di Ugo Grozio (v. groot, HUIG), del quale però egli accentua l'atteggiamento razionalistico e antiteologico, nel tentativo di fondare esclusivamente sulla ragione il diritto naturale. Questo è per lui del tutto distinto dalla religione, perché esso ha per compito di stabilire le norme di condotta in questa vita e si riferisce soltanto alle azioni esterne. Oltre che di Grozio, appare manifesta l'influenza su di lui dello Hobbes (v.), al cui empirismo (v.) egli contrappone però un rigoroso razionalismo (v.) che dà alla sua dottrina uno spiccato carattere astrattistico e antiatorico. Benché non molto originale, questa è svolta con grande sistematicità, frutto dell'intento del P. di costruire un sistema di diritto naturale che possieda lo stesso rigore di quello della scienza fisica. In esso, assai più che nelle dottrine di Grozio, appaiono tutte le teorie caratteristiche del
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(1) 1.1

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In alto: TRULLI DI ALBEROBELLO. In basso: DOLMEN, NEI DINTORNI DI BISCEGLIE.
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In alto a sinistra: PORTALE LATERALE DELLA CHIESA DI S. LEONARDO (sec. xit) - S. Leonardo. In alto a destra: FACCIATA DELLA CHIESA DEL CRISTO (1230). Il rosone è stato chiuso da decorazioni barocche - Brindisi. In basso a sinistra: INTERNO DEL BATTISTERO (sec. xit) - Monte S. Angelo. In basso a destra: S. AGATA. Affresco dei primi del sec. xv - Soleto, chiesa di S. Stefano.
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A sinistra: PARTICOLARE DELLA PORTA DI BRONZO DELLA CATTEDRALE (1119) - Troia. A destra: RELIQUIARIO DELLA S. CROCE. Croce metallica con smalto limusino e custodia in legno scolpito (sec. xili) - Barletta, chiesa del S. Sepolcro.
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1. Confina di ragione - 2. Confina di provincia - 3. Confina di circoscrizione eccloiontica - 4. Strada - 5. Forrendo.
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.
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giusnaturalismo: quella dello stato di natura, antistoricamente concepito come anteriore alla convivenza politica, e configurato, a differenza di quanto aveva fatto Hobbes, come uno stato pacifico, anche se vissuto da una condizione di insicurezza; quella del contratto sociale, per il quale, onde assicurarsi la garanzia dei propri diritti, gli uomini costituiscono lo Stato sottometrendosi a un'autorità politica; quella della superiorita dello Stato sulla Chiesa e della libertà di coscienza. Lo Stato (v.) infine è per il P. una persona morale, la cui volontà, derivante dalle convenzioni di più soggetti, viene considerata volontà di tutti allo scopo di raggiungere la pace e la sicurezza comune.
Bibl.: G. De Montemayor, Storia del diritto nat., Palermo 1911, pp. 427-27; V. Schenk, P. I Kirchenbegriff, in Zeitschr. der Savignystiftung für Rechtsgesch., Kammist. Abteil., 1925, pp. 39-61; B. Mathis, De S. P. juris naturalis et gentium valore philosophico, in Tui pontificium, 13 (1935), p. 163 sgg.; F. Zippeter, a. v. in Sluatdev, IV, coll. 498-500 (con ampia bibl.); N. Bobbio, Pref. all'antologia pufendorfiana. Principi di diritto naturale, Torino 1943.
Guido Fassò
PUGINIER, Paul-François. - N. il 4 luglio 1835 a Saix (Tarn. Francia) entrò il $1^{\circ}$ luglio 1854 nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi. Ordinato sacerdote il 29 maggio 1858 , partì il 29 ag. del medesimo anno per il Tonchino occidentale, dove non poté penetrare che nel 1862 , a causa della persecuzione.
Nel nov. 1867 fu nominato coadiutore di mons. J. S. Theurel, vicario apostolico del Tonchino occidentale, e consacrato vescovo di Mauricastro il 26 genn. 1868 a Hoang-Nguyen. Il 3 nov. di questo anno successe a mons. Theurel. Durante le diverse spedizioni di Francesca Garnier (1872) e di Rivière (1883) il P. diede consigli di moderazione per riuscire a pacificare il paese. La sua missione era stata colpita da due sanguinose per-

(da S. P., De fure natura et gentium libri octo. Oxford 1911, tax. contra il frontespizio) Purandorf, Samuel von - Ritratto. Anonimo del sec. xvir.

(fol. Ensi)
secuzioni ed egli moltiplicò le conversioni e accrebbe il clero indigeno, facendo personalmente più di 120 ordinazioni sacerdotali. M. ad Hanoi il 25 apr. 1892 e fu inumato nella chiesa di Ke-so.
Bibl.: A. Launay, Mémorial de la Société des Missions Etrangères, parte $2^{2}$, Parigi 1916, pp. 233-36. Antonio Anoge
PUGLIA. - I. Geografia. - Regione storica formata dal versante adriatico dell'Appennino a SE del Fortore e dalla Penisola salentina.
Quattro distinte unità naturali vi si riuniscono: il Tavoliere, vasta pianura alluvionale fra l'Ofanto, il Fortore e il Gargàno, nella quale l'originaria steppa popolata di greggi ovine è stata trasformata in granaio; il Gargàno, sporgente massiccio calcareo, le cui groppe boscone (M. Calvo m. 1056) declinano all'Adriatico in terrazze, rivestite in basso di agrumeti (Tavoliere e Gargàno formano la vecchia Capitanata, o provincia di Foggia); le Murge (terra, o provincia di Bari), altopiano anch'esso carsico, interrotto da conche (doline), e limitato ad E. da una cimosa litoranea piatta e fertile; e la Penisola salentina, che questo altopiano continua verso S., fra Adriatico e Jonio, scendendo del pari a gradini sul mare e con più deboli ondulazioni collinari (le Serre).
Poverissima di acque superficiali e con scarse precipitazioni medie annue (meno di 500 mm . nel basso Tavoliere e sul litorale tarentino), concentrate per di più nel periodo autunno-invernale, la P. è territorio adatto al pascolo (Murge) ed all'agricoltura, con netta prevalenza, in quest'ultima, delle colture arboree (olivo e vite soprattutto) su quelle erbacee (frumento; avena: 15 della produzione nazionale; tabacco nella Penisola salentina). La P. fornisce ca. 1/3 dell'olio prodotto in Italia, e tiene il primo posto sul mercato nazionale per le uve e il vino (quantità). Notevole anche la produzione della frutta secca (mandorle, fichi), destinata per lo più all'esportazione. Le industrie, per mancanza assoluta di energia e di materie prime minerali, si limitano alle alimentari (sisaria, enologica e molitoria); fanno eccezione le meccaniche concentrate nel porto militare di Taranto. Attivi la pesca ed i traffici, favoriti dal grande sviluppo di coste e di ferrovie.
