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ntali conferisce a tali opere un carattere particolare; appartengono tutti ai secc. xilxili; fra i più importanti sono da ricordare i p. di S. Lorenzo fuori le Mure, di S. Clemente, di S. Maria in Aracocii. Inseriti nella schola cantorum (v.) essi hanno forma diversa secondo la funzione alla quale erano destinati. I p. dell'Italia meridionale dell'età romanica sono generalmente del tipo a cassa quadrangolare sostenuta da colonne. Ricchissimi di colore quelli di Salerno, Cava dei Tirreni, ecc., ai quali le incrostazioni musive prevalenti nello spazio da decorare conferiscono un carattere diverso dai p. romani; sottilmente misurato nella policroma ricchezza dei marmi è quello della Cappella Palatina di Palermo. Negli esemplari pugliesi, da Canosa a Troia, prevale l'ornamento scolpito. Ad uno scultore pugliese, Nicola da Foggia, deve essere assegnato il p. del duomo vecchio di Ravello caratterizzato dalla scala chiusa tra pareti marmoree policrome.

Un gruppo a parte, per il rigoglio della decorazione plastica, formano i p. romanici dall'Abruzzo tra i quali si ricordano quello di S. Maria in Valle Porclaneta presso Rosciolo, di Roggero e Nicodemo scultori (1150), quello di S. Maria del Lago a Moseufo, dello stesso Nicodemo (1159), di S. Pelino di Pentima e di S. Clemente a Casauria della seconda metà del sec. xit.

In Toscana allora cominciano a prevalere anche nei p. forti decorazioni plastiche sulle fronti di casse marmoree sorrette da colonne isolate o addossate alle pareti o appoggiate alle transenne del presbiterio. Si ricordano quelli della collegiata di Barga (sec. xili), del S. Giovanni Maggiore presso Borgo S. Lorenzo (sec. xil), di S. Miniato al Monte (sec. xili) ed infine quelli di Nicola Pisano (v.), del baristero di Pisa ( 1260 ) e del duomo di Siena ( 1265 -69), e del figlio di lui Giovanni (v.) per la chiesa di S. Jacopo a Pistoia e per il duomo di Pisa. In questi ultimi cominciano a prevalere i riflessi del gusto gotico, sebbene nelle altre regioni d'Europa gli esempi più caratteristici e belli riflettenti un tale gusto risalgono solo al sec. xv. Cosi in quello bellissimo della cattedrale di Strasburgo, tutto fitto di intagli, trafori e statue. Come i p. francesi sono molti anche della Germania, della Spagna e del Portogallo.

Allora il Rinascimento italiano aveva svolto per suo conto il tema del p. mantenendo estremamente semplice lo sviluppo della parte architettonica che serve ad inquadrare rilievi e nicchie con statue riecheggiandone talvolta le forme antiche nelle strutture isolate o a ridosso di pareti sorrette da pilastri o colonne (cattedrale di Cremona, opera di Geremia da Cremona; S. Lorenzo a Firenze, opera di Donatello), mentre si diffondeva sempre più il tipo a poggiuolo o a nido a ridosso di colonne o pilastri.

Caratteristici in questo senso sono il p. della cattedrale di Prato, opera di Donatello e Michelozzo, e quello in S. Maria Novella a Firenze, disegnato dal Brunelleschi ed eseguito da Andrea di Lazzaro Cavalcanti. Ed è appunto un tale tipo che s'appoggia in genere con ornatiasime mensole ai pilastri o alle pareti delle chiese quello che maggiormente si diffonde durante i secc. xvi, xviI e xviI ed è quasi sempre in legno ma spesso anche con decorazioni policrome e stucchi. Esempi notevoli del periodo della Riforma cattolica si hanno nella collegiata di Manduria, nella chiesa di S. Maria a Mosso, nella chiesa dei SS. Martiri di Torino ecc. mentre nel 'boo è notevole il p. costruito da B. Cavalieri e G. Neri per la parocchiale di Chioggia o quello di Asso presso Como, tutto in noce, sorretto da massicce cariatidi.

Durante il '700, allorché la decorazione si fa più teatrale e fastosa e talvolta inclina alle smancerie del rococb, gli esempi più caratteristici di un tale gusto occorre cercarli riflessi nei p. di Germania e d'Austria. Quasi sempre di stucco dipinto o con intarsi policromi, sono sorretti da

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gruppi e figure ed hanno tettoie e baldacchini con alti fastigi ove angeli in volo e simboli religiosi appaiono tra cumuli di nubi e raggiere. I p. della chiesa di Ottobeuren (1760) o quello della Marienkirche di Berlino, opera di Andrea Schluter, ne sono esempi caratteristici.

Nell'800 si tornò in genere alle forme rinascimentali ma con grande semplicità di decorazioni, mentre in epoca moderna il gusto per certo razionalismo architettonico sembra talvolta volersi accordare con le esigenze determinate dalle leggi dell'acustica.

Da ricordare a tale proposito il p. della chiesa di S. Ignazio a Roma. Altri caratteristici p. della nostra età sono in altre chiese romane: in S. Paolo quello ligneo di A. Foschini, nella chiesa di Cristo Re quello marmoreo di M. Piacentini e infine gli altri della chiesa di S. Maria Mediatrice, disegnati dall'architetto G. Muzio.

Bibl.: C. Dubl, Manuel d'ari byzantin, Parigi 1923; P. Toesca, Storia dell'arte ital., Torino 1927; G. Mazzanti, P. di Gregorio IV ricostruito con frammenti esistenti nella Basilica di Castel S. Elia, in Notten ball. di archeal. erist., 2 (1896), p. 34 e sgg.; L. Battali, L'arte nella Casa di Dio, Torino [1930], pp. 181-88.

Guglielmo Matthiae - Emilio Lavagnino
III. Liturgia. - Come si c dette, il p. nel preabiterio fu usato in origine per le letture sacre, nel medio evo se ne fecero due, l'uno per il Vangelo e per l'Exultet, l'altro per l'Epistola.

La forma attuale, detta anche pergamo, venne in uso dopo la metà del sec. xill, col diffondersi degli Ordini dei Predicatori e dei Francescani e si sviluppò in seguito; fu posto in genere dal lato Vangelo nel centro della navata perché la voce del predicatore fosse più agevolmente udita, e percio spesso con una specie di baldacchino per migliorare l'acustica; dalla parte verso l'altare o nella parete è il Crocifisso. In quelli mobili oltre la cattedra si dispone un inginocchiatolo. La parola p. in liturgia viene usata anche per leggio. - Vedi tav. IX.

Bibl.: L. Eisenhofer, Handb. der hath. Liturgie, I. Friburgo 1932, pp. 382-84; G. Destefani, La S. Mesia nella liturg. rom., Torino 1935, pp. 476-81; M. Righetti, Man. di stor. liturg., I. Milano 1930, pp. 387-91.

