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a si costituisce in forza della sussistenza, che non è altro che l'essere proprio di quella natura individua. In Cristo dunque, essendoci una sola persona, quella del Verbo, c'è un solo essere, quello personale del Verbo stesso, che è comunicato alla natura umana assunta, la quale viene così a sussistere nella persona del Verbo. In tal modo è assicurata la perfetta unità ontologica di Cristo.

Nella linea dinamica, operativa, l'unità continua come funzione ed espressione dell'unità ontologica. Certo la natura umana del Salvatore, come la nostra, ha la sua propria attività secondo le sue facoltà operative corporee e spirituali; essa è fonte di tutta l'attività umana di Gesù, il suo principium quo. Ma in ogni natura concreta c'è anche il supposto o persona, che è l'agens per eccellenza, il principium quod, principio cioè efficiente, dirigente, egemonico di tutta la complessa attività della natura, come appare dalla consapevole responsabilità e attribuzione che noi ci facciamo dicendo: Io vedo, io penso, io voglio. Non s'intende con questo stabilire due attività distinte e parallele, una della natura e una della persona. L'attività di un soggetto è una sola, come il suo essere, e scaturisce dalla natura e dalla persona insieme per via di causalità formale e per via di causalità efficiente.

In Cristo la natura umana, come non esiste da sé, ma partecipa dell'essere del Verbo, in cui sussiste, così non esplica la sua complessa attività indipendentemente dal Verbo, che assolve in essa le funzioni della nostra personalità umana. C'è una difficoltà : ogni azione divina ad extra è comune alle tre persone e pertanto il Verbo non può influire esclusivamente, come persona, sulla natura assunta. Ma se si ammette tomisticamente che il Verbo fa sua la natura umana comunicandole l'essere divino, proprio delle tre persone, secondo la relazione della filiazione che dà a quell'essere un'impronta personale (secundum modum possidendi), si può anche ammettere, di conseguenza, un influsso operativo divino, che efficientemente deriva dalle tre persone, ma viene esercitato in un certo modo personale dal Verbo, che resta il termine attivo di attribuzione di tutta l'attività della natura umana assunta. Dall'unità ontologica e operativa, così intesa, non è difficile stabilire l'unità psicologica di Cristo. Egli, come Dio, ha una coscienza divina, che assolutamente parlando è comune al Padre e allo Spirito Santo, ma relativamente è in certo modo personale, analogamente a quanto si è detto dell'essere. Inoltre egli come uomo ha una sua coscienza umana. Chi ammette la costituzione della persona in base alla coscienza psicologica, è costretto ad attribuire al Verbo incarnato una duplice personalità, alla maniera nestoriana. Ma per noi la coscienza è rivelatrice, non costi-

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tutiva della personalità. Pertanto le due coscienze in Cristo rivelano la sua unica persona, che e quella del Verbo. La difficoltà evidentemente non riguarda la coscienza divina, ma quella umana. In sede psicologica e gnoseologica la coscienza, anche secondo s. Tommaso, attinge gli atti o i fatti psichici, ma non l'essere del soggetto agente. Eppure in Aristotele (Etica, IX, 9) e in s. Tommaso (De suritate, 9. 10, s. 8) troviamo l'asserzione che l'anima ripiegandosi su se stessa percepisce i suoi atti, sentii se scutire, intelligit se intelligere, e pertanto arriva a una percezione, almeno implicita, del suo essere, sa di esistere (cf. il Cogito ergo sune di Cartesio). In base a questi principi non ripugna che la coscienza psicologica umana di Cristo attinga, almeno implicitamente, il suo unico essere che è quello divino del Verbo.

La visione beatifica concorre a rendere più esplicita e più chiara questa percezione. E allora non si può e non si deve parlare di un io umano di Cristo (che sarebbe di sspore nestoriano!) : in Lui c'è un solo io ontologicamente fondato sull'unità dell'essere. Psicologicamente questo io ( $=$ persona del Verbo) è percepito dalla coscienza divina e in certo modo anche dalla coscienza umana. In noi la coscienza psicologica si esprime nel nostro io che è la nostra incomunicabile personalità : in Cristo la coscienza umana conduce misteriosamente nell'io divino, che si esprime divinamente e umanamente: io sono fin dall'eternità, io soffro.

Solo cosi si comprende adeguatamente il profondo linguaggio dell'Evongolo e solo cosi si salva quella unità ontologica e psicologica di Cristo, che è la ragione fondamentale della realtà dell'Incarnazione e del valore infinito della Redenzione.

Bull.: cf. enc. di Pio XII sul Concilio di Calcedonia, Sempiternus rex, dell'S sett. 1021 (AAS, 43 [1921], pp. 625-44). Studi : cattolici: L.A. Chollet, La psychologie du Christ, Parigi 1905: L. de Grandmaison, Xénn-Christ. II, ivi 1231, p. 79 sgg .; D. de Bosly, Le Moi du Christ, in La France franciscaine, 1929, nn. 2-3; soprattutto P. Colbier, L' unité du Christ, Etre... Persanne... Conscience, Pariei 1939: P. Parente, L'io di Cristo, Brescia 1931: A. Michel, Christologie, in Ami du clergé, 61 (1931), p. 756 sgg.: 62 (1932), p. 313 sgg. Protestantj: W. Sandan, Christologies ancient and modern, Oxford 1912; G. Stanley Hall, Jesus the Christ in the light of Psychologie, $2^{2}$ ed., Nuova York 1923; W. Temple, Chritest Vcritas, An essay, Londra 1924; Ch. Uore, The Reconstruction of Belief, Londra 1926; H. Hodgson, Essays on the Triadry and the Incarnation, Londra 1933. Pietro Parente

PSICOLOGIA INFANTILE: v. infantia.
PSICOLOGIA SOCIALE. - E la branca della psicologia generale che studia prevalentemente due ordini di fenomeni : 1) le interferenze e i conflitti tra i gruppi sociali; 2) il comportamento dell'individuo in quanto stimolato e condizionato dal comportamento di altre persone e di vari gruppi sociali. Lo sviluppo e l'affermazione autonoma della p. s. non sono stati facili, perché era necessaria una netta differenziazione tanto dalla sociologia come dalla psicologia. Con la fondazione del periodico tedesco Zeitschrift für Völkerpsychologie und Sprachwissenschaft (1860) M. Lazarus e H. Steinthal tentano una prima sistemazione di dati filologici, storici e psicologici all'infuori del tradizionale schema sociologico e da allora la p. s. si presenterà per molti anni come una vera e propria psicologia dei popoli (è di capitale importanza la Völkerpsychologie di Wundt, 1900).