La popolazione, che cresce con ritmo assai rapido (era di 1,3 milioni di ab. nel 1861), è variamente distribuita: massima densità sul litorale barese, minima nel Tavoliere e nel Gargàno. Caratteristico il forte accentramento ( $93,3 \%$, valore massimo fra i compartimenti italiani) in abitati grandi e piccoli; 77 comuni superano i 20 mila ab., e di questi due i 100 mila (Bari, Taranto), sei i 50 (Foggia, Barletta, Andria, Lecce, Brindisi e Molfetta) e tredici i 30 (Cerignola, Corato, S. Severo, Bisceglie, Altamura, Trani, Martina Franca, Bitonto, Monopoli, Canosa, Ostuni e Manfredonia).
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(Ist. Alinari)
Puglia - Panorama di Manfredonia. In fondo, il promontorio del Gargano.
| Province | Superficie in kmq. | Popolazione Censimento 1936-1.1.1959 (in 1000 sbit.) | | Densità a kmq. | Popolaz. del capo luogo (in 1000 ab.) |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Bari | 5.129 | 987 | 1.166 | 227 | 270 |
| Brindisi | 1.838 | 253 | 307 | 167 | 61 |
| Foggia | 7.184 | 523 | 644 | 90 | 90 |
| Jonio (Taranto) | 2.436 | 338 | 438 | 180 | 193 |
| Lecce | 2.759 | 514 | 599 | 217 | 62 |
| Puglia | 19.346 | 2.615; | 3.154 | 163 | — |
Bibl.: C. Bertacchi. P., Torino 1926: C. Colarentino. La geografia della P., Bari 1926: A. Philipson, Apulien, in Tijdschrift K. Nederlandsch Aardv Gencotschap, Amsterdam, 54 (1947), pp. 34-87; T.C.I., P. (in Guida d'Italia), Milano 1940.
Giuseppe Caraci
II. Storia. - Durante il corso di più che due secoli, dal sec. III al IV il cristianesimo si propagò nella regione pugliese : sorsero prima i vescovati di Scana, Canosa, Siponto, Venosa, Acerenza, Gnazia, Trani, Erdonia, Carmignano, forse Bari; più tardi, quelli di Brindisi, Oria, Lecce, Gallipoli, Taranto. Caduto l'Impero d'Occidente, il possesso della Puglia fu lungamente conteso tra gl'imperatori bizantini, i Longobardi e i Saraceni; ma i primi vi conservarono sempre una notevole superiorità sugli altri pretendenti e nel sec. x poterono ristabilire la loro dominazione nella maggior parte del paese.
La P. fu allora governata da un "catapano" (o residente generale), da cui trasse il nome il territorio da lui direttamente governato : "Catapanata" (poi italianamente Capitanata). Durante questa preponderanza bizantina, le chiese locali, come quelle della Calabria, si trovarono sotto la giurisdizione dei patriarchi di Costantinopoli. Nel 1008 il governo greco corse grave pericolo, a causa di un'insurrezione capeggiata da Melo di Bari, ma poi riusci a debellarla. Per altro, non passarono molti anni che sopraggiunsero nella regione i Normanni, i quali non tardarono ad affermare la loro potenza e a cancellare i segni della dominazione bizantina. Agli esordi di questa nuova epoca, che è anche quella dei liberi comuni, le città marittime di Bari, Molfetta, Trani, Monopoli, ecc., celebri per i loro commerci con l'Oriente, si abbellirono di grandi basiliche e di superbi monumenti. Nel 1043, Guglielmo d'Altavilla, detto Braccio di Ferro, primo da intitolarsi conte di P., pose la sua residenza, cioè la capitale, a Melfi. In breve tempo questa città si elevò per importanza sopra le altre, tanto che i papi
stessi la giudicarono atta alla riunione di vari concili. L'imperatore Enrico III accordò ai Normanni l'investitura delle terre occupate; ma il papa s. Leone IX oppose la più fiera resistenza e l'avrebbe continuata per anni, se non fosse stato consigliato dall'avversa fortuna ad acconciarsi al fatto compiuto. Nel 1059, occupata la Calabria, Roberto il Guiscardo s'intitolò des Apuline et Calabrine, con il pieno riconoscimento da parte della Chiesa. Venne poi la conquista della Sicilia e la costituzione del Regno: così, alla fine del sec. xI, la P. entrò in quella fase della storia meridionale, in cui il formarsi di una forte monarchia feudale aggioga allo stesso destino le diverse genti, abitanti dai confini del Lazio alla Sicilia. Alla dominazione normanna succedette quella degli Svevi, poi l'oraqonese, la spagnola, la borbonica. L'età di Federico II è tra le più memorabili per la storia civile e artistica e per la vita economica della regione: alla Corte fiorirono macerri della scuola di Foggia e in varie città sorsero magnifici monumenti e splendide chiese cattedrali, come quella di Bronto. Nel 1265 il pontefice Clemente IV, riserbando alla Chiesa il Ducato di Benevento, investi della P., Calabria e Regni di Napoli e Sicilia. Carlo d'Angio, con il feudo annuale di 8 mila once d'oro e della chinea. Alla morte di Giovanna II (1435) la P. patì la conseguenza della lotta combattuta, per la successione, tra gli Angioini e gli Aragonesi. Grani tributi e collette ordinarie e straordinarie durarono a lungo e non diminuirono nemmeno quando nel Parlamento generale di Napoli le città giurarono fedeltà al nuovo re Alfonso d'Aragona ( 1456 ). Negli anni 1479 -80 si chbero scorrerie dei Turchi sulle coste, e per affrontarle e respingerle le popolazioni si assoggettarono ai più gravi sacrifici. Negli anni seguenti vi furono atti di ostilità da parte della Repubblica di Venezia, e poi una generale insurrezione interna, passata alla storia con il nome di Congiura dei baroni. Le condizioni generali della regione peggiorarono grandemente durante il predominio spagnolo: latifondismo, malaria, disordine giudiziario e amministrativo, tirannia feudale gravarono sulle popolazioni. Nel sec. xviII pugliesi d'ingegno e di dottrina presero larga parte al moto di civile rinnovamento del Regno. Durante il moto reattivo del 1799 , la P. intera fu rioccupata dalle forze del card. Ruffo, da vari "capimassa" indigeni e dalle truppe alleate. Nel decennio della dominazione francese furono introdotte varie riforme : principale fra tutte, l'abolizione della feudalità. Infine, nel 1860, dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie, anche la P. passò a far parte del Regno d'Italia, rimanendo divisa nei tre antichi "giustizierati", cioè nei tre attuali compartimenti: Capitanata, Terra di Bari, Terra di Otranto.
