. R. distinse due cose ben differenti fra di loro: la predestinazione, in virtù della quale i buoni saranno salvi, e la prescienza divina concernente la perdizione dei peccatori indurati. Nell'ott. 848 un'assemblea di vescovi, presieduta da R., dichiarò Godescalco colpevole di eresia.
Bibl.: Opere in PL 107-12; le Poesie in MGH. Poëtae latini Moðti aevi, II, a cura di E. Dümmler, Hannover 1884, pp. 139-238; le Lettere, ibid., Epistolae, V, II, a cura di E. Dümmler, ivi 1899, pp. 379-316; per il De institutione clericorum va consultata l'ed. di A. Knüpffer, Monaco 1901; del poemetto De laudibus c. Crocis esisteva copia ad Ivrea nel 1439 (cf. G. Borghezio, Incentari e notizie della Bibl. capitolare d'Ivrea nel sec. XV, in Miscellanea Ebrio, V (Studi e testi, 41), Roma 1924, p. 431). Studi: F. Kunstmann, Hrabanus Magnentius Maurus, Magonza 1841; L. Wüllner, Das Hrabanische Glossar u. die ältesten bayerischen Sprachdenkmäler, Berlino 1882; E. Dümmler, Hrabanus-Studien, Berlino 1893; S. Birkle, R. M. und seine Lehre von der Eucharistie, in Studien u. Mittheil. O.S.B., 1902, pp. 76-86, 339-60, 609-24; 1903, pp. 33-57; A. Achelis, Martyrologien, 1900, pp. 213-37; G. M. Dreves, Hymnologischen Studien zu Venautius Fortunatus u. R. M., Lipsia 1908; G. M. Dreves -C. Blume, Ein Jahrtausend lateinische Hymnendichtung, I, Lipsia 1909, pp. 76-83; Manitius, I, 288-302 (con ampia bibl.); H. Pellier, s. v. in DTbC, XIII, coll. 1601-20.
Guglielmo Mollat
RABAT, vicariato apostolico di. - E stato eretto il 2 luglio 1923 per divisione del Vicariato apost. del Marocco (v. marocco, III. Evangelizzazione) e comprende tutta la zona francese. E affidato ai Francescani.
Ha una superficie di kmq. 415.000 con una popolazione di ca. $8.764 .300$ di cui cattolici 365.000 ; ebrei 100.000 e musulmani 8.000 .000 . I missionari sono 227 , fratelli 39 , suore 523 . Seminario maggiore con 61 alunni e minore con 37 alunni. Catechisti 605 . Parrocchie 19, stazioni primarie 38 , secondarie 180 . Scuole elementari 12 , medie 15 , orfanotrofi 14 . L'apostolato è particolarmente difficile a causa della scarsezza del personale e dell'ambiente musulmano.
Bibl.: v. marocco: MC, 1930, p. 91; Arch. di Prop. Fide, pos. prot. n. 4713/51.
Saverio Paventi
RABAUL, vicariato apostolico di. - A nord-est della Nuova Guinea. Ebbe origine il 10 maggio 1889 dal vicariato apost. di Melanesia, diviso in vicariato apost. di Nuova Guinea (v. Port-moresby) e vicariato apost. di Nuova Bretagna, che l'8 dic. 1890 fu chiamato vicariato apost. di Nuova Pomerania e il 14 nov. 1922 divenne vicariato apost. di R. Da esso furono distaccati il 24 febbr. 1896 la prefettura apost. di Terra di Guglielmo, il 17 luglio 1897 la prefettura apost. delle Isole Salomone inglesi e il 23 maggio 1898 la prefettura apost. delle Isole Salomone tedesche.
I primi missionari giunsero a Matupis il 29 sett. 1882. Il territorio comprende le Isole della Nuova Bretagna, della Nuova Irlanda, dell'Ammiragliato e le altre vicine. I costumi degli indigeni, immigrati dalle isole circostanti, lasciano molto a desiderare. Vi si parlano ca. 75 lingue e dialetti. Utili sono le due lingue franche "Tok Pissin" e "Pidgen English".
Le isole hanno una superficie di ca. 45.000 kmq . con una popolazione di ca. 150.000 ab., di cui cattolici 63.372, catecumeni 2967, protestanti 50.000 , pagani 37 . Missionari 58, fratelli 45 , suore 120. Scuole elementari 870 , medie 7 , superiori 7 . Vi si stampano due periodici. L'Azione Cattolica è bene organizzata nelle 45 stazioni principali e 452 secondarie.
Bibl.: AAS, 14 (1922), pp. 646-47; GM, p. 347; MC, p. 1930: Arch. di Prop. Fide, pos. prot. n. 3285/31.
Saverio Pavent
RABBA (Rabbath) di Ammon. - Città antica (Deut. 3, 11) ad oriente del Giordano, oggi 'Ammān, capitale di Giordania e già degli Ammoniti (v.). Dopo l'assedio della città bassa da parte di Ioab, in cui mori Uria, e quello della città alta da parte di David, R. perse la sua indipendenza per divenire un semplice capoluogo del Regno di David (II Sam. 10-12; I Par. 20, 1-3). Non tardò molto a riprendere la libertà.
Gli scavi hanno rivelato la tomba di Adone Nur, servo di Ammi Nadar che regnò al tempo di Assurbanipal (ca. il 650 a. C.). Del periodo del ferro si sono trovati muri sull'acropoli (scavi della Missione italiana) e due tombe.

(let. Enc. Catt.)
Rabano, Mauro - R. M. è presentato a S. Martino dall'abate Albino. Miniatura del sec. ix nel De Laude Speciae Crocis. Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 124, fol. $2^{\circ}$.
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Rarmil, vicariato apostolicO di - Chiesa in stile indigeno.
Nel 258-247 a. C., R. s'ingrandi e prese il nome di Philadelphia in omaggio a Tolomeo II. Verso il 135 era governata dal tiranno Zenone e una tomba con caratteristica ceramica indica la presenza nabatea. Nel 63 a. C. entrò a far parte della Decapoli e nel 106 d. C. appartenne alla provincia Arabia di Traiano, prendendo molto sviluppo. Del periodo romano sono belle costruzioni in basso e il tempio sull'acropoli.
Nel tempo cristiano divenne sede vescovile dipendente da Bosra, e Cirione, vescovo, intervenne a Nicea e ad Antiochia. Si conoscono 4 antiche chiese, una presso il fiume, dov'è oggi la grande moschea, due sui fianchi ed una sull'acropoli. Nel 635 passò agli Arabi, che eressero un bel palazzo d'arte aásānide sull'acropoli. Cominciò presto a decadere e con il periodo turco non restò che un misero villaggio. Rinsanguato con una immigrazione di Circassi, dal 1878 si sviluppò e dopo la prima guerra divenne sede dell'emiro di Transgiordania. Lo sviluppo non è cessato e nel 1948 la popolazione ne fu raddoppiata (ca. 100 mila) con lo stabilirsi ivi dei profughi palestinesi.
