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� concreta che si ravviso fin dalle sue prime opere. Tuttavia il S. non può dirsi totalmente artista del Rinascimento, perché l'amore ingenuo per il particolare finemente elaborato e l'inclina. zione quasi mistica al sogno, il gusto squisitamente decorativo e le tendenze astrattive tutte proprie dello spirito senese gli impedirono di realizzare quell'unità ed organistia di visione cui miravano i novatori fiorentini. Tecnico consumatissimo e colorista di eccezionale raffinatezza, il S. dimostrò pure originalissime qualità di narratore. - Vedi tav. CXXIX.

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(da B. Oltrocchi, Archiepiscoporam Mediolanensiam series historica, chronologica, I, Milano, 1755, p. 2)
Sassi, Giuseppe Antonio - Ritratto - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

BibL.: B. Berenson, A Sienese Painter of the Franciscan Legend, Londra 1909 (ed. it., Firenze 1946); J. Pope Hennessy, S., iri 1939 (con bibl.); E. Carli, Capolav. dell'arte seuna, Firenze 1946, pp. 53-62; C. Brandi, Quattrocent. senesi, Milano 1950, pp. 46-52; E. Carli, S.'s Borgo S. Sepolcro Altarpiece, in The Burlington Magazine, maggio 1952, pp. 145-52. Enzo Carli

SASSI, Giuseppe Antonio. - N. a Milano nel 1672, m. nel maggio 1751. Ascritto alla Congregazione degli Oblati, nel 1703 entrò tra i dottori della Biblioteca Ambrosiana, ne divenne prefetto nel 1711 e la diresse fino alla morte.

Filologo dottissimo, riordinò i codici della Biblioteca e collaborò ai Rerum Italicarum Scriptores del Muratori, del quale fu intimo amico. Scrisse tra l'altro il De studiis litterariis Mediolanensium... pradromus ad historiam typographicam Mediolanensem (Milano 1729), riprodotta nel vol. I della Bibliotheca scriptorum Mediolanensium dell'Argelati (ivi 1743), e illustrò le cronache di Landolfo il giovane, di Galvano Fiamma e la nuova ediz. del De regno Italiae del Sigonio.

BibL.: B. Oltrocchi, Vita di G. A. S. premessa all'ed. postuma di G. A. S., Archiepiscoporum Mediolanensium series historicochronologica, I, Milano 1755. Roberto Palmarocchi

SASSOFERRATO, GiOvan Battista, Salvi detto il. - Pittore, n. a Sassoferrato nel 1605, m. a Roma nel 1685. Della sua vita ben poco si conosce all'infuori delle brevi notizie fornite dal Lanzi.

Nel '700, per la sua pittura arcaicizzante, fu creduto contemporaneo o immediato successore di Raffaello. Suoi maestri furono il padre Tarquinio, modesto pittore locale, e probabilmente il Domenichino. Il S. lavorò molto in Umbria e in particolare a Roma, dove venne in giovane età. Egli è soprattutto pittore di Madonne, che dipinse quasi sempre a mezzo busto, con speciale abilità, usando pochi colori tradizionali su uno sfondo neutro con l'espressione della pietà e dell'intimo raccoglimento. Possiede una speciale delicatezza e dolcezza di sentimento che già fece dire al Burckhardt: «si finisce sempre con il subire il sottile e morbido fascino del S. le cui Madonne tradiscono indubbiamente un tenero cuore di madre».

Le sue opere di sicura attribuzione: La S. Famiglia di cui esistono varie repliche, una all'AspleyHouse, una al Museo Condé di Chantilly, una alla Galleria Doria, una al Kaiser-Friedrich-Museum di Berlino; La Madonna del Rosario dipinta per la chiesa di S. Sabina a Roma (1643), suo capolavoro e l'unico suo quadro d'altare di grande formato; esso è tipico per la tendenza arcaicizzante e per la soave sua semplicità; La Madonna sulla mezzaluna nella Pinacoteca Vaticana a Roma (1650); La Madonna con il Bambino addormentato nel Kunsthistorisches Museum a Vienna; La Madonna con il Bambino ridente nella chiesa di S. Maria Formosa a Venezia; La Madonna dall'accellino, nell'Ermitage a Pietroburgo; La Madonna con s. Giovannino, essa pure all'Ermitage; la sua caratteristica Madonna di cui il Voss distingue
quattro tipi; la Deposizione di Cristo al Kaiser-Friedrich Museum di Berlino; l'Adorazione del Bambino al Museo nazionale di Napoli. Il S. fece anche il ritratto, bellissimo, di mons. Ottaviano Preti, ora a Roma alla Galleria Corsini. Il Lanzi menziona anche alcuni suoi paesaggi. Nota è l'attività del S. come copista; copiò quadri di Raffaello, del Perugino, di Giulio Romano, del Garofalo, del Barocci, del Caracci, del Reni, dell'Albani e anche di pittori veneziani, come il Tiziano.

BibL.: L. Lanzi, Storia della pittura, II, Bassano 1800, pp. 177-79; G. Vitobrili, Il S., Firenze 1911; id., in Basi, dell'arte ital., 18 (1013), pp. 64-71; H. Voss, Die Malerei des Barock, Roma 1924, pp. 214-18; G. Lorenzetti, Il S., Venezia 1926, p. 31; U. Ojetti, Hermannin, Comba, Il ritratto italiano dal Caravaggio al Tiepolo, Bergomo 1927, p. 22; M. Goerine, s.v. in Thieme-Becker, vol. XXIX, pp. 361-62. Emilia Durni

SASSONIA. - I. Geografia. - Antico Stato della Germania; pur non avendo confini naturali si può dire sia limitato dai monti Elster e dai Metalliferi (Erzgebirge) fino al Vogtland e alle colline Lusatiche e verso N, fino al bassopiano germanico.

Sopra una superficie di ca. 15.000 kmq . vive una popolazione di 5.200 .000 ab., con una densità di poco meno di 350 ab. per kmq. ( 1938 ), quindi una delle maggiori del continente europeo. Il paese si trovò in posizione curiosa per il suo popolamento a causa delle condizioni presso che paradossali della sua prosperità economica. Per rendersi ragione di questa situazione bisogna considerare la facilità di accesso e soprattutto le ricchezze del sottosuolo, che hanno, fin dall'xi sec., attirato in questa regione abbondanti masse di lavoratori, specialmente nelle città, ove l'addensamento è andato sempre aumentando nei secoli e con accrescimento costante.

Geologicamente e morfologicamente, le condizioni della S. si possono riassumere ricordando la prevalenza di rocce cristalline antiche, con presenza, per le mesozoiche, di quelle cretaciche; nei monti Metalliferi grandi massicci granitici di gneiss e micascisti con presenza di galena argentifera e cassiterite. L'ultimo episodio della storia del suolo è stata l'invasione glaciale nordica che spinse, nel momento della sua maggiore estensione e bloccò poi, nella fase di ritiro dei ghiacciai, lo scolo delle acque, determinando l'accumulo di spesse alluvioni modellate poi imperfettamente in ampie terrazze. Lungo
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(ist. Alinari)
Sassoferrato. Giovan Battista Salvi, detto il - La Madonna in adorazione - Roma, Palazzo Doria, galleria.

