peculum (Mandonnet, Tilleman, Joergensen). La maggior parte però ne rigetta l'autenticità e la riporta alla fine del sec. xili o inizio del sec. xiv : alcuni la considerano compilazione unitaria ma tardiva sulle fonti precedenti, specie sul Celano (Bihl); alcuni vi vedono sfruttate fonti precedenti, in parte sconosciute o perdute (Cuthbert); per altri, ha attinto alle stesse fonti cui attinse la Legenda secunda del Celano (Oliger); una recentissima opinione (Moorman) la vorrebbe composta a tratti successivi, di cui un primo nucleo risalirebbe a un tempo antecedente la stessa Legenda Prima del Celano ( 1228 sgg.).
Da tutto ciò si vede quanto si sia ancora lontani dalla soluzione del problema, che ne implica anche altri secondari.
Biel.: P. Sabatier, Vie de st François, Parigi 1894, introd.; id., Speculum perfectionis seu s. Francisci Assis. Legenda antiquiss. auctore fr. Leone, ivi 1898; nuova ed. in 2 voll., Manchester 1928 e 1931; M. Da Civezza - T. Domenichelli, La leggenda di s. Francesco scritta dai suoi tre Compagni, Roma 1899; M. Faloci-Pulignani, I veri biografi di s. Francesco, in Misc. Francesco, 7 (1899), pp. 142-74; F. Van Ortroy, La légende de si François d'Assise dite "Legenda Trium Sociarum", in Anal. Boll., 19 (1900), pp. 119-27; L. Lemmens, Speculum Perfectionis (Redactio Pt. Docum. Franciso, Antigua, II, Quaracchi 1901; L. de Kerval, Les sources de l'hist. de st François d'Assise, in Boll. critico di cose francesc., 1 (1905), pp. 3-13, 79-84, 106-19; 2 (1906), pp. 6-16; S. Minocchi, La Leggenda antica, Firenze 1905; V. Facchinetti, La q. f., in Problemi di critica dantesca, Firenze 1934, pp. 349-57; M. Bibl, La q. f. riveduta dal signor prof. Michele Barbi alla luce dei "Tre Compagni", in Studi franscesc., 7 (1935), pp. 6-47; id., Intorno ai cosiddetti Tre Compagni, ibid., 121-41; G. Abate, Nuovi studi sulla Leggenda di s. Francesco detta dei "Tre Compagni", in Misc. francesc., 39 (1939), pp. 155, 225-62, 359-73, 635-55; J. R. H. Moorman, The sources for the Life of st. Francis of Assisi, Manchester 1940; M. Bibl,
Contra duas novas hypotheses prolatas a Joh. P. H. Moorman, in Archiv. franc. hist., 39 (1946, ed. 1948), pp. 3-37.
Albato Ghinato
QUESTIONE ROMANA - E la denominazione invalsa ad indicare l'intricato ed aspro dissidio politico-religioso apertosi, in campo nazionale ed internazionale, fra il Papato ed il nuovo Regno d'Italia, con la proclamazione di Roma a capitale della Penisola unificata (1861) e con l'occupazione militare della città stessa il 20 sett. 1870.
Istallatosi a Roma, il governo italiano si diede premura di tranquillizzare le potenze cattoliche sulla sorte futura riserbata al Sommo Pontefice. La Legge delle Guarentigie (v.) assicurava al papa l'indipendenza spirituale (artt. 9 e 12) e la libertà di mantenere nunzi presso le nazioni estere (art. 11). Gli agenti diplomatici accreditati presso la S. Sede avrebbero goduto della immunità e dei privilegi previsti dal diritto internazionale (art. 11). Il papa non conservava che l'usufrutto dei Palazzi Apostolici, Vaticano e Lateranense, come pure della villa di Castel Gandolfo "con tutte le sue attinente e dipendenze" (art. 5). In compenso, poi, della privazione dei suoi Stati, egli avrebbe fruito di un'annua rendita di lire 3.225 .000 , esente da imposte (art. 4). Quanto alle relazioni fra Chiesa e Stato, esse furono stabilite arbitrariamente : continuarono a sussistere, a titolo provvisorio finché una nuova legge non fosse intervenuta, l'exequatur (v.) e il placet regio riguardo alla destinazione dei beni ecclesiastici e alla collazione dei benefici maggiori e minori, eccetto quelli della città di Roma e delle sedi suburbicarie (cf. F. Scaduto, Guarentigie pontificie e relazioni fra Stato e Chiesa. Storia, esposizione, critica, documenti, bibliografia, $2^{2}$ ed., Torino 1889, pp. 240-45).
Unilaterale com'era, la Legge delle Guarentigie fu solennemente dichiarata inaccettabile da Pio IX, il 15 maggio 1871 (Archives diplomatiques. Recueil de diplomatie et d'histoire, II, Parigi 1874, p. 231). Il Papa si costituì volontariamente prigioniero nel Vaticano, rifiutò la dotazione concessa ed evitò ogni atto che fosse suscettibile di implicare un assenso qualsiasi alla spoliazione dei suoi Stati. Leone XIII e i suoi successori mantennero la medesima attitudine di netta intransigenza.
La Q. R., ben lungi dall'essere stata risolta dal Parlamento italiano, divenne più inestricabile. La proibizione fatta ai cattolici di prendere parte alle elezioni di qualunque genere (v. NON EXPEDIT), mise il governo italiano alla mercé degli elementi di sinistra. Inoltre l'ostilità aggressiva ostentata contro il cattolicesimo da alcuni ministri, specialmente da F. Crapi, ancora o finta che fosse, allo scopo di piegare la S. Sede ad un accomodamento, produsse all'estero un effetto deplorevole e provocò le rimostranze, sia pure in tono amichevole, delle cancellerie inglese e austriaca. Ma invece di nuocere alla S. Sede, tutti gli intrighi dei ministri italiani, gli incidenti deplorevoli verificatisi nel 1881 per il trasporto delle ceneri di Pio IX a S. Lorenzo fuori le mura, gli insulti lanciati nello stesso anno dalla plebaglia contro Leone XIII, la pubblicazione nel 1888 del codice Zanardelli e le manifestazioni sconvenienti del 17 giugno, altro effetto non sortirono che di acquistarle universali simpatie.
Sicché, tutto sommato, la perdita del potere temporale condusse ad un risultato quasi paradossale, e cioè allo sviluppo della centralizzazione e della potenza internazionale della Chiesa romana. Tanto vero che un uomo di genio, come Leone XIII, fu presto in grado di ricondurre personalmente e per lunghi anni la politica ecclesiastica su un piano mondiale, rialzando decisamente la sorte del papato e della cristianità, ed il suo prestigio divenne così alto, che Bismarck ne accettò nel 1885 l'arbitrato nel conflitto con la Spagna per le isole Caroline e Palaos.
