ulla loro origine non s'è d'accordo: per L. Duchesne, le T. sono il resto della primitiva settimana liturgica con due giorni di digiuno stagionale al mercoledì e al venerdi, compreso il sabato in preparazione alla domenica; rilassatasi col tempo la rigida disciplina, Roma la mantiene una volta almeno in ogni stagione dell'anno. Ma a Roma si osserva il digiuno stagionale già al tempo di Innocenzo I (416) e di s. Agostino (m. nel 430), poco prima di Leone I. G. Morin invece le vede come sosti-

(per cortesia di M. Gérard Marisart, Québec). QuÉbEC, ARCIDIOCESI di - II - Beau Dieu - di Vaudreuil, Dettaglio del tebernacolo di Filippo Liebert (1792) - Vaudreuil, chiesa.
tuzione cristiana delle pagane «feriae messis» di giugno, "feriae vindemiales» di sett., e «feriae sementinae» di dic., le quali corrispondono alla raccolta del grano, a quella del vino e alle semine. Infatti questa ipotesi è confermata dalle orazioni dei sacramentari e dalle lezioni. A somiglianza di queste feste agricole pagane, anche nella liturgia romana le T. vengono annunziate con formole che si trovano nel Sacramentario detto leoniano e in quello gelusiano. Le T. primaverili furono aggiunte nel sec. IV per completare il ciclo annuale; ma perché cadono regolarmente in Quaresima, non vengono menzionate nei documenti, ricevono però da Gelasio I, come le altre tre T., un significato speciale come epoca delle ordinazioni. Altri (ad es., L. Fischer) non accettano questo adattamento cristiano delle solennità pagane e dichiarano le T. una istituzione puramente cristiana per santificare le stagioni col digiuno: dopo Pentecoste si riprende il digiuno settimanale dopo il periodo della gioia pasquale; in quello dell'autunno si vede un influsso del digiuno ebraico della conciliazione (Lev. 23, 27-32; cf. la lezione del sabato delle T.); quello di dic. per prepararsi alle tradizionali ordinazioni romane. L'idea della solennità del raccolto ha avuto influsso nelle Q. T. di Pentecoste e di sett. dopo, o al più al tempo di Leone. Le altre due sono inquadrate nelle idee del tempo quaresimale e dell'Avvento. Le T. di Pentecoste, dell'autunno e del dic. sono più antiche, introdotte da Callisto; quelle di primavera, già esistenti al tempo di Leone, ricevono la loro liturgia forse da Gelasio, trasferite le letture ( $f$ Thess. 4, 1-7; 5, 14-23) dal posto originale dell'Avvento a quello della Quaresima. Caratteristico per le Q. T., oltre al digiuno e al servizio stazionale, è il numero delle letture ( 2 al mercoledì e 6 [probabilmente in origine 12] al sabato) oltre il Vangelo e la veglia dal sabato alla domenica.
BibL.: G. Morin, L'origine des Quatre-Temps, in Rev. bénd., 14 (1897), pp. 337-46; L. Fischer, Die bircbl. Quatember. Monaco 1914; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 242-47; C. Callewaert, Les Trois-Temps primitifs et les Quatre-Temps actuels, in Sacris Erudiri, Stenoferuaga 1940, pp. 579-89; M. Righetti, Man. di stor. litur., II, Milano 1946, pp. 29-33. A. Chavasse, Le jeûne du premier mois, in Eph. lit., 63 (1946), pp. 260-67.
Pietro Siffrin
QUÉBEC, arcidocesi di. - Arcidiocesi e città nella provincia di Q. (Canadà, America settentrionale).
Q. copre una superficie di 19.000 kmq . con una
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(fol. mademe E.N.R.G., Gubiec)
Quèsec, arcidocesi di - Santuario di Ste-Anne-de-Beaupré. Processione di 2000 dente di S. Anna riunite per un pellegrinaggio-congresso.
popolazione totale di 632.100 ab. dei quali 622.000 sono cattolici e quasi tutti di origine francese. Vi sono 307 chiese, 285 parrocchie, 1100 sacerdoti diocesani, 200 seminaristi, 351 sacerdoti regolari (di 18 congregazioni diverse), 39 congregazioni femminili, 7 collegi classici, I università, I scuola apostolica, 8 seminari minori, I seminario per vocazioni tardive, 47 ospedali e case di beneficenza.
La storia dell'arcidiocesi di Q. segna allo stesso tempo la storia del cattolicesimo nel Canadà e anche nell'intera America del Nord. Il primo europeo che raggiunse questo luogo fu Giacomo Cartier e la città di Q. fu fondata da Samuele di Champlain nel 1608. I primi missionari giunti a Q. su domanda di Champlain furono i Recolletti che fin dal 1615 ebbero a Q. una cappella, e un convento nel 1620-21. Poco dopo, nel 1625 , vi si aggiunsero i Gesuiti. Nel 1617 i fedeli erano tra 50-60 e nel 1629 tra 40-60. I missionari dipendevano direttamente dalla S. Sede. Nel 1629, dopo la conquista inglese, i missionari furono costretti a lasciare la missione. Nell'anno della restituzione alla Francia ( 1632 ) solo i Gesuiti tornarono a Q.; in quel tempo il vescovo di Rouen estendeva la sua giurisdizione sulla colonia. Nel 1633 i Gesuiti aprirono il primo collegio dell'America dei Nord e le Orsoline arrivarono nel 1639. L'11 marzo 1658 venne eretto il vicariato apostolico della Nuova Francia. I Gesuiti avendo rifiutato, secondo la loro Regola, di fornire il primo vescovo, mons. François de Montmorency-Laval (v.) fu nominato da Alessandro VII vicario apostolico col titolo di vescovo di Petra. Mons. Laval, consacrato l'8 dic. 1658, giunse a Q. il 21 giugno 1659. Una residenza, detta «il seminario», fu costruita nel 1662 ed un seminario minore fu fondato nel 1668. Gli studenti del Seminario del Bambin Gesù seguivano i corsi del collegio dei Gesuiti. La prima parrocchia di Q. fu eretta nel 1664 e la chiesa parrocchiale cominciata nel 1647 e consacrata nel 1688 divenne la cattedrale. Nel suo primo rapporto a Roma (1660) il vescovo annoverava 26 sacerdoti, 16 gesuiti, 8 chiese e cappelle a Q., 3 a Montréal, Trois-Rivières e Tadoussac e 2000 ab.
