onibus, a Societatibus vitae communis et ab Institutis Ssocularihus faciesda, in Monitor ceder., 1 (1950), pp. 188-98. Agostino Pugliese
QUINQUENNALI, FACOLTÀ. - I. Nozioni generali. Le facoltà della S. Congregazione Concistoriale. - I vari poteri o indulti con cui il superiore ecclesiastico, giurisdizionalmente competente, autorizza un suo inferiore ad emettere validamente e lecitamente, per il foro sia interno che esterno, atti che, o per loro natura o per explicita riserva di legge, spetterebbero al superiore stesso, assumono canonicamente la denominazione di facoltà abituali quando siano concessi per uso abituale o almeno ripetuto, vale a dire o in perpetuo, per più persone o per casi numericamente indeterminati, oppure anche a tempo prefisso o per un determinato numero di casi. Se concessi invece per uno o due casi o con individuale determinazione di caso o di persona, si dicono facoltà attuali o particolari.
Qualunque ecclesiastico, fornito di giurisdizione ordinaria, può, nell'ambito della sua competenza, concedere tali facoltà. S. hanno cosi, in ragione del soggetto concedente, le facoltà apostoliche o pontificie, fra tutte le più importanti, concesse dal Papa direttamente o a mezzo dei competenti dicasteri di curia, le facoltà vescovili e quelle ordinarie dei prelati regolari. In ragione dell'oggetto di concessione, si hanno facoltà giurisdizionali, che importano un vero esercizio del potere di giurisdizione (di assolvere o di dispensare da una legge), e facoltà non-giurisdizionali, per la concessione di sole grazie e licenze. La distinzione delle facoltà in ordinarie e straordinarie era fatta in passato in base alle formule di concessione, mentre attualmente si riferisce per lo più al contenuto della concessione stessa. Spesso il criterio di distinzione è desunto dalla durata delle facoltà; si hanno facoltà annuali, triennali, quinquennali, decennali, ventennali, ecc. Tra tutte le più note e importanti sono le facoltà apostoliche q. che la S. Congregazione Concistoriale e di Propaganda Fide sogliono concedere, ciascuna per la propria sfera di competenza, agli Ordinari dei territori loro soggetti. L'elenco delle f. q. della S. Congregazione Concistoriale, attualmente esistenti, fu promulgato in data 17 maggio 1922,
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dopo che, con il nuovo CIC, erano state dichiarate decadute le precedenti. Tali facoltà si concedono agli Ordinari interessati nell'anno in cui devono presentare alla stessa Congregazione la relazione sullo stato delle loro diocesi.
Seguono, in ordine di importanza, le facoltà solite a concedersi dalla S. Sede, per i rispettivi territori, ai nunzi, internunzi e delegati apostolici, quelle della S. Penitenzieria ai condannati e quelle della S. Congreg. dei Religiosi ai superiori generali delle varie religioni. Le facoltà abituali rivestono la natura di privilegi reali e vengono classificate dal legislatore canonico nella categoria dei privilegi praeter ius (can. $66 \$ 81,2$ ). Ciò significa che esse godono di un particolare favor invis, per cui devono ritenersi e trattarsi come privilegi, anche se per loro indole intrinseca non sono tali, anzi come privilegi praeter ius, anche se implicano talvolta concessioni contra ius. In quanto sono privilegi reali, esse spettano all'ufficio, non alla persona: ne possono far uso, quindi, tutti coloro che per qualsiasi titolo occupano l'ufficio; passano di diritto ai successori, a meno che non si tratti di concessione personale o sia altrimenti disposto nella concessione stessa. Concesse al vescovo si intendono concesse anche al vicario generale (can. $66 \$ 2$ ). In quanto sono privilegi praeter ius, ammettono sempre interpretazione larga, cioè favorevole (cann. 50 , 200 \$ 1), non mai però estensiva (can. 67). Con la facoltà concessa, inoltre, si devono intendere implicitamente concesse quelle che sono necessarie per l'uso di essa; per es., la facoltà di assolvere dalle pene interne colui che si è autorizzati a dispensare da qualche impedimento canonico, quando la sussistenza della pena fosse di ostacolo al conseguimento della dispensa (can. $66 \$ 3$ ).
Trattandosi di facoltà delegate, l'uso di esse va regolato in base ai principi relativi alla potestà delegata (can. 199 sgg.), Sono suddelegabili, anche abitualmente, purché la suddelega non sia proibita oppure non si tratti di grazia personale. Non è ammessa però ulteriore suddelega da parte di un suddelegato (can. 199 §§ 2, 5).
Facoltà abituali e indulti speciali si leggono concessi dai sommi pontefici, fin dai primi secoli, ai primi evangelizzatori dell'Europa pagana, in veste di legati apostolici, a s. Agostino di Canterbury (m. nel 604), a s. Bonifacio (m. nel 75s) e ai sa. fratelli Cirillo e Metodio (sec. Ix). A cominciare dal sec. xiv, tali facoltà andarono sempre più moltiplicandosi, in favore specialmente dei primi missionari francescani e domenicani e dei vescovi delle regioni molto lontane da Roma. Nel sec. xvI, ai missionari destinati all'evangelizzazione delle Americhe, allora scoperta, si usava già concederle sotto formole fisse e in elenchi definiti. In pari tempo si trovano già concesse, negli stessi termini, ai nunzi e legati apostolici, e, ben presto, a quasi tutti i vescovi di diocesi non italiane. Urbano VIII con la cost. apost. Operasum del 10 febbr. 1637 le riformò, fissando nuove formole e nuovi elenchi. Le formole ordinarie di concessione erano dieci, distinte con numeri comuni; le straordinarie senza numero, ordinate per lettere maiuscole o minuscole. Il dicastero competente a concederle era, in passato, la S. Congregazione di Propaganda Fide, anche per i territori ad essa non soggetti, fino a quando Pio X, con la cost. apost. Sapienti Consilio (29 giugno 1908), non ne demandò la concessione alle singole congregazioni secondo la rispettiva competenza. In vista di un riordinamento della materia, con decreto 25 apr. 1918 la S. Congr. Concistoriale (AAS, 10 [1918], p. 191) abolì tutte le facoltà apostoliche, meno quelle concesse per i propri territori da Prop. Fide e quelle, per il fòro interno, dalla S. Penitenzieria, e un nuovo elenco con le nuove formole fu promulgato e inviato agli Ordinari diocesani il 17 maggio 1922 dalla S. Congregazione Concistoriale, alla quale, con il motu proprio Post datam del 20 apr. 1923, ne fu definitivamente riservata la concessione per i territori di diritto comune (AAS, 13 [1923], p. 193). Ogni cinque anni vi sarebbe provveduto all'aggiornamento delle formole previa consultazione dei singoli dicasteri competenti per materia. La predetta S. Congreg. provvide in pari tempo alla compilazione delle nuove formole per le facoltà dei nunzi, internunzi e delegati apostolici.