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l'Elba, a SE. di Dresda e al confine con la Boemia, è la Svizzera Sassone con i suoi monti arenacei, le cui rocce prismatiche e permeabili mostrano un tavolato eroso e smembrato da corsi torrentizi con pilastri d'erosione, pareti verticali, nicchie e valli strette. La maggior parte del territorio della S. interessa, dal punto di vista idrografico, il fiume Elba, i suoi affluenti (il Mulda e la Saale) e l'Elster.

Alla presenza di carboni fossili, ferro, rame, piombo e stagno che hanno reso il sottosuolo ricco di minerali, si deve il grandioso sviluppo industriale del paese. Inoltre la facilità degli scambi dovuta alla presenza di vie fluviali e ad una fitta rete ferroviaria, aiuta enormemente il commercio: industria e commercio qui tipici per la posizione cospicua che occupa il lavoro domestico e la preponderanza dei tessili sulla metallurgia. Il lavoro a domicilio è reso possibile dallo sviluppo della elettriificazione e la S. è, tra tutti gli Stati tedeschi, quello in cui l'industria domanda il minor quantitativo di forza al carbone. Ma le fabbricazioni sono estremamente variate e comprendono tutte le trasformazioni del legno, tutte quelle dell'acciaio fino alla meccanica di precisione, la vetreria, le industrie chimiche. Dopo il censimento del 1925 la popolazione attiva della S. si elevava a I milione e 600 mila persone, di cui il $28 \%$ addette ai tessili e alle confezioni, il $13 \%$ alla metallurgia e il $23 \%$ al commercio. La S. è un paese che possiede numerose città, molto ravviconate tra loro. Lipsia ( 720.000 ab.) è centro commerciale di primo ordine, celebre per la sua fiera, che si ripete da oltre 3 secoli, il suo mercato librario, la sua antica Universita. Dresda ( 640.000 ab.), grande centro artistico con musei e pinacoteche; qui i bonlevards, che seguono le linee delle antiche fortificazioni, circondano una città regolarmente costruita dove palazzi, teatri e giardini si spingono quasi sulle rive dell'Elba.

Bibl.: J. Burkhard, Das Erzgebirge, eine orometrisch-anthropogeograph. Studie, Stoccarda 1888: J. Zemmrich, Landesbunde von Sachsen, $2^{\circ}$ ed., Berlino-Lipsia 1923; G. Röllig, Wirtschaftsgeogr. Sachsen, Breslavia 1928; H. Ziedemann, Die Suchscubekehrung, Hiltrup 1932.

Gassone Imbrighi
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(da W. Markowitz, Giovanni M. Nusconi v. die Renaissance in Sachsen, Berliwa 1884, p. 36, 64. 91
Sassonia - Coto della cattedrale di Freiberg, con tombe dei Margravi di S. (fine del sec. xvI).
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(da F. Wetzel-C. Gurlitt, Alt-Sachsen, Dresda s.a., tav. 36; Sassonia - Chiesa della Madonna, arch. G. Baehr (1722) -Dresda.
II. Conversione al cristianesimo. - I Sassoni (da sahs $=$ coltello di pietra o spada corta, loro arma preferita), ignoti a Tacito e a Plinio, sono ricordati per la prima volta da Claudio Tolomeo (ca. il 150 d . C.), che li pone a nord dell'Elba.

Il nome di S. ha avuto nel medioevo un'estensione più larga che ai giorni nostri : ha cioè designato le vaste regioni del nord-est della Germania, di cui Carlomagno aveva soggiogato gli abitanti con una sanguinosa guerra durata oltre un trentennio ( $772-804$ ), durante la quale i Sassoni, ripetutamente insorti sotto il loro eroico capo Vituchindo, furono infine sconfitti, aggregati all'Impero carolingio, deportati in massa e sostituiti con coloni franchi, e fu atterrato l'Iminsul (Eresburg), simbolo della loro tenace idolatria. Assoggettati, i Sassoni si convertirono alla fede cristiana e furono avviati ad un rapido incivilimento per opera della monarchia e dei monaci franchi. Per loro furono creati i vescovati di Osnabrück, Verden, Brema, Paderborn, Minden, Halberstadt, Hildesheim e Münster. L'abbazia di Corvey e quella di Fulda sono focolari di questo irradiamento che si allargò presto fra i Vendi ancora pagani.
III. L'antico Ducato di S. - Con la spartizione di Verdun (843) la S. entrò a far parte del Regno di Ludovico il Germanico; intorno all'850 fu eretta a ducato e data a Liudolfo per la difesa del Limon Sassoniae. Ottone l'Illustre (880-912), secondogenito di Liudolfo, impose il suo potere anche alla Turingia; Enrico L'Uccellatore, suo figlio, fu creato re di Germania nel 919. La sua casa tenne la corona tedesca ed il S. Romano Impero fino al 1024. Enrico portò i confini del suo Ducato fino all'Oder; fondò chiese e monasteri, fortificò citta e muni con castelli (castello di Meissen) le frontiere orientali, per farne un punto di partenza anche per la diffusione del cristianesimo.

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Il figlio Ottone I il Grande (936-73) fondò nel 937 l'abbazia benedettina di S. Maurizio e costituì, con il consenso del papa Giovanni XII, Magdeburgo in arcidiocesi, distaccandola da Magonza (962). Nel 960 concesse il Ducato di S. ad Ermanno Billung con poteri limitati. La nuova dinastia spostò il confine ancor più verso oriente a spese delle popolazioni slave, assoggettando le terre di nuovo acquisto all'arcivescovo magdeburghese.

La S. divenne centro di opposizione dei principi tedeschi contro gli Imperatori di Casa Salica. Enrico III e soprattutto Enrico IV costruirono invano numerosi castelli intorno a Goslar e sull'Harz, per sorvegliare l'indomita regione, e vi dimorarono a lungo per meglio tenerla soggetta. Con il rivoltoso duca Magno si spense la famiglia dei Billung (i io6).

Lotario di Supplimburgo infeudò del Ducato il proprio genere Enrico il Superbo di Baviera (1137), seguito, dopo la parentesi di Alberto l'Orso, margravio del Brardenburgo, dal figlio Enrico il Leone, che allargò il territorio verso gli Slavi, conquistando l'Holstein, il Me clemburgo e la Pomerania anteriore; vi fondò vescovati e città, tra cui Lubecca, vi propagò il cristianesimo e gevernò con giustizia ed equità. Colpito dal bando imperiale del Barbarossa (1180), fu privato del Ducato, che, smembrato (parte di esso passò all'arcivescovo di Colonia), ridotto ai soli territori di oltre Elba, fu dato a Bernardo di Anhalt, conte di Ascania, figlio di Alberto l'Orso. Il nuovo duca, crede del territorio di Wittenberg, acquistò il Lauenburg. I suoi nipoti, Giovanni e Alberto, si divisero il paese ( 1260 ): al primo toccò la S.-Lauenburg (estintasi la linea nel 1689, il paese fu incorporato nel Principato di Hannover) e al secondo la S.-Wittenberg.