Biss.: R. Bartoccini, La roccia sacra degli Annoniti, in Atti del IV Congresso nazionale di studi romani, Roma 1938; id., Un decennio di ricerche e di scavi italiani in Trasgiordania, in Bollettino del R. Istituto di arch. e storia dell'arte, o (1941), pp. 1-10; L. Harding, Two iron age tombs from 'Ammon, in Quart. Depart. antiquities in Palestine, 11 (1942), pp. 67-74; E. Henschel-Simon, Note on the pottery of the 'Amman tombs, ibid., pp. 75-80; G. R. Driver, Seals from 'Ammon and Petra, ibid., pp. 81-82; L. Harding, A nabatacan tomb at 'Amman, ibid., 12 (1946), pp. 38-62; id., Recent discoveries in Transjordan, in Palestine expl. quart., 80 (1948), p. 118 sgg.; 82 (1950), p. 67; id., A roman family soult on Yebel Yofen, 'Amman, ibid., 14 (1950), pp. 81-94; B. Bagatti, Il cristianesimo ad 'Amman, in La Terra Santa,
23 (1948), pp. 35-39; S. Saller-B. Bagatti, The town of Nebo, Gerusalemme 1949, pp. 30, 225-26. Bellarmino Bagatti
RABBINO. - Titolo spettante ai dottori della legge ebraica : rabh "maestro"; rabbi "maestro mio". Rabbän era il titolo dato a un maestro molto eminente; lo stesso titolo di rabbi era in origine riservato ai soli capi scuola. Presso i sefarditi il r. è detto bākhäm "saggio". La traduzione siriaca del Nuovo Testamento rende rabbi con "archisinagogo", la persona incaricata del servizio divino. Il compito del r. è soprattutto l'insegnamento e la predicazione; aveva anche potere di decidere in questioni religiose e talvolta civili, compito per lo più riservato a un funzionario apposito, detto dajjān "giudice". Tale prerogativa cessò quando le autorità civili avocarono a sé ogni potere decisivo anche rispetto agli Ebrei.
I r. trovano la loro origine in seno al farisaismo. Nel trattato mùnico 'Abōth, i, r, i r. del primo periodo dopo Cristo fino a Jóhānān ben Zakkaj vengono collegati attraverso un'ininterrotta tradizione fino a Mosè. Il r. non era rimunerato per la sua opera di insegnamento; per questa ragione esercitava una professione, cui dedicava generalmente un terzo della giornata. R. Gamaliel in 'Abōth, 2, a esorta esplicitamente al lavoro coloro che si dedicano allo studio della Legge. Il r. dei nostri tempi è un laico, senza dignità gerarchica. Un tempo però il titolo di r. era conferito con la sēmlkhāh, imposizione delle mani, cerimonia a carattere religioso. Nel 135 d. C. i Romani proibirono tale cerimonia e fecero scontare con la morte a R. Jēhūdhāh ben Babā' l'aver trasgredito il loro ordine. Ca. un secolo dopo, al tempo di Giuda "il principe", che era in buoni termini con i Romani, la sēmlkhāh fu di nuovo permessa, ma lo stesso Giuda la limitò alla Palestina e a studiosi che promettessero di non allontanarsene.
Il movimento illuminista ebraico (haskäläh) che si sviluppò in Germania alla fine del sec. xviri, per iniziativa soprattutto di M. Mendelsohn, provocò dapprima una crisi, poi una trasformazione nel rabbinismo. I r. si conciliarono pian piano con il nuovo spirito culturale. Grande assertore della necessità di tale conciliazione fu Abramo Geiger (1810-74). Gli istituti dove i r. ricevevano la loro preparazione si trasformarono da accademie talmudiche o jētibhōth, dove lo studio era limitato al Talmud, in collegi rabbinici, dove gli studi dei giovani erano più ampi e vari. Il primo istituto di tal genere si aprì a Metz nel 1824; seguì il Collegio rabbinico italiano a Padova, aperto per iniziativa di S. D. Luzzatto nel 1827; a Bre-

(da R. Bartoccini, La sacra roccia degli Annoniti, Roma 1888, tav. III)
Rabba (Rabbath) di Ammon - Veduta degli scavi.
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(de G. d'alberga, Les portraits de R., Mentpeller 109, p. 13) Rabelais, François - Ritratto conservato nella Facoltà di medicina di Montpellier.
slavia nel 1854 si inaugurò il Seminario teologico ebraico; a Berlino nel 1872 la "Lehranstalt für die Wissenschaft des Judentums" e nel 1873 il Seminario rabbinico. Altri istituti del genere seguirono in America.
Biol.: M. Landsberg, Rabbi, in Yec. Enc., X. p. 294; J. Elbogen, Rabbiner, in Yad. Lex., IV, coll. 1202-1208; M. Joseph, Rabbinismus, ibid., coll. 1214-17. Eugenio Zolli
RABBƠLĀ. - Vescovo siro di Edessa, n. a Berea presso Antiochia nella seconda metà del sec.iv, eletto vescovo ca. il 415 e m. il 7 ag. 435 (secondo Peeters 436). Secondo la sua biografia scritta in siriaco da un contemporaneo, R., figlio di padre pagano e di madre cristiana, si converti al cristianesimo ca. il 400 , venne in Palestina e fu battezzato nel Giordano.
Tornato in patria lasciò la famiglia e l'impiego per farsi monaco. Eletto vescovo, assisté in Efeso (431) al conciliabolo degli antiocheni e sottoscrisse la condanna di s. Cirillo di Alessandria. Ma tornato in Edessa passò dalla parte di Cirillo, ne tradusse alcune opere dogmatiche in siriaco ed ebbe con lui relazioni epistolari. Fece anche bruciare le opere di Teodoro di Mopsuestia, suscitando con ciò lo sdegno del maestro della scuola edessena, Ibas, il quale si appellò al vescovo Giovanni di Antiochia. Questi proibì ai vescovi antiocheni di comunicare con R., ma dopo la pace concordata fra s. Cirillo e gli antiocheni (435) R. cacciò da Edessa Ibas, il quale agitò gli Armeni. Essi ricevettero quindi da R. uno scritto in cui venivano messi in guardia contro gli errori nestoriani.
Gli scarsi scritti di R. (lettere, istruzioni ai monaci e qualche versione) come anche la sua biografia sono stati editi da J. J. Overbeck, S. Ephraemi Syri, Rabbolac... (Oxford 1865, pp. 159-238, vers. tedesca G. Bickell [Bibliothek de Kirchenväter, Ausgewählte Schriften der syrischen Kirchenväter], Kempten 1874, pp. 166-271).
La tesi di Burkitt, che cioè R. abbia fatto comporre la versione siriaca dei Vangeli separati per sostituirla al Diatessaron, è oggi validamente impugnata.
Biol.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 71-75; P. Peeters, La vie de R., in Recherches de science rel., 18 (1928), pp. 178-203; F. Nau, Les "belles actions" de Mar R., in Rev. de l'histoire des relig., 103 (1951), pp. 97-135; A. Vööbus, Investigations into the Text of the New Testament used by R. of Edessa, Pinneberg 1947.