Nel 1664 il Re di Francia chiese a Roma di erigere Q. a diocesi, il che fu concesso nel 1670 con decreto della S. Congr. di Prop. Fide e con bolla pontificia del $1^{\circ}$ ott. 1674. La diocesi comprese tutto il territorio della Nuova Francia in America, cioè Canadà, Terra Nuova, Cap Breton, Acadia, Isola S. Giovanni, tutto il paese del Mississippi e la Luigiana. Dopo il Trattato di Parigi (1783) il vescovo di Q. ritenne tutto il Canadà e la Terra Nuova. Nel 1683 vi erano nel Canadà 10.278 cattolici, 600 nel l'Acadia e 1512 indigeni convertiti alla fede; nel 1686, 44 sacerdoti, 12 seminaristi in teologia, 43 gesuiti, 12
recolletti, 28 orsoline, 26 ospitaliere de la Merci de Jésus, 16 ospitaliere di S. Giuseppe e 13 suore della Congregazione di Nostra Signora. Nel 1684 mons. de Laval si dimise; ritornò poi nel Canadà, dove morì nel 1708.
La diocesi fu elevata da Pio VII ad arcidocesi il 12 genn. 1819; vi erano allora 500.000 cattolici. Q. fu più volte smembrata, per creare le altre diocesi del Canadà. L'ultimo smembramento è avvenuto il 23 giugno 1951 per formare la diocesi di S. Anna de la Pocatière. Nel 1852, il seminario di Q. fondò la celebre Università Laval (v. sotto).
Il primo arcivescovo di Q. elevato alla sacra porpora romana fu mons. Elzéar-Alexandre Taschereau (1871-98). Q. ebbe tre altri cardinali: Louis-Nazaire Bégin (18981925), Raymond-Marie Rouleau O.P. (19261931) e J.-M. Rodrigue Villeneuve degli Oblati di Maria Immacolata (1931-47).
Celebre il santuario di Ste-Anne-deBeaupré che risale al sec. xvir; ebbe dal 1675 un grandioso sviluppo.
Bib.: C. Morin, Canadà, in Eur. Cutt., III, coll. 487-522; L. Poulior, Canadà, in DHG, XI, coll. 675-98; H. A. Scott, s. v. in Cath. Enc., XII, pp. 593-98; Le Canade ccelisiastique, Montréal 1950, pp. 71-127.
L'Università Laval. - Fondata nel 1852 per il Seminario di Q., dietro domanda del primo Concilio provinciale, ebbe la carta civile dalla regina Vittoria l'8 dic. 1852 e l'anno seguente da Pio IX il breve apostolico, che dava all'arcivescovo di Q. la facoltà di concedere la laurea in teologia agli studenti ecclesiastici; e nel 1876 la bolla Inter varios sollecitudines che la erigeva canonicamente.
Lo stesso anno, pe decisione della S. Congr. di Prop. Fide, l'Università fondò parecchie cattedre a Montréal sotto il nome di «Succursale»; il 2 febbr. 1889 , il breve "Jamdudum" dette alla succursale una maggiore indipendenza da Q.; finalmente, l'8 maggio 1919, la S. Congr. dei Seminari e delle Università costituì a Montréal una università indipendente, alla quale il 14 febbr. 1920 il governo di Q. concesse il riconoscimento civile; divenne così l'Università di Montréal (v.).
I programmi dell'Università Laval furono rifatti secondo le esigenze della cost. apost. Deus scientiarum Dominus e l'Università venne di nuovo approvata l'8 sett. 1936. Al momento della sua fondazione, l'Università contava soltanto quattro facoltà: teologia, diritto, medicina ed arti. Oggi, a 100 anni di distanza, possiede 10 facoltà con numerose scuole annesse: la scuola dei graduati, le facoltà di teologia, di filosofia, di diritto, di medicina (con gli istituti del cancro, di fisiologia e la scuola per infermiere), la facoltà delle arti (con le scuole di musica, di pedagogia, di scienze domestiche), la facoltà di Lettere (con l'istituto di storia e geografia), la facoltà delle scienze (con la scuola di farmacia), la facoltà d'agricoltura (con la scuola della pesca), la facoltà di scienze sociali (con le scuole di servizio sociale, di commercio ed il centro di cultura popolare) e la facoltà d'agrimensura e di genio forestale. Vi sono inoltre corsi estivi.
Durante l'anno accademico 1950-51, gli studenti furono 16.907 dei quali 3576 nei corsi universitari, 651 nella scuola dei graduati e 1937 studenti liberi; i professori sono 750 dei quali 150 esclusivamente dedicati all'insegnamento. La Biblioteca possiede 574.290 volumi. Particolarmente ricco il fondo canadese.
L'Università è diretta da un visitatore reale e cancelliere apostolico, da un rettore magnifico, da un consiglio supremo di vigilanza composto dai vescovi della provincia ecclesiastica di Q. e da un consiglio universitario. L'Università Laval ha molto progredito dal 1920 ed il numero degli studenti ha reso necessario tutto un programma di costruzioni. A questo scopo le autorità hanno deciso l'erezione di una città universitaria già in pieno svilupp.
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po ed una sottoscrizione popolare iniziata nel 1948 frutto la somma di io.600.000 dollari. Solennissima riusci nel sett. 1952 la celebrazione della ricorrenza centenaria. - Vedi tavv. XII-XIII.
Gastone Carricre
QUEENSTOWN, diOCESI di. - E situata nella parte orientale dell'Unione sudafricana e fu eretta come missione sui iuris il 20 febbr. 1929 con territorio distaccato dal vicariato apost. del Capo di Buona Speranza, distretto orientale, ora diocesi di Port Elizabeth (v.).
Il 29 marzo 1938 fu elevata a prefettura apost., il 9 apr. 1948 a vicariato e con l'istituzione della gerarchia nell'Unione sudafricana l'11 genn. 1951 divenne diocesi. E affidata alla Soc. dell'Apost. cattolico (Pallottini).
Ha una superfice di 28.160 kmq., con una popolazione di ca. 250.000 ab., quasi tutti indigeni. Cattolici: 2794 indigeni, 711 di colore e 827 europei. Catecumeri 624. Pagani ca. 185.000; missionari 23, fratelli 18 , suore estero 89 , native 8 , catechisti 9 . Chiese 33. Scuole elementari 24 , medie 3 , professionali 1 , superiori 2. Ospedali 4. Vi si

(par cortesia di M. Gérard Morant, Québec) Queenstown, diocesi di - Riapertura delle scuole: una suora ed un missionario provvedono alla pulizia dei piccoli scolari - Queenstown.
pubblicano due periodici e vi sono fiorenti varie associazioni pie e di Azione Cattolica.
BibL.: MC, 1926, p. 167: Arch. di Prop. Fide. Relazione. pos. prot. n. 5146/30: The Catholic Directory of South Africa 1931. Città del Capo 1951, pp. 177-83: AAS, 21 (1929), pp. 383-86; 40 (1948), pp. 441-42; 43 (1951), pp. 237-63. Saverio Paventi
QUÉLEN, Hyacinthe-Louis, conte di. - Prelato francese, n. l'8 ott. 1778 a Parigi, ivi m. il 31 dic. 1839. Di antica famiglia bretone e figlio cadetto di J. Claude de Q., fu destinato alla carriera ecclesiastica ed ordinato sacerdote nel 1807. Arcivescovo titolare di Samosata nel 1819, ebbe la coadiutoria, con diritto di successione, del card. de TalleyrandPérigord, arcivescovo di Parigi.
