in Stimmen aus Maria-Lauch, a (1873), pp. 139-73, 343-57; 3 (1874), pp. 62-76, 363-77; A. Baumgartner, Gesch. der Weltliteratur, IV, Friburgo in Br. 1900, pp. 642-46; T. M. Müller, De M. C. S. polimus S. I. Horatii imitatore, Monaco 1917; J. Oko, M. K. S. poeta uncielecomp, Wilno 1923; J. Swierzowicz, M. K. S. Prüba wizerunku psychologicznego, ivi 1932.
SARCOFAGI. - Nell'ambito della documentazione artistica dei primi secoli del cristianesimo, i s. palcocristiani costituiscono, insieme con le pitture cimiteriali, la parte più ricca ed estremamente preziosa così per la storia dell'arte del tardo Impero come per l'illustrazione del pensiero cristiano.
Il rito dell'inumazione, solo ammesso fra i cristiani, trovò per la maggior parte delle salme di essi l'indispensabile e relativamente economa custodia nei loculi, arrossili e forme offerte dal sottosuolo, nelle tombe rupestri ovvero, in mancanza di essi, nelle casse o urne di terracotta, di piombo o nelle tombe composte con tegole o lastre di marmo. I più agiati di loro non rinunciarono però mai al mezzo più dispendioso del s. tanto diffuso nell'ambiente greco-romano e dal momento in cui i cristiani potranno dare pieno sviluppo ai loro cimiteri sub divo le officine dei marmorari potranno contare su una clientela sempre più numerosa. Ad eccezione delle particolari caratteristiche di pochi centri provinciali di secondaria importanza, i monumenti superstiti rivelano Roma come centro di produzione principale, che fa sentire i suoi influssi sull'Italia meridionale e l'Africa, sull'Italia settentrionale, il sud della Gallia ed il nord della Spagna;
tarda invece è l'arte di Costantinopoli che influenzerà centri come Salonicco e Ravenna. Benché già non manchino certi indizi che dimostrano come nelle varie regioni elementi locali si combinino, secondo i periodi, con gli influssi venuti dalle metropoli, molto rimane ancora da fare per giungere ad una differenziazione netta e completa, resa difficile dalla non chiarita questione dell'intenso traffico dei marmi, e forse anche dei s. già pronti, attraverso l'Impero.
E fu appunto il marmo che servì come materia preferita, giacché l'uso del porfido rimase limitato alle tombe imperiali, mentre le pietre locali, per di più calcari, si adoperarono piuttosto tardi, nei cimiteri sub divo, per s. appena ornati di figure. I marmi più spesso adoperati erano il greco bianco, quello dell'Asia Minore e quello lunense, ma scoperte come quella del Visconti nell'antica Marmorata del Tevere (1868-70) mostrano tutta la varietà delle provenienze. Come avviene ancor oggi, così ci si deve immaginare l'esistenza di officine di marmorari sulle vie principali nella vicinanza dei grandi cimiteri (Appia, Salaria, Vaticano), officine di varia categoria che verosimilmente adattarono la loro produzione alle richieste e quindi andarono progressivamente cristianizzandosi.
Se al principio la maggior parte dei s. erano monolitici, in seguito la crescente scarsezza dei marmi condusse non solo alla composizione di casse marmoree con lastre tenute insieme da grappe di ferro, ma anche all'unione di blocchi di marmo di diverse dimensioni e persino di diverso materiale. Il fatto delle commessure non va mai perso di vista negli studi stilistici o iconografici, perché obbligò talvolta a scegliere scene determinate, a modificarne la composizione tradizionale, a distribuire diversamente le scene singole. Anzi ci si può domandare se talune scene non si siano mantenute nel repertorio più evoluto grazie appunto alle commessure.
Come stanno a dimostrare alcuni rari esempi ancora conservati, molti erano policromati, anche, in qualche caso, prima che fosse del tutto rifinita la loro scultura. Tramite contorni rosso carminio e cinabro, gialli o violacei, si cercò di far risaltare meglio il disegno generale; mediante colorazioni in superficie alcune parti della composizione vennero ravvivate in maniera da contrastare con altre parti marmoree lasciate alla stato naturale; altre parti ancora vennero dettagliate od ombreggiate con un sottile tratteggio giallo o rosso bruno. L'oro, spesso applicato su fondo color porpora, si adoperava di preferenza per la capigliatura delle figure convenzionali, negli ornati (galloni, braccialetti, ecc.) e sugli oggetti metallici. Ma la colorazione non segui mai norme uniformi e fu soggetta ad evoluzioni nel corso del tempo.
