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olici; 35 parrocchie con 10 sacerdoti diocesani e 27 regolari; 5 comunità religiose maschili e 3 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 332).

La diocesi fu eretta da Benedetto XV il 27 luglio 1921 sotto il nome di Los Altos e pubblicata solo il 3 ag. 1928.

Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLVIII, p. 1060. Enrico Josi
"QUICUMQUE CHRISTUM QUAERITIS". - Inno dei Vespri e del Mattutino nella festa della Trasfigurazione di Gesù. Consta di quattro strofe ( 1 , 10, 11, 23) tolte dall'inno XII del Cathemerinon di A. C. Prudenzio: in Epiphania Domini.

Quelli che cercano Cristo debbono levare lo sguardo in alto, sul Tabor, ove il Redentore è apparso nella sua divinità alla presenza di tre discepoli e si è rivelato il re della nuova Israele, il Messia redentore del mondo, A lui, che il Padre chiama suo Figlio, dobbiamo obbedire e in lui credere.

Bibl.: C. Albin, La poésie du Bréolaire, Lione s. a., pp. 321 323: A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 149-51. Silverio Mattei
"QUICUMQUE VULT". - Simbolo entrato nel Breviario romano col nome di Simbolo Atanasiano, perché ritenuto per qualche tempo composizione di s. Atanasio.

Il testo latino, tramandato da manoscritti del sec. viII, è l'originale, mentre il testo greco è una traduzione. Su questo la critica moderna è concorde; sono diverse invece le opinioni nel determinare la data della composizione e l'autore. Scartata l'antica opinione, che già nel sec. vir lo attribuiva a s. Atanasio, gli studiosi tentarono di sco-
prire fra i Padri latini il vero autore. Nel sec. xvir J. Anselmi pensò per primo a Vincenzo di Lérins; opinione ripresa e rafforzata due secoli dopo da G. D. W. Ommaney; e, sebbene impugnata fin da principio da B. Montfaucon, non mancò di avere seguaci fino ai nostri giorni. Da altri si pensò a Onorato di Arles (m. nel 429), Ilario di Arles (m. nel 449), Fulgenzio di Ruspe (m. nel 553), Cesario di Arles (m. nel 542), Martino di Broga (m. nel 580 ca.), Eusebio di Vercelli (m. nel 37 I ca.), Ambrogio di Milano (m. nel 397).

Un passo decisivo per determinare il tempo e il luogo della scomparsa del Simbolo fu fatto da dom G. Morin, che segnalò Cesario di Arles come primo testimone di questa formola di fede, fissando come termine ante quem l'anno 542. Grazie al ritrovamento recente (1940) dell'opuscolo Excerpta Vincentii Lirinentis, oggi si può precisare che alcuni articoli caratteristici del $Q$. v. si ritrovano originariamente in quello scritto. Con questo si conferma notevolmente l'opinione di vedere a Lerins la culla del $Q$. v. Vincenzo di Lerins è dunque in vantaggio su tutti i Padri che possono entrare a confronto, riguardo alle formule venute a ingressare il $Q$. v. Singolarmente la parte più tipica in materia di cristologia si trova compresa in quello che di più personale Vincenzo ha nei suoi Excerpta. Egli è dunque il precursore più immediato del Q. v. Inoltre testimonianza sicura dell'esistenza del Simbolo si ha in una omelia di s. Cesario di Arles, e precursore immediato di lui è s. Vincenzo di Lérins. Cosi i limiti entro cui lentamente si elaborò il $Q$. v. stanno fra il 542, data della morte di s. Cesario, e gli anni 434-10, data della pubblicazione degli Excerpta. Forse non è arrischiato fissare questa data nella seconda metà del sec. v.

Nella liturgia il $Q$. v. si legge a Prima nella festa della S.ma Trinità e nelle domeniche minori dopo l'Epifania e la Pentecoste, quando nell'Ufficio della domenica non si fa nessuna commemorazione di un doppio o di una ottava.

Bibl.: C. P. Caspari, Ungedruchte... Quellen zur Geschichte des Tanfsymbols..., Cristianin 1875: A. E. Burns, The Althannian Creed and its surly commentaries (Texts and Studies, ivi, Cambridge 1896: K. Künste, Antipiriscilliana, Dogmengeschichtl. Unteresch. und Texte aus dem Streite gegen Priscillianer Erlebre, Friburgo in Br. 1903, p. 205 sg.; Theolog. Reime, 5 (1006), pp. 201-205; G. Morin, L'origine du Symbols d'Athanase témorguage inédit de st Cézuive d'Arles, in Rev. Scivil., 44 (1934), pp. 207219: V. Laurent, Le Symbole Q. et l'Eglise byzantine, in Echos d'Orient, 35 (1936), pp. 585-404; K. J. Mndos, Excerpta Vincentii Lirini (Eiend. Orientes, $1^{2}$ serie, 1), Madrid 1940, pp. 65-90; E. Schiltz, La romparaison du Symbole Q. v., in Ephem. theol. Lov., 24 (1948), pp. 440-54. Giuseppe Madoz

## QUIDDITA: v. ESSENZA.

QUIETISMO. - Concezione mistico-religiosa che tende al raggiungimento dell'unione, anzi dell'identificazione con Dio, attraverso uno stato acquisito di passività totale con diminuzione o rinnegamento della personale responsabilità umana. Nel significato generale del termine, è una deviazione della vita interiore, verificatasi in luoghi e tempi diversi, anche presso religioni non cristiane; ha però assunto un significato preciso nell'indicare un vasto movimento sviluppatosi nel sec. xvir.

Possono scorgersi motivi quietisti nel brahmanesimo, nella sua ansia di raggiungere l'assorbimento nel grande Tutto, con la rinunzia all'agire e all'esistenza. Nei trattati buddhisti la prassi estatica, alla quale si applicano i monaci, è determinata con precisione: la meditazione consiste nel non pensare nulla; le lunghe ore trascorse in tale esercizio provocano sovente un'eccitazione nervosa. In Occidente, si ebbero motivi derivati dall'ázaâzca stoica, o dall'estasi neoplatonica, quale fu descritta da Plotino, come "bagno di luce", per mezzo della quale l'anima ha la visione immediata dell'Uno e si confonde con lui, spogliandosi d'ogni forma.

