ali di organi che hanno presa sul pubblico, le pubblicazioni di ricerche scientifiche sulla situazione economica e sociale, le statistiche, i documenti ufficiali, giustificanti le intenzioni della p., gli affissi e le semplici iscrizioni sulle strade, la radiodiffusione, le manifestazioni di massa, ecc.
La p. può essere aperta o clandestina. I mezzi della p. clandestina sono la stampa clandestina, la radiodiffusione d'informazioni e d'avvisi, la propagazione di notizie ed anche le trovate umoristiche diffuse nel pubblico, che hanno una forza incredibile specialmente nei regimi totalitari opprimenti.
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(1st. Cuntora)
Pucci, Antonio Maria, beato - Ritetatto - Archivio generalizio dell'Ordine dei Servi di M. - Roma.
parte del pubblico riguardo a individui o istituzioni che hanno una posizione direttiva nella società.
III. Valutazione morale. - La valutazione morale della p. segue dal fatto ch'essa è un mezzo per formare l'opinione pubblica. "L'opinione pubblica è in effetti - dice Pio XII nel suo discorso del 18 febbr. 1950 l'appannaggio d'ogni normale società... Dove non apparisse alcuna manifestazione dell'opinione pubblica vi si dovrebbe vedere una mancanza, un'infermità, una malattia della vita sociale». Ora la p. come mezzo dell'opinione pubblica, è necessaria e buona in quanto provoca atteggiamenti conformi ai veri principi sociali o attira l'attenzione sui veri bisogni dell'uomo e della produzione. E riprovevole quando eccita esigenze disordinate o sovversive. Di conseguenza in date circostanze si deve esercitare sulla p. un certo controllo da parte della società socialmente ed economicamente organizzata.
BibL.: W. Lippmann, The Public Opinion, Nuova York 1923; id., The Phontom Public, ivi 1925; R. Riis-Ch. Bonner, Publicity, ivi 1926; W. Grayss, Readings in Public Opinion, Its Formation and Control, ivi 1928; E. Park-E. Burgess, Introduction to the science of sociology, Chicago 1936; F. Perini-Bembo, Giornalismo e opinione pubblica, Padova 1938; U. Sciascia, Tecnica della propaganda e della p. (dispense), Roma 1930.
Raimondo Sigmond
## PUBERTÀ I V. ADOLESCENZA.
PUBLICANI ( $\tau \varepsilon \lambda \hat{\omega} v \alpha \mathrm{l}$ ). - Incaricati, per contratto d'appalto, di riscuotere le imposte dello Stato. A Roma si distinguevano i p. (da publicum, sottinteso vectigal), che costituivano una potente corporazione (ordo publicanorum), dai portitores o exactores, che ne erano gli agenti per l'immediata riscossione.
Poiché la somma da anticipare allo Stato per il contratto d'appalto era ingente, i p. si univano in società per azioni (societas publicanorum), rette a Roma da un magister e nelle province da un pro-magister. A Roma i p. appartenevano spesso all'ordine equestre (la professione era giudicata indegna dei senatori), ed erano meno disprezzati che i $\tau \varepsilon \lambda \hat{\omega} v a$ : in Grecia, dov'era proverbiale il detto: "Tutti i p. sono ladri ". Il sistema d'appalto, che assicurava allo Stato la riscossione delle imposte in maniera semplice e facile, riusciva esoso al contribuente, a causa della cupidigia dei p., che talora avevano conniventi e partecipi degli utili le stesse autorità statali (cf. Cicerone, De off., I, 42 ; Tacito, Ann., XIII, 50).
I p. menzionati nel Vangelo sono (anche MatteoLevi, Mt. 9, 9; Mc. 2, 14; Lc. 5, 27) esattori (portitores) anziché appaltatori delle imposte, ad eccezione probabilmente di Zaccheo, detto $\dot{\alpha} \rho \chi \iota \tau \varepsilon \lambda \omega ́ v \eta s$, "capo
di p." (Lc. 19, 2), che poteva avere ottenuto l'appalto delle imposte nel distretto di Gerico, dove il commercio era assai fiorente. Data la divisione della Palestina ai tempi di Gesù (ibid. 3, 1), non tutti i p. riscuotevano ivi per lo stesso signore. Agenti diretti di Roma erano i p. della Giudea e della Samaria; gli altri venivano ingaggiati dai tetrarchi. Anche per questo era diversa la posizione di Zaccheo, a Gerico in Giudea, dipendente da Pilato, e di Matteo, a Cafarnao in Galilea, nella tetrarchia di Erode Antipa.
Che i p. fossero detestati come cupidi rapaci, nonché traditori della religione e della causa d'Israele, risulta dalle fonti profane e dal Vangelo, quantunque questo sia per la misericordia anche verso di essi. I p. sono senz'altro peccatori (Mt. 9, 10-13; 11, 19; Mc. 2, 12 sgg.; Lc. 5, 29-32; 7, 34), da mettersi a fianco delle donne di mala vita (Mt. 21, 31 sg.). Gesù stesso, adottando il linguaggio in uso, abbina infedeli e p. Tuttavia Egli chiama alla propria sequela Levi e Zaccheo, siede alla mensa con i p. e oppone, in una classica parabola, il p., cosciente della propria indegnità e quindi umile, al fariseo, orgoglioso di una giustizia di cui dà tutto il merito a se stesso (Lc. 18, 9-14). I p. avevano ascoltato con docilità la predicazione di Giovanni Battista (ibid. 7,29 sg.), che, ponendo il dito sulla pioga, ingiungeva loro di non esigere più di quanto era stabilito (ibid. 3, 12 sg.).
La letteratura rabbinica riteneva impossibile il pentimento e la salvezza dei p. (Bäbbä' qamma', 94b), posti senz'altro tra i ladri e gli assassini (Nicibai-Im, III, 4) ed era lecito ingannarli nel denunciare le cose soggette a tributi. I p. avrebbero però trovato misericordia diminuendo le somme da sborsare dai propri compatrioti (Sanhedhrin, 25b).
BibL.: L. Fillion, Publicains, in DB, V, coll. 828-61; W. Schwahn, TEXivyts. in Pauly-Wissowa, 2a serie, V, coll. 418424; G. Mancini, s. v. in Enc. Ital., XXVIII, pp. 487 sgg.; M.-J. Lagrange, Evangile selon st Marc. $4^{2}$ ed., Parig: 1028, p. 41 sgg.
Teodorico da Castel S. Pietro

Pucci, Antonio Maria, beato - Autografo da una predica sul papato - Archivio generalizio dell'Ordine dei Servi di M., Roma.
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(1st. Bellerini e l'ratini, l'irra:t) Puccini, Giacomo - Ritatto.
Quadrato, da distinguere dall'omonimo apologista.