Quantunque Leone XIII, dal 1878 al 1889, abbia protestato ufficialmente fino a sessantadue volte contro
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la privazione del suo "principato civile", si deve pur dire che egli desiderava una conciliazione. Cosi tolse la proibizione di partecipare alle elezioni provinciali e municipali ( 30 maggio 1878), e nel discorso pronunciato per il Concistoro del 23 maggio 1887 suspirava che "gli animi di tutti gli Italiani giungano ad ottenere sicurezza e tranquillità e sia tolto finalmente di mezzo il funesto dissidio con il Romano Pontefice, ma salve sempre le ragioni della giustizia e dignità della S. Sede" (Leontis XIII Acta, VII, Roma 1888, p. 115). Tentativi di approcci ebbero luogo nel 1887 per mezzo dell'abate cassinese L. Tosti (La conciliazione. Dialogo fra due vescovi, Roma 1887), nel 1889 per mezzo del card. G. A. Hohenlohe e nel 1894 in occasione dell'exequatur per mons. G. Sarto, preconizzato patriarca di Venezia. Ma non si concluse nulla. L'opuscolo del vescovo di Cremona, G. Bonomelli (Roma, l'Italia e le realti delle cose, Firenze 1889), che suggeriva l'accettazione del fatto compiuto e la creazione di una "miniatura di Stato", il quale avrebbe comunicato con il mare attraverso una piccola striscia di terra e non avrebbe imposto "né pubblici uffici, né guarnigioni ", suscitò scandalo e fu messo all'Indice il 13 apr. 1889. L'opinione non era ancora matura per fare accettare l'idea di una conciliazione, soprattutto in Belgio, nella Spagna e in Francia, i cui figli erano pur caduti insieme con tanti volontari cattolici italiani sui campi di battaglia di Castelfidardo, di Merenna e lungo le mura di Roma.
La rottura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica francese ( 29 luglio 1904), l'abrogazione del Concordato e la proclamazione della legge di separazione fra Chiesa e Stato ( 9 dic. 1904) indussero Pio X ad un certo accostamento con il Quirinale. Personaggi della corte reale, parlamentari, funzionari pubblici, comparvero alle udienze pontifice contrariamente all'uso mantenuto fino allora. Fatto ancor più significativo : il Papa, inquieto per l'aumento del numero dei deputati dell'estrema sinistra, autorizzò ( 11 giugno 1905 ) il voto legislativo dei cattolici italiani, ma soltanto in casi particolari, quando ne fosse riconosciuta la stretta necessità per il bene delle anime e per i supremi interessi delle singole diocesi (encicl. Il fermo proposito, in Pii X Acta, II, Roma 1907, pp. 112-32).
Non era tuttavia ancora permessa la formazione di un partito cattolico. La conclusione del patto Gentiloni (v.) valse a Giolitti, grazie all'apporto dei voti e dei candidati cattolici, un trionfo elettorale nel 1913 e portò con sé importanti conseguenze. Nella Settimana sociale, tenuta a Milano dal 30 nov. al 6 dic. del 1913, l'arcivescovo di Udine A. Rossi nella prolusione si chiese se "la condizione attuale della società, divenuta atea e pagana, potesse permettere ancora un principato civile dei papi, che la Provvidenza aveva stabilito a garanzia della libertà della Chiesa". E rilevato come quella situazione fosse affatto inadeguata alla missione della S. Sede, non mancava di sostenere essere pur sempre necessario che la libertà del papa non fosse precaria ma stabile e intangibile, "suffragata bensì da una malleveria o caparra di carattere internazionale, interessando, questa libertà, i cattolici di tutte le nazioni». Nel discorso di chiusura il conte Giuseppe Dalla Torre espresse il voto che la q. r. si risolvesse - per mezzo della volontà costituzionale del paese, da parte dello Stato ", ma senza che venisse compromesso il principio della sovranità della S. Sede.
L'Osservatore Romano del 20 dic. non sollevò alcun rilievo contro queste parole, e pur avendo avvertito che si trattava di studi, lasciò correre la discussione intorno al modo della garanzia. Pio X, si presagiva, non si sarebbe mostrato intransigente, eccetto che sulla questione di principio. Nel frattempo scoppiò la guerra mondiale del 1914.
L'insufficienza della Legge sulle Guarentigie si fece evidente quando l'Italia si unì agli Alleati (24
maggio 1915). La presenza a Roma degli ambasciatori degli Imperi centrali presentava seri inconvenienti. I diplomatici si trasferirono a Lugano; Benedetto XV si trovò quindi in serie difficoltà nelle sue relazioni con il mondo cattolico. Tuttavia non accettò l'ospitalità probabilmente offertagli dal Re di Spagna, sperando che la conclusione del trattato di pace, che avrebbe inevitabilmente chiuso il periodo di guerra, gli avrebbe fornito l'occasione di regolare la q. r. con la sanzione dell'Europa. La campagna di stampa incautamente tendenziosa subito apertasi in Germania, in Austria, e in Baviera in favore del ristabilimento del potere temporale, poco mancò non compromettesse la S. Sede. Benedetto XV dovette intervenire per mezzo del suo Segretario di Stato, il card. Gasparri, il quale in una intervista del 28 giugno 1915 dichiarò che la S. Sede aspettava "la sistemazione conveniente della sua situazione non dalle armi straniere, ma dal trionfo di quei sentimenti di giustizia, che augura si diffondano sempre più nel popolo italiano in conformità del verace suo interesse" (Corriere d'Italia, 28 giugno 1915). Ciò non toglie che una commissione cardinalizia incaricata di studiare la soluzione di un problema così complesso ebbe a riconoscere unanimemente l'assoluta necessità di una definitiva sanzione internazionale (Mercure de France, 10 dic. 1923, pp. 394-406). Ora, proprio a richiesta dell'Italia, l'art. 15 del Trattato segreto firmato a Londra dagli Alleati il 26 apr. 1915 escludeva il Papa dai futuri negoziati per la pace (Nouvelles religieuses, 15 marzo 1918, pp. 168-71; 15 giugno 1918, pp. 375-58; $1^{0}$ apr. 1920, p. 153).