Pietro Siffrin
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(fot. Bildarchiv d. B. Nationalbibliotheki)
Pulpito - P. rococó della chiesa abbaziale cistercense di Wilhering (metà del sec. xviII).
![img-26.jpeg](img-26.jpeg)
(fot. Alinari)
Pulvino - P. con pavoni affrontati (sec. vi) - Ravenna, chiesa di S. Vitale.

PULVINO. - Il nome stesso (cuscino) indica la sua funzione; è un elemento marmoreo in genere posto sopra il capitello per sostenere il peso delle piattabande o degli archi sovrapposti.

Figura nelle terme Ostiensi di Costantino e appare in Roma in S. Costanza, nelle antiche basiliche, ad es., in S. Pancrazio nelle quattro colonne a fianco dell'altare maggiore; in S. Lorenzo fuori le mura sopra le colonne dell'ordine superiore della Basilica orientale o Pelagiana, dove sulla faccia esterna è incisa una croce bizantina; in S. Stefano sia al Celio che sulla Via Latina; a Napoli in S. Giorgio Maggiore; fiorisce e si sviluppa soprattutto nell'arte bizantina a Costantinopoli in S. Sofia; a Salonicco in S. Demetrio e a Ravenna in S. Vitale, i p. sono intagliati come un ricamo e ancora in S. Apollinare Nuovo e in S. Apoll. in Classe e in S. Giovanni Evangelista; nel duomo di Parenzo e in quello di Aquileia.

I p. della Basilica cristiana di Tigzirt contengono scolpito, ad es., Daniele tunicato tra i due leoni (P. Gavault, Etude sur les ruines romaines de Tigzirt, Parigi 1897, p. 37 e fig. 7, n. 10).

In Italia l'uso del p. terminò con l'architettura bizantina; l'architettura romanica adottò al medesimo scopo una larga pietra sovrapposta al capitello (battistero di Pisa), talora decorandola con foglie e altri motivi stilizzati (S. Flaviano di Montefiascone). Nei paesi d'oltralpe invece il p. si trova ancora nel sec. xI, specialmente in Gran Bretagna (chiesa di Wing, campanile di Barton-onHuber) e in Germania (S. Giustino di Höchst s. M.). Generalmente si presenta con le faccie liscie, ma talora ebbe decorazioni a fogliami (S. Sofia di Costantinopoli).

Bibl.: G. T. Rivoira, Le origini dell'architett. lombarda, Roma 1501-1907, passim; P. Toesca, Stor. dell'arte ital. Il medio cvo, Torino 1927, passim. Enrico Josi-Mario Zocca

PUMBÉDITA. - Città in Babilonide, vicino all'Eufrate; per ca. otto secoli fu sede di una celebre accademia talmudica, fondata verso il 260 d . C.

Le persecuzioni degli Ebrei da parte dei Persiani nel sec. v portarono a una chiusura temporanea dell'istituto,

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che poi fu riaperto, quindi di nuovo chiuso. Un periodo di vita tranquilla ebbero le scuole talmudiche babilonesi nel sec. viI, sotto il califfo 'Alī. Allora i capi scuola assunsero il titolo di «gacmit». Per tre secoli coesistettero le due scuole di Sūrā e P.

L'accademia di Sūrā fu chiusa dopo la morte di Sa'adbjāh $(948)$, mentre quella di P. durò ancora un secolo. Fra gli ultimi gaoniti di P. vanno annoverati S̄ērirāh ( $968-98$ ) e suo figlio Ḩaj ( $998-1038$ ). Dopo la morte di quest'ultimo si chiuse anche l'accademia di P.

Bist.. S. Funk. Die Juden in Babylonien, I-II. Berlino 19021908: J. Obermeyer. Die Landschaft Babylonien, Francoforte 1929: S. Dubnow, Geschichte des jüdischen Volkes, Berliino 1926. III, v. indice.

Eugenia Zolli
PUNIZIONE e PREMIO. - Punizione è il castigo o la penalità inflitta per la violazione di un dovere. Premio è il riconoscimento di un servizio prestato o di un dovere compiuto.

L'una e l'altro, studiati sotto l'aspetto del loro valore educativo, presentano alcuni caratteri convergenti ad un'intima armonia. a) Rispondono, infatti, ad una esigenza della stessa natura umana, la quale sente vivo il bisogno di vedere i concetti di bene e di male, di legge e di arbitrio, di virtù e di vizio, di giustizia e di ingiustizia trasportati efficacemente sul terreno pratico mediante la sanzione positiva o negativa che li accompagna e li rappresenta. Se diamo ad una persona ciò che le piace, la si porta facilmente a fare il nostro volere; se le minacciamo ciò che le dispiace, le incutiamo paura e più facilmente essa rinuncerà a quello che pur vorrebbe fare, ma con suo discapito. b) Però il castigo e il premio non devono significare una semplice sensazione piacevole o spiacevole, come si trattasse di una multa o di una paga, perché altrimenti il castigo starebbe al male e il premio al bene, come una pura aggiunta, una successione cronologica, e la persona non vi vedrebbe tanto l'effetto della sua condotta e della sua azione, quanto l'effetto di una volontà estranea, che si vuole imporre. Perché castigo e premio rivestano il loro vero valore educativo, devono essere come l'espressione esterna dello stato interiore del nostro spirito quando si fa il male o si compie il bene : il castigo diventa simbolo della nostra diminuzione o impoverimento interiore; il premio simbolo del nostro interiore arricchimento. In questo modo castigo e premio orientano a scoprire i valori dello spirito, mettono in vista il disonore e la dignità della coscienza e avviano alla consapevolezza della propria felicità interna, agorgante dal bene, con il consenso di onore e di compiacenza tributato da altri al di fuori di noi, e viceversa alla consapevolezza della propria diminuzione o viltà interna, che erompe dal male, con la disapprovazione e l'ostilità incontrata al di fuori di noi. c) Il premio è stimolo al bene e al proprio perfezionamento (quante volte una semplice parola di comprensione o di lode rasserena la monotonia della giornata e spinge al lavoro con una maggiore diligenza e interiorità!); il castigo è una remora, un ritegno, un richiamo (quante volte un semplice sguardo severo del babbo o una lacrima furtiva colta sul ciglio della mamma hanno raddrizzato per la vita una deviazione!); castigo e premio sono mezzi assai validi a risvegliare energie latenti e a trasformare tutta un'esistenza. d) Il premio, infine, è una specie di glorificazione, che viene dall'esterno ad aggiungersi alla nostra interna soddisfazione e a rilevare lo sforzo compiuto; il castigo è un'espiazione, e una purificazione, una privazione del lecito per aver toccato prima l'illecito.

