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 Douix. Con questi dolci a figura umana (cinque fagioli, o fave o piselli ficeati nella testa servivano a rappresentare il diadema, il naso e gli occhi) giovani e vecchi si recavano alla fontana, decapitavano le mariottes e le gettavano nell'acqua, che poi agitavano con mestoli e bacchette; se le fate erano favorevoli, giovani e ragazze trovavano da sposarsi entro l'anno. A questo fondo di antichi riti propiziatori vengono ricondotti i motivi della Novella della Candelora del Perrault. E, come per il Capodanno, in molte regioni le ragazze traggono pronostici di matrimonio alla vigilia della Candelora.

In rapporto con la festa della P. è da porsi l'uso che hanno le nuove madri di recarsi in chiesa nel quarantesimo giorno dopo la nascita di un figlio. L'uso presenta una vastissima area di diffusione e notevoli varietà locali, con maggiori o minore ricchezza ai particolari nell'esecuzione della cerimonia. Valga un solo esempio. Nella Venezia Giulia la puerpera deve stare quaranta giorni chiusa in casa e la prima volta che esce dev'essere accompagnata dalla levatrice. Ella si reca innanzitutto in chiesa per purificarsi, e ringraziare Iddio, s. Anna e il santo patrono del paese per il parto felicemente superato. Durante il tragitto dalla casa alla chiesa essa non parla con nessuno, non risponde neanche ai saluti della gente: a questo pensa la levatrice. La madre porta con sé del pane, simbolo della "provvidenza " perché influssi malefici non le portino via il latte, l'alimento della sua creatura. Giunta alla chiesa, s'inginocchia sulla porta, tenendo in mano una candela accesa. Il sacerdote allora le va incontro e la toglie da quella posizione aspergendola con l'acqua santa e mettendole sul braccio la sua bianca stola. La donna rimane raccolta in preghiera per qualche tempo e talvolta assiste alla S. Messa. Dopo questa cerimonia, la madre può riprendere le sue relazioni con il mondo, anzi, prima di ritornare a casa, deve visitare parenti e amici. - Vedi tav. X.

Bibs.: A. Lancellotti, Il Lazio, Roma s. a.; A. van Gennep, La Chandelour et le St-Valentin en Savoie, in Rev. Etlm. et

Trad. Pap., 5 (1924), pp. 225-45; G. C. Pola Fulletti di Villa Falletto. Associazioni giovanili e feste antiche. Laro origini, 111. Torino 1942 (con molte note bibliografiche); P. Toschi, La Candelora, in Ecclesia, 5 (1946), pp. 97-99. Paolo Toschi

PURIFICAZIONI PASSIVE. - Per rimuovere dall'anima gli ostacoli che si oppongono alla piena perfezione (peccati, vizi, passioni sregolate, tendenze puramente naturali), bisogna dapprima eliminarli con la mortificazione (v.): ed è la p. attiva.

Nessuno però può scorgere nei più reconditi nascondigli del suo interno le innumerevoli imperfezioni e tendenze viziose, che infettano fin anche la sua pratica della virtù (cf. l'elenco che ne stende s. Giovanni della Croce, Notte oscura, 1. 1, capp. 2-7), né molto meno purificarsene a fondo; a tal fine occorre un intervento speciale di Dio, di ordine mistico: grazia di contemplazione infusa, che illumina l'anima, svelandole tutto il complesso delle sue impurità, e la spoglia radicalmente con lunga e dolorosissima purgazione: ed è la p. passiva, chiamata da s. Giovanni della Croce "notte oscura ", che "s'intende la contemplazione purgativa, la quale causa passivamente nell'anima la rinunzia a se stessa e a tutte le cose" (ibid., prol. alla $1^{2}$ str.).

La p. p. è doppia, come spiega il Dottor Mistico: "La prima notte o p. è quella sensitiva, con la quale l'anima si purifica secondo il senso, accommodandolo allo spirito; e l'altra è la notte o p. spirituale, con la quale si purifica e spoglia l'anima secondo lo spirito, accommodandolo e disponendolo all'unione con Dio" (ibid., 1. 1, cap. 8).
I. P. P. DEI SEXOI. - Essa è propria dei principianti, facendoli passare allo stato dei progrediti. Ci si deve distinguere un doppio elemento, l'uno negativo e l'altro positivo: a) elemento negativo della p. p. dei sensi è l'aridità spirituale prolungata, che rende impossibile la meditazione discorsiva: "Non sanno più dove rivolgersi il senso dell'immaginazione ed il ragionamento, perché non possono più far un passo per meditare come prima solevano" (ibid., 1. 1, cap. 8). b) Elemento positivo di questa p. p. è un principio di oscura contemplazione mistica, che si rivela attraverso un vivo desiderio di Dio (per il quale si distingue la suddetta aridità da una disposizione naturale di malinconia); però "questa contemplazione è occulta e segreta per quello stesso che la possiede " (loc.cit.). Importantissima è a quel punto della vita intariore l'opera del direttore spirituale, che tranquillizzi l'anima, impedendole di tornare indietro per ripristinare la meditazione discorsiva oramai inutile e dannosa (s. Giovanni della Croce, Viva fiamma d'amore, str. $3^{2}$, v. $3^{\circ}, 884-13$ ).
II. P. P. dello spirito. - Propria dell's anima che Dio destina ad una più alta perfezione" (Notte oscura, 1. II, cap. 1), la p. dello spirito è separata dalla precedente da un periodo più o meno lungo, durante il quale l'anima gode i frutti della contemplazione oramai abituale (ibid.), ma nella quale si riscontrano ancora imperfezioni notevoli : presuntuosa manifestazione dei propri

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doni, vanità ed arroganza, perdita del dovuto rispetto a Dio (ibid., 1. II, cap. 2). Allora subentra, tremenda per i tormenti che porta seco, la p. p. dello spirito "Dio spoglia le loro potenze, affetti e sensi, si spirituali che sensibili, tanto esteriori che interiori, lasciando nell'oscurità l'intelletto, arida la volontà, vuota la memoria, e gli affetti dell'anima in una somma afflizione, amarezza ed angoscia, provandola del sentimento e gusto che prima sentiva dei beni spirituali " (ibid., cap. 3). Principio operante di detta p. è una contemplazione più penetrante, che manifestando all'anima il contrasto vivissimo che vi è tra la luce e perfezione divina e la sua impurità, le cagiona un dolore indicibile: "Invadendo l'anima questa pura luce per espellerne la impurità, l'anima si sente cosi impura e misera, che le pare che Dio le sia diventato avversario ed essa nemica di Dio" (ibid., cap. 5), Vero purgatorio, di cui neppure il padre spirituale può lenire il dolore (ibid., cap. 7), che si prolunga spesso per anni.