Nella storia della spiritualità cristiana, il filone quietista affiora in Oriente con i messaliani o euchiti, condannati dal Concilio di Efeso (431), con la dottrina della preghiera continua che avrebbe l'efficacia assoluta di espellere dall'uomo il demonio. Per essi, dominati da una

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visione manichea della lotta tra Satana e lo Spirito, la natura umana rimane totalmente corrotta, anche dopo il Botesimo. Solo la preghiera continua avrebbe efficacia di strappare le radici del male, produrre negli oranti l'impeccabilità, trasformando l'anima nella natura divina ed immortale, per mezzo della inabitazione dello Spirito Santo sensibilmente percepito. Dal concetto di impeccabilità traevano conseguenze immorali (finnimeno che si verificò poi anche in altri movimenti aventi infiltrazioni quietiste) : «cum aliquis post imperpesisonem se tradit delucis et libidini, id caret culpa et periculo» (Presbitero Timoteo, De receptione haereticorum: PG 86, 31). Tendenze quietiste, con metodi contemplativi analoghi ai buddhisti, si riscontrano nel sec. xiv tra i monaci esicasti (v.) del Monte Athos; tendevano alla visione della luce divina per mezzo della contemplazione, fino all'introspezione del cuore, finché Iddio faceva vedere nell'interno delle proprie viscere la sua luce meravigliosa portatrice di gioia celeste e di invulnerabilità agli assalti del nemico; i perfetti si esimevano anche dalla orazione vocale (Gregorio Sinaita, De quietudine et duobus orationis modis: PG 150, 1313 sgg.). Eirrori quietisti accentuati ricorrono nel sec. xili presso i fratelli del libero Spirito (v. libero ornitito) e presso i beghini o begardi, coinvolti in una stessa condanna del Concilio di Vienna (1312). In tutti costoro è posta in rilievo l'impeccabilità dell'uomo perfetto, che si considerava libero da ogni obbedienza, da ogni pratica ascetica, essendo il corpo e i sensi sottomessi all'anima e alle ragione. In Eckart motivi quietisti affiorano nelle 28 proposizioni condannate da Giovanni XXII. D'altronde venature quietiste si dovrebbero ricercare anche in liriche e trattati medievali sull'amore puro "O alma annichilata - in esso (Dio) trasformata - di te non prender cura - ... Per te guerra né pace non è state né verno - paradiso o inferno - per te è solo amore" (Giannuzzo Sacchetti).

Negli Alumbrados o illuminati spagnoli dei secc. xvi e xivi il q. dei begardi è giustificato da una speciale teoria della contemplazione di Dio e della sufficienza dell'orazione mentale (l'orazione vocale, privata o collettiva, è dadegnata). Solo l'orazione mentale è obbligatoria per divino volere, da anteporsi alla stessa Messa di precetto e alla obbedienza ai Superiori. L'orazione consiste per essi essenzialmente nel raccoglicrsi alla presenza divina, per cui ossia la "fede". In questo stato sono soppressi gli atti di virtù e di volontà e le stesse potenze dell'anima, perché si è guidati dalla Grazia e dallo Spirito Santo alla cui ispirazione bisogna abbandonarsi. Non mancò chi tra loro pretese giustificare illeciti rapporti sessuali, come comunicazione dello Spirito Santo, e manifestazione della unione divina. Darono perseguiti per tutto il sec. xvi dall'Inquisizione. Il 9 maggio 1623, Andrea Pacheco, arcivescovo di Siviglia, condannò 76 loro proposizioni. Cenacoli di illuminati si costituirono anche in Francia, e tra essi vanno annoverati i Guerinets, sorti in Piscarola nel primo decennio del sec. xvir. Forse altre diramazioni, ancora inesplorate, si ebbero in Italia. A Roma, nel 1615 , erano condannati come "begardi» il p. Aniello Arcieri e la "bizzocca» suor Giulia de Marchi, che avevano avuto largo seguito a Napoli ed erano rei confessi di avere insegnato e praticato uno pseudo misticismo sensuale (cf. Bibl. Vat., codd. Urb. lat., 1696 e Vat. lat., 12731).

Nel Seicento il q. si presentò come sistema coerente, che sorse dal dibattito tra predestinazione e libero arbitrio, come reazione al formalismo religioso, e come liberazione dal terrore di Dio proiettato nelle coscienze dal protestantesimo e dal giansenismo e pretese riallacciarsi ai mistici renani spagnoli e italiani (da Ruysbroeck a Susone a s. Teresa e s. Giovanni della Croce, a s. Maria Maddalena dei Pazzi). Ebbe la sua formulazione più famosa ed estremista in Michele Molinos (v.) ma fu preparato e coltivato da varie tendenze e correnti. Come le precedenti analoghe concezioni mistiche che esasperano l'annichilimento volontario della volontà umana nella trascendenza divina esso è radicalmente inficiato da due errori fondamentali per cui l'amore puro (v.) e l'abbandono alla volontà divina dev'essere spinto fino al disinteresse assoluto anche quanto alla propria salvezza; e la
vera orazione è solo quella di pura fede, la contemplazione "acquisita " che conduce l'anima alla passività totale, stato nel quale tacciono non solo le oyerazioni dell'intelletto ma anche l'amore della volontà.

In Spagna il mercedario Juan Falconi (v.), nei suoi libri postumi postula, nell'impossibilità di meditare, il metodo contemplativo, con il totale abbandono alla Viclonia divina. In Francia, il cappuccino Benedetto da Canfield nella sua Règle de perfection (Parigi 1609), insegna che la perfezione consiste nell'unione d'intelletto e volontà della creatura che è "nulla" con Dio che è "tutto", conformandosi alla volontà essenziale di Dio. Questa dottrina che ispirò buona parte degli autori mistici cappuccini, fu abusivamente interpretata dai quietisti poster.or: : perciò la sua opera fu inserita nell'Indice (1689). Incrinature quietiste si trovano negli insegnamenti di Jean de Bernières, p. Mauro del Bambino Gesù, Francesco Malaval (v.) che spingeva i fedeli alla nudità dello spirito che richiede la distruzione d'ogni immagine sensibile o specie intelligibile. In Italia il primo testo pre-quietista, che risale alla fine del ' 500 , è il Breve compendio intorno alla perfezione cristiana di Isabella Cristina Bellinzaga (v.), con la collaborazione del gesuita Achille Gagliardi. Ma il q. italiano si precisa e fa perno sul card. Pier Matteo Petrucci (v.) che unifica le teorie quietiste dei vari predecessori italiani e stranieri e deve più alle elaborazioni di Achille Gagliardi, Angelo Elli, Sisto de Cucchi, Paolo Manassei che non al Molinos. Nel Petrucci la mistica dell'amore ha premesse antintellettualiste (Dio vuol essere amato, non conosciuto); e differisce dagli altri quietisti per la sua posizione teocentrica squisitamente cristologica; dovette abiurare i suoi errori espressi in 34 proposizioni il 17 dic. 1687. Il q. italiano vive di medie e piccole figure di eccezionale forza propulsiva, e di gruppi e convenzicole, dai pelagini al gruppo casalese di Scarampi, a quello di Matelica, al cenacolo spoletino del Lambardi, per citare solo i più noti. Mons. Spina, arcivescovo di Vercelli, è un precedente dell'iniziale q. di Fénelon (v.), il movimento raggiunge il '700 con il q. siciliano dell'agostiniano fra' Romualdo e di suor Geltrude Cordovana finiti sul rogo.