Questi quattro caratteri fondamentali devono governare armonicamente il fatto educativo, nel suo complesso; sarà poi proprio della prudenza dell'educatore, studiando il carattere dell'educando, di ripartire in pratica premi e castighi secondo una certa graduatoria, puntando ora su di un motivo e ora sopra un altro.
I. Il castigo. - 1. Perché punire. - Il castigo è una esigenza della giustizia, la quale vuole che al male tocchi la sua pena e che l'educando stesso riconosca di meritarla, se trasgredisce il suo dovere; è quindi un mezzo, che serve a correggere, emendare, raddrizzare. Sarà quindi
cosa buona in sé, quando sia inflitto secondo questo spirito e disponga ad esso; se sarà congegnato in modo da essere moralmente salutare, senza essere fisicamente dannoso; se l'educatore non si lascerà dominare da passioni di risentimento personale. Con ciò si avvierà a diversi mali, abbastanza comuni nella educazione.

E prima di tutto al modo sentimentale, che sotto lo specioso pretesto di una molintesa delicatezza fa si che molti educatori si dimostrino in realtà altrettanti schiavi dell'amore ai propri comodi e della propria inerzia. Il non castigare mai o quasi mai non è sempre segno di mitezza, ma solo un comodo lasciare andare le cose per il loro verso, per non prendersi fastidi o evitare contrasti; l'educazione, che vuol essere tutta latte e miele e si contenta con dire: "questa sia l'ultima volta" o "alla prima nuova mancanza ti punirò davvero", dà a divedere che non si comprendono le proprie responsabilità, né la natura umana. In secondo luogo, molti pensano di essere buoni educatori soltanto se sanno punire. Ma la p. è una medicina e di sole medicine non si vive. Quindi non si tratta tanto del castigo come fatto bruto, ma piuttosto di saper castigare come fatto di anima intelligente e riflessiva. Può inoltre accadere che si castighi non per difetto, ma con difetto. Infatti, come si può castigare virtuosamente per dovere, così si può anche non castigare per virtù. Però in questo caso il non castigare deve chiaramente apparire come un atto di cortesia, di perdono, di amore, che impegni il cuore dell'educando a farsi migliore, e non invece come un atto di debolezza da parte dell'educatore e di vittoria da parte del colpevole, che ha saputo insistere, intessere scuse, piagnucolare, servendosene come pretesto che si emenderebbe (non si dice spesso: "se domando perdono, evito il castigo " ?).
2. Come punire. - Le p. possono essere fisiche e morali; secondo che si infligge un castigo corporale o morale. I castighi fisici esagerati, che recano danno al corpo, non si devono usare, perché non solo umiliano, ma irritano, e finiscono con mostrarsi inadeguati al fine dell'educazione; hanno troppo poca presa sull'uomo interiore, fondano tutta la loro forza sulla paura. Però alcuni castighi fisici non sono sempre e del tutto da riprovare: «Qui parcit virgae, odit filium suum» (Prov. 13, 24) e «Virga atque correptio tribuit sapientiam» (Prov. 29, 15) osserva la Scrittura. L'educando, infatti, ha molti incitamenti e impulsi di natura edonistica, fa molte cose solo per la sensazione piacevole che ne ricava, e molte ne evita o trascura per la sensazione di dolore o di sforzo, a cui dovrebbe andare incontro; è bene perciò fargli capire in modo pratico che, mancando al suo dovere, si espono alla perdita di un piacere sensibile, o ad una sensazione di disagio.

Tuttavia restano sempre da preferire i castighi morali : ammonizioni, rimprovero a parole o gesti, con lo sguardo, o il silenzio, ecc., perché in essi sta il germe vivo di un miglioramento individuale, cioè la vergogna, il rimorso, il disappunto ed il dispiacere del male fatto. Tanto più che il castigo va preso come punto di partenza e non di arrivo; deve servire per i primi anni, in cui nell'educando predomina la sensibilità e l'indolenza, per impedire che si contraggano abitudini pericolose, in attesa che si risveglino in esso l'intelligenza e la coscienza, i sentimenti di dignità, di stima, di altruismo, che apporteranno un valido soccorso; si dovrà, anzi cercare di risvegliarli al più presto e rafforzarli quanto più sarà possibile.

Alcune altre norme concorrono a fissare nei giusti limiti la p.: a) punire l'educando quando veramente se lo merita; altrimenti gli si susciterà in cuore una profonda avversione per l'educatore, la cui influenza perderà cosi ogni efficacia. b) Non punire in momenti di ira o di passione o di risentimento egoistico, perché questo non conduce ad alcun miglioramento (si dirà soltanto, p. es.: "oggi il maestro ha i nervi»; "qualcosa gli è andata a rovescio ", ecc.). L'educando, invece, deve capire che l'educatore, se punisce, lo fa con rincrescimento, e per coscienza del proprio dovere e che chi lo costringe a severità è lui stesso. c) Il punire deve essere l's ultima ratio", quando gli altri mezzi non si dimostrano sufficienti, altri-

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menti ci si abitua al castigo e lo si prende con indifferenza e talora anche con una certa ficezza, in questo caso, assai nociva. d) La p. deve essere proporzionata alla colpa, cioè né troppo grave, né troppo leggere. Come la pena immeritata offende la coscienza dell'educando, cosi la p. sproporzionata gliela perverte, inducendolo a ritenere grave una mancanza leggera, o leggero un falto grave. La gravità della mancanza si deve giudicare dall'età e dalla comprensione dell'educando e anche dall'esame di coscienza che l'educatore deve fare su se stesso per vedere se egli con i suoi metodi, la sua impulsività e il suo contegno non possa aver causato o almeno cooperato alla mancanza. e) E fuori del quadro dei valori pedagogici attivi anche la p. troppo umiliante o condita di invetrive e sarcasmi o poggiata su difetti fisici a carenze ereditarie o familiari del colpevole; ció da una parte inaspritebbe l'animo del punito e per l'altra esporrebbe questo al ludibrio dei compagni, con detrimento di quella educazione morale e di quella pietà, che è il più caro degli affetti umani. f) La p. deve essere imparziale e vanno messe a parte le predilezioni e le preferenze, tanto più se fondate nell'alto o basso stato familiare dell'educando, o sulla maggiore o minore potenza della sua famiglia, sui maggiori o minori favori possibili ad ottenere; questo provoca disperti e invidie e talora anche ribellioni contro l'educatore. g) L'esecuzione della p. deve significare che la partita è chiusa. L'educatore, compiuto il castigo da parte dell'educando, deve evitare di serbargli rancore. di perseguitarlo con richiami continui al passato o con più accesi rimproveri; altrimenti questi ripeterà la frase solita: "Ce l'hanno con me! - ed ogni efficacia della p. va perduta e produce piuttosto un'estinaczza perniciosa.
II. Il premio. - 1. Perche premiare. - Anche il premio è un'esigenza della giustizia e della stessa natura umana, le quali vogliono che come al male debba corrispondere una penalita, cosi al bene un premio. Il quale, nel campo della moralità, rappresenta e concretizza l'emblema della sanzione positiva: stimola, infatti, e aiuta le inclinazioni dell'educando, anzi di ogni persona, con eccitare l'emulazione, sostenere e rinfrancare lo sforzo contro la monotonia, le difficoltà e distrazioni della quotidiana occupazione, suscitare la speranza di un compenso lusinghiero per l'interesse che si ha alla stima e alla buona riputazione, preparare alla lotta e alla concorrenza, dispiegare e intensificare lo sfruttamento della proprie capacità, spingere a superare gli eventuali insuccessi senza lasciarsi attanagliare da paralizzanti scoraggiamenti e depressioni.

