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uadagnare di più, infortunarsi di meno, gustare la gioia del lavoro), la società trae vantaggio, perché migliorando la produzione aumenta il benessere pubblico; si risparmia molto danaro che dovrebbe essere devoluto per sussidi, pensioni, opere per invalidi del lavoro; i cittadini soddisfatti del proprio lavoro e dei guadagni vivono più tranquilli; si eleva il tenore di vita dei lavoratori. Nell'orientamento professionale devono rimanere salvaguardate e tutelate le libertà individuali (consiglio e non imperio), tenuto anche conto dei compensi e delle supplenze che da ciascuno possono essere messe in atto secondo le circostanze.
3. Attuazioni moderne. - Edoardo Claparède presentò nel 1922 alla Società delle Nazioni una relazione che racchiude i principi fondamentali su cui ancor oggi poggia l'orientamento professionale. Prima di lui si erano occupati del problema molti studiosi fra cui Rieger de Wurzburg (1885), Mac Cattel (1890), Binet e Simon (1902), Pearson e Shaw (1908), Arthur Nyns (1908), Mira (1909), Pizzoli (1920).

Data la riconosciuta importanza dell'orientamento professionale in tutte le nazioni civili sono sorti centri che lo attuano con ottimi risultati; anzi alcuni paesi hanno ritenuto opportuno stabilire una legislazione in proposito. In Francia l'orientamento professionale è nato ufficialmente con decreto 25 maggio 1938, elaborato dietro studi eseguiti da organi della Confederazione generale del lavoro, del Consiglio nazionale economico e della Direzione generale dell'insegnamento tecnico. In Belgio ha assunto carattere ufficiale dopo il decreto reale 20 febbr. 1936 ed è significativo che in questa nazione, come a suo tempo negli Stati Uniti d'America, la necessità dell'orientamento professionale sia stata sentita proprio in periodo di crisi economica; questa è la migliore smentita che possa darsi a quanti ritengono inapplicabile l'orientamento professionale nei tempi attuali. In questa nazione l'orientamento professionale si estende a quelli che si prefiggono di seguire una carriera intellettuale. In Inghilterra esso viene effettuato al termine del periodo obbligatorio di studi ( 15 -16 anni). Per quel che riguarda gli adulti valgono le cinque leggi sulla sicurezza sociale che sono entrate in vigore il 15 luglio 1948. Negli Stati Uniti d'America il servizio di orientamento professionale è connesso con l'adattamento dell'uomo al suo lavoro e con il suo eventuale riadattamento; è associato alle provvidenze per il collocamento; viene esercitato ininterrottamente per tutta la vita, si estende a tutti i cittadini. Ca. 7000 orientatori specializzati svolgono il loro compito nelle scuole, un
vero esercito di consiglieri e numerosi organismi pubblici provvedono all'orientamento degli adulti. Esistono servizi di orientamento per impiegati, ex-conductorii, mandato di guerra, di riattamento professionale, ecc. Nella Nuova Zelanda l'orientamento professionale è obbligatorio nella scuola mentre è libero per gli adulti; questo è connesso con i servizi di collocamento della mano d'opera. Nell'Unione delle Repubbliche Sovietiche l'orientamento professionale mira ad ottenere il massimo e meglio nella produzione con il migliore adattamento dell'uomo al proprio lavoro.

In Italia si trova tuttora allo stato embrionale; tra le iniziative sono da ricordare il Consultorio universitario per l'orientamento professionale di Firenze, fondato e diretto dal Marzi, l'Istituto per le applicazioni della psicologia all'orientamento professionale del Comune di Firenze, diretto anche questo dal Marzi, il Centro per l'orientamento professionale del Comune di Torino sorto per merito di Massucco Costa, il Centro per l'orientamento professionale del Gemelli presso l'Università del S. Cuore di Milano, i Centri di psicologia applicato per il riattivamento del fle, presso i sanatori Ramazzini e Forlanini di Roma.

L'orientamento professionale per poter riuscire veramente efficace deve trarre le sue basi non tanto da concezioni teoriche quanto da dati sperimentali e da profili professionali debitamente elaborati, collaudati dal riscontro pratico. Riferendo ad essi i risultati di esami psicotecnici effettuati ad aspiranti a singoli mestieri e professioni, si traggono elementi di giudizio che sono di guida all'orientatore. L'orientamento professionale non può dunque essere improvvisato ma suppone una lunga serie di studi preliminari che richiedono competenza e un adeguato attrezzamento tecnico.

Bibl.: E. Claparède, L'orientation professionelle. Ses pre. bêmes et ses méthodes, Ginevra 1922; M. Ponzo, Alla ricerca delle attitudini nei giovani, Torino 1929; G. Scanca - M. Ponzo, Rapports sur quelques problèmes de l'orientation professionaelle en Italie. Congres international de l'enseignement technique, Barcellona 1935; F. I. Keller-M. S. Viteles, Vocational guidance. throughout the world, Landes 1937; A. Marzi, L'orientamento professionale dei minorati e degli apprendisti al Centra Studi del lavoro, Torino 1941; A.-M. Bouvier - R. Marcellin, Les principaes problemes de l'orientation professionaelle, Parigi 1942; A. Courthol, Introduction a l'étude de l'orientation professionaelle, ses bases sociales psychologiques, ivi 1942; G. Flores d'Arcais, Il problema dell'orientamento, Padova 1944; E. P. Mani - P. A. Smith, Scientific vocational guidance and value to the choice of employment, Birmingham 1944; A. Gemelli, L'aperto nell'industria moderna, Milano 1945; id., L'orientamento professionale, ivi 1947; Atti del I Congresso nazionale di orientamento professionale - Torino 11-12 apr. 1940, Torino 1948; A. Chaponis - R. Gerner Wendel - Morgan Cliffordir, Applied experimental psychology, Nuova York 1940; E. Boganelli, Selezione psicotecnica degli operai meccanici in rapporto alle attitudini lavorative e alla prevencione dell'infortunio. in La tecnica professionale amministrativa, Ministero Trasporti, 1951, nn. 1-2; id., Valore sociale dell'orientamento professionale. - Profili di categoria. - Attitudini antinfortunio, ibid., 1951, nn. 7-8.

## Eteiterio Boganelli

PSICOTERAPIA. - La p. è la terapia mediante mezzi psicologici. Il suo campo d'azione è essenzialmente rappresentato da quei disturbi psichici e somatici in cui fattori psicologici emotivi siano i moventi causali o comunque influiscano preponderatamente nella loro genesi.