Gli successe infatti il 20 ott. 1821 e fu nominato pari di Francia il 31 ott. 1822. Insorse contro i principi del Lamennais (v.) nell'opera Des progrès de la révolution et de la guerre contre l'Eglise, con una pastorale al clero ed ai fedeli della sua diocesi in occasione della morte di Leone XII, e definl il Lamennais, senza farne il nome, un presuntuoso tendente ad erigere in dogmi le proprie opinioni personali e lo accusò di professare dottrine che seminavano la diffidenza e l'odio tra i so-

(per cortesia di M. Gérard Morant, Québec)
Québec, arcidocesi di - Calvario della parrocchia Deschaillons (1949).
vrani ed i sudditi, e tali da sovvertire ab imis la società. Il Lamennais colse l'occasione per polemizzare con l'arcivescovo nelle sue Première et deuxioue lettre à Monseigneur l'archevêque de Paris. Ancora una volta, dopo l'encicl. Mirari vos e la ritrattazione del Lamennais il 5 nov. 1832, l'arcivescovo di Parigi si trovò di fronte al Lamennais in lunghi colloqui nel Palazzo arcivescovile ed il Q. si sforzò di fungere da mediatore e riusci a convincere il ribelle a sottomettersi assolutamente ed illimitatamente. Ma pochi mesi dopo il Lamennais si distaccò apertamente dalla Chiesa. Alla Rivoluzione di luglio ed alla monarchia orleanista il Q. si mostrò costantemente ostile, convinto forse che il nuovo regime non sarebbe durato oltre l'espace d'un matin. Varie sacrileghe dimostrazioni, tra le quali particolarmente grave quella del 14-15 febbr. 1831, seguita dal saccheggio dello stesso arcivescovado, lo rafforzarono nella sua avversione ed ostilità verso il nuovo governo sicché non si conciliò mai con la monarchia di luglio. La sua permanenza all'arcivescovato, dopo che da Gregorio XVI era stata respinta nel 1831 la richiesta governativa di deposizione del prelato, costituì uno scabroso scoglio per la normalizzazione ed il miglioramento dei rapporti tra la S. Sede e la Francia di Luigi Filippo. Invano l'internunzio Garibaldi si sforzò di convincere l'arcivescovo a riconoscere le autorità costituite. Al più il Q. si limitò a congratularsi con il sovrano quando scampava a qualche attentato.
BibL.: M. R. A. Henrion, Vie et travaux apostoliques de Mgr de Q., Parigi 1840: P. I. B. D'Exauvillez, Vie de Mgr de Q., 2 voll., ivi 1840: A. Robert-E. Bourloton - G.Cougny, Dictionnaire des parlementaires français, V, ivi 1891, pp. 64-65; P. Dudon, Lamennais et le St-Siège (1820-34), ivi 1911, p. 284 sgg.; J. P. Martin, La nonciature de Paris et les affaires ecclésiastiques de France sous le règne de Louis Philippe (1830-48), ivi 1949, pp. 38-111.
- QUEM TERRA, PONTUS, SIDERA: - Inno del Mattutino nel comune delle feste della Madonna.
Consta di quattro strofe tolte dall'inno di Venanzio Fortunato, che esaltano il privilegio della Vergine, nel seno della quale si incarnò il Creatore del cielo e della terra.
BibL.: H. A. Daniel, Thesaurus hymnolog., III, Lipsia 1847, p. 321: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1856, p. 410; C. Albin, La poéiie du Brebviaire, Liens x.x., pp. 453456: A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 129-61.
Silverio Mattei
QUEMSTEDT, Friedrich August. - Geologo e mineralogo tedesco, n. ad
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(per cortesia del rex, p. Abate Salmon)
Quentin, Henri - Ritratto.
Neues Jahrbuch für Min. Geol. Palaeont., I (1890), p. I; C. L. Kneller, Il cristianesimo e i naturalisti moderni, Brescia 1906, p. 387 .
Carmelo Maxis
QUENTAL, Antero de. - Poeta portoghese, n. a Ponta Delgada nell'isola di S. Michele (Azzorre) il 18 apr. 1842 , m. ivi l' 11 sett. 1891.
Dopo un vago proposito giovanile di darsi al sacerdozio, frequentò i corsi di legge a Coimbra, dove si diede a uno studio appassionato delle ideologie progressiste, con interessi molteplici di culture straniere, la tedesca in primo luogo. Passato al socialismo, se ne fece propagandista nel suo paese. Sul piano filosofico e letterario capeggiò la cosiddetta "Scuola di Coimbra" (1865) e promosse le "Conferenze democratiche del Casino di Lisbona" (1871), con la prima delle quali diede il colpo mortale al romanticismo (ancora vegetante sotto la guida del vecchio poeta cieco Castilho), e con le seconde introdusse nella vita portoghese tendenze e gusti "progressisti" tipici del secondo Ottocento, con tentativi di conciliazione tra materialismo e spiritualismo. Fra le sue idee più caratteristiche è quella dell'iberismo, cioè di una fusione delle due nazioni della penisola in una repubblica federale. Amareggiato dal contrasto fra i suoi ideali e la realtà quotidiana, gravemente pregiudicato nella salute dall'eccesso di attività e dall'intensita di vita interiore, ritiratosi nella meditazione filosofica in una sensazione pessimistica delle cose, si suicidò.
La poesia di Q., che, perduta la fede, sente pure il bisogno di averne una, realizza una singolare trasformazione di un mondo di idee in un mondo di arte. Il tormento interiore di Q. si placa nella sua lirica, in versi cristallini e perfetti, specialmente nelle ultime composizioni, quelle delle Odes modernas e, soprattutto, dei Sonetos: egli riporta il sonetto all'altezza a cui lo aveva innalzato tre secoli prima Camões. Famosi, tra i sonetti, quelli in cui si rivela l'esigenza di religiosità, talora anche in un senso tendenzialmente cattolico, dello spirito del poeta: Ideal, A Virgem Santissima, Na mão de Deus.
Bibl.: edd. : Sonetos completos, a cura di Oliveira Martins, $2^{2}$ ed., Porto 1890; Odes modernas, $3^{2}$ ed., ivi 1898; Proses, 3 voll., Coimbra 1923-31. Studi : fondamentale l'opera di J. Bruno Carreiro, A. de Q. Subcídios para a sua biografia, Lisbona 1948, con esauriente bibl. In Italia i Sonetos completos furono tradotti da T. Cannizzaro e G. Zuppone Strani, Messina 1898; G. C. Rossi, Un poeta portoghese, in Idea, 1, 23 ott. 1949.