Ignazio Ortiz de Urbina
## RABDOMANZIA: v. RADIESTESIA.
RABELAIS, François. - Scrittore, n. probabilmente alla Dovinière (Turenna) ca. il 1494, m. nell'apr. 1555 (?). Nel 1521 è frate francescano a Fontenay-le-Comte, passa poi tra i Benedettini di St-Pierre di Maillezais. Amico del Budé (v.) e del Bouchet, nel 1530 è baccelliere nella Facoltà di medicina di Montpellier e nel 1532 medico nell'ospedale di Notre Dame de Pitié. A Lione approfondisce le sue amicizie umanistiche, si lega con E. Dolet (v.) e comincia a scrivere il Pantagruel, continuandolo con il Gargantua, opere che suscitarono largo scalpore negli ambienti ecclesiastici di Lione, in quanto reputate immorali e "libertine". Nel 1535-36 viene assolto a Roma dalla colpa di aver abbandonato l'abito monastico. Ma da allora i suoi rapporti col clero non furono più buoni (il III 1. del Pantagruel, pubblicato nel 1546, fu condannato a Parigi dalla Sorbona; il IV, pubblicato nel 1552, fu violentemente attaccato per le sue satire anti-curiali).
R. deve la sua fama al Gargantua e al Pantagruel (le opere minori, se servono a far conoscere meglio la sua personalità, nulla aggiungono alla assolutezza della sua arte : almanacchi, lettere, Sciamachie, ecc.). La storia della fanciullezza, dei viaggi, delle avventure, delle guerre del gigante Pantagruel, e la storia di Gargantua, padre di Pantagruel, dànno motivo a R. di intessere una narrazione, fantasiosa e ricca del "gigantesco" del I l., o nella libertà intellettuale del II, III e IV l., o nel satirico del V (per quello che può essere rimasto di spunto iniziale del R. perché sicuramente la stesura del V 1. non è sua). Qui interessa il substrato ideale della scrittura rabelaisiana: R. è in polemica con il sacerdozio, tramite tra Dio e l'uomo, ma non è uno "spirito forte"; il mito che se ne è fatto di libertino non è esatto. La critica di oggi (Febvre) respinge, forse andando oltre il limite, l'interpretazione che vede nel R. "misteriosi disegni" eteistici e "razionalistici", anziché il semplice voler far ridere. Il problema va quindi posto sulla crisi religiosa cinquecentesca, e particolarmente sull'umanesimo erasmiano: Erasmo e R., vede con finezza il Febvre (v. op. cit. in bibl. p. 334), "ont senti des mystérieux passages s'ouvrir entre leur christianisme et la sagesse antique. L'un comme l'autre fondent volentiers leur théologie sur des textes sacrés et sur des textes profanes tout à la fois ". Non quindi ateismo, ma religione umanitaria fiduciosa nella bontà delle forze naturali, senza quasi sentire il peso del peccato originale.
Nella storia della pedagogia l'opera rappresenta un "metodo" educativo dell'umanesimo laicistico: l'educazione del giovane vi è intesa quale rivendicazione della libertà che sollecita l'energia dell'individuo nell'acquistare una nuova saggezza tutta terrestre, una nuova eudemonia ricca di quella serenità che dànno le humanae litterae. Anche nella storia dell'utopia politica il R. ha un posto ragguardevole nel delineare la "libertà naturale", il Fay ce que vouldras dell'abbazia di Thelème. Ma sarebbe errato insistere troppo su un presunto sempre presente allegorismo nel R. perché egli rimane soprattutto un grandissimo narratore: mai forse l'Europa moderna ne ha visto uno più ricco negli umori satirici, umoristici, comici.
Biol.: è immensa: si citano qui solo alcune opere d'insieme: J. Plattard, Etat présent des études rabelaisiennes, Parigi 1927;
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sita U'stit medierat monsatere, in Art et deits, II, Parigi 860. Rachele - Pianto di R. Affresco del sec. xiv nel monastero di Marko - Macedonia.
sd., F. R., ivi 1934: G. Lote, La vie et l'oeuvre de F. R., Aix-en-Provence 1938; L. Febvre, Le probleme de l'incroyance au XV'F siete. La religion de R., Parim 1047 (con vasta bibl. dove sono tra l'altro citati i vari e fondanentali studi di A. Lefranc). Massimo Petrucchi
RABSACE (ebr. rabh-īāqēh, assiro rab šāqē, secondo l'etimologia "gran coppicre "di birra). - Nome designante un alto funzionario assiro ed ufficiale del kiyir šarrātí, cioè della guardia del re, che non di rado ebbe da fare con le relazioni estere.
Un r. fa lo speaker, protagonista nella scena drammatica narrata in II Reg. 18-19, quasi identica ad Is. 36-37, brevemente riassunta in Eseti. 48, 20-24, che si svolse nell'anno III di Sennacherib (v.), cioè nel 701 a. C. Sottomesse tutte le città della costa fenicia e palestinese, combattendo specialmente contro Ascalon ed Accaron, Sennacherib cercò di umiliare il Re "arrogante e superbo" Ezechia di Giuda, che da poco aveva rafforzato lo jahwismo eliminando dal suo Regno l'idolatria. Sennacherib invase il paese e prese gran numero delle sue fortezze (cf. i rilievi di Lachis [v.]). Si venne ai patti; Ezechia doveva, fra l'altro, pagare un elevato tributo. La missione del r. era un tentativo di intimidire Ezechia, per farlo arrendere senza condizioni oppure per detronizzarlo per mezzo del suo popolo, il che avrebbe tolto di mezzo tutta l'opera della riforma jahwistica del pio Re. Il r., nella sua missione, si dimostra per il suo discorso conoscitore di lingue, ben istruito sulla situazione interna del regno di Giuda, buon oratore, e, naturalmente, pieno di tutta la superbia che un servitore del dio Akšur (v.) poteva nutrire verso il Dio di quella contrada ribelle al grande Impero. Mette in rilievo la debolezza di Ezechia, cui mancano soldati formati, specialmente cavalieri, che ha nell'Egitto "un sostegno di canna rotta". Neppure in Jahweh Ezechia potrebbe aver fiducia, dopo aver soppresso i sacrifici sulle alture (v. BÂMĀH); e "quale divinità nell'ovest aveva potuto resistere alla mano forte di Akšur?". Il r. riuscì a produrre in Gerusalemme una - paura da donna che partorisces. Ma il suo vero avversario fu il profeta Isaia (v.) che, contro i suoi discorsi blasfemi, confortò Ezechia ed il popolo, annunziando una peste nel campo assiro (un "angelo" che colpì gran numero di nemici), che costrinse Sennacherib a tornare a Ninive.