I fratelli si contesero la dignità elettorale: la bolla d'oro (1356) la attribuì alla linea di Wittenberg che si spense con Alberto III nel 1422.
IV. Il Principato elettorale di S. - Il 6 genn. 1423 l'imperatore Sigismondo diede il paese in feudo a Federico il Bellicoso, margravio di Meissen e langravio di Turingia, conferendogli anche la dignità elettorale in compenso del suo concorso alla guerra contro gli hussiti. Egli fu il primo dei Wettini, che tennero fino al nov. 1918 la S. elettorale. Dopo di lui, con i nipoti Ernesto e Alberto, la dinastia si divise per sempre in due rami (partizione di Lipsia, 26 ag. 1485) : la linea ernestina, che regnò con il titolo elettorale a Wittenberg fino al 1547 , e la linea albertina, che ottenne l'elettorato nel 1547 e doveva essere il ceppo della casa reale di S.
V. La S. nell'età della «riforma» e della guerra dei Trent'anni. - Rapida fu la decadenza della linea primogenita. Federico III il Saggio (1486-1525), figlio di Ernesto, fu uno dei più potenti principi dell'Impero; protesse Lutero, e il paese divenne così la culla e la roccaforte del protestantesimo. Morto lui nel 1525 , mentre la guerra dei contadini ne devastava la regione, gli successe il fratello Giovanni il Costante (1525-32), fervente campione della «riforma»luterana, fondatore e capo, con Filippo d'Assia il Bigamo, della Lega smalcaldica. Suo figlio Giovanni Federico il Magnanimo (15321547), sconfitto e fatto prigioniero a Mühlberg (1547) da Carlo V, perdette il titolo elettorale e quasi tutti i territori (capitolazione di Wittenberg), che furono assegnati al suo astuto cugino Maurizio della linea albertina. Dalle terre a lui rimaste o poco dopo ricuperate (1554) sorsero i Ducati di S.-Gotha, S.-Weimar, S.-Coburgo, S.-Meiningen e S.-Altenburg.

Il duca Giorgio il Barbuto (1500-39), figlio di Alberto, risoluto e dotto avversario di Lutero, s'era opposto alla diffusione della «riforma»luterana; ma suo fratello Enrico il Pio (1539-41) l'aveva introdotta. Il figlio di questi, Maurizio (1541-53), quantunque protestante, per interessi politici, si era alleato all'Imperatore, ma nella seconda guerra smalcaldica (1552), cedendo ad Enrico II di Francia i vescovati lorenesi di Metz, Toul e Verdun, marciò contro di lui, costringendolo a fuggire ed estorcendogli la Pace di Passavia (1552). Oltre duecento case religiose furono da lui soppresse. Fu il fondatore dell'Ac-
cademia, poi Università, di Jena: la S. venne così ad avere quattro Atenei: Erfurt (1392), Lipsia (1409), Wittenberg (1502) e Jena (1548-58).

Augusto, fratello e successore di Maurizio (1553-86), ampliò i confini della S. e le diede prosperità. Restò a fianco dell'Imperatore, ma la sua politica religiosa si svolse nella stretta osservanza luterana; alla Dieta di Augusta del 1555 si adoperò con efficacia per il riconoscimento del protestantesimo; secolarizzò i vescovati di Naumburg, Meissen e Merseburg. Durante il breve regno del figlio Cristiano (1586-91) il cancelliere Nicolò Crell promosse il criptocalvinismo. Ma alla morte del principe il Crell fu rovesciato e decapitato (1601); e sotto Cristiano II (15911611) l'ortodossia luterana trionfò, mentre la chiesa riformata era perseguitata a sangue.

Anche per il contrasto con il criptocalvinismo la S. si avvicinò nella sua politica estera all'Austria tenendosi lontana dall'Unione evangelica. Il fratello e successore Giovanni Giorgio I (1611-56) rifiutò la corona boema (1618); contro il «re d'inverno» sostenne l'imperatore Ferdinando II ottenendo come pegno per le spese di guerra le due Lusazie (1623). La S. fu devastata dalla guerra dei Trent'anni come nessun'altra regione. L'umiliazione dei protestanti, l'Edirto di costituzione (1629) e l'invasione del Tilly indossero il principe elettore ad unirsi a Gustavo II Adolfo di Svezia, il quale, con la vittoria di Breitenfeld (1631), liberò il paese dalle milizie della Lega. Morto a Lützen (1632), in territorio sassone, il re di Svezia, si allentarono i rapporti del principe con i generali svedesi vincitori, ed egli concluse con l'Imperatore la Pace separata di Praga (1635); gli furono confermate le due Lusazie come feudo ereditario col patto che vi fosse tollerata la religione cattolica. Per la sua alleanza con l'Impero la S. fu devastata per un decennio dalle truppe svedesi.
VI. L'unione personale con la Polonia (16971763). - Con la Pace di Vestfalia (1648), anche l'influenza della S. declinò. Giovanni Giorgio II (1636-80) tenne a Dresda corte sfarzosa, opprimendo il paese con forti tributi; Giovanni III (1680-91) organizzò un esercito stanziale (1682) con cui concorse validamente alla liberazione di Vienna dai Turchi (1683), mentre i figli minori di Giovanni Giorgio I avevano fondato linee secondarie: S.-Zeitz, S.-Merseburg e S.-Weissenberg, che si estinsero presto ( $1718,1738,1746$ ), tornando i loro territori alla linea primogenita.

A Giovanni Giorgio IV (1691-94), successe il fratello Federico Augusto I (1694-1733), che si convertì al cattolicesimo (1697) passando la direzione degli Stati protestanti all'elettore del Brandenburgo; la S., terra madre della «riforma», fu, da allora, fino al 1918 , governata da una dinastia cattolica la quale però riuscì a stento ad ottenere la tolleranza del cattolicesimo. Con la sua conversione Federico Augusto mirò alla corona polacca; morto Giovanni Sobieski, con l'aiuto dell'Imperatore, veniva infatti incoronato a Cracovia re di Polonia, con il nome di Augusto II ( 15 sett. 1697).

Con l'unione personale tra S. e Polonia (1697-1763) i due paesi furono trascinati nella guerra nordica (1700-21). Deposto da Carlo XII di Svezia, Augusto II fu rimesso sul trono dopo la vittoria russa di Poltava (1709) da Pietro il Grande, di cui era alleato. Egli limitò il potere degli Stati, riorganizzò l'amministrazione, si circondò di grande sfarzo; le città di Lipsia e di Dresda divennero allora centro di una brillante cultura franco-tedesca. Con il figlio Federico Augusto II (1753-65), eletto re di Polonia con il nome di Augusto III, la politica condotta dall'onnipotente conte Enrico Brühl fu esiziale alla S. Nella guerra di successione austriaca (I e II guerra slesiana) egli fu prima contro Maria Teresa e poi al fianco di lei; sconfitto, dovette pagare alla Prussia una indennità di guerra di un milione di talleri (Pace di Dresda, 1745). Il principe elettore morì sette mesi dopo il suo ritorno dalla Polonia ( 5 ott. 1763), dove si era rifugiato. Con lui cessò l'unione personale con la Polonia, che non aveva portato nessun restaggio, ma solo guerre e rovine.

La politica antiprussiana del Brühl coinvolse la S. nella guerra dei Sette anni (III guerra slesiana). Federico

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il Grande piombo improvviso in S. costringendo con la battaglia di Pirna ( 5 ott. 1756) l'esercito sassone alla capitolazione di Lilienstein. Gravi ne furono le sofferenze, le perdite in soldati e l'indennità di guerra (cento milioni di talleri). Dopo la Pace di Hubertsburg (1763) ebbe termine l'occupazione prussiana.