Giuseppe Carlo Rossi
QUENTIN, Henri. - Storico e critico benedettino, primo abate della pontificia abbazia di S. Girolamo in Urbe, n. a St-Thierry, in diocesi di Reims (Francia), il 7 ott. 1872, m. a Roma il 4 febbr. 1935. Trascorse alcuni anni nel Seminario diocesano, poi entrò (1894) nell'abbazia di Maredsous (Belgio), ove
fece professione il 6 ott. 1895. Passò nell'abbazia di Solesmes (Francia) il 6 sett. 1897 e fu ordinato sacerdote il $1^{\circ}$ maggio 1902. Si dedicò allo studio delle collezioni conciliari e insieme alle questioni agiografiche, sulle quali pubblicò due volumi che lo misero in evidenza nel campo della critica dei testi. Istituita a Roma la Commissione per la revisione della Volgata ( 30 apr. 1907), sotto la presidenza dell'abate (poi card.) A. Gasquet (v.), Q. fu chiamato a farne parte.
Si recò a Parigi (1910-11) e in Spagna (1912-13) per studiare e fotografare i manoscritti più importanti della Volgata, con un apparecchio ideato appositamente da lui per la Commissione. Durante la guerra del 1912-18 visse di nuovo a Parigi senza interrompere i suoi lavori. Ritornato a Roma, ne diede il frutto preparando nel palazzo di S. Callisto in Trastevere, sede della Commissione per la Volgata, il suo noto Mémoire sur l'établissement du texte de la Vulgate (Collectanea Biblica, 6, Roma 1922), opera fondamentale per l'andamento futuro della revisione stessa ed anche per lo sviluppo degli studi di critica testuale. Secondo i principi stabiliti in questo libro, pubblicò, sotto il suo nome, i due primi volumi della versione geronimiana criticamente stabilita: Lib. Genesis (Roma 1926), Lib. Exodi et Levitici (ivi 1909).
Nel frattempo, Q. era divenuto membro cffeitivo della Pont. accademia romana di archeologia ( 23 giugno 1923) e aveva iniziato (1926) lezioni di storia ecclesiastica, di agiografia e di liturgia nel Pont. istituto di archeologia. Il 6 febbr. 1930 fu nominato, da Pio XI, relatore generale della sezione storica della S. Congregazione dei Riti, allora istituita. Con H. Delehaye (v.) curò l'edizione critica del Martirologio geronimiano, pubblicata negli Acta SS. Novembris, II, II (Bruxelles 1931).
Il 21 ott. 1933 si trasferiva dall'abbazia dei SS. Mauro e Maurizio di Clervaux (Lussemburgo) all'abbazia di S. Girolamo in Urbe, fondata con la bolla Inter praecipuas del giugno 1933, con un gruppo di monaci ai quali era affidata da Pio XI la cura di proseguire il lavoro di revisione della Volgata, sotto la direzione di Q. Nominato abate del nuovo pontificio monastero il 10 marzo 1934, vi mori improvvisamente meno di un anno dopo.
Di un'erudizione straordinaria, critico acuto e profondo, specialmente nello studio dei manoscritti, destò l'attenzione dei dotti sulla necessità di principi rigidi, per non spalancare le porte all'elemento soggettivo della critica interna. Stabilì, per la revisione della Volgata, un metodo di classificazione dei manoscritti e delle edizioni che, dopo polemiche, fu generalmente ammesso dai dotti.
Oltre le importanti opere suddette, e molti articoli in riviste (specialmente in Revue benédictine), in miscellanee e in enciclopedie, pubblicò : Jean Dominique Mauss et les grandes collect. concil., étude d'hist. littér. (Parigi 1900); Les martyrol. hist. du moyen age. Etude sur la formation du Martyrol. romain (ivi 1908); Boninus Mombritius. Sanctuarium seu vitae Sanctarum (ivi 1910), in collaborazione con D. Brunet; Notice histor. sur l'abbaye de Solesmes (Tours 1924); Essai de critique textuelle (Parigi 1926).
Bibl.: C. Mohlberg, Commemorax. dell'abbate Dom E. Q., in Rend. della Pont. acc. rom. di archeol., 11 (1935), pp. 13-39; A. Pelzer, in Rev. d'hist. ecclés., 31 (1935, 1), p. 489.
Pietro Salmon
QUERELA. - Nome che designa, anche nel diritto canonico, istituti processuali rivolti al conseguimento di obbiettivi diversi. Di questi istituti, la q. fidel e la q. nullitatis sono disciplinate dalle norme regolatrici del processo ordinario, mentre la q. dammi e la q. delicti interessano il processo penale, che è considerato dalla legge canonica quale un processo speciale.
La q. dammi è un mezzo offerto dal CIC perché possa proporsi l'azione penale. Questa invero è riservata, di regola (salva cioè l'eccezione di cui appresso), al promotore di giustizia (can. 1934). A questi però la notizia del
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delitto può derivare dalla parte lesa, che è il soggetto passivo del reato, la parte cioè che dallo stesso risulta essere stata direttamente danneggiata; nel qual caso la parte lesa, allo scopo di realizzare il risarcimento del danno, porta a conoscenza del promotore di giustizia l'avvenuto delitto con l'apposito atto che si chiama q. e che provoca l'istituzione dell'azione penale da parte del promotore di giustizia (can. 1935 § i). Si ha invece una semplice denunzia da parte di qualsiasi fedele quando lo scopo è la riparazione di uno scandalo o di un male alla comunità (ibid.).
La q. delizii rappresenta una eccezione alla regola sopracitata circa la funzione del promotore di giustizia in materia di azioni penali. Infatti, per i reati di ingiuria e diffamazione, è sempre necessaria, perché possa promuoversi l'azione penale, la q. della parte lesa; salvo che si tratti di ingiuria o diffamazione grave arrecata ad un chierico o religioso oppure da un chierico o religioso ad altri. In questi casi l'azione penale può istituirsi anche di ufficio (can. 1938 con riferimento anche al can. 1618).
La q. di falso (q. falsi) è un mezzo concesso dalla legge specificamente per ottenere la declaratoria di falsità di un documento sia pubblico che privato prodotto in giudizio. Essa è ammissibile fintantoché il documento non sia stato riconosciuto vero con sentenza civile o penale passata in giudicato e può proporci sia in via principale, dandosi con ciò vita a un autonomo processo di accertamento, sia in via incidentale. Nel proporre la q. devono indicarsi tutti gli elementi costitutivi e le prove della falsità; il giudice, prima di procedere all'ammissione della q. ed all'istruzione, deve, data la delicatezza della materia, interpellare la parte querelata per sapere se intende o meno mantenere l'esibizione giudiziale del documento impugnato e ove la risposta sia affermativa e la q. sia ammessa (ex cann. 1709 e 1839), ordina il deposito del documento presso la cancelleria del tribunale perché sia in tal modo provveduto alla sicura sua conservazione.