La p. ha le sue radici nei primordi dello sviluppo della umanità. Nell'antichità infatti le malattie erano spesso curate mediante contatti con stregoni, maghi, ecc., che svolgevano anche la funzione di medico. Essi si servivano di esorcismi, riti, manovre magiche, onde scacciare gli "spiriti maligni", responsabili del male. Si trattava in fondo di potenti mezzi suggestivi che facevano facilmente presa sulla psiche dei primitivi. Fu forse il carattere magico e misterioso di cui si circondavano quei "guaritori" a far considerare la p. come una cosa non seria e non degna di considerazione da parte dei medici. Un altro fattore che si oppose specie negli ultimi secoli alla p. fu l'ondata di empiricismo e di materialismo meccanicistico che pervase la scienza. Il concetto di Morgagni e Virchow che vedeva nei disturbi dell'organismo l'espressione dell'alte-

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razione di determinati organi, anai di determinati gruppi cellulari (alterazione in senso di lesione organica), si diffuse anche nella psichiatria, per cui nei disturbi della psiche si voleva vedere sempre una lesione di determinate aree cerebrali. A nulla serviva il reperto anatomo-istologico e biologico quasi sempre negativo nella stragrande maggioranza delle manifestazioni morbose mentali. Il concetto della ipotetica "lesione" della materia cerebrale certo ostacolava la terapia di dette affezioni mediante mezzi psicologici; solo alla fine del sec. xix e ai primi del sec. xx, sotto la spinta di Charcot, Barnhcin, Freud, Janet, Jung, ecc., la p., spogliata dei suoi loti misteriori e miracolistici, rientrava nella sua giusta luce nella medicina. Naturalmente un campo come questo diede facile accesso a certi abusivi ciarlatori che valsero a gettare un velo di discredito contro chiunque cercasse di risolvere i disturbi della psiche mediante mezzi psicologici.

Esistono varie forme di trattamenti psicologici. Considerato l'enorme sviluppo che in questo campo ha avuto la psicanalisi, gioverà descrivere: 1) la p. a orientamento psicanalitico, 2) le p. ad orientamento non psicanalitico.

1. P. ad orientamento psicanalitico. - La psicanalisi è un mezzo di indagine psicologica che ammette come fatto centrale l'azione del cosiddetto "inconscio" nella genesi delle nevrosi e di alcune psicosi e riconosce l'enorme importanza terapeutica del "transfert". La nostra vita psichica si svolge anche a livelli inferiori a quelli con cui noi pensiamo, vogliamo, critichiamo, ecc. Detti livelli psichici costituiscono l'inconscio, i cui contenuti sono costituiti da ricordi e da fantasie che con il tempo sono cadute nell'oblio e che noi possiamo rievocare grazie alla memoria ogni qualvolta lo vogliamo. Ma esistono altresi reminiscenze che noi non possiamo richiamare alla coscienza, perché sbiadite dal tempo o perché le percepimmo subliminalmente. Esistono anche contenuti psicologici dotati di forte carica affettiva che non sempre possiamo accettare nella coscienza perché incompatibile con le sue esigenze che sono di carattere morale, culturale, ecc.

Tali contenuti psicoaffettivi respinti vengono ad essere dissociati dalla personalità e menano in uno stato inconscio una vita autonoma (complessi), spesso interferente, ostacolante, parassitaria nei riguardi della coscienza che credendo di averli definitivamente repressi (rimozione) né à spesso soggiogata. Molte manifestazioni morbose sono appunto l'espressione del dinamismo di queste esperienze inconscie. I sintomi scompariranno quando esse, divenute nuovamente conscie, si saranno reintegrate nel complesso unitarie della personalità. Le vie di accesso a questi complessi sono le libere associazioni, i contesti soggettivi ed oggettivi e l'interpretazione, secondo determinate regole, dei sogni. Ma, per arrivare a queste, è necessario che il paziente riconosca come superare il "transfert" con il terapeuta. Che cos'è il "transfert"? E la proiezione inconscia sul mondo esterno di relazioni interpersonali passare, spesso infantili e non risolvi, che l'individuo senza rendersi conto cerca di realizzare, pur essendo esse relazioni interpersonali spesso in contrasto con la realtà attuale (mondo esterno che nella situazione terapeutica è rappresentato dall'analista). Riconoscendo e superando il giuoco interferente di tali situazioni passare sulla realtà presente, il paziente sviluppa nuovi atteggiamenti più consoni alla situazione obbiettiva attuale, vale a dire più maturi e meno nevrotici. Gli atteggiamenti infantili immaturi erano motivati dai complessi che si può dire ottenevano attraverso queste via una scarica energetica, una realizzazione cosciente. Controllando quelli e realizzando questi il paziente supera la sua nevrosi.

La tecnica psicoterapeutica consiste nel far adesior il paziente su un divano in modo tale da non vedere l'analista e questo allo scopo di rimanere indisturbato faccia a faccia della propria nevrosi, senza essere interferito dalla persona del medico. Il paziente viene invitato a dire tutto ciò che gli viene alla coscienza onde poter poi con l'aiuto interpretativo dell'analista comprendere meglio il proprio mondo inconscio e questo al fine di realizzare i nuovi dati acquisiti. Analogo valore hanno i sogni sui quali, considerato il carattere sintetico del presente lavoro,
non ci si può addentrare (cf. G. Tedeschi, Causalité e finalismo nello studio dei sogni e riflessi in psichiatria, in Lavorn neuropsichiatrico, II, Roma 1925). Va ricordato che l'analista nella tecnica classica ha un atteggiamento piuttosto passivo. La durata lunga di un simile trattamento ha indotto molti psicanalisti, specie americani, a cercare di modificarla al fine di renderla più malleabile e più breve (v. bibl.). Si tende a ridurre il numero delle sedute da giornaliere a tre alla settimana. L'analista assume l'atteggiamento più attivo e porta il paziente direttamente a confronto con i motivi della sua nevrosi senza attendere che questi fuoriescano da soli nel corso delle libere associazioni; si può dire che si cerca più che altro di applicare in modo diretto le scoperte a cui giunse la psicanalisi con la sua tecnica classica. Se il paziente non arriva a quei profondi mutamenti di personalità e pur vero che i risultati terapeutici sono abbastanza soddisfacenti, il che è molto, considerato la minore durata del trattamento (psychoterapy analitically oriented). Questi principi psicanalitici sono brillantemente applicati in trattamenti anche collettivi (group psychoterapy) il che rappresenta un vantaggio notevole quando si ha a che fare con un numero notevole di ammalati e non vi è un numero sufficiente di medici, p. es., negli ospedali psichiatrici (per la valutazione morale, v. psicanalisi).
2. P. non psico-analitiche. - Esistono svariate altre forme di p. non su base psicanalitica. Esse datano in genere da epoche molto vecchie e che sono ancora oggi applicate in taluni centri psichiatrici. Esse si basano sulla suggestione (Charcot), sulla persuasione (Dubois), sulla chiarificazione della struttura di personalità (Kretchmer), sulla liberazione di energia psichica attraverso il movimento dell'azione drammatica (psicodramma di Moreno), oppure attraverso uno stato di ipnosi (dianetica). Queste due ultime terapie, pur essendo nuove, traggono spunto da vecchie ipotesi psichiatriche.