Prove connesse a quella fondamentale p. sono spesso orribili tentazioni, spirito di bestemmia, scrupoli, perplessità, talvolta, in anme più forti e predilette, pure assalti visibili, con percosse e suggerimenti d'agni fatta, del diavolo. Tutto tende a far meglio sentire all'anima il proprio nulla onde sperare da Dio solo la Grazia liberatrice. Superando ogni ostacolo, finalmente "l'anima giunge all'unione spirituale del perfetto amore di Dio" (ibid., cap. 14). Allora, dice la ven. Maria dell'Incarnazione, "l'anima nella sua unità e nel suo centro resta, in un amor attuale, negli abbracci dello Sposo, il sovradarabile Verbo Incarnato" (Ecrits Spir., II, Relation de I654, § Lxvi, V [130 stato di orazione, parte 10]). V. miSTICA.

Biel.: fondamentali, per l'aromente, le opere citate di a. Giov. della Croce e della ven. Maria dell'Incarnazione. Cf. anche card. Vives 7 Turo, Compendium theologicoe ascetico-mysticee, Trast. de pure, pasirior, $3^{\circ}$ ed., Ratisbona 1008; R. GarrigouLagrange, L'amour de Dicu et la Croix de Téius, IV, parte 20. Juvies 1200 .

Ernesto Mura
PÜRIM (da pür "sorte": Esth. 9, 26). - Semifesta celebrata dagli Ebrei il 14 del mese di 'Aldhār in ricordo della salvezza d'Israele dalle insidie di Aman (v.).

All'uscita del digiuno di Ester, al 13 'ádhär, viene letto nella sinagoga il rotolo (mëghillāb) di Ester; tale lettura è ripetuta durante l'ufficiatura mattutina del 14. Le letture sono accompagnate da una cantilena tradizionale. Anche le donne e i bambini devono assistere alla lettura, che può svolgersi ovunque vi siano 10 uomini religiosamente maggiorenni. La lettura è preceduta e seguita da benedizioni speciali.

Scambio di doni fra amici e congiunti e ricchi doni per i poveri caratterizzano la semifesta di P., la quale è del resto giornata quasi lavorativa. Prima del tramonto del 14 si inizia il banchetto festivo che si protrae fino a tarda sera, in quanto anche il 15 riveste carattere semifestivo. I ragazzi si divertono dando alle fiamme un'effigie di Aman. I giovani recitano nelle famiglie commedie riproducenti il contenuto del libro di Ester. Il giorno 15 'ádhär si chiama "P. di Susa".

Biel.: I. Elbogen, Der jüdische Gottesdienst, $3^{2}$ ed., v. indice; M. Sobel, Das Jahr der Juden in Brauch und Liturgie, Berlino 1936, pp. 146-96; J. Schilderbberger, Das Buch Esther, Bonn 1941, pp. 33-36.

Eugenio Zolli
PURISMO. - Il termine el'attributo di p. e purista sono stati trasferiti nel campo delle arti figurative da quello letterario nel quale, indubbiamente, hanno un significato molto preciso.

Essi stanno per le arti figurative ad indicare quelle manifestazioni artistiche e quegli artisti che seguano un momento intermedio tra gli atteggiamenti neoclassici e quelli più dichiaratamente romantici propri degli anni fra il 1830 e il 1850 . I quali ultimi a loro volta preludono l'eclettismo architettonico e il verismo naturalistico figurativo proprio della seconda metà del sec. xix.

I puristi, pittori, scultori, architetti, in ultima analisi, apponevano ad una imitazione dei modelli antichi, quale
veniva proposta dalle esperienze archeologiche proprie dei neoclassici, l'imitazione di quelli offerti dalla conoscenza dell'arte del Rinascimento. Cosi puristi si dicono pittori quali Tommaso Minardi, Luigi Sabatelli e Lattanzio Quarena, scultori quali il Bensilini in alcune sue opere famose e il Tenerani, tra gli architetti con il Vabdjar, il Poletti, il Sarti, l'Amati il Nottolini e quanti, riflettendo più le idee e le aspirazioni del Milizia che non quelle del Winckelmann, studiano ed imitano più volentieri le opere del Vignola e del Palladio che non quelle riflettenti i precetti di Vitruvio.

Al gruppo dei puristi vanno assegnati quindi anche i Nazareni, il cui principale esponente, l'Overbeck, nel 1843 firmava con il Minardi ed il Tenerani il manifesto del p. compilato dal pittore e letterato Antonio Binachini, allora che le idee che avevano effettivamente nutrito il movimento cedevano di fronte a nuove esigenze di espressione.

Bric.: P. Selvatico, Del p., Venezia 1821; I. Faldi, Il p. e Tommaso Minardi, in Commentari, I (1920), pp. 238-46; E. Lavagnino, L. Nottolini. Introduzione al Catalogo della Mostra, Lucca 1921.

Emilio Lavagnino
PURITÀ e IMPURITÀLEGALE. - Dal punto di vista rituale o legale, la maggior parte delle religioni non cristiane considerano "puro" quanto ritengono vicino a Dio e pregno della sua forza; "impuro" quanto è estraneo ed opposto alla sua sfera. Nella Bibbia i precetti concernenti la p., anche nei casi in cui manca l'indicazione della causa, tendono a rendere esclusivo il culto jahwistico, opponendosi a quanto ricorre nella magia e nei culti politeistici. Quanto appartiene al Dio d'Israele è considerato sacro e santo, e perciò elevato, potente, lucente.

Impuri sono gli affluvi corporei in quanto, portando una diminuzione di forza fisica, sono opposti alla sacralità considerata come potenza. Impuri sono i morti, considerati "potenti", cioè in possesso di forze opposte a quella della sacralità cultuale jahwistica. Gli dèi stranieri sono "escrementi", sono "nulla". Impuri sono i popoli pagani, la loro terra, i loro cibi. Impuri taluni animali sacri nel paganesimo. Si cerca poi di fare una classifica di questi animali in base a segni esteriori : unghia fessa e ruminanti per i quadrupedi, pinne e squame per i pesci. I supposti riguardi alla "igiene " sono elucubrazioni di dotti moderni.

Acqua, sangue di sacrifici, olio, e la confessione in quanto espressione del male, quasi in un senso fisico, servono per la catarsi. Con essi si segna all'ora del tramonto, la fine dello stato di i. La cenere ottenuta da una vacca rossa è dotata, come anche il rosso a se stante, di potere catartico. I fili color cremisi, come anche il legno di cedro, servono a combattere l'i. Un uccello, una colomba, messi a contatto con l'oggetto impuro, servono a portar via l'i. La confessione dei peccati sui corsi d'acqua serve allo stesso scopo. L'uso dell'acqua nei riti catartici è costante; l'acqua è elemento per natura antitetico dell'i., tanto che in Lev. 11, 36 si legge che fontane, cisterne e serbatoi non contrarranno inumondezza. Costante è pure il cambio della veste e frequente l'obbligo di radersi. L'azione del rito catartico è sicuramente efficace.

Delle leggi sull'i. trattano diffusamente i capp. 11-16 del Levilies. In essi l'i. si presenta come un fluido, che penetra in uomini, animali e cose, attraverso il contagio.