Federico Cristiano ( 6 ott.- 17 dic. 1763 ) diede inizio a una radicale opera di risanamento, proseguita dal principe Saverio amministratore (1763-68) per il nipote Federico Augusto III (1768-1827), figlio minorenne di Federico Cristiano. Il nuovo sovrano regolò l'amministrazione, restaurò le finanze aumentando le entrate e il credito dello Stato, fece rifiorire le industrie e il commercio. In politica estera si strinse alla Prussia partecipando, come figlio di Maria Antonia di Baviera, alla guerra di successione bavarese (1778-1779), contro l'Austria. Con la rinuncia alle sue pretese ottenne nella Pace di T'eschen (1779) un forte compenso in denaro e l'alta sovranita feudale su Schönburg. Entrò (1785) nella Lega dei principi stretta da Federico II contro l'imperatore Giuseppe II. Nel 1791 declinò l'offerta della corona polacca. Scarsa parte egli ebbe nella guerra contro la Francia (1792); quattro anni dopo concludeva con il Direttoria un patto di neutralità. Fu con la Prussia nella quarta coalizione; sconfitto a Jena con i Prussiani (1806), fece con Napoleone la Pace di Posen (11 dic. 1806) ed entrò nella Confederazione renana. Fu proclamato re (20 dic. 1806) con il nome di Federico Augusto I.
VII. It. Regno di S. (1806-1918). - Nella Pace di Tilsit (1807) Federico Augusto I ottenne il Ducato di Varsavia, che nel 1809 fu ingrandito con Cracovia e la Galizia occidentale. Ventunmila sassoni militarono con Napoleone nella campagna di Russia (1812); non ne tornarono che seimila.

Dalla primavera all'autunno del 1813 , la S. divenne teatro di guerra. Il suo re fu, contro la volontà del popolo, fedele e devoto alleato di Napoleone fin dopo la battaglia di Lipsia ( 16 - 19 ott. 1813). Gli alleati trattarono lui come prigioniero di guerra e il suo regno come terra di conquista. La S. fu prima governata da un generale russo (principe Repnin), e poi da due ministri prussiani; stava per essere incorporata alla Prussia in compenso di territori polacchi ex prussiani, che la Russia voleva annottersi; ma nel Congresso di Vienna il Talleyrand, in nome del principio di legittimità, e l'Austria e l'Inghilterra in nome dell'equilibrio, si opposero all'intesa russoprussiana. La Prussia ne ricevette solo la metà settentrionale: le terre che avevano costituito il vero e proprio nucleo dell'elettorato ( $20.233 \mathrm{kmq}$. su 35.000 e $864 \cdot 404$ ab. su 2.000 .000 ), cioè l'odierna provincia di S. Il re firmò, nella forma di un trattato di pace con la Prussia, il Patto di spartizione ( 18 maggio 1815). Questa violenta separazione di terre governate da secoli dai Wettini suscitò viva opposizione tra il popolo. La S., così mutilata, entrò nella Confederazione germanica ( 8 giugno 1815 ).

Antonio (1827-36), fratello di Federico Augusto, dopo i tumulti di Dresda e di Lipsia (sett. 1830), che furono un riflesso della Rivoluzione Francese del luglio, si scelse come correggente il nipote Federico Augusto II e concesse (4 sett. 1831) la Costituzione con una Dieta (Landtag) a due Camere.
VIII. La S. monarchia costituzionale. - La S. aderì allo Zollverein (1834) con grande beneficio del suo commercio.

Sotto Federico Augusto II (1837-54), il nuovo sizistema di governo non diede buona prova. Per l'influenza della Rivoluzione Francese del febbr. 1848, il sovrano costituì un ministero liberale presieduto dal Braun ( 16 marzo 1848), che si trovò davanti una dieta demo-radicale. Furono fatte leggi liberali sulla stampa, sul diritto di riunione e di associazione e una riforma elettorale. Nel 1837 venne inaugurata la navigazione a vapore sull'Elba e, due anni dopo, il primo tronco ferroviario (LipsiaDresda); ne ebbero forte impulso lo sviluppo commerciale e industriale. Ma in seguito alla rivolta di Dresda ( 3 - 9 maggio 1849), fomentata dal Bakunin e compagni, e domata solo con l'intervento militare prussiano, le con-
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(da F. Writzi-C. Guriift, Ali-Sachsen, Dredda a. a., fasc. 29; Sassonia - Il castello di Hohnstein (1440).
quiste democratiche furono soppresse dal ministro F.. von Beust, che volse la politica estera a grandi mire. Fu infatti conclusa con la Prussia e l'Hannover l'Alleanza dei "tre re ", da cui la S. si staccò per stringersi all'Austria; il 17 febbr. 1850 il Beust fece con l'Hannover, la Baviera, il Württemberg la lega dei "quattro re" per neutralizzare le due grandi potenze, Austria e Prussia.

Il Beust, divenuto primo ministro (1838), inclinò a un moderato liberalismo: sottopose al Landtag leggi sul diritto di voto e sulla libertà industriale.

Nella guerra austro-prussiana del 1866 la S. si batté per l'Austria alla quale si era già avvicinata al principio di quell'anno per la questione dei ducati elbani, ma fu subito occupata dalla Prussia. Le truppe sassoni furono sconfitte con quelle del grande alleato a Sadowa (3 luglio 1866), ove formavano l'ala sinistra dello schieramento austriaco. Il Beust fu inviato a Parigi dall'imperatore Francesco Giuseppe a sollecitare la mediazione di Napoleone III nelle trattative di Nikolsburg. Soltanto l'intervento dell'Austria, sostenuta dalla Francia, poté evitare la mutilazione della S. (Pace di Berlino, 21 ott. 1866). La S. entrò nella Confederazione germanica del Nord come satellite della Prussia e pagò un'indennità di guerra di dieci milioni di talleri. Il Beust si dimise e passò al servizio dell'Austria.
IX. La S. nella Confederazione germanica del Nord e nell'Impero tedesco. - L'esercito fu riorganizzato sul modello di quello prussiano e, al comando del principe ereditario Alberto, combatté la guerra francotedesca del 1870-71 a lato della Prussia. Nel 1873 Alberto succedeva al padre Giovanni, letterato e celebre dantista (versione metrica della Divina Commedia). Durante il suo regno la S. fece grandi passi innanzi : riscattò le ferrovie e favori con tariffe protettive le industrie. Nel paese eminentemente industriale la propaganda socialista fu così intensa, che nel 1903 dei 23 deputati che la S. aveva mandato al Reichstag 22 eran socialisti : da qui alla S. venne l'appellativo di "reame rosso ". La seconda Camera del Landtag era costituita (1908) da 17 deputati

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(10). Alinari)
sisservatori, da 36 liberali e da 27 socialisti : tale sua fisionomia durò fino al nov. 1918.
X. La S. agrubrlicana. - Al re Alberto, morto senza prole, segui il fratello Giorgio (1902-1904), il cui figlio, Federico Augusto III (1904-18), fu l'ultimo sovrano sassone.

La S., centro dell'industria tessile, libraria, siderurgica, dell'arte delle ceramiche e delle porcellane, raggiunse, prima della guerra 1914-'18, un alto livello di benessere materiale e culturale. Durante la prima guerra mondiale contribuì validamente allo sforzo dell'Impero tedesco non solo con la sua potenza industriale, ma anche con la sua densa popolazione.