Contro i benefici effetti dei premi c'è chi insiste sul fatto che essi possono stimolare un senso di vanità, di egoismo, di autosufficienza, provocare una brama insa-
stata di apparire, di pubblicità, di onori, con i conseguenti quasi inevitabili sorprusi e inganni, pur di ottenere il primato, di assicurarsi il successo, di farsi largo anche passando sul corpo delle vittime. Ma questo quadro, pur ricco di evidenza psicologica e purtroppo confermato dall'esperienza, non è in contrasto, anzi è in perfetta armonia con i motivi che consigliano l'uso dei premi; d'altra parte fra i vari argomenti che formano oggetto della educazione totalitaria dell'individuo ci sono pure le norme che valgono a frenare quelle tendenze e quegli stimoli, che possono condurre a deviazioni, perciò anche la passione della vanità deve essere educata a rimanere nel giusto mezzo e a non sconfinare nel campo delle ingiustizie. L'abuso non deve pregiudicare o distruggere l'uso, e la vittoria deve apprendere che il merito migliore è di saperla portare con naturalezza e semplicità; senza gonfiature ridicole o esibizionismi antipatici.

Altri ancora definiscono ingiustificato il premio perché $s$ si risolve in una falsificazione dei fini etici immanenti nell'attività spirituale e quindi in una vera e propria corruzione... Abituare i giovani a guardare fuori di se stessi a un fine, il cui raggiungimento non dipenda in tutto da loro... è sostituire nell'anima loro alla certezza del pregio attuale e indefettibile della vita il dubbio del premio, in vista dal quale può aver pregio la vita» (G. Gentile, op. cit. in bibl., pp. 36-37). Lasciando alla filosofia e teologia la soluzione della questione della morale interessata, a cui richiamano queste righe, si deve osser-
vare: a) la dottrina cristiana non dà all'individuo questa auto-sufficienza, per cui si racchiuda in sé come nell'assoluto e guardi sé come l'assoluto, ma lo coordina a Dio, essere distinto da lui, trascendente e perfettissimo e quindi giusto, che perciò premia il bene e punisce il male "non arbitrariamente né capricciosamente, con un estrinsecismo puerile, sibbene legato come conseguenza dello stato spirituale, in cui, assecondando o paralizzando l'azione divina, il soggetto volontariamente si è posto e volontariamente formato... Il mettersi dell'uomo nell'ordine e nell'armonia voluta da Dio, non può né deve essere frustrato con mancanza finale di successo; ma avrà per conseguenza logica provvidenziale il suo premio, nel caso contrario la sua pena» (D. Bassi, op. cit. in bibl., p. 203). d) L'educazione che non solo è teoria, ma anche prassi, non può prescindere dalle inclinazioni della natura umana. Ora l'interesse è una tendenza istintiva che, se può facilmente degenerare, può anche riuscire e di fatto riesce a opere di bene e di efficacia personale e sociale. La moralità non è isolabile, nel mirabile complesso umano, dalla varietà della forze, dei motivi e dei toni, che giocano in esso. I motivi estrinseci all'atto umano, tra cui anche l'interesse-premio, possono e devono preparare la formazione della coscienza, danno il modo di iniziare un movimento, che a poco a poco si potrà portare in direzioni sempre più nobili ed alte, che si possono chiamare interessi morali e spirituali; ma in fondo giocherà sempre il problema della felicità, che è, si voglia o no, il supremo interesse di ogni individuo.
2. Come premiare. - Perché il premio abbia tutto il valore educativo, che gli spetta, occorre adoperarlo secondo queste linee direttive: a) non si deve ritenere come fine del premio il puro riconoscimento del risultato conseguito; più che non il risultato conseguire si deve considerare l'energia adoperata e lo sforzo individuale della buona volontà. b) Né il premio ha come fine soltanto di ricompensare del bene fatto l'educando, ma piuttosto di mantenerlo nella via del bene, fortificarlo nel bene sempre più e sempre meglio. c) Rafforzare nell'educando la persuasione che il migliore dei premi, il più nobile e consolante, deve essere sempre l'approvazione e la contentezza della sua coscienza. d) Il premio non deve distribuirsi con troppa frequenza, perché allora si riceverà con indifferenza e perderà il suo mordente. e) Anche la leda, che sotto un certo aspetto rappresenta il premio più perfetto, deve usarsi parcamente, perfettamente dosata e proporzionata al merito che la produce, massime quando la si dà in presenza di altri. Una facilità eccessiva o un modo indiscriminato nell'uso della lede la svuota di tutta la sua efficacia, dà all'opera educativa un tono untuoso, dolciastro che può facilmente fermen. tare l'innincerità. l'ipocrisia, l'orgoglio. f) Soprattutto si deve badare che l'educando non consideri il premio come motivo principale dello sforzo da compiere per agire bene. Del premio si può godere come di un riconoscimento e di un sostegno per progredire nel proprio perfezionamento; ci si può per conseguenza aspirare: ma nello stesso tempo bisognerà temprare l'animo al dovere, e rafforzare la volontà, in modo da dipartarsi bene, anche nel caso che il premio per qualsiasi motivo venisse a mancare. - g) Nei non premiati non devono sorgere sentimenti di invidia, ma di emulazione; tutti si deve sempre godere con sincerità e pienezza di cuore del trionfo degli altri; e considerare nel loro premio non tanto l'effetto, quanto la causa che l'ha prodotto; cioè l'applicazione, lo studio e lo sforzo. Cosi il premio diventerà oggetto di nobile emulazione e cesserà l'invidia demoralizzatrice e paralizzante.

Bim.: R. Lombranchini. Della educazione e della istruzione, 1* ed., Firenze 1849. pp. 110-238; H. Mosapp. Strafe, in Lexik. der Pädagogik, Friburga in Br., IV (1913), coll. 1291-97; H. Bruck. Belohnung, ibid., I (1913), coll. 414-17; A. Autin, Autorité et discipline en matière d'éducation, Parigi 1920; L. de Muetter, Selfgovernment, discipline, education, Bruxelles 1923; D. Bassi, La saggezza nell'educazione, Firenze 1928, pp. 123-241; A. Franchi. Pedagogia, ed. a cura di M. Cordovani, 2* ed., Firenze 1941, pp. 244-48; G. Calò, Educazione e scuola, ivi 1942, pp. 117 132; G. Gentile, Sommario di Pedagogia come scienza filosofica, II, 2*ed., ivi 1942, pp. 27-38.