Bial.: C. P. Dubois, Les psychonéronses et leur traitement moral, Ginevra 1909; F. Alexander, Principles of psychoanalisis, Oxford 1942; C. G. Jung, Sulla psicologia dell'inconscio, Roma 1948; S. Freud, Nuove e vecchie letture di psicoanalisi, ivi 1948; J. Moreno, Psychodrama, Nuova York 1948; K. Abrahams, Selected paters on psychoanalis, Londra 1949; F. From Reich, Principles of intensive psychatherapy, Oxford 1939; E. Kerr chmorr, Psychoterapeutische Studien, Lipsia 1930; Recenti sviluppi della psicoanalisi negli Stati Uniti. Ross. di neuropsic., 1951. Per quanto riguarda il giudizio medico sul valore psicoterapico della psicanalisi e le riserve morali circa la sua applicazione indiscriminata, v. : P. Scotti, Freud, Brescia 1948 (con larghissima bibl.); A. V. Nigera. Tratado de psiquiatria, Barcelona 1949, pp. 941-94, 1036-38; A. Gemelli, In tema di psicanalisi, in Rivista del clero italiano, 31 (1950), pp. 339-66; id., Psicanalisi e autolicitana, in Vita e pensiove, 33 (1950), pp. 249-54; autori vari, Psicanalisi, Assisi 1951; G. de Ninno, Questioni medico-morali, Roma 1951, pp. 261-61; v. anche psicanalisi. Gianfranco Tedeschi

PSICOTERAPIA CHIRURGICA (psicocnirurgia). - Una delle più recenti branche della medicina moderna; comprende tutta una serie di interventi neurochirurgici volti a guarire o ad attuare disturbi mentali cui, almeno finora, non è possibile applicare una terapia etiologica. Alcuni autori distinguono una p. «lesionale» e una «funzionale»: rientrerebbero nella prima forma gli interventi per i tumori e i traumi cerebrali, mentre quella funzionale costituirebbe la p. c. propriamente detta.

La storia della p., propriamente intesa, risale allo psichiatra svizzero G. Burchardt che fu il primo a realizzare, più di 60 anni fa, un tal tipo di intervento. Nel 1935 il portoghese Egas Moniz, ora premio Nobel, descrisse al II Congresso internazionale di neurologia, a Londra, la sua "leucotomia prefrontale": mediante uno strumento chiamato "leucotomo" si procede all'interruzione di una parte delle vie nervose che collegano i lobi frontali con il resto del cervello; verrebbero così interrotte quelle particolari modificazioni dei "collegamenti" nervosi, quei peculiari fixed neuronic patterns da cui dipenderebbero, secondo Moniz, i sintomi mentali. La lobotomia è prefrontale perché questa regione del cervello viene considerata oggi come un insieme di campi di associazione

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(aree 8-9-10-11-44-46 ecc. di Broadmann) in cui convergono le diverse rappresentazioni corticali sensitive e motorie e i processi emotivi che prendono l'impronta dell'Io. Da questi principi si sono sviluppate, in pochi anni, numerose tecniche operatorie e un fertilissimo campo di ricerca neurofisiologica, anatomoclinica e psicologica. Dal punto di vista tecnico, attualmente si pratica, in rapporto all'estensione e alla topografia dell'intervento: la lobotomia e la lobectomia, la leucotomia, la girectomia, la topectomia, la talamotomia, le escissioni sottocorticali selettive, ecc. Gli interventi, anche i più ampi, non sono gravati da una rilevante moralità operatoria; oggi però si tende ad intervenire a cielo scoperto, sia perché si può agire bilateralmente su di un sol campo operatorio (la lobotomia unilaterale è molto meno efficace), sia perché si evita il periodo di complicazioni emorragiche e di morti tardive per uremia e per disturbi trofici (Mc Lardy); la complicazione più temuta e più frequente è, genericamente, quella epilettogena.

La letteratura di tecnica e valutazione neurochirurgica è estesissima; molti autori considerano la lobotomia più efficace negli "ansiosi", sia reattivi che primari (Horanyi), mentre negli "eccitati" sarebbe più utile la topectomia; nei "deliranti" la topectomia fallirebbe, mentre la lobotomia avrebbe spesso ragione anche dei deliri più profondamente radicati (Singer). Come si vede, si tratta di indicazioni più di ordine sintomatico che nosologico. Le esigenze operatorie, comunque, oscillano tra due estremi: o attuare un intervento ampio, p. es., una lobotomia radicale, bilaterale, raggiungendo lo scopo terapeutico solo a prezzo di un deterioramento del potenziale psichico; o praticare un intervento troppo limitato e non ottenere cosi il risultato propostosi. Alcuni autori, tenendo conto del ruolo preponderante delle aree 9 e 10 nell'integrazione emotiva, delle aree pericallose nell'impulsività psicomotoria, delle aree orbitarie nel controllo del tono istintivo-affettivo, fanno ricorso alle leucotopectomie, giudicandole genericamente più adatte degli altri tipi di interventi.

La leucotomia produce in primo luogo fenomeni di deficit (attribuibili principalmente alla compromissione dei circuiti fronto-talamo-/potalamici) a carico dell'eccitabilità emotiva e, più raramente e lievemente, a carico di alcune funzioni psichiche superiori di tipo intellettivo, noetico. La maggior parte degli autori più recenti è d'accordo nell'ammettere che il decadimento dei poteri intellettivi ed etici più elevati si può considerare trascurabile in pratica, tenendo conto sia della rieducazione, sia dello stato precedente in cui generalmente si trovano i pazienti in cui viene praticata la p. c. (Gomiratti).