Conseguenza della guerra perduta fu la rivoluzione. I Consigli degli operai e dei soldati si impadronirono del potere ( 9 nov. 1918), proclamarono la repubblica e deposero il re, che abdicò ( 13 nov.). Fu insediato un governo provvisorio socialista con a capo il Lipinski e fu preparata una nuova costituzione sul modello di quella del Reich, promulgata il $1^{\circ}$ nov. 1920.

Tra il 1920 e il 1923 tenne il potere il ministero socialdemocratico Buck a cui subentrò il gabinetto socialcomunista Zeigner, caduto quasi subito (ott. del 1923) per l'intervento armato del Reich. Dopo il gabinetto di coslizione Heldt, vecchio-socialista, la S. fu governata dal ministero di coalizione Bunger (Partito popolare tedesco), che, dimessosi, lasciò il posto a un ministero di funzionari sotto Schieck. Durante la Rivoluzione nazionalsocialista il gabinetto si dimise (ro marzo 1923); Hitler incaricò del governo il von Killinger, come commissario del Reich, e nominò M. Mutschmann luogotenente (maggio 1933).

La S. fu un focolare di antihitlerismo (complotto del 20 luglio 1944 contro Hitler). Caduto il regime nazista, la regione fu occupata dalle truppe sovietiche (1945). Fa ora parte della zona orientale tedesca amministrata dai Russi.

Per l'arte v. germania, VI. Arte.
Bibl.: E. Gretschel - F. Bühlov, Geschichte des rächsischen Volkes u. Staates, 3 voll., Lipsia 1863-64; C. W. Büttiger-Th. Flethe, Geschichte des Kurstaates u. Königreiches Sachsen, 3 voll., $2^{2}$ ed., Gotha 1867-73; O. Fosse, Die Wettiner, Genealogie des Gesammthauses Wettin, Lipsia 1897; K. Sturmhöfel, Illustrierte Geschichte der sächsischen Lande u. ihrer Herrscher, 2 voll., Chemnitz 1898-1909; F. Blankmeister, Sächsische Kirchengeschichte, $2^{2}$ ed., Dresda 1906; A. Hauck, Kirchengeschichte Deutschlandi, II, $4^{2}$ ed., Lipsia 1912; O. Kaemmel, Sächsische Geschichte (Sammlung Gäschen), $2^{2}$ ed., ivi 1912; R. Beyrich, Kursachsen u. die polnische Thronfolge 1133-36, ivi 1913; I. E. Schmidt, Kursächsische Streifzüge, 7 voll., $4^{2}$ ed., ivi 1924-28; R. Kötzschke, Sächsische Geschichte (Sammlung Gäschen), ivi 1925; W. Kohlschmidt, Die sächsische Frage auf dem Wiener Kongress, u. die säch-
sische Diplomatie dieser Zeit, ivi 1930; H. Wiedemann, Die Sachsenbehehrung, Hiltrup 1932; J. Kirchberg, Kaiseridec u. Mission unter den sächsischen Kaisern, Berlino 1934; A. Winterswyl, Die Christverdung der Sachsen, Paderborn 1935; R. Kötzschke - H. Krutschmar, Sächsische Geschichte, Werden u. Wandlungen eines deutschen Stammes, u. seiner Heimat im Rahmen der deutschen Geschichte, Dresda 1935; R. Holtzmann, Geschichte der sächsischen Kaiser, Monaco 1941. V. anche Bibliographie der sächsischen Geschichte, a cura di R. Bemmann, Lipsia 1918-28. Angelo Ferrari

SASSOVIVO. - Antica abbazia benedettina nella diocesi di Foligno da cui dista 3 km . Il monaco Mainardo e i conti Ugolino e Gualterio fondarono nel ro8o una nuova congregazione benedettina che si fisso nel monastero di S. Croce a S. in diocesi di Foligno.

La Congregazione si diffuse rapidamente fino ad avere giurisdizione su oltre 90 monasteri, 41 chiese e 7 ospedali. In Roma ebbe le chiese dei SS. Quattro Coronati e dei SS. Sergio e Bacco; a Terni la chiesa di S. Nicola. Pasquale II il 17 marzo 1116 concede all'abate la chiesa di S. Apollinare in diocesi di Assisi (Joffe-Wartenbach, 6511). Innocenzo II il 21 maggio 1138 esenta l'ab. Michele da ogni giurisdizione vescovile (ibid., 7898 ); il che è confermato da Clemente III il 4 giugno 1188 (ibid., 16270); Clemente III il 26 ott. 1189 concede la giurisdizione della chiesa di S. Nicola di Bevagna e il 27 apr. 1189 su quella di S. Nicola di Foligno. Celestino III il 19 giugno 1191 conferma i detti privilegi e prende il monastero sotto la protezione apostolica (ibid., 16723). Nel 1291 vi si unisce il monastero di S. Stefano di Gallano, il cui Archivio è oggi conservato nella Curia arcivescovile di Spoleto. Nel 1486 subentrarono i Benedettini Olivetani e quindi gli abati commendatari.

Il chioatro annesso all'abbazia fu eseguito da Pietro di Maria, lo stesso che compose quelli romani analoghi dei SS. Quattro Coronati e di S. Cosimato (E. Lavagnino, L'arte medievale, Torino 1949, p. 269). Attualmente il vescovo di Foligno ha concesso l'uso dell'abbazia al Benedettini dell'abbazia di Emmaus esiliati dalla Cecoslovacchia.

Bibl.: L. Iacobilli, Cronica della chiesa e del monastero di S. Croce al S. nel territorio di Foligno, Foligno 1653; M. Faloci Pulignani, Memorie epigrafiche del chioatro di S., ivi 1879; id., Il chioatro di S., in L'Italia, 2 (1885); P. Lugano, Gli abati di S. e di S. Maria in Campio, Foligno 1903; id., Le chiese dipendenti dall'abbazia di S. presso Foligno ed un elenco compilato per ordine del card. commendatario Gerolamo Rusticucci (1386), in Riv. 11, bened., 7 (1918), pp. 47-94; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, pp. 46-50.

Enrico Josi
SASTIN. - Santuario nazionale slovacco della Madonna Addolorata.

Il paese di S. sorge nella parte occidentale della Slovacchia, a nord di Bratislava, non lontano dal fiume Morava e dalla frontiera austriaca. Dal 1564 vi si iniziò il culto dell'Addolorata nella piccola chiesa votiva. Lo odierno grandioso Santuario è degli aa. 1760-70, costruito nello stile barocco con attiguo convento dei Paulini, ora dei Salesiani. Sull'altar maggiore si trova la miracolosa statua dell'Addolorata, lavoro di arte popolare; l'immagine è molto venerata in tutta la Slovacchia. S. per tutto l'anno è mèta di pellegrinaggi, specialmente il 15 sett., festa della Madonna Addolorata, patrona nazionale.

Bibl.: Katoliche Slovensko (Slovacchia cattolica), Trnava 1933, pp. 451-54.

Michele Lacko
SATANA (ebr. sátañ). Invisibile agente personale, nemico dell'uomo che conduce alla perdizione allontanandolo da Dio.