La prova del falso può essere data con ogni mezzo istruttorio, da assumersi nei termini e modi fissati, se del caso, dal giudice, al cui apprezzamento è rimessa inoltre la valutazione dell'opportunità di soprassedere o meno alla trattazione della causa principale (ex cann. 1627 sgg. e 1839). Nel giudizio di q. di falso deve intervenire il promotore di giustizia (ex can. 1586).
La sentenza che dichiara la falsità di un documento detta le provvidenze da adottare circa la sua eventuale correzione, distruzione o restituzione e fa stato rispetto a tutti; il rigetto, d'altra parte, della q. non significa in alcun modo implicita dichiarazione della verità del documento, dovendo questa essere espressa.
La q. di nullità (q. nullitatis) è un mezzo straordinario di impugnazione della sentenza ammesso dal CIC relativamente ai casi in cui una sentenza sia affetta da nullità (v.).
Avuto riguardo alla sua natura, il vizio di nullità della sentenza può essere sanabile o insanabile secondo che le parti possano o meno rinunziare al diritto di farlo valere. Di qui il duplice regolamento della q.
La sentenza è affetta da nullità insanabile: 1) quando sia stata pronunciata da un giudice assolutamente incompetente o da un giudice collegiale non costituito secondo il disposto del can. 1576 § i (can. 1892, n. 1); 2) quando sia stata pronunciata nei riguardi di una o più parti che non potevano legittimamente stare in giudizio per difetto assoluto di legitimatio ad processum o di legitimatio ad causam (can. 1892, n. 2; cf. : cann. 1646, 1654); 3) quando una o più persone, che erano in giudizio nomine ulterius, erano sfornite di legittimo mandato (can. 1892, n. 3). Trattandosi di nullità insanabile, quest'ultimo motivo di nullità non scompare per effetto di ratifica.
La sentenza è affetta da nullità sanabile quando sia mancata una regolare citazione, oppure quando la sentenza stessa sia sprovvista dei motivi (salvo in tal caso il disposto del can. 1605) o delle sottoscrizioni prescritte dalla legge oppure dell'indicazione della data (anno, mese e giorno) e del luogo in cui è stata emanata (can. 1894).
Le nullità possono essere fatte valere o in via di
eccezione o per mezzo della q. nullitatis. Mentre l'exceptio nullitatis è proponibile senza limitazione di tempo ed è usata in genere in contrapposizione all'esecuzione della sentenza, la q. nullitatis deve essere proposta entro il termine di trent'anni e decorre dal giorno della pubblicazione della sentenza, se si tratti di nullità insanabile, o di tre mesi, quando viceversa la nullità sia sanabile.
Il giudice innanzi al quale va proposta la q. di nullità è quello che rese la sentenza impugnanda. Viene fatta eccezione a tale regola per la q. di nullità sanabile in genere, quando sia proposta congiuntamente con l'appello, prevalendo allora la competenza del giudice di appello (can. 1895), e per la q. di nullità contro le sentenze rotali, la quale è riservata alla Segnatura, salvo che non sia cumulata con l'appello, nel qual caso prevale la competenza del turno superiore cui è destinato il giudice di appello (can. 1603 § i, n. 3). Quando a giudicare la nullità della sentenza sia competente la stessa persona che la emise e il querelante abbia timore che essa non sia sufficientemente serena ed imparziale, il giudice è considerato ipso facto sospetto e come tale è sostituito nella stessa sede di giudizio (cann. 1615 e 1896) da altro giudice. Trattasi, come è evidente, di un caso speciale di rinaoazione, il cui motivo riposa semplicemente nel fatto che sia stata dal giudice emessa una sentenza nulla.
La q. nullitatis è disciplinata quanto al suo svolgimento procedurale dalle comuni norme. Essa è infatti promossa con una petizione giudiziale apposita in forma di libello, nel quale devono essere contenuti tutti i necessari elementi di identificazione della causa (parti, giudice, sentenza), nonché i motivi dell'impugnazione (vizi della sentenza). Il giudice, esaminati gli atti, ove la q. non si appalesi senz'altro infondata, disporrà la citazione delle altre parti, del promotore di giustizia, essendo di interesse pubblico l'accusa della nullità di una sentenza, oltreché del difensore del vincolo se questi era in giudizio. La contestazione della lite avverrà nelle forme ordinarie e riguarderà la questione processuale della validità della sentenza e quella della rinnovazione o meno del processo. La sentenza potrà essere dichiarativa della nullità, nel qual caso essa statuirà anche nel merito, ammenoché della q. non abbia giudicato la Segnatura, dato che questa ha l'obbligo di rimettere le parti per la decisione sul merito alla Rota (can. 1604 § 3). Se sono necessarie le prove queste saranno prodotte secondo le regole comuni nel periodo istruttorio. La sentenza, comunque, dovrà decidere sulle spese giudiziali e sarà soggetta come una sentenza qualsiasi a tutti i mezzi di impugnazione.
Se la q. di nullità è proposta cumulativamente con l'appello, il giudizio sarà introdotto con un atto in cui dovranno essere indicati i motivi di appello e i motivi di nullità e si svolgerà secondo le regole dettate per l'appello. La sentenza, riconoscendo la nullità della sentenza impugnata, dovrà rinviare le parti per il merito al giudice a quo.
La scadenza del termine implica sanatoria del vizio anche se il relativo motivo di nullità - avendo interesse pubblico - non sia stato fatto valere con la q. di nullità dal promotore di giustizia, salva la ritrattabilità della sentenza a norma dei cann. 1903 e 1989.
L'effetto dell'accoglimento della q. consiste nel ripristino della situazione processuale quale si aveva prima della pronunzia della sentenza nulla, indipendentemente dalla esecuzione cui questa possa o meno essere stata sottoposta.
Quanto agli atti del giudizio definito con la sentenza dichiarata nulla, essi potranno restare validi e quindi processualmente utilizzabili nel solo caso in cui la sentenza sia affetta da nullità per vizio proprio (ad es., numero insufficiente di giudici) e non per vizio riflesso (la competenza assoluta del giudice, difetto di legittimazione a stare in giudizio).
Biss.: F. Roberti, De processibus, II, Roma 1926, pp. 99 sgg., 284 sgg.; Wema-Vidal, VI, 1, pp. 448 sgg. e 367 sgg.; II, pp. 672-73; G. Michiels, De delictis et poenis, I, LublinoBrasselast 1934, p. 344 sgg.; F. Roberti, De delictis et poenis, I, Roma 1938, pp. 238-39; M. Legs, Commentarius in judicia ecclesiastica, II, ivi 1939, pp. 779 sgg.; 1913 sgg.; M. Conte a Coronata, Institutiones iuris canonici, III, Torino-Roma 1941,
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pp. 243 sgg., 334 sgg.; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, pp. 253 sgg., 342 sgg.
Fernando Della Rocca
QUERÉTARO, diocesi di. - Diocesi nel Messico, suffraganea di Morelia.