Bib.: Eusebio. Hist. ecil., IV. 23: Acta SS. Iannarii. II. Parigi 1863, p. 702: Martys. flemmorum, p. 30. Agostino Amore
PUCCI, Antonio Mabia, beato. - Servita, al secolo Eustachio, n. a Puggiola di Vernio (diocesi di Pistoia) il 16 apr. 1819, m. a Viareggio (diocesi di Lucca) il 12 genn. 1892.
Entrato nell'Ordine il io luglio 1837, sacerdote nel 1843, fu prima viceparroco e poi per 45 anni parroco della chiesa di S. Andrea a Viareggio, dove il popolo soleva chiamarlo il "curatino". Si prodigò senza risparmio per il suo gregge nel predicare, confessare, togliere scandali, soccorrere i poveri, spogliando anche se stesso, assistere i malati e i moribondi, specialmente durante il colera del $1854,1855 \mathrm{e} 1884$. Prevenendo le forme presenti dell'Azione Cattolica, istituì associazioni per ogni categoria dei suoi parrocchiani : fanciulli, giovani, uomini e donne; fondò le Suore Mantellate Serve di Maria, per l'educazione delle fanciulle, il primo ospizio marino per i bambini malati poveri : introdusse le Conferenze di S. Vincenzo e le Opere pontificie missionarie. Fu anche superiore della sua comunità e dal 1884 al 1890 provinciale.
Fu beatificato da Pio XII il 22 giugno 1952.
BibL.: anon., Un apostolo della carità. Viareggio 1920; AAS, 24 (1935), pp. 245-47: Discorso di S. S. Pio XII del 24 giugno 1932, in L'Oriente, romano, 25 giugno 1952. Celestino Testore
PUCCINI, Giacomo. - Maestro compositore, n. a Lucca il 22 dic. 1858, m. a Bruxelles il 19 nov. 1924. Discende da una famiglia di musicisti lucchesi.
Il suo bisavolo Giacomo (1721-81) fu organista compositore di musica sacra e direttore della cappella del Duomo. Altrettanto celebrati maestri furono il nonno Domenico e lo zio Antonio, nonché il padre Michele, i quali scrissero molta musica sacra e profana. G. P. fece i primi studi nella città natale ove si produsse con alcuni mottetti che piacquero. Per munificenza della regina Margherita potè frequentare il Conservatorio di Milano, ove si perfezionò sotto il Bazzini e il Ponchielli. Nel 1884 esordì con Le Villi che ebbero lieto successo; non piacque l'Edgar, ma presto si riebbe con la Manna, cui seguirono la Bohème, Madama Butterfly, La Fanciulla del West, il trittico Suor Angelica, Gianni Schicchi, Il Tabarro. La morte lo colse alle ultime pagine della Turandot che F. Alfano completò sulle tracce di appunti dell'autore. Scrisse inoltre una Messa solenne a 4 voci con orchestra, l'Iuno a Roma, qualche cantata e due pezzi per piccola orchestra.
Nonostante le critiche mossegli, P. rimane un operista dalla vena limpida e canora, un musicista di talento e un armonista raffinato.
BibL.: G. Pacini, Discorso in morte di Michele P., Lucca 1865: G. Monaldi, G. P. e la sua opera, Roma 1924: A. Bonavattura, G. P. l'uomo, l'artista, Livorno 1924: F. Marietti e G. Pragni, G. P. intimo, Firenze 1925: Epistolario di G. P., a cura di G. Adami, Milano 1928: A. Bonaccorsi, La musica sacra dei P., in Bollettino stor. lucchese, 1 (1934), p. 73 seg.
Silverio Mattei
PUCHI, diOCESI di. - Nella parte meridionale della provincia del Hupeh, nella Cina centrale. Fu eretta in prefettura apost. il 12 dic. 1923 con quattro sottoprefetture civili del vicariato apost. del Hupeh orientale, oggi in parte arcidiocesi di Hankow (v.), e fu la prima circoscrizione ecclesiastica affidata al clero secolare cinese. Il io maggio 1951 fu elevata a diocesi suffraganea di Hankow.
Ha un'estensione di ca. 8000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 750.000 ab., i cattolici erano 5125, i catecumeni 701; i sacerdoti 10, i seminaristi 7. C'erano inoltre 10 suore e 2 maestre. Il territorio, diviso in 4 distretti, aveva a chiese, 8 stazioni primarie e 8 secondarie. Tra le opere figuravano a ambulatori medici, i orfanotrofio e i ospizio per ciechi. Le 3 scuole elementari raccoglievano 410 alunni.
Gli inizi cristiani nel territorio di P. risalgono probabilmente alla metà del sec. svir. Più recentemente si ha notizia di cristiani esistenti a Wusinchow (Sitchaung) e a Tungchenghsien. Al momento della erezione della prefettura, nel 1923, i fedeli erano 800 , frutto della missione francescana del Hupeh orientale.
BibL.: AAS, 16 (1926), pp. 35-37: GM, p. 206: Arch. di Prop. Fide, Relazione P. 1947: MC. 1930, p. 362. Adamo Pucci
PUDENTE e PUDENZIANA (Pudens, IIo'́̀s, o anche $\Sigma \pi 0 \hat{\sigma} \delta \tau \varsigma$ ). - Fedele della comunità romana, menzionato da s. Paolo in II Tim. 4, 21, durante la sua seconda prigionia romana; Pudente insieme con Eubulo (v.), Lino (v.), Claudia e tutti i fratelli saluta Timoteo.
Pudente fu cognome in uso al tempo in cui visse il Pudente della II Tim., come attestano iscrizioni (CIL. VI, 15066; VII, 17), autori come Tacito (Hist., I, 24). Flavio Giuseppe (Bell. Ind., VI, 2. 10), Marziale (IV, 13; XI, 53). Pudens fu anche nome di liberti: Vibius Pudens fu officiratore nel 100; Q. Servilius Pudens nel 123 fu proprietario delle figline Neviane, nel 124 di quelle di Nami

(1st. Alimuri)
Pudente e Pudenziama - Cristo docente fra gli Apostoli. Mussico (fine del sec. iv) - Roma, chiesa di S. Pudenziana.
