tus in der spätantiken Plastik, ivi 1940; $3^{4}$ ed., Magnosa 1948; M. Lawrence, The sarcophagi of Ravenna, Nuova York 1943; L. De Bruyne, Materia e spirito nella plastica paleocristiana, in Riv. di arch. crist., 23 (1949), pp. 23-46; G. Bovini, I s. paleocristiani. Determinazione della loro cronologia mediante l'analisi dei ritratti, Città del Vaticano 1949.
Luciano De Bruyne
SARDEGNA. - E, per ampiezza ( $24.089 \mathrm{kmq}$. , con le isole adiacenti), la seconda isola del Mediterraneo ed il terzo dei compartimenti italiani.
I. Geografia. - La sua posizione nel Mediterraneo, il notevole sviluppo delle sue coste e la presenza di buoni porti naturali ne avrebbero potuto fare una regione eminentemente marittima, se la sua storia millenaria,

(fol. Evii)
Sardegna - Il Nuraghe S. Antime, attribuito ad epoca ellenistica - Torralba (dintorni).
reiterandovi il facile accesso di invasori e pirati, non avesse respinto gli abitanti verso l'interno, segregandoli ancor più dal contatto con gli altri popoli mediterranei.
L'Isola è prevalentemente montuosa, ma il rilievo vi è assai frazionato; massicci isolati (Gennargentu, Gallura) si alternano con altopiani (Logudoro, Nuorese), colline (Sarcidano, Ogliastra), solchi fluviali (Tirso, Flumendosa, Coghinas) e più o meno estese pianure (Murra, Campidano), dando luogo ad una suddivisione in numerose minor i unità regionali, che si sono conservate e si conservano con tenace persistenza (Gallura, Nuoro, Logudoro, Barbagie, Ogliastra, Sarcidano, Sulcia, Sarrabus, Igliesiente, ecc.).
La S. è l'unico compartimento italiano la cui popolazione sia ancora ben lontana dalla sua capacità di popola. mento (la superficie occupata dagli incolti e dai pascoli è del $61 \%$ ). L'agricoltura vi ha sistemi estensivie poco progrediti, ed i suoi prodotti (cereali, vite, olivo) hanno un'importanza modesta; molto più diffusa, invece, la pastorizia, che, sebbene volta essenzialmente al bestiame brado (per numero di ovini e caprini la S. occupa il primo posto in Italia), non trascura i bovini ed i cavalli e fa sentire il suo peso nelle esportazioni (carni, latticini, formaggi). Cospicuo è anche il prodotto delle tonnare costiere. La S. è inoltre la più ricca regione mineraria italiana, fornendo, fra l'altro, quasi tutto il nostro quantitativo di zinco, di piombo, d'argento e d'ammonio; ma le industrie isolane sono ancora in uno stato primitivo. Sebbene non poco sia stato fatto, molto resta ancora da fare (bonifiche, ferrovie, attrezzatura portuale) per il potenziamento di queste risorse e lo sviluppo dell'economia.
La densità di popolazione è dovunque assai bassa; i centri abitati, pur numerosi per la debole percentuale di popolazione sparsa, sono in genere piccoli : solo Cagliari supera, e di poco, i 100 mila ab.
| Province | Superficie in kmq. | Popolae. (cens. 1936) | | Densita | Popolazione del capoluogo |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| | | (in 1000 ab.) | | (in 1000 ab.) | |
| Cagliari | 9297 | 505 | 640 | 69 | 137 |
| Nuoro | 7272 | 217 | 249 | 34 | 16 |
| Sassari | 7519 | 303 | 350 | 47 | 70 |
| Sardegna | 24088 | 1025 | 1239 | 51 | - |
| Bibl.: E. Scheu, S., Lipsia 1923; G. Alivia, Economia e popolazione della S. settentrionale, Sassari 1931; S. Vardabasso, Fisioni geomorfologiche della S., Cagliari 1934; per un sguardo d'insieme v. Touring Club Italiano, S. (Guida d'Italia), Milano 1929. | | | | | |
| | | | | | Giuseppe Caraci |
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# SARDEGNA

SARDEGNA - 1. Confine di Stato - 2. Confine di provincia - 3. Confine di circoscrizione ecclesiastica - 4. Strode - 5. Parrocchia.
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(da A. Saba, Mantecassino e la Sardegna medioevoin. Mantecassino Bill. ter. I1 Sardegna - Elenco di chiese cassinesi nella S., inciso nel battente di destra della porta di bronzo dell'abbazia di Montecassino al tempo dell'abate Oderisio II (1123-26).
II. Storia. - Verso la metà del sec. vi a. C. i Cartaginesi, dopo aver disputato l'Isola ai Greci, se ne assicurarono il possesso e si stabilirono soprattutto nelle zone costiere meridionali e occidentali, mentre le tribù dell'interno restavano libere, protette anche dalla malaria che infestava quelle regioni. Dopo la rivolta dei mercenari di Cartagine, la S. divenne nel 238 a. C. dominio romano, e fu per Roma base strategica e fonte di rifornimento granario. Nel 226 a. C. la S. fu costituita in provincia insieme con la Corsica. Sotto l'Impero la romanizzazione si estese anche all'interno. La prima penetrazione del cristianesimo si può constatare per i primi anni del sec. III ad opera di elementi cristiani deportati nell'Isola dal continente; in seguito dovettero poi sorgere le prime diocesi. La tradizione non confermata designa s. Simplicio come il primo vescovo e commemora i martiri Gavino, Saturnino e Efisio. Durante il regno di Commodo fu esiliato in S. il futuro papa Callisto.