Bibs.: G. Michiels, Normae generales iuris canonici, II, Lublino
1029, pp. 432-45; G. Vromant, Facultates apostolicae, Parigi 1938; Werns-Vidal, I, p. 456 sgg.; A. van Hove, De privilegiis et dispensationibus, Malines-Roma 1939, pp. 147-62. Zaccaria da San Mauro II. Le facoltà della S. Congregazione di Propaganda Fide. - Prima dell'istituzione della S. Congregazione di Propaganda Fide (1622), i missionari tutti, allora, appartenevano a qualche istituto religioso, e per concessione diretta o per comunicazione godevano di molti privilegi e facoltà. Li concedevano il Papa per mezzo della S. Congregazione del S. Uffizio o per breve, i cardinali protettori dei seminari, i rettori dei medesimi ed anche i generali o gli altri superiori delle religioni in vim literarum apostolicarum vel vivae vostr oraculorum (Arch. di Prop. Fide, Miscellanea missioni, t. X, f. 155). Con gli anni, però, le formole delle facoltà concesse crebbero in gran numero anche per una stessa regione e non sempre rispondevano alle necessità dei luoghi. La nuova Congr. di Propag. Fide comprese subito che bisognava provvedere.
Nei primi anni le domande circa la concessione o il rinnovo di facoltà quasi sempre erano trasmesse al S. Uffizio. In molti casi, invece, Propaganda le esaminava direttamente nelle congregazioni plenarie, ottenendone poi l'approvazione pontificia.
Era necessario rivedere la vasta materia con criteri nuovi; il papa Urbano VIII (1623-44) istituì nel seno di Propaganda una congregazione particolare super facultatibus missionariorum. La prima adunanza ricordata (cf. Miscellanea Missioni, t. X, fl. 155-58) è quella del 25 apr. 1633 : era composta da alcuni cardinali, dall'assessore del S. Uffizio e dal segretario di Propaganda, doveva avere carattere permanente, ma l'ultima adunanza ricordata è quella del 1643 . Nel 1637 essa aveva terminato il lavoro di riforma stabilendo sette regole generali per la concessione delle cinque formole redatte. La quinta però non fu mai stampata. Sullo schema delle prime cinque se ne aggiunsero altre quattro, salendo così a nove e poi a dieci, che venivano concesse con leggere modifiche ai vari paesi delle missioni. Oltre a queste ordinarie vi erano anche le facoltà straordinarie concesse in genere dal S. Uffizio. Circa la metà del sec. xix Propaganda stessa cominciò a concedere alcune facoltà straordinarie secondo nuove formole, che venivano indicate con le lettere dell'alfabeto in forma maiuscola o minuscola. Nessuna indicazione avevano né oggi hanno le facoltà concesse ai missionari religiosi, agli alunni del Collegio Urbano e ai missionari ad honorem. Dopo il CIC le formole ordinarie e straordinarie, esaminate di nuovo direttamente dal cardinale prefetto insieme ai principali ufficiali della Congregazione furono ridotte a tre : prima, seconda e terza, con una duplice redazione, maggiore e minore. Approvate il 6 febbr. 1919 da Benedetto XV, cominciarono ad avere vigore con il $1^{\circ}$ genn. 1920. Alla formola terza fu unito un supplemento di facoltà riguardanti le confraternite e le benedizioni. Più tardi (1931) fu redatta una formola extra ordinem per le diocesi dell'Europa sud-orientale, analoga a quella solita a concedersi dalla S. Congregazione Concistoriale per i vescovi dello stesso territorio da essa dipendenti. La nuova redazione, rispetto alla precedente, era più chiara e precisa e conteneva facoltà più ampie e molte erano comunicabili ai missionari. Non si parlava della dispensa dalle irregolarità, dalla legge del digiuno e della facoltà circa i libri proibiti, forse perché il CIC già dava varie facoltà in materia agli Ordinari.
Il grande sviluppo avuto dalle missioni in questi ultimi anni fece sentire maggiormente il bisogno di semplificare ancora più le formole, tanto più che il criterio della distanza da Roma non poteva avere più la considerazione di una volta, data la facilità di comunicazione. La nuova redazione, preparata dalla commissione speciale dei Consultori, fu sottoposta all'esame della congregazione plenaria e quindi all'approvazione del Papa il 20 febbr. 1941. Le tre formole in uso furono ridotte a due : maggiore e minore. La prima è riservata agli Ordinari con carattere vescovile e la seconda a quelli senza carattere vescovile.
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Quintino, santo, martire - Il ladrone innocente salvato da s. Q. Episodi della leggenda del Santo, particolare dell'crazzo d'arte francese dell'inizio del sec. xv: - Parigi, Louvre, già collezione Revoil.
Le facoltà, concesse ad decennium, entrarono in vigore il $1^{\circ}$ genn. 1941. Le due formole comprendono nel testo anche il supplemento aggiunto alle vecchie e sono le più ampie finora concesse. Vi si trova pure la facoltà circa il permesso di leggere i libri proibiti. 'Tutta la materia è distribuita in quattro capitoli che trattano delle facoltà circa sacramenta et sacros ritus (artt. 1-28 per la formola maggiore e 1-27 per la minore); circa absolutiones, benedictiones, indulgentias et indulta varia (artt. 29-49 per la formola maggiore e $28-49$ per la minore); pro ipso Ordinario (artt. 50-53 per la maggiore e 50-52 per la minore). Agli articoli sono aggiunte tre animadversiones. La prima dice che le facoltà suddelegabili sono contrassegnate con l'asterisco, la seconda ricorda che possono essere esercitate intra fines suae iurisdictionis $«$, gratis $»$, et facta mentione apostolicae delegationis $n$; la terza riguarda il rinnovo delle medesime e il caso in cui per dimenticanza n inavvertenza si usassero oltre il tempo della scadenza. La formola minore aveva anche un art. n. 53 che nella ristampa del 1947 fu soppresso. Vi si concedeva ai prefetti apostolici l'uso delle insegne e dei privilegi dei protonotari apostolici de munere participantium anche fuori del proprio territorio. Nella ristampa del 1947 sono state abolite al n. 24 della formola maggiore e al n. 23 della formola minore le parole "tam natae quam».
Oltre a queste facoltà decennali, Propaganda concede agli Ordinari di missione nell'America latina altre facoltà ad decennium, che si ricollegano alla lettera apostolica Trans Oceanum di Leone XIII in data 18 apr. 1897 e inoltre agli Ordinari dell'Europa sud-orientale continua a concedere le facoltà secondo la formola extra ordinem.
