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énéfices ecclésiastiques, in DDC, II, Parigi 1933 pp. 408-733; G. Storchiero, Il benef. eccles. in provisione, Vicenza 1946. Arnaldo Bertola
PRUDENZA. - I. Natura. - Fu definita da Aristotele (Ethica, 1. VI, cap. 5; Sum. Theol., 2 ${ }^{\mathrm{a}-2^{20}}$, q. 47, a. 2, arg. Sed contra) retto discernimento in torno a ciò che si deve operare. Ora, se ciò che si vuol operare è orientato ad un fine particolare, ad es., la vittoria delle armi, il benessere del popolo, la p. sarà particolare (militare, governativa, ecc.). Ma se il fine dell'operare è quello ultimo di tutta la vita dell'uomo, allora si avrà la p. per eccellenza, virtù intellettuale e morale che giudica e comanda ciò che nei singoli casi si deve fare od omettere per agire onestamente. S. Agostino, seguendo Cicerone (De offic., III, 47), parla della p. come della cognitio rerum appetendarum et fugiendarum (Lib. de diversis quaest., q. 614 : PL 40, 51).

Nella mitologia e nell'arte la p. è simboleggiata in un cocchiere (suriga della virtù) che, ritto sul cocchio, scruta la via, ed incita i cavalli, raffiguranti le altre virtù (Sum. Theol., $1^{\mathrm{a}-2^{20}}$, q. 58, aa. $4-5$ ). In quanto scruta è virtù intellettuale, in quanto guida e tiene sulla retta via è virtù morale (ibid., a. 7 ad 1; $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{20}}, \mathrm{q} .18 \mathrm{r}$, a. 2 ad 3). A questa virtù, la più remota antichità sia pagana (Cicerone, De invent., II, cap. 53; De officiis, I, cap. 5) che ebraico-cristiana (Sap. 8, 7; s. Ambrogio, Exposit. in Luc., I, V, nn. 49, 62 : PL 15, 1738) ha guardato come ad una tra le virtù fondamentali. La S. Scrittura (Prov. 3, 13-14; 4, 5-9; Sap. 6, 9; Esch. 6, 18-77) esalta l'uomo prudente ed identifica la p. con la sapienza, poiché è proprio del sapiente ordinare tutta la propria vita in ordine al fine ultimo, come appunto fa il prudente. Naturalmente nella S. Scrittura si attende soprattutto alla virtù infusa (v. appresso) e si contrappone la vera p. ad una prudentia carnis, che persegue i beni carnalì come fine ultimo della vita (Rom. 8, 6-8).

Come virtù intellettuale la p. appartiene alla ragione pratica e la dirige nel regolare i nostri atti secondo le norme morali : non deve quindi confondersi con l'avvedutezza od il calcolo nel raggiungere l'utile, il bello o il vero e che pure possono chiamarsi p. in senso improprio (cf. Mt. 10, 16; Lc. 16, 8): essa dirige al fine ultimo. Neppure deve confondersi con le altre virtù intellettuali : non con la sapienza che ha per oggetto le cause più alte e divine ed assolute, né con la scienza il cui soggetto è pure universale ed assoluto: quello della p. invece è il cingolare e relativo. Inoltre sapienza e scienza, come anche l'intelletto, altra virtù intellettuale, mirano al vero; la p. al bene. Si distingue poi dall'arte, perché questa tende al bello e dirige le azioni, specialmente esterne, nel loro essere fisico e non in quanto sono morali e rendono l'uomo moralmente buono. Come virtù della ragione pratica, la p. importa la conoscenza delle verità universali morali e, in modo assoluto, di quelle più vicine all'azione. Si distingue anche dalla coscienza (v.) morale pur avendo in

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(fot. Anderson)
Prudenza - La p. Mussico del acc. xili'- Venezia, basilica di S. Marco.
comune il giudizio pratico che la coscienza deve emettere guidata dalla p.; la coscienza è un atto od una facoltà, non una virtù. La p. è la virtù del governo e della disciplina di tutta la vita morale, che orienta e regge l'azione, perché conosce i supremi principi dell'ordine pratico e sa applicarli alla vita pratica. L'atto poi con cui, dinanzi al caso pratico, si emette un giudizio nella moralità dell'atto è la coscienza; e perché quest'atto sia compiuto bene, la ragione pratica deve essere perfezionata dall'abito della virtù della p. Anche la coscienza è quindi un atto della virtù della p .

La p. è vera virtù morale, sia perché esige predisposizioni morali, sia per il suo oggetto. Questo è costituito dagli atti umani, intrinseci all'agente, sia esso una persona fisica od una comunità, in quanto debbono farsi od omettersi per operare onestamente. Sono suo oggetto anche le virtù morali ch'essa dirige come moderatrice ed alle quali è talmente legata che né essa può esistere in grado perfetto senza tutte le altre virtù morali, né queste senza la p. Cosi l'atto di qualsiasi altra virtù le appartiene non in quanto è atto di fortezza, castità ecc., ma in quanto è da porsi hic et nunc, cioè in quelle determinate circostanze di tempo e di ambiente, ed in ordine al debito fine. L'aspetto che in tale atto viene preso di mira dalla p. è la sua verità pratica, cioè la sua rettitudine o indirizzo al fine ultimo. Però la virtù della p. non bada solo alle circostanze estreme dell'atto di virtù da compiere, ma determina ancora in che modo e misura l'atto dev'essere compiuto (medium virtutis), il giusto mezzo in cui consistono le virtù morali, il giusto mezzo tra l'eccesso e il difetto,
tra il troppo e il poco. Per questa sua caratteristica vien detta misura e regola delle altre virtù e pertanto a ragione è considerata la prima virtù cardinale. Chi ha la p. possiede in qualche modo anche le altre virtù, ma chi non ha la p. non ha né la fortezza, né la giustizia, né la temperanza, perché è impossibile senza la p. scegliere rettamente i mezzi per il raggiungimento del fine (Sum. Theol. $\mathrm{I}^{\mathrm{a}}-\mathrm{I}^{\mathrm{a} 6}$, q. 63, a. I).

Psicologicamente la p. agisce esaminando i diversi mezzi per raggiungere in concreto il fine ultimo, giudica quali tra essi sono da attuarsi od omettersi e finalmente comanda l'esecuzione che ne consegue; si dice perciò che sono suoi atti il deliberare, giudicare e specialmente il comandare (a actus imperandi est principalis et proprius actus prudentiae s: ibid., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{a} 6}$, q. 47, a. 8).

11. Specie. - Oltre alla p. naturale, finora considerata (p. acquisita), acquistata attraverso l'esperienza e con lo sforzo dell'animo rivolto al bene, esiste ancora, se si è in grazia di Dio, la p. infusa che si estende anche agli atti soprannaturali e dirige anche le virtù teologali, alle quali pure è subordinata, indicando quando debbano compiersi i loro atti.