Un più preciso avvicinamento alla psicologia si verificò in seguito agli studi dedicati al dinamismo delle folle. Questo orientamento si inizia in Italia (G. Sergi, Psicos'epidemiche, 1889; S. Sighele, Folia delinquente, 1891) e prosegue in Francia con Le Bon (la sua Psychologie des foules è del 1895). Qussi tutti gli autori insistono nel mettere in rilievo il carattere negativo della folla (aspetti parossistici e criminali) e oppongono il valore dell'individuo al livellamento uniforme delle masse che intacca e degrada l'intelligenza e il sentimento morale. Continuando nel naturale processo di differenziazione la p. s. ha cercato di svincolarsi dalle discipline affini. Si è parlato così di psi-
cologia collettiva che studia le manifestazioni dei gruppi o aggregati instabili e accidentali (tipo folla), mentre le manifestazioni psichiche dei gruppi stabili e organizzati spetterebbero in proprio alla p. s. Distinzione da respingere, perché è impossibile e inutile per ogni tipo di struttura più o meno organizzata creare nuove discipline. Lo stesso rilievo vale per le denominazioni più recenti, come psicosociologia o socio-psicologia. La p. s. è una scienza autonoma e si colloca naturalmente tra la psicologia (v.) e la sociologia (v.) : essa forma un anello di congiunzione tra le due discipline.

L'indagine deve puntare in tre direzioni : a) analisi delle condizioni sociali che influiscono sulla vita mentale e affettiva deli indi: :duo : b) analisi delle reazioni che l'individuo manifesta di fronte ai fenomeni sociali; c) analisi del risultato finale di questo processo che può culminare nell'adattamento o nella opposizione al gruppo.

Alla p. s. ha nuociuto la pretesa di molti autori più o meno imbevuti di positivismo, di presentare schemi troppo vasti e definitivi (esempio: le ricerche sulla esistenza di tipici istinti sociali che spiegherebbero la realtà della vita collettiva). Il tentativo maggiore è stato compiuto dallo psicologo anglo-americano W. Mac Dougall, dal sociologo americano Ward e, con formule meno precise, anteriormente dai francesi Tarde (imitazione come base dei rapporti sociali) e Fouillier (le idee-forze che periodicamente modificano le strutture dei gruppi sociali). La psicanalisi (v.) ha impostato tutto questo tema su nuove basi : per Freud il vincolo che unisce i membri di un gruppo o i componenti una folla è sempre la libido, l'energia psichica fondamentale. Si avrebbe sempre una tipica identificazione dei membri con il capo, ma nei fenomeni collettivi la libido risulterebbe - deviata dai normali scopi sessuali $s$. Tesi incerta e oscura che non può presentarsi come una feconda ipotesi di lavoro. Lo stesso dicasi per la tesi di C. G. Jung sull'inconscio collettivo che racchiuderebbe l'esperienza di tutte le generazioni passate e che rivivrebbe in modo particolare nelle manifestazioni collettive. La psicanalisi ha cercato di applicare alla p. s. i suoi concetti basilari (regressione, identificazione, frustrazione, sublimazione, rimozione, ecc.). La scuola russa ha invece messo in evidenza il valore dei riflessi condizionali che dovrebbero spiegare il comportamento sociale dell'individuo (da Pavlov a Drabovic e Ciakotin) : tesi indubbiamente valida per certi aspetti, ma che è impossibile accettare nelle sue generalizzazioni.

La p. s. ha cominciato ad affermarsi quando ha scelto il rigoroso piano sperimentale e quando ha affrontato temi concreti e ben delimitati (v. i temi della propaganda politica o della pubblicità con sondaggi statistici dell'opinione pubblica, ecc.). In primo luogo bisognava specificare i vari tipi di ambiente con i quali l'individuo viene realmente in contatto e questi vengono classificati in ambiente cosmico, organico, sociale e psicologico (Miotto). Successivamente occorreva dimostrare sperimentalmente l'influenza che hanno le condizioni ambientali sui processi psichici dell'individuo e cosi si passò dalle vedute teoriche del sociologo francese Durkheim e dello psico-patologo francese Ch. Blondel alle indagini concrete della moderna p. s. negli Stati Uniti (Sherif, Moreno sulla sociometria, K. Lewin sulla estensione dei campi sociali, ecc.). Come è da attendersi, la valutazione statistico-matematica (cioè, il criterio quantitativo) si afferma sempre più e negli ultimi anni vengono usate correntemente anche le tecniche dei reattivi mentali (mental tests) nello studio delle componenti sociali della personalità umana. E ovvio che la moderna p. s. ha lasciato cadere il tema della cosiddetta anima collettiva come inconcludente. Invece di speculare su questa illusoria entità che, staccata dalla psiche dei singoli, sleggerebbe sulle comunità o sulle nazioni, è più opportuno insistere sulla psicologia dell'individuo che in circostanze particolari accetta orientamenti ideo-affettivi di altri individui altrettanto concreti. Si può concludere dicendo che le vecchie nozioni di anima collettiva o simili indicano semplicemente l'accordo più o meno duraturo tra le intenzioni e le azioni dei singoli che compongono un determinato gruppo sociale. Accettando questo criterio, è possibile indirizzare la ricerca sul piano sperimentale

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e questa è certamente la conquista maggiore della moderna p. s.

In conclusione: la p. s. studia i rapporti tra l'individuo e il gruppo sociale nel senso più elastico del termine (dalla falla al gruppo fortemente organizzato) e i rapporti di armonia, di tensione o di conflitto fra i vari gruppi sociali. Non si tratta di una disciplina normativa, ma è certo che una migliore conoscenza dei rapporti sociali potrebbe contribuire validamente alla normalizzazione di questi rapporti tanto sul piano dei gruppi ristretti (dalla famiglia alla nazione) come sul piano internazionale.

BibL.: J.-D. Mercier, Les origines de la psychologie coéempur., Lovanio 1897; W. Wundt, Völherpsychologie, Lapsia 1904; O. Klemm, Gesch. der Psychologie, Lipsia-Berlino 1911; A. Harry, E. Durbheim and his sociology, Nuova York 1939; C. Petersen, E. Durbheim, Copenhagen 1944; N. Pastore, A social approach to W. Mc Dougall, in Social forces, 23 (1944), pp. 148152; A. Gemelli, I risultati della psicologia sociale a servizio della pedagogia, in Supplemento pedagogico, 10 (1948-49), pp. 352-60.