Per raggiungere la quiete e l'inabissamento in Dio - secondo G. P. Rocchi, uno dei vari teorici - l'anima deve superare il primo grado di pura fede, posto ancora su un piano discorsivo-meditativo, e raggiungere il secondo nel quale si opera per giudizio. Allora si devono tralasciare "tutte le figure e le immagini, etiandio quelle con le quali sogliono meditarsi i misteri dell' umanità di Gesù Cristo" (si tralasciaro anche le orazioni vocali non di precetto), e si attende puramente a Dio, con lo sguardo semplice dell'intelletto. Permanendo in questo grado, l'anima non deve rinnovare o fare atti distinti di virtù, né deve attardarsi in esami, meditazioni, confessioni generali, ma ascoltare l'ispirazione del Signore. Il card. Caracciolo di Napoli, denunciava, nel 1682, al riguardo il pericolo di illusioni : "Vivono con tale inganno che tengono essere tutti lumi ed ispirazioni di Dio quei pensieri che loro suggerisce la mente in quell'atto di orazione muta ".

Il concetto dell'indiamente, già espresso dal p. Gagliardi, e di una conseguente impeccabilità, permetteva ad alcuni spregiudicati, come Pandolfo Ricasoli e suor Maria Cristina Bovoles di giustificare i propri piaceri carnali. In alcuni il q. riceveva accese coloriture chiliaste, come nei fratelli Leoni, condannati a Roma il giorno seguente alla abisira di Molinos (4 sett. 1687). In essi era accoppiato il sentimento dell'indiamento e di una radicale svalutazione della vita sacramentaria, con una escatologica attesa della imminente reincarnazione del Cristo.

Delle chiesuole e gruppi quietisti quello dei pelagini è il più noto. Fondato da Giacomo Casolo, a Milano, nell'oratorio di S. Pelagio, si sviluppò soprattutto in Val Camonica, sotto la direzione dell'inciprete Marcantonio Recaldini ed attecchi molto "per la rozzezza di quei popoli idioti ". I seguaci, faici, uomini e donne, si riunivano di notte a pregare dedicandosi all'orazione mentale. Stimavano che senza di essa nessuno potesse salvarsi e che fosse da anteporsi alla recezione dei Sacramenti e alla

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venerazione dell'Eucaristia; disdegnavano la preghiera vocale. Disprezzavano il matrimonio, i digiuni, le penitenze ed altre opere meritorie. Asserivano che solo appartenendo al loro gruppo si conseguiva la salvezza eterna e si vantavano d'essere interpreti autorizzati della S. Scrittura e ripieni di Spirito Santo. I pelagini nel 1656 furono dispersi e il Recaldini relegato. Il gruppo di Mitidica, forse il più tipico, fondato e diretto dall'oratoriano Pier Matteo Romiti, era composta da trenta zitelle; legate dai tre voti di povertà, castità, obbedienza, vivevano nelle loro famiglie, portavano un collare che le distingueva. Alla Messa tenevano gli occhi bassi, non alzandoli alla Elevazione, non movevano le labbra. Facevano «congreghe in casa di una di esse a discorrere di cose spirituali». P. Romiti le iniziò all'orazione di quiste, al principio della quale si dovevano fare atti di fede e di amore che non era necessario rinnovare (e qualcuna affermò che da molti anni non li ripeteva più). Non frequentavano altre Chiese e non si confessavano ad altri conf essori senza licenza
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(1st. Fides)
del loro direttore. Alcune dicevano di avere illuminazioni, rivelazioni, visioni e di patire affanni e languidezze procedenti dall'amore verso Dio. In simili casi P. Romiti, per fare crescere l'amore divino, poneva loro «una mano dalla parte del cuore, stringendo e dicendo loro che amassero Gesù Cristo».

Lo spagnolo Michele Molinos (v.), il rappresentante più famoso del q., operò nell'ambiente romano.

Le estreme conseguenze facevano parte di un insegnamento esoterico, impartito nella direzione spirituale e nel carteggio espistolare, venuto alla luce durante il processo contro di lui (1685-87) e che fu esposto in 68 proposizioni condannate da Innocenzo XI (bolla Coaletti: Pastor, 20 nov. 1687).

Con P. La Combe, e con M.me Guyon, di cui quegli fu insieme direttore e diretto, gli eccessi sensualistici di Molinos sono rigettati; M.me Guyon sviluppa e raffina i motivi dell'amore puro di Dio e mette la perfezione nella vita passiva di fede in cui l'anima, rientrata nel suo interno, "con l'impetuosità dei torrenti alpini», si ricongiunge a Dio, suo centro; e, annichilendosi, in Dio si perde. L'anima, attraverso le prove spirituali, perviene alla morte mistica e alla risurrezione in Dio: Dio a poco a poco la perde in sé e le comunica le sue qualità, togliendola a quanto ha di proprio. Mentre P. Nicole (v.) fu tra i principali avversari del q. in Francia, Fénelon della pezzona e della dottrina di M.me Guyon si dimostrò sempre stranuo difensore, pure rigettandone certi eccessi; nel 1695 la indusse a sottoporre la sua dottrina all'esame di Bossuet, M.me de Nouilles e M. Tromsøn (v. AMORE PURO). Dopo due anni di appassionate discussioni tra Fénelon e Bossuet (non sempre serene da parte di questo), venne la condanna pontificia ( 12 marzo 1699) del libro L'explication des maximes des saints (Parigi, 17 febbr. 1697): il breve Com alias di Innocenzo XI notava in 23 proposizioni delle Maximes vari errori, frasi male sonanti o prossime all'eresia, chiarite da Fénelon, che si sottomise pienamente, nella Instruction pastorale ( 15 sett. 1697) ed in altri scritti. I principali errori si possono ridurre a quattro : I) l'amore di pura carità è l'amore di Dio considerato in se stesso, senza
mescolanza di motivo interessato, né timore delle pene né desiderio delle ricompense. 2) Nelle prove supreme della vita interiore, un'anima può essere persuasa d'una persuasione invincibile e riflessa, d'essere giustamente riprovata da Dio; e con questa persuasione fare a Dio il sacrificio assoluto della sua felicità eterna. 3) Nello stato di puro amore l'anima è indifferente quanto al suo perfezionamento nella pratica delle virtù (proposizione che Fénelon spiegò : i perfetti ricercano unicamente la gloria di Dio). 4) L'affermazione, infine, che le anime contemplative perdono, in cer-
ti stati, la vista distinta e riflessa di Gesù Cristo, fu spiegata nel senso che tale privazione è limitata al periodo della visione. E innegabile che questa ed altre affermazioni si prestavano alle esagerazioni quietiste.

Nella storia della spiritualità cristiana, il q. è stato un'esperienza negativa che ha dimostrato l'assurdo di un'ascesa mistica, che non sia basata sull'esectismo quotidiano.