Biel.: M. Piaccacorta, Teatro topografico storico politico della Capitanata e degli altri luoghi più memorabili di P., 8 voll., Napoli 1825-34: G. De Blasiis, La insurrezione pugliese e la conquista normanna nel sec. XI, 3 voll., ivi 1864-73; L. Volpicello, Biblioteca storica della Terra di Bari, ivi 1884-87: Barsegna pugliese di scienze, lettere ed arti, 28 voll., Trani 1884-1913: Archivio storico pugliese, 3 voll., Bari 1894-96; F. Carabellese, La P. e il suo Comune nell' alto medioevo, ivi 1905: F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, 2 voll., Parigi 1907; vari autori, Apulia, 4 voll., Martina Franca 1910-14; R. Caggese, Foggia e la Capitanata, Bergamo 1910; J. Gay, L'Italia meridionale e l'Impero bizantino, dall'amento di Basilio I alla resa di Bari; 267-1071, trad. it., Firenze 1916; A. Lucarelli, La P. nel sec. XIX, Bari 1927; J. Gay, I papi nel sec. XI e la cristianità, trad. it., Firenze 1928; A. Lucarelli, La P. nel Risorgimento, 3 voll., Bari 1932-34-51 (in continuazione). Ersilio Michel
III. Regione conciliare. - A norma del provvedimento della S. Congr. Concistoriale del 15 febbr.-22 marzo 1919 (cf. AAS, II [1919], pp. 72-74 e 106), integrato da quello del 29 sett. 1933 (cf. AAS, 25 [1933], p. 466), la P., come regione concilare, è costituita dal-
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l'unione di più diocesi, ma non da tutte quelle che rientrano in quella che tradizionalmente è conosciuta come P. L'attuale ripartizione, infatti, comprende i territori di 4 province (Bari, Brindisi, Lecce e Taranto), confinando a nord, attraverso i limiti della diocesi di Cerignola, con la regione conciliare beneventana e ad est con la regione lucana e calabra.
La regione conciliare comprende: cinque sedi metropolitane con le rispettive suffraganee; Bari con Conversano, Ravo e Bitonto; Brindisi con Ostuni; Otranto con Gallipoli, Lecce ed L.gento; Taranto con Castellaneta ed Oria; 'Trani e Barletta con Andria e Bisceglie; e nove sedi immediatamente soggette: Gravina ed Irsina, Molfetta-Giovinazzo e Terlizzi; Monopoli, Nardò e le prelature nullior dioccesco di Altamura ed Acquaviva delle Fonti. La chiesa metropolitana di Manfredonia con la sede suffraganea di Viesti e le sedi vescovili di Foggia e Troia, dapprima aggregate alla regione conciliare pugliese, furono successivamente riunite ed assegnate, con il loro territorio, a quella beneventana.
Il Seminario regionale pugliese, sorto a Lecce e trasferito a Molfetta, quivi rimase con i vari corsi teologici e liceali per la formazione del clero secolare; la sede invece dei tribunali di prima istanza, unificati in tribunale regionale per le cause di nullità matrimoniale secondo il motu proprio Qua cura del 31 dic. 1938, è Bari con appello ordinario a Benevento, sede del tribunale della regione conciliare beneventana. In P. i metropoliti sono tutti arcivescovi residenziali e godono i diritti speciali, elencati nel can. 274 sgg. del CIC, nonché la veste distintiva del pallio.
Biel.: Ann. Pont., 1952, p. 1200 e sotto le singole sedi; S. Congr. Concistoriale, Index sedium titularium archiepiscopaliam et episcopaliam, Città del Vaticano 1923. Giuseppe Casoria
IV. Arte. - Testimonianze di civiltà preistorica e protostorica documentano una intensa vita nella regione, anteriore ai suoi diretti contatti con l'Ellade. Diverse strutture architettoniche, certo molto antiche, quali il cosiddetto Centopietre di Patù - paesetto presso il luogo della città messapica di Veretum distrutta dai Saraceni nel sec. IX - che è un piccolo edificio rettangolare formato da enormi blocchi squadrati connessi senza malta e coperto da 26 pietroni disposti a doppio spiovente; o quali i resti di gigantesche muraglie in altre città messapiche, come Muro Leccese, Gnazia, Manduria, hanno rapporto con costruzioni protodoriche anche se, per alcuni studiosi, in qualche caso, quelle muraglie possono ritenersi opere del sec. iv e perfino del sec. III a. C. Sono invece molto rare e poco significative le strutture architettoniche

(fot. Alinari)
Puglia - Grotta santuario di S. Michele - Monte S. Angelo, Gargàno.

(fot. Gult. Musci Vaticani)
Puglia - Esterno della cupola ottagona di S. Caterina (1384-91). Galatina.
di puro gusto ellenico, gusto d'altronde testimoniato abbondantemente nella regione della folta messe di vasi greci, della migliore epoca, rinvenuti nelle necropoli specie presso Taranto. Da essi deriva quella magnifica fioritura dell'arte vascolare che s'ebbe nella regione anche durante il periodo della dominazione romana, in parte appunto connessa ai modelli ellenici, quali le terrecotte di Taranto del tipo delle Tanagre, in parte invece manifestazione di una vivacissima espressività indigena.
Ponti, strade, acquedotti, la colonna di Brindisi che segna il concludersi dell'Appia, l'edicola di Fasano, l'anfiteatro di Lecce, l'arco di trionfo di Canosa ricordano il crescente interesse che ebbe la P. al tempo dei Romani durante l'Impero, della cui tarda età, a Barletta, è una testimonianza singolarissima nella colossale statua bronzea ritenuta da alcuni storici l'immagine di Valentiniano, da altri quella di Eraclio o di Marciano. Sono invece scarse le testimonianze che abbiano valore d'arte per l'alto medioevo, e, dopo i musaici già orientaleggianti della cupola dell'oratorio di Casaranello, che appartengono al sec. v, bisogna ricercare quelle testimonianze nelle pitture che rivestono le pareti delle grotte che in Terra d'Otranto furono cenobi di monaci basiliani. Tali cenobi, scavati nella roccia e detti laure, erano appunto decorati con pitture nella massima parte anteriori al sec. XI e che riflettono le varie gradazioni del gusto bizantino, anche se tradotte con inflessioni popolari.
Le distruzioni provocate dai Longobardi nel sec. VI, dai Saraceni e dai Bizantini nel sec. IX hanno in parte provocato l'estrema povertà di monumenti pugliesi di età anteriore al sec. XI; ma tale povertà certo è stata anche determinata dalla intensissima vita culturale, artistica, politica e civile fiorita nella regione fra il sec. x e il xili, e dallo spirito di rinnovamento che presiedette al suo fortunato sviluppo. Allora al posto delle vecchie costruzioni cominciarono a sorgerne ovunque delle nuove riflettenti nei molteplici aspetti predilezioni, interessi, gusti svariatissimi e l'aspirazione costante ad una forza ed originalità d'espressione, per
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(1st. Aediction)
Puglia - Facciata della Cattedrale (1316 e sovrastruttura del sec. xvir) - Altamura.
cui la P. durante il periodo romanico appare fra i centri più interessanti d'attività architettonica dell'Europa intera. Il luogo cioè ove elementi, gusti e invenzioni, di impronta nordica, s'incontrano con altri derivanti dall'Oriente ellenistico, e con essi più che accoppiarsi si fondono, s'amalgamano, si risolvono con spiriti diversi.