Negli esseri animati l'i. può essere intrinseca o partecipata. Una persona può divenire impura per ragioni fisiche (lebbra: Lev. 13, 3; Num. 5, 2), per necessità naturali (parto: Lev. 12, 2.5), indipendenti dalla sua volontà (ibid. 15, 25) o attraverso contatti necessari e non desiderati (p. es., con un morto: Num. 6, 7; 9, 6). Taluni animali sono impuri per natura (Lev. 11, 10 sgg.). Nelle cose l'i. può essere partecipata attraverso contatto (la sella dell'uomo malato di gonorrea, il suo giaciglio, quello della donna mestruante: ibid. 15, 9.21.24.26); si parla pure della lebbra delle case e delle vesti (ibid. 14, 34; 13, 47).

In Ezechiele si dice che si cantrae i. attraverso atti idolatrici (Ex. 20, 7.18.30.31; 22, 3.4; 23, 7.17) o co-

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munque tralignando da Dio (ibid. 15, 11; 20, 43). In Ps. 24, 4 si parla di p. del cuore. Il concetto di p. si interiorizza. La lotta tra puro e impuro, che ha cosi gran parte nel \& codice sacerdotale s, prelude alla lotta tra bene e mate.

Lo stato di p. reintegra l'elemento mancante nell'uomo impuro: Naaman è dichiarato puro dopo esser stato guarito dalla lebbra (II Reg. 5, 14); "Mondami dal mio peccato e prega David (Ps. 30 [51], 4), cioè : reintegra in me quanto è mancante, deficiente. Lo stato di p. è il necessario preludio per entrare nel campo delle forze sacrali (II Par. 30, 17).

BibL.: D. Schapiro, L'hygiène alimentaire des juifs, Parigi 1930: R. Pettazzoni, La confession des perhés, I, ivi 1931, pp. 128. 184, 190; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubings 1933, p. 320 sgg.; A. Leds, Les prophètes, Parigi 1933, p. 323 sg.; J. Bonsirven, Le judaïsme palestin, au temps de JésusChrist, II, ivi 1933, p. 181 sgg.; E. Dharma, L'évolution relig. d'Israël, I, Bruxelles 1937, p. 308; W. Eichrodt, Theologie des Alten Testam., I, Lipsia 1930, pp. 60 sgg., 283 (v. anche indice vol. III, p. 173); E. Zolli, Il peccato, Roma 1948, pp. 56-71; M. Eliade, Traité d'hist. des relig., Parigi 1949, cap. 3; P. Heinisch, Teal. del Vecchio Testamento, trad. it., Torino 1950, pp. 210 sgg., 233.

Eugenio Zolli
PURITANI e PURITANESIMO. - I. Storla. - I puritani non formarono mai una chiesa, ma un partito, esponenti di un atteggiamento psicologico in seno alle diverse confessioni di Inghilterra e di Scozia, nei secc. xvi e xvir. Si ritiene comunemente che il "primo puritano" sia stato Hooper, imprigionato nel 1550 , perché non volle essere consacrato vescovo di Gloucester con gli abiti pontificali tradizionali; fu però soprattutto dopo l'organizzazione della chiesa anglicana sotto Elisabetta che cominciarono a manifestarsi, in una rilevante parte del clero, scrupoli quanto agli usi romani rimasti nel nuovo sistema; di qui il proposito di "purificare" la Chiesa da ogni macchia "papista". Essi non potevano sopportare il vestiario ecclesiastico giornaliero e l'uso della "cotta" nelle pubbliche funzioni. Fin dal 1565 l'opposizione della Chiesa costituita fu abbastanza forte e provocò una repressione che doveva durare. A Oxford, il decano della ChristChurch fu privato del suo ufficio e a Cambridge alcuni giovani gentiluomini dichiararono di rifiutare "i cenci dell'anticristo romano".

Questa fu appunto la Vestiarian Controversy. I puritani esigevano una revisione del Prayer-Book; non volevano ammettere l'uso del segno della Croce nel rito del Battesimo, dell'anello nella benedizione del Matrimonio, dell'inchino del capo al nome di Gesù, delle candele sull'altare della Cena. Per 20 anni, sotto Elisabetta, si discusse su tali argomenti.

1. Periodo elisabettiano. - L'Università di Cambridge fu il centro degli oppositori, denominanti "non-conformisti». Matteo Parker, primo arcivescovo di Canterbury dopo lo scisma, cercò di attenuare la repressione; il suo successore, Grindal (1575-83), che osò difendere i puritani, incorse nella collera della Regina; pertanto il Whitgift ( $1583-1604$ ) si impegnò a fondo per distruggere il puritanesimo: creò l'Alta Commissione ecclesiastica per scoprire, giudicare, condannare i non conformisti; proibì le profetizzazioni (prophecyings), nomignolo con cui venivano indicate le predicazioni dei puritani. Agli attacchi dell'arcivescovo e alle procedure legali dell'Alta Commissione, risposero i velenosi Tracts, siglati con lo pseudonimo Martino Marprelate (v.). Il primo Tract recava come titolo: Una lettera ai terribili preti della Casa della Convocazione (cioè del Tribunale ecclesiastico). Non si è potuto mai sapere chi fosse l'autore del Tracts, ma non c'è dubbio che, dietro le quinte, lavorasse il celebre Tommaso Cartwright, già professore di teologia a Cambridge. Una legge del 1593 colpì di bando tutti coloro che si fossero rifiutati di assistere ai servizis religiosi ufficiali. Molti puritani emi-
grarono in Olanda; quelli rimasti si sottomisero, almeno in apparenza.
2. Periodo degli Stuart. - Eletto re Giacomo I, proveniente dalla Scozia presbiteriana, i puritani respiravono; il nuovo Re ricevette, infatti, la famosa petizione dei mille (Millenary Petition), ma già dalla Conferenza di HamptonCourt (genn. 1604) le loro illusioni svanirono. Il re, che si atteggiava a teologo, formulò i noti principi sul diritto divino dei re e dei vescovi. Allora appunto si delineo la duplice tendenza del puritancsimo di opposizione al diritto divino dei vescovi e al durato divino dei re. Contro i vescovi il puritanesimo politico si appellava alla Bibbia, contro i re il puritanesimo teologico si richiamava ai diritti della nazione. La lotta riempì la prima metà del sec. xivi; nel campo politico, i puritani combatterono per il trionfo del parlamentarismo, nel campo religioso, rinfocolarono l'odio per il "papismo" e tutto cio che ricordava la Chiesa cattolica. Si posero, allora, i germi di quella che divenne in seguito la Low Church (Chiesa bassa), tanto opposta alla High Church (Chiesa alta), quanto i Whigs erano opposti ai Tories. In tale lotta, i puritani della Chiesa costituita trovarono alleati nei presbiteriani e negli indipendenti; una specie di fusione, per io meno nel campo religioso e militare, si ottenne cosi tra i puritani di queste tre categorie.
3. Periodo di Cromwell. - Dopo la vittoria sopra il re, i puritani si divisero profondamente. Cromwell apparteneva personalmente al Partito degli indipendenti; nell'armata c'erano ardenti partigiani, più a sinistra ancora apparivano i Levellers, puritani estremisti; anzi allora spuntarono nuove specie di puritani: quaccheri, battisti, perfezionisti, quintomarcianisti, ecc. I presbiteriani furono profondamente delusi e la morte di Cromwell nel 1658 segnò la loro sconfitta. Con la restaurazione regalista s'iniziò un'aspra reazione contro gli usi puritani, che avevano sottoposto la nazione a una insopportabile tirannia. Il puritanesimo non sopravvisse che in casi isolati nella Chiesa costituita, ma si mantenne, a dispetto delle persecuzioni, nelle sòtte estremiste dei presbiteriani, quaccheri, battisti.
II. Contenuto dottrinale. - Per penetrare a fondo il fenomeno del puritanesimo occorre leggere le memorie storiche della Hutchinson (la quale racconta la vita di suo marito, tipo del perfetto puritano: The Life of colonel Hutchinson [1615-64]) e le vite di Grindal, Whitgift, Milton, Cromwell, le "memorie» di Ludlow, che fu uno dei "più arrabbiati repubblicani a del tempo (1617-92). Le opere, però, più rappresentative della mentalità puritana sono: Il Pilgrim's Progress, di John Bunyan (1628-88), mistico della setta battista ( $1615-91$ ), prima anglicano, poi episcopaliano, presbiteriano, cappellano di Cromwell, avversario, poi favoreggiatore degli Stuart, e fondatore di una setta di calvinisti moderati; il Book of Martyrs, di John Fox (1315-87).