Bibl.: documenti pontifici in Dona-L. 50-130, 1221-80, e in J. de Guibert, Dormm. reclusiast. christ. perfectionis spectantio, Roma 1931. pp. 42-54, 115-27, 153-66, 228-40, 352-327. V. risNELON e MOLINOs e bibl. ivi citata; inoltre: C. Gennari, De falso mysticismo, Roma 1907; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, II, Parigi 1923, p. 313 sq.; III, iv 1925, pp. 121 sqg., 128 sqg.; IV, ivi 1928, capp. 9-9; P. Dudon, Le quietisme au XVII' sicele, in DFC, IV (1928), coll. 527-42; P. Pourrat, Le faux abandon, in DSp. I (1932), coll. 55-49; Melchior a Pabladura, Hist. generalis Ord. Fr. Minorum Capuccin., I. Roma 1947, pp. 197-200; I-II, ivi 1948, pp. 262-68; M. Petrocchi, Il q. italiano del Seicento, ivi 1948; S. Mettironi, Un nuovo documento per la storia del q. italiano, in Riv. d. st. d. Chiesa in Italia, 3 (1949), pp. 400-15; R. Guarnieri, Il q. in atto manoscritto chizismi, ibid., 3 (1951), pp. 381-412; C. Truhlar, De experientia mystica, Roma 1951, pp. 93-112; P. Pirri, Il Breve Compendio di Abbiille Guatiandi al vaglio di teologi gomiti, in Arch. histor. S. 7., 20 (1951), pp. 231-53 (con bibl. precedente).

Piero Sannazzaro
QUILON, diOCESI di. - E situata nell'India sudoccidentale. La tradizione fa risalire a s. Tommaso apostolo l'erezione di una chiesa a Q .

E certo che fin dai tempi remoti vi si trovavano cristiani, i quali poi seguirono lo scisma orientale. La diocesi di Q. fu eretta da Giovanni XII nel 1329. Nel 1544 s. Francesco Saverio vi fondò una cristianità che resistette a varie persecuzioni e i cui discendenti formano il nucleo più antico dei cattolici dell'attuale diocesi. Con il dominio portoghese il territorio dell'antica diocesi passò a Cochin, poi al vicariato apost. del Malabar; donde nel 1854 fu staccato il vicariato apost. di Q., che nel 1886, con lo stabilimento della gerarchia in India, fu elevato a diocesi. Nel 1930, dismembrato ancora il territorio per l'erezione della diocesi di Trivandrum dei Latini, la diocesi di Q. era ceduta al clero secolare. E suffraganea di Verapoly.

Attualmente la diocesi ha una superficie di 3465 kmq . ed una popolazione di 1.891 .900 ab., dei quali 1.242 .960 pagani, 174.600 maomettani, 215.870 sciamatici, 131.790 protestanti, 101.000 cattolici latini, 21.500 cattolici di rito sire malabarese. I sacerdoti sono 85 , tutti indigeni, 72 appartengono al clero secolare e 13 all'Ordine cappuccino. I fratelli sono una quindicina, le suore, fra nazionali ed estere, ca. 150. Vi è so o il Seminario minore. Scuole elementari 58 , scuole medie 15 , scuole superiori 5 , scuola

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In alto: VEDUTA AEREA DELL'UNIVERSITA LAVAL - Québec. In basso: FACCIATA PRINCIPALE DEL PARLAMENTO (1883-86). Innanzi al Palazzo il monumento a Mercier - Québec.

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In alto a sinistra: PIAZZA INDIPENDENZA - Quito. In alto a destra: CORTILE DELL'UNIVERSITA - Quito. In basso a sinistra: SOFFITTO DEL CORO DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO (sec. xvi) - Quito. In basso a destra: PULPITO DELLA COMPAÑIA - Quito.

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professionale 1. Ospedali 3 e vari dispensari, I orfanotrofio, I brefotrofio. Stazioni primarie 46 , le chiese sono 70, le cappelle 72. Una piccola tipografia stampa il periodico "Catholica Actio ". Fiorenti sono le associazioni di Azione Cattolica.

BibL.: anon., Jndin and its missions, Nuova York 1923, pp. 133, 160, 161: Archivio della S. Congr. di Prop. Fide 1942 1930. Relazione quinquennale, pos. proc. n. 4630/20: MC, Roma 1930, pp. $242-43$.
Pompeo Borgna
QUIMPER, diocesi di. - Diocesi e città capoluogo del dipartimento del Finistère in Francia, situata alla confluenza dello Steir con l'Odet, che formano un estuario. Il nome viene dal bretone Kemper ( $=$ confluente); fino alla Rivoluzione Francese fu in genere chiamato Q. - Corentin dal primo vescovo. La diocesi è suffraganea di Rennes; patrono della diocesi è s. Corentino.

La diocesi ha gli stessi conmn del dipartimento con una superficie di 7029 kmg . e una popolazione di 724.635 ab . quasi tutti cattolici. Conta 340 parrocchie servite da 1080 sacerdoti diocesani e 18 regolari; ha un grande seminario e un piccolo seminario; 4 comunità religiose maschili e 6 femminili. Il vescovo ha unito il titolo di Léon. E l'antico Corcopitum dei Romani. Si attribuisce al leggendario bretone Gradlon, venuto dal Kerné (Cornovaglia), l'istituzione del Regno bretone. Nel ro6o il Regno si muto in contea; Q. fu saccheggiata nel 1344 da Carlo di Blois e conquistata nel 1367 da Giovanni IV di Montfort. Dei vescovi di Q. si hanno due cataloghi antichi, l'uno in un cartulario della Cattedrale trascritto ca. l'anno 1417 , oggi nella Bibl. nazionale di Parigi (ms. Int. 9891); l'altro in Quimperlé è un manoscritto del sec. xir e giunge fino a Rodolfo (m. nel 1158) a cui furono aggiunti gli altri fino a Ranoldo (1219-43). Incerto è il nome del vescovo nel 453. Al Concilio di Vannes ca. l'anno 465 il vescovo è Albino o Liberale; Corentino nella sua tarda biografia è dato quale primo vescovo della diocesi : è festeggiato il 12 dic. Felice fu presente nell'835 a Thionville e ca. l'anno 848 si recò a Roma da Leone IV. Anaweten è ricordato in documenti dell'857 e 859 . Un secondo Felice è del tempo del Sinodo di Soissons (866). In epoca più recente si ricordano il card. Nicola Caetani di Sermoneta (15381585), Philippe de La Chambre, cardinale di Boulogne (1546-50). La diocesi, soppressa dalla Rivoluzione Francese, fu ristabilita dal Concordato del 1802 (Cornounilles e St-Pol de Léon, e piccola parte della diocesi di Tréguier e di Vannes). Del 1802 al ' 59 fu suffraganea di Tours e da tale anno di Rennes.