Antonio Miotto
PSICOLOGIA SPERIMENTALE. - L'impiego del metodo sperimentale in psicologia, il compiere cioè le osservazioni in modo sistematico, in condizioni ben determinate per individuare le cause dei fenomeni, seguì ai progressi della fisiologia del sistema nervoso nella prima metà dell'Ottocento. Johannes Mueller (1801-58), considerato il fondatore della fisiologia sperimentale, nel 1826 affermò che la diversità delle impressioni che riceviamo dai diversi sensi dipende da un effetto specifico a ciascuno di essi, e che non è prodotto da altri (il nervo ottico dà sempre una sensazione luminosa, quello acustico sempre una sensazione auditiva, qualunque sia il modo in cui è stimolato).
E. H. Weber (1793-1878) scoprì che la differenza percepibile tra due pesi diversi o di due linee di lunghezza diversa è sempre in rapporto alla grandezza degli oggetti in esame : una differenza di pochi grammi si fa notare fra due soggetti poco pesanti, ma ci sfugge fra due altri oggetti che abbiano un peso maggiore. G. T. Fechner (1801-87) nei suoi Elemente der Psychophisik (Lipsia 1860), studiò ulteriormente il rapporto tra intensità dello stimolo e sensazione, scoprendo che mentre gli stimoli crescono in progressione geometrica, la sensazione corrispondente cresce in proporzione aritmetica; e che il rapporto fra stimoli e sensazioni è quindi rappresentato da una curva logaritmica. In termini meno esatti, ma più comprensibili, ciò vuol dire che per avere una sensazione di intensità doppia di un'altra è necessario quadruplicare l'intensità dello stimolo : ciò può intendersi anche reciprocamente, e cioè che dalla intensità dello stimolo si può valutare la intensità della sensazione. In questo modo Müller studiò sperimentalmente il problema delle qualità sensoriali, Weber quello del confronto di sensazioni di diversa intensità e Fechner fa pensare ad una possibilità di misura esatta della sensazione attraverso la misura degli stimoli corrispondenti. Si tratta dunque di problemi psicologici studiati sperimentalmente. Questo indirizzo si accentuava con gli studi di H. von Helmholtz (1821-94) sulle velocità dell'impulso nervoso, nelle sue classiche opere Physiologische Optik (1856-66) e Lehre von Tanempfindungen (1863) contenenti, oltre fondamentali dati fisici e fisiologici, uno studio anche delle percezioni ottiche e acustiche.

Wilhelm Wundt (1832-1920) pubblicò nel 1873 il primo trattato sistematico di p. s. con il titolo Physiologische Psychologie e nel 1879 fondò il primo laboratorio di p. s. a Lipsia. Wundt è considerato per questi due motivi l'iniziatore della p. s. Accettando il concetto di sensazione e di associazione come era stato formulato dagli empiristi inglesi, da John Locke a James Mill e John Stuart Mill, Wundt mirò a scoprire gli « elementi psicologici e le leggi che regolano la loro connessione.

Un anno dopo la pubblicazione della Psicologia fisiologica del Wundt, appariva un piccolo volume del filosofo Franz Brentano (1838-1917) : Psychologie vom empirischen Standpunkt che doveva esercitare un profondo influsso sulla p. s. Mentre il Wundt fissava la sua ricerca ai a con-
tenuti a di coscienza (le sensazioni), Brentano faceva rilevare l'importanza degli a atti a di coscienza che si riferiscono ai "contenuti", gli atti di ideazione, di giudizio, di sentimento, di desiderio, di decisione. A Brentano si ricollega anche Oswald Külpe (1862-1913), prima assistente di Wundt, poi professore a Würzburg, che concep i e parzialmente attuò attraverso le ricerche dei suoi allievi un grandioso piano di studio sperimentale dei a processi superiori a, del pensiero e della volontà. Attraverso i suoi allievi (K. Stumpf di Berlino, C. von Ehrenfels e A. Meinong austriaci) Brentano preparò pure il terreno alla psicologia della forma.

Nei paesi anglosassoni la p. s. assunse un carattere proprio. Sir Francis Galton (1822-1911), profondamente influenzato dalle concezioni biologiche di suo sugiun Charles Darwin, si può considerare il fondatore del metodo statistico applicato alla biologia ed alla psicologia. Convinto che lo studio della natura umana sia il presupposto per un progresso dell'umanità fondato su basi scientifiche, Galton studiò personalmente molti problemi psicologici con una nota di realismo e di praticità in netto contrasto con le tendenze alquanto teoriche degli psicologi tedeschi. Galton tentò pure una misura delle capacita umane e delle differenze individuali, e sotto questo aspetto può essere considerato anche l'iniziatore dei a testa a mentali. William James (1842-1910), per quanto aporezzasse la ricerca sperimentale ed abbia iniziato ad Harvard un piccolo laboratorio nel 1875 (antecedentemente quindi al Wundt), ha esercitato un enorme influsso attraverso i suoi Principles of Psychology (1890) pervasì da un vivo interesse non solo per i problemi scientifici, ma per quelli della vita concreta, e ravvivati da uno stile incomparabile. William James punta contro l'atomismo delle scuole tedesche e sulla importanza della a azione a nella vita psichica, come adattamento alla realtà e come sforzo verso il successo. Sulla scia di W. James, John Dewey e James Angell propongono una a psicologia funzionale a, non nel senso dello studio delle funzioni psichiche come erano intese da Brentano, quanto come interpretazione della attività psichica in funzione e delle necessità degli organismi.

Dal a funzionalismo a discende il a behaviorismo a, propugnato, a partire dal 1913, da John Watson (n. nel 1878). Watson iniziò la sua attività con studi di psicologia animale e, reagendo ad una certa mentalità che attribuiva indiscriminatamente agli animali caratteri psicologici propri dell'uomo, affermò che, come si può studiare il a comportamento a (behavior) degli animali senza far ricorso ai fatti di coscienza, cosi si può prescinderne anche nello studio dell'uomo, e fondare invece la psicologia esclusivamente sui dati oggettivi del comportamento, intese come risposta a ben determinati stimoli. Questa posizione estrema si andò mitigando, quando Watson si trovò a dover fare i conti anche con il resoconto verbale (verbal behavior), che le costrinse a riammettere, sotto nome diverso, molto introspezionismo, che in un primo tempo aveva bandito. Il behaviorismo stimolò la ricerca sperimentale e orientò la psicologia verso lo studio della condotta e del rendimento.