Per essere perfetta, la p. in quanto è virtù intellettuale, richiede esperienza, tatto morale, docilità, sagacità e buon uso della ragione; in quanto è virtù morale : previdenza, circospezione e precauzione. Queste virtù, che nel linguaggio tradizionale latino sono chiamate memoria, intellectus, docilitas, solertia, ratio, providentia, circumspectio e cautio, sono dette dagli scolastici parti "integranti» della p. (ibid., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{a} 6}$, q. 48, a. unic.).

Sono sue parti specifiche o soggettive: la p. personale (o monastica) che guida a ben dirigere se stesso e la p. sociale che dirige gli atti della società al bene comune e che si suddivide in p. militare, economica o famigliare e legislativa o politica, secondo le diverse comunità e forme di governo. Tra esse la p. personale è p. in senso pieno; quella legislativa la più perfetta (ibid., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{a} 6}$, q. 50, a. 2).

Le parti "potenziali o complementari sono il buon senso morale (synesis), l'abilità morale (eubulia) e la perspicacia morale (gnome) (ibid., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{a} 6}$, q. 51, a. 2, ad 1).
111. GENESI E SOGGETTO REMOTO. - La p. naturale può essere favorita da predisposizioni psichiche e biologiche e dall'ambiente, ma di fatto s'acquista con la ripetizione di atti prudenti : per questo non esiste, di regola, nei giovani che mancano di esperienza e si perde quando le passioni, specialmente lussuria, avarizia e superbia, turbano l'intelletto o il volere e, indirettamente, per dimenticanza e non uso. La p. infusa si riceve e perde con la Grazia santificante.
IV. Vizi contrari. - Per difetto, si oppone alla p. la imprudenza che si suddivide in numerosi vizi come la indocilità, la negligenza, l'imprevidenza, il difetto di precauzione, di circospezione, di memoria e delle altri parti soggettive o integrali della p., nonché nella temerità (contro l'eubulia) e nell'inconsideratezza, contraria al buon senso ed alla perspicacia morale. Per eccesso si hanno i vizi della p. della carne (Rom. 8, 6), l'astuzia e l'inganno sia mediante segni e parole (il dolo) che mediante le azioni (la frode).

I vizi contro la p., osserva s. Tommaso, se eccedono per difetto, hanno come fonte la lussuria, se per eccesso, l'avarizia (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{a} 6}$, q. 55, a. 8). Perciò mezzi efficaci per raggiungere la p. sono: 1) la fervente orazione al Dio di ogni lume; 2) il controllo delle passioni disordinate e specialmente dell'avarizia e lussuria; 3) la considerazione degli eventi sub specie aeternizatis.
V. DONO DEL CONSIGLIO. - In certi casi difficili, per agire con p. occorre uno specialissimo aiuto, che si ha con il dono del consiglio (v. doni dello spirito santo). - Vedi tav. V.

Bibl.: oltre i testi di teologia morale de virtute prudentiae, cf. Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathrm{a} 6$, qn. $47-46$ con i commenti di C. R. Billuart, L. Lessin, Th. Pepins, H.-D. Noble; M.-A. Janvier, La prudence chrétienne, Parigi 1917; J. Leclercq, La vie en ordre, Bruxelles 1938, pp. 207-14; H.-D. Noble, Prudence, in DThC, XIII, coll. 1023-76; M. Castellano, L'auriga delle virtù, in Tobor, 5 (1951), pp. 485-91. Giovanni Pistoni

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PRUDENZANI, Simone (Simone di Golino di Prudenzano). - Di Prodo (Orvieto), partecipò alla vita pubblica di Orvieto dal 1387 al 1440 ca. E noto solo per la sua attività letteraria.

Il Sollazzo (Liber solotii) è una raccolta di 18 ballate, che, con novellette prese dai Jablianx, sferzano i 7 peccati capitali e 11 derivati. Ogni vizio, incarnato in una persona, è punito dallo scherno degli uomini. Vivaci, lapide anticlericali, grassocce fino all'oscenità, hanno però un intento morale, confermato dall'acrostico conclusivo. Il Saparetto (Liber saparecti) è composto di 186 sonetti divisi in 4 parti, oltre l'Introduzione, che descrive le sei età dell'uomo. La $1^{\text {a }}$ e la $2^{\text {a }}$ (Mundus placidus e Mundus blandus) rappresentano la gaia vita alla corte di Pierbaldo, signore di Buongoverno, il quale prega l'amico Bonare di mandargli suo figlio Sollazzo per cantare le ballate del libretto omonimo e rallegrare la brigata. I pranzi e le cene, i cani e le danze, le battute di caccia della lieta corte sono descritti con tale sfoggio di particolari e precisione di linguaggio (umbro) da rendere prezioso il poemetto per la storia del costume, della musica e della lingua. Nella $3^{\text {a }}$ parte (Mundus tranquillus) l'autore si muta «de mondano in catolico» e, con una serie di sonetti accoppiati a proposta e risposta, contrappone alle superficiali obiezioni dell'uomo gaudente le osservazioni del saggio che dimostra la superiorità della virtù. La $4^{a}$ parte (Mundus meritorius) è l'apologia dell'ascetica cristiana, via al paradiso. Si alternano in 44 sonetti catechismo e preghiere: molti verseggiano, non male, orazioni liturgiche. In questi due ultimi «mondi» abbondano motivi interessanti la storia della casistica, della pietà, della fortuna di Dante. L'organicità dell'opera è, secondo il P., espressa dal titolo: «Sacci ch'ello se chiama Saparetto - D'erbette prima et puoi le spetie metto»: dunque una vivanda leggera in principio, poi drogata di virtù. Il suo valore poetico è quasi nullo; il suo apporto culturale considerevole; il suo significato spirituale notevolissimo: un'ascesa ragionata dalla vita gaudente, "non però ch'essa passi la misura", alla vita cristiana meritoria. Come il Sacchetti (che però lo supera di molto) il P. inizia nei suoi modi l'equilibrio umanistico.