Ai fenomeni deficitari fa seguito una serie di "ripercussioni positive", specie nella sfera della timopsiche (affettività) e del comportamento (la p. c. è stata definita la «chirurgia del comportamento») : vengono influenzati gli stati ansiosi, iperemotivi e gli squilibri emozionali; viene modificata l'inadattabilità all'ambiente, l'inerzia, il negativismo (Puca). Ne risulta la tendenza a un nuovo equilibrio psichico, prodotto da una serie di processi compensatori e forse anche reintegrativi, verosimilmente favorito dalla diminuzione della reattività neurovegetativa.

Il problema centrale della p. c., perfettamente inquadrato nel contributo di Freeman e Watts (1950), sta tutto nella valutazione delle modificazioni durevoli, stabili della personalità. Tale valutazione, che esige una tecnica strettamente specializzata, non può essere ottenuta con precisione e sicurezza nelle forme gravi di schizofrenia (che offrono il contributo più elevato agli interventi psicochirurgici) in cui si può sempre dubitare se i sintomi siano il risultato dell'operazione o, invece, una forma autonoma di stabilizzazione finale.

Invece le alterazioni della personalità possono essere accuratamente precisate quando la p. c. viene impiegata nelle gravi condizioni dolorose, ribelli ad ogni trattamento, p. es., negli atroci dolori dell'arto fantasma degli amputati, nelle nevralgie trigeminali, causalgie, dolori talamici (in tali casi i risultati migliori sembra si ottengano, secondo Fulton, con la sezione dei quadranti infero-mediali dei lobi frontali; il dolore può restare, ma scompare
la sua realizzazione psichica [Horanyi] e la reazione emotiva ad esso). Qui, appunto, non vi sarebbero deficit nei tests standars dell'intelligenza, mentre si evidenzierebbe una riduzione reale nella capacità di mantenere un atteggiamento e un'attenzione e di fare un piano efficace; le tendenze caratteriali e reattive personali impallidiscono, si osserva compromissione delle funzioni di sintesi e impoverimento dell'immaginazione creatrice (Hoch).

L'esperienza più recente parlerebbe invece per lievi cambiamenti della personalità (Mossa, 1950; Gillies, 1952; Freeman, 1952), per cui sembrerebbe che i tanto temuti disordini della personalità non costituiscano un grave problema. L'"addottrinamento religioso" (Levine e Albert, 1951) può persistere efficiente, anche se con vario grado di intensità. "E sempre più chiaro" dice Freeman "che queste operazioni sono un metodo pratico e utile". Le opinioni però non sono affatto concordi; nell'Unione Sovietica anzi, la lobotomia è stata abolita con un decreto ufficiale (1951), perché teoreticamente incompatibile con le scoperte di Pavlov. Il disaccordo, specie per quel che riguarda gli schizofrenici, è notevole soprattutto fra neurochirurghi e psichiatri. Si può ammettere ca. un $40 \%$ di buoni risultati, con riadattamento sociale (massimi di $80 \%$, minimi di $15 \%$ ).

Un problema molto importante è costituito dal "riadattamento all'ambiente ", che avviene abbastanza rapidamente per i malati con famiglie intelligenti e comprensive; più spesso, però, è necessaria una rieducazione lunga e severa, in particolare per evitare che i pazienti si adagino nell'inerzia e nell'indifferenza. Negli Stati Uniti d'America sono molto comuni i centri di occupational therapy, istituiti anche a tale scopo.

Non è facile attualmente dare un giudizio assoluto dei risultati benefici e degli eventuali danni collaterali della p. c.; «i fatti nuovi si moltiplicano ogni giorno, si contraddicono spesso gli uni rispetto agli altri, ma la complessità dei problemi posti è così vasta che queste apparenti contraddizioni non sono mai assolute" (Puech). Nessun metodo ha dato finora una prova indiscutibile, anche se tutti contano buoni successi al loro attivo. La p. c. non può venir applicata sistematicamente a tutti gli ammalati mentali considerati incurabili, ma solo a soggetti ben studiati e accuratamente selezionati; soltanto allo specialista psichiatra rimane volta per volta la decisione dell'intervento.

Sotto l'aspetto della liceità morale, va tenuto presente che la p. costituisce lesione dei livelli più elevati della personalità del soggetto, giungendo a modificarne, in maniera difficilmente reversibile e grave, le caratteristiche intellettuali e morali. Nel giudizio di legittimità dell'intervento, bisogna quindi tener conto del punto di partenza e di quello presumibile di arrivo; la gravità dello stato mentale e la vastità dei danni già prodotti dalla malattia giustificano l'intervento : si sceglie il male minore, piuttosto che l'astensione, tanto più che la personalità modificata è superiore a quella esistente prima dell'intervento.

Caso per caso, possono presentarsi gravi problemi di coscienza in rapporto agli infiniti gradi di passaggio tra individuo normale e alienato. Il giudizio potrà essere assai dibattuto per i soggetti le cui condizioni mentali siano normali e la p. c. venga applicata per distruggere la realizzazione psichica e la grave reazione emotiva di dolori non altrimenti vincibili.

Bibl.: E. Moniz, Tentatives opératoires dans le traitement de certaines psychoses, Parigi 1936: G. Rylander, Acta psych. et neural., Suppl., 25 (1943), p. 5; J. L. Poppen, in Tourni. of Neurosurg., 3 (1948), p. 514; E. Moniz, in Arch. für Psychiat. und Nervenär., 181 (1949), p. 591 ; B. Horanyi, in Manatschrift für psychiat. Neurologie, 118 (1949), p. 109; E. Hoch, in Schweis, Arch. f. Neur. Psychiat., 64 (1949), p. 119; U. De Giacomo, in Rasc. neuropsich., 3 (1949), p. 100; H. J. Barahona Fernandes, Anatomo-physiologie réélevée et fonctions psychiques dans la leucotomie préfrontale. Relax. al I Congr. mondiale di psichiatria, III, Parigi 1950, pp. 1-56; J. Delay, Méthodes biologiques en clinique psychiatrique, ivi 1950; W. Freeman - J. W. Watts, Psychosurgery, $2^{\circ}$ ed., Springfield 1950; J. Ley, Rev. de droit pénal et de criminol., 30 (1950), p. 6; G. Mossa, in Rasc. studi psichiat., 39 (1950), p. 437; P. Puech-P. Guil-ly-G. Lairy-C. Bounes, Introduction à la psychochirurgie, Parigi

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1930; J. S. Fulton, Frontal lobotomy and affective behavior. A neurophysiological analysis, Nuove York 1931; G. ComiratoG. Padovani, Ilari, studi psichiat., 40 (1931), p. 203; Ministero della Sanita - U.R.S.S. - Neuropat. psichiat., 20 (1931), p. 17; A. Puca, Amali neoral., 37 (1931), p. 341; L. Singer, La psichiatrurge des névroses et des psychoses, Seischurgo 1951; M. Yohn e altri, Tratamento cirurgico das molistias mentais (Levcosmosi), Sio Paulo 1931; W. Freeman, in Amer. Journ. Psychiat., 108 (1932), p. 321; H. Gillies, in Brit. med. Journ., fasc. 4727 (1932), p. 327; B. Callieri, in. Sludium, 48 (1932), p. 182.