Per la loro forma generale, i s. si distinguono in due tipi: quelli e forma di vasca e quelli a forma di cassa. L'arte romana preferisce il s. decorato solo sulla faccia principale, o, al più, anche sulle testate, sebbene con rilievi più modesti, il tutto compreso tra semplici listelli orizzontali; come coperchio una lastra orizzontale munita talvolta di acroteri e di attici, in cui s'inserisce la tabella
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per l'iscrizione in mezzo a figurazioni varie. L'arte greca invece è solita adoperare complessi ornamentali cui la ricca base e cornice dànno un aspetto architettonico più pronunciato, mentre i rilievi ricoprono i quattro lati ed il coperchio assume la forma semicilindrica o di tetto a due spioventi. Da un gruppo all'altro capita di trovare talune interferenze. Un tipo architettonico speciale è dato dal s. a colonne che si diffonde nel sec. iv e dal s. a fondo porte di città (city gates). Nel primo e nei suoi derivati (s. ad alberi o a pilastri) le colonne, spesso riccamente decorate, sono sormontate da architravi, archi o timpani che possono alternarsi tra di loro; nel secondo, si giustappongono torri merlate.
Pure la distribuzione delle figure e delle scene era regolata da una certa tecnica costruttiva basata su alcuni schemi fondamentali facilmente reperibili attraverso una grande varietà di soluzioni e contaminazioni. Applicabili, sebbene con diverso grado di facilità, alle due forme di vasca e di cassa e tanto ai s. striglati quanto a quelli figurati, tali schemi ubbidiscono sempre alla legge della simmetria e dividono la fronte del s. in campi principali ed altri secondari. Così può essere accentuato il solo campo centrale, o messi in evidenza i due campi estremi, ovvero combinati insieme questi due tipi, per formare tre riquadri importanti, di modo che, insieme con i campi strigilati o di riempitura figurata, la fronte del s. può dividersi in tre, quattro o cinque campi o sezioni. Va notato però che il campo centrale non di rado viene occupato dal clipeo riservato ai ritratti dei defunti. Con il raddoppiarsi degli schemi si ottengono poi s. a due registri sovrapposti o combinazioni miste ove si alternano campi semplici e raddoppiati. Anche i s. cosiddetti figurati ubbidiscono a queste norme di tecnica costruttiva. E vero che man mano che si moltiplicano le scene bibliche, eliminando sempre più i campi decorati di strigili, la composizione assume i caratteri di un vero fregio di figure serrate le une contro le altre con notevole verticalismo e timore dello spasio sprecato. Ma non è difficile intravedere come la scelta di determinate scene sia regolata dal posto che esse dovranno occupare ai lati del clipeo centrale o invece agli estremi del fregio. Viceversa, l'introduzione della colonna, come elemento divisorio, condurrà forzatamente ad una certa equivalenza delle varie nicchie, rimanendo però sempre quella centrale la più importante, e ad un frazionamento che rischia di dividere una stessa scena in più parti e spinge perciò all'uso di

(per cortsio dal prof. E. Gori)
Sarcofagi - Fianco di s. del sec. iv, con il ratto di Elia - Parigi, Museo
del Louvre.
scene poco sviluppate, se non addirittura di figure isolate. Le stesse speculazioni e ripercussioni d'ordine costruttivo si notano nelle scene e figure che ornano l'attico dei coperchi, ove di preferenza la tabella centrale viene inquadrata da scene a largo sviluppo orizzontale: corse di delfini, vasi fra geni delle stagioni sdraiati, scene di caccia, banchetti, Adorazione dei Magi, I tre fanciulli nella farnace.
Le evoluzioni stilistiche della plastica dei s. seguirono le grandi curve della scultura in genere, passando come essa dalla forma pittorica ricca di reminiscenze classiche all'impressionismo realistico; dalla forma positiva a quella negativa; dall'idealismo all'espressionismo; e conoscendo poi gli eclettismi di una rinascita classica, per passare ad una calligrafia convenzionale e stereotipica che la condurrà in linea retta ad un'arte fortemente improntata di gusto decorativo. Tali evoluzioni, la cui successione è ormai in gran parte definita, aiutano efficacemente a chiarire anche la cronologia dei s. Sebbene si esiti ancora sulla cronologia assoluta dei primi s. cristiani (fine del sec. II, a. 220 o 250 ca.), basta un confronto tra le forme artistiche più evolute per costituire i gruppi successivi : severiano, gallienico, tetrarchico, costantiniano e post-costantiniano, teodosiano, ecc., pur dovendosi sempre tener conto, per studi più particolari, degli inevitabili scambi tra una corrente e l'altra, e tra una regione e l'altra. E valso tuttora come mezzo d'indagine principale l'uso o meno del trapano, di cui in certi periodi ci si servì come mezzo più pittorico che scultoreo per ottenere effetti di chiaroscuro; ma una serie di criteri stilistici si trova pure nel modo d'impostare le figure, nel raggrupparle, nei gesti ed atteggiamenti, nell'analisi del concetto che lo scultore aveva di una data forma anatomica e del modo di evocarla nel marmo, nel modo di drappeggiare le vesti, negli elementi spaziali e nelle proporzioni delle figure e del s. stesso.