BimL.: opere: Il Sollazzo, Il Saparetto. Rime varie, pubbl. da S. De Benedetti, in Giorn. stor. d. lett. ital., 1913, supplemento n. 15. Studi: G. Pordi, Storia dei supremi magistrati e registri di Orvieto, in Boll. d. Soc. Umbra di storia patria, I (1895), p. 409; S. De Benedetti, Spunti e motivi baccacceschi di un antico nonelliere umbro, in Miscell. Benier, Torino 1912, p. 682; A. Schering, Studien zur Musik d. Frührenaissance, Lipsia 1914; S. De Benedetti, "Il Sollazzo»: contributo alla storia della novella, della poctia musicale e del costume nel Trecento, Torino 1922; N. Sapegno, Il Trecento, Milano 1948, pp. 446-50.
Maria Sticco
PRUDENZIO. - Poeta latino-cristiano (n. nel 348, m. dopo il 405). Fra Saragozza e Calahorra che si vantano d'avergli dato i natali la preferenza va a Calahorra perché il Valerianus, che P. saluta come sua guida (Peristeph. hymm., xi) è, secondo i codici Albifolense ed Emilianense, un vescovo di Calahorra. Della sua opera poetica P. parla in una breve autobiografia, come di una purificazione e di un coronamento della sua vita : infatti rievoca la sua infanzia, ricorda l'arte sua nel mentire unita ad altri vizi appresi dalla toga, deplora le colpe dei suoi anni giovanili, rammenta incarichi avuti nel governo di nobili città, i suoi gradi militari e forse quello di comes primi ordinis cioè di conte al seguito dell'imperatore. Con i suoi canti intende espiare i suoi demeriti: Atqui fine sub ultimo - Paccatrix anima stultitiam exuat; Saltem voce Deum concelebret si meritis nequit (Proem. 34-35); poi enumera in linea generale i suoi canti : Hymnis continuet dies - Nec nox ulla vacet, quin dominum canat (Cathemerinon) - Pugnet contra haereses (Apotheosis) - Catbolicom discutiat fidem (Hamartigenia) - Conculcet sacra gentium (Psychomachia) - Labem, Roma, tuis inferat idolis (Contra
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(prege. Eac. Calt.)
Prudenzio - Prefazione ai Carmina: PL 59, 767-70. Codice scritto da Antonio Sinibaldi Borentino, forse per conto di Vespasiano Bisticci, terminato il 20 nov. 1481 - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 666, f. 7 r.
Symmacum) - Carmen martyribus decoveat, laudet apostolos (Peristephanon, Proem., 37-42).

L'opera di P. è lirica e didattica.
Lirici sono: 1) il Cathemerinon o innario del giorno con 12 inni che misticamente poetizzano i varii momenti della giornata e dove si trovano strofe diventate giustamente celebri, come quelle dedicate ai ss. Innocenti : Salvete, flores martyrum" (vv. 125-32); 2) il Peristephanon, o poema delle corone: 14 componimenti in 3300 versi, di vario metro. E l'opera più caratteristica di P., dov'egli è veramente il cantore del martirio. P. non aveva predecessori nel genere e non reggono al paragone con il pathos della sua ispirazione gli stereotipati Tituli di Damaso, sebbene qua e là qualche passaggio P. ne elabori e trasfiguri. Poeta e non critico, ha preso molte volte l'argomento della sua lirica da leggende già molto lontane dall'obiettività dei primitivi documenti. Non sempre il tatto letterario e il buon gusto accompagnano l'autore in questa galleria di quadri brillanti di lirica esultante, appassionata, ricca di metri e di tecnicismo.

Didattici invece sono: 1) l'Apotheosis, difesa della Trinità e della divinità di Cristo contro le eresie e gli errori opposti dei patripassiani, dei sabelliani e dei giudei. E la formulazione dogmatica della tradizione, soprattutto di Tertulliano, i cui concetti ottengono appurata plasticità in 1084 esametri degni di Lucrezio. 2) La Hamartigenia, ossia origine del peccato, in 63 trimetri giambici e 966 esametri sul problema particolarmente cruciale a quel tempo. La dottrina è qui pure quella di Tertulliano Contra Marcionem; la forma poi è il maggior pregio di P., maestro nel poetizzare plasticamente le verità della fede e nell'animare le sue espressioni di ardore comunicativo. La presentazione del demonio come antagonista giurato della natura umana e la descrizione dell'inferno sono di una bellezza universalmente celebrata. 3) La Psychomachia, o lotta per l'anima, è il primo poema allegorico

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(per cartesia del p. d. ll'ale O.P.)
Prümmer, Dominikus. - Ritratto.
in grande stile rimasto dell'antichità. L'introduzione, di 68 trimetri giambici, descrive tipologicamente la vita di Abramo, la lotta della Fede (Cristo) contro i regni di Sodoma e Gomorra (i vizi) che tentano Lot (l'anima umana). Segue il grandioso quadro del poema in 915 esametri internamente drammatici: la lotta tra la virtù cristiana e i vizi del paganesimo. Per quanto non manchino nell'antichità modelli parziali di questo genere di personificazione di entità astratte, tuttavia la concezione armonica di un'epopea allegorica col suo contorno scenografico, animata da una espressione poetica di nobiltà virgiliana, è gloria autentica di P. Nessun'opera sua lasciò traccia più profonda e duratura. L'arte medievale ai servi di questo allegorismo vivente: miniature, codici, capitelli romanici diedero forma al mondo fantastico del poeta spagnolo.

Un'eco tardiva della lotta di s. Ambrogio contro Simmaco (m. nel 402), quando questo prefetto di Roma chiese che fosse restituita l'Ara della Vittoria in Senato, risuona (384) nei due libri di P. Contra Symmachum. Il Dittschaeum (duplice alimento) è una serie di 49 epigrammi tetrastici in esametri, per illustrare altrettanti quadri murali di qualche basilica cristiana in Spagna rappresentanti personaggi e scene del Vecchio e Nuovo Testamento.

Nel patrimonio letterario di P. sta la creazione della lirica cristiana e la sua indipendenza artistica, compendo gli angusti limiti della metrica liturgica e della simmetria quasi matematica di s. Ambrogio e dando all'ispirazione nuove ali. Però P. è per esser letto; infatti il suo verseggiate travolgente escluse le sue odi dalla liturgia, salvo qualche frammento. Meglio di ogni altro si servi dei classici : Lucrezio, Virgilio, Orazio, senza perdere nulla della sua originalità.

La pompa della sua retorica meridionale e il simbolismo mistico e prolungato delle sue opere oscurano a volte il fondo e lasciano indecisi i profili del suo contenuto; nonostante i difetti rimane, però, un grande poeta lasciando una traccia profonda e duratura.