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Pudente e Pudenziana - S. Paolo battezza i figli di Pudente, Affresco nell'oratorio annesso a S. Pudenziana (primi del sec. xit) - Roma.
e a lui sembra appartenesse la villa detta delle Vignacce presso l'Acquedotto della Marcia (Th. Ashby e G. Lugli, La villa dei Flavi cristiani ad duas lauros», in Mem. Pont. accad. rom. di arch., $3^{2}$ serie, 2 [1928], pp. 183-92). Arria Fadilla, madre di Antonino Pio ebbe tra i suoi officinatori L. Gellio Pudente (H. Bloch, I bolli laterizi e la storia dell'edilizia rom., in Bull. comm. arch. com. di Roma, 65 [1937], p. 163). L. Arrius Pudens fu console nel 165; Q. Servilius Pudens, figlio di Quintus nel 166; C. Valerius Pudens fu consul suffectus all'inizio del sec. III. Un martire Pudente è indicato al III Kal. maias ( 29 apr.) nel calendario della Chiesa di Cartagine; un altro segnalato al 28 luglio dal Martirologio geronimiano sembra appartenere al gruppo di Laodicea, commemorato in quel giorno. Del Pudente senatore sepolto in Priscilla presso le due figlie Pudenziana e Prassede (passio s. Pudentianae in BHL, 6988-91) non si ha alcuna traccia sia nel Martirologio geronimiano, sia nel Sacramentari : compare solo nel Martirologio di Adone che usufruì della passio Pudentianae; e dallo stesso passo nel Martirologio romano al 19 maggio, giorno in cui nei codici Tamlachtenae, Monacense e Richenoviense del Martirologio Geronimiano è segnalata s. Pudentiana, come nel capitulare evangeliorum di Würzburg. C'è da domandarsi se un tale giorno non sia quello della "dedicatio" della "ecclesia Pudentianae" o "titulus Pudentis ". Un "lector de Pudentiana "è dato da un'iscrizione dell'anno 384 (G. B. De Rossi, Inscr. christ., I, Roma 1857-61, n. 347). La basilica del Vicus Patricius fu costruita su un edificio termale tra il 387-90 e il 398 , come si leggeva nelle pagine aperte del libro tenuto da s. Paolo nel musaico absidale, in cui vi è ancora l'iscrizione "Dominus conservator ecclesiae Pudentianae" (Wilpert, Mosaiken, tavv. 42-44). Due epitaffi ricordano un presbitero "tituli Pudentianae" dell'anno 489 e un lettore di "tituli Pudentis" dell'anno 528 ; negli atti del Sinodo del 499 sottoscrivono due presbiteri "tituli Pudentis" mentre nel 595 si ha un "presbyter tituli Sancti Pudentis"; nel Lib. Pont. il titolo è detto "Pudentis id est ecclesia sanctae Pudentianae" nella biografia di Adriano I (772-95)
e "titulus sanctae o beatae Pudentianae" e anche "Pudentis" nella vita di Leone III (I, p. 508; II, pp. 11, 34, 24). Pudenziana è detta anche Potenciana o Potentiana negli itinerari del sec. viI (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 78, 116, 144). In una cappella di S. Pudenziana sono dipinte scene delle leggende di s. Paolo, di Pudente, Pudenziana e Prassede (Wilpert, op. cit., tav. 262). Le due immagini femminili nel musaico della basilica di S. Pudenziana non rappresentano Pudenziana e Prassede come ritennero G. B. De Rossi (Musaici cristiani, Roma 1872, foglio 9; J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen im Altertum, Paderborn 1918, pp. 65-66 e Wilpert, op. cit., pp. 1066-68), ma le due chiese, ex gentibus e ex circumcisione" (v. chiesa, III, col. 1468).
II. Delehaye pubblicò una Vita Sancti Postoris in cui questi, istruito insieme con Timoteo da s. Paolo, sarebbe stato ordinato prete dall'Apostolo, avrebbe vissuto fino al tempo di Antonino, e a richiesta di Pudente, padre di Pudenziana e Prassede, avrebbe costruito una chiesa in vico Latericio detta ancora titulus Postoris al tempo del redattore della vita e ricordata fino al sec. xili presso S. Clemente (Etude sur le légendier romain, Bruxelles 1936, pp. 139, 264-66). H. Delehaye propose di identificare con lo stesso Pastore il martire Pimenio o $P y$ menius o $\Pi \alpha \mu \dot{\eta} \nu$ (op. cit., pp. 137-40), ricordato nel Martirologio geronimiano e nel calendario marmoreo napoletano al 18 febbr., al 18 marzo e meglio al 2 dic. La sua Passio lo indica quale presbitero tituli Postoris vissuto al tempo dell'imperatore Giuliano (id., op. cit., pp. 259-63). Il martire Pimenio fu sepolto nel cimitero di Ponziano, come è indicato dalla notitia ecclesiarum e dal de locis (R. Valentini, e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 92-107) e ivi rappresentato insieme con i martiri Milis e Pollion (Wilpert, Pitture, pp. 453-520 e tav. 255, 1). Enrico Jesi
PUDORE e PUDICIZIA. - Il p. appartiene tanto alla sfera sensitivo-istintiva quanto a quella co-sciente-intellettuale: nel primo caso si ha il p. nel senso stretto del termine, nel secondo una organizzazione superiore di esso che entra nella categoria di virtù e si denomina pudicizia.
I. P. istintivo. - Il p. (laudabilis passio per gli scolastici) è sicuramente connesso con la sessualità; e considerato in senso stretto si deve definire come un freno psichico rivolto alla sessualità ed a quanto ad essa sollecita e tende ad impedire ogni violazione della retta esplicazione dell'istinta.
I nudisti considerano il p. come una pura convenzione sociale, un tabù di primitive forme originato fondamentalmente dall'uso di andare coperti. Esso sarebbe contraddittorio alla natura, perché la resistenza alle energie erotiche, sviluppata da esso, sarebbe in opposizione alla costituzione biofisiologica dell'uomo. Questa dottrina, a sfondo prettamente materialistico, si basa su un falso concetto della natura dell'uomo che trascina sul piano puramente animale. Spencer, S. Sergi e altri con animo positivistico ritengono il p. come l'evoluzione di un dolore estetico, provocato in chi si vedeva privo d'abiti. Il Durkheim lo pone in rapporto con il magismo, per cui rappresenterebbe una forma di difesa per impedire effluvi dannosi. W. James lo mette in relazione con il senso di disgusto che suscita la visione di alcune parti del corpo altrui, disgusto che si riporta su noi stessi per autoconsversione. Il desiderio di essere apprezzati sarebbe alla base di questo sentimento secondo il Dumas; Freud lo ritiene invece una qualità essenzialmente femminile, originata da una inferiorità anatomica della donna; infine Guyon, Gurmont accentuano la funzione biologica di conservazione della specie che sarebbe distrutta dall'anarchia sessuale.