Bruno Callieri
PUBBLICA ONESTA. - E un vincolo, analogo all'affinità (v.), che però, a differenza di questa, non deriva da un matrimonio valido, bensi o da un matrimonio invalido (consumato o no) oppure da un pubblico o notorio concubinato; il vincolo, nell'uno e nell'altro caso, sussiste tra l'uomo e i parenti della donna, e tra questa e i parenti di quello (CIC, can. 1078).

Prima del CIC la nozione di p. o. era diversa. Avendosi infatti affinità sempre e solo se tra l'uomo e la donna si fosse avuta la copula, matrimoniale o no (v. aYrINITÁ), veniva chiamata p. o. (o anche quasi-affinità) il vincolo che sorgeva, tra i parenti dell'uomo e la donna, e tra i parenti di questa e l'uomo, quando tra l'uomo e la donna fossero intervenuti gli sponsali oppure quando essi avessero contratto, ma non consumato, un matrimonio.

La p. o. costitul impedimento dirimente al matrimonio, forse dal sec. x ca.; prima di Graziano non si hanno infatti prove sicure dell'esistenza di questo impedimento nella legislazione della Chiesa. Anche l'estensione dell'impedimento fino al IV Concilio Lateranense (a. 1213) non è molto chiaro: sembra però che da quel Concilio esso sia stato ridotto ai primi quattro gradi, mentre il Concilio di Trento ridusse poi al solo primo grado l'impedimento di p. o. derivante da sponsali.

Nel diritto canonico orientale la nozione di p. o. derivante da sponsali o da matrimonio non consumato è rimasto fino al $1^{\circ}$ maggio 1949, quando cioè entrò in vigore il monu proprio Crebrae allatae del 22 febbr. 1949. L'impedimento sussisteva nel primo e secondo grado, in caso di p. o. derivante da sponsali, e fino al sesto o settimo o ottavo grado, nell'altro caso (per il computo dei gradi nel diritto canonico orientale prima del 1949, v. CONSANGUINEITA).

Attualmente, tanto nel diritto canonico latino (CIC can. 1078) quanto in quello orientale (motu proprio Crebrae allatae, cit., can. 69: AAS, 41 [1949] p. 104), la p. o. costituisce impedimento soltanto nel primo e secondo grado della linea retta, cioè tra l'uomo e i parenti in primo o secondo grado della donna, e tra questa e i parenti in primo o secondo grado dell'uomo.

Per ben comprendere la portata dell'impedimento, occorre tener presente : a) che per matrimonio invalido s'intende quello che, pur essendo nullo, abbia però l'apparenza di vero matrimonio; è necessario cioè che sia stato manifestato (sia pur solo simultatamente) il consenso matrimoniale nella forma prescritta o almeno in forma apparentemente regolare. Se quindi i contraenti sono persone obbligate ad osservare la forma ecclesiastica, il loro matrimonio civile non può produrre, come tale, l'impedimento di p. o. (ma, se i due hanno convissuto, l'impedimento può derivare dal concubinato); b) che per concubinato pubblico s'intende quello la cui notizia è già divulgata o può fondatamente prevedersi che facilmente sarà divulgata; per concubinato notorio s'intende quello che risulta da una sentenza o da una confessione giudiziale, ovvero che è conosciuto pubblicamente e commesso in circostanze tali da non poter essere celato o scusato (cf. can. 2197).

L'impedimento di p. o. non essendo di diritto naturale, ma di diritto ecclesiastico, può essere dispensato (v. DISPENSA); e, nel secondo grado, è impedimento di grado minore (CIC, can. 1048 § 2, n. 3; motu proprio Crebrae allatae, can. 31 § 1, n. 3). Però la dispensa non viene mai concessa per il matrimonio tra l'uomo e una figlia della donna, quando vi sia qualche dubbio che la figlia sia stata concepita per opera di quell'uomo.

Alle persone non battezzate non si applica tale impedimento; dubbia e invece l'applicabilità, nel caso di persone che abbiano vissuto in concubinato (o contratto matrimonio invalido) prima di ricevere il Battesimo, e poi, dopo cessato il concubinato o la convivenza pseudomatrimoniale, abbiano ricevuto il Battesimo.

Parimenti e dubbio l'impedimento, in caso di matrimonio invalido per difetto di consenso. E pure dubbio se l'impedimento persista, insieme con la sopraggiunta infinità, quando i due concubini contraggono matrimonio fra di loro, o quando il matrimonio invalido venga convalidato.

Btell: Werne-Vidal, V, pp. 448-62; P. Gasparri, Tract. canon. de matrim., I, Roma 1932, pp. 446-53; F. M. Cappello, Tract. canon.-moral. de sacramentis. III, p. 1*, 4* ed., TorinoRoma 1939, pp. 646-58; G. Mceli, Le dispense matrimonali, Roma 1941, passim; I. Chelodi - P. Ciprotti, Ius canon. de matrim., $3^{\circ}$ ed., Vicenza 1947, pp. 122-23.

PUBBLICA OPINIONE. - I. Nozione. - L'o. p. non è semplicemente la somma delle opinioni individuali, ma è piuttosto un insieme di idee, di sentimenti, di giudizi, di posizioni pratiche che in un determinato tempo rappresenta ed esprime un atteggiamento collettivo, conformante la psicologia dei singoli e risultante da un'intima persuasione, prodotta più o meno spontaneamente, per cui un numero piuttosto esteso di uomini pensa e sente in modo uniforme su qualche fatto o problema del giorno.