BibL.: ediz.: P. Arevalo, M. Aurelii Clementis P. Carmina, 2 voll., Roma 1788-89 (di valore per la sua critica e ricco commento, ed. riprodotta in PL 59-69); J. Bergmann, in CSEL, LXI; M. Lavarenne, Cathemerinou, Parigi 1933; Psychomachia, ivi 1943 (con trad. franc.); M. José Baron, Peristephanon de Aurelio P. Clemente (vers. spagnola), Madrid 1943; id., P. Himnos a los Méritres, ivi 1946; J. Guillén, Obras compl. de Aurelio P., in Bibl. de Autores Crist., LVIII, ivi 1950 (con trad. spagnola). Versioni italiane: del Peristephanon, s cura di C. Marchesi, Roma 1917; del Cathemerinou, a cura di U. Monti, Firenze 1923. Studi: A. Puech, P., étude sur la poésie lat. chrétienne au IVe siècle, Parigi 1888; P. Chavanna, Patriotisme de P., in Rev. Chist. et de littér. relig., 4 (1889), pp. 332-52, 385-413; F. Ermini, Studi prudenziani, Roma 1914; F. Arnaldi, Cristianesimo e sensibilità moderna nell'arte di P., in Atene e Roma, nuova serie, 5 (1924), pp. 89-109; Moricea, II (1928), pp. 877-963; Z. Garcia Villada, Hist. ecles. de España, I, II, Madrid 1929, pp. 133-209; R. J. Deferrari-J. M. Campbell, A concordance of P., Cambridge (U.S.A.) 1932; M. Lavarenne, Etude sur la langue
du poète P., Parigi 1933; S. Colombo, Note critiche su P., in Studi dedicati alla memoria di P. Ubaldi, Milano 1937, pp. 171176; I. Rodriguez Herrera, Poëta christianus, Monaco 1938; R. Garcia Villoslada, Los orígenes del patriotismo español, in Razón y Fs. 116 (1939), pp. 341-57; M. Alamo, Un texte du poëte P. - Ad Valerianum, episcopum -, in Rev. Chist. eccles., 35 (1939), pp. 730-36; P. De Labriollis, Hist. de la litt. lat. chrétienne, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1947, pp. 692-721; J. Madoz, P., in Hist. gener. de las literati. hispan., I, Barcellona 1949, pp. 93-103; B. Altaner, Patrologie, Friburgo in Br. 1950, p. 360 (con amplia bibl.).
Giuseppe Madoz
PRUDENZIO di Troyes. - Teologo e scrittore di origine spagnola, m. a Troyes il 6 apr. 86 r, cambiò il suo nome di Galindo in P. e fu educato in Francia, dove divenne cappellano di corte, e poi successe ad Adalberto sulla sede di Troyes, pare nell'846-47.

Le sue opere sono in PL 115, 965-1458 e comprendono un florilegio dei Salmi ed un altro della S. Scrittura (1421-40): Sermo de vita et morte gloriosae Virginis Maurae (ibid., 1367-76), santa che P. aveva conosciuto; Annales (ibid., 1377-1420) in continuazione degli Annali Bertiniani dall'835 al ' 61 , di grande valore per la storia dell'Impero carolingio; Incmaro di Reims ne correva molta espressioni su Gottesealco (ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, I, p. 419 sgg.). Delle opere poetiche e delle lettere poco si è conservato (un piccolo poema sugli Evangelii: PL 115, 1419-20, ed. MGH, Poëtue lat., II, p. 679 sgg.; lettera indirizzata al fratello vescovo: PL 115, 1367). Tratto l'argomento della predestinazione: Ep. ad Hincmarum et Pardulum (ibid., 971-1010), ove con tono pacato difende la dottrina di s. Agostino (fine dell'849), su richiesta di Incmaro di Reims; De praedestinatione contra Joannem Scotum (ibid., 1109-1336) nell'852; Ep. tractoria ad Veniluaem (ibid., 1363-68). P. è uno dei più decisi rappresentanti dell'agostinismo (v.) rigido del suo tempo.

BibL.: Hefele-Lecleren, IV, p. 126; F. Lot-L. Helphen, Le règne de Charles le Chautec, Parigi 1909, p. 213; L. Duchesne, Faites épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1910, p. 452; H. Pehter, s. v. in DThC, XIII, 1, coll. 1079-84. Mario Gaspari

PRÜMMER, DOMINIKUS. - Teologo moralista domenicano, n. a Kalterherberg il 3 sett. 1866, m. a Friburgo (Svizzera) il 9 giugno 1931. Religioso dal 1884, studiò a Venlo e a Lovanio, insegnò teologia a Venlo e a Düsseldorf; quivi fu priore dal 1903 al 1906. Quindi fu professore di teologia morale a Hawkesyard in Inghilterra ( $1906-1908$ ) e poi a Friburgo (1908-31).

Molto apprezzato per la chiarezza dell'esposizione e la sicurezza della dottrina, scrisse: Manuale theologico moralis ( 3 voll., Friburgo in Br. 1915; 10 ed. Barcellona 1946), ancora molto usato; Vademecum theologiae moralis in usum examinandorum et confessariorum (Friburgo 1921; $6^{2}$ ed. Barcellona 1947), assai diffuso, e il Manuale iuris ecclesiastici ( 2 voll., Friburgo 1907-1909, adattato poi al CIC; $6^{3}$ ed., ivi 1933). Scrisse molti articoli in varie riviste di cultura ecclesiastica.

BibL.: anon., Necrologio, in Analecta S. Ordinis Fr. Praed., 39 (1931), pp. 247-49. Alfonso D'Amato
PRUNER, Johann Evangelist. - Teologo moralista, n. a Norimberga il 25 febbr. 1827, m. a Eichstätt l'11 luglio 1907. Compiuti gli studi teologici a Roma nel Collegio Germanicum e ordinato sacerdote nel 1849, svolse la sua attività di insegnamento ad Eichstätt nel Seminario vescovile, di cui fu dal 1862 anche rettore, esercitando larga influenza sugli studenti di teologia, che vi affluivano anche da altre diocesi. All'insegnamento associò intensa attività pastorale.

Di qui la nota di praticità, non disgiunta da solidità, delle sue opere, di cui le principali sono: Katholische Moraltheologie (Friburgo in Br. 1875-77, in 2 voll., $3^{2}$ ed. 1902-1903), in cui sviluppa particolarmente la dottrina delle virtù, ed il Lehrbuch der Pastoraltheologie (Paderborn 1900, in 2 voll., $4^{2}$ ed. 1923-28 a cura di J. Seitz e F. X. Thurnhofer), il P. fu inoltre autore di numerose pie pubblicazioni.

BibL.: Necrologio in Pastoralblatt der Diözese Eichstätt, 1907, n. 23.

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PRUSSIA ORIENTALE. Geografia. - Con questo nome (Ost-Preussen) si intendeva, nella tradizione tedesca (la P. O. passo alla Germania nel 1618), l'estremità NE del territorio del Reich, fra Lituania, Mazovia e Prussia occidentale.

Verso questa ultima regione il confine correva, prima del 1918, dal Frisches Haff al Soldau, tenendosi alquanto ad oriente della bassa Vistola. Creata, dopo la prima guerra mondiale, la Repubblica di Polonia ( 28 giugno 1919), il cosiddetto corridoio polacco, che metteva capo a Danzica, isolò dal resto della Germania la P. O., che terminava ad O. sulla Vistola, ma era stata mutilata del distretto di Memel (annesso alla Lituania). Entro questi limiti la P. O. misurava 36.991 kmq . con una popolazione, nel 1939, di 2,4 milioni di ab. ( 65 a kmq .). Si tratta di un territorio quasi tutto piatto o con deboli ondulazioni collinari (di poco superiori ai 300 m . al massimo), nelle cui ondulazioni trovan posto numerosi laghi, stagni e torbiere e che s'apre al Baltico con una costa bassa orlata da lunghi cordoni sabbiosi (ted. Nehrung, pol. Mierzejia). Una volta quasi tutta coperta di boschi (ormai ridotti ad appena $1 / 6$ della superficie totale), la P. O. era stata convertita dalla colonizzazione tedesca (che risale al sec. xili) in regione agricola che, sebbene non tutta fertile, produceva cereali in notevole quantità, ed inoltre patate, barbabietole da zucchero e ortaggi. Anche l'allevamento (bovini ed equini) vi era ben sviluppato. Nella popolazione l'elemento tedesco si distingueva dai Masuri, di stirpe slava (poco più di 120 mila, prevalenti nelle regioni interne), per quanto anch'essi ormai profondamente germanizzati; soprattutto i maggiori centri abitati (con la capitale Königsberg, che superava i 100 mila ab.) avevano assunto un aspetto tipicamente tedesco.