Va ricordato che, prima del behaviorismo, la Psicologia oggettiva di Bechterew (pubblicata nel 1907) aveva proposto una psicologia fondata sulla osservazione esterna e sul concetto di a riflesso a. Ivan Pavlov (1849-1940) confermò questo punto di vista con la dottrina dei a riflessi condizionati a. Oltre ai riflessi congeniti, che si conoscono come risposta obbligata ad uno stimolo (il restringersi della pupilla ad una luce intensa), Pavlov mostrò l'esistenza di a riflessi condizionati a, che cioè hanno luogo non perché uno stimolo sia adeguato a produrli, ma perché questo stimolo è diventato efficace, a a condizione $a$ di essere stato presentato con uno stimolo sempre efficiente. (p. es., il gatto corre al rumore prodotto dall'affilare i coltelli, non perché esso costituisce un richiamo obbligato per lui, ma perché questo rumore si è associato alla carne, che può trovare). I riflessi condizionati, secondo Pavlov, si formano nella corteccia cerebrale e consentono la connessione funzionale fra zone anche molto lontane di essa. Per quanto il lavoro compiuto dalla scuola di Pavlov sia pregevolissimo dal punto di vista strettamente fisiologico,

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rimane la domanda se proprio un fatto di sua natura passivo, come è il riflesso, possa essere il cardine di tutta l'attività psichica.

Il behaviorismo, come pure alcuni canoni della psicologia wundtiana, furono vivacemente attaccati dalla scuola della forma (Gestaltpsychologie) fondata in Germania da Max Wertheimer (1880-1943), Wolfgang Köhler e Kurt Koffka, e poi trapiantata in America, anche in conseguenza della persecuzione razziale che costrinse questi studiosi a lasciare la Germania.

Essa è anzitutto una vigorosa reazione all'atomismo psicologico, e afferma che la psicologia deve volgersi alla studio delle strutture totali, che si presentano alla nostra osservazione spontanea, ed al sistema di forze interne che le costituisce in unità, senza cadere nelle analisi fittizie dell'introspezionismo, né rinunciare, come ha fatto il behaviorismo al valore della introspezione. Quando vediamo un quadrato, è il quadrato che noi vediamo: e non la somma dei suoi elementi, ossia delle sensazioni corrispondenti agli elementi in cui pensiamo di scomporlo. Noi vediamo la "forma" del quadrato, anche quando cambiano le sensazioni elementari di cui dovrebbe essere costituito : cioè vediamo un quadrato tanto se è delineato da quattro rette perpendicolari nere, o colorate, o punteggiate, o anche è accennato da quattro punti isolati in un reciproco rapporto caratteristico. La psicologia della forma ha contribuito validameate al progresso di alcuni problemi della psicologia, specialmente quelli della percezione.

Non va tralasciato un cenno alla Psicologia ormica di W. Mac Dougall (1871-1937), che sottolinea come carattere distintivo del fatto psichico l'attiva ricerca di un tale o conclusione, e dà grande importanza allo studio degli istinti. Dalla psicologia ormica e dalle scuole psicanalitiche (v. psicanalisi) è stato dato forte impulso allo studio della affettività e della motivazione.

I "mental tests ", o "reattivi mentali" (come propose di chiamarli De Sanctis), sono prove (sia sotto forma di domanda o di problema o di compito da eseguire) congegnate in modo semplice e rapido, per mettere in luce particolari funzioni o caratteri psichici e valutarne l'efficienza, dal confronto fra le prestazioni di diversi individui.

I reattivi mentali richiedono un lungo lavoro di preparazione e di prova su un grande numero di soggetti per consentire una misura, sia pure relativa, di diverse attività psichiche. In questo senso essi vanno considerati come "prodotti" e strumenti della p. s.

Sembrerebbe che il gran numero di scuole e la grande varietà di tendenze nell'ambito della psicologia indichino la sua inadeguatezza al compito. Ciò in parte è vero; ma è anche vero che, se molte sono le vie con cui si studiano i problemi psicologici, e che, se non tutte giungono allo scopo, tutte hanno portato il contributo a una scienza in rapido sviluppo, la cui importanza si impone ogni giorno più. Si noti però come la p. s., nel senso stretto e lato della espressione, si sia affermata come lo studio naturalistico del fattore umano. Con questa limitazione essa vorrebbe evitare di proposito problemi di ordine filosofico, ma non sempre può farlo, e spesso introduce di contrabbando concezioni filosofiche, che debbono essere valutate e discusse. Ecco perché è augurabile che la psicologia sia affiancata da una filosofia che ne comprenda i problemi, ne accolga i risultati e li inquadri in una concezione totale dell'uomo.

Bibl., A. Gemelli, Nuovi metodi e orizzonti della p. s., Milano 1984; E. G. Boring, $A$ hist. of experimental psychology, Nuova York 1929; S. De Sanctis, P. 1., 2 voll., Roma 1929-30; R. S. Woodworth, Experimental psychology, Nuova York 1038; id., Contemporary schools of Psychology, Londra 1930; A. Ge-melli-G. Zanini, Introduz. alla psicologia, $2^{2}$ ed., Milano 1950; G. Zanini, Psicologia. Scuole di psicolog. moderno, $2^{2}$ ed., Brescia 1950.

Giorgio Zanini
PSICOLOGISMO. - Indica, in generale, "la tendenza a far predominare il punto di vista psicologico (cioè l'analisi empirica e l'osservazione scientifica dei fatti e delle loro "leggi causali ") sul punto di vista specifico di altri studi (in particolare della teoria della conoscenza e della logica)" (A. Lalande,

Psychologisme, in Vocab. de la philos., $5^{2}$ ed., Parigi 1947, pp. 836-37). Il termine è stato precisato soltanto con le controversie che a principio di questo secolo hanno contrapposto, in Germania, alcune forme di neokantismo (Rickert, Natorp) e il tentativo, da parte di Husserl (v.), di costituire una logica e una fenomenologia (v.) "pura", sia alla psicologia inglese classica (Hume, Mill, Spencer), sia ad alcune tendenze della logica (Erdmann, Sigwart) e concezioni della psicologia (Wundt, Stumpf, Lipps, Brentano). Pur non inchiudendo, per sé, un senso peggiorativo (E. Husserl, Logische Unters., cit. in bibl., I, p. 52) né sistematico, l'uso che ne fanno i suoi critici, innanzitutto Husserl, conferisce allo p. l'unità organica di una dottrina, non sempre conforme alla lettera (se pure non allo spirito) degli autori citati.