Altri mezzi cronologici vengono forniti da confronti con monumenti già datati, dall'analisi delle acconciature dei capelli e della barba, dallo studio dell'evoluzione dei temi iconografici.
Il repertorio iconografico dei s. è più esteso di quello delle pitture cimiteriali e, per alcune scene, che ogni tanto formano veri cicli, rivela tradizioni figurative esclusivamente proprie. Ciò non impedisce che per il resto dell'evoluzione dei suoi temi sia parallela a quella degli altri generi d'arte. Non rinnegando mai i suoi intenti fondamental-
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mente simbolici, intesi cioè a servirsi delle immagini per comunicare concetti o sentimenti più reconditi e spirituali, ha cambiato più volte l'indirizzo generale al quale s'ispira la scelta del genere delle figurazioni. In un primo tempo predomina il tema prettamente simbolico di carattere idilliaco tutto fatto per evocare un'atmosfera paradisiaca; in seguito è il fatto storico che diventa simbolo per essere evocato come paradigma di salvezza eterna; poi, per nuove tendenze di carattere allegorico e rappresentativo, la persona storica diventa motivo principale, trasferito in zone ultraterrene dove regna il clima dell'apoteosi; infine, il simbolo si fissa, per via d'ulteriore astrazione, in segni convenzionali a servizio di un'arte decorativa. Più in particolare, i primi s. ricorrono volentieri ad uno dei motivi già conosciuti, almeno formalmente, dall'arte profana: il Buon Pastore (eventualmente Orfeo), l'Orante, la scena della vera Dottrina ed il clipeo con il ritratto del defunto. Questi temi, secondo le composizioni prescelte, possono prestarsi come motivo principale se non addirittura esclusivo; ma possono anche combinarsi tra loro e formare insieme misti, cui subentrano anche nuove figure come il Pescatore, il Leone divorante, il Genio della morte. Nella seconda metà del sec. III si allarga il quadro pastorale e le scene bibliche cominciano a penetrare negli insiemi esistenti: Gioua, Noè nell'arca, Daniele tra i leoni, il Peccato dei protoparenti, il Battesimo, la Risurrezione di Lazzaro, la cui scelta, insieme con quella dei motivi simbolici, rivela che, sin dall'inizio, l'arte cristiana conobbe le due vie dell'armonia e del contrasto. Un breve periodo, a cavallo del sec. III-IV, e documentato da pochi esemplari (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 65,5; 220; 287, 1; 38,3), inaugura, con scene simmetriche largamente sviluppate, la serie dei s. ornati esclusivamente con scene bibliche, che nel periodo costantiniano avranno la loro più ricca fioritura.
Non che in questo periodo sparisca il s. strigilato; anzi si manterrà fino alla fine del secolo, conservando perfino i suoi vecchi motivi. Ma la grande maggioranza dei s. dispone ora le scene del Vecchio e del Nuovo Testamento spesso in due registri sovrapposti e talvolta secondo un programma ideologico ben studiato, intorno a nuovi motivi centrali come la Defunta (non sempre orante) o il Defunto tra due Apostoli, la cosiddetta "Negazione" di s. Pietro, la Moltiplicazione dei pani, l'Ingresso in Gerusalemme, il clipeo con i ritratti, mentre alle estremità del fregio si trovano frequentemente il Miracolo della fonte, la Risurrezione di Lazzaro, il
Sacrificio di Abramo. Sebbene in qualche caso siano i rapporti tra i due Testamenti a regolare la distribuzione delle scene, queste di solito vengono adoperate piuttosto promiscuamente. Le scene del Nuovo Testamento, tra le quali primeggiano il Ciclo di s. Pietro, le Guarigioni del cieco nato e del paralitico, i Miracoli di Cana e della moltiplicazione dei pani, sono più frequenti di quelle del Vecchio Testamento ove ritornano più sovente il Sacrificio di Abramo, Daniele tra i leoni, il Peccato dei protoparenti. Tra quelle di recente scoperte, non ancora entrate nei manuali, bisogna annoverare la Casciata dal Paradiso, il Ciclo di Lot e di Giuseppe Ebreo, il Profeta Balaam fermato dall'angelo.