La Cattedrale, dedicata a s. Corentino, fu costruita tra gli anni 1230-1515, con interruzione dal 1336 al 1440; è disposta sopra l'anteriore edificio romanico. Offre il caratteristico gotico bretone, con reminiscenza normanna nel coro che presenta una deviazione verso sinistra. L'interno lunga 92 m . e alto 20 m . è diviso all'ingresso da due forti pilastri rotondi, nel resto da fasci di colonne sottili; il coro è a pilastri quadrati; l'altar maggiore, in bronzo dorato e smalti, è moderno; nella cattedra i pannelli rappresentano episodi della vita di s. Corentino; le finestre hanno vetrate istoriate della prima metà del sec. xv in parte restaurate. Nella Cattedrale sono i sepolcri dei vescovi: Even de la Forêt (1290); G. de Monceaux (1416); B. de Remadec (1445), A. Le Maout (1493); Le Moël (1501), Sergent (1781), Graveran (1854), Nouvelle (1887), Lamarche. L'esterno in gotico è del 1425 , con grande portale centrale e due torri alto 76 m ., vi è una statua equestre rifatta dal re Gradlon. Le sculture del portale centrale sono in parte deteriorate, vi si distingue il leone dei Montfort sorreggente le bandiere di Bretagne; meglio conservato è il portale destro detto di S. Caterina con Adorazione della Vergine e statuette della Santa. L'episcopio, eretto in gran parte dal vescovo mons. C. de Rohan (1308-40), è trasformato in Musée départemental breton. Nell's Hôtel de ville "sono la Biblioteca e il Musée de Beaux-arts. Nel sobborgo di Q. si trova Locmaria, abitata nell'età romana e ricordata in documenti del sec. xi quale civitas Aquilonia. La sua chiesa, in origine un ${ }^{\circ}$ priorato, è un edificio romanico del sec. xi con
coro e transetto del xir. Nella facciata fu aggiunto un portico del sec. xiv e aperta una finestra nel xv; la torre quadrata è dell'xi sec. con bifore. L'interno a tre navi è ad archi romanici; conserva una statua lignea di s. Pietro del sec. xvi. Avanzi del chiostro del sec. xir e del priorato sono a destra della facciata. A Q. nacquero il ven. M. La Nobletz, domenicano (1577-1652); il b. J. Maunoir, S. J. (1603-83); il p. gesuita Hardouin (1646-1729); l'esploratore De Kerguelen (1731-97); il medico Laënnec (1781 1826).

St-Pol. - Il monaco gallese Paolo Aureliano, venuto dalla regione di Glamorgan, dopo aver fondato alcuni monasteri nell'isola di Ouessant si stabilì nel luogo che oggi porta il suo nome dove istituì un monastero in un cistrum romano, che poi divenne sede della diocesi favorita dal conte bretone Withur e di cui Paolo fu il primo vescovo. Suoi successori furono Cetomerino, Liberale, Clutwino (851-57), un altro Liberale (ca. 866) e Hinworeo. In seguito si ricordano G. de Hersauzon (1327); R. De Neuville (1562-1613); F. Visdelou (1661-71); De La Marche (1776-92) m. a Londra nel 1806. La diocesi fu soppressa nel 1792.

L'antica Cattedrale è una delle più notevoli chiese della Bretagna, con navate in stile ogivale del xiri e xiv sec., coro e transetto rifatti tra il 1431-50; doppio deambulatorio del sec. xvi. Nel transetto resti di pitture con figure di angeli; nel coro 69 stalli del 1512 con rappresentazioni di animali, fogliami, figurine umane e decorazioni gotiche. Vi si notano i monumenti funerari dei vescovi di St-Pol: G. de Hersauzon; R. de Neuville; De RieuxSourdéac; F. Visdelou; De La Marche. Alcune vetrate sono del sec. xvı. La facciata occidentale è del sec. xir con due torri quadrate della fine dello stesso secolo. La facciata sud ha un portico a quattro campate a vòlte ogivali del sec. xiri, ma con porte geminate del xv (L. Th. Lecureux, St-Pol-de-Léon, La Cathédrale, Parigi s. d.).

Nell'interno della diocesi di Q., tra i due fiumi Isole ed Eilé nella borgata Anaurol, s. Guntierno, principe di Cambria, fondò nel sec. vi un eremo dove poi venne sepolto. Nel 1029 Alberto Cagniart, conte di Cornovaglia, vi fondò l'abbazia benedettina della S. Croce che ebbe per primo abate s. Gurloès (m. nel 1057), intorno al monastero venne a formarsi un centro abitato Quimperlé. La chiesa di S. Croce fu eretta tra il 1029-83 imitando la disposizione del S. Sepolcro di Gerusalemme. Nella rotonda centrale è disposto l'altare maggiore sopraelevato circondato da un deambulatorio circolare con tre absidine e un portico a forma di croce. Le colonne portano capitelli scolpiti con uccelli e animali. Il «Jubé » del 1541, quantunque mutilo, offre sculture in pietra bianca di Tallebourg (Saintonges) rappresentanti la Madonna, gli Evangelisti, i busti di otto profeti e otto terre di Padri della Chiesa; in alto G. Cristo in gloria. La cripta sottostante è a tre navate e contiene il sepolcro di s. Gurloès. L'abbazia passò nel 1665 alla Congregazione dei Maurini (Cottinesu, II, coll. 2390-91).

Tra i santi venerati nella diocesi è s. Hiltutus (Iltut o Ydeuc) discepolo di s. Cadoc e fondatore del monastero di Lan-Iltut; s. Guengalamua o Guenolé, fondatore del l'abbazia di Landevennec, che fu distrutta dalla Rivoluzione Francese; non rimangono che avanzi di una cappella del sec. xi, il portale romano, fusti di colonne, l'ambito del coro con tre cappelle e l'abside con la tomba di s. Guenolé; vi fu pure il sepolcro del re Grallon; la statua in granito di s. Corentino fu posta dall'ultimo abate regolare Tangry du Vieux-Chastel (m. nel 1522).

BinL.: Bulletin de la soc. archéol. du Finistère, dal 1874: Bull. diocésain d'hist. et archéol. du diocèse de Q. et Léon, dal 1901: P. Peyron. Cartulaire de l'Eglise de Q., Parigi 1909; L. Duchesne, Fastre épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, $2^{\mathrm{e}}$ ed., ivi 1910, p. 371: H. Yaquet, Le Musée breton de Q., ivi 1926; A. Masseron, Q., ivi 1928: Guide de la France chrét. et missionn. 1946-49, ivi 1948, pp. 378-79, 702-703, 1083-86. Enrico Josi

QUINET, Edgar. - Storico ed uomo politico francese, n. a Bourg-en-Bresse il 17 febbr. 1803, m. a Parigi il 27 marzo 1875 . Nel 1839 fu chiamato

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ad insegnare letterature straniere all'Accademia di Lione, donde nel 1841 passò alla cattedra di letterature romanze al Collegio di Francia. Sospeso nel 1846 dal Guizot per le sue violente prese di posizione contro i Gesuiti e l'ultramontanismo (Chiesa cattolica) partecipò alla rivoluzione di febbraio e fu deputato alla Costituente ed alla Legislativa; esule dal 1852 a Bruxelles e nella Svizzera francese, tornò a Parigi alla caduta di Napoleone III e sedette nuovamente all'estrema sinistra dell'Assemblea legislativa.