Celestino Testore

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(da Le l'ie d'Italia e del Mondo, ott. 1933, p. 1251)
Punta Arenas, diocesi di - Veduta di P. A.

PUNO, diocesi di. - Città e diocesi nel dipartimento omonimo del Perù (America meridionale), suffraganea dell'arcidiocesi di Arequipa.

Ha una superficie di 67.703 kmq . con una popolazione di 800.000 ab. quasi tutti cattolici; 72 parrocchie servite da 30 sacerdoti diocesani e 18 regolari; 4 comunità, religiose maschili e 5 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 328).

La diocesi fu creata con bolla di Pio IX del 7 ott. 1861. Primo vescovo fu Mariano Chacon y Becerra, che rinunciò all'incarico e fu sostituito da Juan Ambrosio Huerta, nominato nel 1865.

Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLVIII, pp. 560-63; J. Moreno-Lacalle, s. v. in Cath. Enc., XII, pp. 569-70.

Enrico Josi
PUNTA ARENAS, diocesi di. - Città e diocesi del Cile, capitale della provincia di Magallanes, suffraganea dell'arcidiocesi di S.ma Concezione.

Ha un'estensione di 135 kmq . e una popolazione di 57.000 ab. dei quali 55.000 cattolici, ripartiti in 6 parrocchie. Il clero diocesano consta di 34 sacerdoti regolari; conta inoltre 1 seminario, 5 comunità religiose maschili e 7 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 331). La diocesi fu creata da Pio XII con la cost. apost. Ut in amplissimo del 27 genn. 1947, erigendo a diocesi il vicariato apostolico di Magellano ed elevando a cattedrale la chiesa del S.mo Cuore di Gesù e della B. Maria Vergine della Mercede.

Bibl.: AAS, 39 (1947), pp. 337-39; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLVIII, pp. 568-69.

Enrico Josi
PUNTASEGGA. - S'intende per p. quella incisione ottenuta dall'artista lavorando direttamente la lastra metallica con un bulino a punta conica o, qualora una particolare finezza di lavoro lo richieda, con una punta di diamante.

Il segno ottenuto non è nitido per la presenza delle barbe che ne sfumano i bordi e che dànno alla stampa una singolare morbidezza vellutata; d'altra parte la loro estrema fragilità limita notevolmente il numero di buone copie che si possono tirare da una lastra a meno che non si proceda all'acciaiatura della lastra stessa. Questa tecnica impiegata da sole o unita ad altre - specialmente l'acquaforte - è ancor oggi tra le più in uso.

Bibl.: C. A. Petrucci, Incisione, in Enc. Ital., XVIII (1933); R. Bonfils, Initiation à la gravure, Parigi 1939, p. 36.

Maria Donati
PUNTATORI. - Sono così chiamati coloro che in ciascun Capitolo, cattedrale o collegiale, si devono eleggere, con il compito di segnare quei
capitolari che non intervengono al coro quando è prescritto.

Ogni Capitolo ne nomina uno o più a norma dei rispettivi statuti. I nominati prestano il giuramento di compiere fedelmente l'incarico, o dinanzi al Capitolo o dinanzi al preside del Capitolo stesso. Il vescovo può nominare, per suo conto, un altro p. in aggiunta a quelli nominati dal Capitolo. Qualora i p. non fossero stati nominati, o comunque non fossero presenti in coro, il più anziano dei canonici presenti li supplisce (CIC, can. $395 \$ 4$ ).

L'incarico dei p. non è perpetuo, anzi, per essere ufficio odioso, converrebbe che fossero designati per turno e per un tempo relativamente breve (sei mesi o un anno). Può essere p. qualsiasi chierico di quel determinato Capitolo; qualche autore sostiene che possa anche essere un chierico non capitolare; tuttavia non lo sarà mai il sacrestano o il canonico penitenziere. Si considerano assenti anche coloro che, pur materialmente presenti in coro, non prendono parte alle preghiere o al canto comune, o frequentemente se ne allontanano. I motivi delle temporanee assenze dal coro devono essere comunicate al p. il quale, a sua volta, 1 annota sul registro delle puntature. Questo registro fa fede in giudizio.

Bibl.: F. M. Cappello, De fallentiis capitularious, in Ius Pontificium, 6 (1926), pp. 62-104; S. R., Sulla poutatura corale, in Il Monitore ecclesiastico, 44 (1932), pp. 127-13.

Michele Federici
PUPIENO (M. Clodius Pupienus), imperatore romano. - Della sua vita prima dell'elezione ad imperatore, si sa che fu pretore, console suffetto, console ordinario (236) e prefetto di Roma. Dopo la morte dei due Gordiani, fu eletto imperatore dal Senato insieme con Balbino (238).

Si accinse tosto a marciare contro Massimino, ed ucciso questi ad Aquileia (marzo 238), ritornò a Roma dove però, messosi in lotta con il socio, con lui fu ucciso dai pretoriani che avevano eletto Gordiano III (luglic 238). Durante il suo breve governo i cristiani non furono molestati; l'aborrimento che aveva suscitato la crudele politica di Massimino non consigliava di seguirne l'esempio.

Bibl.: E. Stein, Clodius, in Pauly-Wissowa, IV, 88-98; A. Calderini, I Severi. La crisi dell'impero mil III sec., Bologna [1949], p. 135 seg. e passim. Agostino Amore

PURĀNA. - I P., "antiche storie", sono opere enciclopediche, le quali, secondo una notizia tra-
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(per carissia della Segreteria del Capitolo Superiore, Torino)
Punta Arenas, diocesi di - Chiesa di Maria Ausiliatrice e Collegio dei Salesiani a P. A.

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mandata dai P. più importanti, dovrebbero trattare di questi cinque argomen-ti: 1) cosmogonia; 2) nuova creazione del mondo dopo la sua periodica distruzione; 3) gencalogia degli dèi e dei profeti; 4) età cosmiche a ciascuna delle quali presiede un progenitore del genere umano; 5) storia delle antiche dinastie reali. Di fatto, soltanto pochi dei 18 P., i più antichi, rispondono a questo schema. Gli altri hanno un contenuto più ampio di quello compreso nelle cinque caratteristiche (laksana), e, anche se accennano, in omaggio alla tradizione, a codesti temi obbligati, passano poi a trattare argomenti affatto diversi. Il Visou-P. è quello che rispecchia più fedelmente le 5 caratteristiche. Esalta la gran-
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(fol. Esc. Cart.
dezza di Visou, proclamato Dio unico e supremo, col quale sono identificati anche Brahmā e Siva.