In base agli accordi di Potsdam ed al Trattato del 16 ag. 1945 fra Polonia ed U.R.S.S., la P. O. veniva divisa in due parti : quella meridionale (Masuria) aggregata alla nuova Repubblica della Polonia, nella quale forma in sostanza il voivodato di Olsztyn (Allenstein; 20.994 kmq. con 442 mila ab.); quella meridionale an-
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(ist. Enc. Crit.)
Prussia Orientale - 1) Cattedrale; 2) Capitolo; 3) confine di Stato; 4) confine di Stato attuale; 5) confine di circoscrizione ecclesiastica; 6) ferrovie.
nessa all'U.R.S.S., come circondario autonomo di Kaliningrad (Königsberg; 10 mila kmq. con 400 mila ab.), dipendente dalla R.S.F.S.R. La frontiera tra le due unità corre press'a poco sul $34^{\circ} 20^{\prime} \mathrm{N}$.

Bild.: F. Mager, Ostpreussen, Amburgo 1922; anon., Ostpreussen, Land und Leute in Wort und Bild, Königsberg 1926; M. Friederichsen, Ostpreussen, Berlino 1928. Giuseppe Caraci

Storia. - Il nome di P. O., più che costituire la designazione di un'unità geografica, è una definizione storico-politica e rimonta al 1772 , quando, dopo la prima spartizione della Polonia, Federico II di P. ottenne la Pomerellia, alla quale impose il nome di P. occidentale. I territori dell'ex ducato di P., centro politico dello Stato costituito dall'Ordine teutonico nel medioevo, situati ad est della P. occidentale, ebbero così il nome di P. O.

Dopo le migrazioni dei Germani verso Occidente, l'odierna P. O. fu abitata da una popolazione baltica, i Pruzzi, pagani e di indole assai bellica; si tentò di convertirti al cristianesimo, ma tanto Adalberto di Praga quanto Brunone di Querfurt, i quali verso l'anno 1000 presero l'impegno di questa missione, trovarono morte violenta e subirono il martirio. Successivamente anche i re di Polonia si sforzarono di sottomettere i Pruzzi, ma senza successo. Risultati più concreti ottenne la missione evangelizzatrice, iniziata verso i primi anni del sec. xili dal monaco cistercense Cristiano, che nel 1216 fu consacrato vescovo di P., ma accresciutasi l'ostilità dei Pruzzi, il duca Corrado di Masovia si rivolse verso il 1226 all'Ordine Teutonico per aiuto. Il duca Corrado, per mettere l'Ordine in condizione di domare gli infedeli, diede in donazione la Colmenia (Terra Colmensis : ted. Kulm, polacco Chelnino), probabilmente come base d'operazioni per la crociata contro i Pruzzi, al gran Maestro dell'Ordine, Ermanno di Salza. L'intervento dell'Ordine determinò in tempo assai breve la conquista

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(da G. Hauptmann, Deutschland, Berlino 1934, tav. 865)
Prussia Orientale - Antico castello dell'Ordine teutonico. Allenstein.
e la cristianizzazione della P. O., ed Innocenzo IV, verso la metà del sec. xiri, suddivise il territorio nelle quattro diocesi di Kulm, di Pomesania, di Sambia e di Varmia. Alla cristianizzazione del territorio segul quasi di pari passo le germanizzazione della P. O. e della massima parte dei paesi baltici. L'Ordine divenne la potenza predominante di quella zona d'Europa e la sua egemonia fu rotta solo nel 1410 , con la battaglia di Tannenberg vinta dai Polacchi. Nel 1466, con la pace di Torun, conclusa con Casimiro IV, l'Ordine perse infine anche la sua indipendenza ed il Gran Maestro divenne vassallo della Corona polacca. Nel 1525 il Gran Maestro dell'Ordine, Alberto di Brandenburgo-Ansbach, passò al luteranesimo, secolarizzò i possedimenti dell'Ordine, trasmissibili da allora in poi in linea diretta ed indiretta, assunse il titolo di duca sotto l'alta sovranita del re di Polonia. Abiurarono la fede cattolica anche i vescovi di Pomesania e di Sambia, ma non quelli di Kulm e di Varmia. Nel 1562 Sigismondo Augusto, re di Polonia, riconobbe all'elettore del Brandenburgo ed ai suoi successori il diritto di successione nel ducato di P., nel caso in cui si fosse estinta quella linea della casata. Dopo la morte dell'ultimo duca Alberto Federico, l'elettore Giorgio Guglielmo prestò infatti nel 1621 a Sigismondo III omaggio quale duca di P. La P. O. fu sciolta da ogni vincolo verso la corona polacca con il Trattato di Wehlau (1675), quando Giovanni Casimiro riconobbe la piena sovranita dell'elettore Federico Guglielmo su di essa. Da allora in poi la P. O. fu parte integrante del Regno di Prussia, costituitosi nel 1701, e dopo la fine della prima guerra mondiale del Land P. L'accordo di Potsdam del 2 ag. 1945, in attesa del definitivo trattato di pace con la Germania, concesse in amministrazione alla Polonia tutti i territori ex-tedeschi ad oriente della linea Oder-Neisse, ivi compresa pertanto la P. O. Fu riconosciuta invece l'anneasione della città di Königsberg, ribattezzata nel 1946 Kaliningrad, e del territorio adiacente alla Russia.

Bibl.: K. Lohmeyer, Gesch. von Ost-und Westpreussen. I (fino al 1411), $2^{\circ}$ ed., Gotha 1908; E. Caspar, Hermann von Salza und die Gründung des Deutschlandnstaates in Preussen, Tubinga 1924; C. Krollmann, Die Besiedlung Ostpreussen durch den Deutschen Orden, in Vierteljahrschr. für Sozial-und Wirtschaftsgesch., 21 (1928), pp. 280-98; A. Ucheley, Ostpreussen, in Die Religion in Gesch. und Gegeonsart, IV, $2^{\circ}$ ed., Tubinga 1930, coll. 830-36, con bibl.: E. Wermeke, Bibinger, der Gesch. von Ost-und Westpreussen, Ktangeberg 1932-33; M. Hein, Ostpreussen, in A. Brackmann, Deutschland und Polen, MonacoBerlino 1933, pp. 123-34; E. E. Stangel, Hochmeister und Reich. Die Grundlagen der staatsverbil. Stellung des Deutschlandens, in Zeitschr. der Savigny-Stiftung, Germ. Abt., 58 (1938), p. 178 sge.: The Cambridge Hist. of Poland, I, Cambridge 1930, passim. Silvio Furlani

PRZEMYSL : v. PRENISLIA.
PSELLO ( $\Psi \varepsilon \lambda \lambda$ ós), Costantino (Michele). Uomo politico alla corte di Bisanzio e poligrafo, n. nel 1018 a Costantinopoli, m. nel 1078 (?).