1) Il puritano è l'uomo della Bibbia cioè l'uomo di un libro sacro, divino, unico, completo. La Bibbia è per lui il codice religioso, morale, sociale, liturgico, politico; che istruisce su tutto; ciò che la Bibbia non dice è inutile e per natura sua trascurabile; tutto ciò che si oppone alla Bibbia dev'essere condannato. Verso la metà del Regno di Elisabetta, la passione per la lettura della Bibbia divenne generale. La lettura della Bibbia fatta in chiesa, ogni domenica, e in famiglia, ogni sera, è il grande fatto religioso, politico, sociale e letterario dell'epoca, in Inghilterra. Con questo mezzo il puritanesimo poté influire sui costumi, sulla moda, sul teatro. La lingua, la storia, lo spirito inglese, ogni espressione della vita fu dominata, al tempo del puritanesimo, dalle reminiscenze bibliche. Il puritano è, dunque, nutrito di Bibbia, fino al punto di non poter muovere il capo senza che ne sprizzi un testo dei Salmi o dei Profeti. Si è già detto che le sue predicazioni, e si potrebbe aggiungere le sue conversazioni, erano delle Prephecyings, delle "profetizzazioni». Cromwell, sul campo di battaglia di Dunbar (1630), vide apparire il sole nella nebbia mattutina, immediatamente gli usci di bocca un testo biblico : il grido di Davide che sta entusiasmando le truppe: "Si levi Iddio e siano dispersi i suoi nemici" (Ps. 67).

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![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(fol. Alinari)
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(fol. Fotocelere - Torino)
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(fol. Alinari)
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(fol. Alinari)
In alto a sinistra: AMBONE DI MARMO GRECO VENATO (sec. vi) - Ravenna, chiesa di S. Apollinare Nuovo. In alto a destra: PULPITO del sec. xit - Palermo, Cappella Palatina. In basso a sinistra: PULPITO, scolpito da Frate Giacomo (sec. xII). - Abbazia di S. Clemente a Casauria, Torre de' Passeri. In basso a destra: PULPITO, opera del Rossellino (sec. xv) - Prato, Cattedrale.

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![img-11.jpeg](img-11.jpeg)

A sinistra: PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO. Miniatura del Sacramentario d'Ivrea fatto eseguire dal vescovo Varmondo (sec. x) - Ivrea, Biblioteca Capitolare, f. 32. Al centro: PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO. Particolare del pulpito in S. Maria Novella (sec. xv) - Firenze. A destra: LA PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO. Miniatura del Breviario di Renato di Lorena (fine del sec. xv) - Parigi, Biblioteca du Petit Palais, ms. 42, f. 138.

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Il tono grave e drammatico dei Profeti entrò pertanto nel linguaggio corrente; le immagini grandiose della letteratura ebraica conferirono uno strano accento al sobrio entusiasmo del puritano, che divenne sentenzioso, dogmatico, apocalittico. E non soltanto la espressione esterna si modificò, ma lo stesso pensiero, la condotta, il comportamento, perfino il modo di vestire. Il puritano si vestiva con colori solari, non orientava alcun gioiello; tutta la sua vita rassomigliava al suo vestito : meno vivace, meno fantasiosa e varia, ma più seria, più forte. Giochi, danze, divertimenti vennero assolutamente esclusi. Ma una cosa importante va rilevata: il profondo egualitarismo che tale famigliarità con la Bibbia introdusse tra i cittadini; l'idea della fratellanza condusse i puritani a una concezione completamente nuova dell'eguaglianza sociale. In mezzo a loro scomparvero le distinzioni; il contadino si sentì nobilitato dal suo titolo di figlio di Dio; il nobile riconobbe la dignità dei "santi" più poveri.
2) Il puritano è l'eletto di Dio. - Però, tale principio di eguaglianza il puritano non lo estendeva a tutti gli uomini; il suo culto per la Bibbia gli fece dividere l'umanità in due classi : i credenti e gli infedeli, gli eletti e i dannati. Indubbiamente i calvinisti puri, cioè i presbiteriani, furono quasi gli unici a professare esplicitamente il dogme dello predestinazione calvinista; tutti i puritani, però, ebbero in comune la certezza che la Bibbia è il libro di Vita e che tutti coloro che rimangono fuori del culto biblico si avvisno alla morte. All'infuori dei "santi", che sono permeati di profumo biblico, per il puritano non c'è che un mondo perverso e maledetto, sul quale cade il suo odio. Questo spiega il contrasto che si osservò tra la vita familiare del puritano, tutta serietà, filiale tenerezza, lavoro e abnegazione, e la sua insensibilità dinanzi ai tormenti, che infliggera ai suoi avversari.
III. Infusso del puritanesimo. - Le conseguenze del puritanesimo furono: l'influsso sulla vita familiare, sociale, sulla vita pubblica e religiosa, oscurando ciò che era stato fino a quel momento la "lieta Inghilterra" (Abory England); le conseguenze più durature si ebbero nella lingua inglese, che venne arricchita di termini e di formole bibliche, nella creazione in seno alle Chiese di Inghilterra di un antipapismo che sussiste tuttora nella Low Church e nella maggior parte delle sètte dissidenti, il cui motto era no popery. Anche nel moviniento ecumenico delle Chiese molti membri si mantengono ostili ad ogni riconciliazione con Roma.