L'Italia, tuttavia, non ebbe alcuna ragione di lamentarsi della S. Sede. Non aveva Filippo Meda, capo dei "cattolici deputati ", accettato il portafoglio delle Finanze in un ministero di concentrazione nazionale formato da Paolo Boselli il 19 giugno 1916? E non era stato proprio il Meda a prendere possesso a nome del governo d'Italia del Palazzo Venezia, sede dell'ambasciata d'Austria presso il Vaticano, presa di possesso che provocò una protesta pontificia per l'ulteriore riprova dell'insostenibile condizione fatta dalla Legge delle Guarantigie alla S. Sede, protesta, tuttavia, lo si notò immediatamente, singolarmente Menda? E non aveva poi anche la S. Penitenzieria abrogato il famoso Non expedit? Don Luigi Sturzo aveva inoltre fondato nel 1919 con il tacito assenso della S. Sede il Partito popolare. Il 23 maggio 1920 comparve l'encicl. Paeom Dei munus, che permise le visite dei sovrani cattolici a Roma perché ciò avrebbe contribuito alla fratellanza dei popoli. Questo documento di importanza capitale non abrogò tuttavia nulla delle proteste emesse dai predecessori di Benedetto XV riguardo alla perdita del potere temporale (AAS, 12 [1920], p. 215).
Ma anche dall'altra parte, a guerra finita, non mancarono manifestazioni governative attestanti un vicino e radicale mutamento di clima. La liquidazione dei beni delle missioni cattoliche tedesche offrì il destro a mons. B. Cerretti, segretario degli Affari ecclesiastici straordinari, di avvicinare in Parigi diversi rappresentanti delle grandi Potenze, di conversare amichevolmente con loro e di renderseli simpatizzanti. Ebbero allora luogo i ben noti contatti con il presidente Orlando (maggio 1919) e la seria presa in esame da parte di questi di un progetto assai ben elaborato dal card. Gasparri per la soluzione della q. r. Tale progetto attribuiva carattere di Stato, con indipendenza e sovranità internazionale, al recinto vaticano, ed accennava ad un conseguente Concordato volto a disciplinare con il regno i rapporti di diritto ecclesiastico. Le dimissioni del gabinetto Orlando (giugno 1919) fecero
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cadere il significativo negoziato ufficioso. Intanto però i cattolici Nava e Rodinò entrano nelle successive combinazioni ministeriali. In autunno di quell'anno stesso il card. Filippo Giustini, legato pontificio a Gerusalemme, vi si reca prendendo imbarco sull'incrociatore Quarto con onori regali. Nella primavera del 1921 si parla tanto di Conciliazione, che il Ministero italiano degli esteri pubblica un apposito sunto dei relativi dibattiti di stampa.
In verità, anche il ritorno della Francia a regolari relazioni diplomatiche con la S. Sede (16 maggio 1921), accentuando fra il folto corpo diplomatico accreditato presso il Vaticano l'assenza e, quindi, il senso di isolamento dell'Italia là, dove si trattavano i più alti affari spirituali del mondo, concorreva ad imporre l'improrogabile necessità di un finale ed equo accomodamento, cui era favorevolissima la parte più responsabile e sana della stessa opinione pubblica, grata alla S. Sede ed ai cattolici della nobile linea di condotta tenuta anche nei riguardi del Paese durante il conflitto. Cosi il ministro Rocco espresse in pieno Parlamento (21 giugno 1921) il suo sentimento in termini, che furono approvati da una folla di Italiani: «Non mi sembra impossibile trovare un punto di accordo che concilii le esigenze della S. Sede per una situazione di piena indipendenza con la necessità interne ed internazionali dello Stato Italiano» (E. Devoghel, La question romaine sous Pie XI et Mussolini, Parigi s.d., p. 32).
Sicché lo stesso lutto ufficiale decretato, per la prima volta in casi simili, dal governo italiano (gabinetto Bonomi) in occasione della morte di Benedetto XV ( 22 genn. 1922), sta a dimostrare come ormai fossero più che maturi i tempi per il raggiungimento della tanto attesa ed auspicata Conciliazione (v. patti Lateranensi).
Bisc.: abbondante bibl. in G. Mollat, La question romaine de Pie VI à Pie XI, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1932. Cf. specialmente: G. E. Curatulo, La Q. R. da Cavour a Mussolini, Roma 19:8; V. Procacci, La Q. R. Le vicende del tentativo di conciliazione del 1687, con docum. ined., Firenze 1929; F. Salata, Per la storia diplomatica della Q. R. Da Cavour alla Triplice Alleanza, I, Milano 1929; E. Vercesi-A. Mondini, I Patti del Laterano. La Q. R. da Cavour a Mussolini, ivi 1929; anon., La soluzione della Q. R. nelle conversazioni fra l'on. Orlando e mons. Cerretti a Parigi nel giugno del 1919, in Vita e Pensiero, 20 (1929), pp. 401-17 (diario di mons. Cerretti, pp. 411-17); Giornale d'Italia, 15 maggio 1929 (rivoluzioni dell'on. Orlando intorno alle sopraditoto conversazioni); T. Timoni, Ricordi personali di politica interna, in Nuova antologia (1929), pp. 304-27; 441-67; A. Piola, La Q. R. nella storia e nel diritto. Da Cavour al Trattato del Laterano, Padova 1931; E. Soderini, Il pontificato di Leone XIII, Milano 1932-33 (opera pregevole per quanto concerne la personalità del Pape, di cui l'autore fu amico e confidente, ma scarsa di notizie nei riguardi del pensiero del Pontefice stesso quanto alla o. r.); P. de Monteuquiou Fezensac, Rapport de la Papauté avec le royaume d'Italie depuis 1870, Parigi 1936; G. Astori, Corrispondenza inedita fra mons. G. Bonomelli ed il gen. Tancredi Canonete (1903-1908), Brescia 1937; F. Hayward, Léon XIII, Parigi 1937; Lettres de Camille Barrère à Delcassé, in Revue de Paris, $1^{\circ}$ apr. 1937; A. C. Jemolo, La Q. R., Milano 1938 (mumerosi documenti di fonte italiana e pontificia); V. E. Orlando, Miei rapporti di governo con la S. Sede, $2^{\circ}$ ed., MilanoRoma 1944; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948; I. Pirri, Pio IX e Vittorio Zinon. II dal loro carteggio privato, II. La Q. R. (1836-84), I tomo, 11 documenti, Roma 1951.
QUESTIONI SOCIALI. - «Sociale» è un termine di uso comune, sempre adoperato per indicare ciò che si riferisce alla società. Nel medioevo si parlava di pactum sociale. Quando però si parla di « q. s. o di «scienze sociali», il suo significato viene abitualmente ristretto.