BibL.: E. Klauber, Assyriaches Beamtentum, Lipsia 1910, pp. 76-77; W. Manitius, Das stehende Heer der Assyzerhönige, in Zeitschr. f. Assyriologie, 24 (1916), pp. 109-209; E. Pamier, Rabaeès, in DB, V (1912), col. 920 sg.; autori vari, Beamter, in Reallexikon der Assyriologie, I (1932), pp. 452-59 sg., 461. Pietro Nisber
RACA. - Trascrizione in greco ( $\dot{\rho} \times \dot{\alpha} \dot{\alpha}$ ), indi in latino, di una parola aramaica (rēqā). Etimologica-
mente (cf. ebr. riq; accadico rēqu o rāqu) vuol dire "vuoto ". Nell'unico testo in cui compare nella Bibbia (Mt. 5, 22) costituisce un epitetu ingiurioso, equivalente a "testa vuota" o simili; s. Girolamo nel suo commento (PL 26, 37) lo traduce absque cerebro. Esso si legge talvolta negli scritti talmudici (Ta'änīth, zob; Bērāhhōth, 22a; Gïttin, 58a).
Angelo Penna
RACCOGLIMENTO. - Esercizio ascetico proprio della vita interiore, analogo all'isolamento dello studioso che concentra la sua attenzione e il suo pensiero nella meditazione di un'unica idea. S. Teresa lo paragona al ritrarsi della tartaruga nel suo guscio.
Nel r. le facoltà mentali rifuggono dagli oggetti verso i quali la natura viziata le porta con slancio smoderato. Quando vuoi pregare, entra nella tua retrostanza, e, sbarrata la tua porta, prega il Padre tuo nascosto, ed il Padre tuo, che, nascosto, guarda, ti ripagherà (Mt. 6,
RACA. - Trascrizione in greco ( $\dot{\rho} \times \dot{\alpha} \dot{\alpha}$ ), indi in latino, di una parola aramaica (rēqā). Etimologica-
6). L'assopimento dell'anima raccolta corrisponde ad un risveglio spirituale. Per effetto dell'interesse vitale che l'uomo comincia a provare per Dio stesso, l'attenzione del cuore gradualmente si distacca dal mondo esterno, da quello della fantasia, portandosi verso il "centro " sostanziale dell'essere, dove sosturisce la fonte misteriosa delle divine comunicazioni. Il r. differisce dunque dall'introversione psicologica, per cui l'uomo rivolge a se stesso un'attenzione speculativa. L'attenzione raccolta, invece, fa uscire da sé, fa "sorpassare" la propria anima, per "ricordare" ad occhi chiusi, cioè in fede, "l'altro" assoluto benignamente avvicinato (cf. s. Agostino, Enarr. in Ps., 41, n. 8; Epist., 120, n. 4, ecc.). Il r., fenomeno affettivo, differisce anche, a rigor di termini, dalla sospensione o riposo delle facoltà, effetto di orazione consecutivo al loro appagamento passivo, non sempre congiunto col r.
L'orazione detta di r. è quella in cui la sopraddetta calamitazione intima delle facoltà diviene, sia sul piano sensitivo, sia sul piano spirituale, l'«occupazione" (attiva o passiva) dell'anima. Il valore teologale del r. ascetico autentico è proprio quello dell'«ubbidienza della fede", che apre l'anima all'infusione della luce salutare, alla "reminiscenza" spirituale della parola di Dio (Rom. 1, 5; Io. 14, 26; s. Ignazio, Eserc. sp., n. 20; s. Giovanni della Croce, Salita M. C., I. II, cap. 29, n. 6). Il r. perfetto non suol ostacolare l'impiego esterno delle facoltà mentali al servizio di Dio.
BibL.: oltre gli scritti di s. Teresa e di s. Giov. della Croce, in ognuno dei quali vi è qualche cap tolo sul r., cf. l'Imitazione di Cristo. II, capp., 1, 5, 8; III, capp. 1, 2, 31, 38, 44; s. Francesco di Sales, Traité de l'amour de Dieu, VI, cap. 7. Michele Ledrus.
RACCOLTE D'ARTE : v. MUSEO E MUSEOLOGIA.
RACHELE (ebr. Rāhēl). - Moglie del patriarca Giacobbe (v.). Per suggerimento della madre Rebecca (Gen. 27, 46), Giacobbe si reca in Mesopotamia per scegliersi una donna del proprio casato. Raggiunto "il paese degli Orientali" (ibid. 29, 1), nei pressi di Haran (ibid. 29, 4), Giacobbe si incontra con R., figlia di Laban (v.), fratello di Rebecca, e perciò sua cugina.
L'incontro presso il pozzo, ove la giovanetta conduceva ad abbeverare il suo gregge, è descritto idillicamente (ibid. 29, 10-12). Giacobbe, chiesta in sposa R., non potendo offrire un dono al futuro suocero secondo le usanze matrimoniali di allora, si dichiara disposto a servizio per sette anni. Ma Laban, volendo sistemare dapprima la sua figlia maggiore Lia, di notte sostituisce questa a R., e Giacobbe è costretto a rimanere altri sette anni per avere anche l'amata R. (ibid. 29, 15-18). Mentre Giacobbe passa i suoi sette anni nella casa di Laban, Lia, posposta
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(per cortesia del Superiore della Casa degli Esercizi del S. Cuore, Roma)
Rachele - Il sepolcro di R. - Palestina.
a R. dal marito, si vendica deridendo l'infecondità della sorella. Dal racconto biblico traspare il concetto che la sterilità di R. sia voluta da Dio per punire l'ingiusta preferenza di Giacobbe. La giovane R. si consola alquanto, perché la sua serva Bala le partorisce due figli, Dan (v.) e Nephtali (v.), che può considerare suoi figli secondo un diritto sancito anche dal codice di Hammurabi; ricorre anche ad essenze afrodisiache (ibid. 30, 14-15). Alla fine Dio si muove a pietà e "apre il seno" di R., che diviene madre di Giuseppe (ibid. 30, 22-24).
Alla partenza di Giacobbe dalla Mesopotamia, R. non sa separarsi dalle statuette degli dèi penati (ibid. 31, 34-35). Nell'ingresso in Palestina, R. con suo figlio appare ancora la prediletta di Giacobbe, che le assegna il posto più sicuro nella carovana (ibid. 33, 2). R. muore dando alla luce il suo secondogenito Beniamin (v.) durante il tragitto fra Bethel ed Ephrata, ossia nelle vicinanze di Rama (cf. I Sam. 10, 2; Ier. 31, 15) e non a Betlemme, come ha il testo attuale in seguito ad una glossa antichissima (Gen. 35, 19). Questa glossa, insieme alla tradizione di un sepolcro vicino a Betlemme, ha spinto l'Evangelista ad applicare alla strage degli Innocenti il patetico versetto di Geremia (Mt. 2, 18). Angelo Penna
RACHIS. - Re dei Longobardi, già duca del Friuli, fautore di un'intesa con il Papato, salì al trono nel 744, in seguito ad un movimento che rovesciò Ildeprando, successore e continuatore della politica di Liutprando, ed al quale forse papa Zaccaria non era del tutto estraneo. Appena salito al trono, R. concluse una tregua ventennale con i Bizantini, ma le sue direttive e i favori che concedeva ai «Romani» - aveva sposato una romana, Tassia erano disapprovate dai fautori di una politica nazionale. Le leggi che egli pubblicò nel 746 rivelano, insieme con la incapacità di mantenere l'ordine e la giustizia, l'imminenza di una rivolta dei grandi e di una loro intesa con i nemici del Regno.