Da studi più recenti risulta che il p., contrariamente a ciò che riteneva la mentalità positivistica del sec. xix, ha le seguenti fondamentali caratteristiche: a) è legato alla stessa costituzione psicofisica dell'uomo e perciò è universale, riscontrandosi presso tutti i popoli, secondo gli
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studi etnologici più accurati, e non mancando mai in nessun individuo normale (v. sotto, n. III); b) si presenta rivestito di una innatezza che lo mostra antecedente alla esperienza, anzi si afferma come istintivo, almeno come fondo propulsore, e si manifesta come una tendenza innata dello stesso istinto di riproduzione, che si autodifende dalle aberrazioni; c) benché istintivo, il p. non esclude una certa plasticità comune a tutti gli istinti, anzi la implica. Infatti è essenziale all'istinto la finalità: il raggiungimento di questa esige che l'istinto possa superare ostacoli o adattarsi alle concrete condizioni per la sua attuazione. Le condizioni concrete a cui il p. adatta la sua azione prudenziale sono diverse, cioè l'età, la diversità di attrazione erotica esercitata dalle diverse parti del corpo, il tipo psicologico individuale, ecc. Questi differenti fattori spiegano la diversità delle forme di p. tra gli individui, e le differenze di stirpi, di ambiente, di mentalità, di pregiudizi dànno ragione della diversità delle varie forme di p. tra i popoli. Lungi quindi dal costituire un argomento contro l'innatezza e l'istintività del p., come sosteneva il positivismo, la varia concretizzazione delle forme di esso diviene una delle riprove.
Oltre al p. con direzione strettamente sessuale si constata un p. che si può chiamare generale tendente ad inibire ogni cosa contraria alla elevazione dell'io. A questo p. si può attribuire quella vergogna che Plotino provava nel vedersi costituito anche di materia (Porfirio, Vita di Plotino, 1). Il p. generale si ricollega con quello sessuale, in quanto le degenerazioni nel campo sessuale vengono considerate, e lo sono, maggiormente in antitesi al perfezionamento ed elevazione dell'uomo. Questo p. forma l'analisi di congiunzione tra il p. istintivo e il p. virtù con contenuto più spiccatamente intellettuale.
II. P.-vittù o pUdicitia. - E la virtù che si acquista con la ripetizione cosciente di atti di p. e si perfeziona secondo lo sforzo che vi si impiega. I teologi elencano quattro virtù moderanti prossimamente l'istinto sessuale : la pudicizia, la verecondia, la modestia, la castità. La pudicizia è una specificazione della temperanza verso l'istinto sessuale, di cui modera i segni e le manifestazioni secondo il retto ordine.
Essa si indirizza alle circostanze (attitudini, cose, pensieri) che assumono rispetto alla sessualità il carattere di mezzi per la sua attuazione. Questi mezzi spesso sotto l'influsso della pudicizia vengono intercettati nel loro funzionamento, sì da impedire l'attività e in modo da escludere il loro fine naturale, contrario però alle norme del dover essere del soggetto in quel dato momento. Viene quindi ad emergere un'altra dimensione della pudicizia, si escludono circostanze e si frenano pensieri, perché si prevede che mediante la loro attività si produrrebbe una violazione dell'ordine morale. Questa previsione, immanente nella pudicizia, unisce questa virtù, più di ogni altra, a quella fondamentale della prudenza.
Deriva da questa immanenza della prudenza nella pudicizia il caratteristico modo di agire di quest'ultima che è prettamente prudenziale: essa attua per lo più una difesa indiretta, precauzionale, poiché si constata nel campo sessuale una insufficienza psichica a dominare l'istinto. Se l'educazione umana è l'attuazione dei valori potenziali dell'uomo nella loro gerarchia naturale e perciò affermazione dei valori spirituali sulla materia, si può ben concludere che la bontà di una educazione si trova misurata dallo sviluppo e affinamento portato alla pudicizia che più di ogni altro abito operativo tende ad affermare lo spirito. L'educazione al p. deve essere indiretta, perché una educazione diretta implicherebbe necessariamente l'orientamento dell'attenzione sugli oggetti che proprio il p. ha il compito di attenuare nella loro attrattiva. Opposte percio al dinamismo della pudicizia sono le teorie della $s$ complete luce $s$ nel campo sessuale e del non intervento dell'educatore per inibire la libera espansione dell'individuo (Adler). Benché indiretta, l'educazione alla pudicizia deve essere positiva: preparando quell'atmosfera spirituale, la quale, oltre a impedire la degradazione nel campo della sessualità bruta, renderà più facile quelle rivelazioni necessarie a tempo opportuno e con quella
graduazione che è doverosa per essere sempre sulla linea prudenziale del p. Anche prima dell'insorgere dell'istinto sessuale e quindi del p. nel suo senso completo, vanno preparate nella mente e nel modo di agire del fanciullo quelle individualizzazioni secondarie della pudicizia (atteggiamenti, riserbi, decenze negli atti e parole e pensieri) che incanaleranno, come una via già preparata, lo svolgimento di essa quando comparirà con direzione formalmente sessuale.
La pudicizia ha influenza non solo nella elevazione pedagogico-morale dell'individuo, ma ha anche un valore sociale, in quanto le sue violazioni stanno alla base di moltissime altre di cui si occupano i codici penali, e la minore o maggiore negazione di essa porta fatalmente, per la legge psicologica della correlazione dei dinamismi, al dominio dell'istinto conseguente alla umiliazione della ragione di fronte ad esso, alla disgregazione della società fondata essenzialmente sulla inibizione razionale degli istinti, rappresentata dalle norme giuridiche.
Bibl. : citre i testi comuni di morale che trattano l'argomento dal punto di vista del suo essere e delle sue violazioni, si citano alcuni studi che trattano della pudicizia sotto punti di vista particolari e con diverse mentalità: G. Sergi, Piacere e dolore, Milano 1894; H. Ellis, Etudes de psychologie sessuale, Parigi 1908; S. Freud, Introduc. alla psicanalisi, Napoli 1922; F. Ougot, Etik der Machtheit, Lipsia 1927; L. Dugas, La pudour, in Rec. philos. de la France, 28 (1930), p. 468 199; : I. De la Vaissiere, Il p. istintivo, Milano 1938; L. Pin, Pricologia del rapporto sessuale, ivi 1942.
Costante Scarpellini
III. P. e pudicizia presso i primitivi. - Lo studio del p. presso i popoli primitivi conduce necessariamente allo studio della loro etica sessuale, perché vi è il p. del comportamento esterno, vi è interiormente il p. virtù (la pudicizia) e il p. istintivo. La pudicizia è la virtù, che fa astenere da ogni azione che conduce alla lussuria; essa, come dice s. Tommaso, è la stessa virtù della castità, in quanto modera alcuni atti meno importanti appartenenti alla concupiscenza.
Per gli evoluzionisti, che postulano l'origine dell'uomo dall'animale attraverso una lenta evoluzione, il p. non esiste presso i primitivi. Lo Spencer, ad es., nella sua opera Principi di sociologia, parlando dei rapporti primitivi tra i sessi, lo dice chiaramente. Egli, poi, ritiene infondata e rigetta la teoria della promiscuità primordiale, perché il principio della forza, secondo lui, agi nelle relazioni sessuali. A questa mentalità si avvicina il Corso, quando a proposito delle tre ipotesi principali sull'origine degli indumenti (utilitaria, morale ed estetica) scarta senza meno quella morale. Anche per il Biasutti il p. ha poca relazione con l'abbigliamento.