Bim.: A. Vermeersch, De facultatibus S. Congr. de Prop. Fide, Bruges 1922; A. Iglesias, Brevis commentarius in facultates, quas S. Congr. de Prop. Fide dare solei missionariis, To-cino-Roma 1924; G. Payon, Monitu Nonkinensia, I. Zikaveci 1933. pp. 278-441; G. Vromant, Jus missionariorum. Facultates apostolicae, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1938; G. Stanghetti, Prassi della S. Congreg. de Prop. Fide, Roma 1943, pp. 44-85; X. M. Paventi, Origo Congregationis Urbanianae super facultatibus missionariorum, in Commentarium pro religiosis et missionariis, 24 (1943), pp. 288-300; 25 (1944-46), pp. 73-86; id., Brevis Commentarius in facultates S. Congr. de Prop. Fide, Roma 1944; F. I. Winslow, A commentary on the apostolic faculties, Nuova York 1946; C. Sartori, Juris Missionarii elementa, Roma 1947, $2^{\circ}$ ed. 1951, pp. 69-148.
Quintiliano, Marco Fabio. - Oratore e maestro di eloquenza, n. a Calahorra (Calagurris) in Spagna fra il $35-40$ d. C., m. a Roma ca. il 96.
Compiuta a Roma la sua formazione oratoria e tornato in patria, l'imperatore Galba lo volle di nuovo a Roma nel 68. Ivi attese all'avvocatura e per venti anni alla sua scuola di eloquenza, con un annuo stipendio statale, guadagnandosi la stima e l'approvazione universale. Fu maestro di Plinio il Giovane e dei due proniposi di Domiziano da parte della sorella Domitilla; ebbe la dignità consolare e ricchezze, ma anche sventure familiari. - Post impetratam studiis... veniam: (Inst. or., proem., 1) pose mano, dietro richiesta di molti e per ovviare al danno di appunti delle sue lezioni pubblicati dai suoi uditori, all'opera sua principale: Institutio oratoria, in dodici libri, dedicati a Vittorio Marcello, dove profuse il risultato dei suoi studi e delle sue esperienze. - Vagae moderator summe juventae/gloria romanae, Quintiliane, togae (Morziale, Epigr., II. 90), egli fu soprattutto il tipo del maestro e dell'educatore; l'opera sua, che non è una trattazione sistematica di retorica e di pedagogia, ma lavoro, intorno a queste due arti, di un animo retto, di buon senso, di lunga preparazione di letture e di autori, fu testo comune di studio nel medioevo e nel Rinascimento e rimane ancora utile assai ai nostri giorni.
Partendo dalla massima di Cicerone: "orator vir bonus, dicendi peritus n. l'oratore, a cui Q. mira, è il saggio perfetto, a cui pensava sempre la tradizione romana: "sit igitur orator vir talis qualis vere sapiens appellari possit " che ha un'alta missione civile e umana, la quale deve avere come presupposto indispensabile la perfezione morale. Quindi fa percorrere al lettore tutto l'itinerario dall'infanzia alla formazione dell'oratore compito sotto ogni aspetto. Secondo la divisione proposta dallo stesso autore, il 1. I tratta della istruzione elementare, ed è ricca di spunti sulle qualità del pedagogo, sul momento e sul modo di iniziare l'istruzione, dando la preferenza alla scuola pubblica su quella privata, perché la pubblica suscita meglio l'emulazione e l'acquisto dell'indipendenza e padronanza di sé; l'autore vuole che l'insegnante studi il carattere dei fanciulli, sappia trasformare la scuola in ludus, eviti i castighi fisici delle verghe e della frusta, perché avvilenti e controproducenti, e cerchi di sostituirli con l'ammonizione e la persuasione: "quo saepius monuerit, rarius castigabit ". Il II inizia
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lo studio delle norme per la formazione dell'oratore, esponendo il concetto e il valore della retorica; i II. III-VII, dopo un breve riassunto storico delle teorie retoriche e dei loro maestri in Grecia e a Roma, trattano la tecnica dell'oratoria, l'inventio e l'ordo; i II. VIII-XI, l'elocutio, la memoria e l'actio; il XII, la parte di tutte «longe gravissima n, la metodologia, in quanto riguarda le qualità dell'oratore, la sua cultura letteraria e scientifica, le norme pratiche per l'esercizio dell'avvocatura, le degne occupazioni dopo il ritiro dell'esercizio della professione. Nel 1. X è notevole l'elenco degli autori greci e latini da leggere e studiare, giudicati però solo dal punto di vista dell'utilita dell'oratore.
Delle altre sue opere: la De causis corruptae eloquentiae (in cui combatteva gli estremismi dei classicisti e dei modernizzanti ad oltranza, segnando all'eloquenza la via intermedia di una giusta evoluzione, consona ai tempi e alle circostanze); le Declamationes, che vanno sotto il suo nome, sono in massima parte non sue, perche difformi dallo stile e dai precetti che egli espone nella Institutio. Quanto alle Orationes, egli stesso accenna, tra le molte che dovette fare, soltanto a tre (Inst. orat., IV, i, 19; VII, 2, 24; IX, 3, 73), delle quali una sola pubblicò per desiderio di gloria; mentre delle altre, correnti sotto il suo nome (come pure dei due libri De arte retlorica) e divulgate dallo zelo inconsiderato dei suoi alunni (ibid., proem. 7), non riconosce la paternità.
BibL.: ed. L. Radermacher, 2 voll., Lipsia 1907-32. Studi : A. Messer, Q. als Indabitiver, Lipsia 1897; C. Barbagallo, Lo Stato e l'educazione pubblica nell' lmpero rom., Catania 1911; G. B. Gerini, Le doctrine pedagogiche di Cirevane. Seneca, Q., Plinio il Giovane, Torino 1911; B. Appel. Das Bildungs- und Erzebungsideal Quintilians nach der Institutio oratoria, Monaco 1914; D. Rossi, Q., Roma 1020; id., O. Maestra, Firenze 1930; N. Terzaghi, Storia della letter. lat. da Tiberio a Giustiniano, Milano 1934, pp. 314-27; Schanz. II (1935), pp. 745-60; A. G. Amatucci, La letteratura di Roma imperiale, Bologna 1947, pp. 81-88.
Quinico e GiuliTTA, santi, martiri - Scene di martirio dei ss. Q. e G. Allresco della chiesa di S. Maria Antiqua (741-32) - Roma.
Quinico e GiuliTTA, santi, martiri - Scene di martirio dei ss. Q. e G. Allresco della chiesa di S. Maria Antiqua (741-32) - Roma.
Quintino e GiuliTTA, santi, martiri - Scene di martirio dei ss. Q. e G. Allresco della chiesa di S. Maria Antiqua (741-32) - Roma.
Quintino e GiuliTTA, santi, martiri - Scese di martirio dei ss. Q. e G. Allresco della chiesa di S. Maria Antiqua (741-32) - Roma.
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(du W'deri, Nuestion, tav. 50)
Quinico e GiuliTTA, santi, martiri - Scene di martirio dei ss. Q. e G. Allresco della chiesa di S. Maria Antiqua (741-32) - Roma.