I. Evoluzione dei termini. - 1. L'aggettivo sociale» e termini affini. - Stando all'etimologia, "sociale» equivale a *politico", derivando l'uno dal latino, l'altro dal greco;
e fino al sec. xvin tutto ciò che si riferiva alla società riceveva l'appellativo di "politico". Per questo motivo, quando l'economia cominciò ad essere trattata come una scienza, fu chiamata economia politica. In realtà l'aggettivo "politico" ha preso un significato particolare, che lo differenzia tanto dal termine "sociale", quanto dal termine "economico", e si nota ormai una chiara tendenza ad applicare il termine "politico " esclusivamente alle questioni che riguardano il governo della comunità; quando invece si fa riferimento alla vita comune dei membri della comunità si adopera il termine "sociale". Di qui scaturisce anche la distinzione abituale tra democrazia politica e democrazia sociale: la prima è un regime, in cui tutto il popolo partecipa al potere; la seconda è una società egualitaria, ed il suo risultato è una società senza classi, pur senza pregiudizio alcuno per la forma del potere. L'antico Impero ottomano, ad es., era pressoché una società senza classi, senza costituire affatto una democrazia politica.
Il termine "sociale" si oppone poi in primo luogo ad "economico", per quanto l'elemento economico rientri anche sotto il termine "sociale" preso in senso largo. Secondo il significato comune del termine, l'aggettivo "economico" è preso ad indicare i bisogni materiali degli uomini viventi in collettività. Ma i bisogni materiali e spirituali sono strettamente commisti; dalla nozione di bisogno materiale, l'economia possa così a quella di "valore",: un oggetto ha valore quando gli uomini hanno interesse a possederlo e sono disposti a dare, in proporzione, beni materiali o di altro genere per averlo; cosi, p. es., se gli uomini vogliono il cinema o i guochi del circo oppure monasteri di vita contemplativa, tali oggetti, tanto disparati tra loro, diverranno valori; entreranno nel ciclo dei cambi e cadranno sotto il dominio dell'economia. L'economia tende, cosi, ad occuparsi di tutta la vita sociale ed è talora difficile la linea di demarcazione tra elemento economico ed elemento sociale. La distinzione scaturisce dall'angolo di visuale, il quale per le scienze sociali è più largo di quello dell'economia, in quanto esse si occupano, in linea generale, di tutti i problemi che si riferiscono all'organizzazione della società. Tuttavia, l'opposizione tra aspetto sociale, politico ed economico tende a limitare quello sociale: per questo è assai difficile proporre definizioni, in quanto certuni definiscono le q. s. questioni politiche ed economiche, riguardanti le classi sociali. In effetti, la questione delle classi o dell'uguaglianza ha avuto una non indifferente importanza nella sviluppo delle q. s.; ma, come si vedrà, non è possibile restringerle a questo solo aspetto.
2. Il termine q.s. - L'aggettivo "sociale" è legato a un non piccolo numero di sostantivi; si parla, cosi, non soltanto di q. s., ma di teorie sociali, di dottrine sociale, di movimenti sociali, di azione sociale; è perciò utile determinare il significato di ciascuna di tali espressioni. Una dottrina sociale è un sistema che contiene un complesso di principi, diretti a dare una determinata organizzazione alla società : in questo senso si parla, p. es., della dottrina sociale della Chiesa o della dottrina socialista. L'espressione teoria sociale si adopera a un dipresso nello stesso senso; ma implica una minore certezza e si applica a campi più limitati. È meglio parlare di storia delle teorie sociali piuttosto che di storia delle dottrine sociali.
Le q. s. hanno un immediato carattere pratico. Si tratta di questioni sorte in un periodo intricato da difficoltà concrete, assai spesso in mezzo ad abusi o ad ingiustizie. Le q. s. sorgono in relazione al benessere dei cittadini o di una parte di essi per cause di carattere politico ed economico; ma tendono, in sé considerate, a determinare il valore di istituzioni che permettano agli uomini di raggiungere il maggior possibile benessere. Per es., la q. s. della proprietà non consiste nel sapere se la proprietà privata garantisce ai mezzi di produzione un maggior rendimento, ma piuttosto se garantisca con maggior efficacia l'indipendenza, la dignità e il benessere dell'uomo. Si tratta, di nuovo, di punti di vista diversi. Le q. s. differiscono da paese a paese, e ogni giorno ne spuntano delle nuove.
I movinent sociali sono organizzazioni di uomini con
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lo scopo preciso di risolvere le q. s. Differiscono enormemente dai movimenti politici che tendono a cambiare la forma dello Stato o ad impadronirsi di esso. E vero che in un determinato momento i movimenti sociali, come quelli operai o familiari, possono ritenere necessario esercitare una pressione sullo Stato o anche rivendicare una riforma politica, p. es., il suffragio universale o quello familiare, per raggiungere più agevolmente i loro obiettivi; ma, di per sé, tale aspetto politico non costituisce che un episodio accidentale dei movimenti sociali, presi nel senso suesposto.
Il socialismo, invece, lega il movimento sociale allo Stato e vuole lo Stato come agente principale, se non unico, della riforma sociale. Nel socialismo, percio, il movimento sociale è in primo luogo politico. Come primo obiettivo dei comunisti appare invece quello di affettare il potere per imporre d'autorità le riforme sociali da loro ritenute necessarie.
L'azione sociale, infine, tende alla riforma sociale, ed è caratterizzata dall'influsso che esercita sulle istituzioni e dalla sua struttura che è di natura collettiva; si oppone quindi all'azione individuale, che tende a fare del bene ad una persona, senza preoccuparsi della riforma della società. L'elomosina, p. es., con cui si viene in aiuto si poveri senza tuttavia influire sulle istituzioni anche se proprio tali istituzioni sono causa totale o parziale del bisogno in cui vengono a trovarsi i poveri, è un fatto di natura individuale. L'azione, invece, con cui si cerca di introdurre un sistema di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro rientra nell'azione sociale.
II. Portata della Q. s. - t. Agenti del mondo contemporaneo che hanno influito sui movimenti sociali. - Per quanto vi sia sempre stato un certo interesse ai problemi sociali, l'agitazione sociale del sec. xix appare un fenomeno completamente nuovo, e ciò in dipendenza, senza dubbio, di due aspetti singolari della vita sociale del tempo.