Dinanzi al modo di procedere degli evoluzionisti ci si può domandare quale fondamento scientifico abbiano le loro affermazioni: come dunque deve essere condotta una ricerca scientifica sul p. e, in genere, sull'etica sessuale dei popoli primitivi? Questa questione è già stata posta dal Mohr nelle sue ricerche relative per i popoli dell'Africa orientale e centrale (v. bibl.) e risolta cosi : l'oggetto di una tale indagine non è la vita intima di fatto di questi popoli, come poco scientificamente si è ritenuto da certi autori. Tra questi sono da considerarsi il Corso e il Biasutti surriferiti. Non si tratta, almeno come oggetto finale, di illustrare l'osservanza della loro morale intima. L'oggetto proprio dev'essere invece l'etica sessuale, cioè si deve rilevare come la coscienza morale di questo e quel popolo regola la vita intima e come giudica le mancanze al riguardo. Ora, se la conoscenza della vita e della morale sessuale fornisce molto materiale, sta di fatto che la coscienza morale di un popolo si manifesta essenzialmente e propriamente nelle sue leggi non scritte e nei suoi usi tradizionali, indagini nelle quali non si può prescindere dalla sociologia e dalla giurisprudenza comparativa. Inoltre, ogni concezione di etica intima dev'essere ricongiunta con la cultura e con il complesso culturale cui appartiene, per poter spiegare le variazioni concrete che si osservano presso i diversi popoli. Se sono rari gli studi sistematici dell'etica in genere, molto più lo sono quelli riferentisi a questo delicato campo specifico.
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Tali problemi, trattati secondo i dati empirici, considerando tutti i popoli del mondo, sono stati esaminati da E. Westermarck nelle sue opere La storia del matrimonio umano e L'origine e lo sviluppo delle idee morali; dal Crawley nella Mistica rosa. Studio sul matrimonio primitivo e sul pensiero primitivo a suo riguardo; da Schmidt e Koppers in Popoli e civiltà. Sociologia ed economia dei popoli; da Schmidt in L'origine dell'idea di Dio, dove sono ricongiunti, essendo oggi possibile farlo, ai loro complessi culturali (v. bibl.).
L'etica sessuale dei primitivi va distinta in prematrimoniale e matrimoniale. Non ci si occupa qui dell'etica matrimoniale (v. incesto; indissolubilita del matrimonio; matrimonio; monogamia; poliandria; poligamia; prostituzione), ma di quella prematrimoniale. Riguardo a questa si deve osservare se è permesso o no il commercio sessuale prematrimoniale; nel caso che non sia permesso, se esso è solo disapprovato, o anche regolarmente castigato. Poi si deve chiarire come ci si comporti rispetto ad una gravidanza prematrimoniale, se non vi si veda niente da riprovare, o se sia proibita solo essa, ma permesso viceversa il commercio intimo, se essa venga castigata nei beni o nella vita, lievemente o gravemente. Né meno significativo è stabilire se la libertà di contatti intimi prima del matrimonio sia colpita nei due sessi o in uno solo. E anche importante sapere se la società curi o meno la protezione morale della gioventù prima del matrimonio e in che cosa consista quest'azione. Bisogna infine chiedersi se esiste una stima speciale della verginità, congiunta eventualmente con l'esplicita sua constatazione prima del matrimonio attraverso una qualche prova. Ora, presso i popoli etnologicamente più antichi, che sono stati oggetto di studio anche sotto l'aspetto in questione nella suddetta opera su L'origine dell'idea di Dio del p. Schmidt, risulta incontrovertibile che si impone da parecchi di essi la castità prematrimoniale della giovane, il più delle volte come un comando del Creatore. Cosi è ad es., presso i Maidu della California.
Tra quelle genti, poi, che presentano al riguardo costumi deteriori, il giovane è costretto a sposare la ragazza non appena essa è stata da lui resa incinta, affinché nessun bambino nasca fuori del matrimonio, giacché aver figli fuori del matrimonio è ritenuto un obbrobrio che ricade sulla madre e spesso porta al ripudio e ad altri castighi. Cosi presso i Coriacchi nell'Asia nord-orientale, se una ragazza resta incinta prima del matrimonio, va a partorire nel bosco, uccide il bambino e lo seppellisce nella terra o nella neve. Il seduttore è battuto dai parenti della ragazza. Anzi, anticamente l'accaduto poteva originare perfino una guerra tra le due famiglie. C'è di più : per alcuni di questi popoli, dove prima del matrimonio è permesso il libero commercio tra i giovani dei due sessi, appare evidente che tale scostumatezza è d'influsso estraneo : ad es., presso i Pigmei Bambuti dell'Ituri in Africa che, come dimostra il loro esploratore p. Schebesta, hanno purtroppo imitato i vicini Negri (Manvu, Balesi e Mvuba). Concludendo, la castità prematrimoniale di tutti i popoli etnologicamente più antichi è congiunta con il matrimonio monogamico, contratto per lo più liberamente dai giovani (v. monogamia).
Ma al dovere della castità prematrimoniale corrisponde un'educazione del p. ed un ambiente favorevole? Si deve rispondere affermativamente. Fra i Pigmei del Gabun francese (Africa), quando un ragazzo notava gli effetti della pubertà durante il sonno, era tenuto ad avvisarne il padre. Questi lo lavava nella corrente del vicino fiume e lo ammoniva di non abbandonarsi a piaceri vietati; poi gli mostrava le donne che doveva particolarmente rispettare, la madre, le sorelle, le cugine. Similmente la figlia era accudita ed ammonita dalla madre al momento della pubertà e per un certo tempo condotta nella foresta, impartendole proibizioni analoghe a quelle del ragazzo. Da nessuno di questi popoli, come rileva espressamente il p. Schmidt, si pratica la completa nudità, nemmeno nelle regioni più calde : gli uomini e le donne, ma specialmente queste, portavano un perizoma e ciò non per ornamento, ma per p. Il Man lo rilevava per gli Andamanesi da lui esplorati, dicendo che il loro vestito si ridu-
ceva ad una semplice foglia, ma vi tenevano tanto, che le donne se la cambiavano lungi da ogni sguardo indiscreto nell'ombra della foresta. Uomo e donna, inoltre, non prendono mai il bagno insieme. A sua volta il p. Schebesta non notò mai, sia presso i Semang che presso i Bambuti, alcunché di osceno. Dopo avere trattato della libertà intima lasciata alla gioventù prima del matrimonio, uso chiamato arobo, egli conclude, dicendo : «Si sbaglierebbe però colui, che dalla scostumatezza dell'arabo ne concludesse nel senso di una società pigmea, dove nella vita dell'accampamento vi fosse lo stigma della lascivia o indecenza. Eccettuato qualche casuale, ma raro, svia mento, i Bambuti erano dovunque decorosi s. Solo presso i Semang egli udi una volta parole oscene da un giovane, che per altro era moralmente screditato, ma che subito fu ripreso da un vecchio, il quale irosamente gridò: "Un peccato contro Carej! " (cioè contro l'Essere Sommo), e il giovane ammutolì all'istante. Essi inoltre ritengono peccaminoso far caso ai casi quando si uniscono, e il commercio dei coniugi durante il giorno, come pure l'accostarsi dei genitori ai figli di altro sesso durante il sonno; tutti peccati dei quali credono di dover chiedere perdono a Dio con il sacrificio del proprio sangue.