Nel 235 papa Ponziano e Ippolito prete (avversario di Callisto) furono esiliati in S., ove trovarono la morte. Dopo l'Edito di Costantino si ha notizia isolata di un vescovo di Cagliari, Quintasio. Nello stesso sec. iv è da ricordare il vescovo Lucifero di Cagliari che lottò aspramente contro l'arianesimo e contro Costanzo. Lucifero fu vescovo metropolitano della S., mentre S. e Corsica erano dichiarate province suburbicarie della diocesi d'Italia. Conquistata dai Vandali nel 455 , la S. soffrì la persecuzione ariana e fu rifugio dei vescovi africani esiliati. Tornata in possesso dell'Impero, divenne sotto Giustiniano una delle sette province della prefettura africana. Bisanzio sfruttò economicamente l'Isola e la lasciò in abbandono; ciò che permise una sempre maggiore affermazione della potenza economica e del potere politico della Chiesa. Gregorio Magno si adoperò a riorganizzare l'Isola nel campo religioso e civile. Poi per tre secoli la S. subì gli attacchi e le depredazioni degli Arabi, ma si salvò con l'aiuto dei Franchi, di Pisa e di Genova. La rottura dei vincoli con Bisanzio accrebbe il predominio della Chiesa, che ebbe parte notevole nella formazione e nella vita dei quattro giudicati (Cagliari, Arborea, Logudoro, Gallura) nei quali dopo il reoo si divise politicamente l'Isola. Le circoscrizioni diocesane coincisero con i giudicati. L'influsso della Chiesa fu consolidato dai monaci cassinesi che ebbero donazioni (v. barisond), acquistarono proprietà, fondarono chiese e monasteri. Nel 1063 fu creato il primo monastero benedettino nel Logudoro. La sovranità della S. Sede fu affermata esplicitamente per la prima volta da Gregorio VII. Con
l'appoggio di Roma si andava intanto estendendo nell'Isola il dominio pisano: Urbano II nominò l'arcivescovo di Pisa legato apostolico per la S. La politica di Innocenzo III rafforzò il potere ecclesiastico, ma non eliminò i contrasti determinati dalle misere condizioni del clero secolare e dalla ricchezza e privilegi dei monasteri. Nel 1226 fu celebrato in S. il Sinodo di S. Giusta che applicò i decreti del IV Concilio Lateranense. Intanto Genova, che disputava a Pisa il possesso della S., riusciva a prevalere nel Logudoro e in parte dell'Arborea. Il 4 apr. 1297 Bonifacio VIII infeudò la S. a Giacomo II di Aragona, e la concessione fu confermata da Benedetto XI, da Clemente V e da Giovanni XXII. Nel 1326 Pisa dovette abbandonare l'Isola; ma i Sardi resistettero a lungo: l'estrema vana difesa fu diretta da Eleonora di Arborea (m. nel 1404). Nel sec. xv l'arcivescovo di Cagliari cominciò ad usare il titolo di primate, ma per motivi politici piuttosto che religiosi, perché Cagliari fu il centro più favorito dagli Spagnoli. Dopo la grande rinascita religiosa che seguì alla Riforma cattolica, all'inizio del sec. xvir la contesa di priorità fra Cagliari e Sassari fu risolta di fatto in favore di Cagliari. La Spagna compì una profonda opera di penetrazione e riusci a sostituire un "costume" spagnolo a quello italiano. Fece anche qualche sforzo per migliorare le condizioni dell'Isola, ma fino all'inizio del sec. xviII la S. fu agitata da continue lotte fra nobiltà e funzionari regi, fra nobiltà e clero, fra alto e basso clero. Dopo la breve occupazione austriaca, risultato della guerra di successione spagnola, fallito il tentativo di riscossa dell'Arberoni, la S. fu assegnata al Piemonte. Vittorio Amedeo II dovette lottare contro l'ostilità della classe dirigente rimasta fedele alla Spagna, e la sua azione fu resa più difficile dal contrasto fra le sue tendenze assolutistiche e lo spirito autonomistico dei Sardi. Ma gli urti più gravi avvennero nel campo giurisdizionale: l'abusivo enorme estendersi delle immunità (privilegi di fòro, chierici fittizi) ostacolava la ripresa economica dell'Isola e l'instaurazione di una migliore giustizia sociale. Infine l'ambasciatore piemontese D'Ormea, aiutato dal card. Agostino Pipia, sardo, e dal card. Prospero Lambertini, poté concludere con Benedetto XIII un Concordato ( 25 ott. 1726) che restituì alla S. la pace religiosa e consolido il potere sabaudo. Pur sostenendo i diritti di regalia, Vittorio Amedeo II, e ancor più il suo successore Carlo Emanuele III, adottarono nei rapporti con la Chiesa una politica di moderazione e di intesa. Dopo Aquisgrana, specialmente ad opera del ministro Bogino (1759-73) il governo sardo molto fece per risanare l'economia dell'Isola, per migliorare le condizioni culturali e finanziarie del clero. L'assolutismo più rigido di Vittorio Amedeo III provocò reazioni contro il "piemontesismo". Durante la Rivoluzione Francese la S. fu agitata da lotte di carattere economico e antifeudale, che non ebbero alcun rapporto con le nuove ideologie straniere (un tentativo francese di invasione fu respinto dai Sardi nel 1793). Verso la Chiesa i Savoia mantennero sempre un atteggiamento di benevolenza e di rispetto. Quando furono soppressi i Gesuiti, Torino consentì il ritorno in S. dei Padri espulsi da altri paesi e Vittorio Amedeo III conservò nei loro punti i Gesuiti addetti all' insegnamento. Moti di carattere politico ed

(1st. Abianti)
Sardegna - Piecifiorito in bronzo dell' Antica porta della Cattolagia con iscrizione che ricorda il vescovo
Torgotorio (1228) - Oristano.
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(1st. Enii)
Sardegna - La cattedrale di Cagliari (sec. xili-xiv).
economico continuarono in S. anche dopo che nel 1806 Vittorio Emanuele I, cacciato dal Piemonte, vi trovò asilo. Un periodo di riforme ebbe inizio in S. con Carlo Felice che vi fu viceré fino al 1816 e proseguì la sua opera dopo il 1821; ma soprattutto con Carlo Alberto, che riorganizzò gli studi, sistemò strade e città, si adoperò a diffondere la lingua e la cultura italiana e nel 1835 decretò l'abolizione dei feudi. Tutti i provvedimenti del Re miravano a preparare la fusione con il Piemonte, che ebbe luogo nel dic. 1847. Dopo il 1848 la S. subì, talvolta con lentezza del tutto particolare, ma spesso con singolare asprezza, le ripercussioni del lungo dissidio fra Chiesa e Stato che fu sanato solo nel 1929. Nel campo religioso un processo di riorganizzazione venne iniziato nel 1905 da Pio X con la riforma dei seminari e continuato da Pio XI. Nel 1924, a distanza di sette secoli da quello di S. Giusta, fu celebrato il Concilio plenario sardo che stabili le basi della legislazione diocesana.
La S. ha ottenuto l'autonomia regionale secondo la Costituzione della Repubblica italiana.
Bibl.: G. Manno, Storia di S., Torino 1825-27; E. Besta, La S. medievale, Palermo 1908-1909; D. Filis, La S. cristiana, Sassari 1909, 1913, 1929; A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della S. nel medioevo, Cagliari 1917; A. Bernardino, La finanza sabanda in S., Torino 1921-24; E. Pais, Storia della S. e della Corsica durante il dominio romano, Roma 1923; Lanzoni, pp. 636-79; A. Saba, Montecassino e la S. medioevale. Note storiche e codice diplomatico sardo-cassinese, Montecassino 1927; C. Bellieni, La S. e i Sardi nelle civiltà del mondo antico, Cagliari 1928; E. Era, Tribunali ecclesiastici in S., Sassari 1929; A. Saba, Il Pontificato romano e la S. medievale, Roma 1929; R. Ciasca, Bibl. sarda, 3 voll., ivi 1931-34; A. Marongiu, I Parlamenti di S., ivi 1932; A. Mari, Le riforme di Carlo Alberto in S., Lodi 1934; R. Carta Raspi, La S. nell'alto medioevo, Cagliari 1935; R. Palmarocchi, S. sabauda. Il regno di Vittorio Amedeo II, ivi 1936; A. Aramu, Storia della Compagnia di Gesù in S., Genova 1939; autori vari, S. romana, Roma 1939; B. Fascetti, Aspetti dell'influenza e del dominio pisano in S. nel medioevo, in
Boll. stor. pisano, 8 (1939), pp. 1-32: 10 (1941), pp. 1-71; D. Scann, Codice diplomatico delle relazioni fra la S. Sede e la S., 2 voll., Cagliari 1940-41; R. Carta Raspi, L'economia della S. medievale, ivi 1940; S. Pola, Francia, Corsica e S. nell'ultimo periodo della rivoluzione, in Studi sardi, 5 (1941), pp. 19-111; R. Carta Raspi, Veroe l'autonomia, Cagliari 1944; M. P. Arcari, Il Quarantotto in S., in Il 1848 nella storia italiana ed europea, a cura di E. Rota, Milano 1948; V. Atzeni, Templari e cavalieri ospedalieri del S. Giovanni in S., in Humana studia, $2^{\circ}$ serie, 2 (1950), pp. $262-82$.