Fin dall'infanzia aveva letto con entusiasmo i capolavori della letteratura italiana ed inglese, soprattutto quelli rinascimentali. Tradusse la Filosofia della storia di Herder, fu in Inghilterra, in Germania, in Grecia ed in Italia, maturandovi un gusto romantico cui diede libero sfogo nel mistero Abasvèrus (sulla leggenda dell'Ebreo errante) ed espresse in libri ed articoli acute osservazioni sull'av-
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Quinion, vicariato apostolicó di - Casa Madre dei Fratelli di S. Giuseppe.
venire d'Europa. Allontanato dall'insegnamento, espresse organicamente le sue idee sulla storia italiana nei due volumi sulle Révolution d'Italie (1848-52), che ebbero notevole influenza sulle successive opere di Giuseppe Ferrari (1858) e di Francesco De Sanctis (1872). Fra le altre opere del suo esilio, Histoire de mes idées; Philosophie de l'histoire de France (1858); La Révolution (1865), continuò a dedicarne alcune al nostro paese, France et Italie; La Question Romaine devant l'histoire (1867).

Del Q. sono all'Indice le opere che più risentono del suo spirito violento contro la Chiesa cattolica: Abasvèrus (decr. 29 genn. 1835); Le génie des religions (decr. 8 ag. 1844); Allemagne et Italie (decr. 15 apr. 1848); La Révolution (decr. 17 dic. 1866).

La moglie ne pubblicò, postume, in trenta volumi, le opere complete (Parigi 1877-82), e ne compose una biografia in due parti, Avant e Depuis l'exil (ivi 18881889).

Bibl.: J.-J. Kaspar, La révolutio.s religieuse d'après E. Q., Parigi 1906; C. Pellegrini, E. Q. e l'Italia. Pisa 1919; A. Valès, E. Q., sa vie, son osuvre, Cartières-sous-Poissy 1936; H. Tronchon, Le jeune E. Q., Strasburgo-Parigi 1937; G. Petronio, De Sanctis e Q., in Romana, 3 (1939), pp. 321-45; E. Santarelli, Attualità del Q., in Il Ponte, 4 (1948), pp. 421-28.

Enzo Bottasso
QUINHON, vicariato apostolico di - Questa missione, un tempo, costituì parte principale del vicariato apost. di Cocincina, Cambogia e Ciampa, eretto nel 1658.

Il 2 marzo 1844 il territorio fu diviso in vicariato apost. orientale (dal 3 dic. 1924 di Q.) e vicariato apost. occidentale (oggi Salgon; v. indocinese federazione, II: Evangelizzazione). Nel 1659, l'allora eretto vicariato di Cocincina, Cambogia e Ciampa fu affidato ai Padri delle Missioni Estere di Parigi, sotto la giurisdizione di mons. Pietro Lamberto de la Motte. La predicazione del Vangelo, intanto, ebbe dovunque felice successo. Infatti, sulla fine del sec. xvin, il numero dei fedeli assommava a ca. 100.000. La cristianità fu vittima di crudeli persecuzioni per più di due secoli, che culminarono nel 1833 in guerra dichiarata di sterminio del nome cristiano.

Su una superficie di 35.000 kmq ., la missione di Q.

ha una popolazione di ca. 2.500 .000 ab . I cattolici sono 69.230 con 300 catecumeni; 83 sacerdoti nazionali e 27 delle Missioni Estere di Parigi; 61 fratelli nativi e 14 esteri; 254 sutre indigene e 21 estere; un seminario maggiore e uno minore; 67 stazioni primarie e 368 secondarie; 53 chiese e 356 cappelle; so scuole clementari; 5 scuole medie; 3 scuole magistrali; un ospedale; 3 dispensari; 16 orfanotrof; un ricovero per vecchi; un lebbrosario; una tipografia.

Bibl.: AAS. 17 (1923), pp. 25-26; Archivio della S. Concr. di Prop. Fide, Relazione con sommario, pos. prot. n. 2272/24, ibid., Relatio quinquennalis, pos. prot. n.82/36; MC. 1939, pp. 281-82.

Edoardo P.estran
QUINONES,
Francisco de. Cardinale, n. nel 1475 a León, m. il 27 ott. 1540 a Veroli. Studiò all'Università di Salamanca.

A sedici anni entrò nell'Ordine francescano, assumendo il nome di Francisco de los Angeles dal convento di S. Maria de los Angeles nella Sierra Morena. Nel Capitolo generale, tenutosi a Roma nel 1517, fu eletto definitivo generale dei Minori Osservanti. Nel 1525 venne a Roma per perorare presso Clemente VII la riforma dell'Ordine basata su una rigorosa ed attenta osservanza della Regola francescana. Dopo l'alleanza tra Francesco I di Francia e Clemente VII contro Carlo V, seguita da immediate vittorie imperiali, il Papa si decise ad incaricare il Q., persona assai gradita all'Imperatore, di una missione diplomatica. Q. partì il 12 dic. 1526 da Roma per recarsi presso il Lannoy, comandante della flotta imperiale, sbarcato a Gaeta. La missione del Q. riuscì, ma l'incertezza di Clemente VII che voleva e non voleva abbandonare l'alleanza della Francia, portò al sacco di Roma ed alla prigionia dello stesso Pontefice. Nel maggio 1527 il Q. fu incaricato dal Papa di adoperarsi presso l'Imperatore per la liberazione sua; giunto al cospetto di Corio V egli disse chiaramente che lo scempio fatto della città eterna doveva cessare: altrimenti Carlo non sarebbe stato degno di essere chiamato imperatore ma capitano di Lutero. Grazie alle energiche rimostranze ed all'attività svolta dal Q., Carlo V si decise a liberare Clemente VII. Creato cardinale con il titolo di S. Croce in Gerusalemme il 7 dic. 1527 e pubblicato il 25 sett. 1528 , il Q. continuò a fungere da mediatore tra Papa ed Imperatore fino alla conclusione della Pace di Barcellona (1529). Dal 1530 alla morte fu anche vescovo di Coria e dal 1534 cardinale protettore dell'Ordine francescano. Di parte imperiale, salvaguardò nel S. Collegio gli interessi della Spagna e si oppose alla creazione di cardinali apertamente favorevoli al rivale di Carlo V, ma talora contrastò anche per ragioni morali la nomina di nuovi porporati, come, durante il pontificato di Paolo III, quella di Pietro Bembo.

Bibl.: Marqués de Alcedo, Le card. de Q. et la Sainte Ligue, Bsiona 1910; Pastor IV-VII, passim; Wadding, Annales, XV-XVI, passim; H. Jedin, Storia del Concilio di Trenta, I, Brescia 1949, v. indice.

Silvio Furlani
La sua attività liturgica. - Il nome del Q. resta legato ad uno dei tentativi più audaci di riforma del Breviario. Le tristi condizioni a cui era ridotta la preghiera canonica nei secc. xiv-xv faceva

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vivamente desiderare una tale riforma. Clemente VII ne diede incarico al Q., che vi lavorò con Diego Meyla e Gaspare De Castro dal 1529 al 1534. L'anno seguente, preceduto da un breve di Paolo III, il Breviarium Romanum ex sacra potissimum Scriptura et probatis sanctorum lictoriis collectum et concinnatum fu dato alle stampe come progetto e publica deliberatio.