Ha una superficie di 15.306 kmq . con una popolazione di 281.000 ab. dei quali 280.600 cattolici; ha 35 parrocchie con 87 sacerdoti diocesani e 10 regolari; 6 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 332).
La città, fondata nel 1446, fu occupata dagli Spagnoli nel 1531. Nel 1601 vi si stabilirono i Carmelitani; nel 1636 i Mercedari e nel 1692 i Domenicani; anche gli Agostiniani e i Padri dell'oratorio di S. Filippo Neri dimorarono a Q. Nella diocesi vi fu pure un collegio dei Gesuiti che fu soppresso nel 1767 da Carlo III, dopo che i Gesuiti furono espulsi dalle possessioni spagnole. Una rinomata istituzione a Q. fu il Collegio dei missionari apostolici, molto encomiato da Innocenzo XI perché increment6 la propagazione della fede nelle Indie.
La città fu eretta a diocesi il 26 genn. 1862 con la bolla Optimum Maximum di Pio IX. Il primo vescovo fu Bernardo Garate.
Bibl.: C. Crivelli, s. v. in Cath. Enc., XII, p. 601; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLVIII, pp. 969-74. Enrico Josi
QUERINI, Angelo Maria. - Cardinale ed erudito, n. a Venezia il 30 marzo 1680, m. a Brescia il 6 genn. 1755. Entrato tra i Benedettini di Firenze nel 1696, raggiunse una vasta erudizione, particolarmente storica. Nel 1710 viaggiò in Germania, Olanda, Inghilterra, Francia, raccogliendo manoscritti e libri rari e stringendo relazioni con i maggiori dotti del tempo. Ritornato in Italia (1714) e nominato scrittore degli annali benedettini, pubblicò nel 1717 la sua opera principale storico-metodologica, De Monastica historia conscribenda.
Arcivescovo di Corfù (1724) e poi vescovo di Brescia (1727), attese ai suoi doveri pastorali, risiedendo costantemente in diocesi, eccetto che per brevi periodi anche dopo creato cardinale (1727) e bibliotecario di S. Romana Chiesa. Alterni furono i suoi rapporti con Benedetto XIV, con il quale scambiò un nutrito carteggio. Stimato da Voltaire e da Federico II di Prussia, gradiva le loro adulazioni, ed ebbe con essi relazioni epistolari. Poligrafo fecundo, lasciò numerosi scritti. Si segnalò anche per carità e mecenatismo; a lui si deve a Brescia la fondazione della Biblioteca Queriniana ( 1745 : aperta al pubblico nel 1750; è oggi la Biblioteca civica di Brescia e conta ca. 1500 manoscritti, preziosi documenti, 900 incunaboli, 217.000 volumi) e la costruzione del nuovo tempio.
Bibl.: l'autobiografia del Q. in Commentarium de rebus pertinentibus ad A. M. card. Q., Brescia 1749; A. Sambuca, Lettere intorno alla morte del card. A. M. Q., ivi 1727; Epistulae E.mi et R.mi A. M. Q., Venezia 1786; A. Baudrillart, De card. Q. vita et operibus, Parigi 1889 (con l'elenco bibliogr. di tutte le opere del Q.); C. Castelli, Il card. A. M. Q., in Brixia Sacra, 12 (1920), pp. 103-37; Pastor, XV-XVI (v. indici); M. De Caro, Storia monastica e il metodo del card. A. M. Q., in Rivista storica italiana, 50 (1933), p. 90 sgg.; R. Mazzetti, Il card. A. M. Q., Brescia 1933; B. Trifone, Alcune lettere inedite del card. Q., in Benedictina, 4 (1950), pp. 133-42; P. Guerrini Il card. A. M. Q. nel bicentenario della sua biblioteca, in Mem. stor. della diocesi di Brescia, 17 (1950), p. 57 sgg.
Piero Sannazzaro
QUESNEL, Pasquier. - Giansenista, 'n. a Parigi il 14 luglio 1634, m. ad Amsterdam il 2 dic. 1719.
Erede spirituale di Antoine Arnauld, rappresenta la fase del giansenismo ribelle dopo la Pace Clementina (1669). La madre morente aveva commesso a Arnauld : - Ne se relâcher jamais de la défense de la verité, et la soutenir sans aucune crainte, quand il irait de mille vies s. Arnauld, fedele, aveva aggiunto come testamento alle monache di Port-Royal : « Ne répondre jamais absolument, mais toujours par " si ". Par là on ne s'engagera à rien s. Q. accettò questa tradizionale consegna, e il gian-
senismo ebbe in lui un abile difensore, un divulgatore popolare e un propagandista mordace. Meno erudito di Arnauld, meno insinuante di Saint-Cyran, Q. possedeva una duttilità passionale e di una asciuttezza stilistica che gli permise di attizzare a corte, nei parlamenti, nei conventi e nel clero "lo spirito di contraddizione n. Per questa sua astuzia letteraria e politica, non esente da una audacia ora mascherata e prudente ora spregiudicata e irruenta, fu particolarmente apprezzato dai giansenisti e temuto dai cattolici. Ma egli deve principalmente la sua notorietà alla particolare situazione religiosa e politica determinatasi in Francia negli ultimi anni del Seicento e ai primi del Settecento e all'inserzione sua come legame fra due movimenti in origine diversi, quello gallicano e giansenista. Arnauld, Saint-Cyran e i portorealisti, negando la loro sottomissione, almeno interna, all'autorità della Chiesa e iniziando nel seno stesso del cattolicesimo l'autonomia delle regione di fronte alla fede, prestarono infatti un facile approdo alle teorie gallicane, le quali acuivano il sentimento nazionale sino a divinizzerlo in forme politiche e storiche con conseguente risentimento verso la Chiesa romana che condannava ogni forma di statolatria. "Il re scriveva Fénelon nelle sue note - è in Francia capo della Chiesa più che non il Papa. Libertà di fronte al Papa, servitù di fronte al re n. Con questa libertà e in questa servitù rivive il tardo giansenismo francese con la sua doppia vita. Certamente lo spirito che anima i gallicani è diverso da quello dei giansenisti, considerati da Luigi XIV settari irrequieti e dannosi alle sue mire assolutiste e quasi una emanazione degli urfuusti ugonotti, e in realtà insofferenti dell'autorità e infallibilità pontificia ed insieme d'ogni ingerenza statale. Infatti si volsero ai parlamenti reali solo per sfuggire da condanne ecclesia stiche. Ma c'era un punto in comune: il Papa è inferiore al Concilio; le decisioni del Papa, anche in materia di fede, non sono irreformabili se non dopo il consenso della Chiesa, e vi si aggiungeva una nota di colore nazionalistico: il potere del Papa è limitato dai canoni della Chiesa universale e dalle regole e dalle consuetudini della Chiesa gallicana (dichiarazione del clero gallicano del 1682).