Roberto Palmarocchi
III. ABTE. - Mentre nei tempi preistorici e protostorici la S. seppe elaborare una cultura autonoma e originale ampiamente documentata dai nuraghi e da manufatti caratteristici come i bronzetti ritrovati anche in Sicilia e in Etruria (tombe protoctrusche di Vetulonia), dal periodo della dominazione romana essa cessò di svolgere temi propri; i ritrovamenti archeologici indicano infatti un'adesione sostanziale alle forme della civiltà artistica dei dominatori, in una tradusione condizionata soltanto dall'impiego dei materiali che l'isola poteva fornire.
Tale processo sèguita nel periodo dell'influenza bizantina (secc. vi-x) e delle successive dominazioni genovese, pisana (la più ricca di opere d'arte) ed aragonese (secc. xI-xV), in particolare per quanto concerne gli edifici d'impiego religioso e militare. Solo per la pittura - come ha dimostrato l'Aru - è possibile parlare, a partire dagli ultimi decenni del sec. xv e fino alla metà del xvi, di una scuola locale con caratteristiche proprie. Il manierismo e il barocco trionfarono quindi nelle forme dell'arte napoletana e spagnola, con le quali l'isola ebbe scambi continui e determinanti fino all'avvento della dominazione piemontese (secc. xvI-xviII). Da questo momento l'arte sarda, nelle sue scarse testimonianze valide, s'adegua si cocceitti predominanti dell'accademia neo-classica e del Romanticismo, accogliendo, senza rielaborarli, gli echi lontani della penisola. Un notevole risveglio caratterizza invece l'opoca più recente, da quando è incominciata la rivalutazione anche economica della regione.
I principali monumenti dell'epoca bizantina e preromanica sono: l'antica chiesa di S. Saturnino (oggi SS. Cosma e Damiano) a Cagliari - già nominata nel sec. vi in una Vita di s. Fulgenzio - e quella di S. Giovanni di Sinis (secc. viII-IX), entrambe originariamente a croce greca e riportate poi al modulo basilicale delle costruzioni romanico-pisane, nel sec. xir. Singolare, per lo schema centrale analogo a quello dei battisteri di Galliano (Cantù) e di S. Tommaso di Amerino S. Salvatore (Bergamo) - e quindi presumibilmente opera di maestro lombardo - la chiesetta di S. Sabina a Silanus (prima del 1000).
Le costruzioni romanico-pisane, che costituiscono l'insieme di maggiore imponenza e di più alto livello artistico, sono state distinte da D. Scano in tre gruppi che corrispondono a tre epoche diverse. La classificazione è stata accettata dal Toesca e dal Biehl. Il gruppo arcaico (secc. xi-xir, prima metà) ha i suoi prototipi in S. Savino di Portotorres, dalla singolare pianta che ripete lo schema delle basiliche imperiali romane avendo due absidi alla estremità della navata centrale e gli accessi dai lati, e in S. Maria del Regno di Ardara. Esso è caratterizzato dal motivo uniformemente ripetuto degli archietti pensili nelle fiancate, da finestre bifore o trifore campeggianti nelle facciate, da piccoli rosoni. Vi appartengono S. Giusta di Oristano, S. Simplicio di Terranova, S. Maria d'Uta, S. Maria di Tratalias.
Il secondo gruppo presenta false logge nelle fronti e archetti impostati su colonnine isolate e su pilastrini (secc. xii-xiii). Vi rientrano S. Trinità di Saccargia, S. Maria di Terga, S. Antioco di Bisarcio, S. Michele di Ploiano, S. Pietro di Sorres, S. Pietro di Bulzi. Da questi edifici sembrano procedere i maggiori e posteriori esemplari di Pisa (Duomo, S. Paolo e Ripa d'Arno, ecc.) e di Lucca (S. Giusto, S. Maria del Giudice).
Nelle costruzioni del terzo gruppo (secc. xili-xiv, seconda metà) si tradizionali elementi decorativi romanici si aggiungono motivi gotici (bifore ogivali e fasci sagomati con archetti trilobati sui frontoni), p. es., nelle chiese costruite dalla famiglia dei Donoratico in Villa di Chiesa,
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nei fianchi del duomo di Cagliari, nella chiesa dei Carmelitani a Mogoro. Comune a tutti e tre i gruppi è l'impiego delle fasce dicromiche orizzontali e frequente la presenza delle losanghe e dei cerchi raggiati sottesi agli archi. La pianta e le strutture hanno di solito esiguo sviluppo. In questi secoli poche sono le costruzioni religiose che si sottraggano a tali schemi, rivelando orientatamenti o derivazioni diverse. Basterà citare S. Pietro in Bari, in cui il costruttore comacino Anselmo s'adegua rigorosamente ai criteri costruttivi lombardi e ai modi della relativa decorazione fito-zoomorfica, araldica e simbolica; S. Pantano in Villa Speciosa; S. Maria Maddalena presso Oristano.
Durante il periodo della dominazione aragonese prevale il gotico catalano negli allestimenti interni. Esso stenta invece, almeno in un primo tempo, ad affermarsi negli esterni, dove la tradizionale maniera romanicopisana resiste a lungo (S. Maria di Tiesi, S. Pantaleone di Martis), anche quando le felici soluzioni del duomo di Alghero (deturpato in epoca moderna da infausti restauri : è tuttavia possibile ancora ammirare nelle forme originarie il portale e l'agile campanile sulla fronte), determineranno un più deciso orientamento verso il nuovo stile (parrocchiali di Seméstene, Bonorva, Macomer e Padria). Finirà poi per prevalere ed affermarsi universalmente alla fine del sec. xiv (cattedrali di Oristano e di Iglesias, molte chiese di Cagliari, S. Pietro in Sifki a Sassari, il maggior numero delle parrocchiali dell'Isola) e persisterà in stanche ripetizioni, fino all'introduzione del barocco (sec. xvir).