Mantova, Gianfrancesco Gonzaga e Isabella d'Este. Con questa famiglia e con altre case principesche ebbe relazione, e dappertutto recò il profumo della sua grazia verginale. Stette in rapporti col b. Matteo Carreri, con s. Angela Merici e la b. Osanna Andreasi, e fu maestra e consigliera di persone d'ogni condizione. Tornata a Soncino, fondò un monastero femminile intitolato a s. Paolo e s. Caterina, che Giulio II approvò nel 1512. Benedetto XIV nel 1740 ne confermò il culto e il titolo di beata.
BibL.: P. De Micheli, La b. S. Q., terziaria domenicana, Soncino 1930; P. Guerrini, La legenda volgare della b. S. Q. dal cod. Vat. Urbin. 1773, in Memorie storiche della discrei di Brescia, 1 (1930), pp. 1 sgg., con ampia bibl.; id., Carteggi mistici domenicani del ' 300 , Firenze 1937, pp. 1-37; A. Cistellini, Figure della riforma pretridentina, Brescia 1948, pp. 36-46, 173-97. Antonio Cistellini
QUIRICO e GIULITTA, santi, martiri. - Alquanto oscure sono le notizie che li riguardano.
Nel Martirologio geronimiano sono commemorati il 16 giugno come martiri di Antiochia, insieme con altri 404; nel Sinassario di Costantinopoli, nel Calandario di Napoli e nel Martirologio romano, sono invece ricordati il 15 luglio e come martiri di Tarso in Cilicia. Un'omelia di s. Basilio poi (PG 31, 237-41) ricorda una G. martire di Cesarea in Cappadocia, ma senza alcun accenno a Q. Il loro culto, specialmente del solo Q., fu molto diffuso nell'antichità sia in Oriente come in Occidente. Anche la loro Passio fu molto divulgata e tradotta in varie lingue, ma fin d'allora era ritenuta apocrifa e sospetta poiché fu proscritta dal cosiddetto Decreto gelasiano. La redazione che oggi si conosce, diversa dalla primitiva, è un insulso romanzetto infarcito dei soliti incredibili luoghi comuni, con discorsi e sorprendenti miracoli, e con l'aggravante di essere attribuiti ad un bimbo di soli tre anni, quale sarebbe stato $Q$.
BibL.: Acta SS. Junii, IV, Parigi 1867; pp. 13-30; Synax. Constantinopol., p. 821; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, p. 167 sgg.; Martyr. Hieronymianum, p. 321; Martyr. Romanum, p. 240. Agostino Amore
QUIRINIO (Kupínos, Kupìynos), Publio Sulpicio. - Legato imperiale in Siria ai tempi d'Augusto, noto anche per $L c .2,2$; e questo censimento (ordinato da Augusto) [che fu il] primo, avvenne mentre governava la Siria Q. o, di una modesta famiglia di Lanuvio, m. a Roma nel 21 d. C.
Le sue qualità militari (Tacito, Ann., III, 48), principalmente, gli aprirono la via al consolato nel 742 di Roma ( $=$ 12 a. C.). Strabone (XII, 6, 3) lo ricorda parlando del re Aminta di Galazia, ucciso dagli Omonadensi, debellati poi da Q., che ottenne per questo gli ornamenti trionfali (Tacito, loc. cit.). Flavio Giuseppe (Antig. Iud.,
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Quirino, santo, martire - Altare della - platonia - costruito al di sopra del sepolcro di s. Q. con rifacimenti cosmatrachi e del card. Scipione Borghese (inizio sec. xvir) - Roma, cimitero di S. Sebastiano.
XIII, 13, 5; XVIII, 1, 1; [2, 1; Bell. Ind., II, 8, 1) precisa che Q. fu legato in Siria dopo la deposizione di Archelao, dal 6 al 12 d. C.; e che fece un censimento 37 anni dopo la battaglia di Azio, cioè nel 759 di Roma ( $=6$ d. C.).
Q. ha rapporto con la cronologia evangelica a motivo del censimento ricordato da s. Luca (2, 2), quale data della nascita di Gesù. Ma questa indicazione sincronistica dice poco, per l'incertezza intorno alle circostanze del censimento; al punto che è piuttosto dai dati approssimativi circa la nascita di Cristo che si parte per stabilire l'epoca del censimento. Infatti la legazione durante la quale Q. fece il censimento della Palestina (cf. Act. 5, 37) è troppo tardiva ( 6 d. C.), essendo Gesù indiscutibilmente nato qualche anno prima della morte di Erode il Grande ( 750 di Roma).
Non per questa si può negare il valore storico della notizia trasmessa da $L c .2,2$. E molto probabile infatti un censimento di tutto l'Impero, compresi i Regni confederati o soci : per compilare il Breviarium o Rationalium Imperii, Augusto ebbe certamente bisogno, oltre che dei censimenti dei cittadini romani compiuti negli anni 726, 746 e 767, di altre operazioni del genere; e risultano positivamente censimenti compiuti in Gallia, Spagna, Egitto. Né crea seria difficoltà il fatto che siansi seguiti i costumi ebraici ( $L c .2,3$ ) in un censimento imposto dai Romani; né che tale censimento sia stato condotto nel Regno di Erode il Grande, essendovi altri esempi di censimenti compiuti nel territorio di re soci; tanto più che Erode, negli ultimi anni del suo Regno, non godeva più la fiducia di Augusto. Si tratta qui unicamente la questione se possa attribuirsi a Q., in qualità di legato di Siria, un censimento che, per non essere in contrasto con i dati certi della cronologia della vita di Gesù, dovette aver luogo prima del 749 a. C.
Pare doversi supporre che Q. abbia avuto, in quel tempo, autorità sulla Siria soltanto per ragione della guerra contro gli Omonadensi, che gli dava il diritto di prelevare soldati da quella provincia. A questo avrebbe mirato il censimento compiuto, in realtà, da Sanzio Saturnino, come affermo esplicitamente Tertulliano (Adv. Marx., IV, 19), ma per incarico di Q. Il fatto di una duplice autorità nella provincia (governo civile e governo militare) non è unico; ed è molto probabile nel caso presente, dato che la compagna contro gli Omonadensi avrebbe assorbito a lungo l'attività del legato, impedendogli d'interessarsi della provincia. A questo modo si evita anche di supporre per Q. un fatto più unico che raro: l'attribuzione per due volte di una provincia al medesimo governatore da parte del medesimo principe.
In conclusione : l'editto di Augusto per un censimento
di tutto il mondo non sarebbe altro che la volontà manifestata da lui in varie circostanze, di receroure tutti i sudditi, tutte le forze e tutti i beni dell'Impero e dei regni * soci", o, anche, l'ordine da parte di un rappresentante del potere imperiale. Q. sarebbe nominato da $L c .2,2$ a motivo del potere speciale di cui era investito, per cui il legato propretore di Siria, probabilmente Sanzio Saturnino, non fece altro che eseguire la volontà di lui.