Altre conseguenze importanti : 1. Origine delle colonie americane. - I famosi Pilgrim Fathers (v.), che emigrarono nel 1620 in America, sul Mayflower, erano puritani. La lotta del 1627 contro il puritanesimo rafforzò il primo ceppo che stava per venir meno, facendo affluire una quantità di coloni, di capitali e di tecnici. Le due colonie si fusero nel 1691. Le emigrazioni individuali o collettive di puritani di ogni setta non ebbero più termine. 2. Origine dell'indifferentismo e del libero pensiero. - Da un punto di vista completamente diverso, va addebitato al fanatismo e alle eccentricità del p. il sorgere del libero pensiero, come reazione agli eccessi delle controversie teologiche. Ciò è visibile presso Herbert de Cherbury (1581-1648), nella reazione antipuritana del Regno di Carlo II, caratterizzata da un frenetico piacere, e negli scritti di Toland (1670-1722), che per primo sventolò il titolo di "freethinker" (libero pensatore), negli scritti di Collins, Tindal, Bolingbroke e della massoneria. 3. Origine del capitalismo affaristico. - Spetta anche al p. l'aver creato quella gentry e quella borghesia di commercianti inglesi, severi, avidi di guadagno, che consideravano la ricchezza come una benedizione del cielo e la povertà come l'effetto del vizio. Alcuni dei più ricchi "miliardari» americani, esempio tipico Rockfeller (1839-1937), della setta battista, furono puritani.

Il puritanesimo, attualmente, tende a scomparire.
Bial.: fonti: H. Gee - W. J. Hardy, Documents illustratives of English Church History, Londra 1806: Publication of the works of the fathers and early writers of the reformed English Church: VII-XVIII (Collez. Parker Society, Cambridge) consti da J. Hastings-Robinson. Studi : D. Neel, Hist. of the Puritans, Londra 1724: G. G. Perry, Hist. of the English Church, ivi 1900: H. W.

Clark, Hist. of English nonconformity, ivi 1911; G. M. Trevelyan, England under the Stuart, ivi 1928; J. B. Kraus, Scholastik, Puritanienss und Kapitalismus, 1930; L. Cristiani, Puritaniismo, in DThC, XIII, coll. 1327-81; R. B. Perry, Puritanism and democracy, Nuova York 1944; W Schenk, The concern for social justice in the puritan revolution, ivi 1948. Leone Cristiani

PURWOKERTO, vicariato apostolico di. Situato nella parte centrale dell'isola di Giava (Indonesia), comprende i distretti civili di Tegal, Pekalongan, Wonosobo, Bagelen, Banjumas settentrionale e meridionale. Nel dic. 1926 vi giunsero i missionari del S. Cuore di Gesù. Tra il 1927 e il 1939 essi fondarono diverse stazioni missionarie, mentre le Figlie di Nostra Signora del S. Cuore e le Orsoline vi aprirono scuole.

Prima di quel tempo, per ca. un secolo, i Gesuiti di Batavia avevano visitato periodicamente quelle località, limitandosi all'amministrazione dei Sacramenti ai cattolici sparsi un po' dappertutto. Il 25 apr. 1932 la missione fu eretta in prefettura, damentbrandone il territorio dal vicariato apost. di Batavia (oggi IIjakarta) e il 15 ott. 1941 fu elevata a vicariato. Esso ha una superficie di 14.466 kmq . e una popolazione di 6.500 .000 ab . I cattolici sono 4389 con 389 catecumenti; i protestanti 5000 ; i maonettani 4.000 .000 ; i pagani 2.480 .000 . Vi sono 13 sacerdoti, di cui 3 indonesiani; 20 fratelli; 60 suore, di cui 6 indonesiane; 2 seminaristi maggiori e 8 minori; 24 catechisti; 31 maestri; un ospedale; 2 farmacie; 7 orfanotrofi; 17 scuole elementari : 10 scuole medie; una scuola superiore; 4 scuole professionali; 2 scuole magistrali; 15 edifici sacri; 10 stazioni primarie e 9 secondarie. Vi sono bene organizzate le associazioni di Azione Cattolica.

BibL.: AAS, 24 (1932), pp. 389-90; 33 (1941), pp. 65-67; Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, Relazione con sommario, pos. prot. n. 1516-41; ibid., Prospectus Status Missionis, 1951, pos. prot. n. 4069-51; MC, 1950, p. 434. Edoardo Pecoraio

PUSEY, Edward Bouverie, detto. - Teologo anglicano, n. a P. (Berkshire, a sud-ovest di Oxford) il 12 ag. 1800 , m. nel priorato di Ascot (Oxford) il 16 sett. 1882. Secondogenito di Giacomo Bouverie, discendente dall'antica famiglia ugonotta chiamata Bouverie, nel 1819 entrò nel Christ Church College di Oxford; nel 1824 fu eletto fellow dell'Oriel College, ove si legò di profonda amicizia con il Newman (v.) e Keble (v.). Dal 1825 al 1827 , per volere del vescovo Lloyd, frequentò le Università di Gottinga, Berlino e Bonn, ove ascoltò Ewal, Tholuck, Schleiermacher e Eichhorn; ritornato a Oxford, attese alle lingue orientali. Nel 1828 sposò Maria Barker. Il lavoro Enquiry into the probable causes of rationalistic character lately predominant in the theology of Germany ( 2 voll., Londra 1828), gli meritò la nomina a professore reale di ebraico e canonico della Christ Church.

Fu verso la fine del 1834 che P. si mise esplicitamente in rapporto con il movimento di Oxford (v.) mediante il suo Scriptural views of Holy Baptism (Tracts of the Times, nn. 87-69, pubblicati nel 1835). Questi tracts per la erudizione acquistarono grande autorità e furono, come si espresse Church, l'artiglieria pesante sul campo di battaglia. E di questo momento la pubblicazione, fatta insieme con Keble, Newman e Marriott, di A library of the Fathers of the Holy Catholic Church, anterior to the division of the East and West, translated by members of the English Church ( 51 voll., Oxford 1838-85).

A partire dal 1840 il movimento di Oxford fu denominato puseyamo, per indicare che P. ne era l'anima. Nel 1843, dopo un discorso sull'Eucarietia, il P. fu denunciato al vice-coscelliere come sostenitore di dottrine troppo romane e pertanto venne sospeso, per due anni, dal diritto di predicare nell'ambito dell'Università. Il provvedimento commosse tutta Oxford; l'autorità di P. aumentò.

La conversione di Newman non ruppe l'amicizia e l'affetto che P. nutriva per lui. Non sembra, tuttavia, che il

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(per curissia del p. Jacques de Bivort de la Sander) Pusey, Edward Bouverie, detto - Ritratto - Londra, National Portrait Gallery.
grande erudito abbia mai pensato di entrare nella Chiesa cattolica come il suo amico. Si è detto di P. che somiglia ad una campana, la quale suona per chiamare i fedeli alla Chiesa, ma essa non vi entra mai. Insieme a Keble si impegnò a difendere la dottrina del Prayer book, che non considerava incompatibile con il cattolicesimo.

Dal 1843 in poi P. si dedicò a ristabilire la vita interiore presso i suoi correligionari; pensò pure a restaurare la vita religiosa nel cuore stesso dell'anglicanesimo, aiutato da miss Sellon, dando esempio di spirito di carità, di laboriosità e di penitenza, che trasparivano nonostante i suoi sforzi per tenerli celati.