L'edilizia civile, insignificante negli abitati, ha invece rilievo nelle imponenti fortificazioni con le quali i dominatori genovesi, pisani e le principali casate feudali aborigene hanno inteso garantire il proprio dominio e difendersi specialmente dalle incursioni marittime (secc. xir-xiv). Rimangono, sparsi un po' dovunque, ma soprattutto lungo le coste, castelli diruti e ruderi di solide mura, che attestano la progredita tecnica delle costruzioni militari. Basterà ricordare, per tutte, il formidabile centrum pisano di Cagliari da cui emergono le due torri di S. Pancrazio e dell'Elefante, opere dell'architetto sardo Capula (sec. xiv).
Povere e scarsamente interessanti le testimonianze della scultura locale che non si discostano, per tutto il mediocvo, dal formulario decorativo romanico. Solo la vena espressionistica popolare ha saputo talvolta produrre esemplari lignei di pregio, intesi tuttavia ad effetti pittorici nella magniloquenza dei panneggi e nell'accesa e dissonante cromia. Il maggior monumento dell'isola, il magnifico pulpito di quel magister Guillobous (sec. xit) indicato dai documenti come coadiutore di Bonanno a Pisa, fu trasportato dal Duomo di questa città a quello di Cagliari nel 1312, ma non sembra avere esercitato sensibili influenze sull'arte locale.
La pittura consente invece di tracciare un profilo abbastanza preciso degli orientamenti diversi e delle influenze a cui si adeguarono i centri di propulsione delle cultura locale, individuabili, fin dal sec. IX, in Cagliari, nel giudicato di Arborea, in Torres. Questa città è anzi indicata in una pergamena di quel secolo come la patria degli artisti migliori e più operosi. Le poche tracce superstiti (p. es., nella cattedrale di Ardara, in cui si sa che lavorò un maestro Costantino) documentano l'influenza della iconografia bizantina, tradotta nei modi del linguaggio popolare monastico, non diversamente da quanto avviene nei territori italiani soggetti all'amministrazione orientale. Dal sec. xit al xiv vengono accolti, accanto a questi, motivi e temi della pittura toscana (Saccargia), finché la dominazione aragonese non apre la porta ai pittori catalani, che incominciano dalla seconda metà del sec. xiv ad assumere commissioni nell'isola.
Cagliari diviene il centro dell'irradiazione dell'influenza spagnola. La chiesa e il convento di S. Francesco in Stampace (crollati nel 1872) accolgono e propagano per primi le opere di tale scuola, di cui rimangono, nella pinacoteca di Cagliari, due soli esemplari assegnabili al sec. xiv, una Crocifissione ed un santo cavaliere. La mi-

(1st. Belisri
Sardegna - S. Antioco di Sulci. Statua di arte popolare. Fonni (Nuoro), Santuario delle acque.
nuzia illustrativa, la tendenza a risolvere nella grafia decorativa ogni problema di volume e di spazio, l'aderenza miniaturistica del colore smaltato, in cui predominano tre accordi (oro, rosso e azzurro), indicano chiaramente la distanza che separa quest'arte dal contemporaneo linguaggio della pittura italiana. Gli artisti locali si adeguano pedissequamente a tali modelli. Nel sec. xv operano in S. i barcellonesi Raffaele Thomas, Giovanni Figuera, Giovanni Barcelo, Jaime Huguet (1448-87). A questo ultimo si assegna la tavola di S. Bernardino nella Pinacoteca di Cagliari (ca. 1451). Dal Barcelo e dall'Huguet prendono le mosse gli artisti che dànno vita alla scuola locale, da Pietro e Lorenzo Cavaro (autori rispettivamente delle ancone nelle parrocchiali di Villamar e di Gonnostramatza), al cosiddetto maestro di Castelsardo, fino a Giovanni Muru (S. Maria d'Ardara). Le opere più singolari sono i due $\cdot$ retablos $\cdot$ di Castelsardo e di Tuili, entrambi del maestro di Castelsardo, come ha dimostrato l'Aru.
La scuola si distacca dai modelli catalani per una ricerca di monumentalità e di astrazione in cui è stata riconosciuta una discutibile influenza di Antonello da Messina e dell'arte dell'Italia centrale. La sua vitalità si estingue alla metà del sec. xvi. Da questo momento l'isola si apre alla influenza italiana, soprattutto per la presenza di artisti toscani (Bacio Gorino, attivo a Cagliari, Codrongianus, Cargeghe, ecc.; quindi, nel sec. XVII, Giacomo Conti attivo a Bonaria), napoletani (Girolamo Imparato, che appose la firma a una tavola nella chiesa del Carmine a Cagliari nel 1594) e romani (Giacomo Altamonti, fine del sec. xvir, che risiedette a Cagliari). Essi influenzarono i maggiori pittori locali (Andrea Lusso di Ollasta, attivo a Martis e a Colangianus, fra il 1590 e 1615; Diego Pinna, di Sassari, della seconda metà del sec. XVII) imponendo i modi del manierismo accademico, che, come si è detto, dominerà incontrastato fino al sec. xix, attraverso le esperienze del neoclassicismo e della pittura di genere.
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Nelle arti minori la fantasia degli artigiani sardi conservò invece, specialmente nei secoli di minor splendore delle arti maggiori, il prestigio della propria eccellenza: manufatti di superiore qualità si trovano tra i legni intagliati (cornici dorate dei secc. xv e xvi, Madonne) e soprattutto nella oreficeria (croci processionali di S. Francesco di Oristano; della cattedrale di Cagliari; reliquiario della cattedrale di Ales, ecc.). Gli artigiani sardi operarono anche fuori dell'isola: il cagliaritano Giovanni Cioni, p. es., eseguil la croce processionale del duomo di Salemi in Sicilia.
BibL.: R. Ciasca, Bibl. sarda, 3 voll., Roma 1931-34. Fra gli antichi itinerari: L. Alberti, Isole appartenenti all'Italia, Venezia 1967, f. 19; G. F. Fara, De rebus Sardois, Cagliari 1580, con stemmi incisi di tutte le regioni sarde. Fra le varie memorie del can. G. Spano, ha particolare importanza la Storia dei pittori sardi, Cagliari 1870: v. anche G. Pinza, Monum. primit. della S., Roma 1901; C. Bellieni, La S. e i Sardi nella civiltà del mondo ant., Cagliari e a.; D. Mackenzie, The dolmens tombs of the giants and nuraghi of S., Londra 1910; E. Pais, La civiltà dei nuraghi e lo sviluppo sociolog. della S., Cagliari 1911; C. Azu, St. della pitt. in S. nel sec. XV, Barcellona 1912; id., S. Pietro in Zori, Reggio Emilia 1926; id., Il Maestro di Castelsardo, Bologna 1928; P. Toesca, St. dell'arte it., I: Il madineso, Torino 1927, p. 685 ; id., Il Trecento, ivi 1951, pp. 84-85, 116-17; D. Scano, St. dell'arte in S., Cagliari 1929; R. Branca, Artisti sardi, Genova 1931; G. Lillin, Broezii preromani di S., in Boll. di palatnologia it., 1941-42, pp. 178-96.