Ed è nella P. marittima, dove sembrano appunto prevalere le forme architettoniche che, contemporaneamente, hanno vita in Lombardia, a Trani, a Bitonto, a Ruvo, a Bari che le membrature assumono uno slancio nuovo. E mentre nelle facciate appaiono profili aguzzi Sancheggiati da quelle grandi torri quadrate che fiancheggiano anche le absidi, dappertutto è un senso di salienza che sembra preludere il gotico. Ma un tale carattere costante nella P. marittima viene meno sulle coste del golfo di Manfredonia e nella Capitanata ove prevalgono invece le chiare cadenze spaziali del classicismo della contemporanea e più antica architettura ellenistica delle coste dell'Asia Minore che nello stesso tempo - per somiglianza di rapporti con l'Oriente - influiva sulla formazione dell'architettura dei pisani.
Questi caratteri classicheggianti ed orientali dell'arte della Capitanata, come d'altronde quelli nordici della P. marittima, non rimangono tuttavia circoscritti nei due territori. Talora si mescolano gli uni agli altri, ridotti in un linguaggio architettonico molto espressivo e coloritissimo, fusi dall'attività dei maestri di scalpello. Anche costoro, curiosi e aspiranti verso il nuovo, intagliatori abilissimi, mescolavano modi orientali e nordici con reminiscenze classiche.
Capolavoro dell'architettura romanica nella P. marittima è il S. Nicola di Bari (sec. xi-xir) coronato anche in origine da una cupola simile all'altra che si vede all'incrocio del transetto del Duomo della stessa città. Il tipo di chiesa creato nel S. Nicola venne ripetuto con accenti di maggiore e minore originalità in altri edifici pugliesi : a Bitonto, a Trani, e a Ruvo nei rispettivi Duomi. Monumento esemplare dell'architettura romanica in Capitanata è invece il duomo di Troia pur esso iniziato nel sec. xi, come la tomba di Boemondo a Canosa, con chiari
riflessi di modelli dell'Asia Minore. Essi appaiono anche nel S. Leonardo e nella S. Maria di Sipanto, nella cattedrale di Monte S. Angelo e in quella di Foggia.
Ma oltre queste forme ebbero fortuna in $P$. anche altre di schietta impronta bizantina. Appaiono in costruzioni a cupola come la cattedrale di Venosa, il S. Andrea e il S. Francesco di Trani, il S. Pietro di Otranto, la S. Margherita di Bisceglie, la cattedrale di Molfatta e il S. Benedetto di Brindisi. Interessantissima la cosiddetta tomba di Rotari nel Gargàno, sormontata da una altissima cupola e con ricordi di forma derivate da influssi nordici e orientali ma soprattutto arabi sia nella struttura che nelle decorazioni. Durante l'età romanica la P. fu un centro vitalissimo di attività sculturale, di somma importanza per gli influssi che più tardi (nel sec. xili), doveva esercitare su tutta Italia. Elementi bizantini, musulmani ed anche nordici affluiti nella regione nei secc. xi e xir vennero dapprima elaborati con nuovo vigore e carattere popolareggiante. Lo testimonia l'opera di Accetto che nel sec. xi scolpi il pergamo del duomo di Canosa, quella del suo contemporaneo Romualdo che nello stesso Duomo scolpi la cattedra episcopale sostenuta da due elefanti. Nel ro88 fu anche lavorata la cattedra del S. Nicola di Bari ove elementi nordici (le esasperate cariatidi), classici (le transenne), musulmani (i fregi a sottosquadro), creano un insieme pieno di forza e di carattere.
Rilievi musulmani si ritrovano ancora in capitelli e portali nel Duomo e nel S. Nicola di Bari, nel duomo di Trani, nel S. Nicola di Lecce, nel portale di Ruvo, e nel pergamo del duomo di Bitonto opera del 1220 di un maestro Nicola. Ma già durante il sec. xir era sempre più frequente nelle decorazioni pugliesi l'apparire di immagini umane di una fattura che aveva caratteri sempre più vicini alle forme classiche. E mentre artisti pugliesi, quali Barisano da Trani, divenivano esperti nella fusione di grandi porte bronzec, secondo modi usati a Bisanzio, nello stesso portale del duomo di Troia, per altri aspetti da avvicinare a cose musulmane, apparivano forme classiche; cosi in quello del S. Nicola di Bari e nel suo meraviglioso finestrone. Ed ancora classiche forme serene appaiono nelle immagini di alcune mensole di Castel del Monte, di altre della cattedrale di Ruvo, nel portale di Anseramo da Trani, nel portale della chiesa del Rosario a Terlizzi e infine trionfano solenni, nel pergamo del duomo di Ravello, nella immagine di Sigilguida Rufolo scolpita da Nicola di Bartolomeo da Foggia (1272). Sono le opere note nell'ambiente donde è uscito lo scultore che ha incamminato la plastica italiano su vie nuove: Nicola da P. detto anche Nicola Pisano (v.).
Allora, fra il sec. xir ed il xiri, in P. si costruirono e decorarono anche numerosi edifici di carattere civile e militare quali palazzi, castelli e fortificazioni; si citano i castelli di Bari, di Gioia del Colle e di Lucera e, splendido fra tutti, il Castel del Monte edificato da Federico II presso Andria, nelle cui decorazioni plastiche appaiono anche elementi di quel gusto gotico che in P. doveva penetrare solo più tardi quasi sempre attraverso l'attività di decoratori e costruttori campani.
La pittura dell'età romanica non ha lasciato in $P$. elementi sufficienti a tracciarne un profilo storico; quanto di quell'età s'appare, come la precedente pittura delle grotte basiliane, è versione dialettale o popolaresca di temi bizantini. Interessante tuttavia l'attività dei mosaicisti che hanno eseguito il grande pavimento della cattedrale di Otranto e quelle frammentario del duomo di Trani. In tutti e due gli elementi culturali che vi si incontrano sono quelli stessi della contemporanea scultura.
Durante il ' 300 anche nella pittura c'è ben poco di nuovo ove s'accettuino gli elementi toscaveggianti derivati dal napoletano, che ricorrono qua e là in opere di minor conto e che hanno la loro massima espressione agli inizi del sec. xv nelle pitture che rivestono l'interno della chiesa di S. Caterina di Galatina. Allora cominciano anche ad arrivare in P. pitture dell'Italia settentrionale dei centri del versante adriatico. Cosi per la Madonna detta della disfida che è a Barlette nel Duomo, opera del modenese Paolo Serafini.