La riunione con la Chiesa di Roma fu una delle ultime grandi preoccupazioni della sua vita. Nel 1865 conparve un suo scritto intitolato Eirenicon. Lo stesso Newman rispose all'amico e gli mostrò l'illogicità della sua posizione. Sul continente, tuttavia, si prese interesse allo sforzo di P.; il Dupanloup difese la tendenza unionistica nel Concilio Vaticano. Nel 1869, P. con il cuore piano di speranza, pubblicò un secondo Eirenicon e un terzo nel 1870. Le definizioni del Concilio Vaticano, presentate agli anglicani in modo esagerato e inesatto, fecero abbandonare al P. qualsiasi proposito di unione. Scrisse in seguito: «Il Concilio Vaticano è stato il più grande dispiacere della mia lunga vita».

L'elenco delle opere di P. fu pubblicato da Madan (Falconer) in $A$ bibliographical list of the printed works of dr. P. (1897). Oltre quelle già citate, le più importanti: The doctrine of the Real Presence as contained in the Fathers (Oxford 1855); The Real Presence... the doctrine of the English Church (ivi 1857); The minor prophets with commentary (ivi 1860; $2^{\text {a }}$ ed. Londra 1906); The councils of the Church (Oxford 1857); Daniel the prophet (ivi 1864); On the clause "and the Son" (ivi 1876); Habitual Confession not discouraged (ivi 1878); What is the Faith as to Everlasting Punishment? (ivi 1880). Scrisse pure numerosi discorsi : Parochial sermons ( 4 voll., ivi 1832-50); University sermons ( 3 voll., ivi 1864-79); Lenten sermons (ivi $185^{8-74}$ ).

Bim..: G. S. Barrett, The influence of the late dr. P. and of the Oxford movement... on the English nation and the English Church, Norwich-Londra 1882: H. P. Liddon, Life of E. B. P., 4 voll.,

Londra 1893-97; G. W. E. Russell, Dr. P., ivi 1913 (v. bibl. di oxford, movimento di). Giacomo de Bivort de la Saudée

PUSILLANIMITÀ. - Etimologicamente (animus pusillus) dice mente debole, animo piccolo; si usa alcune volte in senso morale buono (Is. 35,4; I Thess. 5, 14); ma generalmente si usa in senso morale deteriore (Ps. 54, 9; Eccli. 7, 9; Lc. 12, 28; Col. 3, 21), e può definirsi : la disposizione dello spirito di chi si sottrae al dovere e al sacrificio di affrontare o seguire qualche cosa, perché la giudica superiore alle forze di cui può disporre, mentre non lo è.

Il Vangelo dipinge molto bene la persona pusillanime nel servo, cui il padrone in procinto di un lungo viaggio affida un talento da trafficare; il servo per paura del rischio lo nasconde accuratamente; e al ritorno gioisce di poterlo riportare integralmente al padrone che pero risponde con un'aperta e rigida condanna (Mt. 25, 14-26).

Circa la gravità morale di questo difetto si deve dire che in genere è soltanto leggero, a meno che non impedisca l'adempimento di un dovere grave e conduca ad omettere i mezzi necessari alla salute eterna. Cosi le pubbliche autorità che per p. manchino di correggere difetti o gravi scandali pubblici, per l'apprensione di non avere riuscita, di fare opera inutile e nociva; lo stesso vale per i genitori, a meno che non si tratti di prudente differimento per impedire mali maggiori o assicurare il successo intervenendo in tempo più opportuno (v. YOLleranza). Chi in tempo di persecuzione o in luoghi d'intolleranza religiosa, per esagerata apprensione di non avere la forza morale necessaria di professare esternamente la fede, urgendone il dovere, la dissimula o sottoscrive a giuramenti illeciti, pecca gravemente (cf. cann. 2205, 2229). Chi tormentato da tentazioni diuturne e gravi, o magari di fronte a cadute più o meno frequenti, si lascia andare senza reagire ed usare i mezzi a sua disposizione per superare le tentazioni convinto che ormai non c'è più nulla da fare, pecca gravemente.

La p. arreca gravi mali agli individui e alla società. L'individuo viene paralizzato moralmente nelle opere buone, indotto ad opere cattive indulgendo al rispetto umano; permettendo che prendano ardire i malvagi. La forza dei cattivi è la p. di chi si crede buono.

Le cause della p. sono o d'indole morale o più spesso di indole psicopatica (idee fisse, temperamento linfatico o timido, melanconia ecc.); è evidente che in questa seconda ipotesi l'individuo va giudicato responsabile di eventuali omissioni, tenendo presenti i principi relativi a questi stati d'animo, e curato con le necessarie attenzioni da chi è vicino all'individuo, con la precauzione di non esporlo a prove superiori alle sue capacità. Nella forma morale i rimedi sono la formazione assidua del carattere, la convinzione della viltà del rispetto umano, la considerazione di esempi magnanimi.

Bim..: Summ. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{m}}$. q. 133, 20. 1-2; Gaetano da Bergamo, Le quattro virtù cardinali, Roma 1780, p. 227 sg.; C. R. Billuart, Cursus theologiae, II, Brescia 1838, p. 734; M. A. Janvier, Esposizione della morale cattolica, X. La virtù della fortezza. Quaresimale del 1920, Torino-Roma 1938, pp. 159-71.

Sisinio da Romallo
PUTIFARE. - Nome di due personaggi egiziani che ricorrono nella storia del patriarca Giuseppe.

Vi corrisponde un doppio nome ebraico: Päṭlphar e Päṭl-phéra', gr. $\Pi \varepsilon \tau \varepsilon \varrho \varrho \tilde{\eta} \varsigma$, latino Putiphar. È in discussione la forma originaria del nome egiziano : molti sostengono che equivalga al terifarico $P^{\prime}-d j-p^{\prime}-R^{\prime} \mathrm{r}$ donoto da Rá'», attestato da una stele funeraria della XXI dinastia (Museo del Cairo), che è del sec. Ix a. C.; altri propongono altre etimologie e suppongono che l'uso del nome possa essere applicato ai tempi di Giuseppe. P. (Päṭlphar) era un ufficiale della corte del Faraone, al quale gli Ismaeliti vendettero Giuseppe (Gen. 37, 36); questi seppe farsi poi tanto ben volere che in breve ebbe dal padrone la direzione di tutta la sua ricchissima casa (ibid. 39, 1-6). Ma la moglie di P., invaghitasi del giovane, voleva indurlo

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a peccare; essendosi Giuseppe sottratto alle sue voglie, venne accusato di tentata violenza della donna presso il marito e messo nella prigione di Stato, dove rimase tre anni (ibid. 39, 7-20).

Un secondo P. (Pôll-phéra') è citato in Gen. 41, 45.50; 46, 20, come suocero di Giuseppe. Nella sua qualità di sacerdote di On (Eliopoli) era caro al sovrano; per premiare servigi resi al paese da Giuseppe durante la carestia, il Faraone ordinò di dargli in sposa la figlia Aseneth (v.).