Dotato di cultura vastissima, occupò dapprima cariche amministrative e giudiziarie; segretario alla corte di Michele V (1041-42), godè il favore di Costantino Monomaco (1042-54) che nel 1045 lo nominò professore di filosofia all'Accademia di Costantinopoli. Nel corso di nove anni si dedicò al rinnovamento della cultura bizantina e dell'Accademia stessa. In séguito agli avvenimenti politico-religiosi che turbarono le relazioni tra Bisanzio e la Chiesa Romana, negli ultimi anni del Monomaco, cadde in disgrazia e come altri funzionari si fece monaco (assumendo il nome di Michele). Tuttavia l'imperatrice Teodora ebbe a ricorrere più volte ai suoi consigli, e sotto i di lei successori P. tornò alla corte, esercitandovi una parte preponderante. Nel 1071 concorse all'elezione di Michele VII Ducas, già suo alunno, e lo indusse a respingere le proposte di riunione con la Chiesa romana. Caduto di nuovo e definitivamente in disgrazia, mori povero e oscuro (la data del 1078, incerta, da alcuni è protratta di due decenni), vittima egli stesso di quelle arti e raggiri politici di cui aveva largamente usato senza scrupoli.

Ben più che alle sue fortune politiche, il nome di P. è rimasto legato a quel vasto movimento di restaurazione del pensiero platonico, di cui egli, se pure con tendenze eclettiche, fu l'anima in un momento in cui la cultura bizantina era decisamente dominata dall'aristotelione di Fazio (v.). Con che egli ritornava allo slancio speculativo dei tre Cappadoci e soprattutto di s. Gregorio Nazianzeno (v.), il solo che, a suo giudizio, sia da preferire a Platone (cf. Sathas, Micoswencé B B33.089 $/ 27$, IV, p. LII). In ciò egli può dirsi precursore dei grandi potonici bizantini, che nel sec. xv instaurarono nella Firenze medicea, prima di Marsilio Ficino (v.), il culto di Platone. Fra le opere di P. vanno ricordate : Expositio in Canticum canticorum; De omuifaria doctrina; Dialogus de daemonum energia seu operatione; De anima celebres opiniones; In psychogoniam platonicam; Expositio in oracula magica quae a Zoroastro prodiere; Expositio in oracula Chaldnica; Compendium in logicam Aristotelis (ove sono riportati i versi mnemonici dei modi del sillogismo).

Bibl.: gli scritti di P. si trovano in PG 122, 477-1186, e nella Micoswencé B153408/2x; di K. N. Sathas, IV e V. Venezia 1874 1875). Su P., per attenersi agli studi più recenti, v. C. Zervos, Un philosophie néo-platonisien du XIr siècle. Sa vie, son oeuvre, ses luttes philosophiques, son influence, Parigi 1920; E. Bernauld, Etude de la langue et du style de M. P., inl 1920. Fonte a cui tutti attingono sono le introduz. di Sathas, loc. cit. Per una più ampia bibl. v. M. Jugie, Psellos, in DThC, XIII, 1, coll. 1140-58 Bruno Nardi

PSEUDEPIGRAFI. - Sono così chiamati (gr. $\dot{\varphi} \varepsilon \alpha \delta \varepsilon \alpha \delta \gamma \rho \alpha \rho \alpha$; «con falso titolo») dai protestanti, i libri detti apocrifi (v.) del Vecchio 'l'estamento dai cattolici.

Anche autori acattolici (G. Beer, Pseudepigraphen, in Reolenc. für post. Theol. und Kirche, XVI, p. 229) riconoscono l'improprietà di tale denominazione, giacché non tutti gli apocrifi si presentano con pseudonimi come opere di antichi patriarchi o profeti.

Il primo a designare con termine anologo uno scritto apocrifo fu forse Cassiodoro (Institutiones, I, 5), il quale afferma che, secondo s. Girolamo, il libro della Sapienza sarebbe pseudographen, in quanto l'autore vero (creduto Filone di Alessandria) l'avrebbe presentato come opera di Salomone.

Angelo Penna

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PSEUDO-BOCCACCINO. - Nome creato dalla critica per designare uno sconosciuto pittore lombardo, la cui unica opera datata 1500 è la Lavanda dei piedi, dell'Accademia di Venezia (n. 599).

Da questa, prima attribuita a Boccaccio Boccaccino (O. Mündler, Cavaleaselle, Morelli), il Bode ha preso lo spunto per la costituzione di un gruppo di opere a se stante, indipendente dal Boccaccino, e creazione di una personalità determinata. Tra le opere attribuite la più importanti sono: a Bribono (frazione di Sedico, Belluno), S. Niccolò; Madonna col Bambino, s. Rocco e s. Nicola; a Milano, Brera: Adorazione dei Magi (n. 317); Buttesimo di Cristo (in collaborazione con Marco d'Oggiono (n. 318); Madonno e Angeli (n. 789); SS. Pietro e Giovanni Apostolo, firmato "Iohes Augustinus Laudesis P." (per il Suida è copia da un originale dello P. B.); ancora a Milano, contessa del Majno Socenzo, Testa di giovanetta; ivi, duca Gallarati Scotti, Santa Martire; ivi, Guido Cagnola, Madonna con un angelo; ivi coll. Albertini (già Gall. Crespi), Madonna con il Bambino; Modena, Gall. Estense, Madonna e s. Sebastiano in un paesaggio (n. 490); Murano, chiesa di S. Pietro Martire, Madonna in trono con santi; Venezia, Accademia, oltre la Lavanda dei piedi, già citata, Madonna con s. Simeone e s. Girolamo (n. 605) e Cristo: tra i Dottori (n. 598); chiesa di S. Stefano, sagrestia, Madonna con s. Caterina e un donatore; chiesa di S. Lazzaro degli Armeni, Madonna; Verona, Museo, S. Marta e Maria Maddalena, Dall'esame delle opere risulta la posizione del pittore tra la Lombardia e il Veneto, che aveva originato la confusione con il Boccaccino.

Si è tentato di identificare l'acunimo pittore con quel Giovanni Agostino da Lodi che firmò il quadretto con i SS. Pietro e Giovanni, ora a Brera, sopra citato, opinione generalmente accettata. Il Suida ritiene invece il quadro di Brera una replica; pur lasciando in sospeso la questione, propende per il nome di Andrea di Appiano, legato dalla tradizione a due opere attribuite allo P.-B., conservate a Brera, provenienti dalla chiesa milanese di S. Maria della Pace. Altra questione interessante è l'attribuzione, nella tradizione veneziana, di molte opere del nostro a un pittore "Perugino ".