In questo clima Q. iniziò la sua formazione come oratoriano. Port-Royal aveva precedentemente avuto speciali relazioni con l'Oratorio: lo associava nella dottrina della Grazia una concezione antimolinista e nella prassi ascetica una pietà intesa con rigore e nudità cristiana, che i giansenisti spinsero poi all'eccesso. Quel timore della natura come peso di morte, quel rifugiarsi in Dio distaccandosi dalle creature, quell'attitudine un po' timida davanti al Redentore rendevano l'Oratorio amabile agli occhi dei rigoristi di Port-Royal. Anche cessati i rapporti con l'Oratorio, per il suo allontanamento, Q. continuò a firmasi "prete dell'Oratorio». Q. non si limitò a una semplice e parziale simpatia verso le dottrine gianseniste, e quando De Condren e Bourgong obbligarono tutti gli Oratoriani a sottoscrivere il formulario del 1657 , tra quelli che elusero la sottoscrizione appare il suo nome. Più volte, in seguito, accusato di giansenismo, sottoscrisse, per evitare mali peggiori, ma solo formalmente, e in modo che il suo pensiero apparì sempre ben chiaro. Esiliato ad Orléans dall'arcivescovo di Parigi (1681), espulso dall'Oratorio (1684), nel 1685 raggiunse Arnauld a Bruxelles, dove insieme lavorarono a favore dell'eresia. Le Réflexions morales sur les Évangiles, edite già nel 1671 e proibite da Clemente X nel 1675 , insieme alle note e alle dissertazioni che avevano accompagnato l'edizione completa delle opere di s. Leone Magno, vennero estese a tutto il Nuovo Testamento, ed egli stesso ne curò varie edizioni. Il titolo definitivo dell'opera è : Le Nouveau Testament avec des Réflexions morales, edita la prima volta nel 1668, con annotazioni ad alcune parole di Gesù, e poi
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nelle successive ampliata a tutti i versetti dei libri del Nuovo Testamento, e infine nel 1699 pubblicata in otto volumi.
Queste Reflexions, e ancor più la loro inserzione nell'Indice e la loro condanna, dettero occasione in Francia e e nei Paesi Bassi ad abbondante letteratura polemica : una serie di opuscoli sulla Confessione e sulla Comunione, sulla morte del Cristo e sulla felicità della morte cristiana, ecc., una vera inondazione di scritti teologici e polemici, contro condanne vescovili o papali o in esaltazione e in difesa dei giansenisti : opuscoli brevi, tomi eruditi e volumi in-fol. e in-quarto, per lo più anonimi o sotto pseudonimo. E poiché in Francia si proibi di entrare in polemica su questioni giansenistiche, stando zitti i cattolici, questa varia letteratura croò il luogo comune che tutta la scienza e la vera dottrina fossero dalla parte giansenista e che i loro avversari non sapessero difendersi che con misure di forza, con il mandare al fuoco o all'Indice i libri e con l'esiliare gente che era in stima di santità e di dottrina. Cosi cresceva la setta, e per rispondere a una pubblicazione di Q., Fénelon doveva chiedere il permesso : «Pendant que j'ai les mains liées pour la défense de la foi, M. Habert a la liberté d'écrire pour soutenir son erreur " (lettera del 9 sett. 1712); libertà che diveniva spesso audacia. Se Arnould verso Roma cercava di salvare le forme esterne ed evitare una rottura aperta, Q. gettò la maschera passando direttamente all'attacco aspro, incisivo, capeggiando la generazione dei ribelli, detti "appellanti ", per i continui appelli al Papa meglio informato o al Concilio nelle discussioni e nei dissensi : appelli cioè a un tribunale, che non esisteva né potera esistere per la semplice ragione che essi non avrebbero mai riconosciuto legittimo un Concilio che li avesse condannati; puri pretesti di disobbedienza ecclesiastica che finivano sempre in un ossequio obbligato ai tribunali civili. Le ror proposizioni che Clemente XI trovò condannabili nelle Réflexions nel 1693 costituirono il pericolo di uno scisma, non numeroso, ma grave. La storia ecclesiastica di quel tempo è colma di episodi, di assemblee, di equivoci, di ambiguità da parte del card. di Noailles, del vescovo Soanen, e di non pochi altri religiosi e teologi. Lo stesso Luigi XIV, pure fiero avversario del giansenismo, mentre levava un braccio per calpirlo con l'altro gli offriva nel gallicanesimo un rifugio. Quando l'8 ag. 1694 Arnauld a Bruxelles morì fra le sue braccia, affida a Q. la direzione del partito. Fatto arrestare da Filippo V di Spagna nel maggio 1703, nel sett. riusci a fuggire, e Utrecht divenne il centro di tutto il movimento giansenista. Lo raggiunse la scomunica dell'arcivescovo di Malines il 10 sett. 1704. La S. Sede intanto decise la condanna definitiva di tutti i suoi errori nella prima bolla Universis del 1708, poi in quella Unigenitus dell'8 sett. 1713 condannò in globo le ror proposizioni dove insieme agli errori di Giansenio e di Saint-Cyran si trovano le idee del Richer (v.) sulla costituzione della Chiesa. Nacque il cosiddetto "quemellismo" che inonsidesima il giansenismo dopo la condanna pontificia. Q. attuò infatti una singolare fusione tra gallicanesimo e giansenismo, ma un giudizio autentico sulla sua persona e sulla sua opera lo mostrò solo un ripetitore audace e spregiudicato della dottrina di Giansenio e di Arnauld.
In luogo di trattati sistematici o completi fra la natura e la Grazia e la varie questioni teologiche, non si trovano in Q. che punti di vista frammentari, postille, abbozzi dottrinali esposti a caso nel commento di un testo. Questa forma offriva all'autore il vantaggio di nasconderlo dietro un testo della S. Scrittura e l'assenza di un contesto sistematico gli prestava facili scappatoie.
Questa indeterminatezza d'esposizione dottrinale rende difficile la comprensione esatta del suo pensiero e insieme della sua condanna. Né raccogliendo con cura tutti i testi che parlano delle medesime questioni si potrebbe avere del suo sistema un'idea sufficientemente chiara, non solo per la difficoltà di ridurre i frammenti in un capitolo sistematico, ma anche per il fatto che Q. non è mai teologicamente chiaro e preciso. Si può osservare che se in Baio
come in Giansenio e Arnauld, ad es., il sistema della Grazia parte dallo studio comparativo dello stato primitivo dei nostri progenitori e da quello decaduto, Q. s'orienta piuttosto a un'idea centrale : l'eccellenza e l'onnipotenza della Grazia di Gesù Cristo. E l'immenso successo delle sue Réflexions, oltre alle ragioni d'ordine politico e religioso che fecero di quel libro il segno di una lotta per attribuire ai vescovi giurisdizione contro il Papa e al clero inferiore e ai laici il diritto personale di giudicare in materia di fede e di costumi, è dovuto al particolare favore del card. di Noailles, alla stima per tutte le opere in difesa dei solitari di Port-Royal, alla bellezza del loro stile e alla passione spirituale che faceva ripetere al giansenista Batterel : «Nous n'avons jamais eu de plume dans l'Oratoire qui ait parlé de Dieu d'une manière si noble, si élevée, si lumineuse; j'ajoute, si pure et si élégante -. Morendo Arnauld, Q. aveva destinato il cuore alle Cistercensi di Port-Royal; morendo egli stesso, sembrò non mutare fede, pur sottoscrivendo una formola, molto discutibile, di fede cattolica. Il "padre priore ", comel, lo chiamavano i superstiti giansenisti, lasciava dietro di sé una generazione che nel disprezzo dell'autorità e nel criticismo ecclesiastico preparava il terreno, insieme alla negazione d'ogni verità rivelata, all'illuminismo rivoluzionario della fine del secolo.