In primo luogo, il regime parlamentare dischiude una nuova mentalità : quella di far partecipare direttamente i cittadini alla vita pubblica. Il regime parlamentare, anche se non universale e realizzato in modi assai diversi, diffonde tuttavia nel mondo la idea che tutti i cittadini debbano interessarsi delle condizioni della vita collettiva, e con ciò in tutte le nazioni vengono a costituirsi gruppi o movimenti con la finalità di fare riforme. Quest'ansia di riforma sociale giunge sino ad impegnare i governi totalitari che si sono sviluppati nel sec. xx. I quali governi differiscono profondamente, nelle loro preoccupazioni sociali, dagli antichi governi. Lo spirito di riforma sociale è d'altronde legato allo spirito democratico. Le classi privilegiate sono sempre conservatrici e rimangono ancora oggi attaccate all'idea che le riforme sociali siano impossibili oppure nocive, anziché utili. Nei paesi in cui le vecchie classi conservatrici hanno ancora il monopolio della cosa pubblica, le q. s. vengono agitate soprattutto dagli stranieri. Lo sviluppo delle q. s. segue immediatamente lo sviluppo generale della civiltà contemporanea, che si estende in ogni campo. Dalla fine del sec. xvir il mondo è in evoluzione. Un tempo, l'ideale sociale era un ideale di stabilità, tanto nella vita tecnica che nei costumi, nelle istituzioni, nelle consuetudini familiari e sociali. Nel mondo contemporaneo i continui cambiamenti che si avvicendano in tutti i campi hanno come conseguenza di abituare l'individuo a tali cambiamenti e di affievolire in lui l'opposizione sistematica, propria dell'idea conservatrice. D'altro canto l'estensione della civiltà porta a credere che un progresso è possibile, anzi che qualsiasi progresso sia possibile. Ma se si possono creare condizioni migliori di vita alla collettività sorge il dovere di adoperarvisi. Il pro-
gresso o la riforma sociale divengono, perciò, obbligo fondamentale degli uomini riuniti in società e maturano nell'ansia tormentosa di respingere le condizioni sociali che incidono dolorosamente su determinate classi, e nella fiducia di poter rimediare, mediante l'organizzazione sociale, a tutti i malanni.
2. Origine della q. s. - Si parla spesso della q. s. come se essa si riducesse ad una soltanto: quella operaia. In realtà le q. s. sono numerose, ma la questione operaia è stata la prima ad essere agitate con grande apparato rivoluzionario, per cui i movimenti sociali sono pressoché tutti movimenti operai.
Essa si riferisce non tanto al fatto che la condizione degli operai sia sempre peggiore di quella delle altre classi, p. es., dei contadini, ma piuttosto al fatto che la rivoluzione industriale del principio del sec. xix ha trasformato rapidamente, peggiorandole, le condizioni della classe operaia e che, inoltre, i primi paesi industrializzati sono stati anche i primi paesi ad instaurare il regime parlamentare. Tali paesi ad assetto industriale e parlamentare erano quelli stessi che si trovavano allora a capo del movimento intellettuale nel mondo: da essi si irradiavano le nuove idee, diffuse da scrittori di risonanza internazionale; essi, infine, dominavano politicamente il mondo e costituirono nel sec. xix gli Imperi coloniali. Questo complesso di ragioni spiega perché la questione operaia si presenti come la q. s. per eccellenza.
Dovunque si sviluppi la grande industria, sorge la stessa crisi operaia, con salari inadeguati, con agglomeramenti umani in quartieri malsani, ecc. Non appena una regione si industrializza, si agita perciò arditamente la questione operaia mentre la questione agraria, p. es., è una questione vecchia, riproposta più volte nel corso dei secoli. Questo spiega l'apparente paradosso per cui in Cina, dove gli operai addetti all'industria costituiscono forse l' $1 \%$ della popolazione, sembra che la q. s. s'identifichi con la questione operaia. Lo stesso si dica dei paesi dell'America del sud, nei quali l'industrializzazione è poco sviluppata. In Italia, la q. s. è in primo luogo operaia nel nord, agraria nel sud.
3. Evoluzione della q. s. - La questione operaia è, dunque, la q. s. sollevata per prima. Dinanzi alla miseria e all'avvenire incerto degli operai, si vide la necessità di assicurare loro condizioni migliori di vita. Lo sforzo fu diretto ad aumentare i salari, diminuire la durata del lavoro, eliminare determinati abusi, come il lavoro dei fanciulli e delle donne, ecc. Per realizzare tutto questo, si dovettero rivendicare alcune riforme istituzionali, come il diritto sindacale e il suffragio universale. Fatti poi alcuni progressi nei paesi più evoluti, si pensò alla sicurezza degli operai e si presentarono così le questioni riguardanti l'assicurazione sociale, le previdenze contro gli infortuni della vita professionale, l'assicurazione contro la disoccupazione. Attualmente si sta facendo strada il terzo tempo, per così dire, delle rivendicazioni; cioè le condizioni morali della vita degli operai, le quali esigono riforme atte ad innalzarne la dignità. Da questa tendenza scaturirono i sistemi per interessare l'operaio allo sviluppo dell'azienda e immetterlo nella direzione. I diversi modi di consigli di impresa e di cogentione che si stanno escogitando, mirano, oltre che ad un miglioramento materiale della classe operaia, all'innalzamento del suo prestigio morale.
Se nel campo operaio tale evoluzione raggiunge l'espressione più alta, contemporaneamente essa ha come risultato di estendere la q. s. ad altri problemi molto lontani dalla questione operaia.
4. Diversitd della q. s. - In molti paesi la questione agraria, come s'è accennato, è più grave di quella operaia e scaturisce dalla miseria della classe agricola. Abbraccia molte questioni particolari che hanno peculiari caratteristiche secondo i paesi ed è connessa alla maggior parte delle altre q. s. Siccome la popolazione di tutto il mondo, anche ai giorni presenti, è in prevalenza dedita all'agricoltura, la riforma agraria viene spesso a coincidere con la soluzione di altre questioni, anzi la sua soluzione presuppone altre questioni. Per questo, una delle cause della
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miseria degli operai è dovuta alla miseria dei rurali, che si sentono spinti a cercare in città i loro mezzi di sussistenza, assoggettandosi alle più gravose condizioni. Ciò non avverrebbe, qualora essi trovassero in campagna condizioni meno disagiate. D'altra parte, l'aumento della popolazione che si verifica nelle campagne rende necessario il fenomeno migratorio non solo verso la città, ma, spesso, nei paesi stranieri. E sorge cosi una nuova questione di ordine internazionale, quella dell'emigrazione. Le q. s. internazionali sono state finora risolte ancor peggio della q. s. in seno alle singole nazioni.
A poco a poco, durante il sec. xx, si sviluppa poi l'idea di una organizzazione generale della società che renda possibile ad ogni uomo il suo pieno sviluppo. Per rendersi conto dei numerosi aspetti nei quali può tradursi questa formola generica, basta guardare il tit. I e II della Costituzione italiana, la quale è indubbiamente, sia per il tempo in cui è stata emanata, che per la sagacia di quanti vi hanno atteso a redigerla, la più rappresentativa dell'epoca attuale.