Bibl.: E. Schürer, Die Schatzung des Quirinius, Luc. 2, 1-5, in Gesch. des jüdisch. Valles, I, $3^{\circ}$ e $4^{\circ}$ ed., Lipsio 1901, pp. 503-43; W. M. Ramsay, The bearing of recent discovery in the trottworthiness of the New Test., $5^{\circ}$ ed., Londra 1915. pp. 238-74; id., in Journal of roman studies, 7 (1917), pp. 229-83; W. Lodder, Der Zennus des Quirinius bei Pl. Josephus, Lipsio 1950; E. Grang. Quirinius, in Pauly-Wissowa, IV A, coll. 822-43; L. R. Taylor, Quirinius and the crown of Judea, in Americ. journal of philology, 54 (1933), pp. 12033; S. Accarne, Il primo ccmimento della Gindea, in Riv. di filologia classica, 22-23 (1944-45), pp. 138170; U. Holzmeister, Stor. dei tempi del Nocco Testamento, trad. it., Torino 1050, pp. 20-32, 51.
Tradorico de Costi San Pietro
QUIRINO. - Antica ed importante divinità romana: il suo sacerdote particolare, il flamen Quirinalis, è il terzo dei flamines maiores dopo quello di Giove e quello di Marte, dèi con cui Q. forma in un certo senso una triade.
Il colle Quirinale prende nome dal dio e costiuisce il centro del suo culto. Essendo stato questo colle la sede di una comunità (sabina?) anteriore alla fondazione di Roma, è probabile che Q. (il cui nome sembra provenire da una forma come co-virium ed è, ad ogni modo, inseparabile da Quirites), sia stato il dio rappresentativo di quella comunità : perciò, dopo l'unificazione di Roma poteva venir identificato con l'eponimo della città, Romolo divinizzato. Al suo servisio stanno i Salii agonenses del Quirinale, come i Salii palatini a quello di Marte; anche Q. ha armi sacre come Marte. D'altra parte le testimonianze sottolineano, oltre alla sua analogia con Marte, anche un suo carattere diverso, pacifico. La sua festa, Quirinalia, cade il 17 febbr. L'attività del suo flamen è nota in connessione con i culti di Acca Larentia, Robigo e Conso. Poco si può congetturare sulle divinità menzionate in stretta connessione con Q. : Hora Quirini, Virites Quirini.
Bibl.: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, $2^{\circ}$ ed., Monaco 1912, p. 333; F. Kretschmer, in Ghsist. 10 (1920), p. 147 sgg.; G. Dumézil, L'héritage indo-européen à Rome, Parigi 1040, p. 87 sgg.
Angelo Brelich
QUIRINO, santo, martire. - Vescovo di Siscia (Sissck) in Pannonia, subì il martirio nella persecuzione di Diocleziano. Secondo la Passio (BHL, 7035) gli sarebbe stata appesa al collo una pietra e condotto sull'alto di un ponte sarebbe stato gettato nel fiume. Fu seppellito a Savaria (Stein-am-Anger) presso la porta "Scarabatensis ".
Quando i barbari invasero la Pannonia, i cristiani fuggendo trasportarono il suo corpo a Roma e lo deposero in un mausoleo, dietro la basilica di S. Sebastiano sulla Via Appia, comunemente noto sotto il nome di Platonia (v. catacumbas, cimitero in) : un edificio di forma irregolare, costruito sulle fine del sec. Iv o all'inizio del v. in cui nel 1893 fu scoperto un'iscrizione mutila, con il nome di Q., falsamente attribuita allora a papa Damaso. Q. è ricordato da s. Girolamo (Chronicon, all'anno 312); Prudenzio gli ha consacrato un carme (Peristephanon, VII); è commemorato nel Martirologio geronimiano al 4 giugno e da tutti gli Itinerari dei pellegrini del sec. vir.
Bibl.: Acta SS. Iunii, I, Parigi 1867, pp. 372-76; G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, I, Roma 1864, p. 180 sg.; II, ivi 1867, p. 120 sg.; id., Scoperta dell'epigrafe metrica del mart. Q. vescovo di Siscia nella Platonia a S. Sebastiano, in Bull.
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arch. crist., $5^{2}$ serie, 4 (1894), pp. 147-50; A. De Waal, Die Apostelgraft ud Catacumbas an der Via Appia, in Röm. Quartalschrift, 3. Supplementheft, Roma 1894, pp. 58-108; Martyr. Hieronymianum, p. 305 ; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{2}$ ed., Bruxelles 1933, p. 257 sg.; P. Styger, Römische Märtyrergrïfte, I, Berlino 1935, pp. 151-60; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice Topografico della città di Roma (Fonti per la storia d'Italia, 2), Roma 1942, p. 85, n. 2 (con bibl. precedente riguardo alla topografia); A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, ivi 1942, p. 235 sg.
Agostino Amore
QUITO, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e città capitale dell'Equatore, a 2850 m . sul livello del mare. Ha una superficie di 21.362 kmq . con una popolazione di 543.735 ab., dei quali 542.000 cattolici; conta 70 parrocchie servite da 129 sacerdoti diocesani e 185 regolari; ha 34 comunità religiose maschili e 54 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 333).
La diocesi fu creata dal papa Paolo III in data 28 genn. 1545 quale suffraganea di Lima; il papa Pio IX l'elevò a metropoliana il 13 genn. 1848 .
Q., città già esistente alla fine del sec. xi, fu conquistata dai Cara che vi fondarono un regno, occupato poi alla metà del sec. xv dagli Inca. Gli Spagnoli vi penetrarono a forza nel 1533 , mentre gli abitanti l'incendiarono; la città venne ricostruita subito dopo e Carlo V la arricchì di privilegi e la fece capitale della regione alle dipendenze del vicereame del Perù; nel 1718 fu invece annessa a quello di S. Fé di Bogotá. Dal 1809 al 1812 fu tentata invano l'indipendenza dell'Equatore; dal 1822 al 1830 fece parte della Repubblica della Grande Colombia, finché divenne nel 1830 Stato autonomo. La più antica chiesa di Q. è la cattedrale di S. Francesco, cominciata dall'arch. Iodoco Ricke fin dal 1534, terminata però da Antonio Rodriguez oltre un secolo dopo con l'annesso convento. L'interno è a tre navate divise da pilastri; la facciata barocca fu danneggiata da un terremoto. La chiesa, il convento e il chiostro della Mercade sono opera di J. Jacine Ortiz; quella dei Domenicani contiene una statua della Madonna donata a Q. da Carlo V. Artistica è la chiesa dai Gesuiti nella cui facciata sono sei colonne vittinee; si ricordano inoltre le chiese del Carmen antiquo, di S. Agostino e di S. Chiara.