Il termine (dal verbo sátan «avversare, perseguitare», specie accusando : Ps. [ebr.] 38, 21; 71, 13; 109, 4. 20. 29; Zach. 3, 1 [Settanta dvriaziodes], «ostacolare» il cammino: Num. 22, 22. 32; cf. l'astratto šitnāh «ostilità

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Gen. 26, 21, accusa, Eid. 4,6) ricorre nella Bibbia ebraica nove volte come nome comune: avversario in guerra (I Sam. 29, 4; I Reg. 5, 18; 11, 14. 23. 25) o in tribunale (Ps. 108,6) o colui che sbarra la via: II Sam. 19, 23; cf. Mt. 16, 23 e Mt. 8, 33 : Gesù respinge Pietro che gli ostacola la strada verso la croce; I Mach. 1, 36 la fortezza Akra è eretta cíc $\delta \iota \alpha \dot{\beta} \lambda \lambda \lambda \nu$, come - sbarramento. In tre passi (Job 1-2; Zach. 3, 1-2; I Par. 21, 1) designa l'essere che accusa l'uomo presso Dio o io induce al peccato; è "l'avversario " per antonomasia; ma solo in I Par. 21, i è usato senza articolo, come nome proprio. Come i Settanta, il Nuovo Testamento usa il termine greco $\dot{\delta} \delta \alpha \dot{\xi} \delta \lambda \alpha$ (v. diavolo), che ne è la traduzione letterale, ma 36 volte ha $\dot{\alpha} \sigma \alpha \tau \alpha \nu \tilde{\alpha} \varsigma$ (desinenza aramaizzante).

L'idea di S. è connessa con quella del "giudizio" di Dio. S. è il pubblico accusatore che "sta contro" ('ámadh' at: Zach. 3, 1; I Par. 21, 1; cf. Ps. 108 [109], 6); è simile al mechir ' $\dot{\alpha} \tau \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\alpha}$ (che fa ricordare la colpa in vista del castigo, morte) di Ex. 21, 28 sg.; 29, 16 (cf. Gen. 41, 9; I Reg. 17, 18). E poiché, nella teologia della storia dei profeti, le vicende di un popolo corrispondono al giudizio di Dio su di esso, il doppio s. (l'edomita Hadad e l'arameo Razôn) che Jahweh suscita contro Sa. lommo (I Reg. 11, 14-25) insorgono, in definitiva, contro i peccati di questo. Oltre la visione di Michels (I Reg. 22, 19-23: Jahweh manda uno "spirito di mendacio" per perdere Achab), due scene simboliche presentano S. alla corte divina. Nel prologo di Giobbe (Job 1,6-2.7), S. compare dinanzi a Jahweh insieme agli angeli ( $=$ figli di Dio "); ha competenze e poteri vasti: percorre la terra e vi spia gli uomini, insidia la virtù del giusto tentandole; Jahweh autorizza S. a procedere contro Giobbe, dopo avergli affidato le forze ostili alla vita (malattie, calamità naturali, delitti umani), onde è «la mano di Jahweh" che colpisce Giobbe (1, 11; 2, 4). Analoga è la $4^{a}$ visione notturna di Zaccaria ( $3,1-2$ ), ove il iátán accusa, giustamente, il sommo sacerdote losua che è colpevole: ma Dio si irrita contro S. e prevale l'angelo (v.) di Jahweh, tramite della grazia (in Num. 22, 22, però, l'angelo di Jahweh fa da iátán). Terzo passo che menziona S., strumento del "giudizio" divino, è I Par. 21, 1, ove S. (nome proprio!) è sostituito a Jahweh, che nel testo più antico II Sam. 24, i tentava direttamente David cambiamento dovuto a motivi dogmatici, come poi Jubil. 48, 25 trasformerà Ex. 4, 24. Per Tobia padre e figlio e per Sara l'infestazione di Asmodeo reca molti dolori, ma \& è necessaria la prova della tentazione e Raffaele viene a liberare dal demonio (Tab. 12, 13-14). Primeiramente S. non è un angelo perverso; per successiva contaminazione gli angeli esecutori dei Sogelli di Dio furono identificati ai demóni, esseri malvagi per natura (J. Bonsirven, p. 239).

Nel Vecchio Testamento il iátán rappresenta la minaccia di rovina sospesa sull'uomo; è colui che disturba le relazioni tra Dio e gli uomini, e in particolare tra Dio e Israele, facendo presenti a Dio i peccati umani e ostacolando l'economia salvifica divina. E concepito o come l'accusatore che sfrutta, e avidamente spia, la colpevolezza morale, o come forza demoniaca distruttrice connessa con il piano della provvidenza divina su individui e popoli; in entrambi i casi è sottoposto a Dio, cui vuol togliere l'uomo (cf. Dante, Inf., XXVII, 112-29; Purg., V, 100-29: Guido e Buonconte di Montefeltro). L'essere essenzialmente perverso era ' $\bar{A} z \bar{a}^{\prime} z \bar{e} \bar{l}$, concepito come demonio del deserto, su cui veniva scaricata ogni colpa di Israele nel rito annuo dell'espiazione (Lev. 16, 8-22). Il S. biblico è un'entità senza analogie in altre religioni. A torto W. Bousset e H. Gressmann ne affermano l'origine persiana. Non può provenire dall'Iran perché il dualismo metafisico è totalmente assente dal Vecchio Testamento; meno ancora dai Babilonesi, il cui bēl dabábi è sempre un uomo (J. von Rad).
S., quale "tentatore" che reca all'uomo la rovina, appare dapprima nel serpente che tenta Eva e rovina l'uomo (Gen. 3, 1-15), che simboleggia «il male» (Gen. 4, 7); è connesso con il dragone (v.), che Dio domina e sconfigge. E affine, benché nel Vecchio Testamento si
presenti distinto, allo "spirito cattivo" (opposto allo "spirito di Jahweh" che abbandona Saul all'irrompere di quello: I Sam. 16, 14-16; 18, 10-12; 19, 9; 26, 19; 28, 15-16), riferito alla causalità divina in virtù del teocentrismo assoluto; lo "spirito cattivo" opera come spirito di discordia (Judc. 9, 23). è "spirito di mendacio" che spinge a trasgredire la volontà divina (I Reg. 22, 19-23). A tali spiriti molti giudei e cristiani attribuirono poi la corruzione morale dell'umanità, ottenendo angeli discesi (caduti) dalla corte celeste i "figli di Dio" dal cui commercio con "le figlie degli uomini " nacquero gli empi séphithos (Gen. 6, 2-4).
S. negli scritti veterotestamentari compariva raramente. L'apocalittica (v.) midrasica colmò copiosamente la lacuna. Nel tardo giudaismo postesilico, dal sec. III o II a. C., S. appare ormai l'antagonista di Dio, la causa di ogni male, il capo del regno avverso al Regno di Dio. A tale evoluzione, oltre l'intento di scagionare dalle sciagure d'Israele la giustizia e provvidenza divina, contribuis sia la tendenza dualistica dovuta in parte all'odio crescente per le genti, sia il coagularsi nella figura di S., che si determina allargandosi, delle antichissime tradizioni del serpente dell'Eden, della caduta e del connubio degli angeli, dell'angelo della morte, della lotta con dra. goni. S. assorbe il concetto morale della "natura cattiva" (jéser bír-ra') con cui S. rovina l'uomo (Num rabbâ 20; Bobâ Bathrá 15 a), e quello di "angelo della morte", con cui talora si identifica (Bubá Bathrá 16 a); sempre più è il tentatore e seduttore, è il "nemico " che fa all'uomo ogni male fisico e morale (Henoch 69, 4, 9). I demóni biblici, quali sono Asmodeo, Lilit (v.), quelli che abitavano il deserto sotto forma di animali impuri, i té'letos (s pólosi s.; "capri 6), i téáblim (iád a distruggere s.; cf. l'assir. lédu, genio teriomorfo, buono o cattivo), i lllín, rib̄̄n e rib̄̄̄̄th, che danneggiano l'uomo nell'anima e nel corpo, sono distinti da S.: in Henoch 53, 3 S. e gli "angeli del castigo " differiscono dagli angeli decaduti e dai demóni. Il S. si moltiplica, diventa una generalizzazione: si va formando la categoria dei molti s. (S. al plurale: Abigar 3, 38. 49; Henoch 40, 8-10; ecc.), soggetti all'unico S., il quale è soggetto al "Signore degli spiriti" (Henoch 65,6); con il tempo i s. si confonderanno con i demóni.
S. è il serpente che tentò Eva (Vita Ad. 12; Apoc. Abr. 13; Apoc. Mos. 16; Apoc. Sedrach 5), per invidia (Sap. 2, 28; Sanhedhrin 59), secondo Sistāq e Gen. rabbá 18 per concupiscenza; Gen. rabbá 24 e 42 attribuisce Caino e molti demóni al commercio di S. con Eva. S. è «il serpente delle origini (nábátá haqq́adhmán), del quale i gájim sono discepoli (Siphré 138 b). I Targumîn introducono spesso S. nelle narrazioni bibliche, p. es., Targ. Ion. su Ex. 32, 19.