Verso il 340 nuove vie si aprono con l'introduzione delle scene della Passione (di Cristo prima, degli apostoli Pietro e Paolo in seguito) messe in contrasto con scene tipologiche e con temi di apoteosi, quale l'insieme allegorico del trionfo sulla morte o il Cristo in trono portato dall'allegoria del Cielo. Simultaneamente si vedono apparire i primi esempi della Traditio legis. Nasce così l'idea del Cristo glorioso e della trionfale continuazione della sua missione in seno alla Chiesa.
Mentre si diffonde l'uso di due nuovi tipi di s., quello chiamato di Betesda e quello con il Passaggio del Mar Rosso, l'arte preteodosiana e teodosiana, tranne i casi ove continua a servirsi delle scene bibliche, si servirà sempre più delle figure degli Apostoli per formare una corte intorno a Cristo, sia che si trovino riuniti con lui in concilio, sia che l'acclamino, sia che gli portino le corone della vita. Cristo stesso, ormai anche con barba e lunghi capelli, è seduto in trono come Maestro o in piedi nella Traditio legis, sul monte con i 4 fiumi, o regge la Croce trionfale come scettro. Le palme del Paradiso, la basilica coelestis, le mura della Gerusalemme celeste formano l'ambiente, nel quale vengono ormai introdotti anche i semplici fedeli.
Il fregio allegorico dei 12 agnelli disposti intorno all'Agnello divino sul monte con i 4 fiumi; i due cervi che inquadrano il s signum Christi s; il chrismon o la Croce monogrammatica tra colombe, ecc., mostrano già in quale senso andrà l'ulteriore sviluppo dei temi iconografici, documentato anzitutto nei secc. v-vi dai s. ravennati. A Ravenna infatti, anche se sembra tuttora difficile mettersi d'accordo sulla cronologia dei s. leoni, è chiaro che il motivo ornamentale prende sempre più il sopravvento. I s. figurati non solo sono in numero

Sarcofagi - Parte anteriore di s. di tipo ravennate (sec. v-vi) - Ferrara, chiesa di S. Francesco.
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minore, ma le stesse scene figurate vi appaiono soggette alla medesima tendenza decorativa, sia per la loro disposizione simmetrica, sia per la ripetuta frontalita della figura isolata, sia per il largo fondo unito sul quale campeggiano le figure. Tranne qualche scena biblica (come la ritmica Adorazione dei Magi del s. di Isacco), i temi prescelti sono quelli rappresentativi come la Traditio legis, la Traditio clavium, il Cristo acclamato, ecc. Ma per la maggior parte, la figura umana viene sostituita dal simbolo: l'Agnello sul monte tra due pecore; i cervi alla mistica fonte; le palme del Paradiso; la Croce, il chrismon, la corona con monogramma e le lettere A e sa accostate da pavoni ecc. Anzi ad un certo momento dello sviluppo, il simbolo, ormai meno ben compreso, tende a diveniar puro ornato, come risulta dal ripetersi uniforme di croci, vasi, viticci, uccelli, specialmente verso la fine dell'evoluzione, ove pure la forma si fa barbatica.
Tale sviluppo è ancora confermato dai s. della Gallia sudoccidentale ove predomina fortemente il motivo ornamentale, grafico e stilizzato, a rilievo basso e capriccioso nel comporre le volute vegetali che ricoprono larghe superfici, i vasi da cui escono, gli uccelli che vi beccano. Scarsissime le figure umane. Centro dell'arabesco decorativo è più spesso la Croce, il chrismon dentro una corona protetta da tende, mentre qualche stella, stilizzata, si trova sparsa nei vuoti secondari. Per la parte medievale e moderna v. arca; tomba. - Vedi tavv. CXXIV-CXXV.
Bibl.: E. Le Blant. Etudes sur les sarcophages chvétiens antiques de la ville d'Arles. Parigi 1878; id., Les sarcoph. chrétiens de la Gaule, ivi 1886; H. Dutschke, Ravennutische Studien, Lipsia 1890; W. Altmann, Architecture u. Ornamentik der antiken Sarkophage, Berlino 1902; K. Goldmann, Die ravennatischen Sarkiphage, Strasburgo 1906; Wilpert, Sarcofagi; G. Rodenwaldt, Säulensarkoph., in Römische Mitteilungen, 1922-24; F. Gerke, Die christ. Sarkoph. der varhonstantinisch. Zeit, Berlino 1940; Christus in der spätantiken Plastik, ivi 1940; $3^{4}$ ed., Magnosa 1948; M. Lawrence, The sarcophagi of Ravenna, Nuova York 1943; L. De Bruyne, Materia e spirito nella plastica paleocristiana, in Riv. di arch. crist., 23 (1949), pp. 23-46; G. Bovini, I s.