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Ma durante il ' 400 e poi nel ' 500 , quanto di buono s'ebbe di pittura in P . venne tutto da Venezia, e di impronta veneta è quel poco che fu fatto dai mestieranti locali. Il Gentile Bellini della cattedrale di Monopoli, il Giovanni Bellini del municipio della stessa città, i Bartolomeo Vivarini della cattedrale di Modugno, del Musco e del S. Nicola di Bari, il Palma il Vecchio nella cattedrale di Monopoli, come il tizianesco S. Francesco di Paola di Montrone, la Madonna di Paolo Veronese ed il $S$. Rocco del Tintoretto della cattedrale di Bari, ove è anche un Paris Bordone, mentre un altro quadro assegnato a quel pittore è nella S. Maria Nuova di Terlizzi, ove è anche un Presepio di Giovan Girolamo Savoldo, testimoniano quale vivo, intelligente interesse avessero allora i pugliesi per l'ottima pittura veneta.
Ma durante l'età barocca mentre nell'architettura - a Lecce, soprattutto, in fa stosissimi motivi, che rivelano affinità con opere contemporance di Sicilia e di Spagna -
la P. ancora afferma una propria indipendenza ed una propria forza creatrice e nella plastica l'attività dei maestri locali si esaurisce appunto nelle decorazioni plastiche delle architetture, per la pittura i pugliesi riconoscono il centro più vivo dei loro interessi in Napoli. Così mentre operano in P. un Perroglio, un Luca Giordano, un Bonito, a Napoli fanno fortuna nei campi dell'arte Carlo Rosa di Bitonto, i Fracanzano di Barletta e soprattutto Corrado Giaquinto di Molfetta. E ancora durante l'800 i legami con il maggior centro artistico dell'Italia meridionale si mantengono vivi non solo per le poche e mediocri fabbriche erette in P. da architetti partenopei quali l'Alvino, ma perché i migliori pugliesi si recano a Napoli a far pratica e quindi partecipano alla vita artistica napoletana. Così Antonio Bortone, scultore leccese (1844-1932), così i pittori Saverio Altamura di Foggia (1826-97), Gioacchino Toma di Galatina (1838-91), Giuseppe de Nittis di Barletta ( $1846-84$ ).
Bra., M. Salmi, in Guida d'Italia del Touring Club Ital., Italia meridionale, I, Milano 1926, pp. 117-27; P. Toesca, Storia dell'arte ital., Torino 1927, passim; P. Ducati, L'arte classica, ivi 1927, passim; V. Verginelli, s. v. in Enc. Ital., XXVIII, pp. 511-14 (con bibl.); E. Lavagnino, L'arte medioevale, ivi 1956 e 1949, passim.
V. Follu.ore. - Le tradizioni popolari della regione pugliese presentano un prevalente carattere marinaro. Permangono tuttora, specie nei piccoli porti, le vecchie usanze del lavoro e della vita dei pescatori.
Precise norme consuetudinarie regolano i rapporti tra il padrone della barca e la ciurma, così come la distribuzione del pescato, il compenso, il cibo. Tradizionali sono pure i modi della pesca con le paranze (coppie di barche) e le forme per la vendita del pesce, attraverso un banditore esperto chiamato viatecare. Un vivo sentimento religioso impronta di sé tutta la vita popolare marinara dei pugliesi. Così la formula per chiamare di notte le squadre dei marinari al loro turno di lavoro è «S. Nicola»; e immagini del Santo e della Vergine, o della S. Famiglia sono talvolta dipinte sulle fiancate delle barche. Numerose sono anche le processioni a mare : tra le più caratteristiche, quelle della Vergine dei Martiri a Molfetta ( 8 sett.), di S. Nicola a Bari ( 8 maggio) e di S. Teodoro a Brindisi (ag.): l'immagine sacra, collocata sopra un altare affidato a una paranza pavesata a festa, viene condotta al largo per un paio di miglia con il seguito di centinaia di piccole imbarcazioni e rientra trionfante nel porto.
Espressioni caratteristiche del culto popolare sono i pellegrinaggi al santuario di S. Michele Arcangelo sul Gargano, alla basilica di S. Nicola di Bari, all'Incoronata presso Foggia, alla Madonna di Finisterre venerata a S. Maria di Leuca, estrema punta d'Italia, ecc. Nelle feste della Settimana Santa e di Natale sono frequenti le sopravvivenze del dramma sacro, sia nelle forme più elementari di processioni drammatiche con statue lignee,

(fot. Michele Ficarelli)
Peglia - Coro ligneo del Duomo (sec. XVII), proveniente dall'abbazia benedettina di S. Maria dei Mirscoli, presso Andria - Bisceglie.
dette misteri, talora in numero cospicuo e con il seguito di personaggi in costume, sia negli aspetti più complessi di vere e proprie rappresentazioni sacre come, p. es., quelle delle campagne di Taranto per Natale (La sonata dei pastori) o per l'Epifania (Il viaggio dei Re magi). Anche la vita agricola offre nella P. interessanti aspetti folkloristici : tra le costruzioni rurali vanno ricordati i trulli, o casedde, che ad Alberobello e in altri piccoli centri della provincia ionica formano interi agglomerati urbani assai caratteristici con le loro cupolette dalle cime biancheggianti. La raccolta delle ulive è regolata da antiche consuetudini di lavoro, così come la mietitura nell'assolato Tavaliere: essa si chiude con un cape canale, lauta cena offerta al padrone del fondo; per la vendemmia risuonano particolari canti lirici. Originaria della P. è la tarantella, danza di corteggiamento eseguita da una o più coppie, al suono di nacchere : essa deriva il suo nome dalla città di Taranto, e non da quello di tarantola, ragno velenoso che spesso punge con grave pericolo della vita. Estate, sì, anche la danza dei tarantolati, che si protrae talvolta per venti o trenta ore, ma essa ha scopo curativo ed è nettamente diversa dalla graziosa tarantella. Le forme d'arte paesana in P. raggiungono spesso notevoli valori espressivi : si ricordano le bisacce tessute nei telai casalinghi, i ricami e marletti con motivi caratteristici, quale, p. es., la girandola, le ceramiche rustiche di Grottaglie, di Ruvo e altri centri, le arche e i cassoni gustosamente intagliati. Copiosa è anche la messe di canti e leggende che spesso presentano una profonda elaborazione di ambientamento, anche se riflettono schemi, o temi, o modelli comuni ad altre regioni. - Vedi tavv. VI.-VIII.
Bra... S. La Sorsa, Il folklore nelle scuole di P., Milano 1926; id., Usi, costumi e feste del popolo pugliese, ivi 1930; id., Tradiz. popolari pugliesi. Canti d'amore, 3 voll., Bari 1932-37; id., Fiabe e novelle del popolo pugliese, 3 voll., ivi 1927-41; id., La sapienza popolare nei proverbi pugliesi, ivi 1923; M. Vecino-N. Zingarelli, Apulia fablia, Milano s. a.; A. Nunziato, Trad. nataliz. e pasquali del popolo tarantino, Taranto 1936; M. Semeraro, Vita rurale nella P. delle casedde, Roma 1937; G. Tancredi, Folklore garganico, Montventondo 1938; I. M. Malecore, La parola popolare nel Salento, Catania 1940; E. Selvaggi, Vocab. botanico martinese, Pudignano 1950.