La Costituzione proclama (artt. 23-25) il diritto della famiglia e il dovere dello Stato di assicurare alla famiglia le condizioni necessarie alla sua formazione, alla sua tutela e al suo sviluppo. Lo Stato deve, percio, prendere le misure necessarie per dare a tutti la possibilità di contrarre il matrimonio, di allevare i figli, anche se numerosi, e di poterli educare.
Essa proclama il diritto alle cure mediche per tutti i cittadini, come pure il diritto per tutti i bambini di accedere a qualsiasi grado di istruzione anche se mancano di mezzi finanziari» (art. 28). Tutto cio, come si vede subito, va molto al di là della questione operaia.
Altre q. s. sono proprie di altri paesi. E il caso, p. es., della questione dei negri negli Stati Uniti. In qualsiasi nazione in cui vengono a trovarsi insieme più razze e nazionalità senza amalgamarsi, i loro rapporti suscitano q. s. Cosi pure, q. s. sorgono relativamente alle colonie, con maggiore o minore rilevanza, secondo il carattere del popolo dominante.
5. Profonda unità delle q. s. - Dopo un rapido esame delle q. s., si viene a concludere che esse sono tutte legate all'idea di eguaglianza tra gli uomini. Tuttavia l'idea di eguaglianza è piena di equivoci, come quasi tutte le nozioni di cui si tratta nella filosofia sociale. Rettamente intesa, la nozione di eguaglianza comprende anche le giuste ineguaglianze che risultano dal fatto che non si può applicare la stessa regola, o misura di eguaglianza, ad ogni persona indistintamente.
In ogni caso, una q. s. sorge quando alcuni membri della collettività si trovano, senza loro colpa, nell'impossibilità di raggiungere un pieno sviluppo umano. All'inizio dell'età contemporanea, tutta l'attenzione convergeva su certe enormi ingiustizie esistenti soprattutto nel campo operaio. Man mano, però, che la società subl l'influsso di tutte le trasformazioni dirette a creare un assetto sociale più perfetto, si arrivò alla concezione del dovere che incombe sulla collettività, e sullo Stato che la rappresenta, di impostare la vita sociale in modo che tutti i cittadini trovino nella vita ordinaria il mezzo di raggiungere il loro pieno sviluppo. Tale concezione è la stessa dei pensatori del medioevo, quando insegnavano che il complesso dei beni è stato posto da Dio a disposizione del complesso degli uomini, soprattutto per rendere possibile una vita comune perfetta. Per questo, quando si dice che lo Stato ha il dovere di curare che tutti i fanciulli ricevano un minimo di istruzione e che tutti quelli capaci di compiere studi superiori vengano messi in grado di farlo, si afferma un diritto che non si restringe al minimum della vita. Non diversamente, alla vecchia concezione liberale, secondo la quale ad ognuno deve essere riconosciuto il diritto di sposarsi e di educare i figli come vuole, subentra la nuova concezione secondo cui lo Stato deve intervenire per rendere efficace tale diritto, con opportuni provvedimenti in modo che tutti i cittadini siano materialmente in grado di fondare un focolare e di educare i loro figliuoli. Inoltre, perchè siano liberi di avere tutti quei figli che essi desiderano, conviene offrir loro i mezzi : cosa che può avvenire soltanto
mediante l'organizzazione sociale, mediante, cioè, specifiche istituzioni.
Gli esempi addotti relativi alla famiglia e all'istruzione, ai quali nessuno avrebbe mai pensato cento anni fa, mostrano chiaramente che le q. s. hanno allargato il loro raggio. E le questioni della famiglia e dell'istruzione non si sono limitate alla sola classe operaia o a quella agricola, ma si riferiscono a tutta la nazione. Tuttavia le questioni operaie o agrarie rimangono sempre il campo nel quale la q. s. è la più viva e, nella maggior parte dei casi, il campo in cui si agitano le maggiori difficoltà e i più urgenti problemi. Bisogna aggiungere che i diversi paesi del mondo sono, in materia sociale, a un grado di sviluppo assai diverso. In certuni, come la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi e la Germania, non esiste la questione agraria; in altri, invece, come l'Italia meridionale e la Spagna, la questione agraria è assai sentita. Nell'Europa occidentale, la questione operaia ha subito l'evoluzione di cui si è parlato e, relativamente alla miseria degli operai, la questione più grave è senza dubbio quella della mancanza di lavoro, il cui rimedio è connesso ad un complesso di questioni, e particolarmente a quella dell'emigrazione. Nell'America del sud, in Asia, in Africa, si trovano situazioni ben diverse; accanto a paesi con una legislazione sociale assai progredita, si vedono paesi che sono appena agli inizi dell'organizzazione sociale, immersi in quegli abusi che erano visibili in Europa un secolo fa.
In ultimo, si deve dire che le q. s. assumono aspetti diversi nelle nuove nazioni, le quali, forti dell'esperienza dei paesi più evoluti, possono spesso percorrere con maggiore rapidità le varie tappe dell'evoluzione sociale. Le quali nazioni, se hanno un'organizzazione assai sviluppata in determinati settori, in altri ne sono affatto prive: accanto a città modernissime, si estendono compagne arretrate; accanto a quartieri ricchi di tutta l'attrezzatura moderna, si allineano quartieri mancanti di tutto.
Bon.: N. Turco, La q. s., Milano 1922; C. Mclai, Storia della q. s., Milano 1946; R. Santini, Lotta e collaborazione di classe. Roma 1946.
Giacomo Leclercq
QUESTUA. - Etimologicamente è l'atto del cercare; in senso generico significa l'azione di chi va mendicando: stipem quotannis emendicare a populo (Svetonio); in senso proprio indica l'azione di chi gira allo scopo di raccogliere elemosine per sé o per altri, a fine soprattutto pio. In diritto canonico indica il diritto o privilegio di cui godono alcuni Ordini religiosi di poter andare a chiedere elemosine per il sostentamento dei religiosi o per l'attività del convento. Come facoltà - o diritto - viene elargita per concessione speciale della S. Sede (ex privilegio), ma per essere esercitata richiede la licenza dell'Ordinario del luogo dove si vuol questuare.