Riccardo Averini
IV. Regione conciliare. - Comprende l'intero territorio dell'Isola e le piccole Isole adiacenti con tre sedi metropolitane: Cagliari, Oristano e Sassari e, complessivamente, dodici diocesi, di cui Ampurias e Tempio unite. Nella circoscrizione metropolitana di Cagliari sono comprese le diocesi di Iglesias, Nuoro e Ogliastra; in quella di Sassari sono comprese le diocesi di Alghero, Ampurias e Tempio, Bosa, Ozieri. Oristano ha una sola diocesi suffraganea che reca però i due nomi di Ales e Terralba.
La conferenza episcopale si riunisce in Cugliei (Nuoro), che è sede ancora del Seminario regionale (Pont. Seminario regionale sardo del S. Cuore), retto dai Gesuiti. Il Tribunale regionale di prima istanza, in base al motu proprio Qua cura dell' 8 dic. 1938 (AAS, 30 [1938], pp. 410-13) ha sede in Cagliari ed ha come tribunale d'appello il Tribunale del vicariato di Roma.
L'ultimo Concilio plenario fu celebrato il 25 maggio 1924 (cf. Concilium Plenarium Sardum, Roma 1925).
BibL.: Annuario delle diocesi d'Italia 1931, Torino-Roma 1951, pp. 947-74.
Pietro Palazzini
V. Folklore. - La S. costituisce anche dal punto di vista del folklore, oltre che della lingua, un'area prevalentemente conservativa: una vera e propria isola demologica. E stata dimostrata la sopravvivenza in essa di alcune forme arcaiche della tradizione, che dovettero un tempo essere diffuse sopra un'area vastissima e risultano tuttora esistenti tra i Baschi o nei Balcani, e tra i primitivi dell'Africa e dell'America: il pane schiacciato; il carro a ruote piene simile all'antico plaustrum; le due forme di aratro, quello di Logudoro, di tipo romano, e quello di Gallura, di tipo egiziano; il rombo, usato come giocattolo infantile durante la Quaresima e nella Settimana Santa, che conserva anche un certo carattere sacro; e vari altri attrezzi e usi agricoli. Si ritrova inoltre uguale nei Paesi Baltici la cerimonia del fidanzamento (pricunta) che cosi si svolge in Gallura : il corteo del fidanzato muove a galoppo sfrenato tra spari di fucilate, come per un assalto ad una fortezza e si ferma davanti alla casa della ragazza; sulla porta sta il padre di lei col poeta a fianco, ed ha quindi luogo un dialogo, spesso in versi che si svolge secondo lo schema tradizionale : il pretendente dice di essere coi suoi compagni alla ricerca di una colomba o capretta smarrita, e il padre li invita ad entrare e cercare; al giovane vengono presentate ad una ad una tutte le donne di casa, e finalmente la prescelta, tutta vestita a festa, che è riconosciuta come la ricercata colomba o capretta, tra grida di gioia e altri spari all'esterno. Vivo in S. è anche l'uso del curto cuziale a cavallo, che dà luogo alla «corsa della rocca» (la currila di la rucca) : vi prendono parte due cavalieri, uno per la parte dell'uomo, l'altro della donna e vince sallutare grimo a strappare una conocchia adorna di

(fol. Gab. fol. nuc.)
Sardegna - Ornamento di rosario in argento e pietre varie. Arte popolare sarda - Cagliari, collezione privata.
nastri che la sposa, a cavallo col padre, fa sporgere col braccio allungato; altre volte il palio si corre tra più cavalieri, ad uno dei quali il padre della sposa consegna la rucca, e quegli fugge immediatamente verso la chiesa inseguito dagli altri che tentano di toccare la coda del cavallo per entrare in possesso della rucca; il gioco continua sulla via del ritorno e vincitore è dichiarato quel cavaliere che si trova in possesso della rucca al momento dell'arrivo sul piazzale dello stazzo. Al vincitore la sposa regala uno dei cinque nastri della conocchia come titolo d'onore. Dell'abbigliamento nuziale la corona è uno degli elementi più significativi : in una litografia del Forage en Sardaigne del La Marmora (1839) gli sposi appaiono entrambi incoronati, come usavasi nei tempi antichi. Anche il cerimoniale della morte si richiama a riti antichissimi. Sopravvivono in S., come in altre regioni mediterranee, l'uso di volgere i piedi del defunto verso la porta, che si ritrova nelle tombe etrusche e nelle necropoli egiziane, e quello di consumare la cena funebre con fave e uova, ritenuti cibi simbolici e consacrati nell'antichità alle anime dei morti. Ma una intensità di diffusione ancora maggiore ha in S. (specie nella Barbagia) l'usanza del lamento funebre, già rispecchiata negli antichi poemi indiani e in Omero: attittadoras sono chiamate le donne che cantano le lodi del defunto e attittidos i loro canti, che un tempo, in caso di assassinio, servivano ad esaltare gli animi alla vendetta (lat. *attitiare). L'esistenza, riferita da alcuni viaggiatori per sentito dire, di donne (acrabadoras) che avrebbero avuto la funzione di far cessare le torture degli agonizzanti soffocandoli, è risultata invenzione fantastica e romanzesca. Anche le numerose pratiche magiche, che accompagnano i momenti principali della vita umana, confermano la persistenza in S. di una mentalità primitiva. Contro le streghe che sotto forma di gatti succhiano il sangue dei neonati, le madri mettono vicino alla culla una falce con molti denti, o una scopa, o chicchi di grano:
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[^0]: (fot. S. Feller)
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(fot. Eni)

(fol. Giovannı Ealanassı)

(fot. Giovannı Ealanass1)

(fol. Mnatalll)
In alte a sinistra: ESTERNO DELLA CATTEDRALE (fine del sec. viII) con trasformazioni posteriori - Sarsina. In alto a destra: MAUSOLEO di A. M. Obulacto, a cupide piramidale curva, alto ca. 9 metri, ricostruito nel 1938 - Sarsina, Pisa di Bezzo. In basso a sinistra: ELEMENTO DI AMBONE romanico, riutilizzato come acquasantiera - Sarsina, Cattedrale. In basso a destra: CROCIFISSO MEDIEVALE di Montessasso - Sarsina.