Secondo Wundt (Psychologismus und Logizismus, in Kleine Schriften, cit. in bibl., I, pp. 511-54) lo p. e il suo opposto, il logicismo, ripresentano l'antica antitesi fra empirismo (v.) e razionalismo (v.); da una parte e dall'altra la stessa pretesa totalitaria; lo p. trasforma la logica in psicologia, il logicismo la psicologia in logica (ibid., p. 156 sg.). Nella sua espressione rigorosa il p. risolverebbe nella psicologia la filosofia sens'altro : "L'estetica è la psicologia del bello e dell'arte, l'etica la psicologia della volontà morale, la logica la psicologia della formazione del concetto e del ragionamento" (ibid., p. 513).

Secondo Husserl lo p. può essere considerato tanto sul piano della logica pura che della fenomenologia pura. Sul piano logico può riassumersi nelle seguenti proposizioni : 1) "le leggi normative della conoscenza debbono essere fondate sulla psicologia della conoscenza stessa" (Logische Unters., I, cap. 8, p. 154). Di qui la riduzione delle leggi logiche alle leggi empiriche di associazione od opposizione e, in genere, delle "leggi normative" alle "leggi di efficienza" (ibid., pp. 66-69, 78 sg., con citazioni di Mill e Spencer). 2) Nei fenomeni psichici rientra lo stesso contenuto della logica : rappresentazioni, giudizi, conclusioni, verità, probabilità, possibilità, necessità non sono che atti psichici e loro modalità; la logica è pertanto funzione della psicologia (ibid., p. 167 sg.; p. 52). 3) La verità appartiene al giudizio (v.); ma poiché il giudizio è vero in quanto evidente, e l'evidenza (v.) è un valore d'ordine psicologico-soggettivo, la logica rientra per questa via nella psicologia (ibid., p. 180 sgg.). Sul piano fenomenologico lo p. può caratterizzarsi in tre motivi principali : 1) riduzione dell' oggetto o essenza "all'oggetto empirico e pertanto di ogni conoscenza (v.) a esperienza (v.), di ogni scienza, anche "pura", quale la matematica, a scienza positiva (Ideen, cit. in bibl., I, sez. 10, cap. 1, p. 17 sg.). 2) Confusione dell'arte con l'oggetto del conoscere e quindi riduzione degli oggetti a fatti psichici (Zustände; cf. ibid., cap. 2, p. 40 sg.; Log. Unters., I, cap. 8, pp. 170173). 3) Confusione dei problemi di "genesi" con i problemi di "struttura"; poiché, p. es., le "essenze matematiche " hanno origine dall'esperienza (come d'altronde ogni conoscenza; cf. ibid., I, p. 73), si conchiude che il senso e il valore di tali conoscenze non trascende la loro origine empirica (Ideen, cit. in bibl. I, sez. 10, cap. 2, p. 45). In conclusione, secondo Husserl lo p. si risolve in un empirismo integrale e, quindi, in scetticismo e relativismo assoluto (ibid., p. 37 e Log. Unters., cap. 7).

Fuori di ogni controversia, è opportuno distinguere lo p. come dottrina, come tendenza, come metodo. 1) Lo p. dottrinale (dato che effettivamente esso si dia; fuori della scuola inglese, sembra doversi ritenere, con Wundt, che storicamente si tratti piuttosto di "comprensesso") incorre di fatto in alcune delle critiche fondamentali mosse da Husserl. La distinzione fra atto e suo contenuto, fra "causale" e "normativo", l'analisi della coscienza come struttura intenzionale (v. intenzionalitù) rappresentano un apporto decisivo della fenomenologia (v.). a) Lo p. come tendenza non è se non l'esagerazione (per lo più professionale e quindi non sempre cosciente) di un atteggiamento legittimo che si connette all' unità soggettivo-antropologica della conoscenza " (Husserl, Log.

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Unters., I, pp. 173-74) e di ogni altra attività (arte, logica, etica ecc.). In questo senso la psicologia interessa universalmente, ma dal punto di vista dell'attività soggettiva, tutte le scienze dell'oggetto (cf. id., Formale u. Transzend. Logik, pp. 34-35, dove la psicologia è detta Wissenschaft von allen Subjektiven). Nella direzione opposta il logicismo è ugualmente l'esagerazione della tendenza oggettiva, in se stessa legittima. Il conflitto fra i due indirizzi contribuisce a contenere le intemperanze dell'uno e dell'altro. 3) Lo p. metodologico si rende conto delle inevitabile parzialità dello p. e del logicismo. In realtà la "scienza" non è né un flusso psichico di "cogitationes", né un semplice agglomerato astratto di "cogitata" o un sistema di norme. Ma in questa totalità indivisa lo psicologo intende delimitare, per un'astrazione metodologica, un campo di osservazione o riflessione che egli, per principio appunto di metodo, non intende oltrepassare. Tale intento, secondo l'adagio "abstrahentium non est mendacium ", va riconosciuto in se stesso legittimo.

BibL.: W. Wundt, Kleine Schriften, I, Lipsia 1910, pp. 211 634; V. Delbos, Husserl. Sa critique du psychologisme et sa conception d'une logique pure, in Rev. de métaph. et de mor., 1911, pp. 683 698; E. Lask, Die Lehre vom Urteil, Tubinga 1912; E. Husserl, Ideen zu einer reinen Phänomenologie, I, Halle 1913, trad. it. Torino 1950; M. Heidegger, Die lehre vom Urteil im Psychologismus, Lipsia 1944; H. Rickert, Gegenstand der Erkenntnis, $3^{4}$ ed., Tubinga 1921, p. 142 sq.; E. Husserl, Logische Untersuchungen, I, Halle 1928; id., Formale und transzendentale Logik, ivi 1920; N. Hartmann, Grundzüge einer Metaphysik der Erkenntnis, I, $3^{4}$ ed., Berlino 1940, sez. 14, cap. 2; M. Campo, Psicologia logica e ontologica nel primo Heidegger, in Riv. di filos. neurol., 31 (1925), p. 474 499.

Stainalso Breton
PSICONEVROSI. - Termine adoperato per la prima volta da Dubois (1904) per indicare, nel vasto gruppo delle neurosi, le forme con preponderante intervento delle rappresentazioni mentali.

La maggior parte degli autori usa indifferentemente, come sinonimi, i termini di "nevrosi" e "p. s; solo gli psicanalisti riservano il termine di p. a particolari forme denominate "nevrosi di transfert" (v. psicoterapia).