Il Concilio di Trento (sess. XXI, cap. 9) allo scopo di togliere abusi che si verificavano a causa delle q. esercitate dai religiosi, tentò di abolire il nome e l'uso della q. Ma già sotto il pontificato di Pio V, atteso il fatto soprattutto che una simile proibizione recava non pochi danni agli Ordini mendicanti, non si volle negare ad essi l'esercizio del diritto di q. (cf. la cost. di Pio V. Etri mendicantes); e la stessa cosa venne riaffermata nella cost. Exponi nobis di Clemente VIII. Sotto Urbano VIII con la cost. Cum sint si concesse ai Minori conventuali di esercitare la q. almeno nei luoghi dove avevano conventi. Non mancarono in seguito decreti e decisioni della S. Sede in proposito. La S. Congr. del Concilio e quella dei Vescovi e dei Regolari disciplinarono la materia relativa alla q. con alcuni decreti. L'ultima legislazione importante, emessa prima del codice, risale a Pio X. L'ir nov. 1908, infatti, la S. Congr. dei Religiosi, per mandato speciale del Papa, rendeva pubblico un decreto generale della S. Congr. de: Vescovi e dei Regolari, emesso l'8 maggio dello stesso anno, contenente alcune norme da osservarsi dai religiosi questuanti. Prima di tale decreto, 127 marzo del 1896, era stato emanato il decreto Singulari per le religiose questuanti.
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La legislazione attuale, contenuta nel Codice di diritto canonico, riproduce sostanzialmente per il modo e la disciplina della q. le norme fissate nei due ricordati decreti. Godono, per diritto comune, del privilegio o diritto della q. i religiosi regolari che di nome e di fatto sono mendicanti, coloro cioè che non possono possedere, neppure come comunità, beni immobili, né hanno redditi fissi (cf. P. Comm. per l'interpr. autent. del CIC, in data 16 ott. 1919, in AAS, 11 [1919], p. 476). L'esercizio di un tale diritto è però subordinato, per il territorio diocesano dove non esiste alcuna casa religiosa, al permesso dell'Ordinario, che per scritto concederà la licenza di questuare nella sua diocesi; per il territorio invece dove esiste almeno una casa religiosa è sufficiente la sola licenza del Superiore religioso (can. 621 § 1), supponendosi già data la licenza dell'Ordinario diocesano con il permesso di erigere la casa (P. Comm. per l'interpr. autent. del CIC, loc. cit.). Gli Ordinari diocesani sono esortati dal Codice a non negare e a non revocare la licenza, soprattutto quando si tratta di religiosi che, ricevendo scarse elemosine nella diocesi dove hanno la casa religiosa, sono costretti a questuare nei territori delle diocesi confinanti, a meno che, soggiunge il Codice, gli Ordinari non siano spinti al diniego da urgenti e gravi cause (can. 621 § 2). I religiosi non mendicanti (alii annas religiosi) non possono questuare, a meno che non abbiano avuto tale diritto ex privilegio speciale direttamente dalla S. Sede; se trattasi di religiosi di Congregazioni di diritto pontificio, e la licenza scritta dall'Ordinario del luogo dove intendono questuare, se non siano stati esonerati dal chiederla per privilegio apostolico (can. 622 § 1); se si tratta invece di religiosi di Congregazioni di diritto diocesano si richiede la sola licenza scritta dell'Ordinario del luogo dove hanno la casa religiosa e di quello dove intendono questuare (can. 622 § 2).
Gli Ordinari diocesani sono però avvertiti dal CIC a non concedere la licenza di q. nei loro territori ai religiosi non mendicanti, se nelle loro diocesi esistono già case di religiosi mendicanti, e meno che non si possa provvedere diversamente al loro sostentamento (can. 622 § 3). Senza un rescritto recente ed autentico della S. Congr. per la Chiesa orientale gli Ordinari della Chiesa latina non devono mai concedere il permesso di q. nei loro territori ai religiosi orientali di qualsiasi ordine e dignità, né possono permettere ai loro sudditi di andare a questuare nei territori della Chiesa orientale (can. 622 §4). Tale proibizione è anteriore al Codice : già Alessandro III l'aveva introdotta con la cost. Alias emanavit e poco prima del Codice di diritto canonico la S. Congr. di Propaganda Fide l'aveva ricordata (cf. AAS, 4 [1911], p. 532). Il CIC con il can. 623, per prevenire gli abusi, lamentati già dal Concilio di Trento, ricorda ai Superiori religiosi che devono mandare a questuare solamente i religiosi professi e già maturi per età e formazione spirituale; tale norma, precisa il Codice, deve esser tenuta presente specialmente per le religiose questuanti. Nelle stesso can. 623 vien fatto esplicito divieto di questuare ai religiosi ancora studenti.
Per la disciplina ed il modo di comportarsi durante la q. il CIC stabilisce che si stia alle istruzioni già date in materia dalla S. Sede (can. 624), vale a dire al decreto Singulari del 27 marzo 1896, emesso dalla S. Congr. dei Vescovi e dei Regolari (cf. Acta S.Sedis, 28 [1896], p. 555) e al decreto De elemosinis del 21 nov. 1908 della S. Congr. dei Religiosi (AAS, 1 [1908], p. 153), che si possono riassumere così : 1) i religiosi non devono andare separatamente a questuare, ma almeno in due (bini pro regula questuantes incedant) : 2) pernottino presso le case religiose o presso pie case, come le canoniche; 3) non trascurino nei giorni della q. gli esercizi di pietà e soprattutto di ricevere i Sacramenti; 4) non restino assenti dalla propria casa religiosa oltre un mese se questuano nel territorio diocesano, dove hanno la casa, e non oltre due se fuori di quello; 5) coltivino anche durante il periodo della q. le virtù e siano di esempio e si tengano lontani dai pericoli spirituali.
Gli Ordinari devono vigilare sui religiosi questuanti e se avvertono manchevolezze devono provvedere a ri-
muoverle o direttamente oppure attraverso i superiori dei religiosi stessi.
Bibl.: A. Vermeersch, De religiosis Institutis et personis, II, $4^{2}$ ed., Bruges 1909, p. 401 sgg. ; L. Fanfani, De jure Religionorum ad normam Codicis, $2^{2}$ ed., Torino 1923, n. 358; N. Jung, Aymion, in DDC, I, coll. 1422-30; T. Schaefer, De Religiosis ad normam juris can., $4^{2}$ ed., Roma 1947. Vincenzo Fagiolo
QUÉTIF, Jacques. - Erudito e storico domenicano, n. a Parigi il 6 ag. 1618, m. ivi il 2 marzo 1698.
Professó nel convento della S.ma Annunziata il 19 sett. 1635, studiò a S. Massimino (Brignoles, Var) e a Bordeaux. Dal 1652 è di nuovo a Parigi. E benemerito specialmente per la storia letteraria del suo Ordine, avendo intrapreso una raccolta di notizie bio-bibliografiche riguardanti oltre 2000 scrittori domenicani, di cui ca. 800 complete. Il confratello J. Echard (m. nel 1724) ne realizzerà l'opera, perfezionando e raddoppiando la collezione, e pubblicandola con il titolo di Scriptores Ordinis Praedicatorum recensiti, notisque historicis et criticis illustrati (2 voll., Parigi 1719-21); opera colossale, di alto valore storico e letterario.