I P. sono in versi con qualche tratto in prosa e contengono complessivamente ca. 400.000 strofe scritte in un sanscrito deteriore, non senza solacismi. A tutti è comune il carattere sctorio, avendo essi lo scopo di glorificare Visou e Siva, con inni, initi e leggende (v. indUISMO). Incerta è la cronologia dai P. che subirono in età diverse vari rifacimenti. Sono generalmente assegnati alla prima metà del sec. vi, ma il Mārkandeya-P., che prende nome dal vate omonimo, è più antico perché invece di rendere onore agli dèi dell'induismo (v.), celebra Indra e Brahmā e inneggia ad Agni (v.) e Sūrya, dei vedici. La "glorificazione della dea" (deciindhātmya), cioè di Durgā, consorte di Siva, che fa parte del Märkandeya-P., è una sempre interpolazione. Il Vayu-P., cosiddetto perché si suppone rivelato dal dio del vento, esalta la potenza di Siva e porta perciò anche il titolo di Siva- o Saiva-P.; descrive la magnificenza della città di Siva, il paradiso promesso a coloro che praticano lo Vasa facendo oggetto delle loro meditazioni cotesto dio. Il Bhāgavata-P. è il più largamente noto anche in Europa per l'eccellente traduzione francese di E. Burnouf, pubblicata a Parigi nel 1840 . Posteriore al Visou-P., da cui dipende e con il quale spesso letteralmente concorda, lo supera in importanza essendo tuttora il testo sacro dei Bhāgavata i quali venerano Visou sotto il nome di Bhagavat, il Beato (v. indUISMO). Questa voluminosa opera di ca. 80.000 strofe, contiene una ampia descrizione delle incarnazioni di Visou ( 20 invece delle consuete 10), specialmente di quella sotto forma di cinghiale.

Limitandosi a questo breve cenno sui maggiori $P$., non si può fare a meno di ricordare che appartengono a questa immensa letteratura anche 18 P . minori (upapurāya) che celebrano divinità di secondaria importanza, specialmente femminili. Pochi Upapurāya sono stati pubblicati, e tanto i P. maggiori quanto i minori, attendono ancora un'accurata elaborazione critica.

Bibl.: M. Winternitz, Gesch. der indischen Litteratur, I, Lipsia 1908, pp. 440-49, 450-83; E. Pargiter, Purānas, in Enc. of. Rel. and Eth., X, pp. 447-55. Ferdinando Belloni Filippi

PURCELL, John Baptist. - Prelato americano, n. a Mallow (contea di Cork, Irlanda) il 26 febbr. 1800, m. nel convento delle Orsoline, a Brown County (Ohio, U.S.A.), il 4 luglio 1883. Ordinato sacerdote a Parigi il 26 maggio 1826, ritornò in America, dov'era già da fanciullo emigrato, e il 13 ott. 1833 venne consacrato vescovo di Cincinnati.

La diocesi, che allora abbracciava tutto lo Stato dell'Ohio, contava una popolazione cattolica di ca. 30.000 anime; la sua visita pastorale del 1834 lo rese immediatamente edotto delle molteplici necessità. Incoraggiò la costruzione di chiese e fondò una "Seminary Fund Association»; chiamò in vita nel 1840 la "Società cattolica
per la diffusione della Conoscenza" (Catholic Society for the Diffusion of Knowledge). Lo sviluppo urbanistico e demografico convinse il P. dell'impossibilità di provvedere con la debita cura all'amministrazione di un territorio cosi vasto e cosi popoloso e quindi dell'urgenza di staccare la parte settentrionale di esso dalla sua giurisdizione. Tale proposta incontrò anche il favore della S. Sede, che nell'apr. 1847 procedette all'erezione della diocesi di Cleveland nella parte settentrionale dello Stato dell'Ohio. Tre anni dopo Cincinnati fu promossa sede metropolitana, e il P. fu preconizzato arcivescovo nel Concistoro del 18 luglio 1850 . Venuto a Roma per il Concilio Vaticano, fu tra i membri della minoranza antinfallibilista. Di questa sua posizione reca, tra l'altro, testimonianza la lettera, inviata insieme ad altri tre prelati americani, al presidente della Congregazione generale, lettera in cui minacciava di abbandonare ipso facto il Concilio nel caso in cui si fosse proceduto alla definizione dell'infallibilità pontificia per acclamazione. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati dall'improvviso scoppio di uno scandalo finanziario, nel quale suo fratello ed egli stesso furono coinvolti. Durante la celebrazione del giubileo sacerdotale nel 1876 poteva guardare con orgoglio allo sviluppo della diocesi sotto il suo episcopato: quando era giunto a Cincinnati questa era una piccola città con qualche chiesa, ora aveva raggiunto una popolazione di quasi 300.000 ab., contava quaranta parrocchie ed infinite altre istituzioni religiose.

Bibl.: J. G. Shea, History of the Catholic Church in the United States, III, Nuova York 1800, pp. 619-29; IV, ivi 1892, pp. 170, 182, 241-54; T. Granderath, Geschichte des Vatikanischen Konzils, II-III. Friburgo in Br. 1903-1906, passim; J. B. Murray, P., in Cath. Enc., XII, pp. 570-72 (con bibl.). Silvio Furlani

PURGATORIO. - Stato ultraterreno, duraturo fino all'ultimo giudizio, in cui le anime di coloro, che sono morti in Grazia, ma con imperfezioni o peccati veniali o pene temporali da scontare per i peccati gravi rimessi, espiano e si purificano prima di salire in paradiso.

Sussmario: I. Esistenza del p. - II. Le pene del p. - III. Le gioie del p. - IV. Iconografia.
I. Esistenza del P. - i. S. Scrittura. - La Bibbia non parla esplicitamente del p., ma contiene testi che ne suggeriscono l'idea. Il concetto di una responsabilità personale, che divenne sempre più chiaro con il progresso della Rivelazione, congiunto con quello tanto diffuso nel Vecchio Testamento (cf. Sap. 10, 2; Num. 20, 12; II Reg. 13, 13-14) secondo cui, rimesso il peccato, rimane una pena temporale da scontare, è un importante presupposto della dottrina del p. Se a questa esplicita concezione del Vecchio Testamento si associa l'idea neotestamentaria di una personale partecipazione dei singoli alla propria salvezza, soprattutto nell'economia penitenziale, non

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Purgatorio - Il passaggio delle anime, sul ponte del p., secondo la visione del monaco cassinese Alberico. Particolare del Gindizio Universale, affivaco di autore ignoto del sec. xiv - Loreto Aprutino, chiesa di S. Maria del Pizzo.
è difficile rilevare che, se qualche testo biblico insinua il fatto di un prolungamento ultraterreno di tale economia, il pensiero cristiano, guidato dalla Chiesa, poteva, in qualche momento del suo sviluppo, dedurre l'esistenza di quello stato intermedio tra inferno e paradiso, che da secoli è chiamato p.