Bibl.: F. Malaguzzi-Valeri, s. v. in Thieme-Becker, IV, p. 151, con bild.; id., Chi è lo P.-D.?, in Rassegna d'arte, 12 (1912), p. 100; J. A. Crowe - G. B. Cavaleaselle, An history of painting in North Italy, ed. Borenius, Londra 1912, pp. 291-92, nota: Venturi, VII, iv, p. 980 sgg.; W. Suida, Leonardo und sein Kreis, Monaco 1920, pp. 209 sgg.; 206 sgg.; B. Berenson, Italian pictures of the Renaissance, Oxford 1932, p. 88 e trad. it., Milano 1936, p. 77; R. Pallocchini, I dipinti della Gall. Estense di Modena, Roma 1944; A. Puerari, La Pinacoteca di Cremona, Cremona 1951. V. inoltre i cataloghi delle collez. in cui sono conservate le opere dello P.-B.

Carlo Bertolli
PSEUDO-ISIDORO. - Sotto questo nome si nasconde una personalità o meglio un gruppo di persone del sec. IX, la cui identità ancor oggi non è accertata e a cui si deve attribuire una delle più famose falsificazioni che la storia ricordi. Loro opera non è soltanto la cosiddetta Collectio Pseudo-Isidoriano, detta anche Pseudo-Decretali o Decretali Pseudo-Isidoriane, ma anche la collezione dei Capitolari di Benedetto Levita, quella chiamata Capitula Angilramni (v. angilramno) e la forma della Hispana che va sotto il nome di Hispana di Autun (v. COLlezioni CANONICHE).

La personalità e l'opera dello P.-I. non si possono comprendere fuori del loro ambiente storico. Nel Regno dei Franchi si erano accumulate diverse forme di disciplina ecclesiastica: il diritto antico universale, i particolarismi regionali delle Chiese della Gallia e le norme di carattere ascetico-morale della disciplina penitenziale che avevano portato con sé i missionari della Chiesa insulare; inoltre le concezioni giuridiche germaniche intaccavano la disciplina ecclesiastica, causando con il tempo una vera decadenza di essa.

A causa poi delle condizioni politiche, la gerarchia era anch'essa vittima della decadenza, in quanto gli alti uffici
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(Art. Enc. Catt.)
Pseudo-Isidoro - Pagina della Collectio Hispana Augustodonensis, tuttora inedita - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1341, f. 160 V (sec. xi).
ecclesiastici erano spesso occupati da persone che servivano più lo Stato ed i suoi interessi che non la Chiesa. Questa, sin dai tempi di Clodoveo, era stata oggetto di grandi donazioni territoriali, le quali non potevano non avere una grande attrattiva per i principi; di qui espropriazioni in grande stile, conferimento di sedi vescovili e di altre dignità ecclesiastiche a persone ligie si desideri dei principi. Quando, in occasione della cosiddetta riforma carolingia, molti beni furono restituiti alla Chiesa, ciò si fece solamente in forma di feudo, cosicché, attraverso il beneficium, che dietro l'influsso delle concezioni germaniche aveva già sopraffatto l'efficium, questo rimase legato al signore feudale, per lo più laico.

Rimedi a questa situazione ve ne erano pochi. I principi erano pronti alla riforma solo fin dove essa non li toccava; i vescovi, oltre ad essere divisi, non avevano l'autorità sufficiente per imporsi. I Pontefici intervenivano allora solo in singoli casi concreti, in cui fosse invocata la loro autorità di fronte al disaccordo degli organi ecclesiastici ordinari (vescovi, metropoliti, concili), ma non per riordinare dalle fondamenta tutta una situazione che esigeva una elaborazione generale e teorica dei principi.

In quel momento un gruppo di riformatori, convinti dell'inefficacia di tutti i mezzi legittimi con cui non si era riusciti ad attuare la riforma che da cento anni era invocata nel Regno dei Franchi, pensò di supplire con mezzi illegittimi, vale a dire pensò di proiettare nel passato una legislazione positiva necessaria, facendo comparire, attraverso falsificazioni di attribuzioni (inscriptiones) e di testi, come fatte nel passato dalle due supreme autorità (Pontefici e re dei Franchi), ciò che vescovi e principi civili dovevano osservare in materia di disciplina e vita ecclesiastica.

La pseudoepigrafia e l'apocrifia dei testi era già stata usata, come dimostra la storia delle collezioni canoniche precedenti; qui però si trattò di una opera grandiosa di falsificazione sistematica.

Lo strumento principale di questa fu la collezione Hispana, che nella seconda metà del sec. vir aveva avuto

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una larga diffusione in tutto il Regno carolingio e che conteneva i canoni dei Concili universali e particolari delle singole regioni della Chiesa: Oriente, Africa, Gallia, Spagna; e, nella seconda parte, una serie di Decretali dei Pontefici da Damaso a Gregorio Magno. Tale collezione aveva subito nella Gallia, probabilmente in non pochi codici, un'alterazione assai profonda riguardo alla integrità dei testi. Questa forma della Hispana si chiama la Hispana Gallica e deve la sua origine a una corruzione non intenzionale.

Di essa si servirono i falsificatori Pseudo-Isidoriani per creare un'altra forma della Hispana, la cosiddetta Hispana Augustodunensis, che rappresenta la prima opera del gruppo, consistente nella interpolazione dei testi genuini in forma sistematica e con finalità precise perseguite dai riformatori : e che doveva essere la preparazione della principale delle collezioni Pseudo-Isidoriane, cioè delle Decretales Pseudo-Isidorianae.

Queste, chiamate generalmente la Pseudo-Isidoriana, si presentano dunque come la Hispana chronologica aumentata e ulteriormente falsificata. Una prima parte, veramente nuova, è costituita da una serie di Decretali dei Romani Pontefici da Clemente I a Melchiade (90-314); la seconda parte corrisponde alla prima della Hispana (canoni dei Concili) e la terza parte riproduce la seconda della Hispana e comprende le Decretali aumentate di numero (da Silvestro a Gregorio II: 314-731).

Bisognava però provare, di fronte ai Signori temporali, che gli stessi principi contenuti nei documenti ecclesiastici erano stati manifestati dai carolingi più famosi. Per questo motivo i medesimi riformatori compilarono una collezione di disposizioni reali, chiamate Capitolari (soprattutto di Pipino, Carlomagno, Ludovico il Pio), che un certo Benedictus Levita di Magonza avrebbe ho scoperto. Tali disposizioni erano ordinate in tre libri, che si dovevano aggiungere ai quattro libri della collezione (genuina) di Ansegiso già esistente. Seguirono, un poco più tardi, altre quattro Additiones.