Il Q., avendo di mira solo la recita privata, aveva soppresso tutte le parti relative alla recita in cloro, cioè le antifone (ripristinate nella $2^{\text {a }}$ ed., 1536), i versetti, i responsori, le lezioni brevi, i capitoli, parte degli inni. Strutturalmente il nuovo Breviario aveva le seguenti caratteristiche: 1) i salmi erano distribuiti in modo che in ogni settimana si recitasse tutto il Salterio. Ad ogni ora canonica furono assegnati tre salmi, da dirsi anche nelle feste di $1^{\text {a }}$ classe; 2) le lezioni scritturali, ridotte a tre nell'unico Notturno, erano prese: la $1^{a}$ dal Vecchio Testamento, la $2^{a}$ dal Nuovo Testamento, la $3^{a}$ dalla vita dei santi o dall'omelia patristica. La scelta prevedeva la lettura di tutti i libri sacri, o delle parti principali, nel corso dell'anno; 3) la durata dell'Ufficio ogni giorno era uniforme.

Il Breviarium S. Crucis, cosi chiamato dal titolo cardinalizio del suo autore, ebbe favorevole accoglienza. In una ventina d'anni ( $1535-56$ ) se ne fecero oltre cento edizioni. Di alcune critiche formulate dai dottori della Sorbona dopo la $1^{a}$ ed., il Q. tenne conto nella seconda ( 1536 ), che fu la definitiva. Grazie al Q. la recita dell'Ufficio divino tra i sacerdoti secolari divenne più frequente. Ma, da buon umanista, egli ebbe il torto di non aver tenuto nel debito conto la tradizione della preghiera liturgica e d'aver creato la scissione tra recita privata e pubblica, minando ab imis il carattere ufficiale della preghiera della Chiesa. Per questo la riforma di Q. restò allo stadio di tentativo. La corrente di opposizione con il tempo si accentuò finché Paolo IV, tradizionalista dichiarato, nel 1558 proibí ogni ulteriore ristampa del Breviarium S. Crucis.

Bibl.: la $1^{a}$ ed. del Breviarium S. Crucis è stata ristampata da W. Legg (Heere Bradshaw Society), Londra 1888; P. Botiful, Hist. du Brév. romain, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1011, pp. 274-98; M. Righetti, Man. di stor. liturg., II, Milano 1946, pp. 471-73.

Annibale Bugnini
QUINQUAGESIMA. - Dal latino, è il giorno $50^{\circ}$ dopo o prima di Pasqua; greco $\pi \varepsilon v \tau \eta \varepsilon \sigma \alpha \tau \dot{\eta}$.
I) Strettamente è il giorno di Pentecoste (v.), ma dai primi scrittori cristiani e Padri è stato preso nel senso del tempo festivo dei 50 giorni fra Pasqua e Pentecoste (Tertulliano, De orat., 23; De coron. mil., 3). Questo tempo era considerato particolarmente solenne, una festività continuo: ogni giorno si celebrava la sacra liturgia, si pregava stando in piedi, non in ginocchio (Tertulliano, De orat., 23), non si digiunava (id., De coron. mil., 3),si ripeteva l'Alleluja sia nell'Ufficio che nella Messa (s. Agostino, Ep. 55, 32; "Quinquagesimam celebrat nobiscum ecclesia toto orbe diffusa."). In modo particolare i martiri vengono associati alla gioia della Pasqua e Pentecoste con un Ufficio e una Messa propri.
2) Nel rito latino è la settima domenica prima di Pasqua. L'uso di premettere alla Quaresima alcuni giorni di penitenza o digiuno si trova menzionato da s. Massimo di Torino (PL 57, 301; 583) e da Fausto di Riez (CSEL, 21, 328); ma i Concili di Orléans, il I (511) nel can. 24 e il IV (541) nel can. 2, ne sono contrari; nondimeno esso fu accettato da Roma forse sotto l'influsso di Costantinopoli verso il 520 ; il Liber Pontificalis dice che Felice IV ha ordinato "ut septem ebdomadae ieiunium celebraretur Paschae" (cf. Ordo Romanus XIV, 2 e XVI, 5 : 20 M. Andrieu, II, Lovanio 1951). Il Liber Comicos della liturgia toletana al tempo di s. Ildefonso (657-67) ha una domenica "ante carnes tollendas" corrispondente alla Q. romana.

Bibl.: P. Siffrin, Das Sexagesima Fasten, in Zahrb. f. Liturgiewissenschaft, 10 (1930), pp. 19-29; M. Righetti, Man. di stor. liturg., II, Milano 1946, pp. 87-92; A. Chavasse, L'épistulae romain du premier tiers du sixième sicele, in Rev. bénéd., 62 (1952), pp. 85-91.
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(fol. Erc. Catt.)
Quisones, Francisco de - Monumento funebre di F. Q. di J. Sansovino (1536) - Roma, chiesa di S. Croce in Gerusalemme.

QUINQUATRUS. - Festa del 19 marzo nel più antico calendario romano. Secondo dati calendariali, è una festa di Marte in cui i Salii eseguiscono le loro danze rituali nel Comizio. D'altra parte è giorno di dedica del tempio aventino di Minerva e festa delle corporazioni artigiane.
Q. Minusculae si chiamava la festa del 13 giugno, celebrata particolarmente dal collegio dei tibicines (suonatori di flauto), ai quali in quel giorno si offriva un banchetto nel tempio capitolino.

Bibl.: W. Warde Fowler, Roman festivals, Londra 1899, p. 27 sgg.; G. Waxowa, Religion and Kultus der Römer, $2^{2}$ ed. Monaco 1512, pp. 144, 253; J. G. Frazet, The Fasti of Ovid, III, Londra 1920, p. 144 sgg.

Angelo Brelich
QUINQUENNALE. RELAZIONE. - L'obbligo della relazione periodica è insito nella natura stessa di un ufficio subordinato per la necessaria coordinazione e per il bisogno che ha il Superiore di tenersi convenientemente informato della gestione e delle particolari situazioni e necessità che fanno capo all'ufficio stesso. Tale obbligo, nei riguardi della S. Sede, incombe agli Ordinari dei luoghi e ai Superiori delle famiglie religiose. L'adempimento di questo dovere è oggi fissato nel CIC (cann. 340 e 310 ) con poche modalità di sostanza; nella prassi è reso più facile da appositi questionari che, opportunamente ritoccati di quando in quando, sono in uso presso i vari dicasteri della Curia romana, secondo la specifica competenza di ciascuno.

L'obbligo degli Ordinari locali di fare la relazione periodica sullo stato della circoscrizione ecclesiastica loro affidata è antichissimo. Esso si congiunge intimamente con l'obbligo della cosiddetta visita ad limina (v. LIMINA APOSTOLOGINI), concepita come un atto di abbedienza e sottomissione a s. Pietro e al Papa. Di fatto, il CIC stabilisce che tale relazione alla S. Sede deve essere fatta da tutti gli

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Ordinari locali ogni cinque anni (can. 340 \$ ), quasi nella medesima circostanza della visita ad limina (can. 34: § 1).