Pacto Toachi
Pulati, Giuseppe Maria. - Giansenista, n. a Polcenigo il 3 ag. 1733, m. a Venezia il 5 febbr. 1824. Entrato giovane fra i Somaschi, nel 1748 insegnò lettere nel Collegio dell'Ordine a Brescia e teologia al Collegio Clementino di Roma. Come seguace dell'agostinismo, prese parte alle discussioni teologiche del tempo. Per attendere allo studio della S. Scrittura, dei Padri e della Storia ecclesiastica nel quale era particolarmente versato si fece benedettino nel 1772 a Montecassino.
Lo richiamarono alla polemica gli amici, prima a Bergamo, poi all'Università di Padova, ove dal Senato ve-
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## (Int. Albarri)
Pulci, Luigi - Ritratto. Particolare del S. Pietro in cattedra e il miracolo del fanciullo risuscitato. Affresco di Masaccio e Filippino Lippi - Firenze, cappella Brancacci al Carmine.
neto ebbe la cattedra di S. Scrittura. Costretto dagli avvenimenti politici a rifugiarsi nel monastero di Praglia, vi resto sino al 1810, poi stette col fratello Domenico. La sua fama è legata agli scritti contro le devozioni della Via Crucis e del S. Cuore: Sei lettere ai compilatori del "Giornale letterario" di Venezia, in Raccolta di opuscoli interessanti la religione (t. XII, Pistoia 1786); Riflessioni sopra l'origine, la natura, e il fine della divozione al S. Cuore di Gesù (Napoli 1780); Lettera di un teologo ai signori estensori delle "Effemeridi letterarie di Roma" in difesa di una dissertazione sul vitar. no degli Ebrei alla Chiesa (s. l. 1778); Esame di un articolo del signor de la Lande sopra i liberi muratori e di una nuova apologia sopra i medesimi (Venezia 1787). Queste opere, eccetto una, riuscirono a sfuggire alla condanna, ma l'amicizia intima con i giansenisti (p. es., Clément, De Ricci, Tamburini, De Vecchi) e il favore dato alle idee proprie di quel movimento non lo salvano dall'accusa di eresia, anche se intese morire nella fede più dichiarata e vissuta.
Bibl.: E. Palandri, La Via Crucis del P. e le sue ripercussioni polemiche, Firenze 1928; A. Bernaregg1, Le polemiche circa la devozione del S. Cuore, in La scuola cattolica (1920), p. 111 sgg .; A. C. Jemolo, Il giansenismo in Italia prima della Rivoluzione, Bari 1928, pp. 394-96; R. Mazzetti, G. M. P. a Scipione De' Ricci, in Bull. stor. pistoiese, 23 (1933), p. 137 sgg.; 86 (1934), p. 88 sgg., 108 sgg., 129 sgg.; G. Cigno, Giovanni Andrea Serrao e il giansenismo nell'Italia meridionale (sec. XVIII), Palermo 1938 passim; E. Dammig, Il movimento giansen. a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Roma 1943, passim. Benvenuto Matteucci
PULATI, Diocesi di. - E situata nell'interno dell'Albania settentr., suffraganea di Scutari. Dall' 877 al 1032 fu sottoposta all'arcidiocesi di Dioclea. Quando questa fu distrutta, Antivari divenne la sede metropolitana ( 1032 o 1034), di cui fu suffraganea P. fino al 1887 , passò sotto Scutari.
Dal 1340 al 1320, anzi, esistevano due diocesi di P. (Polata maior e minor). I vescovi di quest'altra portarono generalmente il titolo di Episcopi Sobrienses, dal villaggio di Sosi, sede dell'Ordinario. Con decreto dell'i i febbr. 1636 il vescovo di Seppa fu incaricato dell'amministrazione interinale della diocesi. In quel tempo i Francescani cominciarono il loro lavoro missionario, specialmente nei distretti di Gashi e di Krasnige, passati all'islamismo sotto la persecuzione turca. Dato il piccolo numero dei cattolici P. il 9 maggio 1667 fu cambiata in vicario apostolico, elevata però il 16 sett. 1697 sotto il francescano Pietro Karagić di nuovo a diocesi.
La situazione presente sotto regime di persecuzione non permette di dare statistiche.
Boll.: MC. 1920, p. 72; J. Marcovic, Dubljanshobarska Metropolija, Zagabria 1902, pp. 39-41. Nicola Kowalskj
PULCHERIA, santa. - E commemorata dai Martirologi greci e latini il 10 sett.
Figlia dell'imperatore Arcadio, n. il 19 genn. 399, consacrò a Dio la sua verginità inducendo a ciò anche le due sorelle; e pur vivendo nella corte, meno vita austera in
preghiera ed opere di bene. Il 4 luglio 414 , dopo la morte del padre, fu acclamata Augusta e reggente del piccolo fratello Teodosio II, assunto all'Impero, al quale diede in sposa Atenaide, da lei stessa convertita al cristianesimo, che prese il nome di Eudocio. Molto si adoperò nel costruire chiese, ospedali, ospizi per i pellegrini, monasteri e soprattutto per il buon andamento dei Concili di Efeso e di Calcedonia, meritandosi lusinghieri elogi da s. Leone Magno e da tutti gli storici antichi. In contrasto con il fratello imperatore, mal consigliato dai cortigiani, per qualche tempo fu costretta a vivere appartata; ma morto Teodosio (450) senza eredi, P. fu riconosciuta imperatrice. Si associò tosto il vecchio senatore Marciano che poco dopo sposò, dietro promessa di conservare la sua verginità. Epurò allora la corte dai malvagi consiglieri di Teodosio, cominciando da Crisafo, causa prima di tutte le cattive azioni del defunto Imperatore. M. il 10 sett. 453, lasciando tutti i suoi beni privati ai poveri; fu sepolta nella chiesa degli Apostoli.
Bibl.: Sozomeno, Hist. ecel., IX, 1-3; Tillemont, XV, pp. 171-84; Acta SS. Septembris, III, Parigi 1868, pp. 303-40; Symax. Contravirusp., coll. 33 sg., 871 sg.; Martyr. Romanim, p. 390 .
Agostino Amore
PULCI, Luigi. - Poeta, n. in Firenze il 15 ag. 1432, m. a Padova nel nov. 1484. Presto entrò in personali rapporti di affettuosa clientela con i Medici e fu «observantissimo servitore di Lorenzo, che gli affidò missioni in più parti d'Italia.