L'arcidiocesi oggi comprende le province di Pichinche, León e Tungurugna. Sisto V con bolla del 20 ag. 1586 eresse l'Università che fu aperta dai Gesuiti nel 1621 (J. Toribio Medina, La impronta en Q., Santiago 1924). Il 6 ag. 1875 fu assassinato a Q. il presidente G. Garcia

(Isi. Istituto geografo De Agostini, Novara)
Quito, arcidiocesi di - Sala Capitolare del Convento di S. Agostino (sec. xvir).
Moreno, il quale insieme con l'arcivescovo mons. Checa aveva consacrato (precedendo ogni altra nazione) l'Equatore al S. Cuore.
L'Universidad Central del Ecuador in Q. fu fondata dai Domenicani alla fine del sec. xviII. Oltre la Biblioteca nazionale sono cospicue quelle dei monasteri di S. Francesco e della Mercede. A Q. hanno sede l'Accademia ecuadoriana e l'Accademia nazionale di Storia.
Biell.: A. A. MacErlean, s. v. in Cath. Enc., XII, coll. 615616; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., 48 (1922), pp. 1483-91. Enrico Josi
Relazioni tra Stato e Chiesa. - Parlando della capitale, è opportuno fare un cenno sulla situazione religiosa del paese, a complemento delle notizie fornite alla voce ecuador. Dopo il grande gesto di Gabriele Garcia Moreno e la sua tragica morte il paese applicò la dottrina della più netta separazione tra Chiesa e Stato. La situazione andò migliorando negli ultimi decenni. Il 6 ag. 1937, primo venerdì del mese, mons. Fernando Cento, Arcivescovo tit. di Seleucia Pieria, presentava nella stessa capitale le lettere credenziali di primo Nunzio Apostolico, riannodandosi così, dopo circa 50 anni d'interruzione, le relazioni diplomatiche fra l'Equatore e la S. Sede. Si arrivò a tale felice risultato in seguito a laboriose trattative che, iniziate nel 1936 dal Capo dello Stato Federigo Paez e svoltesi fra detto rappresentante pontificio ed il ministro degli Esteri, Carlos Manuel Larrea, furono coronate il 24 luglio 1937 con la firma di un Modus vivendi.
Con detto accordo diplomatico, che l'insigne giurista e storico equatoriano, Giulio Tobar Donoso, definiva a frutto di generosa ed insperata concordia, chiave di pace e cemento di armonia civica e, si chiudeva finalmente un doloroso periodo di conflitti, talora acuti, fra i due poteri. Se ne apriva uno ricco di feconde realizzazioni per i supremi interessi spirituali di quel popolo, profondamente religioso, fra le qual. l'Istituto Normale Cattolico e l'Università Cattolica.
Riguardo al modus vivendi, è da mettere in particolare evidenza l'art. 3, che non ha precedenti in altri documenti del genere, in cui Chiesa e Stato s'impegnano a collaborare e per il miglioramento morale e materiale dell'indio equatoriano, per la sua assimilazione alla cultura nazionale e per la salvaguardia della giustizia sociale».
Quindici anni dopo era come sanzionata
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questa auspicatissima conciliazione, con l'apoteosi della eroina nazionale, Marianna di Gesù, detta la "Azucena de Q.", elevata al supremo fastigio degli altari, dal pontefice Pio XII, il o luglio 1950 (AAS, 42 [1950], pp. 637639). - Vedi tav. XIV.
BibL.: L'osservatore romano, 27 ag. 1937: La documenta tion catholique, 30 (1938), coll. 195-98; Christus, rivista menscana mensile, genn. 1938; V. Tabor Donoso, El modus vivendi y la cozellanza libre, estratto dalla rivista Educacion Catolica, n. 10, Quito 1927.
Lino Zomai
## "QUOD APOSTOLICI MUNERIS". - Enciclica di Leone XIII del 28 dic. 1878. Dopo la Inscrutabili Dei consilio, emanata il 21 apr. 1878, con la quale il Pontefice presentava in visione panoramica le condizioni della società coi suoi mali e indicava i mezzi per ovviare al rovinoso declino a cui si avviava, usci l'encicl. Q. A. M.
Il motivo di questa era di indicare in modo più specifico il male che più gravemente incombeva sul mondo intero: il socialismo (chiamato a seconda dei luoghi con nomi diversi : comunismo e nichilismo), male gravissimo in quanto gli aderenti a quella ideologia si sforzano di attuare il disegno di scuotere le fondamenta stesse del consorzio civile, con il pretesto della perfetta uguaglianza di tutti nei diritti e nei doveri; disonorano l'unione naturale dell'uomo e della donna, indebolendo o anche lasciando in balia della libidine il loro vincolo reciproco; impugnano il diritto di proprietà stabilito per legge di natura, pretendendo cosi di rubare e mettere in comune quanto fu acquistato in modo legittimo. Tali idee sono diffuse con tutti i mezzi di propaganda e questa è penetrata talmente che si è giunti a frequenti attentati contro i sovrani. Causa prima del male, come osservava il Pontefice, è il distacco da Dio, iniziatosi con la "riforma" e giunto con ferrea logica alla negazione di ogni ordine, il quale poggia soltanto in Dio e nelle verità sovrannaturali che derivano da lui. La Chiesa ha cercato di opporsi in tutti i modi a questo male fin dai suoi inizi, in modo particolare condannando le sète segrete nelle quali covavano i germi dell'attuale socialismo. Ma non trovò comprensione nei poteri civili che, prevenuti da pregiudizi, ebbero sempre in sospetto la Chiesa e l'avversarono, nel conseguimento del bene comune che sarebbe valso ad impedire il sorgere del socialismo.
Stabilito cosi il male e diagnosticatene le cause, Leone XIII presenta i mezzi di sradicarlo. E doveroso e urgente tornare a Dio, fonte di ogni potere; al rispetto dell'autorità, al disimpegno del proprio dovere ciascuno secondo il posto che occupa nella società; al ripristino della famiglia cristiana nella indissolubilità del matrimonio e nei reciproci obblighi di genitori e figli, di padroni e servi. Dev'essere inculcato e mantenuto il diritto di proprietà privata, che poggia sui precetti della legge naturale e divina e non è un ritrovato umano contrario alla uguaglianza di tutti gli uomini; a questo fine è indispensabile l'accordo tra religione e potere civile; ad ogni modo i cattolici di tutto il mondo procurino di unire i loro sforzi e cerchino di costituire, in opposizione alle organizzazioni socialiste, società artigiane ed operaie.
BibL.: Acta S. Sedis, 11 (1878), p. 372 sg.; G. Goyau, Léon XIII, in DThC, IX, col. 339.
Elio Degano
"QUODCUMQUE IN ORBE NEXIBUS REVINXERIS". - Inno dei Vespri e del Mattutino nella festa della Cattedra di s. Pietro.