Nel caso dell'o. p. il termine "opinione" non ha un valore perfettamente identico a quello inteso quando si contrappone "opinione" a certezza (v.) e a dubbio (v.), come secondo grado del sapere, che consiste in un assenso imperfetto che oscilla tra il dubbio (primo grado), che è indecisione tra due tesi contrarie, e la certezza (terzo grado), che è adesione ferma e sicura a una parte. L'opinione individuale è adesione a una tesi, ma con paura di errare, per la mancanza di una evidenza obiettiva intrinseca (certezza di ragione) o fondata su altre certezze (certezza di fede: cf. Sum. Theol., 2²-20², q. 2, a. 1; De Veritate, q. 14, a. 1).
L'o. p. può invece risultare da atti di assenso soggettivamente costituenti certezza, e comunque da adesioni più o meno spontanee e più o meno razionali da parte di molti a idee che per comunicazione collettiva o sotto l'azione di personalità più potenti, di centri di propaganda, di organizzazioni politiche e sociali, ecc. hanno saputo conquistarne il pensiero o il sentimento. Si verifica quindi un fenomeno simile a quello della formazione della coscienza pratica. Nella vita pratica, infatti, i giudizi di molti sull'azione non oltrepassano il grado dell'opinione, data la complessità delle circostanze nell'atto umano e le difficoltà provenienti da uno stato interiore spesso disordinato o confuso. Per passare all'azione si ricorre allora a qualche principio riflesso, che aiuta a formare un giudizio pratico prudenziale, ossia conforme all'appetito retto, sicché il passaggio all'azione è legittimo (cf. R. Garrigou-Lagrange, De Beatitudine, de actibus humanis et habitibus, Torino 1931, pp. 384, 389). Il consiglio di una persona saggia e prudente può aiutare in tale pronunciamento della coscienza, e talvolta anche sostituisce con la sua autorità le considerazioni personali intorno alle ragioni di una scelta e alla legittimità di una posizione.

Così nel campo della p. o.; trattandosi generalmente di conoscere e giudicare fatti contingenti e complessi e di scegliere una linea di azione in base a motivi non sempre pienamente convincenti; o anche di comportarsi secondo dettami di coscienza spesso insidiati da passioni e interessi riesce difficile, e quasi impossibile per molti, formarsi personalmente una certezza. Molti altri non si impegnano nel lavoro di indagine e di giudizio per pigrizia, scetticismo od altro. Interviene allora il pensiero o l'autorità di alcuni, che con l'abile presentazione di idee (vere o false che siano in essi) accompagnate da motivi psicologici e da cariche emotive (temi popolari) determinano una cor-

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rente secondo una certa direzione, che molti seguono con sicuro assenso. E uno dei modi di interazione psicologica, come dicono i sociologi, che sostanzialmente consiste nel persuadere gli altri ad abbracciare i propri punti di vista e a seguire le proprie direzioni pratiche. Di tale fenomeno sono evidenti l'importanza e i pericoli.

II. IMPORTANZA. - Già il Machiavelli aveva accennato (ed in seguito dimostrò il Locke, in Essay concerning Human Understanding, Londra 1690) all'enorme importanza per la vita pubblica di conoscere e di suscitare opinioni negli altri. G. B. Vico mise in evidenza che il rinnovamento delle istituzioni è il risultato delle trasformazioni compiute in quello che il Montesquieu avrebbe in seguito chiamato "spirito generale" e il Rousseau "volontà generale». Secondo Vico la p. o. governa i costumi e il diritto, come comanda il linguaggio. Il popolo dà alle leggi il senso che vuole e i governanti devono più o meno volentieri adattarsi al senso del popolo, come devono riconoscere a questo la sovranità sul linguaggio (cf. Scienza Nuova, IV, 6),

Già presso i Romani si parla della communis opinio, vox populi, fama popularis, rumores, ed il fenomeno era noto anche ai Greci, specialmente in Atene. Nel medioevo era considerato anche dai giuristi come consensus generale, che poteva fornire argomenti, o indicazioni, o testimonianze. Ha sempre influito sullo svolgimento della vita pubblica, sulla configurazione politica della società, sulla costituzione e sulla caduta dei pubblici poteri. Fur non riguardando esclusivamente la realtà politica e sociale (potendo avere anche altri oggetti, come la moda, lo sport, l'opera d'arte, ecc.), tuttavia la maggiore sua importanza si manifesta soprattutto in quel campo, giacché indubbiamente la p. o. influisce nel modo più efficace nel determinare scelte e rifiuti nella vita pubblica; ed è difficile e a lungo andare impossibile governare senza di essa o contro di essa, almeno nella società moderna democraticamente costituita, nella quale il popolo ha in mano gli strumenti capaci di determinare e di influenzare i pubblici poteri, sino a poter dire con William Temple che la p. o. è il fondamento su cui poggia l'autorità dei governanti (Essay upon the Origin and Nature of Government, Londra 1672).

Specialmente con la Rivoluzione Francese l'o. p. ha preso campo come forza operante nella società e si è andata sempre più gagliardamente affermando e organizzando, sino a costituire con il giornalismo (v.), il cosiddetto "quarto potere". Gli enciclopedisti hanno lasciato una vasta letteratura in proposito. Specialmente Montesquieu, Rousseau, Spencer, misero in risalto l'importanza di questa specie di "consenso sociale». Oggi poi l'influenza della p. o., specialmente attraverso i grandi mezzi di pubblicità e propaganda, è determinante in tutti i campi, da quello commerciale a quello culturale. Dopo che con liberi suffragi il popolo ha espresso una maggioranza parlamentare in base ad una sua preferenza determinata in gran parte dalla o. p., questa resta ognora il mezzo con cui il popolo può influire sul Parlamento e il governo. In tale senso i sociologi sogliono distinguere l'o. p. "dinamica" (lievitata da valori razionali, progressiva, operante) da quella "statica" o accettata passivamente e imposta autocraticamente, specialmente nei regimi assolutistici o nelle masse abilmente lavorate e ridotte a un cieco conformismo.

III. PERICOLI. - Sono pertanto evidenti anche i pericoli che la p. o. può rappresentare per i singoli e per la società. In realtà oggi organizzazioni potenti soffocano spesso ogni spontaneità dell'o. p., fino a ridurla a un conformismo irrazionale che è negazione della ragione spontanea e abbassamento del livello intellettuale ed etico dell'uomo. Purtroppo ciò avviene spesso anche intorno a questioni religiose e morali che non possono essere oggetto di p. o., ma di adesione personalmente maturata o di fede, per cui si assiste a fenomeni di inganno collettivo di proporzioni colossali, e si constata spesso l'inconsistenza del detto: vox populi, vox Dei. Si aprono in questo campo gravissimi problemi di ordine morale, pastorale, pedagogico, che pongono l'esigenza di uno studio accurato dei fenomeni dell'o. p. e dei mezzi per formarla, correggerla, condurla secondo verità e onestà.
IV. Studio della p. o. - Nei tempi più recenti la p. o. è stata sottoposta a studio scientifico, secondo i vari aspetti : storico, filosofico, psicologico, sociologico, etico. Si è anche tentato di costituire una scienza speciale, la demodossalogia, cioè scienza della p. o. Secondo altri la p. o. può essere studiata in una parte speciale della sociologia. Per svolgere questo studio scientifico della p. o. e dei suoi mezzi, sono state istituite scuole speciali, generalmente inserite come istituti o come specializzazioni in facoltà universitarie. Cominciarono gli Stati Uniti d'America fin dalla seconda metà del secolo scorso, seguiti successivamente dai principali paesi. Nel mondo cattolico possono segnalarsi specialmente le scuole di giornalismo istituite presso la Facoltà cattolica di Lilla (dove il giornalismo era insegnato fin dal 1896), presso l'Università cattolica di Lovinio, le Associations de Propagandistas Católicos di Madrid, diverse Università americane, l'Università S. Tommaso di Manila, l'Istituto internazionale Pro Deo di Roma.