Fin dai giovani anni, il P. s'era fatto conoscere come buon poeta in volgare. Per esortazione di Lucrezia Tornabuoni, madre del Magnifico, si diede a comporre (dal 1453, pare, al '70) e a leggere alla corte di via Larga i canti del suo bizzarro poema cavalleresco in ottave, il Morgante, pubblicato in parte già nel 1480 , edito due anni dopo in 23 canti, e detto poi "maggiore" (epiteto che gli editori oggi respingono) nell'edizione fiorentina rivista e accresciuta dall'autore, in 28 canti, del 1483 (ed. a cura di G. Fatini, Torino 1948). Poco prima delle sue nozze (1472) con una Albizzi il P. si pose alle dipendenze del capitano di ventura Roberto da Sanseverino e lo segui quasi di continuo, per 12 anni, fino alla morte.
Il P. dové interpretare a un certo momento per il Medici una tendenza estrema di antiumanistica empietà, che mal si conciliava con i movimenti culturali cosi viri nella Firenze degli ultimi decenni del secolo, quali l'umanesimo platonico-cristiano di Marsilio Ficino e il neoclassicismo latino e volgare di Angelo Poliziano. Con il Ficino il poeta scese ad una polemica che s'avviò subito all'invettiva beffarda o scurrile; con il Poliziano serbò invece rapporti di amicizia e gratitudine. Ma è probabile che lo stesso Lorenzo provasse infine ombra di fastidio verso di lui o per il mutarsi del gioco politico, o anche per le lagnanze dei suoi amici fiorentini e della pia sua moglie Clarice. Donde il quasi esilio del P. e il suo sdegno verso l'ambiente umanistico fiorentino che lo respingeva.
Quasi ignaro di latino e di classici, noncurante delle tradizioni poetiche trecentesche e legato indubbiamente, nel suo dispregio di problemi religiosi, aristotelico-tomistici o platonico-ficiniani, alla miscredenza di israeliti fiorentini, e all'averroismo scientifico e al naturalismo padovano, il poeta piegò il suo vivace estro al rifanciano rifacimento dei motivi cavallereschi che trovava rozzamente aggruppati o parodiati in cantàri anonimi (come quello, fiorentino, che il Rajna studiò, l'Orlando); e ne nacque il Morgante, che in un primo tempo l'autore intendeva forse intitolare I fatti di Carlo Magno. Gli ideali dei suoi eroi sono dissolti in un'atmosfera precipitosa e buffonesca : la religiosità, che alcuni prateseo veder conservata, sullo schema dei consueti cantàri, anche nelle invocazioni dei diversi canti, è in sostanza ambigua e irridente. Basti osservare del poema le meccaniche, canzonatorie conversioni alla fede, la manifesta incredulità che vi circola, l'indulgere alle interpretazioni razionalistiche o materialistiche che confusamente sembrano risentire dell'averroismo, teorizzato per esempio in quegli anni da Nicoletto Vernia allo Studio padovano; e poi la gratuità di certe gesta dei paladini, che sanno di marionettesco; e
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le digressioni e considerazioni, alcune candide, altre bizzarramente eretiche, che pullulano nel poema come nei sonetti del P. La stessa mossa dantesca di parecchi canti e evidentemente parodistica. Confrontato con l'umanesimo gentile e cortigiano del Boiardo, o con la sorridente commedia umana a cui l'Ariosto innalzerà i suoi eroi, trovando l'accordo fra il romanzesco della cavalleria e la cultura squisita del suo tempo, il mondo poetico del P. apparirà ancor più rozzo e medievalescamente disarmonico, senza il distacco proprio del vero umorismo, come s'avverte, ad es., nell'insistenza con cui fra lo straordinario e lo smisurato vi ammicca il grottesco anche nelle scene ove il patetico è tradizionale (v. la breve e buffa resurrezione di Orlando alla venuta di Carlo); e cosi, anche nel tono burlesco che s'ingegna di intrecciarsi al meraviglioso e al romanzesco, è assai problematico, se non impossibile, trovare, come invece sperava il Foscolo, "un effetto tragico, anzi un sentimento religioso che lo riveste d'una tal quale dignità».
Tutta la trama del poema si svolge su modi familiari e popolareschi, con maggior ricchezza ed originalità del suo modello Orlando. La perfidia di Gano, la bontà e credulità di Carlo, l'audacia generosa dei paladini Orlando e Rinaldo, la rozzczza ingenua del grosso Morgante, la buffarda empietà di Margutte, le sortigliczze teologiche del demonio Astarotte e gli incanti del mago Malagigi offrono al poeta motivo di innumerevoli episodi e complicazioni, in un linguaggio volutamente scanzonato e talvolta beccro, e in un'ottava che, sia per seguire la tradizione popolare, sia per adeguarsi all'intenzione parodistica, rifugge da ogni armonia classica, e con le arassie e il ritmo precipitoso sottolinea il tono buffo, la precarietà di situazioni psicologiche e la provvisorieca della tecnica. Ma pur nelle sue insufficienze, il poema del P. rimane singolarissimo documento di fantasia non mediocre, e ha un suo posto ben preciso in quella storia dell'elaborazione e dello scadimento dei miti cavallereschi in chiave parodistica o satirica, che è punteggiata, ad es., dal Margutte del P., dal Cingar del Folengo e dal Panurgo del Rabelais. E di certe figure pulciane più riuscite e originali, come il sillogizzante Astarotte, non va dimenticato, pur nel mutarsi dei toni poetici e degli atteggiamenti spirituali, l'influsso sulla poesia romanzesca ed epica del Cinque e del Seicento, dall'Ariosto al Tasso e al Milton.
Alla vena popolare si richiama pure il poemetto in ottave, freddo e duro, La Giustra, che il P. compose per le nozze del Magnifico (1469); ben altro saprà fare il Polisiano cantando un simile torneo pochi anni dopo. In gara con la Nencia di Lorenzo il P. compose la Boca di Dicomano, di struttura bucolica in chiave burlesca, come a beffa di idilli e delicatezze del mondo pastorale; e riveno il suo gusto di rapida descrizione in varie lettere argute, il suo umore fra lo scontroso e l'irritante in Frottole e in Sonetti, spesso gustosi o amari nell'invettiva, come quelli, maligni e sarcastici, scambiati con Matteo Franco. In base a ricerche scaltrite su indizi non convincenti, si suppone da molti che il P. abbia anche messo mano a due opere che la tradizione e le stampe attribuiscono concordemente al fratello Luca (1451-70): le ottave del poemetto mitologico Deindeo d'Amore (1465) e quelle del poema giocoso Ciriffo Caloaneo: quest'ultimo sarebbe stato proseguito da Luigi dal secondo al quinto canto (un altro fratello, Bernardo [1438-88], è autore della sacra rappresentazione Barlaam e Josafat e di poesie religiose, quasi tutte inedite). Di scarso valore, anche autobiografico, è La Confessione, un capitolo in terza rima che si ricollega a quanto il poeta dice a giustificazione di sé e della sua fede in chiusa del Morgante, e non bastó certo a scrollare di dosso al bizzarro poeta la fama, che ebbe ai suoi tempi, di miscredente, e che lo fece escludere dalla sepoltura ecclesiastica.