La storiografia tradizionale afferma che R. fu indotto a riprendere la politica aggressiva di Liutprando da ragioni
di politica interna e presenta come una prova di debolezza l'essersi ritirato nel 749 dall'assedio di Perugia, per l'intervento diretto di papa Zaccaria. Questo ritorno alla vecchia politica avrebbe determinato la reazione del partito nazionale, che avrebbe deposto R. per sostituirgli il fratello Astolfo (luglio 749). R., recatosi a Roma, ricevette da papa Zaccaria l'abito monastico e si ritirò a Montecassino. La politica bellicistica di Astolfo precipitò il Regno in una crisi così grave, che alla sua morte, nel 756, il partito cattolico-pacifista, che aveva mantenuto segrete intelligenze con R., lo avrebbe tolto da Montecassino e rimesso sul trono. Papa Stefano II, d'accordo con i Franchi, avrebbe preferito appoggiare il duca Desiderio che gli faceva le più ampie promesse di restituzioni territoriali, e avrebbe abbandonato R., che rientrato a Montecassino vi finì oscuramente i suoi giorni.
Studi più recenti ed acuti affermano che R. si propose di unificare la penisola proprio perché era imbevuto di romanità, presentano la sua discesa dal trono e il suo ingresso a Montecassino come il concludersi di un intimo dramma spirituale e interpretano il suo ritorno come una reggenza temporanea, richiesta della gravità della situazione. La iniziale arrendevolezza di Desiderio potrebbe essere stata ispirata da R. che, finito il suo compito, tornò in convento.
Bibl.: G. Romano - A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia, Milano 1940; O. Bertolini, Roma de fronte a Bisanzio e al Longobardi, Bologna 1949, pp. 40b-96, 574-76 e passim; P. Vaccari, Il dramma spirituale di un re, in Il Chincino, Pavia 1950.
Gina Fasoli
RACINE, Jean. - Poeta, n. a La Ferté-Milon, nel Valois, il 21 dic. 1639, m. a Parigi il 21 apr. 1699. Rampollo di piccola borghesia, orfano fin dall'infanzia, ne prende cura più che dei suoi stessi figli la nonna paterna, Maria Desmoulins, che lo fa

(1st. Enc. Cult.)
Rachis - Il re R. Miniatura del Codex legum Longobardorum. Cava dei Tirreni, Biblioteca della Badia, cod. 22 (sec. xi).
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(fot. Alinari)

(fot. Judèrren)
In alto: L'ARCANGELO RAFFAELE CON TOBIOLO. Parte centrale di un trittico d'arte fiorentina (fine del sec. xv) - Firenze, chiesa di S. Maria Novella. In basso: L'ARCANGELO RAFFAELE E TOBIOLO. Dipinto di G. Savoldo (sec. xvi) - Roma, Galleria Borghese.
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(fot. Alinari)
LA MADONNA DETTA DI FOLIGNO. Dipinto di Raffaello - Vaticano, Pinacoteca.
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Poi le date della sua vita sono, per un tratto, quelle delle sue opere : 1664, La Thibailde ou Les frères ennemis; 1665, Alexandre le Grand (l'una e l'altra rappresentate dalla compagnia di Molière); 1667, Andromaque; 1668, Les Pluideurs (unica sua commedia); 1669, Britannicus; 1670, Bérénice; 1672, Bajazet; 1673, Mithridate; 1674, Iphigénie; 1677, Phèdre. Una varia cronaca s'intesse a questo catalogo: amori che con freddo calcolo egli fa servire anche alla sua gloria d'autore, rivalità teatrali con il grande Corneille, cabale ed intrighi di prototteri e di nemici; e una troppo acerba e irridente polemica contro il rigorismo dei suoi maestri giansenisti di PortRoyal, la Lettre d l'auteur des Hérésies imaginaires et des deux Visionnaires (1666), dove tuttavia è indagato il valore di moralità e di verità della tragedia. Abbandonato, dopo Phèdre, il teatro, sposa nello stesso anno Catherine de Romanet, e, storiografo del Re con il Boileau, si lascia distogliere da nuove cure, padre di famiglia e uomo di corte. Alla scena, scena di collegio, sottratta alla rude pubblicità, ma forse più accorta nei riecheggiamenti, e certo più preziosa, ritorna per invito di Madame de Maintenon, la moglie morganatica di Luigi XIV; e le danigelle di Saint-Cyr rappresentano Esther nel 1689 e, con un'esecuzione più di lettura che di recita, Athalie nel 1691; tragedie che trasfigurano la vicenda in una coralità lirica; e su questa via procede verso i Cantiques spirituels (1694). La sua condotta diventa sempre più pensosa e religiosa : si compone in serenità grande d'attesa e muore con esemplare rassegnazione e fortezza. Chiese d'essere sepolto a Port-Royal.
La sua vita procede sempre attenta alle occasioni, sempre staccata da loro: da quando interpreta idillicamente le solitudini di Port-Royal a quando, pur facendo la sua corte a Luigi XIV, non nasconde al Re, fiero antigiansenista, la sua devozione: insinua nel dramma sacro di Esther allusioni cortigiane al declino della favorita regale, la Montespan, e nelle lettere al figlio applica quel metodo di educazione rigorosa cui lui stesso s'era, giovane, allegramente sottratto. Consente ai diversi ambienti; ma serba, insieme, una virtù e forza di appello ultimo, una voce e preghiera che va di là dalle cerchie che l'avevano accolte e portato. Così delle sue tragedie (e per l'unica commedia si può notare l'oltranza del gioco comico, la tensione grottesca che travolge l'occasione stessa del riso) : fra i mille impicci delle regole accademiche (fra l'altre, le unità di tempo, di luogo, d'azione), delle consuetudini sceniche (che prescrivevano la successione delle estrate, la misura dei dialoghi e dei monologhi, la forma dell'elocuzione, lo stile del dramma, che chiamava da ogni parte il fatto e poi si sottraeva alla sua evidenza, il colorito ora patetico ora eloquente degli squarci), dei mille riecheggiamenti che dalla città e dalla Corte percorrevano il palco, senza rinunciare a nulla egli proprio nei limiti scopre la sua libertà stupenda. Sa sempre col-
locarsi al di là della finzione, al di là dello stesso incanto e abbandono cui cedono le sue creature, analista spietato e trageda pietoso.
Variatissimi i temi, pur in un novero scarso e con la riduzione costante, ma apparente, delle creature tragiche al canone della moda e della corte; e battendo e ribattendo sul dramma d'amore: la luce della poesia investe di chiarità anche la più sotterranea vicenda; e le creature più disperate e perverse, da Rossana (Bajazet) a Fedra, si riscattano nel loro stesso sottomettersi alla confessione : purezza di verità, prima che luce di bellezza poetica. Ogni epoca vi lesse la conferma delle predilezioni sue proprie : il Settecento italiano, dopo Metastasio, lo amò per la sua dolcezza suadente; l'Ottocento francese, dopo Baudelaire, per la sua fermezza impavida. Limpidezza elusiva pare a chi vi osserva tanta vita eroica e tetra, tanta storia dai Greci di Tebe ai Turchi del Serraglio, dall'Impero di Nerone all'Impero di Tito, dal campo d'Aulide alla reggia di Assuero, dall'Oriente di Mitridate all'Oriente di Gerusalemme e del Tempio (ma onnipresente è la corte del Re Sole); e un torbido declinar verso le zone infere dell'essere, a paragone della libera volontà degli eroi di Corneille. Ma dietro la sua guida lo spettatore, e più il lettore, e meglio di ognuno la civiltà stessa, che da una forma letteraria computissima resta costretta alle decisioni estreme, percorre un itinerario audace verso una solitudine ultima: in un arringo d'alta eloquenza l'eroe corneliano decideva di un destino di grandezza; ma nel suo deserto l'anima raciniana decide di una sorte eterna.