Un alto concetto del p. si manifesta presso i Samoiodi nella vita delle persone consacrate a Dio. Quando un bambino o una bambina si ammalano, possono essere consacrati a Num, l'Essere Sommo, per mezzo del sacerdote. Il consacrato poi rimane celibe per tutta la vita, ogni settimana deve purificarsi col fumo dai contatti con le vesti degli altri uomini, e si è certi che dopo la morte egli va in cielo presso Dio. Per uno di questi gruppi di popoli primitivi, i Californiani centro-settentrionali, il p. è un sentimento tanto vivo che - per eccesso - è considerato deteriore il modo con cui si procreano i figli nel matrimonio, poiché un mito della loro religione racconta come il Creatore volesse da principio disporre altrimenti la nascita dell'uomo: solo Coyote, rappresentante del male e costante oppositore del Sommo Essere buono, avrebbe disposto l'attuale sistema di generare. Ciò risulta specialmente, ad es., dal mito dei Maidu. Così anche fra le genti dell'Australia sud-orientale e della California nord-centrale nell'iniziazione della gioventù, che è un atto solenne della comunità, i candidati vengono severamente ammoniti di guardarsi dalle colpe sessuali e soprattutto dal correre dietro alle ragazze. Da quanto si è detto finora risulta che i popoli più arcaici possiedono il p. come istinto e come virtù e lo manifestano nella condotta privata e pubblica, ritenendolo una legge morale fondata sulla volontà dell'Essere Sommo, Dio.
Non solo fra i popoli etnologicamente più antichi, ma anche presso molti di quelli di civiltà etnologicamente posteriore si richiede nella gioventù la castità prematrimoniale. I pastori nomadi impongono la verginità della sposa con relativa prova in occasione dello sposalizio, prova di cui tutti pubblicamente si rallegrano con i genitori, specialmente con la madre, perché hanno conservato la loro figlia cosi pudica. Ma nel caso contrario anche il disonore ricade sui genitori della sposa, che va in dispregio, mentre il contratto matrimoniale diviene invalido e nullo. Presso i Kirghisi in questo caso lo sposo distruggeva con la spada la tenda dello sposalizio, stracciava la sua veste di onore, uccideva il cavallo che lo aveva trasportato, insultava la sposa e reclamava il kalim (prezzo della sposa) a suo tempo versato. Parimenti la prova della verginità è richiesta presso gli Arabi, dagli Ebrei, da parecchi popoli cantitici dell'Africa settentrionale e orientale. Nelle sue ricerche sull'etica intima dei popoli nilotici e loro vicini dell'Africa orientale e centrale il Mohr ha constatato tre tipi di etica, in uno dei quali, non solo è proibito ogni commercio intimo prima del matrimonio, ma è anche punito, se pure non ne provenga gravidanza. Il castigo colpisce il seduttore e consiste in una multa, ordinariamente di bestiame. Oltre che con il timore del castigo, la gioventù celibe viene salvaguardata facendola dormire in case distinte per ogni sesso e separare dagli adulti. Il fratello poi è responsabile della condotta morale della sorella, che è in ciò particolarmente protetta da lui.
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Presso i Banyancole o Bahima, ad es., se una ragazza avesse rapporti illeciti sarebbe disonorata e cacciata dal clan; se poi divenisse incinta la vergogna la seguirebbe per tutta la vita. Appena la cosa diventa pubblica, il clan la maledice e la ripudia. Essa viene esiliata sulle rive del lago Karageve, nella regione occidentale del paese, dove rimane fino alla nascita del bambino, dopo di che può tornare a casa. Se l'uomo che l'ha disonorata non la sposa, essa diventa una serva, che solo un uomo senza onore, o al massimo uno schiavo, vorrà sposare. Un tempo la punizione, almeno nelle classi più alte, era ancor più severa e colpiva anche il seduttore, se si riusciva a prendere. Ambedue i colpevoli erano affogati, con pietre legate al collo, nel fiume Kagera. Ma ben peggio accadeva allorché il re o il principe sposava una ragazza e la trovava incinta; allora non solo essa era affogata, ma erano uccisi anche i suoi genitori e il maggior numero possibile dei membri del suo clan. Fra i Bahima di Mporora, o Baturisi, oltre alla verginità prima del matrimonio, si richiede fedeltà anche dopo di esso e fedele affetto tra moglie e marito. Nel Sudan e in altre parti dell'Africa, ad es., nella Dancalia, si ricorre alla dolorosa operazione della infibulazione per salvaguardare materialmente la verginità delle giovani. Presso i Somali una ragazza sedotta non può più divenire sposa legittima; presso i Negri del Togo una vergine è pagata di più al suo matrimonio. Il p. Schmidt ricongiunge ad un influsso dei pastori nomadi il singolare sistema di accertamento della verginità in uso nella Polinesia e nelle Samoa. Fra i Teutonici solo le vergini potevano sposarsi; in Persia e in Circassia una sposa non vergine poteva essere ripudiata; per parecchie genti dell'Impero russo in questo caso si poteva esigere un'ammenda, ad es., tra i Russi Bianchi.
Se alla castità prematrimoniale della gioventù femminile è congiunta la fedeltà della sposa, virtù richiesta, ad es., dai popoli arcaici e dai pastori nomadi (v. indIbSolubilita del matrimonio), è facile comprendere che deve corrispondervi anche la castità della gioventù maschile e che ad ambo i sessi si rende necessaria una vera e propria educazione al p .