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le streghe si fermano a contare i denti della falce, o i fili della scopa, o i chicchi, ma non riuscendo a procedere oltre il numero sette, saranno sorprese all'alba e costrette a ritirarsi. Pietre ed erbe speciali si adoperano per scongiurare il malocchio e preservare dalle malattie. In altri casi le materie medicamentose si traggono dagli animali : a Padria gli occhi si curano bagnandoli col sangue di fegato bovino, a Cagliari sfregandoli con un murice a forma di occhio, detto "occhio di s. Luccia", o con una croce e recitando certi scongiuri che sanno solo i pescatori. Riguardo al ciclo dell'anno il carnevale conserva in S . tracce notevolissime del suo originario carattere ritualistico: dalla lenta e danzata processione dei mamutones, pastori e contadini mascherati, con un mazzo di campanacci da bue sul dorso e sonagli appesi al collo, e degli izocadores, portatori di saca (lunga fune per le bestie), che escono per le vie del paese il 17 genn., e in altri tempi all'Epifania o a Natale; ai bruciamento del fantoccio di carnevale chiamato Giorgio (rimarchevole e forse unica sopravvivenza in Italia del culto primaverile di questo santo), che vien prima portato in giro sopra un cavallo o un asino, seguito da una folla che grida e canta varie strofette; ad es. a Sassari dicono: a Giogli mều cumenti se andadda», e a Cagliari : a E mortu canciofari, canciofá... E mortu carnovali, e carnová... Binu niedi?e bonu, niedú e bo e. Meritano di essere ricordati, per il loro fondo magico, gli elementi che compongono il complesso rituale della festa di s. Giovanni: i fuochi votivi accesi con grandi cataste di legno (in Gallura e nell'Anglona adoperano un'erba speciale, dai fiorellini gialli, detta biondella, il cui profumo tiene lontane le streghe che a notte vanno in giro con le anime degli uccisi), e intorno ai fuochi danzano e saltano giovanetti e ragazze, e diventano compuri e comari scambiandosi per tre volte le punte annodate di un fazzoletto, sciogliendo i nodi e sovrapponendo alternativamente le mani, mentre pronunziano formule speciali che variano da paese a paese; e infine la pratica curativa (nota anche altrove) di far passare il bambino ernioso per tre volte attraverso la spaccatura di un albero.
Delle feste calendariali le più celebrate sono quelle dei Candelieri a Sassari e a Nulvi ( 14 ag.), e la processione del $1^{\circ}$ maggio a Cagliari in onore di s. Elisio. In tali occasioni è dato soprattutto di poter ammirare nella loro bellezza e varietà i costumi sardi : singolari quello di Osilo per l'armonia delle linee e dei colori, e quello di Quartu S. Elena per la ricchezza di oro, argento e gemme.
La danza caratteristica dei sardi è il ballo tondo, una specie di ronda che di solito ha luogo all'aperto : i danzatori e le danzatrici formano una lunga catena a circolo, e nel mezzo stanno i suonatori con i loro caratteristici strumenti, la lamedda o lamedda, la cornamusa e il tamburino.
Anche la poesia popolare presenta un aspetto conservativo ed è connaturato al carattere etnico degli abitanti : lasciando da parte i canti funebri, gli inni ai santi (gdeos) e le ninne-nanne (ducu-duru), si ricorda che la forma principale del canto lirico, il mutu, con la sua caratteristica metrica e tecnica poetica (consta quasi sempre di due parti, l'istrriu e la tarrada, legate tra loro solo per la rima) è ristretto alla S. e non si trova in nessun'altra regione d'Italia.
Elementari sono infine le forme della casa rurale, in relazione con le preminenti attività economiche negli abitanti, che sono la pastorizia e l'agricoltura; la dimora monocellulare e bicellulare segna in S. già un indice di sviluppo rispetto alla capanna rettangolare e al recinto pastorale, la cui persistenza da un capo all'altro dell'isola è espressione della vita economica tradizionale. La quale riveda in alcune costumanze primitive, come quella della ponidura in Gallura, un senso di solidarietà e cortesia, che caratterizza l'anima dei pastori sardi: quando avviene che accidenti naturali (epidemia, inondazione, ecc.) distruggono il gregge ad un pastore, questi può ricostruirselo chiedendo un giovane capo di bestiame a ciascuno degli altri pastori-proprietari. - Vedi cove, CXXVI-CXXVII.
Bibl.: A. Bresciani, Dei costumi dell'isola di S., comparati con gli antichissimi popoli orientali, Napoli 1850; E. Costa, Costumi sardi, Cagliari 1913; R. Garzia, Nutettus cugliaritani,
Bologna 1919; G. Bottiglioni, Leggendo e tradizioni di S., Ginevra 1922; id., Vita sarda, Milano 1923; M. L. Wagner, La poesia pop. sarda, trad. it., Cagliari 1907; id., La vita resticana della S. risperchista nella sua lingua, trad. it., ivi 1928; G. Arata e G. Biasi, Arte sarda, Milano 1934; C. De Danilowicz, Carta topografica dell'arte rustica e dell'artigianato rurale della S., in Laret, 11 (1940), pp. 403-23; M. Assia, Tradizioni pop. della Gallura, Roma 1943; O. Baldacci, La casa rurale in S., Firenze 1952. Vari spunti di folklore sardo si possono anche ricavare, ma con cautela, dalle relazioni di viaggiatori (La Marmora, Maltzan e altri) e dai romanzi di G. Deledda, Giovanni Bronsini
SARDI, Filippo. - Arcivescovo, n. a Lucca il 18 ott. 1736, m. ivi l'8 marzo 1826. La sua vita è strettamente legata alle vicende politiche dello Stato lucchese, nelle quali ebbe grandissima parte.
Eletto arcivescovo della città natale il 3 ag. 1789 , si trovò ad esercitare il suo lungo ministero fra i mutamenti politici che attraversò la piccola repubblica aristocratica per diventare principato sotto il dominio di Elisa sorella di Napoleone e di suo marito Felice Baciocchi ( $1805-14$ ), con la conseguenza di dover subire il nuovo ordine di cose creato dalla legislazione francese che sovvertì tutti gli antichi rapporti. Il S. non mancò di opporsi energicamente quando ( 1806 ) si volle esteso anche a Lucca il Concordato del 1803 tra la S. Sede e la Repubblica italiana, nella quale tutela dei diritti vescovili ed ecclesiastici fu confermato dall'approvazione di Pio VII, con cui il S. mantenne una nutrita corrispondenza. Caduto il principato dei Baciocchi, mons. S. fu il maggiore operatore dell'azione politica della reggenza provinciera, impedendo, fra l'altro, ogni rappresaglia nei confronti dei bonapartisti. Insediatisi in Lucca i Borboni di Parma, per la nota clausola del Congresso di Vienna, fu il più ascoltato consigliere di Maria Luisa di Barbone, che resse il ducato per il figlio minore, e che si mise subito in relazione con Pio VII al fine di ristabilire i rapporti fra Chiesa e Stato e ripristinare gli ordinamenti ecclesiastici sconvolti nel governo precedente. Ciò fu compiuto, infatti, con il breve papale dell'8 apr. 1820 e con le speciali disposizioni prese in seguito d'accordo con la S. Sede. Durante questo periodo di restaurazione il S. continuò instancabile nella cura spirituale del suo clero e del suo popolo, e pochi mesi prima del decesso compì per la quarta volta la visita pastorale alle parrocchie alpestri della Garfagnana.