Bibl.: cf. la rassegna degli anni 1940-50, con ogni cura disposta da C. Cordie, Raciniana: studi, testi, traduzioni, in Letterature moderne, nov. 1950. Fra le edd. innumerevoli, le Oeuvres, a cura di P. Mesnard, 8 voll., Parigi 1863-73, con una bioge. fondamentale ed i Mémoires del figlio di R., Luigi. Vastissima l'esplorazione della fortuna nel fascicolo della Rev. de littérat, comparée dedicato a $R$. et l'étranger, ort.-dic. 1939. Fra i molti incontri di poeti e di saggisti, L. Strachez, $R$. in Books and Characters, Londra 1922; F. Mauriac, La vie

(de Visages de l'Ile de France, Parigi 1866, 190, depo p. 118) Racine, Jean - Testamento autografo in cui il R. esprime il desiderio d'esser sepolto nel cimitero di Port-Royal - Parigi, Biblioteca nazionale.
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Ida Congressiva del Seicento da St Enfant Assoc. Parigi (it), p. 201 Raclot, Mathilde - Ritratto.
de 7. R., Parigi 1928: P. P. 'Trompeo, Col Manzoni, tra Virgilio e R., in Rilegature giameniste, Roma-Milano 1030: J. Giraudoux, R., Parigi 1930; H. Bremond, R. et Valéry, Parigi 1931. Mario Apollonio
RACKI, Franjo. - Canonico e storico croato, n. a Fuzine il 25 nov. 1828, m. a Zagabria il 13 febbr. 1894. Sacerdote il 15 ag. 1852 , si laureava in teologia a Vienna nel 1855. Dal 1857 al 1860 è a Roma come canonico di S . Girolamo degli Illirici e lavora negli archivi romani ed in altri italiani.
Nel 1860 ritornò a Zagabria e con Strossmayer fu uno dei fondatori dell'Accademia jugoslava di Scienze ed Arti (1866), primo presidente (1867-85) ed animatore sino alla morte. Dal 1877 divenne canonico sempre in Zaga. pria la storica croato, specialmente per il periodo dei sovrani nazionali (viI-xII sec.). Mentre in campo politico-nazionale risente del tempo in cui visse, nei riguardi religiosi apparve costantemente "uomo di mentalità assai ecclesiastica" (Jagić).
Esordi nella storia ecclesiastica, specialmente con gli studi sui ss. Cirillo e Metodio (Vieh i djelovanje sv. Cyrilla i Methoda slovjenskih apoitolov, 2 voll., Zagabria 1857 e 1859, e Pismo slovjensho, ivi 1861); sulla storia croata pubblicò una serie di dissertazioni spesso assai ampie, per lo più edite dalla Accademia jugoslava. Tra queste l'opera sua principale resta Hrvatska prije XII. vieka glede na zemljiini obseg i narod (Rad. Jug. Ak., 56 e 57), cui deve aggiungersi Nutaraje stanje Hrvatsko prije XII. stoljeća (Rad. 70, 79, 91, 99, 105, 115, 116). Altri lavori nel Popis izdanja Jugoslavenske Akademije 1867-1950 (Zagabria 1951). Fondamentale la raccolta Documenta historiae Christicae periodum antiquum illustrantio (Zagabria 1877, pubbl. come VII vol. della coll. Monumenta spectantia historiam Slavorum meridionalium).
Bibl.: T. Smičiklas, Zivost i djela dra. Franje Račboga, Zagabria 1895; V1. Zagorsky, F. R. et la renaissance scientifique et politique de la Croatie (1828-94), Parigi 1909; F. Silić, Priručnik izzora hrvatske historije (Enchiridion fontium historiae croaticae), I. 1, Zagabria 1914, pp. 98-100; Korrespondencija Rački-Strossmayer. Uredio F. Silić, I-IV, ivi 1928-31: Proslava stogodišnjice rođenja Franje Račkoga, ivi 1929. Ivan Vitezić
RACLOT, Mathilde. - Religiosa delle Dame di S. Mauro e missionaria, n. a Surauville (Vosgi) nel 1814, m. a Tokio nel 1911.
Entrata a 18 anni nell'Istituto delle Maestre di Carità del S. Bambin Gesù, fondate dal p. N. Barré e chiamate "Dame di S. Mauro", si mostrò mirabile educatrice a Bagnoles, a Cette e a Bergiers, finché nel 1852 partì per la Malesia a capo di un gruppo di suore. Sbarcata a Penang, pose mano alle opere più urgenti, fondando parecchie case con annessi edifici per brefotrofi, asili, orfanotrofi, laboratori, scuole per apprendisti indigeni. Lo stesso zelo spiegò in Giappone, dove fu chiamata dal vicario apost. nel 1872 e dove fondò nel 1875 la casa di Tokio e nel 1903 quella di Shidsuoka. Si conquistò, così, fama di maestro impareggiabile e di madre di migliaia di orfani.
Bibl.: anon., Congregation des sours du St Enfant fétus, Parigi 1948, p. 39; A. Bellantonio, Suor M.R., in L'osserv. rom., 11 sett. 1952, p. 4.
Celestino Testore
RACOVIA, catechismo di. - Testo fondamentale dei sociniani (v. socini), pubblicato in lingua polacca a Racovia (Rakau in Polonia) nel 1605, ristampato in tedesco nel 1608 e in latino nel 1609 con alcune mutazioni.
È un vero trattato di teologia antirrinitaria, diviso in otto sezioni; nella quarta, dedicata alla persona di Gesù Cristo, si afferma che egli può essere chiamato Dio, perché dopo la sua Risurrezione ebbe ogni potere nel ciclo e nella terra, ma che in lui non c'è la natura divina. Il C. di R. è attualmente sostituito dal Manuel of Unitarian Belief di Giacomo Freeman Clarke, discepolo del Channing.
Bibl.: W. A. Curtis, A history of Creeds and Confessions of Faith in christendom and beyond, Edimburgo 1911.
Camilo Crivelli
RADA, Martino de. - Missionario agostiniano, n. a Pamplona il 20 luglio 1533, m. nell'isola di Borneo nel luglio del 1578.