Presso altri popoli, come, ad es., presso gli agricoltori Acciuabo dell'Africa orientale portoghese, alla foce settentrionale del fiume Zambesi, il codice morale comporta esplicitamente un'etica intima che impone una condotta pudica per ambo i sessi. Il p. Schulien, che li ha studiati vivendo missionario in mezzo a loro, riferisce che nella rispettiva lingua otahalia significa " commettere azioni immorali $c$, comprese quelle riguardanti la vita intima; mibuali significa "impudicizia". Come se qualcuno seduce la moglie di un altro e se una donna è infedele, così si dice otahalia anche se un uomo s'intrattiene a lungo e ride con una donna che non gli è parente, se qualcuno spia di nascosto le donne durante le cerimonie, o quando sono sole. E anche un'otahalia il solo pensare a queste cose, e si chiama oroa viabure il segnare, immaginare "malizia sessuali»... Tutte queste cose, aggiunge il p. Schulien, si dicono anche vilabo via manjazo, ossia "cose del p., della vergogna". Parlando della proibizione dell'adulterio, il p. Schulien rileva che è proibito anche tutto ciò che ad esso conduce. Come non si deve fantasticare di cose intime così non si deve parlarne; certe parole, inoltre, non vanno dette in presenza delle donne. Non si devono schernire le donne e non si deve deridere una donna "che porta un bambino sotto il cuore». Ed infatti, se mai un giovane, aveva annotato lo stesso missionario nel suo taccuino, vede una donna incinta e ne ride, i compagni le rimproverano, dicendogli : "Tu burli quella donna, mentre essa porta un bambino sotto il cuore. Tu sei cattivo ", e lo ammoniscono "a non parlare più cosi". Come sono vietati il ratto e la violenza delle giovani, così a queste è ingiunto di coprirsi il petto per p. Tutti gli insegnamenti della vita intima, come di tutto il codice morale, sono impartiti alla gioventù degli Acciuabo nelle cerimonie d'iniziazione e sono riferiti a Dio. Infatti il p. Schulien, dopo avere esposto la loro etica sessuale ed i divieti surriferiti, conclude con queste parole: "Questi divieti proteggano la donna e la prole. I divieti sono ascritti alla volontà di Dio chiamato da loro Mulugu,
perché si dice: "Mulugu non vuole che si vedano i suoi segreti, il suo modo di creare" ".
Fra gli Aztechi dell'antico Messico il matrimonio veniva consumato dopo quattro giorni di digiuno, di ritiro e di penitenza con spine di aloe e sacrificio del sangue. Dopo il primo contatto veniva portato nel tempio il contrassegno della verginità della sposa. Se invece risultava il contrario, si scioglieva il matrimonio e si restituivano i doni matrimoniali. Così era anche per i Cicimeci dello stesso antico Messico e nel Nicaragua.
Un rilasciamento nell'etica intima e una condotta poco o niente pudica esiste viceversa presso i popoli totemisti e presso quelli da questi influenzati. Si deve dire però che anche presso molti popoli totemisti, l'istituzione delle case dei giovani è stata fatta proprio per impedire la scostumatezza di questi con le donne della tribù (v. PROSTITUZIONE). Ciò significa che in sostanza è pur sempre presente anche fra quelle genti una preoccupazione di salvaguardia della castità prematrimoniale ed il senso di una condotta pudica.
Da quanto è stato finora esposto, si deve avvertire che, trattando del p. presso i popoli primitivi, bisogna ben distinguere di quali popoli si parla, il che vale anche per la questione particolare riguardante l'uso delle vesti presso di loro. Perciò, esaminando l'etica sessuale dei primitivi, è della massima importanza astenersi da ogni indebito e facile generalizzazione, se veramente ed onestamente si vuole mettere a fuoco l'intero problema così connesso con una limpida e sicura conoscenza delle vive sorgenti della psicologia dei medesimi.
Bibs.: H. Westermark, Origine du mariage dans l'espice humaine, vers. franc., Parigi 1893, cap. 3; E. Crawley, The Mystik rose. A study of primitive marriage and of the primitive thought in its bearing on marriage, Londra 1902, nuova ed. di T. Bisterman, 2 voll., iv 1927; H. Spencer, Principi di sociologia, trad. it. di G. Ezidi, Padova 1922, pp. 68-71; W. Schmidt, W. Koppers, Wilber und Kulturen. Gesellschaft und Wirtschaft der Völker, Ratisbona 1924, p. 210; H. Wintzer, Das Recht Altmessicos, in Zeitschr. f. vergl. Rechtswissenschaft., 45 (1930), p. 193; W. Schmidt, L'anima dell'uomo primitivo, Roma 1931, pp. 38-60; E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islands, $2^{2}$ ed., Londra 1932; M. Schulien, Pecsato e riparazione presso gli Acciuabo, in Espaizione e redenzione. Atti off. della XI sett. di cultura dell'U. M. D. C., $2^{\circ}$ ed., Roma 1933, pp. 66, 67 sg., 78 sg.; R. Boccosoina, La religione e la morale delle populazioni primitive, in Studiomi, 35 (1939), p. 7 sg.; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesider. Endsynthese der Religionen der Urc/ther Amerithas, Aisers, Australiens, Afrikas, Münster in Y. 1936, p. 431 sg.; R. Mohr, Untersuchungen über Sexualethik ost - und zentralafrikan. Volkstribune, in Anthrapoc, 33 (1938), pp. 731, 783, 786; id., Wicerehe sull'etica sessuale di alcune popolaz. dell'Africa centr. e orient., in Arch. per l'outropol. e l'etnal., Firenze 1939, p. 283 sg.; R. Corso, La vita spirituale, in R. Biasutti, Raccol e popoli della terra, I, Torino 1941, pp. 473-96; R. Biasutti, Elementi della civiltà, ibid., pp. 331-410; R. Corso, Etnografia. Prolegomeni, 4 e ed., Napoli 1947, p. 116 sgg.; P. Schebesta, Die Bambuti-Pygmden vom Ituri. Ergebnisse zxvier Forschungsreisen zu den zentralafrikan. Pygmäen, II, Bruxelles 1948, p. 343; W. Schmidt, Geist und Ethos des Menschen der Urkultur, in Wissenschaft und Weltbild, 2 (1949, 1-III); v. anche bibl. della voce peccato.
PUEBLA DE LOS ANGELES : v. angelopoli.
PUEBLO, DIOCESI di. - Diocesi e città nello Stato di Colorado (U.S.A.).
La diocesi ha un territorio di 51.289 miglia quadrate con una popolazione totale di 388.017 ab. di cui 89.397 cattolici. Vi sono 117 sacerdoti (dei quali 57 religiosi appartenenti a 5 congregazioni diverse : Missionari del Preziosissimo Sangue, Teatini, Benedettini, Figli della S. Famiglia, Gesuiti) nelle 46 parrocchie, 31 cappelle, 18 missioni e 92 stazioni. Si trovano inoltre 12 congregazioni femminili, un seminario, 1 scolasticato benedettino, 1 collegio, 1 orfanotrofio e 10 ospedali.
Nel 1539 il francescano Marcos de Niza penetrò nella tribù degli indigeni Pueblo, ma i primi bianchi a stabilirvisi furono alcuni spagnoli giunti nel Nuovo Messico, parte meridionale del Colorado, nel 1852. La prima chiesa risale al 1858. La diocesi fu eretta da Pio XII il 15 nov. 1941 (AAS, 34 [1942], pp. 192-94) con la cost. apost. Ecclesiarum in catholico orbe (ibid., pp. 190-92),
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(ret. (lvu)
Pueblo, diocesi di - Villaggio degli Indi Taos - Nuovo Messico.
per smembramento di Denver, elevata contemporaneamente ad arcidiocesi, con P. e Cheyenne per suffraganee.