BibL.: V. Thuiller, Rome et la France-Phagmme de la const. Unigenitus, Parigi 1901; L. Batterel, Memoires domestiques pour servir d l'histoire de l'Oratoire, tel 1903; A. De Meyer, Les premières controverses janvénistes en France, Lovanio 1917; F. Lin, La Question de Rapport entre la Nature et la Grâce de Bolus au Synode de Pistoie, Louis-Daiane 1934; J. Carvèyre, s. v. in DThC, XIII, coll. 1460-1533; L. Willaert, Bibliotheca Janseniana Belgica, III, Lovanio 1931, pp. 1139-42. Benvenuto Matteucci
QUESTIONE FRANCESCANA. - Passa sotto questo nome la questione delle fonti biografiche di s. Francesco, e particolarmente della leggenda detta "dei Tre Compagni", che ha coinvolto, nelle trattazioni degli studiosi, anche la leggenda detta Speculum Perfectionis e altre biografie del primo secolo della letteratura storica francescana.
I. Le fonti biografiche di s. Francesco. - Oltre agli opuscoli lasciati dal Santo, si ha un'ingente quantità di materiale biografico in numerose leggende o biografie del sec. xiri e principio del sec. xiv, che vengono considerate fonti della sua vita e che si presentano distinte in due grandi gruppi : leggende autentiche e leggende di origine incerta. Leggende autentiche sono le due di Tommaso da Celano, con il Trattato dei miracoli, e la leggenda scritta da s. Bonaventura; di esse ne furono elaborate varie (come una di Cesario da Spira e un'altra metrica di Enrico d'Avranches) particolarmente per uso liturgico. Leggende d'incerta origine, sono quelle di cui non si conosce l'autore, la provenienza precisa, il tempo di composizione. Fra queste, sono della massima importanza : la leggenda "dei Tre Compagni" e lo Specchio di perfezione. Intorno ad esse verte tutta la q. f., sorta sullo scorcio del secolo scorso e non ancora chiusa.
II. Origini della contrecersita. - La leggenda a dei Tre Compagni», è detta così perché porta come prologo una lettera che i tre compagni di s. Francesco, frate Leone, frate Angelo e frate Rufino, scrissero da Greccio il 17 sett. 1246; in essa dicevano d'inviare alcune loro memorie al Ministro Generale. Era nota già dagli Acta SS. (Octobris, II, Anversa 1768). Nel 1876 però l'analista dell'Ordine, p. Stanislao Melchiorri, pubblicava un volgarizzamento della medesima leggenda, ma molto più ampio ( 79 capitoli invece dei 18 tradizionali) il cui ma.eriale era stato tolto da altre fonti biografiche del Santo (Celano, s. Bonaventura, Fioretti, ecc.).
Nel 1894 il Sabatier (v.) nella sua Vie de st François, analizzando la leggenda, faceva notare come fosse manchevole e sproporzionata nella narrazione della vita del
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Santo (dei 18 capitoli, 14 riguardavano la giovinezza e la prima conversione di s. Francesco, 2 riguardavano il card. Ugolino [Gregorio IX], e gli altri la morte e la canonizzazione del Santo) e prospettava l'idea di una mutilazione della leggenda, forse da parte dei Superiori dell'Ordine. Affacciarono questa idea i pp. Marcellino da Civezza e Teofilo Domenichelli, che pretesero ricostruirla nella sua integrità sul volgarizzamento pubblicato nel 1856 dal Melchiorri (1899). Il tentativo puerile diede occasione al p. Van Ortroy di demolire criticamente l'autenticità della stessa leggenda, quale compilazione del sec. xiv o della fine del sec. xili. Dubbia per lui rimaneva la lettera del prologo che non corrisponde al contenuto. Il Sabatier rispose, ma la maggior parte dei critici si schierò con il p. Van Ortroy.
A questo momento compare lo Speculum perfectionis, noto bensì agli storici francescani, ma presentato ora in una erudita edizione di P. Sabatier (1898) come inedito e attributo a frate Leone. Fondandosi su una falsa notizia del Codice Mazarino, il Sabatier ne fissò la composizione al 1227, appena un anno dalla morte del Serafico, senza accorgersi dell'aperta ripugnanza della data, ben tosto rilevata dai critici : nel 1900 Salvatore Minocchi trovava un altro codice nel Convento d'Ognissanti a Firenze con la data del 1318 , assai più verosimile. Con semplici induzioni critiche, scoprì tuttavia fra le narrazioni dello Speculum un fondo più antico che poteva risalire ai compagni di s. Francesco. Poco dopo realmente p. Leonardo Lemmens trovava una redazione più antica dello Speculum in un codice di s. Isidoro (1/73) di Roma, in quasi perfetto accordo con le deduzioni del Minocchi, il quale ne concluse che il vero scritto inviato dai «Tre Compagni», con la lettera da Greccio, al Generale, nel 1246, era proprio questo. Altre difficoltà però non lasciano totalmente sicuri : ad es., quella che il suaccennato prologo nei codici si trova sempre unito alla tradizionale leggenda "dei Tre Compagni", e mai con lo Speculum Perfectionis.
III. Risultati e ipotesi. - Accettata l'opinione del Minocchi, cosa resta della leggenda "dei Tre Compagni ?». Alcuni, specie i più vecchi, i Sabatieriani, e anche alcuni dei recenti ne ammettono l'autenticità, ma fra essi vi è chi la dice integra e in piena corrispondenza con il prologo (Pulignani, recentemente il Barbi, ecc.) altri mutila (Sabatier), altri come parte di una composizione completata dallo Speculum (Mandonnet, Tilleman, Joergensen). La maggior parte però ne rigetta l'autenticità e la riporta alla fine del sec. xili o inizio del sec. xiv : alcuni la considerano compilazione unitaria ma tardiva sulle fonti precedenti, specie sul Celano (Bihl); alcuni vi vedono sfruttate fonti precedenti, in parte sconosciute o perdute (Cuthbert); per altri, ha attinto