Tralasciando le molte varietà che si incontrano nelle molteplici classificazioni moderne, si può dire che la p., che compare senza una personalità anormale e senza una causa psicogena sufficiente, può designarsi con il concetto generico di "malattia", parallelamente alla psicosi. Si avrebbe cosi una p. isterica, una ossessiva, una nevrastenica (con quattro varietà: semplice, psichestesica, fobica, ipocondriaca) e una disforica (con due varietà: melanconia pseudonevrastenica nei disforici depressi, p. d'ansia nei disforici ansiosi). I quadri puri si potrebbero combinare insieme in p. miste, p. es. : di ansia e allarme, intero-nevrastenica, ossessivo-ansiosa, di allarme e coazione, ecc.

Per la sintomatologia e la diagnosi differenziale delle varie forme di p. vedi le voci rispettive.

Una forma molto importante dal punto di vista me-dico-legale va accennata, ed è la p. da indennizzo (o sinistrosi, Rentenneurose) che è una sindrome psicogena posttraumatica mediata, il cui profilo clinico, con rappresentazioni rivendicatorie, può giustificare una nosografia distinta. In essa l'importanza del trauma psichico o somatico è da tutti ritenuta del tutto secondaria rispetto alla situazione assicurativa dell'infortunato; la grande maggioranza degli infortunati non presenterebbe sindrome post-traumatica, se non fosse assicurata. Fattore importante è l'influenza della personalità premorbosa. Sintomatologicamente, si osservano quadri nevrastenici, isterici (pseudodemenza psicogena), ipocondriaci (con atteggiamento querulomane), misti. A volte la diagnosi differenziale con un quadro psiconovrotico puro può essere molto difficile. Il quadro scompare in genere rapidamente appena l'infortunato ha ottenuto l'indennizzo.

Per quanto riguarda l'imputabilità morale, v. PSICOPATICHE PERSONALITÀ.

BibL.: della copiosissima bibl., oltre alle opere più particolari citate nelle voci relative, basta accennare qualche opera
più recente e generale: p. es., M. Gozzano, Compendio di psichiatria, Torino 1947; L. Bini, T. Bazzi, Le p., Roma 1949; A. Vallejo Ntagera, Tratado de psiquiatria, $2^{2}$ ed., Barcellona 1949; H. Bices, Manuale di psichiatria pastorale, Torino 1950, pp. 100-104. Bruno Callieri

PSICOPATICHE, PERSONALITÀ. - Vanno intese cosi quelle personalità abnormi che soffrono e fanno soffrire la società (K. Schneider). Nel secolo scorso si parlava volentieri della moral insanity (Prichard), di cui furono sostenitori autorevoli il Carpenter e il Maudsley; della manie raisonnante (Pinel), della folie lucide (Trélat), della folie morale (Falret). Si insisteva molto (Magnan) sull'autonomia nosografica di tali sindromi. Alla dottrina del Morel, che inseriva la pazzia morale nel quadro della degenerazione, si ricollegarono direttamente le prime vedute del Lombroso (1872-85) sull'immoralità costituzionale: il delinquente nato, come rappresentante di una vera degenerazione mentale, con le stigmate antropologiche della decadenza somatica, cornice visibile della degradazione etica. Dopo il 1885 il Lombroso pretese di assimilare la delinquenza congenita ad una varietà di epilessia, affermando in tal modo un patologismo sempre più marcato.

Il primo ad occuparsi sistematicamente della psicopatologia e dell'inquadratura nosografica degli psicopatici fu J. L. A. Koch che nel 1893 pubblicò un accurato studio dal titolo significativo Die psichopathischen Minderwertigkeiten; per questo autore, cioè, l'abnormità equivaleva ad una menomazione, ad una minorazione: minus habens, abnorme, psicopata erano termini equivalenti. Jaspers, nel 1913, mostrò acutamente l'insostenibilità della posizione che, fino ad allora, considerava il concetto di malattia come un concetto di valore, e ciò sia in medicina generale che in psichiatria: il concetto di valore di ciò che è patologico venne cosi a risolvere in un concetto di Essere, libero da valore (wertfreier Seinsbegriff). Nel 1922 Gruble nella sua Psicologia dell'abnorme affermò la netta separazione del valutare (Bricertee) dal conoscere (Erkennen). Per lui, psicopatico equivale ad abnorme, senza considerare affatto il valore dell'abnorme; quindi, in tal senso, il genio e il delinquente si equivarrebbero. Nel 1923 Kurt Schneider impostò la sua concezione su di un piano molto più pratico, cercando di raggruppare quegli abnormi con cui ha a che fare il medico. La sua definizione, che è quella riportata sopra, non poggia su alcun giudizio di valore, in quanto ammette la possibilità che individui plus habentes, abnormi proprio per il loro valore, possano non soffrire o non far soffrire gli altri, possono cioè non essere psicopatici. In termini di gnoseologia aristotelica l'abnorme è un concetto più generico ed estensivo, lo psicopatico è un concetto più specifico e comprensivo. Il concetto di "norma" (v. biometria; normotipo) racchiude in sé importanti quesiti filosofici e psicologici, sia come norma ideale (ciò che dovrebbe esser normale) che come norma reale (ciò che è normale), sia come norma media (concetto generale, biologico-naturale, razionale, esente da contraddizioni, ma formale e vuoto) che come norma di valore (concetto individuale, psicologico-umano, ricco di contenuto); tali concetti, comunque, sono tutti relativi : p. es., il concetto di norma media può esser utile solo in questioni biologiche e di scienze della natura, il concetto di "norma come valore" solo in questioni psicologiche e di scienze dello spirito. K. Schneider cerca di superare il relativismo del concetto di norma con il suo concetto di "norma media reale, senza giudizio di valore"; però in tal modo il singolo viene considerato non nella sua intrinsecità individuale comprensibile, ma nella sua estrinsecità non comprensibile, cioè viene preso come uomo medio, non come individuo.

Quasi tutti gli autori sono oggi d'accordo (MüllerSuur) nel ritenere che le personalità abnormi sono divergenze quantitative (non qualitative) più spiccate di quelle che si considerano variazioni di una personalità nell'àm-

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bito della norma media reale. Il passaggio tra personalità normali e abnormi avviene per gradi successivi, senza limiti netti, insensibilmente (agli estremi di una curva di Gauss).