Bibl.: Quotif-Echard, II, pp. 746-47; A. Mortier, Histoire des Maltres Généraux des Prêres Prêcheurs, VII, Parigi 1914. pp. 336-40; R. Creytens, L'oeuvre bibliogr. d'Echard, ses sources et leur valeur, in Arch. Prätrum Praedic., 14 (1944), pp. 43-71; M. Gasnier, Les Dominicains de St-Honoré, Ligugé (Vienne) 1930, pp. 188-95.
QUEVEDO y QUINTANO, Pedro. - Cardinale, n. il 12 genn. 1736 a Villanueva del Fresno (diocesi di Badajoz), m. il 28 marzo 1818 ad Orense. A Salamanca si laureò in legge ed in teologia; il 15 apr. 1776 Pio VI lo nominò vescovo di Orense e conservò fino alla morte questa sede sebbene più volte gli fosse offerto l'arcivescovato di Siviglia.
Particolarmente salante nel suo ministero, diede nel 1790 ricetto ai preti francesi profughi della Rivoluzione. Nel maggio 1808 fu nominato dalla Giunta di governo di Madrid membro della Giunta nazionale che doveva riunirsi a Baisna per approvare l'usurpazione del trono da parte di Napoleone. Il 29 maggio, allegando la tarda età (aveva ormai 75 anni) e la salute cagionevole, rifiutò di intervenire a quell'Assemblea, ma contemporaneamente dichiarò di non poter accettare la politica seguita dall'Imperatore nei riguardi della Spagna. Il 29 genn. 1810 il Q. fu eletto a far parte della Reggenza, ma, giunto a Cadice nel maggio, non volle riconoscere il potere sovrano delle Cortes e diede le dimissioni da reggente e da deputato. Non intendendo prestar piuramento sulla Costituzione, fu privato il 17 ag. 1812 della cittadinanza spagnola, per cui si ritirò in Portogallo. Nel 1818 Pio VII lo creò cardinale. Nella sua diocesi si rese benemerito per la fondazione di un ospizio, di una casa per trovatelli e del Seminario conciliare di S. Ferdinando.
Bibl.: J. M. Bedoya, Retrato histórico del Emmo y Excmo Sr. D. Pedro de Q. y O., Madrid 1834; Conte di Toreno, Storia della sollevazione, guerra e rivoluzione della Spagna, trad. it. Milano 1838, pp. 155, 196-98; E. Lopez Aydillo, El obispo de Orense en la Regencia del año 1810, Madrid 1918; A. Ballesteros e Beretta, Historia de España y su influencia en la historia universal, VI, Barcellona 1932, p. 213; VII, ivi 1934, pp. 77, 83, 85, 117, 645 (ritratto).
## QUEVEDO y VILLEGAS, Francisco GÓMEZ
de. - Poligrafo, n. a Madrid il 17 sett. 1580, m. a Villanueva de los Infantes l'8 sett. 1645. Di nobile famiglia, allevato fanciullo a corte, a quell'ambiente rimase legato per tutta la vita.
Alla corte appunto conobbe nel 1609 Pedro Tellez de Giron, duca di Osuna, che gli accordò la sua protezione, lo prese con sé quando fu eletto viceré di Sicilia e poi di Napoli, affidandogli importanti incarichi diplomatici. Più tardi il Q. si disgustò con lui e si ritirò definitivamente in Spagna, dove subì ancora alternativamente prigionie e liberazioni.
Scrittore di eccezionale fecondità, profuse nelle sue
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opere in prosa e in versi le dovizic della sua enorme cultura, della sua esperienza umana, del suo spirito acuto e mordace e della sua meditazione.
Il complesso dei suoi scritti presenta tutta la Spagna della prima metà del sec. xvir nella sua vita di corte (Vida de la corte) e in quella picaresca (Historia de la vida del Buscón); nella satira sui vizi (Los Sueños; Discurso de todos los diablos; La hora de todos, ecc.), nella sua politica (España defendida; Politica de Dios; Grandes anales de quince dias; Vida de Marco Bruto, ecc.), nella sua vita letteraria e filosofica (Aguja de navegar cultos; La culto latiniparla; La Perinola; De los remedios de cualquier fortuna; Nombre, origen, intento de la doctrina es dica ecc.) e religiosa (Consideración sobre el Testamento Nuevo; Declamación de Jesucristo; La cuna y la sepultura; Providencia de Dios; Vida de s. Pablo, ecc.). Varie sono anche le sue poesie amorose, burlesche, satiriche e sacre e vivaciostmi gli entremese. La realtà mostrata da Q. è però deformata, spesso grotescamente, per la sinteticità con cui l'autore riesce a captare l'essenza di ogni cosa e di ogni persona e per la rapidità con cui la esprime, quasi in un continuo, nervoso incalzare di immagini e di pensieri. Ostile alla corrente "culterana", è considerato il caposcuola del concettismo per quanto egli si volesse ricollegare alle forme classiche tradizionali, ricercando la chiarezza nella sintesi. Per questo scopo la parola è spesso forzata nel suo significato, mentre contrasti violenti e iperboli audaci generano notevole artificiosità. L'atteggiamento religioso, venato di stoicismo classico, è l'essenza della personalità di Q. che nell'ascetica riesce ad armonizzare la sua amara visione del mondo con il suo travaglio meditativo.
Bibl.: edd.: L. Astrana Marín. Obras completas de $Q$. (ed. critica con molti documenti), $3^{2}$ ed., Madrid 1945. Studi : P. Mérimón, Essai sur la vie et les oeuvres de d. F. de Q., Parigi 1886: A. Porras, Q., Madrid 1930: id., La vida turbulenta de Q., $2^{2}$ ed., ivi 1945; D. Alonso, Ensayo sobre poesía española, ivi 1946; O. Lira, Visión politica de Q., ivi 1948; E. Vores D'Ocón, La anáfora en la lírica de Q., Castellón de la Plana 1949.
Guido Mancini
QUEZALTENANGO, DIOCESI di. - Diocesi della Repubblica di Guatemala nell'America meridionale, suffraganea dell'arcidiocesi di Guatemala.
Ha una superficie di $25.149 \mathrm{kmq}$. con una popolazione di 1.018 .079 ab. di cui 700.000 cattolici; 35 parrocchie con 10 sacerdoti diocesani e 27 regolari; 5 comunità religiose maschili e 3 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 332).
La diocesi fu eretta da Benedetto XV il 27 luglio 1921 sotto il nome di Los Altos e pubblicata solo il 3 ag. 1928.
Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLVIII, p. 1060. En