E un rifacimento delle strofe 5 e 7 dell'inno Felix per omnes festum mundi cardines, attribuito a Paolino di Aquileia ma rimaneggiato dai correttori di Urbano VIII.
Le due feste della Cattedra di s. Pietro ( 19 genn. e 22 febbr.) intendono ricordare la suprema potestà conferita a s. Pietro presso Cesarea di Filippo e le solenni parole allora pronunziate da Gesù son qui parafrasate in modo incisivo.
BibL.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1896, p. 220; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione 2, a., pp. 240-42; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 186.
Silverio Mattei

(fot. Enc. Catt.)
Quodlibetı - Q. di Giacomo da Viterbo - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 982, f. 1 (sec. xiv).
QUODLIBETI. - I q., come risulta dai manoscritti rimasti, sono redazioni letterarie di quelle solenni dispute che furono inaugurate fin dal sec. xili dalla Facoltà di teologia di Parigi, imitate poi dalle Facoltà di arti, di diritto e di medicina.
Accanto alle dispute ordinarie, esercizi dialettici a cui attendevano, sotto la direzione del maestro e nell'interno della scuola, i baccellieri e gli studenti, si sviluppò nella Facoltà di teologia di Parigi, verso il 1230 , un esercizio più solenne, sotto la responsabilità del maestro stesso, che si diffuse in tutto il sec. xili e in quello successivo : la disputa quodlibetica, cosi chiamata perché è de quolibet, a quolibet o ad voluntatem cuiolibet.
A quolibet: l'iniziativa della questione e pertanto della scelta era sottratta al maestro e dipendeva dagli assistenti, dai maestri vicini, dai baccellieri o altre personalità estranee alla scuola. Ciascuno aveva il diritto di proporre il suo argomento, fare le obiezioni, argomentare contro il maestro. De quolibet: poteva salire all'onore della discussione qualsiasi argomento che avesse attinenza alla materia di insegnamento: teologia, S. Scrittura, morale, pastorale, diritto canonico, sacramentaria, filosofia, cosi di coscienza, ecc. Il maestro poteva rifiutare l'argomento che gli sembrava inopportuno; in tal caso però i presenti manifestavano il loro disappunto. La tornata pertanto non era senza difficoltà, sia per il numero, sia per la varictà delle questioni proposte. Se ne facevano in media 20-25; si arrivava talvolta a 34-39 (Trivet), a 44 (Pietro de Trabibus), fino a 53 (Peckham).
Il maestro aveva alla sue dipendenze uno o più baccellieri, i quali subivano il primo attacco, davano una prima risposta alle obiezioni (gli statuti stabilivano, infatti, che nessun baccelliere si presentasse alla licenza se almeno una volta non avesse preso parte al de quolibet). Era il maestro però che, dopo le prime schermaglie dialettiche, presentava le soluzioni, trattava la questione a fondo, "determinava" e dava alle obiezioni la risposta definitiva. Qualche giorno dopo, il primo del corso "legibilis ", il maestro riprendeva a scuola, per i soli studenti, le questioni dibattute nella precedente tornata; fissava
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un certo ordine, classificando, come meglio credeva, le questioni proposte disordinatamente nella discussione, e dava loro la forma definitiva. Era dopo questa seconda tornata che il maestro redigeva il suo testo. Accade talvolta (tipico, in proposito, ad es., il caso del Quodlibet XII di s. Tommaso) di non avere del testo che la "reportatio", fatta da un uditore. In certi casi, rarissimi, si hanno gli appunti presi durante la discussione, che rivelano l'improvvisazione, la sconnessione e lo svolgimento della disputa solenne. I tempi riservati ai q. erano due : in Natali, nella $2^{a}$ e $3^{a}$ settimana di Avvento; in Pascha, verso la $4^{a}$ settimana di Quaresima. Il giorno delle discussioni quodlibetali venivano sospesi tutti i corsi, in modo che maestri e baccellieri potessero prendervi parte. Pertanto era detta disputatio solemnis, o disputatio communis. Nella tornata a cui prese parte Ruggero Marston non c'erano forse meno di 25 maestri in teologia. Nessun regolamento obbligava il maestro a subire tale prova. Taluni, difatti, non vi si sottoponevano mai; altri, una o due volte in tutta la loro carriera di insegnamento; c'erano di quelli che si esponerano più spesso, né mancavano altri che facevano la loro prova ad ogni sessione. Gerardo d'Abbeville, ad es., aveva al suo attivo 20 q .; Enrico di Gand e Goffredo di Fontaines 15; Giovanni di Napoli 13; s. Tommaso 12; Nicola Trivet 11; Raimondo Rigaud 9.
L'importanza di tali discussioni è notevole per la storia del pensiero filosofico e teologico, per l'ampiezza e il valore della documentazione, come per le precisazioni cronologiche che forniscono. La stessa loro natura di dispute quodlibetiche impedisce di racchiuderle dentro un quadro troppo angusto; un'intinita di problemi vi si inseriscono; è sufficiente gettare uno sguardo agli indici delle materie per farsene un'idea; tutti gli argomenti scottanti, tutte le discussioni in corso, tutte le tesi di nuovo proposte, talvolta gli stessi avvenimenti di cronaca contemporanea, vengono alla luce nitidamente; la pubblicità loro riservata ne diffondeva la conoscenza in maniera singolare. Forniscono, d'altra parte, su tali argomenti il pensiero genuino e profondo del maestro che difendeva il proprio punto di vista; egli non era preso alla sprovvista, anche se la scelta delle questioni era a lui estranea (in certi casi, d'altronde, egli poteva giocare d'astuzia, facendosi interpellare in antecedenza da persone interessate su quelle questioni sulle quali desiderava pronunciarsi), aveva lungamente studiato i problemi, che ne potevano scaturire; era possibile, cosi, avere, tanto sulla sua dottrina personale che sulle grandi correnti di pensiero dell'ambiente universitario, precisazioni di prim'ordine. Tali documenti, inoltre, contrariamente a tante opere del medioevo, permettono di essere fissati cronologicamente con molta esattezza, spesso circa l'anno, più spesso circa il mese, talora circa il giorno. Oltre le precisazioni fornite dai manoscritti con i colofoni che portano, la carriera magistrale del loro autore già restringe il campo delle ipotesi. Soprattutto le frequenti allusioni sia agli avvenimenti contemporanei sia alle discussioni conosciute e fissate cronologicamente «aliunde» o ad altre opere ugualmente datate aiutano a dare maggiore precisazioni. Basta che una sola delle 20030 questioni contenute in un q. si lasci datare, perché tutte siano datate; tutte, infatti, furono proposte e difese in una stessa tornata. Tali dispute divengono cosi elementi utilissimi di informazione e di datazione per la storia del pensiero filosofico e teologico del medioevo. Il periodo aureo di tale specie di letteratura va dal 1250 al 1320 ; i q. precedenti non sono che tentativi; quelli posteriori subiscono sviluppi imprecisi e abbondano di sottigliezze;
si conoscono attualmente più di 117 nomi di autori che presero parte a tali dispute con un totale di 338 q .