Le p. p. non costituiscono nulla di "patologico", se come "patologici" si intendono quei disturbi psichici (abnormità qualitative) che sono condizionati da processi organici, dalle loro conseguenze funzionali e dal loro esiti; ciò vale a dire che il correlato somatico delle p. p. non è una malattia o una malformazione; si potrebbe pensare, tutt'al piú, come un'abnormità quantitativa della struttura o della funzione. La psichiatria classica separa nettamente e fondamentalmente le personalità abnormi (psicopatiche) dalle psicosi, ciclotimiche e schizofreniche, postulate con buone ragioni come "patologiche». Anche alcuni autori di lingua inglese sembrano oggi tornare a tale distinzione (Karpman). Non vi sono gradi di passaggio tra p. p. e psicosi, anche se non si può negare una certa predisposizione costituzionale per queste ultime (p. es., lo schizoidismo). Le personalità abnormi sono variazioni congenite, provenienti da una disposizione generica, non necessariamente ereditaria; esse risentono largamente dello sviluppo e delle oscillazioni del loro substrato non-visuato (unerlebi) e dell'effetto di avvenimenti ricchi di carica emotiva (Erlebnisse).

Classificazionc. - Le singole caratteristiche umane possono venir sistemate schematicamente, almeno entro certi limiti, e i diversi tipi psicopatici si possono far derivare dalle loro varie esagerazioni. La classificazione oggi più seguita è quella di Schneider, che è asistematica, perché egli ritiene impossibile l'esistenza di una pato-caratteriologia sistematica pura. Schncider descrive una serie di tipi, non paragonabili l'un l'altro, pur ammettendo la possibilità di numerose e molteplici combinazioni tra di loro. E importante conoscere la descrittiva delle p. p. soprattutto per la diagnosi differenziale con le psicosi e quindi per la diversa gravità di giudizio prognostico. A volte la differenziazione può esser estremamente difficile, come, p. es., accade sovente riguardo al "difetto" schizofrenico.

Schneider distingue: 1) psicopatici ipertimici, semplici e compensati" (questi ultimi sembrano non rientrare nelle vere psicopatie ma solo nelle abnormità) : sono soggetti impulsivi, vivaci, attivi, ma negligenti, superficiali, pieni di buoni propositi che non verranno mai attuati. 2) Psicopatici depressi, con variante melanconica e di malumore; questi ultimi sono freddi, sospettosi, broutoloni, aspri, irritabili, disforici, a volta malvagi e maligni. 3) Psicopatici insicuri di se stessi, varietà non molto lontana dalla precedente e riconducibile in gran parte ai "sensitivi" di Kretschmer. Si tratta di una insicurezza interiore, con scarsa fiducia in se stessi, accompagnata da timidezza; spesso, ma non sempre, il sentimento di insufficienza riguarda l'atteggiamento etico con spiccato senso di autocolpevolezza. Da questo tipo di personalità derivano frequentemente gli : 4) Psicopatici anancastici, i fobici, gli enenissi (v. Psicosi ossessiva) : attraverso i pensieri, rappresentazioni, sentimenti, impulsi, azioni coatte, risalta sempre il carattere psicopatologico fondamentale della "coazione", cioè di un contenuto di coscienza di cui il soggetto non si può liberare, pur giudicandolo nelle stesso tempo come assurdo nel suo contenuto o almeno come rigidamente dominante senza alcun motivo. 5) Psicopatici fanatici, personalità marcatamente attive, espansive; il fanatico personale (querulomane) combatte per il suo preteso diritto, il fanatico della idea lotta per il suo programma. Vi sono però anche fanatici calmi e inciturni, distaccati dalla realtà, stravaganti, fantastici, come alcuni settari ( matte Fanatiker» di Schneider): nei gelosi, personalità non semplicemente espansive ma più complesse (Kretschmer), come anche nei querulomani possono determinare "sviluppi» paranoidi. 6) Psicopatici bisognosi di valore (Geltungsbedürftige) : si tratta di personalità che vogliono apparire più di ciò che sono in realtà. Tale bisogno di valore viene mostrato in modo eccentrico, per richiamare l'attenzione, oppure vengono raccontate millanterie o recitate fandonie : si tratta cioè di quella che veniva chiamata
"pseudologia fantastica " e che meglio viene designata con il vocabolo Renommieren; questi che si potrebbero chiamare cavalieri d'industria recitano una vera e propria parte teatrale, quella che la vita reale rifiuta loro. 7) Psicopatici labili di umore: si tratta di una eccessiva reattività in senso depressivo sopra un fondo che, di per se stesso, non è determinato reattivamente; tale malumore, tale disforia stanno quasi sempre alla base degli eccessi nel bere, del vagabondaggio (poriomania), della prostituzione; il malumore qui è sempre primario; a volte tali labili di umore vengono designati come "epiletoidi", ma senza alcun motivo, anzi scorrettamente. 8) Psicopatici esplosivi : personalità eccitabili, irritabili, colleriche, con reazioni primitive (Kretschmer). 9) Psicopatici atimici (Gemblisse) : sono personalità con scarso e nessun senso di compassione, pudore, pentimento, onore; sono spesso freddi, rigidi, brutali, crudeli, istintivi; non si può qui parlare di " debolezza del senso morale", intesa nel campo delle frenastenie, perché tali soggetti non hanno deficit intellettivi congeniti; sono praticamente inaccessibili ad ogni tentativo di correzione, di miglioramento, di educazione; non bisogna dimenticare che oltre agli atimici criminali (specie sessuali) vi sono anche atimici sociali, ferree nature, che "passano sopra i cadaveri": qui spesso l'intelligenza è eccellente. 10) Psicopatici abulici (Willendorf) : sono facilmente influenzabili, accessibili e quindi, parzialmente rieducabili; il loro volto sociale è dato dalla mancanza di fermezza. 11) Psicopatici astenici, non in senso fisico ma solo caratteriologico; sono soggetti che si lamentano di scarsa capacità di concentrazione e di prestazione, di deficienza della memoria, a volta di Erlebnisse di depersonalizzazione (il mondo delle percezioni, i propri sentimenti e le proprie azioni appaiono lontani, irreali, svaniti).

Tali classificazioni e suddivisioni tipologiche sono state spesso criticate e spesso a ragione. Si parla di tipi psicopatici come di una diagnosi; si tratta però d'inquadrature che mettono in evidenza solo alcune particolari proprietà; l'individuo possiede moltissime altre proprietà, anzi innumerevoli ed anche molto importanti, p. es., quelle etiche, le quali, non interferendo con la designazione diagnostica, restano nell'oscurità, inclassificate. D'altra parte la denominazione tipologica degli psicopatici fa spesso credere di poter giungere a una comprensione "totale" o quasi dell'individuo, mentre invece la classificazione è sempre incompleta e particolare e si basa su caratteristiche situate a profondità psichiche differenti: usando i concetti di J. H. Schulte, si potrebbe dire che esistono psicopatici di nucleo (Kernpsychopathen) e psicopatici periferici o di cornice (Randpsychopathen).