Nel 1557 salpò per il Messico, donde, nel 1564, passò alle Filippine. Eletto nel 1572 Superiore dei religiosi di quelle isole, si adoperò per estinguere i dissidi tra la Spagna e il Portogallo per il dominio delle Filippine, convincendo i Portoghesi che gli Spagnoli non avevano oltrepassato i confini imposti loro da Alessandro VI. In compagnia del p. Girolamo Marin, nel 1575 e 1576 intraprese due viaggi nella Cina e nel 1578 accompagnò la spedizione di Francesco de Sande a Borneo. Morì durante il viaggio.
Dei suoi scritti resta: Relación de los cosos de reyno de Talbin (Biblioteca naz. di Parigi, cod. 325, ff. 16-31). L'autore stesso in una lettera del 3 giugno 1576 parla di alcune sue opere perdute. Le sue lettere, in minima parte pubblicate, sono interessantissime per conoscere i costumi e le condizioni dei cinesi e degli indiani.
Bibl.: I. Lanteri, Illustriores viri augustinense, II, Tolentino 1850, pp. 340-41; S. Vela, Entrovo di una biblioteca dora-americana de la Orden de s. Agustin, VI, Madrid 1922, pp. 444-69; Strutt, Bibl., IV, p. 311 ; IX, nn. 210, 241, 247, 737. Davide Falcioni
RADAR. - Con questa denominazione si usa indicare genericamente una notevole serie di criteri, metodi e dispositivi atti a rilevare, anche nella notte e nella nebbia, per mezzo di operazioni "radio" (v. radiocomunicazioni) la presenza e la posizione di qualche oggetto, fisso o in movimento (scogli, navi, aeroplani, ecc.). Tale tecnica si svolse segretamente durante l'ultima guerra; la denominazione stessa di "r." è derivata da quella della specialità "radio detection and ranging" dell'Istituto radio inglese. Il criterio fondamentale è sempre quello di lanciare da una piccola stazione emittente onde elettromagnetiche di una data frequenza e di rilevare e analizzare, nei pressi della stessa stazione, l'eventuale presenza di corrispondenti onde riflessa dall'oggetto che interessa di scoprire e localizzare.
Come tutte le grandi invenzioni anche questa del r. ebbe qualche prodromo in certi disturbi nelle radiotrasmissioni fra navi attribuiti alla riflessione delle onde elettromagnetiche sulle navi stesse. Ma poiché per realizzare nettamente dei fenomeni del tipo che oggi si dice r. occorrono onde elettromagnetiche di cortissima lunghezza d'onda, cioè microonde, è più logico dire che il r. fu concepito da Marconi quando nel 1922 scoprì le proprietà di codoste microonde, fino allora assai trascurate, e che appunto nel r. vengono ora utilizzate; o almeno quando nel 1932 lo stesso Marconi costruì il primo apparecchio r. a microonde e ne preconizzò l'impiego per la localizzazione di navi e di aeroplani. E però giusto aggiungere che tutti quei prodromi furono enormemente superati quando si riconobbe l'opportunità di associare in qualsiasi dei primi tipi di r., all'impiego delle onde elettromagnetiche, quello dell'oscillografo a raggi catodici, perché solo per mezzo di tale meraviglioso strumento si può seguire esattamente e render visive le rivelazioni proprie del r.
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Gli studi costruttivi cominciarono in molti Stati verso il 1935 e tosto si realizzarono segnalatori di ostacoli da impiegare nella notte e in caso di nebbia; ma solo nel 1940-41 si ebbero, in Inghilterra e in America, apparecchi analoghi agli attuali capaci di rivelare acroplani fino a distanza superiore a 150 km , che applicati lungo tutte le coste contribuirono decisamente alla difesa dell'Inghilterra dai bombardamenti notturni.
L'OSCILLOGRAFO A RAGGI CATODICI. - Esso nella sua forma primitiva e più semplice è costituito da un'ampolla di vetro, per un tratto cilindrica e poi conica, dalla complessiva lunghezza di ca. 40 cm ., nella quale è fatto un vuoto assai spinto. All'estremità della parte cilindrica un filamento, portato all'incandescenza con opportuna corrente elettrica, emette elettroni; questi, attratti da un disco forato mantenuto ad alto potenziale positivo, vengono accelerati, attraversano in parte il foro del disco e proseguono in forma di fascio o pennello fino ad un cosiddetto cannone, corto tubetto metallico mantenuto ad alto potenziale negativo, il quale, flottendo il cammino degli elettroni che lo attraversano verso l'asse del fascio, ne ridurrà la sezione a un piccolo disco. Il fascio elettronico così condensato proseguirà naturalmente fino al fondo della parte conica, ove inciderà su uno schermo spalmato di qualcuna delle numerose sostanze che emettono luce quando siano investite da elettroni. Sullo schermo si osserverà allora un piccolissimo disco lucente che permarrà finché il filamento sarà mantenuto incandescente.
Se però durante il percorso del fascio elettronico si farnono agire su di esso forze devictrici, il dischetto luminoso si sposterà sullo schermo. In particolare, se si introdurranno nella parte cilindrica dell'ampolla due coppie di placche parallele, disposte l'una verticalmente e l'altra orizzontalmente, fra le quali debba passare il fascio elettronico, si potranno imprimere a questo deviazioni orizzontali, applicando opportune differenze di potenziale alle placche verticali, e deviazioni verticali, applicando analoghe differenze di potenziale alle placche orizzontali, con i corrispondenti spostamenti del dischetto luminoso. Se poi si applicasse ad una coppia di placche una differenza di potenziale alternata, l'immagine luminosa oscillerebbe intorno al centro, e, quando le alternazioni fossero sufficientemente rapide, si osserverebbe un tratto rettilineo luminoso orizzontale o verticale a seconda della coppia di placche scelta. Infine è interessante rilevare che se si facessero funzionare i due sistemi di placche applicando loro opportune differenze alternate si potrebbero produrre sullo schermo le notissime figure di Lissajous descritte in tutti i trattati di fisica.