Tale insinuazione appunto emerge da alcuni passi, tra cui quello di $I I$ Mach. 12, 43-46. All'indomani della vittoria su Gorgia, Giuda Maccabco scoprì sotto gli abiti dei caduti sul campo oggetti idolatrici, provenienti dal saccheggio di Iamnia, e vide, in questa grave trasgressione della legge, la causa della morte dei soldati e pertanto "fatta una colletta, mandò 12 mila dramme d'argento a Gerusalemme, affinché fosse offerto un sacrificio in espiazione dei peccati di coloro che erano morti sul campo ". Egli fece questo, prima perché da uomo pio e religioso credeva nella risurrezione della carne (se infatti non avesse avuta sicura speranza nella futura risurrezione [connessa, nel pensiero giudaico, con la sopravvivenza dell'anima] dei caduti in battaglia, sarebbe stata cosa superflua o inutile pregare per i defunti), poi perché riteneva che a coloro, i quali erano deceduti piamente, era riservata un'ottima ricompensa. E dunque santa e proficua l'idea di pregare per i defunti, affinché siano liberati dai loro peccati. L'agingrafo, nel testo originale, restringe la sua visuale al peccato dei caduti in battaglia, ma il principio stabilito è di portata universale. Questo testo, almeno indirettamente, afferma che ai morti cum pietate, anche se macchiati da qualche colpa, è concesso da Dio il perdono dei peccati per le preghiere dei superstiti (cf. P. E. O'Brien, The scriptural proof for the existence of Purgatory from 2 Machabees 12, 43-46, in Sciences exclès., 2 [1949], pp. 80-108; P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, trad. it., Roma 1950, p. 318; e anche *E. Stauffer, Die Theologie des Neuen Testaments, $3^{2}$ ed., Stoccarda 1947, p. 1917

Tre passi del Nuovo Testamento, sebbene suscettibili di altra interpretazione, possono essere spiegati in armonia con la dottrina del II Mach.: 1) Mt. 5, 25-26: "Mettiti d'accordo presto con il tuo avversario, mentre sei con lui per la strada, affinché egli non ti consegni al giudice e questo al pubblico esecutore della giustizia (minister) onde tu venga tradotto in carcere: in verità ti dico che non uscirai finché non avrai pagato l'ultimo centesimo \%. S. Cipriano (Ep. 55 ad Antonianum, n. 20: PL 3, 786) e i Padri Latini vi scorsero una chiara allusione al p.; gli esegeti moderni ritengono che non viene sollecitato il testo, se la metafora della prigione è interpretata per p.; 2) Mt. 12, 31-32: «e chi avrà parlato contro il

Figliolo dell'uomo sarà perdonato, ma chi avrà parlato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato ne in questa, né nell'altra vita ". S. Agostino (De Civitate Dei, 21, 24 : PL 41, 739), s. Gregorio Magno (Dial., 4, 39: PL 77, 396) e s. Bernardo (Sevum 66 in Cont., n. 11 : PL 182, 1109) dall'ultimo inciso dedussero che per alcuni peccati, meno gravi della bestemmia contro lo Spirito Santo, è possibile ottenere la remissione anche nella vita futura; questa interpretazione non è da scartare, anche se alcuni moderni preferiscono vedere nella frase enfatica unicamente l'esclusione di qualunque perdono per il peccato contro lo Spirito Santo. 3) Particolarmente importante è la pericope di $I$ Cor. 3, 10-17: "Altro fondamento nessuno può porre oltre quello che e stato posto, che è Gesù Cristo. E se uno innalza su questo fondamento usando oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno si renderà manifesta; infatti il giorno (del Signore) lo mostrerà, poiché nel fuoco si manifesta, e l'opera di ciascuno, qual'c, il fuoco la saggerà. Se l'opera, che qualcuno avrà innalzato sopra, resterà, egli ne avrà la ricompensa; ma se l'opera di uno brucerà, ne patirà danno, egli perń sarà salvo, ma come attraverso il fuoco ( $\alpha \dot{\alpha} \gamma \dot{\alpha} \varsigma$ 86 $\sigma \alpha \dot{\alpha} \vartheta \tau \tau \alpha \alpha$; $\alpha \dot{\alpha} \tau \omega \varsigma 8 \dot{\varepsilon} \dot{\omega} \varsigma$ 86 $\dot{\alpha} \tau \omega \varsigma \varsigma$ ) . S. Paolo parla dell'opera del ministero, con cui si costruisce la Chiesa; sul fondamento della predicazione apostolica, che ha per centro la dottrina di Cristo crocifisso, i predicatori devono edificare con materiale altrettanto prezioso. L'Apostolo, alludendo all'uso di adoperare oro, argento, pietre preziose per la costruzione dei templi e delle regge, applica questi nomi alle dottrine vere e proficue, mentre riserva i termini: legno, fieno, paglia alle dottrine false, frivole e mondane, inadatte all'edificazione spirituale dei fedeli. L'opera di ogni predicatore, sarà messa alla prova del fuoco ( $\tau \dot{\eta} \tau \hat{\eta} \rho$, $\alpha \dot{\alpha} \tau \dot{\eta} \delta \alpha \varepsilon \iota \mu \dot{\alpha} \sigma \alpha \iota, \tau .13$ ), nel giorno del Signore ( $\eta \quad \tau \hat{\alpha} \rho \dot{\eta} \mu \dot{\varepsilon} \rho \alpha \delta \eta \lambda \dot{\omega} \sigma \alpha \mathrm{l}$ ). S. Tommaso d'Aquino (In I Cor., cap. 3, lect. 2) interpreta il fuoco nel senso più esteso, come il complesso dei giudizi e delle prove (fuoco metaforico), a cui Cristo sottopone l'opera di coloro che hanno lavorato nella sua Chiesa e pertanto ritiene che "il giorno del Signore" ( $\eta \eta \dot{\eta} \mu \dot{\varepsilon} \rho \alpha$ ) siano tutti i momenti, in cui Dio manifesta il suo giudizio sull'opera dei costruttori del Regno (tribolazioni della vita presente, giudizio particolare, giudizio finale). In ognuno di questi momenti la Provvidenza mostra il valore delle opere: chi avrà costruito con materiale buono (oro, argento, pietre preziose), vedrà la consistenza del suo lavoro e ne avrà una ricompensa (ultraterrena), chi avrà edificato con materiale cattivo (legno, fieno, stoppia), constaterà la fragilità del proprio lavoro ed egli stesso ne subirà danno (ossia ne avrà un castigo), ma sarà salvo, non senza dolore e angoscia, come colui che fuggendo tra le fiamme ne prova spavento e ne riporta scottature (cf. F. Zorell, $\pi \hat{\omega} \rho$, in Lex. graecum N. T., Parigi 1931). In questa prospettiva è implicita l'idea del p., infatti le prove, a cui gli architetti del Regno saranno sottoposti, non possono ritenersi soltanto terrene (tutto il contesto riguarda principalmente la vita futura), né possono restringersi a quelle del giudizio finale, poiché allora si avranno soltanto eletti o dannati, mentre nel testo si parla di un patimento (un danno, $\zeta \eta \tau \iota \alpha \vartheta \dot{\eta} \alpha \varepsilon \tau \alpha$ ) transeunte, che si concluderà con la salvezza definitiva di colui che ha fabbricato sul fondamento vero, ma con materiale di scarto. Il concetto di una prova ultraterrena, ma non eterna, corrisponde alla dottrina cattolica del p. Questa interpretazione è sostanzialmente comune a numerosi esegeti cattolici (A. B. Allo, Première épître aux Corinthiens, Parigi 1934, pp. 59-61; 66-67; F. Prat, La teologia di s. Paolo, I, trad. it., Torino 1936, pp. 88-91; A. Beel, Docetna s. Paulus dogma purgatorii in I Cor. 3, 11?, in Collat. Drogen., 37 [1937], pp. 77-103; V. Jacono, Le ep. di s. Paolo ai Romani, ai Corinti e ai Galati, Roma 1951, pp. 284-86).