Bibl.: H. I. Heves, Bibel und Aegypten, I. Münster in V. 1904, p. 103 sg.; H. Erman - W. Grappin, Wörterbuch der ägyptischen Sprache, II. Liptia 1928, p. 401 ; A. Hamada, Stela of Pati. phar, in Ann. du Savvice des antiquités. 29 (1939), pp. 273-76, tav. 36 (riprodotta in A. Vaccari, La S. Bbbbia, I, Firenze 1943, tav. 2).

Aristide Calderini - Sergio Bosticco
PUVIS de Chavannes, Pierde. Pittore, n. a Lione il 14 dic. del 1824 , m. a Parigi il 24 ott. 1898.

Cresciuto nell'ambiente dominato dalle grandi personalità della pittura romantica
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(Int. Fides)
Pyonn-Yang, vicariato apostolicO di - La chiesa della missione e i missionari.
francese, assisté al trionfo delle teorie impressioniste. Tuttavia l'arte sua acquista significato in quanto, insieme a quella di Gustavo Moreau, può anche apparire, come di fatto è apparsa, una solenne protesta contro l'impressionismo.

Le sue pitture nell'Hôtel de Ville di Parigi, della Sorbona, del Pantheon, come i suoi quadri nei Musei di Amiens, di Lione, di Rouen, di Marsiglia denotano infatti da parte di lui il proposito di riaffermare il dominio del disegno sul colore. E ciò in composizioni dipinte a toni giustapposti a volte luminosissimi che mostrano all'evidenza lo studio da parte di P. de C. dell'arte di Piero della Francesca, da lui considerato il maggiore artista italiano del Rinascimento.

Le qualità di P. de C. sono essenzialmente quelle di un grande pittore decoratore. Egli sa infatti trasfondere alle sue immagini un senso idillico di pace e una indiscutibile nobiltà di pose e di gesti, disponendole con semplice armonia entro gli spazi concessi nell'architettura alla decorazione pittorica. Cosi soprattutto nelle sue pitture del Pantheon parigino raffiguranti le Storie di s. Elisabetta, da lui portate a compimento fra il 1876 e il 1898.

Bibl.: R. Graul, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, pp. 473-74; A. Michel, P. de C., Parigi s. a.

Emilio Lavagnino
PYONG-YANG, vicariato apostolicO di. - Situato nella parte nord-occidentale della Corea e separato dalla Manciuria dal fiume Yalu, fu eretto in prefettura apost. di Hpieng-yang il 27 marzo 1927 per dismembramento del vicariato apost. di Seul. Il 17 marzo 1929 prese il nome di Peng-yan e l'1 1 luglio 1939 fu elevata a vicariato, con la denominazione di Heijo, mutata poi il 12 luglio 1950 in quella di Pyong-yang, affidata alla Società di Maryknoll. Il 18 febbr. 1943 passò al clero secolare coreano.

I primi missionari americani inviati da Propaganda, il 28 febbr. 1922, vi giunsero nel maggio del 1922. In quel tempo nella regione di P. si trovavano appena 5000 fedeli, assistiti saltuariamente dai sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi, Nel 1935 i cattolici erano più di 15.000 . Nella remota stazione di Gishu rimane ancor oggi, quasi monumento sacro, la porta settentrionale, detta
a Porta Santa s, attraverso la quale i missionari europei, sfidando gli editti di interdizione, si introdussero clandestinamente in Corea, lungo il fiume Yalu gelato.

La missione ha una superficie di 43.517 kmq . con una popolazione di 3.800 .000 ab . Prima dell'attuale guerra lo stato spirituale era il seguente: cattolici 22.133, con 638 catecumeni; 2.900 .000 pagani; 146.000 protestanti. Il personale era formato da 23 padri di Maryknoll e 7 sacerdoti nativi; 2 fratelli e 17 suore di Maryknoll e 10 native; 95 catechisti; 244 maestri; 10 seminaristi maggiori. Vi erano 11 scuole elementari; 2 dispensari; 3 ospizi per vecchi, un erfanotrofio; 22 stazioni primarie e 156 secondarie.

Bibl.: Archivio della S. Congr. di Propaganda Fide, Relazione con sommario, pos. prot. nn. 739/27, 342/43, 999/44; ibid., Relazione con sommario, pos. prot. n. 2087/39: anon. Le catholictene en Corée, son origine et ses progrès. Hong-Kong 1924, pp. 89100: AAS, 19 (1927), pp. 269-70; 21 (1939), pp. 393-94; 32 (1940), pp. 13-21; MC, So (1950), pp. 398-99. Edoardo Pecoraio

PYRKER von HOHENWART, Johann Bapt. Ladislav. - Monaco cistercense, n. a Nagy-Lángh (Ungheria) il 2 nov. 1772, m. a Vienna il 2 dic. 1847, successivamente parroco di Tü̈rnitz, vescovo di Zipa, patriarca di Venezia e primate della Dalmazia dal 1820 al 1827 e finalmente arcivescovo di Erlau.

Oltre che per la sua straordinaria attività benefica quale fondatore di ospedali, di scuole ecc., egli merita di essere ricordato come autore di due poemi eroici di contenuto patriottico, di cui il primo, Tunisian, celebra la spedizione di Carlo V a Tunisi per la liberazione di 20.000 schiavi cristiani, il secondo, Rudolf von Habsburg, esalta le virtù eroiche del grande Imperatore e particolarmente la sua lotta contro Ottocaro di Boemia. Queste opere, nelle quali si notano pure tratti di robusta ed elegante fattura, tradiscono però, nel complesso, l'imitazione di opere precedenti, specie della Messiaale di Klopstock.

Bibl.: A. Sauer, 7. L. P. v. O., in Allgemeine deutsche Biographie, XXVI, pp. 790-94; J. W. Nagl, I. Zeidler e E. Castle, Deutsch-fsterreichische Literatur, III, Vienna 1899 1937, p. 1048 sgg.

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QADDIS. - Preghiera liturgica ebraica in lingua aramaica. "Santificazione" del Nome di Dio, di cui il tratto essenziale ("Sia il Suo Santo Nome benedetto per tutti i secoli") trae le sue origini da Dan. 2,20 e Ps. 113,2. Il primo a menzionare questa importante eulogia fu Jôsê ben Halaphtâ' (ca. 150 d. C.). Il $q$. in origine era recitato per riguardo al suo contenuto messianico alla fine delle lezioni haggâdhiche (v. HAGGÂDHÂH). Si invoca la santificazione del Nome e la venuta del Regno. E evidente il nesso con $E x$. 36-38 (in particolare con 38,23 ). E stata spesso rilevata l'affinità con il Pater noster (Mt. 6, 9-10).