R. a impulsi. - Il più semplice e anche il primo, in ordine di tempo, vero r. realizzato è quello detto a impulso e tuttora in uso. Esso funziona nel modo seguente. Si supponga di applicare alle placche verticali dell'oscillografo descritto una differenza di potenziale periodica, detta a denti di sega, che cioè passi in maniera uniforme del suo valore più basso a quello più alto e che poi da questo precipiti rapidissimamente al valore più basso, e così via; e ciò con una frequenza di mille periodi al secondo. Il dischetto luminoso percorrerà allora un tratto orizzontale e ritornerà istantaneamente all'origine, tracciando così un segmento luminoso che potrà assumersi diagrammaticamente come un asse del tempo corrispondente a un millesimo di secondo e quindi al tempo che un'onda elettromagnetica dovrebbe impiegare per percorrere 300 km . oppure successivamente nei due sensi 150 km . Si supponga ora che una piccola stazione capace di produrre onde elettromagnetiche di altissima frequenza limit 300 impulsi al secondo e che questi siano brevissimi, p. es., di durata inferiore a un milionesimo di secondo, cosa che è tecnicamente attuabile. Codesti impulsi saranno ciascuno costituiti da migliaia di oscillazioni. In tal modo ogni impulso in partenza, agendo sulle placche orizzontali, imprimerà al fascio catodico, che si troverà in un certo stadio della sua oscillazione orizzontale periodica (determinata dalle placche verticali), un piccolo shalzo in senso perpendicolare riscontrabile sullo schermo, e questo segnerà ivi il tempo di partenza dell'impuso. Ora se questo, o meglio il treno d'onde che lo costituisce, in-
contrerà un ostacolo, verrà riflesso e in parte ritornerà al luogo di partenza, ove, captato e ampliato da un apparecchio ricevente, potrà agire sulle stesse placche orizzontali e provocare un secondo shalzo in senso verticale del fascio elettronico e quindi, sul segmento luminoso, il segno di arrivo dell'impulso riflesso. Così non solo sarà stata rilevata l'esistenza di un ostacolo, ma si avrà il modo di calcolare approssimativamente la distanza D. Infatti la distanza $l^{\prime}$ fra i due segni di partenza e di ritorno dell'impulso sta alla lunghezza $l$ dell'intero segmento luminoso, come la distanza D dell'ostacolo a quella annidesta di 150 km . Si ha cioè : $\mathrm{D}=l^{\prime} / 1 x 150 \mathrm{~km}$. Naturalmente variando la frequenza base dell'oscillografo si potranno allestire dispositivi atti a rilevare l'esistenza e a localizzare ostacoli a distanze molto maggiori o anche, entro certi limiti, minori.
R. PABORANICI. - I precedenti r. a impulso permettono, con apposite operazioni radio, la localizzazione di oggetti situati su una superficie veduta di scorcio, p. es., sul mare o nelle sue vicinanze.
Ma interessa assai più giungere alla rivelazione di oggetti situati nello spazio. I r. che possono assolvere a codesto più difficile compito si dicono panoramici poiché effettivamente forniscono un panorama di una più o meno ampia porzione di spazio, visto dal punto ove si trovano essi e l'osservatore, e la possibilità di seguire le eventuali variazioni. Quando poi si è in possesso di tali panorami non è difficile determinare immediatamente le direzioni e le distanze dei singoli oggetti con r. a impulso o dispositivi equivalenti.
I dispositivi dei r. panoramici sono troppo complessi per poter venire sommariamente descritti. Si ricorda solo che i loro oscillografi elettronici, di varie strutture, in generale operano sul fascio elettronico con azioni non più solo di tipo coulombiano, ma anche di tipo elettromagnetico e che perciò vengono sovente indicati con la qualifica di r. elettromagnetici.
Bias.: C. Monodouie, Il r., Milano 1931. Paolo Straneo
RADBERTO di CORbIE: v. PASCASIO, RADBERTO.
RADBODO, santo. - Vescovo di Utrecht, m. a Deventer il 29 nov. 917.
Da giovanetto frequentò la Scuola palatina presso lo zio Guntero, arcivescovo di Colonia, passando poi a quella di Carlo il Calvo, dopo la sfortunata vicenda dello zio e di Latazio a Fontanay (841). Per le sue doti nell'899 venne eletto dal clero e dal popolo di Utrecht a vescovo di quella città. Non era passato un anno dalla sua consacrazione episcopale e dalla sua possessione canonica, che, in seguito all'oppressione normanna esercitata contro la sua chiesa titolare, R. dovette trasferire la sua sede a Deventer, ove morì dopo aver scritte molte composizioni omiletiche (PL 132, 547-58; Anal. Boll., I [1882], pp. 104-11), il noto elogio a s. Martino (MGH, Script., XV, pp. 1239-44) e varie poesie sacre e profane (MGH, Poëter lat. medii aevi, IV, pp. 160-73). Festa il 29 nov.
Bim.: J. Mabillon, Acta SS. Ordinis s. Bened., V, Venezia 1733, pp. 26-32; MGH, Script., XV, pp. 569-71; Vita s. R., in Anal. Bolland., 6 (1887), pp. 5-15; BHL, 1025; Manitius, I, p. 603. III, pp. 83-86.
RADEGONDA, santa. - E commemorata nel Martirologio romano ed in alcuni codici del Geronimiano il 13 ag.
Figlia di Bertario re di Turingia, ancora giovinetta fu condotta in Francia come prigioniera di guerra dal re merovingio Clotario e da lui sposata. L'indole brutale del marito rese la vita coniugale molto dura finché, quando questi le uccise il fratello, ottenne la separazione e dal vescovo s. Medardo di Noyon il velo di diaconessa. Peregrino allora per vari santuari della Gallia ed a Saix aprì una casa per poveri ed ammalati al cui servizio si dedicò con carità ed abnegazione. Fiandò a Poitiers un monastero nel quale abbracciò la vita monastica secondo la Regola di s. Cesario d'Arles. Dall'imperatore Giustino II ottenne una reliquia della Croce ed allora ( 369 ) Venanzio Fortunato compose i due inni Vexilla Regis e Pange lingua (v.), M. nel 587 e ai suoi funerali fu presente anche a. Gregorio di Tours.
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Bibl.; S. Gregorio di Tours, In gloria confessorum, 104; id., Hist. Franc., IX, II, 40; Acta SS. Augusti, III, Parigi 1867, pp. 46-92; Venancio Fortunato, Vita, in MGH, Script. rer. Me. row., II, pp. 358-95; R. Aigrin, S. R., Parigi 1918; Martyr. Romanum, p. 338; J. F. Gaires, Die siebenfache Flucht der Radgundis, Friburgo in Br. 1942; Pliche-Martin-Frutaz, V, pp 346 sg., 398 sg., 523 sg.
Agostino Amore
RADER, Matthäus. - Gesuita, filologo e storico, n. a Innichen (Tirolo) nel 1561, m. a Monaco il 22 dic. 1634 .
Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1581, insegnò per 22 anni umanità e retorica in vari collegi, approfondendo i suoi studi di greco e di latino cosi da meritare gli elogi e la stima dei più celebri filologi del suo tempo.
Pubblicò edizioni di testi antichi, corredandoli di commenti e talora versioni, tra cui : Q. Valerii Martialis, Epigrammaton libri omnes (Ingolstadt 1602); Acta S. Oecumenici Concilii octavi (ivi 1604); Viridarium sanctorum ex Meneis Graecorum (3 voll., Asburgo 1610-14); Opera omnia s. Johannis Climaci, con versione dal greco (Ingolstadt 1614); e diede l'editio princeps del Chronicon Paschale (Monaco 1615); Q. Curtii Rufi, De Alessandro Magno historia (Colonia 1617). Nel campo storico-agiografico pubblicò: Bavaria sancta (3 voll., Monaco 16131624), da cui derivarono tratti i Bollandisti; Bavaria pia (ivi 1628), De vita Petri Canisii libri 3 (ivi 1614).
Bibl.: Sommervogel, VI, coll. 1371-82; B. Duhr, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deutscher Zunge, II, II, Friburgo in Br. 1913, pp. 417-23.
Celestino Testore
RADET, Etienne. - Generale francese, n. il 19 dic. 1762 a Stenay (Lorena), m. il 28 sett. 1825 a Varennes. Dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese entrò nella gendarmeria.
Di sentimenti monarchici e