Per sé, l'obbligo incomberebbe solo ai vescovi residenziali, i quali debbono personalmente o per mezzo di delegati, allo scadere di ogni quinquennio, andare a Roma per visitare le tombe degli Apostoli a fare atto di omaggio al Papa. Ai vescovi che avessero preso il governo delle diocesi nel biennio in cui scadrebbe il tempo fissato per la r. q. è permesso astenersi dal farla per quella volta, nella presunzione che ancora non abbiano avuto tempo e modo di conoscere a fondo la diocesi.

L'obbligo è imposto altresi agli Ordinari delle missioni (vicari e prefetti apostolici e Superiori ecclesiastici di missioni : can. 300 § 1), nonché ai prelati e agli abati nullius (can. 323 \$ ) e agli amministratori apostolici permanenti (can. 315 § 1).

Il primo dicastero ad avere un proprio formulario fu la S. Congr. del Concilio. Lo aveva preparato Prospero Lambertini, poi Benedetto XIV, quand'era segretario della medesima Congregazione. Tale formulario ebbe fortuna e venne consuetudinariamente usato nella Curia fino al 1909. In quell'anno la S. Congr. Concistoriale, alla cui competenza, nella riorganizzazione della Curia operata dal b. Pio X, erano passate la visita ad limina e le relazioni degli Ordinari locali, ne compilò uno, la cui osservanza venne imposta, e si fissarono i piani di avvicendamento di cinque in cinque anni a cominciare dal $1^{\circ}$ genn. 1911 per le relazioni. Il CIC perfezionò tutto l'istituto. Lo prassi della S. Congr. del Concilio fu imitata dagli altri dicasteri. Così la S. Congr. di Propaganda ebbe il suo formulario fin dal 1877 per le relazioni degli Ordinari delle Missioni, e nel 1937 redasse un formulario speciale per le r. q. delle religioni che da essa dipendono. Anche la S. Congr. dei Seminari e delle Università nel 1924 impose agli Ordinari una relazione triennale sullo stato del rispettivo Seminario, da compilarsi su apposito formulario.

Prima del 1861 i religiosi non erano obbligati a fare la relazione. Da quell'anno, dietro i suggerimenti delle Commissioni per l'approvazione di nuovi istituti, si incominciò a inserire nelle costituzioni l'obbligo di una relazione triennale sullo stato personale, disciplinare ed economico dei singoli istituti, preceduta da brevi notizie storiche. Caddero per prime sotto la nuova prassi le suore di S. Paolo di Chartres e le Suore Nazarene di Châlons-sur-Marne; presto la prassi divenne regola per ogni categoria di Suore. Quattro anni dopo l'obbligo venne inserito nelle Costituzioni della Congregazione dell'Oratorio di Parigi; ma tale inserzione rimase una eccezione nei confronti degli istituti maschili. La S. Congr. dei Vescovi e Regolari nel 1906 prescrisse, per l'uniformità, un apposito formulario per compilare le relazioni, il cui obbligo però veniva ancora solo dalle costituzioni, con la conseguenza che ne rimanevano esenti quelle religioni, le cui costituzioni non contenevano imposizioni del genere. La prima legge universale in materia fu quella del can. 510 , che impone l'obbligo della r. q., estendendolo a tutte le religioni di diritto pontificio. Veramente universale è il recente decreto Cum transactis, del 9 luglio 1947, premesso ad una nuova redazione, rielaborata in tre esemplari, del questionario, che, mentre non esclude alcun ceto di religiosi o assimilati nella Chiesa, si adatta mirabilmente agli Ordini e alle Congregazioni, alle Società di vita comune e ai recenti Istituti secolari, alle monache e alle suore, anche ai monasteri autonomi e alle Federazioni, a qualsiasi ordine giurisdizionale appartengano (pontificio, diocesano, esente, non esente).

L'ordine di avvicendamento nell'invio delle relazioni è diverso a seconda delle diverse categorie di persone interessate. Gli Ordinari locali, a tenore del can. 340 § a seguono l'ordine geografico della posizione della rispettiva circoscrizione ecclesiastica: 1) Italia e isole (Sicilia, Sardegna, Corsica, Malta e altre minori); 2) Europa Occidentale (Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra, Scozia, Irlanda, con le isole rispettive); 3) il resto dell'Europa; 4) America; 5) le altre parti del mondo. I religiosi maschi seguono l'ordine di precedenza: 1) Canonici regolari, monaci e Ordini militari. 2) Mendicanti
e Regolari. 3) Congregazionisti chiericali. 4) Congregazionisti laicali. 5) Società di vita comune, Istituti secolar1 e Federazioni. Per le religiose si torna all'ordine geografico: 1) le religioni d'Italia, Spagna e Portogallo; 2) le religioni di Francia, Belgio, Olanda, Inghilterra e Irlanda; 3) le religioni del resto dell'Europa; 4) le religioni d'America; 5) le religioni del resto del mondo e tutte le Società di vita comune, gli Istituti secolari e le Federazioni. Si noti che per i religiosi non vige l'eccezione degli Ordinari locali (can. 340 § 3): perciò i Superiori sono obbligati a esibire la relazione allo scadere del quinquennio, senza tener conto della data della presa di possesso del loro ufficio.

La relazione si deve fare in forma di risposte ai vari quesiti : risposte complete, per quanto sommarie, brevi e concise, in modo da dare un'idea esatta dello stato attuale spirituale, morale, personale, culturale, economico, disciplinare, attivistico dell'organismo a cui si riferisce, con opportune notizie storiche. Perché poi tali risposte siano obbiettive, la S. Sede ne fa un obbligo grave di coscienza; inoltre i Superiori religiosi sono obbligati a presentare la loro relazione a determinati organi (ai Capitoli e, se non esenti, agli Ordinari) per il necessario controllo. Come complemento e aggiunta all'obbligo della r. q., i singoli organismi religiosi hanno pure il dovere di presentare ogni anno alla S. Sede prospetti riassuntivi con statistiche aggiornate del loro personale e delle loro opere. Simile obbligo annuale incombe pure agli Ordinari delle Missioni quanto ai prospetti statistici riassuntivi dell'attività missionaria pastorale dell'anno decorso (can. 300 § 2).

Le nuove disposizioni sui religiosi tendono a ottenere uniformità e parità giuridica delle diverse famiglie nei confronti della S. Sede.

Bibl.: A. Pugliese, De qulnquennali relatione a Religionibus, a Societatibus vitae communis et ab Institutis Ssocularihus faciesda, in Monitor ceder., 1 (1950), pp. 188-98. Agostino Pugliese

QUINQUENNALI, FACOLTÀ. - I. Nozioni generali. Le facoltà della S. Congregazione Concistoriale. - I vari poteri o indulti con cui il superiore ecclesiastico, giurisdizionalmen