Bibl.: L. M. Cardella, Vita di F. S., Lucca 1832; M. Rosi, L'arcivescovo F. S. e lo Stato di Lucca, in Boll. st. lucchese, I (1929), pp. 1-13.
Renzo U. Montini
SARDICA (Serdica). - Oggi Sofia. Il nome le deriva dalla tribù tracia dei Serdi (Dione Cass., LI, 25). Nella sistemazione data da Traiano alla regione dacica dopo la conquista, prese il nome di Ulpia Serdica.
Dal sec. III venne assegnata alla Dacia inferiore. Saccheggiata da Attila fu in seguito dotata, da Giustiniano, di fortificazioni, di cui rimangono le rovine, per la difesa del territorio (Procopio, De Aed., 4, 1; 4, 4). Data la sua posizione nel grande Illirico al confine tra le due porzioni occidentale e orientale dell'Impero, fu sede, come tutta la regione danubiana, di formazioni legionarie reclutate sul posto. Da S. sono datate molte costituzioni imperiali raccolte nel Codice Teodosiano. Nativi di S. furono i due imperatori Galerio e Massimino Daia.
Il concilio di S. - Fu tenuto un Sinodo più probabilmente nel 343 (Mansi, Hefele-Leclercq nel 344, E. Schwartz nel 342), convocato da Costante I e Costanzo II per iniziativa di papa Giulio I. Vi accorsero ca. 180 vescovi fra i quali ca. 80 orientali aderenti al semiarianesimo. Fu Osio di Cordova a presiederlo coadiuvato dai legati papali, i presbiteri Archidamo e Filosseno. Il Sinodo fu una riaffermazione energica dell'artodossia nicena contro il dilagare del semiarianesimo.
I vescovi semiariani, prendendo occasione dalla presenza nel Sinodo di s. Atanasio, di Marcello di Ancira e di Asclepiade di Gaza, da essi considerati come deposti, formarono non lontano da S. un conciliabolo che scomunicò papa Giulio, Osio e altri e promulgò un nuovo simbolo dogmatico che si riallaccia alla $4^{a}$ formula antiochena del 341 .
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Invece il Concilio legittimo di S. riconfermò l'ortodossia e legittimità di s. Atanasio, di Asclepiade e di Marcello, depose alcuni vescovi semiariani come Teodoro di Eraclea e Basilio di Ancira, riconfermò il Simbolo di Nicea dopo aver messo da parte la proposta di uno nuovo, preparò la data pasquale per i prossimi 50 anni e promulgò 20 canoni disciplinari. Essi regolano il diritto episcopale. Di singolare importanza sono i canoni 3-5 nei quali viene riconosciuto al vescovo di Roma il diritto di cassare i decreti emanati contro un vescovo da un sinodo provinciale e di nominare nuovi giudici per la revisione della causa. Gli occidentali associarono i canoni di S. a quelli di Nicea, il che dette luogo all'equivoco circa la loro origine. Il concilio di S. non ebbe l'effetto di ricondurre la concordia, riuscì però a galvanizzare per allora l'ortodossia dell'Occidente e di farla palese al poco ortodosso Costanzo II.
Biel: Hefele-Leclerco, I, pp. 737-823; Fliche-Martin-Frutaz. III, pp. 128-34, con bibl. Ignazio Ortiz de Urbina
SARDINHA, ANTÓnIO. - Scrittore e uomo politico portoghese, n. a Monforte (Alentejo) nel 1888, m. a Elvas il $1^{\circ}$ genn. 1925.
Caduta la monarchia (1910), fondò (1914) e diresse il movimento, di idee monarchiche, detto dell's Integrabamo Lusitano -, che ebbe come organo l'importante rivista $A$ Nação Portuguesa, e che segnò l'inizio del ritorno alla politica tradizionale del paese, di ispirazione cattolica e di tendenze corporative, che si può riconoscere, per tanti aspetti, nel regime politico del Portogallo d'oggi. La sua opera di poesia (una mezza dozzina di volumi, fra cui si distinguono $A$ epopeia da planicie, 1915, e Na corte de saudade, 1922) si caratterizza per un sapore arcaicizzante che ben si addice al carattere emotivo e tradizionale dei motivi che la ispirano; quella di prosa (una dozzina di volumi, fra cui si distinguono $O$ valor da raça, 1915, e A questão ibérica, A aliança peninsular, antecedentes e possibilidades, 1924), si mantiene viva per la sicurezza dell'informazione storica da un lato, e per l'ardore di polemica e di lotta politica dall'altro.
Biel.: le opere furono pubbl. dal 1904 al 1944. Conde da Aurora, Dass l'héritage de S., in Boll. des Etudes Portugaises et del'Institut Français au Portugal, 1940, pp. 197-216; id., No espólio de S., in Brotéria, 30 (1927), pp. 505-20. Giuseppe Carlo Rossi
SAREPTA (ebr. Ṣārēphath; Settanta Sā̧̇̇ecta). Già città della Fenicia, 15 km . a sud di Sidone (v.). E rimasta celebre perché Elia profeta, passando di là, moltiplicò farina e olio ad una vedova cui guarì il figlio (I Reg. 17,9-24). Il fatto fu ricordato da Gesù nella sinagoga di Nazareth per mostrare la cura presasi dai pagani per i profeti a differenza di Israelis (Lc. 4,24-26). Nel periodo bizantino la città era allineata lungo il mare per quasi 2 km ., sì da chiamarsi Macracome ("villaggio lungo ").
Il ricordo di Elia era annesso ad una chiesa che attualmente è sostituita da un well del fładir ("verdeggiante"), nome che i musulmani attribuiscono ad Elia, mentre i cristiani lo dànno spesso a s. Giorgio. Nel tempo crociato fu sede vescovile ed era rinomata per i suoi giardini. Caduto il Regno latino, la città fu abbandonata e gli abitanti si portarono su di un colle verso est, fondando l'attuale villaggio di Şarfand, che conta 1500 ab . Il ricordo di Elia fu sempre venerato dai pellegrini, come anche oggi, nel sito dell'antica città.
Biel.: R. Duosood, Topographie historique de la Syrie antique et médiévale, Parigi 1927, p. 42; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, 101 1938, p. 449; A. Augustinovic, Nella casa della vedova di S., in La Terra Santa, 25 (1950), pp. 7-9. Bellarmino Bagani
SARGON II. - Uno dei massimi re d'Assiria (assiro Šarru-ukēn[u] e Šarru-kēn[u]; Settanta 'Aqxéxvos, da arka «il secondo» che S. aggiunse al suo nome), il cui regno ( $722-705$ a. C.) fu decisivo per la storia dell'Impero neoassiro, finito poi tragicamente nel 606 (v. NAROPALASSAR).