Bull.: V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1933, pp. 323 sgg., 419 sgg. e note bibliogr., pp. 401-402 e 467-68, integrate dalle pp. xvI-xvII del Supplem. bibliograf. (193)-49) di A. Vallone, Milano 1949; G. Toffanin, Storia dell'umanesimo, II, Bologna 1952, p. 330 .
Giulio Vallese
PULITI, Alessandro. - Scolopio, n. a Firenze il 10 luglio 1679, m. ivi il 25 luglio 1752. Colto in

(let. Ist. Arti Gradche. Bergamo)
Pulpito - P. della cattedrale di Bitonto (1229).
latino e greco, insegnò per lungo tempo filosofia e teologia in Firenze e in Genova.
Le sue opere lo rivelano un grande erudito, sebbene, a giudizio di taluni, pecchi di troppa diffusione e minuziosità. Una delle opere che gli diede più fama, quale insigne grecista, furono i Commentario in Homera Iliadem, di Eustazio (tre grossi voll., in-fol., Firenze 1730, 1732, 1735; vol. IV ancora inedito). Nel 1733 venne nominato professore di lingua greca nella Università di Pisa, passando più tardi, con la morte di B. Averani, a quella di eloquenza e di belle lettere. Le sue orazioni latine a stampa, pronunciate "pro instauratione studiorum", sono nonevolissime. Fu molto caro a papa Benedetto XIV, dal quale ebbe incoraggiamenti per la pubblicazione dei suoi commenti al Martirologio romano, opera vasta ed erudita, della quale però uscì, purtroppo, solo il primo volume (Martyrol. Romanum commentariis illustration. Firenze, in-fol.). Alcune delle sue opere vennero raccolte dopo la morte e pubblicate nel 1774.
Bull.: G. Lami, Novelle fiorentine, Firenze 1752; A. Vannucci, in Biografie degli italiani illustri edive dal Tipaldo, IV, Venezia 1837, pp. 301-304; Bollettino bibliografico scolopico, edito per cura di L. Picanvol. Roma 1932, pp. 18-22.
Leodegario Picanvol
PULPITO. - I. Archeologia. - Il p., detto pure tribunal, pyrgus, analogius, venne ben presto introdotto negli edifici di culto, sul tipo della tribuna oratoria negli edifici civili romani e nel foro, donde anche la sua denominazione di tribunal.
Le due denominazioni pulpitum e tribunal si incontrano per la prima volta in s. Cipriano. Egli scrive d'avere promosso lettore il giovane Aurelio "perché dopo le sublimi parole che hanno dato a Cristo una testimonianza fedele, conviene al confessore leggere il Vangelo di Cristo e salire sul p., dopo il palco, dopo essere stato esposto (a Roma) in vista alla moltitudine dei pagani è giusto che egli qui lo sia agli sguardi dei fratelli; là (a Roma) egli ha stupito il popolo che lo circondava, qui egli sarà ascoltato con gioia dall'adunanza dei fratelli " ( $E p ., 33,2,1:$ PL 4, 328). Lo stesso Santo promosse lettore il confessore Celerino
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(per cortesia di mans. A. P. Frutac) Pulpito - P. della chiesa dei Canonicı Regolari di S. Agostino (sec. xvili) - Cracovia.
che anche egli aveva stupito con la testimonianza della sua fede lo stesso persecutore, perché nessuno più di lui "meritava di essere fatto salire sul p., cioè sul "tribunal" della chiesa" (Ep., 34, 4: PL 4, 332). In quello eretto nella cattedrale di Ravenna dal vescovo Agnello (553-68) il p. è detto pyrgua (dal greco $\pi i \rho \gamma o t$ ) quasi fosse una torre ("Servus XPI Agnellus episc. hunc pyrgum fecit ").
Il p. fu in genere situato nella nave centrale ed ebbe una o due scale di accesso. Fu sempre uno solo nelle antiche basiliche, come attestano quello di Salonicco, istoriato, e quello di Tebe (G. De Jerphanion, L'ambon de Salonique, l'arc de Galère et l'ambon de Thèbes, in Atti della Pont. Accad. vom. di arch., $3^{\text {a }}$ serie, Memorie, 3 [1932], pp. 107-32). Di quello di S. Sofia a Costantinopoli si conservano frammenti nel Museo Ottomano. A Roma in S. Pietro in Vaticano era quello posto dal papa Pelagio I ( $556-61$ ), ricordato nel Lib. Pont. I, p. 203, e con l'iscrizione: «Scandite cantantes Domino Dominumque legentes ex alto populis verba superna sonent» (G. B. De Rossi, Inscr. chr., II, 1, Roma 1888, p. 78), e uno nella basilica cimiteriale di S. Alessandro; in Ravenna, oltre quello della Cattedrale, vi sono p. in S. Apollinare Nuovo e ai SS. Giovanni e Paolo; inoltre quello di Gregorio IV in Castel S. Elia; di S. Ambrogio in Milano; della cattedrale di Canosa e del santuario del Gargàno, tutti del sec. xI, e il più tardo in S. Marco a Venezia. Gregorio di Tours ricorda quello della basilica di S. Cipriano che egli chiama analogius e pulpitus; era marmoreo, tutto scolpito, vi si accedeva per quattro gradini ed era circondato da cancelli (De gloria martyrum, I, 94). In Costantinopoli vi è il p. di S. Sofia. Per la Siria v. J. Lassus e G. Tchalenko, Ambons syriens, in Cahiers archéologiques, V (1951), pp. 75-95. E noto pure quello di S. Maria Antiqua con l'iscrizione di Giovanni VII (705-707) in greco e in latino. Nella Svizzera i p. nelle chiese di St. Maurice, di Romainmôtier e di Baulmes (M. Besson, L'art barbare dans l'ancien diocèse de Lausanne, Losanna 1909, p. 22, fig. 4 e tav. 4; p. 19, fig. 2; id., Antiquités du Valais, Friburgo 1910, pp. 65-68, tavv. 30-31).
Solo in epoca più tarda nelle basiliche vennero posti due amboni per la lettura del Vangelo e dell'Epistola.
Enrico Josi
II. Arte. - I p. cosmateschi romani (v. cosmati) sono anch'essi con basamento pieno ed appartengono a due tipi diversi; uno con loggia quadrata e scala unica, l'altro con scala doppia e loggia lievemente sporgente, curva, poligonale. La decorazione in porbilo, serpentino e musaici ornamentali conferisce a tali opere un carattere particolare; appartengono tutti ai secc. xilxili; fra i più importanti sono da ricordare i p. di S. Lorenzo fuori le Mure, di S. Clemente, di S. Maria in Aracocii. Inseriti nella schola cantorum