Una differenza concettuale e metodologica molto importante tra psicopatie e psicosi sta nel fatto che in queste ultime si tende a prescindere dal contenuto, dal tema, dall'impronta individuale, per penetrare nello strutturale, nel "formale"; invece nello psicopatie ciò che è essenziale è il contenuto, il quid. E proprio in tale motivo risiede la difficoltà dell'inquadramento descrittivo dei tipi psicopatici; tanto più che alcuni tratti caratterologici si escludono a vicenda, mentre altri spesso coincidono : un ipertimico compensato non può essere insicuro di sé, un fanatico non può essere abulice, pur senza che i due contrari si escludano logicamente l'un l'altro : così, non raramente gli ipertimici sono esplosivi e i depressi spesso astenici. E evidente che "l'incommensurabile territorio dell'essere psichico, anche nelle sue varianti abnormi, non si lascia astrattamente dominare da nessuna specie di diagnosi clinica, da nessun modulo di denominazioni patologiche" (Schneider).

Né si deve credere che la denominazione tipologica di uno psicopatico sia necessariamente indice di qualcosa di durevole: chiunque può essere in gioventù un insicuro di sé o un bisognoso di valore, e, in seguito, perdere tali caratteristiche o compensarle quasi completamente; spesso ciò accade nel caso degli astenici.

Pochi autori hanno considerato quali tratti della personalità possano essere indeboliti, rafforzati, sviluppati o addirittura formati dagli Erlebnisse e quali no; nelle disposizioni (Anlage) più deboli il fattore di plasmabilità è

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molto marcato, p. es., negli insicuri, nei depressi, negli astenici.

Kahn ha parlato chiaramente di "episodi psicopatici ", sia endogeni, sia reattivi; su questi ultimi la psicoterapia esplica azione efficace perché anche essa è un Erlebuis.

Comunque, tenendo presenti tali riserve cliniche, la tipologia (e Schneider lo riconosce esplicitamente) può ancora oggi venire utilmente usata malgrado il suo limitato valore conoscitivo.

Brill. K. Jaspers. Allgemeine Psychopatologie, 1* ed., Berlino 1913 (3* ed., iv 1948); H. W. Grubje, Psychologie des Abnormen, in F. Kafka, Handbuch der vergl. Psychologie, III, Monaco 1922; E. Tanai-E. Lugero, Trattato delle malattie mentali, II, Milano 1923; K. Schneider, Die psychopathischen Persbelschheiten, Vienna 1923 (9* ed., 1920); E. Kahn, Die psychopathischen Persbelschheiten, in G. Bumke, Handbuch der Geisteskrankheiten, V. Berlino 1928; L. Klages, Bemerkungen zur sogeuanuten Psychopathie, in Nervenarzt, 1 (1928). pp. 201; A. Homburger, Versuch einer Typologie der psychopathischen Konstitutionen, ibid., 2 (1920). pp. 134; Ph. Lersch, Der Aufbau des Characters, Lipsia 1938; E. Kretschmer, Medizinische Psychologie, Smoccarda 1947; A. V. Nägera, Tratado de Psiquiatria, Barcelona 1949, p. 1033 sge.; H. Bless, Manuale di psichiatria pastorale, Torino 1950, pp. 63 sge.; 122 sge.; G. E. Müller-H. Sour, Das psychisch Abnorme, Berlinio 1950; B. Karpman, Psychosis with psychopathie personality: an untenable diagnosis, in Psychiatrie Quart., 23 (1951), pp. 618. Bruno Callieri

Imputabilita morale. - Per un'accurata determinazione dell'imputabilita morale i singoli casi anormali devono essere considerati separatamente. Le anormalità infatti, come tali, non sono che astrazioni : nella realtà si hanno solo individui anormali, per cui, eccetto i casi in cui l'attività delle facoltà superiori non soffre nessun detrimento e quelli nei quali quest'attività è totalmente perturbata, il grado di imputabilità nei casi di anormalità è vario secondo i vari individui ammalati. I casi estremi, in cui l'imputabilità rimane intera o è del tutto tolta nelle p. p., sono da considerarsi come eccezionali. Generalmente l'imputabilità non rimane intatta, ma neppure viene annullata: è solo diminuita. La diminuzione di imputabilità riguarda solo gli atti che sono influenzati dall'anormalità e non gli altri. La diminuzione, inoltre, si ha considerando solo il valore dell'atto nel momento dell'imputabilità in causa che può esserci stata, direttamente e indirettamente, e riguardo all'anormalità stessa e riguardo ai suoi effetti. L'intero giudizio morale deve tener conto anche di queste responsabilità. Pietro Palazzini

PSICOSI MANIACO-DEPRESSIVA. - La p. m.-d., come entità nosologica indipendente, nasce con l'opera di Kraepelin nel 1893. Già negli anni precedenti (1877-93) alcuni psichiatri francesi (Falret, Baillarger, Morel) avevano affermato l'unicità morbosa delle forme maniacali e melancoliche; successivamente Kretschmer (1921) ne studiò l'aspetto costituzionale, Luxemburger (1936) ne complicò il quadro dal punto di vista genetico e tutta l'entità morbosa prese aspetto definitivo sia per le forme tipiche, che per quelle di passaggio, su alcune delle quali verte ancora il dubbio sulla legittima appartenenza a tale malattia.

La p. m.-d. è una psicosi endogena ed ereditaria, che presenta come sintomo primario alterazioni della sfera affettiva. Le note caratteristiche che ne fanno un quadro a sé ben definito, sono principalmente : la variabilità (possibilità di comparsa nello stesso infermo di disturbi psichici periodici e diversi : fasi maniacali e melancoliche, confusione mentale, stupore, periodi deliranti); la benignità (tali periodi di alterazione psichica, dopo un tempo più o meno lungo, possono guarire, o comunque non conducono quasi mai allo stato demenziale, a differenza delle altre psicosi endogene); l'ereditarietà (in unione con la costituzionalità e che ha notevole importanza sia genetica che diagnostica); infine, secondo Bleuler, la capacità di regolare, sul tono dello stato affettivo, tutto il patrimonio ideativo (capacità quindi di sintonizzare con l'ambiente anche in condizioni piuttosto gravi). Considerata la p. m.-d. come una malattia costituzionale ed ereditaria, appare la sua notevole differenza dalle altre psicosi endogene o esogene e viene ribadito un c