Sebbene S. non possa dirsi, come si credeva, fondatore di una dinastia di sSargonidi s, tuttavia con lui quel valoroso Impero militare e sacerdotale raggiunse l'apogeo. I popoli confinanti (Media, e principalmente Elam e Urartu, accanito avversario dell'Assiria), imparavano sempre più la tecnica e l'organizzazione industriale, amministrativa e militare assira, convertendola in arma terribile contro l'Assiria. Nel sud si affermavano i Caldei, sotto Merodach-Baladan (v.), diplomatico geniale; nel sud-ovest, con la dinastia etiopica, riappare sulla scena l'Egitto (con il sib'e del faraone Sabaka); all'ovest Mita di Muski (il re frigio Mida di Erodoto, Ovidio) si allea con Russa I, re energico dell'Urartu. L'Urartu minaccia il fianco sud-est dell'Assiria, alleandosi con principotti di Media e cercando contatto con l'Elam nelle catene dello Zagros. S. diede colpi in ogni direzione, ma riuscì soltanto ad indebolire l'Urartu con l'aiuto dei Gimirrai e Iiguzoi (Cimmeri e Sciti degli autori greci) e, come avviene nella storia, non distrusse solamente un nemico, ma anche un vello fortissimo, che proteggeva l'Assiria e l'antica civiltà semitica contro l'invasione da parte delle steppe eurasiche. Conseguenza di questa sua vittoria fu, per il sorgere delle potenze iraniche (v. sata4), la distruzione di Ninive, l'annientamento del popolo assiro (v. NAROPALASSAR) e l'entrata di Ciro in Babilonia (v. NARONZOO) nel 539 a. C.
La Bibbia narra che il turtanu di S. assediò e spogliò Azoto ('Aidōdh; Is. 20, 1). Le iscrizioni cuneiformi sono tante che S. può dirsi il personaggio meglio noto nell'Oriente antico : fasii, annali ed altri rendiconti delle sue gesta, pietre di fondazioni, lastre. Spicca per valore letterario la celebre "ottava campagna", che per la lingua ritmica, l'uso del parallelismo, le descrizioni poetiche dei paesaggi e delle feste non ha pari nel suo genere. Però lo storico non dimentichi l'intenzione propagandistica di quel solenne (o sacrale) "comunicato di guerra"; è una lettera del capo scriba al dio Assur, che mette in degno rilievo le imprese dell'armata. Oltre che di S. rispecchia anche il carattere del suo grande avversario Russa I : un ritratto che ispira rispetto, nonostante le parole brutali con le quali è stiommatizzato in altre occasioni, non diversamente di quello che gli storiografi romani fanno con Annibale. Quelle iscrizioni vanno sempre aumentando di numero, per gli scavi di Dur-Sarru-kén (" Fortezza di S. "), costruita da S. in magnifica residenza a dispetto di Ninive (v.), per quelli della città di Assur e, nel 1952, per quelli di Kalab (Nimrud), dove gli Inglesi trovarono: a) metà di un "prisma" contenente gli annali storici di lui più estesi; b) un « cilindro " praticamente completo di Merodach-Baladan.
Secondo una lastra smaltata, pubblicata da E. Unger, S. è figlio minore di Theglathphalasar III (v.). Concordia anche la grafia del nome, Šarru-ukēnu, tipica per secondi" geniti : «Il Re rese salda (ambile, autentica, la dinastia) "L'altra grafia del nome, che per lo più ricorre negli ideogrammi, significa "il re saldo (genuino, vero, autentico) ". Vi poté ben essere un cambiamento esiguo nel nome, allorché S., nel 722, depose il fratello Salmanasar V (v.), che dovette morire in circostanze non chiarite da nessun documento storico. Il cambio di regime fu accettato dall'Assiria senza rivoluzioni interne. Se in tale occasione S. ristabili i privilegi dell'antica capitale Assur, la sua città natale, ciò non significa una rivoluzione dei "sacerdoti" contro i "soldati", per il solo motivo del ricupero degli antichi privilegi perduti sotto Theglathphalasar III.
S. combatté contro Merodach-Baladan (v.) e il suo alleato Humbanigas di Elam; nel nuovo cilindro testé trovato Merodach-Baladan celebra con somma esultanza come sua vittoria completa la battaglia di Dér (720), per la quale liberò la Babilonia della prepotenza dei "Subarei", nome che dà agli Assiri. Ma S. aveva un buon "servizio segreto", che lo informava sulle condizioni interne dei paesi vicini, e dopo la morte di Humbanigas, quando sorsero discordie interne in Elam, sloggiò Merodach-Baladan da Babilonia, prendendo come "luogotenente" (lahanakku), con rito simbolico, le mani di Bèl nel capodanno del 709 .
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Più dure furono le campagne contro Rusas (assiro Ursa), re dell'Urartu. Ben informato, S. accorre con grande sveltezza nel 719 in soccorso del re dei Mannoi, aggredito da una coalizione di Rusas, Mitatti di Zikirti e Bagdatti (nome ario) di Uišdiš, questi ultimi di recente immigrazione. Più serio fu il pericolo nel 717 : il re dei Mannoi succeduto al trono fu disfatto fra le cime del Sahend e le rive del Lago d'Urmia, e suo fratello Ullusunu condusse l'armata in soccorso agli Urartei, con altri due re di contrade ancora più al sud. S., arrivato, valica l'alta montagna del Sahend, sorprende gli avversari, li prende vivi, e strappa a Bagdatti la pelle. Ullusunu, graniato, è confermato vassallo di S. La più grande battaglia però fu fatta nel 715 , allorché Dajakku (greco Deiokes) cospirò con Rusas e prese 20 città ad Ullusunu, adesso buon vassallo. S. riconquista le città perdute e impone un forte tributo al Re dei paesi Nairi (fra l'Assiria e l'Urartu propriamente detta). Dajakku, preso con la famiglia, fu deportato a Hamāh di Siria. S. diede il colpo più forte l'anno seguente, nella celebre «ottava campagna»: con la sua cavalleria arrivò con inattesa rapidità sulle rive del Lago d'Urmia ed annientò l'armata di Rusas. Era allora cosa facile, fra incredibili devastazioni (S. non pensava ad annessioni di paesi), invadere l'Urartu, più o meno lungo la strada Tebriz-Van. Senza però osare un assedio di Turušpaš devastò il paese fino a nord del Lago di Van; così indeboli quel paese già disfatto dai Cimmeri. Al ritorno commise un atto di ierosilia, spogliando il ricco tempio del dio nazionale nemico Ḩald a Musasir: questa scena ci è anche tramandata in un affresco del suo palazzo a Horsäbäd. Il regolo di Musasir però si rifugiò quasi solo da Rusas, il quale morì presto. Sotto il figlio di Rusas, Argiatis II (714-ca.680) lentamente l'Urartu si risollevò dalla doppia disfatta al nord e al sud del paese, e diventò nemico temibile di Sennacherib (v.).
Nell'ovest S. affrontò la Frigia sotto Mida all'apogeo della sua potenza, alleata