Il $q$. fu composto in Palestina ed ebbe grande diffusione fra gli Ebrei babilonesi. Durante il sec. vi d. C. (tratt. Sêphirîm), il $q$. figura già come testo liturgico e fu recitato in origine dopo la pericope del Pentateuco e, con il tempo, alla fine di tutta la preghiera pubblica, ma anche alla fine delle singole parti di essa. Più tardi cominciarono a recitare il $q$. le persone in lutto per la morte d'un congiunto. L'importante "ciclo" di preghiere Mahzâr Vitry non conosce affatto l'uso di far recitare il $q$. agli orîani nell'anno di lutto. Eappena Jişḥ̣q ('Ôr zarûd') ben Mêkèh di Vienna che parla (1220) di tale uso sorto in Boemia. La nota dominante del $q$. è la venuta del Regno "in vita della nostra comunità" e - cosi si rileva da frammenti ritrovati nella génîzâh del Cairo - "durante la vita del nostro esilarca N.N. ". Le comunità ebraiche dello Jemen inserivano il nome di Maimonide (v.).

BibL.: D. de Sola Pool, The old jewish aramaic prayer, the kaddish, Lipsia 1909; I. Elbogen, Gesch. des jüd. Gottes.ienstes, $2^{2}$ ed., Francoforte s. M. 1924, pp. 92-98; M. E. Iernensky, Kaddisch. in Enc. Jud., IX, coll. 734-39. Eugenio Zolli

QEDHÛSÂH. - Trisaghion, composizione liturgica che viene inserita nella preghiera mattutina, all'atto della ripetizione dello Sémêneh 'eîrêh (v.), da parte dell'ufficiante re igioso.

Trae le sue origini da Is. 6,3 e nella forma più ampia contiene anche $E x$. 3, 12 b; Ps. 146, 10; Deut. 6,4; Num. 15, 41 c. Nelle lontane e non chiare origini la Q. veniva recitata soltanto nei giorni festivi, con il tempo anche nei giorni feriali e dopo le letture sacre pubbliche. La $Q$. ha esercitato un notevole influsso sulla liturgia cristiana.

BibL.: I. Elbogen, Gesch. des jüd. Gottesdienstes, $2^{\circ}$ ed., Francoforte s. M. 1924, pp. 61-67, 79; M. E. Jernensky, Keduscha, in Enc. Jud., IX, coll. 1118-23. Su Q. e trisaghion cf. A. Baumstarb, in Jahrbuch für Liturgiencisenschaft, 3 (1923), p. 18 sgg.; E. Peterson, Theologische Traktate, Monaco 1951, pp. 352, 344 sgg., 385 . Eugenio Zolli

QENITI: v. CINEI.
QIDDÛS. - "Santificazione" dell'entrata del giorno sabatico e festivo con una benedizione su una coppa di vino.

Si faceva alla fine della preghiera serale del venerdi e alla fine di quella mattutina sabatica, nella sinagoga; con il tempo, prima dei due pasti (venerdì sera e sabato a mezzogiorno) nelle famiglie. Diceva il q. il capo famiglia o chi per lui (p. ex., il figlio maggiore). All'uscita del sabato e delle feste si recitava sul vino la preghiera di "distinzione", habhdâlâh, fra tempo sacro e lavorativo.

BibL.: I. Elbogen, Gesch. des jüd. Gottesdienstes, $2^{\circ}$ ed., Francoforte s. M. 1924, v. indice; M. Zobel, Das Jahr der Juden in Brauch und Liturgie, Berlino 1936, p. 21 sg. Eugenio Zolli

QIMMI, David. - Rabbino (detto Radaq $=$ RDQ), grammatico, lessicografo ed esegeta, n. a Narbona ca. il 1160 , m. ivi nel 1235 . Come grammatici si distinsero anche suo padre, Jôsêph ben jIṣ̣̣̣̣ (ca. 1105-70), che dalla Spagna venne in Provenza, a Narbona, e pubblicò la prima grammatica ebraica per le scuole (Sèpher Zikhârôn, "Libro memoriale", edito da W. Bacher nel 1888); suo fratello maggiore Mêşen, m. ca. il 1190 a Narbona, la cui grammatica Mahâlâkh Sêbhtîê had-da'ath "Via dei sentieri della
scienza " fu stampata a Pesaro nel 1508 e commentata da Elia (v.) Levita con il titolo 'Obsusopîx (Leida 1631).

Negli studi di grammatica segue Jêhûdhâh Hajjûğ, Jônâh ibn Ganâh, ed il padre, Jôsêph. La sua opera grammaticale si intitola Mêkhîl ("Compiutezza"); la parte prima riguarda la morfologia, la seconda è un elenco delle radici verbali. La parte lessicografica dà anche indicazioni etimologiche e confronti con l'ebraico seriore e l'aramaico. Nel sec. xvi J. Reuklin segue nei suoi Rudimenta linguae Hebraicae (1506) l'opera di Q. Nello scritto 'Ei xiphèr ("La penna dello scriba ") dà indicazioni per gli scribi dei sacri Ristoli e tratta della punteggiatura. Q. prese viva parte alla difesa delle opere di Maimonide.

Opere esegetiche: Commenti alle Cronache, al Salterio, ai 12 Profeti minori, al Pentateuco di cui si è conservata solo una parte. Nei commenti si richiama a Maimonide (v.) e interpreta taluni racconti di prodigi nella Bibbia come visioni profetiche; nega l'assunzione corporea del profeta Elia (II Reg. 2,1); Adamo (nel Genesi) significa la specie umana; la visione di Ezechiele viene interpretata filosoficamente. Contro di lui fu pronunciata la scomunica per aver egli sostenuto che nell'epoca messianica le controversie contenute nel Talmud (v.) avrebbero perso ogni valore pratico. Il commento ai Salmi contiene alcuni excursus anticristiani.

BibL.: W. Bacher, Die jüd. Bibelexegese von Antang des 10. bis zum Ende des 15. Jodits, passim; id., Bible ex:gesis, in Jec. Enc., III, pp. 239-339; B. Suler, Kimchi, D., in Enc. Jud., IX, coll. 1234-39. Eugenio Zolli

QUACCHERI e QUACCHERISMO. - I. ORIGINI E DOTTRINA. - Il nome di quaccheri o "tremolanti" è un dispregiativo dato alla Società degli amici (Friends' Society) fondata da Giorgio Fox nel 1643. Questa setta, frutto del puritanesimo (v.) del tempo, deve a Cromwell e al regime di larga tolleranza da lui introdotto per i gruppi non conformisti se poté svilupparsi. Sotto l'anglicanesimo autoritario di Laud, come sotto il presbiterianesimo del Conenant, la Società degli amici sarebbe stata probabilmente annientata fin dal suo sorgere.

1. Origine. - Giorgio Fox, n. a Drayton (Leicester) nel 1624, era figlio di un tessitore, nella cui casa si leggeva frequentemente la Bibbia e si sentiva scandalo della più piccola infrazione alle leggi morali. Un giorno che un suo cugino, clergyman, lo trascinò all'osteria, tanto si afflisse d'aver bevuto più del conveniente, che si diede alla preghiera, implorando il perdono da Dio; ritenne d'avere subito ricevuta "nel suo cuore la parola di Dio", d'essere investito dello spirito dei profeti di