Capo dei demóni è, in Henoch (10, 4. 8; 13, 1; 54, 4; 55, 4), 'Azz'zēl (o Semjaza: ibid. 6, 7), le cui schiere furono sottoposte al S. (Henoch 54, 6); 'Azš'zēl in Apoc. Abr. è il capo, in Testam. Salum. 7, 7 è l'arcangelo, cui ubbidiscono i demóni. Gadreel è il S. che ingannò Eva (Henoch 69,6 ). A S. equivale spesso Belial (v.), e soprattutto Sammael il capo dei demóni in Ascensio Isaiae, Baruch gr. (4,8: tentò Eva); dopo il sec. II, Sammael prende il posto di S. nel Midrašim (Gen. Rabbá 29) e nel Talmúd : "L'angelo Sammael, l'empio, è il capo di tutti i s. " (Henoch 40, 7; Deut. rabbá su 33, 1); Sammael, identificato con l'angelo con cui lottò Giacobbe (Gen. 32, 25-32), è tenuto a bada da Michael o Phanuel; è l'«angelo della morte" che tentò Eva (Targum Jer. I su Gen. 3, 6). Il capo del regno del male è Mastema ( $=$ S.) in Jubil., Damasc., "Manuale" della "Comunità dell'alleanza" di H. Qumrān. S. era un arcangelo di nome Satanael prima che si ribellasse a Dio con i suoi angeli (II Henoch 29, 4; 31, 3-6; Vita Ad. 12-16). Eserciti di demóni sono al comando di S. (Henoch, Jubil., Testam. XII Patr.). Alla fine del mondo S., con i suoi demóni, sarà reso imponente e annientato (Jubil. 23, 30; Testam. Dan. 5, Simeon 6, 6), il che esclude una concezione dualistica.

Nel Nuovo Testamento la persona preternaturale di S. è il centro e la sintesi dell'impero mortifero (Hebr. 2, 14) del male. La demonologia neotestamentaria è tutta in funzione della soteriologia (B. Noack). S. si frappone

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tra Dio e gli uomini per impedire la salvezza di questi; Cristo, invece, si interpone quale mediatore vivificante. Caratteristica del Nuovo Testamento, specie degli scritti giovannei e paolini, è l'idea del regno universale di S . mediante il peccato e la morte e l'antitesi assoluta tra S. e Cristo e tra i loro regni (carne e spirito, tenebre e luce). L'intero "mondo" (in senso peggiorativo: Io. 1, 10; 7. 7; 15, 18; 16, 20; 17, 9-16; I Io. 2, 16; 5, 19; Mt. 18, 7; Gal. 6, 14) è sottoposto a S. per l'estremo acuirsi del dilemma ontologico-etico (Dio o il nulla, la vita o la morte, la santità o l'iniquità) tendente all'unità che esclude ogni dualismo.

Il concetto biblico di S., sfrondato delle stravaganze midrašiche, si ritrova in Beelzebub ([v.] E. Riehm lo connette con l'aramaico béel débhabluá "nemico") "il capo dei demóni", nel diavolo (v.), traduzione di haiflátan, chiamato anche "il malvagio" (Mt. 13, 19, 38; II Thess. 3, 3; forse Mt. 6, 13 b), "il serpente antico" (Apoc. 12, 9; 20, 2), "il nemico" (Mt. 13, 39), "il capo del mondo" (Io. 12, 31; 14, 30; cf. Lc. 4, 6), "il dio di questo secolo" (II Cor. 4, 4), "il capo della potenza dell'aria (così è chiamato Beliar in Test. XII Patr., Levi 5), dello spirito che ora agisce nei ribelli" (Eph. 2, 1). La sua innumere schiera include "i comandi (al ázzai), le potenze (al ézovoiou), i dominatori di questo mondo di tenebre, gli spiriti della malvagità (che volano) nell'atmosfera inferiore ( $\dot{\varepsilon} \boldsymbol{v}$ тó́s $\dot{\varepsilon} \sigma v \varphi \alpha v i ́ o s$ ) " (Eph. 6, 12; cf. Rom. 8, 38; I Cor. 15, 24), i quali governano quanti non appartengono a Dio (Io. 15, 19; 17, 14; I Io. 4, 9-5). Reggitore di questo mondo, S. non ha nulla in Gesù, che non è del mondo (Io. 8, 23; 12, 31; 14, 30; 16, 11; 17, 14-16); S. non può nuocere si figli di Dio (I Io. 5, 18). S. confessa che il suo potere è derivato (Lc. 4, 6). E un tentatore che sa sfruttare perfino la Scrittura (Mt. 4,6 ) per sedurre il Messia; Giuda ne è vittima ( $L c$. 22, 3; Io. 13, 27); Pietro e gli Apostoli ne sono scossi (Lc. 22, 31). Sovrumana è la sua potenza (II Thess. 2, 9), che si oppone all'evangelizzazione (I Thess. 2, 18). Il regno di S. contrasta il Regno di Dio (Mt. 12, 26; $M c .3,24$ ). Ma S. e i suoi demóni riconoscono la potenza di Gesù, Messia inviato da Dio per distruggere le opere di S. e dei suoi (Mc. 1, 24. 34; 3, 11-15. 23-27; 6, 7; I Io. 3, 8; cf. Act. 16, 16-18), per affrancare i suoi discepoli dal mondo di S. ed introdurli nel Regno di Dio (Io. 15, 19; 17, 12. 14). La salvezza consiste nell'essere liberato dal dominio di S. (Act. 26, 18). Ché ogni male, fisico e morale, è sotto il controllo di S. La donna che "aveva uno spirito d'infermità da 18 anni era legata da S. " (Lc. 13, 11. 16). Quando gli Apostoli espellono i demóni, S. crolla (Lc. 10, 18; v. lucirezio).
S., che peccò sin dall'inizio (I Io. 3, 8), è l'agente del peccato (Rom. 6, 12-14; Io. 8, 34), con cui rende l'uomo schiavo (Io. 8, 34) e lo assimila a sé (Io. 6, 70: Giuda). Questa schiavitù si mantiene e si rafforza mediante la carne, che è la connessione organica dell'uomo al mondo (Rom. 7, 17-8, 13). S. estirpa il seme della parola divina dal cuore dell'uomo, per sostituirvi grano spurio, zizania (Mc. 4, 15; Mt. 13, 19. 39); suo intento è di "accecare le menti di quanti non credono, sì che non possano essere illuminati dall'evangelo della gloria del Cristo" (II Cor. 4, 41), mediante la capziosa "sapienza di questo mondo" (I Cor. 2, 6) e le "profondità di S. " (Apoc. 2, 24). "Il tentatore" ( $\dot{\delta}$ $\pi \varepsilon \iota \rho \dot{\alpha} \xi \omega \nu$ : I Thess. 3, 5; I Cor. 7, 5; cf. Mt. 4, 1-3) induce a mentire a Dio (Act. 5, 3); ha per metodo il mendacio ( $I o .8,44$ ) e per sedurre "si trasfigura in angelo di luce" (II Cor. 11, 14). Contro le sue seduzioni (II Cor. 2, 11) e violenze, contro le "sinagoghe" dei seguaci di S. (Apoc. 2, 9.13; 3, 9), contro gli apostati che tornano a S. (I Tim. 5, 15), il cristiano deve resistere, combattere con le armi dello spirito (I Pt. 5, 9; Ioc. 4, 7; Eph. 6, 10-17). Cristo lo ha sconfitto sulla croce e sarà annientato (Col. 2, 15; II Cor. 10, 5). Dio schiaccerà il "serpente antico" (Gen. 3, 15) sotto i piedi dei fedeli (Rom. 16, 20). Il mondo di S. combatte ora Gesù e i suoi, ma Gesù alla fine vincerà e conquisterà il mondo (Io. 16, 33; 17, 21. 23); - il capo di questo mondo "è già sin d'ora condannato e "gettato fuori" con la Crocifissione (Io. 12, 31; 16, 11);
ancora "poco tempo"! (Apoc. 12, 12). L'Apocalisse descrive l'immane conflitto tra le due sovrumane potenze di Dio e di S. con le loro schiere. Dopo la sconfitta definitiva della Bestia e dei re della terra (Apoc. 19), S. ("il grande dragone, il serpente antico, il seduttore di tutta la terra" : Apoc. 12,9) è imprigionato nella fossa senza fondo per 1000 anni (Apoc. 20, 2); poi è liberato e inganna le nazioni, ma in ultimo è precipitato nel lago di fuoco (Apoc. 20, 10; cf. Henoch 54, 5-6; II Pt. 2,4).