Bibl.: The Cath. Directory, Nuova York 1920, pp. 482-87; T. Roemer, The Cath. Church in the United States, St-LouisLondre 1920, p. 382.
PUENTE, Luis de la, Venerabile. - Gesuita, scrittore ascetico e mistico, n. a Valladolid I'II nov. 1554, m. ivi il 16 febbr. 1624.
Entrato nella Compagnia nel 1574, fu professore di filosofia a León e di teologia a Salamanca e Valladolid; ma, esonerato ben presto dall'insegnamento per la malferma salute, si dedicò interamente alla direzione spirituale e alla composizione delle sue opere, che gli acquistarono quella stima universale che non è spenta ancora.
Scrisse : Meditaciones de los Misterios de nuestra Santa Fe (2 voll., Valladolid 1605), in cui cominciando dal fine dell'uomo e dai novissimi e continuando con la vita di Gesù Cristo fin all'Ascensione, conchiude con le contemplazioni sugli attributi divini. Serie di meditazioni la più completa, ammirabile per la profondità teologica, la chiarezza dell'esposizione e specialmente per le commosse preghiere conclusive di ogni punto, che si diffuse in innumerevoli edizioni e versioni, anche recenti, e fu usata da molti santi, e a cui si ritorna sempre come a vergine sorgente. Seguirono: Guia espiritual (ivi 1609), che insegna il modo di meditare e di arrivare alla contemplazione e alle visite divine anche straordinarie; De la perfección del cristiano en todos sus estados (I e II vol., ivi 1612-13; III vol., Pamplona 1616); Directorio espiritual para la Confessión, Comunión y Sacrificio de la Misa (Siviglia 1625). Più intimamente legate alla mistica sono le due biografie: Vida del p. Baltasar Alvarez (Madrid 1615), dove, più che non la vita di quel suo maestro spirituale, espose tutto il cammino verso una santità, affiancata dai doni spirituali; Vida maravillosa de la ven. virgen Doña Marina de Escobar (compiuta poi dal p. Pinto Ramirez [v. Sommervogel, VI, 833], edita a Madrid 1673), anima favorita di grazie straordinarie; e il commento biblico: Expositio moralis et mystica in Canticum canticorum (Colonia 1622). Si possono citare ancora: Tesoro escondido en las enfermedades (postumo, Madrid 1672) e Memorial, diario spirituale, pubblicato finora solo parzialmente con il titolo: Sentimientos y avisos espirituales del ven. p. L. de la P. (Siviglia 1671, a cura del p. Tirso Gonçalez).
Del la P. fu introdotta la causa di beatificazione nel 1667 e proclamata l'eroicità delle virtù nel 1759 .
Bibl.: opere: L. de la P., Obras espirituales, 5 voll., Madrid 1690 (cf. anche Sommervogel, VI, 1271-92; IX, 786-87). Studi: Fr. Cachupin, Vida $y$ virtudes del ven. p. L. de la P., Salamanca 1652 (vers. it., Venezia 1733); J. May, Der ebrec. p. Ludwig de Ponte. Sein Leben und seine Schriften, in Zeitschr. für Aszore u. Mystik, i (1926), pp. 367 375; C. M. Abad, El ven. p. L. de la P., Valladolid 1932; C. A. Kneller, L. de la P., in Zeitschr. f. Aszore u. Mystik, 14 (1939), pp. 185-202; J. Boumer, Die Theologie der mystischen Beschance im Kommentar zum Hohen Lied des p. L. de la P., ibid., 17 (1942), pp. 77-90; S. Tromp, Ven. Ludovicus de Ponte et co-oblatio foblium in sacriBein Missac, in Period. de re mor., canon., liturg., 31 (1942), pp. 345-51. Celestino Testore
PUERTO MONTT, diOCESI di. Diocesi del Cile nell'America meridionale, suffraganea di S.ma Concezione.
La diocesi ha un'estensione di 25.000 kmq . e una popolazione di 145.000 ab., di cui 134.000 cattolici: conta 20 porrocchie con 26 sacerdoti diocesani e 23 regolari, 2 comunità religiose maschili e 11 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 330).
Con le cost. apost. Summi Poutificatus del papa Pio XII, fu cretta a diocesi il $1^{\circ}$ apr. 1939, per smembramento dalla diocesi di S. Carlo de Ancuil, elevando a dignità e titolo di cattedrale la chiesa della B.V.M. del Carmelo.
Bibl.: AAS, 32 (1940), pp. 337-40. Enrico Josi
PUERTO RICO: v. SAN GIOVANNI DI PORTORICO.
PUFENDORF, Samuel von. - Storico, filosofo e giurista, n. a Dorfchemnitz in Sassonia l'8 genn. 1632, m. a Berlino il 26 ott. 1694. Compiuti gli studi a Lipsia e a Jena, fu dal 1657 precettore a Copenhagen dove preparò la sua prima opera, Elementorum iurisprudentiae universalis libri duo (L'Aia 1660).
Chiamato all'Università di Heidelberg, gli fu affidata la cattedra di diritto naturale e delle genti, per la prima volta istituita; ivi scrisse, con lo pseudonimo di Severinus de Monzambano, il De statu imperii Germanici (Ginevra 1667); passato poi a Lund, in Svezia, scrisse l'opera che restò la sua più famosa, De iure naturali et gentium libri octo (Lund 1672), compendiata l'anno seguente nel De officio hominis et civis tuxta legem naturalem libri duo (ivi 1673); alle polemiche suscitate da tali scritti rispose con vari opuscoli, pubblicati poi con il titolo di Eris Scandico (Francoforte 1686). Dell'anno successivo è il De habitu religionis christianae ad vitam civilem (Brema 1687), in cui il P. sostiene il principio della libertà di religione e della tolleranza religiosa, ma già dal 1677 , essendo stato nominato storiografo del Regno di Svezia, egli si era dedicato all'attività storiografica, che proseguì dal 1688 a Berlino dove rimase fino alla morte; tra le numerose opere storiche sono da ricordare: Einleitung zur Historie der vornehmsten Reiche und Staaten in Europa (Francoforte 1682), Commentariorum de rebus Suecicis libri XXVI (Utrecht 1686), De rebus gestis Frederici Wilhelmi Magni (Berlino 1695), De rebus gestis Frederici III Electoris Brandenburgici (ivi 1784).
La dottrina del P. intorno al diritto naturale si collega direttamente a quella di Ugo Grozio (v. groot, HUIG), del quale però egli accentua l'atteggiamento razionalistico e antiteologico, nel tentativo di fondare esclusivamente sulla ragione il diritto naturale. Questo è per lui del tutto distinto dalla religione, perché esso ha per compito di stabilire le norme di con