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2. Tradizione. - Il pensiero cristiano, guidato dalla Chiesa, giunse alla formulazione esplicita della dottrina del p., muovendosi nella triplice direzione tracciata dalla Scrittura (suffragi, purificazione, espiazione). La linea "cucologica", che si aggancia al testo dei Maccabei, incise profondamente nella coscienza cristiana, onde l'Oriente e l'Occidente, dalle origini fino ad oggi, sono singolarmente concordi nell'affermare il valore delle preghiere, delle opere buone e soprattutto del sacrificio cucaristico per i fedeli defunti. Dagli accenni dalla II Tim. 1, 18, dal Martyr. Polycuspi (18, 2-3) e di Clemente Alessandrino (Stromato, VII, 13: PG 9, 508) si giunge alle solenni testimonianze di Eusebio (Vita Constantini, 4, 71 : PG 20, 1115: preghiere in occasione della morte dell'Imperatore cristiano), s. Cirillo di Gerusalemme (Catech. Myst., 5, 9: PG 33, 1115: spiegazione teologica del valore della Messa per i defunti), s. Giovanni Crisostomo (In I Cor. hom., 41, 5: PG 61, 361: paragone con il sacrificio espiatorio di Giobbe; In Acta hom., 21, 4: PG 60, 170 : il momento per i morti è ritenuto di origine apostolica), s. Epifanio (Haeres., 75, 8: PG 42, 513: si dichiara eretico Aerio perché primo negatore dell'efficacia dei suffragi per i defunti), s. Cirillo di Alessandria (Adversus eos, qui audent dicere non esse offerendam pro iis, qui in fide obdormierunt, fragmento: PG 76, 1432).

Dalle brevi e suggestive invocazioni delle catacombe: vivas in Chiesco; in refrigerio anima tua; Deus refrigeret spiritum tuum; vos precos, o fratres, orare huc quando venitis; rogo vos omnes, qui legitis, orate pro me peccatore (cf. H. Leclercq, Purgutoise, in DACL, XIV, coll. 1978-81; id., Difunti, ibid., IV, col. 427 sgg.; P. Kirsch, Die Lehre von der Gemeinschaft der Heiligen im christl. Altertum, Magonza 1900; S. Scaglia, Novissimi nei monum, primitivi della Chiesa, Roma 1923, pp. 9-19), in tutta la Chiesa latina si riscontrano le testimonianze più esplicite sulla prassi e sulla teoria dei suffragi: Tertulliano (De corona, 3: PL 2, 79; De monogamia, io: PL 2, 942), s. Cipriano (Ep. 1, 2, ed. Hartel: CSEL, III, II, p. 466), s. Ambrogio (De excessu fratris sui Satyri, n. 1, 80: PL 16, 1372; De obitu Valentiniani, n. 56, 78 : PL 16, 1146; De obitu Theodosii, n. 36, 37 : PL 16, 1460), s. Girolamo loda la pietà dell'amico Pammachio nel suffragare l'anima della consorte con opere buone (Ep., 66, 5: PL 22, 642). S. Agostino fosò in formole definitive la dottrina cristiana sui suffragi. Richiamandosi esplicitamente al testo dei Maccabei (De cura gerenda pro mortuis, 3: PL 40, 593) e all'uso costante della Chiesa (Sermo 182, n. 2: PL 38, 936) respinse l'errore di Aerio (De haeres., 153 : PL 42, 593) difendendo l'efficacia del sacrificio, delle preghiere e delle elemosine per quelle anime dei defunti che, pur essendo imperfatte, non ne sono indegne (Euch., c. 110 : PL 40, 283; cf. De octa Dulciti quaestionibus, q. 3, n. 3: PL 40, 158); e con pietà filiale prega per la madre Monica (Confessiones, 9, 13 : PL 32, 778).

La tendenza "catartica" (purificazione ultraterrena), che si ricollega alla I Cor. 3, 10-17, ebbe il massimo sviluppo in Oriente, mantenendosi però nell'ambito di una concezione veterotestamentaria della vita futura (anime in attesa del giudizio finale; v. giudizio divino; inferno). Clemente Alessandrino fu il primo a distinguere due modi di punire i peccatori nella vita presente (per i correggibili il castigo è $\delta \iota \delta \alpha \sigma \alpha \alpha \lambda \iota \alpha \dot{\varsigma}$, per gli incorreggibili è $\pi 0 \lambda \alpha \sigma \tau \iota \alpha o ́ s:$ Stromata, IV, 24: PG 8, 1363) e in quella futura, nella quale opereranno due fuochi, uno "edax et omnia consumens: $\tau \dot{\delta} \pi \alpha \tau \alpha \varphi \alpha \dot{\gamma} \gamma o v$ oul $\beta \alpha \dot{v} v o v \sigma \nu$ ", l'altro "prudens, qui pervadit animam per ignem transeuntem: $\tau \dot{\delta} \varphi \varphi \dot{\alpha} v \omega \nu \nu$ (Stromata, VII, 6: PG 9, 450). Origene è più esplicito. La teoria dell'apocatastasi (v.) non assorbe tutta la teologia escatologica del maestro alessandrino, poiché nei momenti in cui, accantonando audaci ipotesi e speculazioni sbrigliate, egli ritrova la sua anima di credente, pone costantemente una netta distinzione tra i peccati gravi ( $\varepsilon \rho \delta \varsigma \delta \alpha \dot{v} \alpha \tau o v \dot{\alpha} \mu \alpha \rho \tau i \alpha$ ) e le imperfezioni ( $\beta \dot{\sigma} \sigma o \varsigma$; In Lc. hom., 4: PG 13, 1236; In Ierem. hom., 2: PG 13, 280) e, per conseguenza, tra le pene ultraterrene dei peccatori "ad mortem" e quelle degli imperfetti. Anc