In I Cor. 5, 4-5 e I Tim. 1, 20, il reo viene consegnato a S., che ne distruggerà la carne, onde il peccatore si converta e il suo spirito sia salvo nel giudizio. "Omicida dall'inizio" (Io. 8, 44), S. uccide coloro di cui è padrone (cf. II Cor. 2, 11); questa sua funzione mortifera, annullata dal Crocifisso (Hebr. 2, 14), forse è connessa con quella dell' angelo sterminatore (Ex. 12, 23; II Sam. 24, 16; II Reg. 19, 35; Sap. 18, 25; I Cor. 10, 10 sg.). La malattia o persecuzione, "spina confita nella carne", è un "massaggero di S." (II Cor. 12, 7); S. è anche in ciò strumento involontario della grazia divina (ibid. 9), come avvenne nella Crocifissione del Cristo (I Cor. 2, 8).

Nella Bibbia non affiora la persuasione, corrente presso Babilonesi ed Arabi, che i demoni e il loro capo abitino in regioni sotterranee. S. con i suoi spiriti risieda negli strati aerei (Eph. 2, 1; 6, 12), mentre gli angeli santi sono nelle sfere più alte dei cieli. S. "e i suoi angeli" dal cielo furono precipitati sulla terra (Apoc. 12, 7-9). Dopo attraversati gli altri 6 cieli, Gesù scende al firmamento ove dimora "il capo di questo mondo" (Ascensio Is. 10, 29; cf. 7, 9; 11, 23).

Presso i Padri, S. è «l'avversario" ( $\dot{\varepsilon} v \tau \iota \varepsilon \dot{\varepsilon} \mu \varepsilon \nu \varsigma$ : Clemente, Ad Cor. 51, 1; Ps. Barnaba, 2), "il malvagio" ( $\pi 0 \nu \eta \rho \dot{\varsigma} s$, id., 4); alla via del bene sono preposti gli angeli di Dio, alla via del male gli angeli di S. (id., 18). I cristiani debbono fuggire le insidie di S., capo dell'iniquo secolo (Ps.-Barnaba, 18 è ázzov 200506 v̇̀s ávovias; s. Ignazio, Ad Eph. 19, 3; Ad Trall. 8, 1; Ad Smym. 9, 1); la Sinassi eucaristica annienta "le potenze di S." (id., Ad Eph. 13). Sulle tentazioni e il modo di superarle: Erma, Pastor, II, Mand. 4, 3; 12, 4-5; ecc. La liturgia battesimale comportava la rinunzia a S. (Cirillo Ger., Catech. 19, mystug. 1: PG 33, 1065-76; s. Agostino, De Symb. ad catedum.: PL 40, 627-28, 637-38, 651-53, 659-61; Giov. Crisostomo: PG 49, 241-76: S. non governa il mondo; Gregorio Nisseno: PG 46, 417-30; Concilio Apost., VII, 41 : F. X. Funk, I, Pudecinoro 1905. pp. 444-49). Su S. e la caduta degli angeli ritornano s. Giustino (Apol., I, 5; II, 5; C. Tryph., 69 e 124) e s. Ireneo (Adv. Haer., I, 10, 3; III, 23, 3: "il capo dell'apostasia"). Cristo "legò il Forte", sconfiggendo S. nella sua dimora, l'inferno (Origene: PG 14, 1052); cf. W. Bieder. Molti presentano la Redenzione come un riscatto che Cristo corriapose a S. quale "debito " di giustizia, specie s. Agostino (cf. J. Rivière). Rimane l'idea degli angeli accusatori (s. Epifanio, In inud. S. M. Deiparae: PG 43, 501). Sono spesso identificati S. e la morte S. Ireneo, Adv. Haer., V, 21, 3, e 22-24 (PG 7, 1181-88) afferma il dominio di S. sul mondo. Questo dominio spettava a S. di diritto: s. Leone M., Sermo de Nutio., 22, 3 (PL 54, 196); s. Bernardo deduce (da II Tim. 2, 26; Io. 14, 36; Mt. 12, 29; Lc. 11, 21; 22, 53) contro Abelardo "diabolum non solum potestatem sed et iustam habuisse in homines" (PL 182, 1065) dalla quale solo Gesù redime. Cf. Concilio Tridentino, sess. V (Denz-U, 788), e le trattazioni di s. Tommaso (In IV Sent., II, dist. 3-7; Sum. Theol., 1², 99, 63-64).

Il lessico semitico postcristiano ha accolto dalla Bibbia il nome S.: arabo lajțān, siríaco sāțānā, etiopico rajètān. Nel Corano S̉ajtān e Iblis ("m Ssājblōes) sono sinonimi, S. è talora l'angelo (unico) decaduto per non aver voluto adorare Adamo (sárah, 2, 32), altre volte è uno dei ginn (18, 48); fece peccare Adamo e ne inganna i discendenti, eccetto i credenti, che