Bibl.: 1. Bryce, Public Opinion, in The Americ. Communicralth, II, $4^{\circ}$ ed., Chicago 1891, pp. 239-64; W. I. Shepard, Public Opinion, in Americ. Journ. of Sociology, 14 (1909), pp. 32 6o; S. Tarde, L'opinion et la foule, Parigi 1910; S. Le Bon, Les opinions et les croyances : genèse-évaluation, ivi 1911; A. V. Dacy, Lectures on the relation between face and public opinion in England, Londra 1914; W. Mac-Dougall, The Group Mind, Cambridge Mass. 1920; F. Tiemsex, Kritik der (fientl. Meinung, Ilerlina 1922; W. Lippmann, Public Opinion, Nueva York 1922; id., The Plantum Public, ivi 1923; A. L. Lowell, Public opinion and popular government, ivi 1926; I. Rzesak, Psychologie de l'opinion et de la propagande politique, ivi 1927; G. Münener, Offentl. Meinung und Presse, sozialwissenschaftliche Abhandlungen, II, Karlsruhe 1928; N. Angell, The Public Mind, Londra 1926; R. E. Park - E. W. Burgess, Introduct. to the science of sociology, Chicago 1936, pp. 816-37; F. A. Perigo-Bembo, Giornalismo e o. p., Padova 1938; F. A. Morlton, L'apostolato dell'o. p., Roma 1947; id., Filosofia dell'o. p., ivi 1949; id., Appunti di demodossalogia (dispense presso Edizioni Universitarie Internazionali), ivi 1950.

Raimondo Spiazz1
PUBBLICAZIONI MATRIMONIALI. - Sono il mezzo con cui la Chiesa vuole si porti a pubblica conoscenza il proposito di due fedeli di contrarre tra loro il vincolo matrimoniale, per la scoperta di eventuali ostacoli (can. 1022 sgg.).

Il sacramento del Matrimonio è di interesse sociale e la pubblicità di esso appare ovvia quanto la garanzia della validità del medesimo. Affinché non si compia un matrimonio nullo con discapito della dignità e con profanazione del medesimo, devono preventivamente esser rimossi gli eventuali ostacoli al contratto sia secondo l'ordinamento naturale-divino, che secondo quello ecclesiastico. Da qui la indagine preliminare compiuta fin dal primi tempi della Chiesa, di cui la divulgazione della notizia è una parte e le pubblicazioni una forma.

Il modo di fare le p. m. da principio non fu uniforme per tutta la Chiesa, ma era lasciato al giudizio dei vescovi delle varie regioni. Quello attuale ebbe origine nella diocesi di Parigi nel sec. xim. Era prescritto di pubblicare nella chiesa il matrimonio da celebrare e di invitare tutti i fedeli a denunciare alla Curia gli eventuali impedimenti di cui fossero a conoscenza. A poco a poco questo sistema si diffuse in altre diocesi, finché il papa Innocenzo III nel Concilio Lateranense IV (can. 51: Hefele-Leclerq, V, 1373-74) le prescrisse per tutta la Chiesa. Il Conc. Tridentino lo sancì di nuovo e lo determinò meglio (sess. XXIV, c. 1 de ref. matr.).

Secondo il CIC è rigola generale che debba fare le pubblicazioni il parroco degli sposi, cioè quello che prepara il processetto o indagine prematrimoniale (can. 1023 § 1). Se gli sposi sono della stessa parrocchia, basta che si facciano solo in questa, diversamente si devono fare in entrambe le parrocchie. Ma se uno degli sposi avesse dimostato dopo la pubertà in altro luogo per sei mesi od anche per un tempo inferiore, ma sufficiente per poter contrarre un impedimento, allora è prescritto che anche in questo luogo si eseguano le pubblicazioni (can. 1023 §§ 2-3).

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Il parroco non può omettare le p. m. anche se è sicuro che nel caso non esistano impedimenti, né d'altro canto bastano quelle civili. Nondimeno esse sono proibite dal CIC quando si tratti di matrimonio di coscienza, attese il segreto, e nei matrimoni che si celebrano con la dispensa dall'impedimento di mista religione o di disparità di culto (can. 1026). Si possono omettere nei matrimoni di regnanti o principi reali per la notorietà delle persone, e quando il matrimonio non possa differirsi senza un grave incomodo e non vi sia tempo di chiedere la dispensa all'Ordinario (a cui ordinariamente compete il potere di dispensare, can. 1028) : questo può avvenire nei casi di pericolo di morte, in cui l'infermo dovesse sanare qualche situazione anormale, od anche in altri casi, sebbene rarissimi.

Le pubblicazioni devono farsi in tre giorni festivi o domenicali consecutivi, dentro la chiesa, durante la Messa festiva od altra funzione con concorso di popolo (can. 1024). Alla pubblicazione orale secondo la maniera tradizionale, l'Ordinario può sostituire l'affissione dei nomi degli sposi alle porte della chiesa per lo spazio di almeno otto giorni, in modo però che durante questo tempo siano compresi due giorni festivi di precetto (can. 1025). Egli inoltre, nella sua prudenza, per giuste cause e purché sia certo in altro modo che non vi siano impedimenti, può dispensare da una, da due od anche da tutte e tre le pubblicazioni, a seconda della urgenza e delle circostanze.