L'esempio dato nell'Università di Parigi fu seguito altrove, a Oxford, indubbiamente su suggerimento di Giovanni Peckham, a Bologna, Tolosa, Colonia, un po' dappertutto. Tale esercizio scolastico fu adottato presto negli "Studia generalia" degli Ordini religiosi, Domenicani, Francescani, Eremiti di S. Agostino, ecc. con gli opportuni adattamenti. Anche le altre Facoltà, oltre quelle di teologia, ebbero le loro solenni dispute; molto noto è il regolamento esistente nelle Facoltà di arti o in quella di medicina; meno noto, invece, quello della Facoltà di diritto. Per farsi un giudizio sull'evoluzione e sulla degenerazione del q., ci si può riferire utilmente al q. sostenuto da Giovanni Hus nella Facoltà delle arti a Praga nel genn. 1411, edito da Bohumil Ryba (Praga 1948).
Bim.: P. Glorieux, La littérature quodlibétique de 1260 à 1320 (Bibliothique thomiste, 3). Parigi 1923; id., La littérature quodlibet et ses procédés rédactionnels, in Divus Thomas (Piacenza), 16 (1939), pp. 61-93; id., Où en est la question du Quodlibet?, in Revue du moyen âge latin, 2 (1946), pp. 402-14.
Palemone Glorieux.
QUODVULTDEUS. - Amico e discepolo di s. Agostino, a cui suggerì la composizione del libro De haeresibus. Eletto arcivescovo di Cartagine, fu espulso da Genserico (Vittore di Vita, Hist. persec. Afric. proc., I, 15), visse in Campania, ove morì verso il 453 .
Con grande probabilità sono da attribuire a Q. tre sermoni De Symbolo (PL 40, 637 sg .), una predica Contra Iudneos, pogonos et arianos (PL 42, 1117-30), ed un'altra Adversus quinque haereses (PL 42, 1101 sg.). Inoltre vengono a lui attribuiti i quattro sermoni in PL 40, 677-708 e due pubblicati da A. Mai nella Nova Patrum Bibliotheca, I, parte ${ }^{10}$ (Roma 1852), pp. 251-82. Un testo migliore della predica De tempore barbarico, che fu pronunciata dopo l'occupazione di Cartagine, fu pubblicato da G. Morin, S. Aurelii Augustini tractatus sice sermones inediti (Kempten 1917, p. 181 sg.), che vede in Q. anche l'autore dell'opera De promissionibus (v.).
Binl.: D. Frances, Die Werke des hl. Q., Monaco 1920: A. Wibnatt, Un sermon africain sur les mores de Cana, in Rev. béméd., 42 (1930), p. 3 sg.; P. Courcelle, Hist. littér. des grandes invasions germais., Parigi 1948, pp. 162 sg., 112 sg. Erik Peterson
QUOTA PARTE : v. SUCCESSIONE.
QUOTIDIANO, IL. - Giornale politico e d'informazioni, organo dell'Azione Cattolica Italiana. Si pubblica a Roma ed è diffuso in varie edizioni regionali nell'Italia centro-meridionale e nella Sicilia.
Il Q. fu presentato da mons. Gilla Grenugni, allora presidente ad interim e dell'A.C.I., I'II giugno 1944. Ne assunse la direzione Igino Giordani e la tenne ininterrottamente fino al 20 apr. 1946, giorno in cui fu sostituito nell'incarico dal prof. Federico Alessandrini. Il Q. continua la tradizione del giornale cattolico politico romano, già sostenuta da L'Aveenire d'Italia (edizione romana) e quindi da L'Avenire. Infatti il $1^{\circ}$ sett. 1933 L'Aveenire d'Italia, quotidiano cattolico di Bologna diretto da Raimondo Manzini, iniziava la pubblicazione a Roma delle edizioni romane e per l'Italia meridionale continuandole sino al 4 apr. 1938. Il 3 apr. a L'Avenire d'Italia subentrava in Roma L'Avenire, diretto da Imolo Marconi (Novus). L'ultimo numero uscì il 4 giugno 1944, giorno della liberazione di Roma. Una settimana dopo nasceva Il $Q$.
Vittorio Di Giacomo
QUO VADIS : v. PIETRO, APOSTOLO, SANTO, IX. Leggende.
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$\mathrm{R}^{\mathrm{A}}$ : v. egITTo, III. Religione dell'antico E. RAB : ABBA AREKA.
RABANO (Hrabanus, Rhabanus, Maguentius), Mauro. - Benedettino, n. a Magonza ca. il 784, m. ivi il 4 febbr. 856.
Formato alle lettere sacre e profane da Aimone nella scuola di Fulda e poi da Alcuino in quella di Tours, fu ordinato sacerdote nell'814 e dall'817 diresse la scuola dell'abbazia di Fulda. Ordinato sacerdote nell'814, eletto abate nell'822 diede, nell'842, le dimissioni e si ritirò a Petersberg. Il 26 giugno 847 fu eletto arcivescovo di Magonza.
R. merita a buon diritto il titolo di praeceptor Germaniae. Grazie alla sua scienza pedagogica, Fulda si trasformò in un centro intellettuale di prim'ordine, che favorl il progresso delle conoscenze letterarie e teologiche in un paese dove erano quasi inesistenti. R. non coltivò la scienza, se non per fornire al clero il corredo necessario a propagare in Germania il cristianesimo. A questo scopo scrisse un gran numero di opere che hanno in comune il carattere di manuali pratici, utili per istruire nella verità della fede popolazioni ancora barbare; p. es., i commenti a quasi tutti i libri della S. Scrittura, dove abbondano i tratti dei SS. Padri e i sensi allegorici; De institutione clericorum, l'opera di R. che esercitò maggior influsso, De universo libri viginti duo, ampio trattato enciclopedico, frutto di assidue letture, che prelude alle varie Somme, Tesori, Specchi lasciati dal medioevo; Omelie per il corso dell'anno ecclesiastico e sulla vita cristiana virtuosa; un Martyrologium istorico, dipendente da quello di Beda; poesie e inni festivi, tra i quali il Veni Creator; un copioso ed importante epistolario.
R. lottò contro Godescalco, suo antico alunno, che professava teorie pericolose intorno alla duplice predestinazione, l'una alle gioie del Paradiso, l'altra alle pene dell'Inferno. R. distinse due cose ben differenti fra di loro: la predestinazione, in virtù della quale i buoni saranno salvi, e la prescienza divina concernente la perdizione dei peccatori indurati. Nell'ott. 848 un'assemblea di vescovi, presieduta da R., dichiarò Godescalco colpevole