Nel frattempo si era fatta un'altra piccola raccolta sotto il nome di Capitula Angilramni (v. angilramno), che conteneva testi concernenti la questione del fòro dei chierici e del diritto di accusarli.

Queste quattro collezioni si possono chiamare il frutto concreto dell'attività Pseudo-Isidoriana. Le falsificazioni operate da essa sono di diversa qualità e quantità. Esse consistono in primo luogo in interpolazioni puramente formali, che rendono i testi linguisticamente più scorrevoli e intelligibili. In secondo luogo intaccano la stessa sostanza, in quanto restringono, estendono, variano il senso delle disposizioni contenute nei testi genuini, attribuiscono testi originali ad altre fonti materiali (p. es., disposizioni dell'autorità ecclesiastica a quella civile o viceversa, testi di SS. Padria Concili o ai Romani Pontefici, soprattutto disposizioni di papi posteriori a papi vissuti secoli prima). Finalmente vi sono anche testi inventati di sana pianta, per quanto composti di frammenti genuini. Essi si trovano soprattutto tra le Decretali dei Romani Pontefici : tutta la serie (fo) della prima parte delle Decretales Pseudo-Isidorianae e molte (altre 40) della serie della terza parte. In questo lavoro di fabbricazione delle Decretali Pontificie i falsari procedevano con la massima circospezione : non inventavano e attribuivano testi a piacimento, ma, scrutando le fonti storiche, soprattutto il Liber Pontificalis, ricostruivano documenti di cui erano conservate notizie storiche, attenendosi al tenore e ai termini di tali notizie.

Attraverso queste interpolazioni e falsificazioni è data di scorgere le intenzioni dei falsari. Pur raccogliendo del materiale che abbraccia tutta la disciplina ecclesiastica, essi insistono in modo particolare sui punti radicali che devono assicurare una riforma duratura delle condizioni storiche sopra accennate. Si cerca perciò di liberare la Chiesa ed in modo particolare i vescovi da ogni ingerenza, combattendo tutto ciò che menomava la loro autorità ogni diritto dei laici di giudicare o anche solo di accusare i chierici; lo stesso da parte dei chierici inferiori nei riguardi dei superiori; ogni potere soverchio del metropolita, che troppe volte, essendo una creatura del signore temporale, teneva le parti di questo contro il vescovo ben
intenzionato; il potere dei corepiscopi; anche i sinodi in quantoché erano spesso strumento dei metropoliti e di personalità asservite ai nemici della riforma.

Il tempo di elaborazione delle collezioni di questa che si può chiamare la riforma carolingia spuria è relativamente breve. Da criteri interni ed esterni, soprattutto di uso, si può conchiudere che esse sono state composte tra i limiti estremi dall'845 all'857, ma assai probabilmente tra l'847 e l'852, in questo ordine: Hispana di Autun, Capitula Angilramni, Capitularia Benedicti Levitae, con le Additiones, Decretales Pseudo-Isidorianae.

Sul luogo ancor oggi si discute : da tutti e abbandonata la tesi, ispirata evidentemente a preconcetti settari appoggiati ad una superficiale valutazione della esaltazione del Primato romano che si nota nelle collezioni, di una origine romana. Quasi lasciata da parte è anche la tesi dell'origine Maguxtina, almeno per il lavoro definitivo. Rimangono tre ipotesi, di cui ognuna ha i suoi difensori e argomenti che non sono però di tale forza da vincere quelli degli altri. Alcuni sono per Le Mans nella provincia di Tours, altri per Reims; ultimamente esse sono state attribuite alla cappella aulica di Carlo il Calvo.

Connesso è evidentemente l'ancor più enigmatico problema della persona dello P.-I. Oggi si è d'accordo che non può trattarsi di un solo uomo, ma di un gruppo di falsari. Di questo gruppo dovevano far parte, o come dirigenti o come esecutori, gli uomini più intelligenti ed cruditi del tempo, i più profondi conoscitori della lingua latina e del suo stile nelle varie epoche storiche e nelle diverse Cancellerie. Tutto il lavoro di falsificazione presuppone una suprema competenza. Certo è anche che il nome Benedictus Levita come quello Isidorus Mercator (Mercatus, Pecentor) sono pseudonimi, probabilmente scelti con abilità per nascondere il trucco, per stornare l'attenzione, come certamente è il caso nella combinazione di Isidorus (che doveva suscitare il ricordo del grande Isidoro di Siviglia) con Mercator, il quale attributo suggeriva un altro uomo, Marius Mercator, scrittore del sec. v, a cui alludono precisamente le prime parole della introduzione (cf. Hinschius [v. infra], 17 e PL 48, 753).

La sorte delle collezioni è stata diversa secondo i luoghi e i tempi. Le Decretali Pseudo-Isidoriane si diffusero celermente, almeno i testi che riproducevano Decretali Pontificie, oltre le Alpi. Al di qua ebbero diffusione considerevole e riconoscimento pacifico (ma non troppo!) solo dal tempo della riforma gregoriana. Da allora in poi conservarono per quattro secoli un dominio quasi incontrastato. Nonostante qualche dubbio messo di tempo in tempo contro la loro genuinità, solo nel sec. xv, per opera degli umanisti, fu riconosciuta e provata la falsificazione. Le altre collezioni, avendo avuto meno fortuna in intensità, l'ebbero però più a lungo : solo nel secolo scorso si riconobbe decisamente e definitivamente l'origine e l'indole spuria delle altre tre, quali appartenenti alla stessa officina pseudo-isidoriano.

Per quanto riguarda l'influsso esercitato da questa audace frode sulla disciplina ecclesiastica e l'evolversi del diritto della Chiesa, si può osservare che i falsari non fecero generalmente altro che "codificare "ciò che realmente era persuasione e uso normale del tempo, che non poteva destare nessuna meraviglia di trovare in disposizioni di autorità, ecclesiastiche e civili, ben intensionate ed esemplari. L'influsso dello P.-I. sulla disciplina può chiamarsi dunque in parte solo formale, inquantoche dava una forma, redigeva per scritto, in finte leggi positive, ciò che materialmente esistova sia nei principi della disciplina antica, sia nella pratica di tutti i genuini cristiani, che non trovava allora, per le circostanze, l'autorità legislativa legittima, rispettata e operante.

Oltre a questo influsso, puramente formale, ne ha esercitato anche uno più sostanziale. In un primo senso dando una spinta, secondo i singoli capi più o meno considerevoli, ad una ulteriore evoluzione in un determinato senso di alcuni istituti giuridici (per es., alla eliminazione del corepiscopato, alla limitazione del potere metropolitano, ad una rinnovata pratica dei privilegi dei chierici, all'uso dell'appello, alla prassi processuale ecclesiastica ecc.). In un secondo senso cercando di introdurre norme

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nuove ritenute necessarie, che i falsari si preoccupavano di dimostrare conformi ai principi dell'antica disciplina (divieto ai laici di accusare i chierici, restituzio