Tutti i fedeli che conoscono l'esistenza di un impedimento matrimoniale sono tenuti in coscienza a denunziarlo al più presto e prima del matrimonio al parroco o all'Ordinario (can. 1027). Quest'obbligo esiste anche se le pubblicazioni siano dispensate, e non scusano né la parentela, né il segreto naturale, sia pure giurato. Nondimeno l'obbligo cessa non solo quando da un impedimento occulto verrebbe un grave danno allo stesso rivelante (segreto professionale dei sacerdoti, medici, avvocati, ecc.) o ai parenti (infamia, gravi maltrattamenti, ecc.), ma anche quando la denunzia sarebbe inutile perché l'ha già fatta un altro o già si è ottenuta la dispensa dall'impedimento. Trattandosi di impedimenti dubbi, la denunzia serve a provocare una indagine più accurata. E evidente che il segreto confessionale dispensa dalla denunzia. Il modo di denunziare gli impedimenti è lasciato alla discrezione del fedele denunziante, il quale, se non vuole farlo a voce, può servirsi di uno scritto od anche di altra persona; egli potrà richiedere la segretezza del suo nome. L'efficacia giuridica delle pubblicazioni dura solo sei mesi; trascorsi questi senza che il matrimonio sia celebrato, esse devono ripetersi (can. 1030 § 2).

A somiglianza delle p. m. ecclesiastiche si fanno anche quelle civili, le quali servono per i cosiddetti matrimoni civili e in Italia, per quelli concordatari. In quest'ultimo caso esse sono condizione essenziale per la trascrizione dei detti matrimoni agli effetti civili. Hanno luogo d'ordinario prima della celebrazione ecclesiastica, ed in certi casi anche dopo; possono inoltre, in seguito a richiesta, venir dispensate dal procuratore della Repubblica. Le pubblicazioni civili si fanno solo per affissione alle porte della casa comunale, durante almeno otto giorni comprendenti due domeniche consecutive, ed hanno valore per i 180 giorni successivi.

Bem.: A. Gouzmaid, De auctore proclamationum antematrimonialium, in Collect. Mechlin., 17 (1928), pp. 176-78; id., De obligat. resulandi impetive. matrimon., ibid., pp. 319-20; I. Kisano, Who has power to dispense in the bosom?, in The Irish estl. record. 36 (1930), pp. 410-13; C. Rebuttati, Della competenza a dispessore da impedimen. al matrim. e dalle pubblicor. Lart. 17 della legge sul matrimonio, Genova 1930; I. B. Roberts, The bann of marriage, Washington 1931; G. Miceli, Le dispense matrimoniali, Banca 1941, pp. 48-52.

Giovanni Miceli
PUBBLICITÀ. - La parola p. è adoperata in due sensi differenti : $1^{\circ}$ ) come uno strumento di controllo pubblico delle attività governative o della gestione delle grandi imprese industriali; $2^{\circ}$ ) come una tecnica per dirigere le esigenze e le decisioni del pubblico riguardo agli uomini, alle istituzioni politiche e sociali, alle grandi ditte commerciali.
I. Contatti primari e secondari. - Vi è p. dove vi è pubblico, vale a dire nelle grandi società. Per ben comprendere ciò si deve richiamare la distinzione fatta dai sociologi fra i contatti primari e secondari. I contatti sociali primari sono quelli che si formano nell'ambito d'una comunità più o meno ristretta e definita (famiglia, vicinato, comune) e abbracciano la vita umana nella sua totalità. Sono questi contatti che formano i costumi, le usanze della collettività. Il pubblico invece è un'accolta di uomini senza struttura (cioè al di fuori della loro comunità primaria di vita) di fronte ad un gruppo politicamente o economicamente organizzato, che da una parte dipende dal pubblico ma dal quale anche il pubblico a sua volta dipende. Il contatto fra il pubblico e tale gruppo specializzato in una funzione sociale non si forma in una comunità di vita continua, bensì mediante atti speciali provocanti un atteggiamento d'accettazione o di rifiuto, secondo le disposizioni del pubblico. Questi contatti sociali si dicono secondari. Strumento principale di tali contatti è la p.

Ma in pari tempo questo contatto stabilito dalla p. ha un carattere di controllo cosciente. Il pubblico si trova di fronte ad alcune persone o ad un gruppo da cui didipende nei suoi bisogni vitali, ma verso i quali egli conserva una certa distanza nel discuterne gli atti, nel formarsi opinioni su di loro. I costumi non si formano discutendoli, ma s'impongono con lentezza e spontaneità attraverso l'adattamento d'una comunità vitale alle condizioni della vita sociale. L'opinione pubblica (c. pubblica OPINIONE) invece è sempre frutto d'una discussione, d'una presa di posizione rispetto a fatti che derivano dalla gestione degli affari pubblici. Di conseguenza la p. è uno strumento dell'opinione pubblica. Compito della p. non è trasformare le abitudini o i costumi, ma informare il pubblico o imporgli una moda, cioè dirigerne i bisogni nel senso della produzione.

Il controllo pubblico da parte della p. si realizza dunque in due maniere. Il pubblico esige la p. poiché pensa che da essa dipende determinare la propria adesione all'azione sociale del governo, e che la sua richiesta dirige il meccanismo economico. In un certo senso ciò è vero. Non si può governare a lungo contro la volontà dei sudditi e una produzione fallisce se non corrisponde ai bisogni del pubblico. E dunque attraverso la p. che il pubblico esercita un controllo sui suoi dirigenti, che ottiene il miglioramento delle condizioni sociali sfruttando ai propri scopi quelle esistenti, che può protestare contro gli abusi dei funzionari o degli uomini politici; come anche è per la p. che a sua volta si lascia trascinare in sacrifici eccezionali, come in caso di contributi speciali e soprattutto in tempo di guerra.

L'opinione pubblica ha dunque una forza incontestabile: ma solo l'opinione pubblica organizzata e diretta possiede questo potere. Perciò è estremamente importante per tutti coloro che hanno da trattare col pubblico dominante l'opinione e dirigerlo in proprio favore. E così la p., che è un mezzo di controllo della gestione dei dirigenti, diviene uno strumento di controllo del pubblico stesso. Il pubblico è d'accordo con questi individui e con questi gruppi occupanti una speciale posizione sociale, se la p. è diretta da loro; ma è in disaccordo qualora la p. venga diretta da elementi a loro contrari.
II. Tecnica della p. - Come tecniche della p. possono essere indicati tutti i mezzi che colpiscono il pubblico in una parte o nel suo insieme. Nelle condizioni moderne hanno il primato la stampa (giornali e riviste), le pubblicazioni ufficiali o semi-ufficiali di organi che hanno presa sul pubblico, le pubblicazioni di ricerche scientifiche sulla situazione economica e sociale, le statistiche, i documenti ufficiali, giustificanti le intenzioni della p., gli affissi e le semplici iscrizioni sulle strade, la radiodiffusione, le manifestazioni di massa, ecc.

La p. può esse